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L’amor di Marfisa

di Danese Cataneo

Canto XIII

testo e note a cura di T. Artico | criteri di trascrizione
ultimo agg. 2.03.15 18:41

Prosegue la battaglia tra Marfisa e Eudone: morte di Rinieri (1-6)

1Avea la ferocissima Marfisa
ne l’orrenda battaglia, oltra la molta
turba da la sua lancia e spada uccisa,
al buon Rinieri già l’anima tolta,
perch’ei vedendo in sì spietata guisa
strugger a lei la gente ov’è più folta,
e far, con strage lor, sì orribil cose
col ferro arditamente se le oppose.

2Ma poco spazio contra i colpi fieri
durar poté de l’inclita donzella,
poco gli valse l’esser de i primieri
che adoprar sapess’arme e premer sella,
che d’una punta (ah, misero Rinieri!)
trapassandogli il petto, fu da quella
di vita privo e de la sposa amata,
che assai più che la vita era a lui grata.

3Avea poco anzi il misero marchese
sposata del suo duca una nipote,
la cui beltà d’amor tanto l’accese
quanto uomo alta beltate accender puote.
E quando egli da lei commiato prese,
ella, di pianto aspersa ambo le gote,
cingendo a lui con le sue braccia il collo
ch’ei non dovesse gir molto pregollo.

4Perché mostrato in fiera visione
la mattina le fu di sua partita,
che con lui combattendo un gran dragone
miseramente gli togliea la vita;
e ben sopra il feroce Ippolione
sembrava un drago fier la dama ardita,
fiamme il suo ferro e ’l destrier suo spirando,
uomini, arme e cavalli ambi atterrando.

5Onde al morir l’innamorato sposo
«Ecco,» gridò «dolcissima consorte,
ecco il dragon feroce e spaventoso
ch’or mi priva di te, dandomi morte.
Ohimè perché fa il ciel del sì gioioso
mio stato marital l’ore sì corte?
A cui sì bella, a cui sì giovinetta
morendo or ti lass’io, moglie diletta?».

La battaglia si mescola, Marfisa ferisce a morte Eudone (6-27)

6Volea seguir più l’infelice, e quella
raccomandar al zio, cui puoté a pena
nomar, che morte e l’alma e la favella
gli tolse, e ’l fe’ cader sopra l’arena.
L’udì Marfisa, e sospirar anch’ella
convenne l’amorosa alta sua pena,
perché il suo petto allor pungendo Amore,
ch’era con lei, le fe’ pietoso il core.

7Ma subito crudel ben le fu reso
contra al duca astigian da Marte fiero,
perché dal mortal colpo il duca, offeso
che uccise un così nobil cavaliero,
la vergine affrontò di furia acceso,
e ratto lo seguì più d’un guerriero.
Seguillo Alfegro, Adolfo, et Agilante,
Ernesto, Prando, Omberto et Adrimante.

8Eran, questi quattro ultimi, fratelli,
e mostra a Marte istesso avrian la fronte.
Con due suoi figli ancor, che son gemelli,
segue il suo duca il valoroso Odronte:
Rambaldo e Argusto han nome, e fur da quelli
fatte in armi gran prove nel Piemonte,
ove una insegna a le francesche squadre
tols’un, l’altro la vita al padre.

9Da tali amici il generoso Eudone
seguito, con furor la dama assale.
Et ella a tutti intrepida s’oppone,
sì come a i cacciatori il fier cignale
che irato i cani atterra e le persone
che ferir può col dente micidiale;
scuote a questo di man lo spedo, a quello
sventra il destriero e fa d’ognun macello.

10Ma vietano a quell’inclita donzella
l’uccider di sua man tutti costoro
le dame e i due guerrier ch’eran con ella,
perché affrontati ancor furon da loro.
Lampedia ardita e Floridena bella
si videro, e Gisuarte et Andranoro
ratti assalir col sanguinoso brando
Adrimante et Ernesto, Omberto e Prando.

11Di qua due dame d’alto amor congiunte,
e i duo che presi tien la lor beltate,
di là quattro fratei vibran le punte
e i tagli de le spade insanguinate,
né pon le viste lor tener disgiunte
da i fratelli i fratei, né da l’amate
gli amanti, né da l’una l’altra anch’esse,
le altrui guardando qual le vite stesse.

12Le due di cui il Selvaggio fu consorte,
Ismene e Artemia, c’han già il ferro opposto
a i duo gemelli, o guadagnar la morte
vogliono o ’l premio al lor valor proposto:
proposto ha Carlo in premio a la più forte
render Guidon, s’in libertade è posto.
Ma ben, lasse, il morirne a l’una avvenne,
né l’altra mai l’amato sposo ottenne.

13Mirina, Erminia, Asteria, e Ledora
contra Adolfo, Agilante, Odronte e Alfegro
volgon gli acuti ferri, ond’escon fuora
fiamme che intorno alluman l’aer negro.
Veggio Crisandra et Argillina ancora
con sembiante restar non molto allegro,
ché affrontar lor non tocchi uomini eletti,
e sfogar con lo stuol gl’irati petti.

14Uberto e Rodilan da l’altra parte
battaglia insieme fan crudele e ria.
Chi l’onorate prove d’Agrimarte
e di Bronteo ridir già mai potria?
Essi, per dimostrarsi al fiero Marte
degni del grado di cavalleria
e che san come in campo si combatta,
già de’ nimici orrenda strage han fatta.

15Ma perché per lor mano a terra cada
ancor qualche persona illustre e degna,
contra Clefi Agrimarte a forza strada
si fa, per torgli la ducale insegna;
l’assalta ardito con la fiera spada,
che acquistar quella o sé perder disegna:
vuol acquistarla o provar l’ore estreme,
tanto desir di gloria il cor gli preme.

16Clefi non pur l’assalto suo feroce
sostien, ma lui di gravi colpi offende,
benché Agrimarte è sì al ferir veloce,
che doppia a quello ogni percossa rende;
né ’l lascia respirar, così gli nuoce
col suo furor, che tanto più s’accende
quanto più trova lui pronto e gagliardo
difenditor del nobile stendardo.

17Ma il fier Bronteo che gigantea statura
nel superbo Argolasto e forza vede,
e che ’l suo gran furor morte e paura
fulmina nel suo stuol, ch’a lui sol cede,
grida: «Or lasciate a me tanta bravura
frenar, che se ’l suo ferro più non fiede
di quel che ’l suo gran corpo mi spaventa,
da me sia tosto la sua furia spenta».

18Così dicendo d’un’orribil punta
con grand’impeto il petto gli percuote;
gli apre l’usbergo ond’è la carne punta
de l’empio, ch’udir fassi in queste note:
«Chi tanta forza a tanto ardir congiunta
mostrar fuor che Marfisa o Dudon puote?
Se l’una o l’altro sei, d’adoprar l’armi
teco da solo a sol non vo’ sdegnarmi».

19Con un colpo, in tal dir, fa d’ira segno,
che lo scudo gli tronca di riverso;
benché troncargli ancor faccia disegno
il collo o ’l busto o gli omeri a traverso.
Disse Bronteo: «Son di tai nomi indegno
che chiarissimi van per l’universo;
ignoto è ’l mio ma d’illustrarlo spero
col vincer te, che sei sì gran guerriero».

20Né sol da la sua lingua, ma risposto
fugli un tempo dal suo ferro ancora,
che ne la manca poppa gli ha nascosto,
nel loco ov’egli il punse pur allora.
Grida Argolasto fier: «Dunque sì tosto
convien che senza vendicarmi io mora?»,
così gridando cade e pria l’elmetto
fende e impiaga la fronte al giovinetto.

21Quasi in quel punto che Argolasto altiero
cadde per man del giovane Bronteo,
qual, con altrui stupor, cadde già il fiero
Golia per man del pastorello ebreo,
cader anco Agrimarte il cavaliero
che combattea con lui senz’alma feo,
e senza il bel vessillo, che con molto
suo sangue e molto affanno al fin gli ha tolto.

22Perché questo guerrier, che tra ’l lombardo
popolo in pregio a par d’ogni altro visse,
d’aspre ferite al giovane gagliardo
il petto, il fianco e l’omero trafisse
prima che con la vita lo stendardo
abbandonando il misero morisse.
Morì tronco una mano e trapassato
fieramente la gola e ’l manco lato.

23Ma innanzi il fin di così degno alfiere,
Marfisa il duca a morte avea ferito,
né potend’ei più il brando sostenere
così gridar, morendo, fu sentito:
«Reggete, amici, voi le nostre schiere,
ché di mia vita il corso ho già finito.
Ahi doppio traditor, perfido Gano,
quanto il dar fede a i fraudolenti è vano!».

24Ritenne in aria a quella voce il mosso
ferro da lei l’intrepida donzella,
col qual già mortalmente ella percosso
gli avea la testa, un fianco et una ascella,
ma lo avventarsi con le spade addosso
Alfegro, Adolfo et Agilante a quella
le tolse il più poter del duca udire
i detti, e ’l più poterlo anco ferire.

25Perché, sentita ognun di lui la voce,
tosto per dargli, se poteano, aita
de le dame lasciàr lo stuol feroce,
avendon’una a morte già ferita.
E vèr Marfisa andò ciascun veloce,
la qual, rivolta a quei, con fronte ardita
a due di loro in pochi colpi diede
di tal superchieria degna mercede,

26che, aggiunta al brando ancor la manca mano,
fin al collo ad Alfegro il capo aperse,
e fe’ ruinar seco Adolfo al piano,
cui da le spalle al ventre il ferro immerse.
L’erbe anco i colpi suoi non mossi in vano
avrian del sangue d’Agilante asperse,
s’a la vergine anch’ei le forze sue
opposte avesse allor con gli altri due.

27Ma com’uom ch’è di lor più generoso,
ne l’assalirla co i compagni suoi,
gridando: «Ah, troppo è vile e vergognoso
contr’un solo il pugnar più d’un di noi»,
si stringe a canto al duca a cui doglioso
spirto del corpo fuor tosto uscì poi,
e confortandol con pietosi accenti,
lo scherme ancor de l’inimiche genti.

Morte di un longobardo, dei suoi quattro figli e delle donzelle armate Erminia e Ismene (28-50,2)

28De l’elmo intanto i lacci ha tronchi Omberto
a Floridena, e già caduto l’era,
e rilucer il crin già discoperto
fece d’aureo splendor quell’aria nera;
indi ferito il capo e prima aperto
le fu lo scudo da percossa fiera,
ché non ebbe il crudel riguardo ch’ella
fusse ignuda la testa e damigella.

29Accortasi di ciò Lampedia ardita
grida: «Ah, mia Floridena!», e con veloce
moto a colui s’oppon che l’ha ferita.
Senton Gisuarte et Andronor tal voce,
né con furia maggior per dar aita
a la giovenca sua tauro feroce
spinge le corna contra al lupo, ch’abbia
già insanguinate di lei le crude labbia,

30che spinga allor quel giovinetto e questo
contra Adrimante e Omberto il crudel brando,
con cui l’un fesso il capo al forte Ernesto,
e l’altro offeso ha mortalmente Prando.
Qual fulmine è Gisuarte a ferir presto
Omberto, a quello un fianco trapassando,
né men pronto a percuoter Adrimante
è di Lampedia il valoroso amante.

31Ne le coste il percuote, e aggiugne Amore
tanta forza al suo braccio che, l’usbergo
forando, entra la spada appresso il core
e riesce la punta dietro il tergo;
«Vendicate Adrimante, ohimè, che muore
(grid’ei), fratelli amati», e del suo albergo
esce con questo dir la miser’alma,
cadendo in terra la corporea salma.

32Ferìr l’orecchie de i fratelli e i cori
questi ultimi di lui dogliosi accenti,
onde i due vivi contra gli uccisori
d’Adrimante e d’Ernesto, d’ira ardenti,
per mostrar che i fraterni saldi amori
de i lascivi non meno eran possenti,
spingon lor contra i brandi sanguinosi,
di far vendetta o di morir bramosi.

33Con tant’impeto l’un Gisuarte dietro
l’elmo e l’altro Andranor nel petto fière
che, rotte ad ambo l’arme come vetro,
questo impiagato fu, quel per cadere;
ma ben d’uopo a Gisuarte era il feretro
s’allor no ’l difendean le dame altiere
da l’altro colpo, onde volea l’ardito
Prando ferirlo, mentre era stordito.

34Elle, in quel che caduto il giovinetto
è in su ’l collo al destrier, non pur gli fanno
scudo, ma il feritor talmente è stretto
da i ferri lor, ch’al fin morte gli danno.
Mentre Prando, trafitto il fianco e ’l petto,
prova cadendo al suol l’ultimo affanno,
sorto è Gisuarte, e subito furore
gli avvampa e gran vergogna il volto e ’l core.

35L’averlo un colpo solo allor, presente
l’amata sua, così del senso scosso
gli infuria il petto, e fa ch’alto duol sente,
rendendol come fiamma ardente e rosso.
Rabbioso freme e batte dente a dente,
prende il ferro a due mani e n’è percosso
con tanta forza Omberto, che dal manco
omero il taglia fin al fianco destro.

36Misero, che non pur quel colpo fiero
crudelmente il ferì, ma in quello stesso
tempo due altri ancor restar lo fèro
scemo d’un braccio, e ne la fronte fesso;
Floridena e Andronoro allor gli diero
quelle percosse orribili, perch’esso
a lei pur dianzi il capo avea piagato
et a lui pur allora il manco lato.

37Così il meschin, ferito in uno istante
con furia tal da tre nimiche spade,
gridando «Or t’accompagnano, o Adrimante,
tutti i miseri tuoi fratelli» cade.
Fu sua sventura se ’l percosser tante
destre in un tempo sol, non già viltade
di chi ’l ferì, che a ciò da l’ira tutti
non guardando l’un l’altro furo indutti.

38Né già l’aver questi infelici spenti,
che gli han feriti, sfoga i lor furori,
ma qual leoni offesi da i pungenti
strali de gli affricani cacciatori
che, non bastando insanguinarsi i denti
e i fieri unghioni sopra i feritori,
da l’ire lor nel sangue ancor son tinti
de i cani e de i cavalli onde son cinti,

39tal essi allora i sanguinosi ferri
tingon nel sangue ancor d’altri nimici,
con grand’impeto entrando ove si serri
più la lor calca a sfogar l’ire ultrici,
né colpo alzando mai che non atterri
o morto o vivo alcun de gl’infelici.
Ma perde intanto Erminia, che ferita
fu dianzi a morte (ah misera!) la vita.

40Trapassata ad Erminia avea la gola
Alfegro, anzi ch’Eudon salvar tentassi,
onde il sangue perdendo e la parola,
caddero i membri suoi languidi e lassi.
Allor gridò Mirina «Ah come sola,
sorella amata, e senza cor mi lassi!».
Così dicendo, impetuosa Odronte
percosse ad ambe man sopra la fronte.

41Leodora et Asteria anco il percosse
quella in un fianco, in una spalla questa,
dal duol c’han per Erminia ad oprar mosse,
cosa non punto a cavalieri onestaS | henesta.
Da tal superchieria, da tal percosse
pietà ne’ figli del ferito è desta,
i quai, con le due mogli del Selvaggio
pugnando, vider fargli un tanto oltraggio.

42E gridando «Rinfranca, o padre, il core,
ecco che ti soccorrono i tuoi figli»,
lascian le dame, e da paterno amore
spinti, corrono a trarlo di perigli.
Gli seguon esse, colme di furore,
e da l’ardita Ismene, avanti a i cigli
del padre, è aperto il capo in fin al busto,
con un colpo d’accetta al fiero Argusto.

43Cade il meschin, qual bue cade al macello,
da secure gravissima percosso,
e grida nel cadere: «Ohimè, fratello,
soccorti il padre tu, poi ch’io non posso».
Ah, con che core, e da che fier coltello
traffitto il vedi in su l’erboso dosso
cader, padre infelice, e con qual duolo
sente la voce tua l’altro figliuolo.

44Te, con languido suon, gridar allora
l’altro gemello in questa guisa udio:
«Ahi crudel, ch’in su gli occhi un figlio anzi ora
m’uccidi! O figlio amato, figliuol mio,
che già salvasti, e che salvar ancora
volevi or la mia vita! Ah, perché anch’io
tua morte vendicar non posso almeno?
Ma sentomi gli spirti venir meno.

45Ecco poi che m’è tolto il vendicarti,
ché morir teco mi costringe il duolo;
e ben, ben debbo or morto accompagnarti
se vivo mai non mi lasciasti solo.
Sforzati or tu, Rambaldo, di salvarti,
perché a tua madre almen resti un figliuolo;
la qual, se pur vivrai, ti raccomando».
Così detto spirò, Cristo invocando.

46L’avute piaghe, e più ’l dolor del morto
figliuolo ucciser l’infelice Odronte,
il cui misero fine avendo scorto
Rambaldo, ch’era con le dame a fronte,
«Ohimè, padre,» gridò «dia pur conforto
a mia madre Giesù, che a seguir pronte
son le mie voglie or te col fratel mio,
ma pria qualche vendetta far desio».

47Così dicendo qual tigre rabbiosa
sopra l’ucciditor de propri figli
furibonda s’avventa, e sanguinosa
l’empia bocca ne rende e i fieri artigli,
tal egli contro Ismene impetuosa-
mente, per che di lei vendetta pigli,
con lo stocco arrestato il destrier spinge,
e la percuote là dove si cinge.

48L’usbergo e ’l ventre (ah misera) le passa;
appar fuor de le reni il ferro acuto;
ella, spirando l’alma, il capo abbassa,
ma prima che lo spirto aggia perduto,
grida: «O Artemia, lo sposo a te si lassa:
poi che riaverl’io non ho potuto».
Grida Rambaldo: «Anch’ei, padre e germano,
questo sangue v’offrisco di mia mano.

49Parer questa vendetta il duol più lieve
mi fa del morir vostro e de la morte
ch’or da tant’armi il corpo mio riceve,
per correr vosco una medesma sorte».
Ciò disse perché allor con l’accia greve
lo ferì di Guidon l’altra consorte,
e lo percosser con le spade ancora
Mirina invitta, Asteria e Leodora.

50Mentre ad accompagnar padre e fratello
da tante man Rambaldo è in terra spinto,
Rodilano il crudel, ch’era a duelloMarMarfisa risparmia Agilante, leale verso il suo signore (50,3-55)
col sir d’AlverniaS | d’Avernia anch’ei rimane estinto.
Resa ancor l’alma al cielo Eudone ha in quello,
e di sangue Agilante ha il suol dipinto,
di sangue tratto a lui dal braccio fiero
de l’invitta sorella di Ruggiero.

51Però che il giovinetto ardito e forte
vistosi il duca suo morir allato,
Marfisa assalse, e disse: «O che avrò morte,
o il mio signor da me fia vendicato;
s’in vendicarlo avrò contraria sorte,
mi fia, poi ch’egli è morto, il morir grato».
Ciò detto, il capo a lei d’un tal fendente
ferì che la fe’ batter dente a dente.

52Ella, ancor che notati i generosi
suoi gesti e detti avendo odiar no ’l possa,
pur non soffrendo ch’altri offender l’osi
senza la pena, tosto ad ira è mossa,
e render l’erbe e i fiori sanguinosi
gli fa con grave orribile percossa,
lo scudo opposto trapassando et anco,
con la corazza, a lui forando un fianco.

53Ei, mentre il ferro nel suo fianco immerso
trae fuor l’altiera, il braccio le percuote,
l’introna e glie lo avria tronco a traverso
ma le dur’armi sue tagliar non puote.
Grida anco intanto: «Ecco, o signor, ch’io verso
già il sangue per seguirti, e per far note
l’ardenti voglie mie di vendicarti,
che ciò col sangue sol posso mostrarti».

54Marfisa, in cui in un tempo il parlar pio
del giovinetto intenerisce il core,
e sì tormenta il braccio il colpo rio,
che ’l brando sostener non ha vigore,
dicendo «Uccider te già non desio,
poi che sì fedel sei col tuo signore,
e sei sì valoroso cavaliere,
ma vincer sì», d’un gran riverso il fière.

55Di piatto, per men nocergli, il ferisce
sopra una tempia, ma sì il colpo è fiero
ch’egli, de’ sensi uscito, tramortisce
e cade in terra al fin giù dal destriero.
Ella ch’ei non sia morto proibisce,
ponendo in guardia sua più d’un guerriero.
Dipinge intanto il misero che langue
il verde prato di purpureo sangue.

Fine della battaglia e commozione del narratore (56-59)

56Seguita impetuosa e violente,
co i suoi l’uccision la dama invitta,
distruggendo, atterrando il rimanente
de la nimica omai schiera sconfitta.
Qual incendio crudel che agevolmente
il quasi arso palazzo a terra gitta,
caduti archi, pilastri e mura, primi
sostegni di sue stanze ampie e sublimi,

57tal con Eudon, distrutti i cavalieri
de l’astigiano stuol sostegni e guide,
senza contesa il resto de’ guerrieri
nimici allor la franca spada uccide.
Ma cantar debbo ogni or gli orrendi e fieri
tuoi gesti, o Marte? i gemiti e le stride
de i percossi da te? l’empie e profonde
lor piaghe? e ’l sangue onde la terra innonde?

58Debbo di te narrar sempre i furori,
sempre l’uccision, la crudeltade?
Quetin le trombe omai gli alti clangori,
ferminsi omai le percotenti spade,
ch’io veggio i vinti in dono a i vincitori
chieder la vita, e non trovar pietade,
ma tutti in guise orribili morire,
fuor che Agilante sol, che n’ha desire.

59Veggio il francesco stuol già roco e stanco
di gridar, di ferir contra i nimici,
e, insanguinato l’abito lor bianco,
dal nimico non più scerner gli amici.
Già vengon per pietà miei spirti manco
l’empia strage a pensar de gli infelici,
ch’un sopra l’altro co i cavalli insieme
cuopron, sanguigni, l’erba che ne geme.

Artemidora raggiunge il campo di Marfisa, si lamenta delle decisioni prese da Carlo e viene rimproverata (60-101)

60Ma già Marfisa avendo con sue genti
fatto correr non sol di sangue il prato,
ma insieme ancor quei rapidi torrenti
che le passan dal manco e destro lato,
e tutti essendo i suoi nimici spenti,
fuor che ’l giovane sol da lei campato,
fa raccòr tutte intorno a le bandiere
vittoriose le sue sparse schiere.

61Uscir le fa del loco sanguinoso
che il morto stuolo orribilmente ingombra;
fa i feriti curar, prender riposo
a tutti infin che ’l dì la notte sgombra.
Ma poi ch’ebbe lasciato il vecchio sposo
la diva che sparir fa l’umid’ombra,
ecco quivi apparir col nuovo giorno
dama real con nobil gente intorno.

62Era quest’alta dama la regina
d’Islanda, Artemidora nominata,
che d’intorno a Pavia l’altra matina,
non avendo Marfisa ritrovata,
e seguendola il dì, giunse vicina
al loco ove la notte era alloggiata;
poi, inteso ove ella andasse e quel che avvenne
tal notte, ivi a trovarla a l’alba venne.

63Già Dio lodar co i sacrifici usati
fatto avea la sorella di Ruggiero,
e seppellir i morti suoi soldati
fuor che le dame e qualche cavaliero,
perché con ricchi e nobili apparati
lor desse il re più degno cimitero,
e già partia le spoglie a i vincitori,
le lode, i premi e i meritati onori,

64quando varcate del torrente l’acque,
quivi arrivò la bella Artemidora.
Oh quanto di trovarla si compiacque
nel degno ufficio in cui trovolla allora,
quanto il suo aspetto eroico le piacque,
e più di quel ch’ella sperava ancora!
Nel rimirar l’armata sua persona
parle, scesa dal ciel, veder Bellona.

65Per vederla si ferma et ascoltarla,
colma d’alto piacer, d’alto stupore;
e mentre ella si move e mentre parla
scaldar d’onesto amor si sente il core.
Stassi in disparte, e per non disturbarla
dal premiar il militar valore,
non osa avanti a l’alta sua presenza
gir, come brama, a farle riverenza.

66Ma la rara beltà d’Islanda, ch’arse
al buon Germando il core e a gli altri amanti,
l’abito altier, le gemme in quello sparse,
perle, smeraldi, rubini e diamanti,
fèr che tanto splendor nel campo apparse,
che mosser gli occhi e i piè de’ circostanti
a gir vèr lei con alta maraviglia
et a mirarla con immote ciglia.

67Marfisa, ch’ella ancor la guarda e ammira,
ben frena il piè ma non la vista, vaga
de l’unica beltà ch’in lei rimira
e de la gonna sua leggiadra e vaga.
Or al bel volto or al bel fianco gira
le luci, e più che vede più s’appaga;
or a le gambe or a le braccia porge
lo sguardo, e loda a pien ciò ch’in lei scorge.

68Ma ben lodar ciò ch’era in lei potea,
ben maraviglia prenderne e diletto,
che non donna parea ma immortal dea
a i modi accorti, al bel leggiadro aspetto.
Et oltra ciò il bel abito che avea
gli ornava con grazia il fianco e ’l petto
che Zeusi non l’avria col suo pennello
dipinto né più vago, né più bello.

69Tutto è di verde seta e di fin oro
l’altero abito suo corto e succinto;
vagliono inestimabile tesoro
le varie gemme ond’è sparso e distinto;
e fatto è con sì vago e bel lavoro
che sopra le sue membra par dipinto;
è l’artificio suo di tal maniera
qual conviensi a gran donna et a guerriera.

70L’aureo cappel che lei dal sol difende,
pur verde anch’egli, con ardente lume
di grosse perle e di zafiri splende;
e da quel surgon verdi e folte piume,
le quai più grate a l’altrui vista rende
l’aura, ch’ora le sparge or le rassume.
Sied’ella in atto umilemente altero,
sopra un feroce e candido corsiero.

71I cavalieri, i paggi e le donzelle
de la famiglia sua, che fur ben cento,
fatti a varie livree superbe e belle
di seta i panni avean d’oro e d’argento.
Il disegno parea di man d’Apelle
e ricco era di sorte ogni ornamento,
ch’in dubbio altrui ponean se maggior parte
avesse in quelli o la ricchezza o l’arte.

72Non mai Venere a Pafo, allor ch’ell’arse
del bel garzon che poi cangiossi in fiore,
più adorna, più leggiadra e vaga apparse
tra l’alme Grazie in compagnia d’Amore,
con l’auree chiome avvolte e a l’aura sparse,
cinta d’etereo lucido splendore,
di quel che allor tra i compagni sì bella
quivi apparisse la real donzella.

73Marfisa a i modi e a gli abiti che scorse
già in Ullania e in quei re, co i servi loro,
ch’esser potria costei tra sé discorse,
colei che le mandò lo scudo d’oro;
e tanto più del vero ella s’accorse,
quanto più le sembrò dal sommo coro
esser discesa, al bel ch’insieme accolto
discerner le parea nel suo bel volto.

74Quella beltà di cui le disse avante
Ullania, a punto come la dipinse,
veder le parve nel suo bel sembiante;
onde a trarne un sospiro Amor la spinse,
perché sapendo ch’era anch’ella amante
del cavalier ch’in sonno il cor le avvinse,
tosto un freddo timor l’alma le oppresse
che veggendola anch’ei d’amor n’ardesse.

75- Ohimè, – dicea tra sé – s’ama costei
il bel campione, e per consorte il brama,
com’esser può che quando ei veggia in lei
tanta beltà, che supera la fama,
non se n’accenda e accresca i dolor miei,
sposando una sì bella e nobil dama?
Ahi, che ’l venir di lei mi dà temenza
non le piacer di Carlo la sentenza!

76Non seco Ullania e non Germando veggio,
indicio che non vano è il timor mio.
Se vero è questo, e se com’io preveggio
vien per meco restar, consentol io?
voler sì gran rivale a canto deggio?
Non già, se duol più grave non desio,
ch’ella, a Guidon bramando esser sposa,
sempre in parlar di lui mi fia noiosa -.

77Così nel rimirar quella divina
beltate e quella angelica maniera,
tra se stessa dicea, quasi indivina
di quanto esser dovea, l’alta guerriera;
quando essendole giunta assai vicina
d’Islanda la real vergine altiera,
per umil dimostrarsele e cortese
e farle onor, del suo destrier discese.

78Come Marfisa dismontar la vede
e poi movere il piè per onorarla,
per servar quel ch’a cortesia richiede
move il passo ella ancor per incontrarla.
Inchina Artemidora il volto e ’l piede
e nel ginocchio poi cerca baciarla;
Marfisa alto la leva e la sostiene,
e che dimandi attende e perché viene.

79Poi che si fu da l’una e l’altra parte
di real cortesia mostro ogni segno,
colei che per seguir il fiero Marte
avea lasciato il suo paterno regno,
servando a pieno ogni decoro, ogni arte,
comincia a discoprir il suo disegno;
onde parlar a l’inclita Marfisa
con real degnità s’ode in tal guisa:

80«Vergine, il cui gran nome più che umano
qual sol risplende e porge altrui stupore,
io che d’Islanda il regio scettro ho in mano
e sempre la milizia ebbi nel core,
vengo quasi dal fin de l’oceàno,
innamorata del tuo gran valore,
per apprender questa arte illustre e degna
sotto la tua vittoriosa insegna.

81Prima verso Pavia la strada presi,
credendo appresso a Carlo ritrovarti,
onde d’Ullania e de i due regi intesi
che se ne gian vèr le natie lor parti.
Sendomi il tuo camin poi mostro, ascesi
questo monte vicin, per seguitarti,
e volli, pria ch’a te drizzassi il piede,
la sentenza saper che Carlo diede.

82Ma non già starmi a tal sentenza intendo,
perciò che il mio voler non fu mai tale.
E se ben io Germando assai commendo
e so che molto m’ama e molto vale,
non però il suo valore esser comprendo
a quel de i più famosi in arme eguale;
et io sempre bramai d’aver consorte
colui ch’al mondo sia più ardito e forte.

83S’aver Rinaldo, Orlando e ’l tuo Ruggiero,
de’ quai non vive altr’uom più forte e saggio,
m’è tolto, aver desio quel cavaliero
che si fa nomar Guidon Selvaggio.
E se pur d’ottener sì gran guerriero
per mio sposo e signor grazia non aggio,
ne voglio un altro almen sì in arme chiaro
che possa star d’ognun di questi al paro.

84Guidon Selvaggio sol, per quel ch’io n’odo,
può star a par d’ogni guerrier più forte,
e più d’ogni altro il bramerei con nodo
felice marital far mio consorte;
ma il re che mi dà Carlo a nessun modo
vo’ far imperator de la mia corte,
se qualche prova in lui non veggio prima
che ’l faccia di più lode e di più stima.

85E men l’altro giudicio a me par buono,
che quel per arte et or sì risplendente
scudo ch’a te mandai d’altri sia dono,
contra l’intenzion de la mia mente.
Or che reso mi sia disposta sono
e sposo aver ne l’armi il più eccellente,
e però t’aggio il mio servizio offerto
per farmi in guerra anch’io di qualche merto.

86Vorrei l’orme seguir de le tue piante
fin che col giro suo, col suo calore
il sol tre volte a queste verdi piante
avesse rinovato il frutto e ’l fiore,
ché, sendo appresso a te guerriera errante,
forse anch’io diverrò di tal valore,
ch’esperienza far potrò con l’armi
d’ognun ch’al nodo suo voglia legarmi.

87Tutti i popoli miei pregata m’hanno,
perché successor nuovo abbian nel regno
ch’io m’accompagni; et io, dopo il terz’anno,
di compiacer al desir lor disegno.
E tra quei forti eroi ch’oggi si danno
al bellico esercizio illustre e degno
te per mia guida eleggo in sì bell’arte,
per seguir teco in tanto il fiero Marte.

88Or per quella virtù ch’in te risplende,
ti prego ch’abbi a grado il mio desio:
da te il mio onore e ’l mio sposo depende,
e da te il successor del regno mio,
che, se milizia mai per me s’apprende,
potrei, col mezzo tuo salir anch’io
in pregio tal ch’ogni guerrier più forte
forse mi brameria per sua consorte».

89Così con grazioso umile sembiante
la vergine real d’Islanda disse,
e quante fur le sue parole tante
fur punte onde a Marfisa il cor trafisse,
che, mentre la secreta accesa amante
l’udì tenendo in lei le luci fisse,
sentì il cor trapassarsi e fieramente
or da agghiacciata or da saetta ardente.

90Lo sdegnarsi ella che la graziosa,
la leggiadra e magnanima regina
brami Guidone, e ’l temer ch’egli sposa
si faccia lei, ch’è di beltà divina,
fur la fredda saetta e la focosa
che trapassaron l’alma alla meschina.
E ben col far le guance or smorte, or rosse,
diè segno dell’interne aspre percosse.

91Ma se volerla seco o ricusarla
pur deggia, il cor vie più le affligge e preme:
discortesia le pare il rifiutarla,
poi che la dama ha in lei tal fede e speme,
ma sciocchezza e stoltizia l’accettarla,
poi che Guidon per lei di perder teme.
Teme di perder lui che aver desia,
né però il vuol, né vuol che d’altra ei sia.

92Dalla ragion, dal senso è combattuta,
né sa, lassa, che far: la ragion tenta
che la dama da lei sia ricevuta;
fa il senso ogni opra ch’ella no ’l consenta.
Pur in tal pugna, benché irrisoluta
della risposta, a cui già l’altra è intenta,
con men turbata fronte ch’ella puote,
scioglie, altiera, la lingua in queste note:

93«Se tu, che sei regina, le parole
scritte ad Ullania tue mantener vuoi,
ad apprender milizia ad altre scole
che a quelle del tuo sposo andar non puoi.
Sol Germando è il tuo sposo, come vuole
il dritto e chieggon gli alti merti suoi;
e ben fe’ chi a lui, tuo degno amante,
te diede e l’aureo scudo al forte Argante.

94Son venti dì che Ullania tua mi lesse
quelle che le mandasti ultime carte,
ov’era scritto che, s’a me piacesse,
seguir meco volevi il fiero Marte;
ma se sposo a tua voglia il ciel ti desse,
ch’ei sol t’insegneria la bellica arte,
dicendo non poter la miglior guida
che il proprio sposo aver, né la più fida.

95E che me sola a consigliarti eletta
avevi per dar fine al tuo disegno,
disposta esser da me guidata e retta
nel voler, nella vita e nel tuo regno.
Cagion dunque io della sentenza retta
di Carlo in far Germando di te degno
e del tuo scudo Argante stata sono,
perché del voler tuo mi festi dono.

96Io fui che Ullania spinsi a Carlo avanti
perché esequisse il tuo desir primiero,
com’era giusto, poi che i regi amanti
nella cavalleria nullo error fèro,
dicendo ognun che gli abbattero incanti,
non forze della sposa di Ruggiero,
ben ch’abbian qual colpevoli patita
gran pena, e l’un perdutane la vita.

97Tal morte e pena c’han per te sofferta
più cortese con lor farti dovria,
se ben anco i due vivi non esperta
la spada e l’asta avessero a Pavia,
ove ha mostro ognun d’essi ch’ei ti merta,
oltra le prove che n’han fatte pria
e nel tuo regno e in Francia ov’ambi, come
sa il mondo, alzato al cielo hanno il lor nome.

98Se d’alcun de gli eroi da te nomati
fatto prova non han questi due regi,
come avevi desir, ben n’han provati
due altri a par di quei nell’arme egregi:
l’uno è Aquilante, il qual tra i più lodati
guerrieri splende di lucenti fregi,
l’altro è Gisuarte qui, ch’in sì verdi anni
pareggia ognun ne i marziali affanni.

99Vano è il bramar Guidon per tuo consorte,
ch’oltra ch’ei prigioniero è de’ Guasconi,
sposo è di questa dama ardita e forte,
ch’oggi pochi nell’arme ha paragoni.
A lei, che posta a rischio della morte
s’è per lui tra l’armate legioni,
e che col sangue or guadagnato l’have,
so che stato è il tuo dir molesto e grave.

100Ma ben cred’io che se nel dir sei stata
con lei, meco e con altri ingiuriosa,
ti mostrerai nell’opre a ciascun grata,
poi che non t’è la verità nascosa;
e che del nobil grado esser ornata
della cavalleria sei desiosa,
ch’obliga ognuno ad esser ne’ suoi detti
verace sempre e giusto ne gli effetti.

101Ne l’opre e nel parlar giusta e verace
sarai, s’al tuo Germando dai te stessa
e lasciS | l’asci l’aureo scudo a l’altro in pace,
osservandomi a pien la tua promessa,
poi che già pronta a far quanto mi piace,
fu la tua volontade in me rimessa.
Così grata a ciascuno, in ogni parte
seguirai col tuo sposo Amore e Marte».