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La Croce racquistata

di Francesco Bracciolini

Libro XXXIII

testo e note a cura di T. Artico | criteri di trascrizione
ultimo agg. 23.02.16 10:39

ARGOMENTO
L’imperadore alla battaglia appresta
con ordine novello il campo pio,
e pria de gl’altri in quella punta e in questa
quinci Batrano e quindi Armallo uscio.
Segue tra i due guerrier pugna funesta,
vinse ’l romano e ’l persian morio.
Volturno intanto approssimate al loco
contra l’indiche belve accende il foco.

Giunge notizia che gli Indiani al comando di Orgonte sono arrivati, con esercito infinito (1-9)

1Rimaneva nell’onde il giorno spento
e con tacito passo alto saliva
la volubile notte, e ’l puro argento
della candida luna in cielo apriva,
e le stelle minute a cento a cento
di vivace splendor ricoloriva,
le più basse di lor varie et erranti,
fisse le più sovrane e scintillanti.

2Quando l’imperador, che terminati
gli spettacoli vede e gl’avversari
senza muoversi unquanco essersi stati
dentro a gl’insuperabili ripari,
fa depor l’armi e i corridor frenati
rendersi a i cibi lor bramati e cari;
et ei per acquistar trionfi interi
volge nel dubbio cor vari pensieri.

3Ma ecco in un solleciti et accorti
fanno gl’esploratori a lui ritorno,
e danno a diveder, pallidi e smorti,
che la paura in lor vinca e lo scorno;
e cominciano a dir com’hanno scorto
venir, di là d’onde si leva il giorno,
dal fiero Orgonte incontr’a lui guidati
popoli immensi orientali armati:

4«Veggionsi al venir lor coprirsi i monti
di mobil ferro e ingomberar le valli,
e i gran fiumi seccar non che le fonti
abbeverando gl’uomini e i cavalli;
e tutto empir, là dove ’l dì sormonti,
il ciel di corni e timpani e taballi,
la gente innumerabile infinita
d’elefanti e di macchine munita.

5Su i quattro piè delle gran belve stanno
l’alte torri fondate e sopra il dorso
porta ognuna il suo stuolo, e tutte fanno
un’aerea città c’ha ’l moto e ’l corso,
le cui solide rocche oltre sen vanno
dove sferza le caccia o regge ’l morso;
e stan sicure assaltatrici e fere
nelle moli portatili le schiere.

6Né men punto nocenti i carri, armati
di gran punte d’acciar le rote e l’asce,
per mieter genti a ciaschedun de’ lati
portan falci ricurve acute e basse,
sì che qualora a i corridori alati
la guidatrice man gl’imperi lasse,
non ha folgore il ciel che scorra eguale
e loro incontro ogni contrasto è frale.

7Con la turba infinita il rege stesso,
duce insieme e signor d’ogni falange,
fervido e disdegnoso in via s’è messo;
la turba irrita, anzi l’arrota e l’ange,
la morte ha in volto e lo spavento impresso;
e l’Austro, allor che ’l gonfio mar più frange,
torbido, procelloso e violento
tal forma avria, s’avesse forma il vento.

8Orgonte è seco, ei l’ha condotto et egli
la sua ferocità regge e comparte;
la canizie del senno ove i capegli
sono ancor negri et è ’l suo nome Antarte.
Com’ei taccia e castighi, intenda e vegli,
come infranga e mal pensi appresa ha l’arte,
chi siasi Orgonte a i danni nostri omai
pur troppo è noto, e tu più ch’altri il sai».

9E qui gl’esplorator tacquero, e quindi
ecco disconfortarsi il fedel campo,
che da tanto furor che muovon gl’Indi
non sa pensar, non che trovar suo scampo.
O fortezza mortal, come ti scindi?
Come il vigore umano è breve lampo?
Un’oste lieta e vincitrice un detto
basta a turbar con paventoso affetto.

Eraclio incoraggia i suoi, su consiglio di Silvano decide di disporli l’indomani in formazione triangolare (10-20,4)

10Onde l’imperador, che ben s’accorge
dello sconforto universal novello,
«O mio campo,» dicea «che ’l Cielo scorge
a far de’ suoi nemici aspro flagello,
ventura è nostra, a chi ben dritto scorge,
tanto popolo unirsi a Dio rubello,
e ’l consiglio divin così l’aduna
per dare a noi mille vittorie in una.

11Contra ’l vostro valor sicuro e franco
tremare, anzi che muover le bandiere
vedrem tosto che ’l ciel ritorni bianco,
e l’ombra ancor non che la man temere.
Popolo vil, disordinato et anco
non uso all’armi in paventose schiere
vedrem dimane, o non vedrem, ché i volti
saran prima che in pugna in fuga volti».

12Così diss’egli, e come torchio suole
camera illuminar per ogni parte,
tosto che gl’entra e le notturne e sole
tenebre se ne van diffuse e sparte,
dal suon delle magnanime parole
ogn’ombroso timor s’invola e parte,
e ciascun brama, innanimito omai,
che ’l sole al nuovo dì riporti i rai.

13Ma non però, benché sereno il volto
Cesare mostri, ha senza dubbio il core,
per l’infinito esercito raccolto
che tutto ha in sé l’oriental valore;
e ’l suo conosce affaticato e molto
per peste e per digiun fatto minore,
ma visto inevitabile il periglio
quel ch’è necessità mostra consiglio.

14Silvano appella e dice a lui: «Se vinto
con trenta mila abbiam gente infinita,
allor che ’l fiero generale estinto
cadde, e tocco dal ciel perdé la vita,
spero che con nuov’ordine distinti
il campo nostro e con l’eterna sita
farà che vincitor non si sgomenta
con ventimila ancor quel che con trenta.

15Tu, se ti par, da poi ch’aperto è ’l piano
ordina in gran triangolo le schiere,
con sette mila da ciascuna mano
forza che basterà potranno avere,
e manterrà l’esercito cristiano
in differente forma egual potere,
ché in triangolo avrà ciascun suo lato
tanti guerrier quant’egl’avea quadrato.

16E se riusciran gl’angoli acuti
per la lor sottigliezza ancor più frali,
collocheremo, ov’ogni punta aiuti,
un de’ guerrier che non ha ’l mondo eguali,
Triface, Erinta e ’l fier Batran venuti
novellamente, e tutt’e tre son tali
che ciascun fermerà stabile e sodo
l’angolo suo come fa il tronco il nodo.

17E se gl’avvien che l’avversario tente
circondarci per tutto e gli succeda,
volgendo un canto alla nemica gente
dove il barbaro re pugnar si veda,
così le squadre sue più facilmente
penetreransi allor che ’l tempo il chieda,
e ’l barbarico stuol rotto o respinto
e lui morto o prigione, abbiam noi vinto».

18Così divisa, e i suoi consigli approva
l’antico ibero, e questo sol v’aggiunge,
che incontro a gl’elefanti il campo muova
cosa che venga a spaventar da lunge,
e pria dell’arrivar se ne rimuova
la vista lor, che formidabil giunge,
e far se si potrà che voltin essi
lo spaventato piè ne gl’Indi stessi.

19Approva il parer suo l’imperadore,
e immantinente a sé Volturno appella,
che fe’ spirar dal proprio scudo fuore
contra ’l fero leon mortal facella,
e preparar col fiammeggiante ardore
fa cento scudi in questa schiera e ’n quella,
per dover la dimane, a tempo e loco,
folgorar poi lo spaventato foco.

20Né pur questa eseguì ma mille cure
con essa insieme, e la sua mente è quale
vivo raggio di sol nell’onde pure
dal cui tremulo specchio alto risale.
Ma già battendo a fugar l’ombre oscureAll’alba Eraclio dispone l’oste e la fa avanzare (20,5-31)
l’aura innanzi all’aurora umida sale,
segue l’alba vermiglia e tutto ardente
s’apre il lume maggior nell’Oriente.

21S’apre il giorno sul Gange e ’l ciel si tigne
non di porpora e d’or, sì come ei suole,
ma le nuvole sue sparge sanguigne,
spaventoso apparato al nuovo sole.
Qual figura una serpe e qual si figne
o chimera o dragon che foschi o vòle,
e l’una urtan nell’altra e si percote
e rugiada sanguigna a terra scote.

22Ma ecco occidental muoversi un vento
che ’l ciel facendo asserenarsi intorno,
riman l’aer tranquillo e ’l mar d’argento
e più che fusse mai lucido il giorno.
Ciò mirando Niceto, al Cielo intento
col lungo crin di bianca palma adorno,
ratto si leva, e da Dio mosso e spinto
«Su su,» grida «pugnate, avete vinto».

23E già Cesare a Dio suo prego fatto
e pasciuto il suo campo alla gran mensa,
là dove al suon di sacre note tratto
se stesso in cibo il Re del Ciel dispensa,
sopra ’l gran corridor salendo ei ratto
lo scudo aperse e la gran lampa accensa,
colorata da Luca in Paradiso,
spira al petto virtù, splendore al viso.

24Era quel dì che con l’eterna legge
che diede a’ Cieli il gran Motor superno,
il pianeta d’Amor guida e corregge,
quel dì che fe’ di lui l’aspro governo
quand’ei lavò le macolate gregge
col proprio sangue e dibellò l’Inferno,
e l’ora era del sol ch’avanti a quella
se ne correa dell’amorosa stella.

25Il magnanimo Eraclio allora esposte
le schiere armate al marziale agone,
muovonsi l’ordinanze e van composte
come a Silvan l’imperador propone.
Rappresenta a veder l’orribil oste
per l’aperta pianura ampio scorpione,
che le gran bocche sue dilata e stende
e i campi e le foreste abbraccia e prende.

26Nella bocca sinistra il fier Batrano
sopr’un’alto destrier primo si vede
scoter la lancia e far che tremi li piano
dovunque il corridor batte col piede,
e folgorar nella sinistra mano
del difensor della romana fede
le gran palle vermiglie, a cui secondo
il Ciel si volge e si sommette il mondo.

27Sta nella destra bocca Erinta altera,
tutta di chiaro acciar lucida ardente,
con quell’ardir che indomita pantera
la testa innalza ove il rumor si sente,
e volge pur per l’alta fronda e nera
le luci in giro e tien l’orecchie intente
per avventarsi o cacciatore o belva
che scuopra il suon della commossa selva.

28Sta nella coda, ov’è dell’armi il tosco
e ’l periglio maggior della battaglia,
con gl’Italiani suoi Triface il tosco,
a cui nessun fuor che Batran s’agguaglia;
et Adimanto a lui fanno e Cimosco,
nato in Bitinia l’un, l’altro in Tessaglia,
di spediti cavalli assai disgiunte
due valorose e ben armate punte.

29Ponsi nel mezzo a gl’ordini, e comparte
all’esercito pio l’imperadore
quindi l’ardir, la disciplina e l’arte
per ogni schiera e l’animo e ’l valore,
come sparge la vita in ogni parte
del corpo suo, benché lontana, il core.
Seco è l’alfier che la superba e grande
insegna imperial dispiega e spande.

30Sta presso a lui, co i grandi arnesi aurati,
a man sinistra il principe Teodoro,
e d’ogn’intorno i maggior duci armati
con assise diverse e fregi d’oro.
Di qua scorre e di là co i piedi alati
Silvan le schiere, e va ponendo a loro
dovunque o presti ei le conosca o lente,
o duro freno o stimolo pungente.

31Al vessillo maggior pon mente il saggio
e col moto di lui gl’altri misura;
prend’ei da quello e regola il viaggio
universal con avveduta cura.
Eraclio incontro al mattutino raggio
muove il campo cristian per la pianura,
né molto andò che di lontan scoperse
congiunta l’India alle falangi perse.

Cosdra nottetempo si è ricongiunto con gli alleati, dispone l’esercito e arringa (32-39)

32Cosdra, senz’aspettar la nuova aurora,
tosto che ’l campo amico ode vicino
con l’esercito suo se n’esce fuora
dal chiuso e impenetrabile confino,
e, ricongiunto innanzi giorno ancora
il suo con l’altro popol saracino,
scorgesi all’apparir del nuovo lampo
di due campi nemici unito un campo.

33Mira l’imperador ch’al gran contrasto
in sembianza di luna audace viene,
sì poderoso esercito e sì vasto
che fra termine alcun non si contiene.
Orgonte il valoroso e ’l forte Adrasto
fanno al corno mancin premer l’arene,
e ’l gran figlio d’Atone al corno destro
è di numero egual duce e maestro.

34E ogni corno e tante insegne e tante
dispiega a i venti e le raggira e volve
che delle rupi alle sassose piante
giammai tant’acque il gonfio mar non solve,
né mai s’allunga a innumidir spumante
tante granella all’arenosa polve,
né tanta fronda alla stagione acerba
mai veste il bosco o ’l prato mai tant’erba.

35Tra le due corna il vasto sen corregge
il re de gl’Indi, e nella manca parte
ordina il perso re l’armate gregge,
e l’accende sdegnoso al fiero Marte;
e così Cosdra i suoi guerrier corregge
dalla sinistra e da man destra Antarte,
et hanno i due tiranni e quinci e quindi
l’uno i suoi Persiani e l’altro gl’Indi.

36Le schiere sue così parlando intanto
il re de gl’Indi alla battaglia irrita,
e dice: «O d’Oriente in ciascun canto
raccolta forza e ’ncontra a pochi unita,
che varrà quello stuol se questo è tanto,
et ha ciascun di lor sola una vita?
Mirate là, che tanti armati a pena
quante schiere abbiam noi Cesare mena».

37Né men Cosdra di lui gl’anim’accende,
pien d’orribile sdegno alla vendetta:
«Guerrier,» dic’egli «ogni fallir s’emende,
se facemmo pur mai prova imperfetta.
Tutte l’opere umane il fin sospende
e la lode e lo scorno a lui s’aspetta.
Vinchiamo or dunque, e, ciascun’altra scema,
dell’opre nostre adempirà l’estrema.

38Ma che più vi ritardo? Or le parole
suonin dall’opre, e con la man si mostri
più distinto a ciascun quel che si vuole,
persuadanvi omai gl’esempi nostri».
Sì disse e tacque, e come lampo suole
scoppiare in giù da i nubilosi chiostri,
dand’egli ardito alla battaglia il segno
tutto il campo irritò col proprio sdegno.

39Et ecco a i corni il popol d’Oriente
e trombe e strida orribilmente unisce,
e rimbombarne il fiero suon si sente
quanto ’l sol gire e l’ocean finisce.
Indi muovesi ardito e impaziente
l’aria innanzi al nemico ancor ferisce;
vacilla il ciel sopra tant’aste e scema
sotto la terra e l’intervallo scema.

Un fulmine indica ai cristiani che saranno vittoriosi, Eraclio conforta i suoi uomini (40-44)

40Cesare allor che ciò rimira alquanto
sovra sé resta a ben pigliar la strada
per guadagnar il miglior sito intanto
raffrena il corridor, ch’oltra non vada,
et ecco appar dal suo sinistro canto
fulmine che ’l ciel puro arde e dirada,
e d’aureo solco il bel sereno aperto
mostrò d’alta vittoria indizio certo.

41E sparendo lasciò nel suolo impresso
d’avanti a lui d’un’ampia croce il segno,
al cui lieto del Ciel portento espresso
che Dio mandò dal sempiterno regno,
levò lo sguardo e in chiaro suon con esso
parlò: «Signor, tu mi conduci, io vegno».
E la strada dal Ciel segnata prende,
e ’l popol fido alla battaglia accende.

42«Guerrier,» dic’ei «sì chiaramente io veggo
manifestarsi in voi l’usato ardire,
e nelle fronti a tutti quanti leggo
queste parole: o vincere o morire;
che più non bramo e questo sol vi chieggo:
quai fusti insino a qui, siate al finire.
Oggi è quel dì ch’a trionfar ci resta
l’ultima omai delle vittorie è questa.

43Eccoci a conseguir l’alta promessa
di Dio che ne conduce e che n’aita».
E qui scioglie la benda e mostra espressa
l’imagine ch’in Ciel fu colorita,
e sicura vittoria a lor promessa
e fatta ogn’alma oltre l’usato ardita,
ricche offerisce e preziose prede
con stimolo d’onore e di mercede.

44E promette a ciascun ch’a lui riporte
d’Armallo il capo o del temuto Orgonte
qualunque grazia e quanto voglia importe
in premio a lui della recisa fronte.
A cercar gloria e vilipender morte
conforta ei poscia, or le vittorie or l’onte,
or le lodi or gl’acquisti altrui propone,
e in affetti diversi ha vario sprone.

Batrano e Armallo vengono a duello: il toscano lo vince e uccide, il suo angelo custode aggiunge la sesta palla, insegna medicea, alle cinque che già fregiano il suo scudo (45-70,4)

45Ma già con dardi in quella punta e in questa
da gl’eserciti avversi si combatte,
e per l’aer framesso atra tempesta
fan le quadrella a folto nembo tratte.
La sopita virtù la tromba desta,
l’ardir solleva e la temenza abbatte,
e già veggionsi incontro ambi a cavallo
quinci apparir Batrano e quindi Armallo.

46Armallo altier con minacciosa fronte
sfilando appella a singolar certame
qualunque sia che più nell’armi monte
e col periglio acquistar gloria brame;
e, conosciuto alle fattezze conte,
Batrano a lui par che si volga e chiame,
et egli incontro al cavalier robusto
sprona il destrier, poiché ’l consente Augusto.

47Quindi d’Asia il valor, d’Europa quinci
ne’ due gran cavalier corre alla prova,
e degno è ben che da lor due cominci
conflitto orrendo e gran contrasto il muova.
«Deh, celeste guerrier che pugni e vinci
l’Inferno sì che debellato ei piova,
protegi tu nella mortal contesa
il gran campion della romana Chiesa».

48Così prega Niceto, e come quando
talor di state in prima notte avviene
che se ne van volubilmente errando
lucciole luminose in piagge amene,
che il lor lucido sen folgoreggiando
dall’ali or chiuso or discoperto viene,
così d’intorno al gran campion fedele
spiegò tre volte il suo splendor Michele.

49E invisibilmente il divin messo
del gran guerriero accompagnando il moto,
poscia ch’a lui per ogni nervo ha messo
con la celeste man vigore ignoto,
con l’ali aperte al suo campione appresso
a precorrere il va per l’aer vòto,
e di man propria, onde tra via non cada,
spiana dianzi al corridor la strada.

50Ma già vicini i pugnator guerrieri
son noti a pieno alle sembianze note,
all’insegne superbe, a gl’atti alteri,
né por freno alla lingua Armallo puote,
ma pria che sciolga al corridor gl’imperi
l’avversario appellò con queste note:
«Di tue venture or giunge a te, Batrano,
l’ultima, di morir per questa mano.

51Te del popolo tuo dell’Occidente,
negar nol deggio, il pugnator più forte,
il maggior cavalier nell’Oriente
che son io, come sai, conduce a morte».
Con un riso Batran di sdegno ardente
risponde: «Or sia pur tua sì rara sorte,
ch’io te la lascio, e non fia già minore
quel ch’avrai tu, per ch’io t’uccida, onore».

52Ma che più favellar? Quel campo e questo
giudichi omai chi più di noi mantenga
le sue promesse»; e d’ogni stral più presto
che fuor d’arco africa rapido venga
l’un muove e l’altro; e come allor che desto
sia nell’aria vapor che non si spenga,
riman la turba immobilmente intesa
a riguardar l’impressione accesa,

53così rimane al fiero assalto intento
l’un campo e l’altro, e par ch’immobil penda
e che del vincer suo fermo sgomento
dal suo guerrier ciascuna parte prenda.
Volaron l’aste in mille tronchi al vento
dell’aspro incontro alla percossa orrenda,
tremò la terra, il pian si scosse e ’l monte,
e cozzaro i destrier fronte con fronte;

54e fu l’impeto tal ch’amendue morti
rimaser sotto a i valorosi incarchi.
Ma non punto badàr gl’animi forti,
a sbrigarsi d’arcion leggieri e scarchi,
e l’uno e l’altro, audacemente accorti,
cercando ove tra ’l ferro il ferro varchi,
fa strider l’aria a i colpi acerbi e crudi,
sfavillar gl’elmi e risonar gli scudi.

55Risolute percosse e incontri acerbi
dell’un nell’altro orribili e feroci
resistenze costanti, atti superbi,
trapassi speditissimi e veloci,
mostrano altrui quanti virtù si serbi
non men che scopra alle contese atroci,
e con quant’arte i pugnator maestri
san parare e ferir sicuri e destri.

56Ma dopo mille e mille colpi in vano,
da poi ch’uscire il persian non mira
stilla di sangue al cavalier romano,
di visibile sdegno un foco spira,
e quanto ha di poter l’orribil mano
e quanto aggiunge alla percossa l’ira,
tutto contra Batrano Armallo unisce
e su la fronte al cavalier ferisce,

57Leva il figlio d’Otton lo scudo e prende
su le palle vermiglie il colpo fiero,
su quelle pur che più se stesso offende
che più contrasta al lor possente impero.
Così l’aspra percossa indarno scende
su la fronte difesa al cavaliero,
anzi la spada al feritor pagano,
caso insolito, a lui sfugge di mano.

58Stupido il cavalier, che pur si vede
vòta la man che fu del ferro piena,
nega a se stesso il proprio vero e fede
prestar consente a se medesmo a pena.
Pur, poi ch’inchina a ripigliarsi al piede
la spada che giacea dentr’all’arena,
Batrano allor che senza ferro il mira
dal sospeso ferir la man ritira,

59e dice: «Or se tu t’abbi a pugnar meco
ventura il vedi; il brando tuo ripiglia,
ch’ogn’agio tuo per aspettar m’arreco
senza ferirti», e ferma in lui le ciglia.
Non li risponde il fiero Armallo e seco
per soverchio furor freme e bisbiglia,
e riprendendo il ferro suo si scaglia
all’intermessa orribile battaglia.

60Né fuor giammai dalle cimerie grotte
lampeggiando tra i nembi orrida e fera
uscìo tonante e spaventosa notte
che infiamma e scote ogni stellata spera,
come ferocemente all’interrotte
percosse ei torna, onde fermato s’era,
e roti o punga o si sollevi o cada
fulminar vedi, e non ferir, la spada.

61Ma come orrida rupe esposta a i venti,
o saldo scoglio al torbido oceano,
a sì rapidi colpi e sì possenti
nulla s’arrende il cavalier romano,
e pare omai che la stanchezza allenti
l’empio furor della nemica mano,
e quanto in lui raffievolendo scema
tanto cresce in Batran la forza estrema.

62E l’avversario suo preme e rispinge
così sempre feroce e sempre invitto,
che di bianca paura il viso tigne
né può star contro al vincitore il vinto.
Come tal si sentì «Stelle maligne,»
gridò «pur troppo in voi mio fato è scritto,
e sentenza del Ciel si fugge in vano.
Ma s’io morrò, non vivrai tu, Batrano».

63E, qual orso ferito al duro spiede,
s’avventa incontro, e via lo scudo getta,
che impaccio allora e non difesa il crede,
non curando il morir ma la vendetta;
né con impeto tal macchina riede
che in saldo muro a ricozzar s’affretta
a quella ond’ei, con tutto sé congiunta,
l’una mano con l’altra urtò di punta.

64Ma l’accorto Batran quel colpo schiva
sì ch’egli indarno alla percossa corre,
e intanto a lui nell’occhio destro arriva
d’un’aspra punta il vital nodo a sciorre.
Passa il cerebro il ferro e ne deriva
misto col sangue, e giù per l’armi scorre;
la fronte abbassa e cede Armallo al duolo,
tre volte ondeggia, alfin percuote il suolo.

65Al cader del guerrier dell’Oriente
trema intorno la terra e ’l ciel si scote,
col piede il presse il vincitor possente,
e sul vinto parlò con queste note:
«Or muori, Armallo, e l’orgogliosa mente
non s’ascriva la colpa all’alte rote,
ch’ella è pur tua, sì come è vana scusa
d’ognun che ’l Ciel de’ suoi difetti accusa».

66A quel parlar, che più che morte duole,
poiché voce non ha morde la terra,
e supplendo lo sdegno alle parole
mostra in guise feroci atto di guerra.
Fugge l’anima al fin, pur come suole
scapestrato destrier che si disserra,
che furibondo accelerando i passo
le zolle scaglia e tragge ardor da i sassi.

67Tronca il teschio Batrano, ond’ei ne faccia
poscia all’imperador bramato dono,
e quel mostrando a i Persiani aggiaccia
i cor di quanti a rimirar vi sono.
Invisibile intanto a lui la faccia
l’Angelo asciuga del superno trono,
et ha di propria man tolto dal Cielo
sparso di stelle d’oro azzurro velo.

68E poi che gl’ha dal glorioso volto
del vincitor magnanimo il sudore
con la benda celeste asciutto e tolto
e ristorato il natural vigore,
alle palle vermiglie indi rivolto,
che fanno a lui nell’ampio scudo onore,
col velo ancor che nella man si resta
bagnato di sudor segna la testa.

69Et ecco appar l’ultimo globo impresso
dal ministro divin del sommo coro,
e ’l celeste color si scorge in esso
qual era il velo e delle stelle l’oro,
e riman nell’azzurro intanto espresso
in sembianza di gigli il lume d’oro:
gigli vittoriosi et immortali
che quanto gira il sol non vede eguali.

70E perché troppo a così gran soggetto
inferiori i nostri carmi sono,
dove ’l poco poter manca all’affetto
l’impossibilità trovi perdono.
La guerra universal con fiero aspettoVolturno mette in fuga gli elefanti che scompigliano le proprie schiere, Orgonte riorganizza le formazioni e circonda i cristiani (70,5-76)
s’appicca e stringe, e si raggira il suono,
che di grida mischiato e di lamenti
scorre per l’aria in compagnia de’ venti.

71Onde ritornar fatto al proprio loco
il gran campion l’imperador romano,
negagli il dipartir molto né poco,
e ferma il corno al campo suo cristiano.
E fa contra le belve ardere il foco,
ch’entreran fra le schiere a mano a mano,
a versar armi in mezzo all’armi e porre
le squadre in rotta e gl’ordini disciorre.

72Volturno a sé l’imperadore appella
e sì gli dice: «Omai gli scudi accendi».
Et ei dà ’l cenno, e in questa parte e in quella
folgoreggiando al ciel sorgon gl’incendi.
L’alma luce del sol chiude e cancella
rotando il fumo a i vasti globi orrendi,
e si ravvolge il tenebroso nembo
l’ardente zolfo e le faville in grembo.

73Volgon dallo spavento in fuga messe
le belve a tergo i gravi piè tremanti,
e dove son le schiere lor più spesse
vanno a disordinar cavalli e fanti.
Caggion le genti, e con le torri stesse
gl’uomini avviluppati e gl’elefanti,
né meno i corridor disordinati
traggon fuggendo i carri lor falcati.

74E traboccano in un confusi e misti
le genti e l’armi, e con l’erranti insegne
cader cavalli e rimaner son visti
polverose cataste e some indegne.
Duran gl’incendi e spaventosi e tristi,
pur minaccia la fiamma e non si spegne,
e caggion sempre in nuovi fasci avvolti
rote e carri spezzati e gioghi sciolti.

75Il che veduto, a poco a poco Orgonte
fa riaprendo allontanar le schiere,
e tanto aprir che l’una e l’altra fronte
tornano a ricongiunger le bandiere;
e donde nasca e donde ’l sol tramonte
e donde l’Austro e l’Aquilon le sere
cingon per tutto i Persiani e dentro
i Greci son dell’ampia spera al centro.

76E quinci e quindi e dal suo terzo lato
l’occidental triangolo combatte,
d’ogni banda percosso e circondato,
ma però nulla il suo valor s’abbatte.
Rimaner fanno il puro ciel velato
le volanti quadrella a nembi tratte.
Serransi poscia, e vengon quinci e quindi
a stretta pugna i Persiani e gl’Indi.