commenti
riassunti
font
AA+
Chiudi

La Croce racquistata

di Francesco Bracciolini

Libro XV

testo e note a cura di T. Artico | criteri di trascrizione
ultimo agg. 20.02.16 10:16

ARGOMENTO
Campa sopra d’un scoglio il duce Erano
dall’orribil tempesta, ove l’accolse
quel buon servo di Dio che ’l venne in vano
ad ammonir quand’ei le vele sciolse.
Corron poi sette navi il mollo piano
che queste sole il fiero mar non tolse,
né di fermarsi all’amoroso lito
fra l’empie Etere è ’l nuovo duce ardito.

La tempesta affonda molte navi (1-14)

1Ma poi quando Piroo verso Occidente
piegò lucido il giogo al carro d’oro,
turbarsi l’onde e biancheggiar repente
vidersi, e rimbombar ne’ liti loro,
e fischiar Borea e contra lui stridente
raggirar nere nubi Affrico e Coro,
e l’orribile mar con fieri orgogli
cozzar le rupi e soverchiar gli scogli.

2Calar le vele il buon nocchier comanda
e di sgravar d’inutil perso i legni,
raddoppiar genti all’una e l’altra banda
contra ’l furor de’ tempestosi sdegni;
di qua spesso e di là ministri manda,
col fischio impera e con gl’usati segni,
et or l’indica pietra che si volve,
or mira in vetro alla cadente polve.

3Ma sempre il ciel vie più si serra e ’l mare
si squarcia in brani, e ’l sol s’asconde e fugge,
s’avviluppan l’arene e l’onde amare,
ne risuona ogni valle, ogn’antro mugge.
Trarupar negl’abissi e sorger pare
l’onda subito al ciel che tuona e rugge,
l’una urta l’altra e spume stille rende
alle nuvole il mar tant’alto ascende.

4Sotto l’ombra del ciel più nero il flutto
chiudere e disserrarle fauci a morte
sembra, adirato, il ciel cospargon tutto
spreggiando lassù fiamme distorte.
Nel mare il cielo e ’l ciel nel mar distrutto
mischian l’eterna invariabil sorte,
ogni termine lor si riconfonde
nuotan le nubi e van per l’aria l’onde.

5Nella confusion de gl’elementi
ch’aprono in mar la terra e ’l foco in cielo,
stridon l’afflitte e spaventate genti
con l’aspetto di neve e ’l cor di gielo,
e talor nell’abisso il grido senti,
talor più su del nubiloso velo,
comunque il mar con l’atre sue procelle
or piomba al centro, or levasi alle stelle.

6Or l’Austro soffia e l’un de’ lati leva
a i legni in alto, e così l’altro abbassa
che nell’onde s’immerga e ’l mar riceva,
corre al sommo la turba e l’imo lassa,
l’altro fianco Aquilon batte e solleva,
torn’ella e ’l preme, affaticata e lassa.
E talora amendue soffiando insieme
rotan le navi, e ’l gonfio mar più preme.

7Non sa che far con la tremante mano
più del timore il pallido nocchiero.
Vinta l’arte è dal vento e tenta in vano
più far contrasto al ciel tonante e nero
qual chi vedessi il Pireneo nel piano,
l’Atlante o ’l Tauro o l’Appennino altero
correndo urtarsi, e cader franti e misti,
cotale il mare e i flutti suoi son visti.

8Non stilla no ma tutto il ciel si versa
disfatto in pioggia, e parte ancor ne fromba
da i freddi fiati in duro giel conversa,
stride l’alta procella e ’l mar rimbomba.
Suona Borea crudel che s’attraversa
qual di bronzo celeste orribil tromba,
arbori e poppe e prue frange e fracassa,
remi, sarte et antenne all’onde lassa.

9Crescon l’onde superbe e ’l vento cresce
e l’un legno nell’altro irato batte;
l’acqua assorbe e rigetta, entra e riesce
l’armata in lei, ch’orrendo sdegno abbatte.
Nessuno schermo al buon nocchier riesce
e già le navi a sostener mal atte,
sdrucite e vinte in mezzo all’onde impure
aprono irreparabili fessure.

10Sottosopra nel mar dal vento volta
già del misero Acar la nave nuota,
tetto fa la carina al ciel rivolta,
l’arbor dritto all’ingiù tra l’onde nuota.
Dentro al concavo sen viva sepolta
riman la gente in parte oscura e vòta,
che già prima e dell’aria ha ’l ciel perduto
e l’indomito mar ne fa rifiuto.

11Quella d’Adriaden dal mezzo a prora
riman sott’acqua, e senza poppa Ernesto
pur con mezzo vasel naviga ancora
trabalzandol sovente il flutto infesto.
Tutto è sotto Alcoran, lo sprone ha fuora
Gensar di Ioppe, il mar gl’asconde il resto,
né potendo omai più l’afflitte genti
l’ultime voci lor spargono a i venti.

12Et ecco al fin che di più flutti un monte
s’innalza al cielo, e rabbassando sopra
gl’arbori sventurati immensa fronte
par ch’un mar caggia e l’altro in mar ricopra.
Or qual nave sarà che più sormonte
e prora e poppa ancor conteste scopra?
Ciascuna immerge il vasto flutto, e sparte
ne risalgon disciolte antenne e sarte.

13Le genti e l’armi il mar vorace inghiotte
e gl’inutili lor perduti arnesi,
squarciate tele e dischiodate e rotte
tavole e travi in su tornan palesi.
Al lampeggiar della diurna notte
appaion rari a lor salute intesi,
ché l’orgoglio del mar col nuoto insieme
di quei miseri affonda ancor la speme.

14Ma via misero più s’alcun s’appiglia
d’antenna o remo a qualche scheggia e crede
campar con essa, e nel girar le ciglia
cielo e mar soli e più null’altro vede;
morte pria del morir nel petto il piglia,
che quant’oltre allargar l’onda s’avvede
tant’è la pena, e del morir l’indugio
agumento è di doglia e non refugio.

Erano viene sbattuto a riva, incontra Anastasio, che lo salva e lo conduce alla propria grotta (15-31)

15Ma in breve spazio alcun non è che sorga
più sopra l’onde in fuor che ’l duce Erano,
et egli ultimo e sol fa che li porga
soccorso ancor la notatrice mano.
Grand’asse ha preso, acciò con lei risorga,
aitato da lei nel mobil piano,
la stringe al petto e in su con essa s’erge,
quantunque volte il fiero mar l’immerge.

16Con essa il duce a suo poter si sforza
cercar suo scampo, e pur si volge e mira
sollevato su ’l mar di tutta forza
s’ei veggia terra, e ’l guardo intende e gira.
Al fin scopre, e con la speme afforza
la stanca lena e d’arrivarla aspira,
si muove a tempo e d’onda in onda passa,
spingesi or tutto, or traportar si lassa.

17Ma poi fatto vicin quanto mirando
può la ripa veder, torna nell’onde,
ché salvar non si può colà notando
tai di sasso v’ha il mar superbe sponde.
Geme a i colpi lo scoglio e rimbombando
l’alta rupe percossa al mar risponde,
et ei sospira e tra sé dice et ora:
«D’onde vita sperai, convien ch’io mora.

18S’io pur m’accosto alla scagliosa cote,
lasso, che ’l fiero mar dall’Euro spinto
crudel tornando al sasso mi percote
e mi vi frange, ond’io rimango estinto».
E così, mentre ei non sa pur né puote
consiglio aver, ch’ogni consiglio è vinto,
l’onda al sasso lo spinge, ei fa ben quanto
può per l’urto fuggir ma non può tanto.

19Sorge la notte e le minute stelle
rimosso alquanto il tenebroso velo,
quasi prive d’umor bianche facelle
nascean dubiose a porger lume al cielo,
quando fra le terribili procelle
irrigidito Eran d’ultimo gielo
trema anelante, abbandonato, e freme
condutto indarno alle speranze estreme.

20Et ecco il mar che lo sospinge a terra
con onda tal che tutto ingombra il lito,
et ei giungendo un alto sterpo afferra
della ripida cote al fianco unito,
e sì tra i bronchi il manto suo disserra
che, da gli stessi pur salvo e ferito,
pende in aer sospeso a mezzo il sasso
né può loco mutar né muover passo.

21Tal gettato dal mar tiensi talora
con le sparse sue branche il polpo molle,
che barbicato al nudo scoglio fuora
quindi forza maggior con pena tolle,
pure il misero Eran s’attiene ancora
e nella vesta sua gelato e molle,
vinto da quell’error che lo percote
tutto trem’egli e l’arboscel si scuote.

22E così mentre ad or ad or li pare
o che scosso lo sterpo al fin si schiante,
o che ricresca e lo ringhiotta il mare
che freme e batte orribile e spumante,
ecco lungi sul monte un lume appare
ch’empie de’ suoi splendor le verdi piante,
e quel giunto sul sasso, ode un ch’appella
per nome Erano e poi così favella:

23«Vedi Erano s’è ver che pur ti giunge
quel che può quanto vuol, non tel diss’io?
e che passando il mar non si va lunge,
ch’ancor nell’onde e all’altro lito è Dio?
Ma tu, se la tua man ti sferza e punge
miscredente figliuol di padre pio,
conosci lui che ti rappella e chiama
e ti castiga sol però che t’ama».

24Così dicendo, uno e due rami taglia
d’una pianta frondosa e gl’incatena,
e l’un capo li porge e fa che saglia
sull’aspra rupe alla bramata arena;
di ramo in ramo e d’una in altra scaglia
mont’egli, e sente invigorir la lena,
e riaversi il piè sente e la mano,
onde salvo e stupito arriva al piano.

25E volto a lui che dall’orrenda e fiera
morte l’ha tratto e tolto al mar crudele,
ravvisandolo ben vide ch’egl’era
quel ch’ammonillo al dispiegar le vele.
La vista sua, che fu dianzi altera,
or vien ch’abbassi e per vergogna cele,
e fermatala a i piè della radice
sveglie un alto sospiro e così dice:

26«Or veggio ben che natural consiglio
per se stesso quaggiù vaneggia et erra,
come in calle dubbioso oscuro ciglio
quando torbida notte il mondo serra,
né potendo schivar danno o periglio
col suo poco saper che vive in terra
tanto fallisce l’uom quanto si fida
se non in Dio, che ’l tutto volge e guida.

27E questo Dio, chi ben quaggiù discerne
beato lui, beato te, che tale
mi ti dimostri e pien di grazie eterne
non per certo sei tu cosa mortale.
Sia lode a Lui che con virtù superne
tanto può ne’ suoi servi e tanto vale,
e creder vo’ cotanto a te ne viene
che ’l fonte sia dell’infinito bene».

28Volea più dir ma dall’affanno oppresso
la favella in un tempo e ’l senso manca,
e freddo e muto ad Anastasio appresso
quasi marmo nel suol cade e s’imbianca.
E ’l buon servo di Dio piegando ad esso
pon la sua destra a quella spoglia stanca,
e dal suo corpo abbandonato algente
destar calda pietade al cor si sente.

29Né dar potendo allo svenuto Erano
soccorso altro miglior, parte si spoglia
a coprir lui con l’amorosa mano
della tiepida sua pungente spoglia,
e così molce e par ch’a mano a mano
l’acuto giel si disacerbi e scioglia.
Carità santa, or qual chiusa via
è di giovar ch’aperta a te non sia?

30Col temprato calor ch’a tempo giunge
nella fredda magion torna la vita,
l’anima al carcer suo si ricongiunge
che rispinta dal giel fuggì smarrita.
E poi seco il menò dove non lunge
stassene ad abitar cella romita;
picciola è la caverna antica e scura
cui nel vivo d’un sasso apre natura.

31E con erbe incondite e così solo
saporose per fame e con alquanto
mèle, ch’avean con mormorante velo
fatto l’api ingegnose al sasso a canto,
lieto gl’apparecchiò sul nudo suolo
povera cena il solitario santo,
e poi menollo ov’una cote mesce
l’acqua che fuor di lei chiara se n’esce.

Lo converte a Dio e lo conduce al monastero di Giustino (32-41)

32Già ripreso vigor l’afflitto duce
d’Anastasio ad ogn’atto intento mira,
dove pace e pietà, dove riluce
vera umanitade amor celeste spira.
Ma sopra tutto l’anima traluce
tranquilla sì che ’l capitan l’ammira,
e quanto abietto più tanto felice
stimando lui, così li parla e dice:

33«Beato te, che in parti erme e lontane
qui dal volgo e dal mondo or ti sequestri,
e ’l vasto mar delle miserie umane
mirando vai da questi scogli alpestri.
Bella tranquillità, qui men villane
le belve sono e gl’animai silvestri,
ché non è l’uom men fido e men sincero,
ché quanto fera è men tanto è più fero.

34Qui non palchi dorati o marmi impressi
né l’arte in loro imitatrice appare,
ma beltà di natura olmi e cipressi,
querce ed abeti e palme aperte e rare,
e dolcemente in verdi rami e spessi
cantan semplici augei note più care,
che ’l finto suon di lusinghiera voce
che piacendo all’orecchie all’alma noce».

35E in tanto omai la solitaria vita
gl’aggrada sì che d’altro ben non cura,
e con voce del cor dimanda aita
a spogliarsi del sen l’antica cura.
E prega lui ch’al vero ben l’invita,
a nol bandir da quella grotta oscura,
e insegnarli a chiamar tra rami e fronde
che ben dal Cielo a’ servi suoi risponde.

36«Frettoloso è ’l desio, ben lo comprendo,»
dicea «né vale alcun mio merto ancora,
ma vaglia in me che sovra ’l lito orrendo
del mar t’addusse onde m’hai tratto fuora,
e mi giovi il veder ch’a lui mi rendo,
deh, che tanta sua grazia inutil fora
se non fussi per te da morte tolto
chi tu salvasti a vera via rivolto».

37Così l’un prega e con paterno affetto
l’altro insieme il gradisce e lo consola,
e disgombrando a lui la mente e ’l petto
da gl’antichi pensier l’alma gli invola.
A discernere il ben dell’intelletto
maestro è ’l santo e quel deserto è scola,
e sul libro del mondo ei ben s’ingegna
tutto imparar quel ch’Anastasio insegna.

38«Leggi» dice Anastasio «oh come belle
le note son che in ogni cosa scrive
l’eterno Maestro! Or mira ben le stelle
ch’ei segnò di sua man lucenti e vice,
e scorgerai sì come ’l Ciel favelle
con queste a noi che quivi sol si vive,
mentre con puri e non caduchi rai
sfavillan sempre e non invecchian mai.

39Leggi nel mar ch’ad or ad or turbato
mai non posa del tutto, e impara come
non ritrova qua giù fermezza o stato
questo umano affannar che vita ha nome.
Leggi ne i fior che in un dì solo al prato
gettan le vaghe e colorite some,
lettere son di quant’è fral natura,
cosa bella e mortal passa e non dura.

40Leggi ne’ fiumi: a dar tributo al mare
corron dì e notte e non è alcun restio,
così scrivono all’uom perch’egli impare
ogni preso sentier drizzato a Dio.
Leggi ne’ campi, in cui risorta appare
la semenza ch’in lor cadde e morio:
mostrano in lor le nuove spiche a noi
ch’un’altra vita oltre la morte è poi».

41Tal insegna e ragiona, e poi che instrutto
di quel che uopo a sua salute sia,
per mondar lui, che di sue colpe è brutto,
quel buon servo di Dio seco s’invia
dove ha Giustino un monaster costrutto
tra i confini d’Arabia e di Soria,
per battezzarlo e darli vita come
l’ebbe gli in prima e d’Anastasio il nome.

Acleto è eletto duce delle sette navi scampate: incontra il messaggero inviato da Cosdra, riprendono la navigazione e finiscono fuori rotta, a Cipro (42-60)

42Dall’orribil tempesta intanto uscito
l’afflitto Eran sul dirupato scoglio,
conciliossi il mar superbo al lito,
temperò l’ire e mitigò l’orgoglio.
Così vigile can poi che partito
sia ’l peregrin dal custodito soglio
spiana ’l vello sul tergo e trova pace
co’ suoi latrati e torna al loco e giace.

43Passò l’umida notte e sopra ’l monte
tosto che biancheggiò l’alba novella,
a cui sfavilla eterno riso in fronte
tra i celesti pallor l’amante stella,
vidersi le reliquie aperte e conte
che sommerse nel mar l’atra procella,
e l’aureo sol che le guardò con ira
nel suo ritorno or con pietà le mira.

44Per lo piano del mar guasta e rivolta
colà vòta una nave appar tra l’onde,
qua nel liquido azzurro altra sepolta,
da mezz’albero in giù tutta s’asconde.
Più là nuota in due parti altra disciolta
n’empion altra sul lido arene immonde,
e nel tranquillo acerbamente appare
miserabile or più l’ira del mare.

45Rivolgon l’onde e van gittando a riva
su l’arena funebre i corpi spenti;
oh potenza mortal, che fugitiva
passi com’un balen tra nubi algenti!
Sì grand’oste di mar che dianzi ardiva
far servo il mondo e schernia l’acque e i venti,
sommerge un punto e sopravanza sole
sette misere navi a tante mole.

46Et ecco a l’or per l’ondeggiante sale
un legnetto arrivar veloce e snello,
che battendo de’ remi umide l’ale
vola rapido men per l’aria augello.
Ma poi giunto tra lor s’arresta, quale
tornando in mandra il mansueto augello
giri attonito il ciglio e intorno veggia
morto il pastor con la compagna greggia.

47Era questo il vassel che spinto avea
il re de’ Persi a richiamar le vele,
con la cui gente a breve andar credea
tutta in Asia sterpar l’oste fedele.
E lo stupido messo or la vedea
miserabile strage al mar crudele,
resta immobile al caso, al fin si scote
rotta la meraviglia e ’l mar percote.

48Percote il mare e ’l suo veloce e lieve
a i gravi legni e dolorosi appressa,
e nel viso a ciascun pallida neve
dal passato terror discerne impressa,
e poi ch’egl’ebbe in dir preciso e breve
la volontà del suo signor espressa
a riportar l’aspra novella e grave
volge al primo sentier la vòta trave.

49Ma poi ch’ebbero i legni il duce Erano
su per gli scogli e per le rive estreme
cercato un tempo, e sospirato in vano,
e perdutane al fin l’ultima speme,
fecero elezion d’altro soprano,
doloroso concilio accolto insieme,
e scelto fu per la seconda sorte
Acleto, in mar sicuro e in terra forte.

50Contra ’l corso del sol le sette navi
rivolge il duce, e inanimir non manca
le genti sue, che gl’alti remi e gravi
traendo gian con debil voga e stanca,
quand’ecco aure da tergo, aure soavi:
spiegano i marinar la vela banca
e, i remi alzando (or muove il vento i passo),
gettan su i duri legni i membri lassi.

51Spira continuando e dolce sprona
Zeffiro per lo mar le curve poppe,
già si passa la punta e s’abbandona
dove Achilla a Pompeo la vita roppe,
veggion Gazza e Berseba et Ascalona,
Casorre, Azoto e van radendo Ioppe,
passàr Cesarea e penetràr nel cielo,
vider tra due tribù l’alto Carmelo.

52Scopron Tiro e Sidone, e ’l fertil piano
che ’l famoso Damasco in seno accoglie,
cui del torbido Noto antelibano
con la fronte selvosa i fiati toglie.
Vidder l’onde del Lico e del Giordano
correr con freddo piè l’erbe e le foglie;
Tortosa quindi e Tripoli scopriro
a cui placide in sen l’acque s’uniro.

53Ma guarda e passa il provido nocchiero
senza piegar le gonfie vele al porto,
e col vento in favor segue il sentiero,
già del suo variar per prova accorto.
Dura il Zeffiro lieve e sempre intero
che lor da tergo omai più giorni è sorto,
e con dolce sferzar d’aura seconda
corrono il mar che si giacea senz’onda.

54Costeggiando la riva il Casio monte
lascia da tergo e Lidia e Lodicea,
e ’l divisor di due provincie Oronte,
che dal Libano alter l’onda traea,
e per l’Issico sen l’altera fronte
dell’Ammano scoprìr, che ’l ciel fendea,
la cui sempre indissolubil neve
al dilungo non manca e cresce al breve.

55E già non lungi alla cilicia terra
ch’è del viaggio lor termine e meta,
ecco il freddo Aquilon che si disserra
e ’l bramato terren contende e vieta.
Subito il buon nocchier raccoglie e serra
l’avversa vela, e poi che l’onda è queta,
faticando a spuntar l’aerea forza,
contr’essa indarno e preveggiar si sforza,

56ché, sdegnato di ciò, l’impeto e l’ira
raddoppia il vento, ond’ei ravvolge i legni
dov’ei pur vuole, e ’l nocchier torce e gira
quindi il corso sovente a nuovi segni.
Per men rapido gir là dove il tira
l’alto stridor sovra i cerulei regni,
l’alto stridor che l’ha condotto dove
cuoprono isola verde erbette nuove.

57Cipro è l’isola bella, a cui s’inchina
l’onda ch’a venerarla il mar vi mena,
qual de gl’umidi regni alma reina
l’acque intorno ha d’argento e d’or l’arena;
Pafo in grembo, Amatunta e Salamina,
è d’aure e d’acque in ogni parte amena,
e ’l verde Olimpo in lei fiorito e molle
di bell’ombre vestito al ciel s’estolle.

58Discendon giù co i lor fugaci argenti
per le piaggie odorate i freschi rivi;
pascon tenere l’erbe i bianchi armenti
o difesi dal sol scherzar lascivi;
passeggian l’ombre, a picciol moto i venti,
temperando tra lor gl’ardori estivi;
vien l’aura e va per la frondosa reggia
ne rimormora ’l bosco e ’l prato ondeggia.

59Da favilla d’Amor punti nell’onde
guizzan mutoli i pesci al curvo lido,
di qua spunta uno stuol, di là s’asconde
con dolci scherzi in loco ombroso e fido,
e l’un e l’altro rosignuol risponde
cantando amore e fan tra i rami il nido,
e le pure colombe or guerre or paci
fan mormorando e raddoppiando i baci.

60Né pur amano i pesci, augelli e fere,
ma nel nido d’amor l’erbe e le piante,
l’un fagio all’altro e l’aspre querce e nere
stendon mosse d’amor la fronda amante.
Qui la vite imparò dolce piacere
d’abbracciar l’olmo e ’l tronco edera errante,
e l’alta palma a declinar la fronda
verso il maschio amator che la feconda.

Il nocchiere sconsiglia di approdare all’isola per via delle Etere, donne bellissime e assassine: Acleto segue il consiglio e prende un’altra rotta (61-72)

61Or quinc’oltre passando acciò lo sdegno
dell’irato Aquilon manco l’offenda,
Acleto il duce al suo nocchier fa segno
ch’egli l’ancore getti e terra prenda.
Ma quello, acciò che dello sbarco indegno
prima che segua il capitan comprenda,
in un ruvido suon che giova e spiace
la lingua scioglie, attende Acleto e tace:

62«Signor,» dic’ei «tra i fior di Cipro e l’erbe
albergan l’empie e frodolenti Etere,
vaghe donne in sembiante, in core acerbe,
sotto angelico volto han cor di fere.
Ma che donne diss’io? Né sì superbe
le Tesifoni ha ’l centro e le Megere,
e tanto ancor più dispietate e felle
delle Erinni infernal, quanto più belle.

63Pascon sangue d’amanti e l’arme è tale
del viso lor, ch’ogni cor frange e spezza,
ned ha senso o voler petto mortale
cui non renda prigion tanta bellezza;
erra all’aura il bel crin, né sai ben quale
sia l’arte o ’l caso ond’ei s’adorna e sprezza,
ché in parte a caso è l’artificio e ’n parte
le negligenze lor son fatte ad arte.

64Purpurea rosa e bianca neve è ’l viso,
d’avorio è ’l sen con ritonduti poggi,
ch’è da valle dolcissima diviso
però che quivi ogni diletto alloggi.
Par che rida lo sguardo e guardi il riso,
par ch’alla bella mano Amor s’appoggi.
L’abito è seta, et or son le parole
di concento celeste al mondo sole.

65Ma con tanta beltà l’empie sirene
d’umane piante han code d’angui in vece,
cui traggon sempre ov’han più folte e piene
le piagge l’erba e veder lor non lece.
L’arco al tergo ha ciascuna e in man si tiene
tinto un orrido stral d’oscura pece
fabbricato in Averno, e tanto è crudo
che da lui non difende elmo né scudo.

66Due punte ha nella punta e nella cocca
due altre, e son di viva fiamma l’une,
l’altre con cui la tesa corda abbocca
son tinte d’ombra e fatte oscure e brune.
Con le due prime imprime amor se tocca,
con l’altre opposte alla tirata fune,
che sono intinte al sotterraneo rio,
sparge nel cor di se medesmo oblio.

67Son mille e mille e corrron tutte al lito
all’arrivar di pellegrina prora,
e fan cortese a i naviganti invito
all’onda fresca, alla dolc’ombra, all’òra;
corre incauta la turba al suon gradito
tratta da quel piacer che l’innamora,
e vaneggiando in pochi passi perde
la via d’uscir dalla campagna verde.

68Via pur corre l’amante e non s’avvede
della pericolosa e dubbia traccia,
dov’ei più sempre avviluppando il piede
nel fallace sentier se stesso impaccia;
l’infida allor con quella parte il fiede
del velenoso stral che i sensi allaccia,
et ei subito in giù cade col volto
nel letargo mortifero sepolto.

69Corre allor la crudele e ’l vinto spoglia,
immobil fatto, attonito e tremante,
e con la pianta d’infiammata doglia
rompe et arde le vene al triste amante,
e qual mai più non si rinverde foglia
che d’ottobre atterrò l’Austro sonante,
tal quel misero più non si rinfranca
né per crescer di pena il sonno manca.

70Crudelissima allor s’inchina e ’l sangue
delle vene recise avida sugge,
quasi tepido latte orribil angue
l’infame etera, e l’amator distrugge;
né si spicca giammai dal corpo esangue
se dal gelido sen l’alma non fugge,
né s’appagan giammai l’ingorde brame
anzi più col cibar cresce la fame.

71Per le valli son là fredde cataste
de gl’estinti amator le miser’ossa,
ch’alla pioggia et al vento ignude e guaste
né pur han doppo morte onor di fossa;
né la vita ha per lor pena che baste
ma dura ancor poi che la carne è scossa,
e mai tregua non ha lo strazio orrendo,
né si scampa da lor se non fuggendo».

72Qui finito il suo dir, tace il nocchiero,
da cui già fatto il capitano accorto
«Segui, dunque,» dicea «segui il sentiero,
troppo costa appressar l’infido porto.
Meglio è ’l Borea soffrir possente e fiero
e l’onda arar d’errante solco e torto».
E così lungi alla lasciva arena
sen van i legni ove Aquilon gli mena.