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Babilonia distrutta

di Scipione Errico

Canto I

testo e note a cura di T. Artico | criteri di trascrizione
ultimo agg. 2.05.15 9:12

ARGOMENTO
Si fa la mostra, e ’l Turco è anciso e vinto.

Proemio (1-6)

1Canto l’arme di Scizia, e d’un guerriero
la pietà, la virtù, che il feo costante
contra l’ira amorosa e l’amor fiero
d’una più bella e più superba amante,
quando a la possa del suo brando altiero,
cint’ei di zelo e d’arme invitte e sante
la superba Babel, come al Ciel piacque,
tra le ceneri sue sepolta giacque.

2Muse superne, voi, voi che movete
ad eterna armonia l’eterna lira,
e trar col suono e trattener solete
ciò che in sé l’universo accoglie e gira,
voi la mente confusa in me regete,
mentre vostra virtù l’informa e inspira,
voi le larve sgombrate, e al gran pensiero
rivelate distinto il certo e ’l vero.

3Tu, che di virtù l’alma, e d’alta e pia
purpura, o gran Maurizio, orni la chioma,
o sol nascente al cui splendor, qual pria,
spera un dì farsi illustre Italia e Roma,
tu cortese m’affida, onde non sia
vinto il picciol valor da la gran soma:
forse di te con più canori carmi
dire un giorno ardirò l’imprese e l’armi.

4Chi sa se mai di tre corone cinto
altamente sedendo in Vaticano,
da te sia contra il Trace in lega avvinto
l’Ibero, e ’l Franco, e l’Italo, e ’l Germano.
Sarà lor Duce a tanta impresa spinto
il maggior tuo fratello, eroe sovrano;
ei che per le provincie oppresse e dome
gran Vittorio dirassi a i gesti e al nome.

5De le spoglie de l’Orto il chiaro Occaso
ornerà Filiberto ogni pendice
con l’armata cristiana, e ’l gran Tomaso
fia de l’ira del Ciel la destra ultrice.
I figli vincitor dopo il gran caso
il tuo gran padre in senettù felice
accoglierà trionfanti, e fia in mirarlo
co’ paladini suoi l’antico Carlo.

6Abbasseran gli scettri in lieta pace
al tuo gran piè l’Indo, lo Scita, e ’l Moro;
e con l’onor de l’alma fé verace
fia che al mondo ritorni il secol d’oro;
allora io m’ornerò fra gli altri audace,
per dir tuoi pregi, del toscano alloro.
De la vinta Babel benigno in tanto
ascolta e l’alta impresa e l’umil canto.

Rassegna dei due campi (7-42)

7Sparso d’acqua vitale a viva e vera
vita era nato immortalmente in Cristo
il gran re Scita, allor che l’alma altiera
a sacro volse ed onorato acquisto,
onde Alone, il fratello in cui ben era
il saper al valor congiunto e misto,
mandò a far de i cristian vendetta acerba
ne l’Asia, ed atterrar Babel superba.

8Egli armosse, e qual folgore o baleno
venne tra Persi ed Indi, e vide e vinse,
e di sangue pagano avido e pieno
giunse e Babelle in duro assedio strinse.
Intanto in suo soccorso il rege armeno
con mille aventurier pronto si spinse;
lieto raccolse Alone il re cortese
e con detti e con opre, e a grado il prese.

9A questi egli racconta a parte a parte
le sue vittoriose alte venture,
e chiede ancor qualche consiglio ed arte
che possa agevolar l’opre future.
Ma, acciò sian fatte in quello incerto Marte
con accorto pensar cose mature,
vuol che si veda il consiglier prudente
del campo invitto la guerriera gente.

10Così sendo conchiuso a le famose
falangi, per voler del sommo duce,
ch’a mostra ogn’un s’appresti allor s’impose
a i primi rai della diurna luce.
Venne quel giorno, e sotto le pompose
insegne ogni un s’aduna e ’l pian riluce
di lucid’armi in vaga guisa intorno,
dal Sol percosse e si radoppia il giorno.

11Vedeansi dentro un gran piano armi e bandiere
ed azzurri stendardi e persi e gialli.
S’udia vario rumor di trombe altiere,
e sonar ferri ed annitrir cavalli;
e in un gran calpestio d’armate schiere,
e ’l folgorar de’ lucidi metalli,
onde polvere alzando e ferrei lampi
par la terra sospiri e l’aria avampi.

12Un magnifico tron d’alto ornamento
sovra d’un picciol colle era in disparte,
che qual candido ciel di terso argento
auree stelle lucenti intorno ha sparte.
Fiocchi, fregi, lavori ha sciolti al vento,
e vinta cede la materia a l’arte.
qui sta il Duce, e falangi appresso stanno,
che custodia d’intorno e pompa fanno.

13Ei su ’l gran seggio in placidi e superbi
Moti raggira il grave e regio sguardo.
Par che mille disegni asconda e serbi
nel cupo del pensier profondo e tardo;
mostra il bel viso e dolci insieme e acerbi
i gesti, e forze invitte e cor gagliardo,
e tra le nubi d’alterezza involto
manda lampi d’onor l’aria del volto.

14Fam’è, che mentre in sen la madre avea
guerrier sì degno, a sì chiar’opre eletto,
leone in sogno partorir parea,
che di vaga donzella avea l’aspetto.
L’alto valor, che questo aver devea,
da ben mille indovini allor fu detto:
e che sarebbe a lui mal paragone
Ercole, Achille, ed Ettore e Sansone.

15Disser del corpo ancor la tanta e tale
grazia, pregio, bellezze infuse e sparte,
del corpo a cui simil finger non vale
stanca in lui la natura e vinta l’arte.
Così con forza a la bellezza eguale
parver giunti in costui Venere e Marte,
e mentre il guardo e mentr’il brando gira
l’una e l’altra virtude in lui s’ammira.

16Così con fregi opposti un idol pare
non vide mai, non mai conobbe il mondo;
or alletta mill’alme, ed or tremare
mille petti esso fa dal cor profondo.
Così mostra talor tranquillo il mare,
specchio a le stelle, trasparente il fondo,
or alza qual Tifeo, con roche strida,
monti a monti di spuma, e ’l ciel disfida.

17Ed ora è via più vago e a l’alme adduce
dolce stupore e di se stesso ha il vanto,
mentre in pomposo trono egli riluce
ricco d’arme dorate ed aureo ammanto.
Così sedeva il valoroso duce
mentre passavan le sue squadre intanto,
e al passar presso a lui chinan le schiere
in segno d’umiltade arme e bandiere.

18A mirar l’alta mostra i cieli intenti
d’un azzurro seren lieti s’ornaro,
ed affidavan le cristiane genti
che di ferro in lor pro le destre armaro.
Ogni nube sgombrosse, e i fieri venti
perturbator de l’aria allor cessaro,
e lieto il Sol versò tra lampi d’oro
de la luce immortal tutto il tesoro.

19Ma voi, che da le sfere a pien vedete
l’opre del basso mondo eccelse menti,
e in voi medesme le figure avete
de le cose passate ognor presenti,
voi dolce aita al mio cantar porgete,
onde tragg’io de le famose genti
a l’aure al fin dal cieco oblio profondo
ogni schiera, ogni duce e ’l mostri al mondo.

20Primo Arbace passò, che su l’antiche
ciglia dimostra il gran valor discritto;
i lussi ebbe a disdegno, e a le fatiche
usò per mezzo gli aggi il corpo invitto,
vegliò le notti, ed abborrì l’amiche
piume, e negossi volontario il vitto:
Di Cataio a caval duo milia adduce,
e mostra lor virtù chi sia lor Duce.

21Schiera poscia ne vien, che d’ostro e d’oro
e di pompe superbe adorna splende.
Treman cimeri, e fiocchi, e ’l bel tesoro,
avvivato dal sol, col sol contende.
Sovra i gran Cavalier d’aureo lavoro
tempestato di fregi il drappo scende.
Son duo milia di Tarso e ’l Capitano
è Guiboga re lor, guerrier sovrano.

22Costui, che da quei re che al Dio nascente
Portar doni in Giudea l’origin vanta,
il gran Duce seguì con scelta gente
e la figlia Argellina a l’opra santa.
Ma dopo varie imprese, ecco repente
viva dal genitor costei fu pianta,
perché tolta gli fu, né sa in che guisa,
innanzi a lui da nube atra e improvisa.

23Di Quisnai quattro milia in su l’arcione
guida Alvan, che d’orror si pasce e vive,
e in caratteri di sangue ogni ragione
con la penna mortal superbo scrive.
Altre tante l’intrepido Metone
scelse a guidar da le gelate rive:
ove l’altiero Polifango inonda
Cambala, che di merci ed armi abonda.

24De la provincia di Zangut Abaga
cinque milia ben scielti in sella adduce:
stuol che non splende d’or ma sol s’appaga
del guerriero splendor di ferrea luce.
E di Sarmati schiera errante e vaga
sovra agili destrier Faron conduce.
Pondo questi non han che il corpo aggrevi,
ne le guerre incostanti, industri e lievi.

25Squadra poscia ne vien d’eroi vaganti
u’ del campo s’unì la pompa e ’l fiore.
Scherza in essi la gloria e ne i sembianti
lor inclita virtù spiega l’onore.
Fan le ters’armi e le virtù prestanti
un doppio lampo, un gemino splendore,
e di lor ferri, e di lor chiare palme
abbarbaglia la luce i sensi e l’alme.

26Questi modesto il viso Aitono il saggio,
prence d’alto consiglio, in mostra mena.
Spins’ei di Cristo a vendicar l’oltraggio
lo scita Re, che mille Regni affrena.
Di celeste virtù l’illustra il raggio
e regge alto signor la terra Armena,
ma su ’l senso regnar via più si vede,
cinto di ferro egli è ma più di fede.

27Vien tra questi il primiero Occota ardito,
del Signor de i Giorgiani unico erede,
e vengon mostri da la gente a dito
Teodor, compagni eterni, e Licomede,
Greci uniti in amor, che stabilito
Han con laccio d’onor, laccio di fede,
trasformato ne l’un l’altro si scopre
al sembiante, a le voglie, a’ detti, a l’opre.

28Qui la bella Sichilda in mostra viene
vaga ed altiera il bel sembiante e ’l ciglio,
che ben congiunto in dolce nodo tiene
ad età giovenil vecchio consiglio.
Vezzosamente in su le guancie amene
Pugnan per la beltà la rosa e ’l giglio,
e i vaghi occhi ridenti al bel colore
rassembran cieli ove fa il moto Amore.

29A costei Galealto amato sposo
che in tal guerra s’armò seguir già piacque,
ma pugnando ei spregiante ed orgoglioso
dal feroce Albiazzar estinto giacque.
Sempre in stato or felice or faticoso
seco visse costei d’allor, che nacque;
odia or la vita solitaria, e schiva,
ma sol per la vendetta avvien che viva.

30Seguon costei l’intrepido Macheo
Mitrane il forte e Farnabasso il fiero,
e l’invitto Filandro e ’l gran Sicheo,
Tindaro accorto e Childerico altiero.
D’Alface il batro, e de lo scita Ardeo
più superbi non ha lo stuol guerriero;
e son stimati in duellar supremi
Niso, Oldrico, Rosmino e tre Filemi.

31Sol Filindo il fanciul, Filindo adduce
suo vezzoso guerrier tra questi Amore,
Filindo bel fratello al sommo Duce,
che molle ha il corpo e pargoletto il core
Splende e fiammeggia d’or, fiameggia e luce
ne’ placid’occhi un lascivetto ardore,
e l’aurea chioma e l’arme aurate han presa
ripercosse dal Sol lite, e contesa.

32Ei nutrissi in Babel mentre, che in pace
lo Scita unito al Sorian vivea,
che amico al genitor il Re Mustace,
califfa di Babel, seco il tenea.
Ivi crebbe il fanciullo, ivi una face
pargoletta d’amor con lui crescea;
face che poi si feo rogo e fucina,
che fece, indi avanzando, alta ruina.

33Quivi ebbe con Filindo in scola Amore
la figlia di quel re, Persina vaga.
L’alma ei furolle, ed ella del suo core
fu dolce ladra ed innocente maga,
Pare età, pari studi e pare ardore
fean di pari voler lor mente paga,
e ne’ teneri petti a poco a poco
crescea con l’uso e germogliava il foco.

34E co’ semplici gesti e co’ giranti
lumi fean piaghe, e s’ancidean con risi,
e crescevano al par ne i vaghi amanti
l’accese voglie, e i pargoletti visi.
Piccioli ancora, impallidir sembianti
Seppero e vezzeggiar sguardi improvisi.
Così fur pria con quell’ignoto ardore
che sapessero amor, mastri d’Amore.

35Crebbe amor con l’età, ma tra quei reggi
l’amicizie mancaro e nacquer l’ire;
la paterna pietà d’amor le leggi
ruppe, e convenne al bel garzon partire
Partissi allor quando più grazie e preggi
compartiva natura al suo desire,
quando a farsi maturo omai venia
il bel frutto di Amore, acerbo in pria.

36Ma di partenza tal dal giusto Amore
ebbe ei di pentimento amare pene.
Solo alquanto il garzon tempra il dolore,
Che a l’amata Babel di novo hor viene.
Ben da la vita sua lungi il suo core
Visse con questa lusinghera spene,
E con spene, ch’a un alma egra, e ferita
D’amoroso desio, sovente è vita.

37Ma passati costor seguir dovea
la gente a piede ove Tamor è Duce,
e quella, che Frontonio altier regea,
e quella poi che Floridan conduce.
E del Cataio il forte Alcone avea
schiera che d’oro e di virtù riluce.
Ma i superbi Pagan l’hanno impedita
con l’orgogliosa, e temeraria uscita.

38Però che a mille a mille intorno stanno
i pagani fra tanto in su le mura.
Miran le squadre, e contemplando vanno
l’ordine, l’ornamento e l’armatura,
Stan sospesi ed intenti, e ingombrat’hanno
l’alma di meraviglia e di paura.
Sovra una torre anch’è a mirar venuto
il Califfa Mustace, egro e canuto.

39Ordin lungo vant’ei di successori
al superbo Macone empi tiranni,
che con culto infernal, numi d’errori,
l’Asia ingombràr di tenebrosi inganni.
Egli è l’alto califfa, e divi onori
offre a lui turba insana, e i propri danni
stolta non vede, anzi veder non vuole,
ché sdegna aver de la giustizia il Sole.

40Avea dal batro, e dal paese ircano,
e dai gran regni ove ebbe gloria Bacco
dieci milia ben scielti, e ’l capitano
con tre gran figli è l’indiano Almacco.
Oh quanto inondat’ha per la sua mano
di sangue Eufrate, e ne godè Baldacco,
che vide già ne la sua destra irata
la sua falce la morte aver traslata!

41D’Arabi un grosso stuol gli era arrivato,
che conduceva il valoroso Oronte,
genti in far frodi e in assalir d’aguato
e in pugnar volteggiando agili e pronte.
E di Turchi un squadron gli avea recato
il membruto Corcutte al par d’un monte.
Ed ebbe da quei regni a lui vicini
cinque milia a cavallo empi assassini.

42Ma tra gente cotanta e tal valore,
e cinto d’alte e ben fondate mura;
pur non s’acquieta, ed ha commosso il core
di furor, di sospetto e di paura.
A la senile età giunge tremore
la noiosa temenza e l’aspra cura,
ed ei sta come quel che incerto pende
se sentenza mortal dubbioso attende.

Persina dalla torre cerca con lo sguardo l’amato Filindo (43-47)

43Sol tu godi Persina, e ond’altri aspetta
morti, strazi e ruina, attendi aita,
ed allegra t’involi, e stai soletta
da la gente confusa e sbigottita:
in una torre, che di Belo è detta
la vergine leggiadra era salita,
ove da l’alto ogni contrada scopre,
e ’l piano e l’oste e i movimenti e l’opre.

44Mira il gran campo, e de’ guerrier potenti
nota gli elmi, le pompe e lo splendore,
l’insegne avverse co’ begli occhi intenti,
e l’arme vagheggiar l’insegna Amore.
In lor si affisa, in lor da’ lumi ardenti
sembra il foco sfogar che asconde il core;
spia fassi il guardo, e tra quei Marti brama
un Cupido mirar, ch’ella tant’ama.

45Par che il miri talor, par ch’a la vista
ciò che il petto desia finga la mente,
ma dolsi poi del dolce errore avvista
e s’invoglia via più l’alma dolente.
«Lassa,» dicea «tra le tue guerre hai mista
la pace del mio cor, campo potente,
ed in mezzo le morti e in mezzo i ferri
il mio contento e la mia vita serri.

46Sei ben forte, o gran campo, e mostri al mondo
alta apparenza, ed inclito valore,
trema ogni braccio, e ruinar dal fondo
ogni torre paventa al tuo furore;
ma più forte è tra voi con quel giocondo
ferire un vago, un bel guerrier d’Amore,
guerrier che ignud’offende e l’alma ancide
più che non quando ha sdegno, allor che ride».

47Così parlava, ed hor d’un roseo velo
era sparso il bel volto, e quasi ardea,
ed or oppresso d’improviso gelo
dolce languir e impallidir parea.
Così d’aurora, che rosseggia in cielo,
così di Cinzia la sembianza avea,
così vincendo or questo or quell’affetto
la sua insegna mettea nel vago aspetto.

I pagani attaccano battaglia, ma morti i duci Corcutte e Oronte rompono le file (48-80)

48Ma i feroci Pagan, che con dolore
l’aspro e nemico oggetto ebber mirato,
arser d’orgoglio e si sentiro il core
commosso di furor, d’ira avampato,
onde Corcutte fier volle uscir fuore
col suo stuolo in battaglia, ed in aguato
stassi con le sue schiere agili e pronte
in gran valle nascosto il forte Oronte.

49Ratti ne vanno, ed è pungente sprone
la fierezza natia de’ crudi petti.
Par che ne’ ferri lor morte risone,
e di morte un velen spiran gli aspetti.
Ma Alvan ad incontrar l’aspra tenzone
con bona squadra di guerrieri eletti
corre con possa pare ed ardimento,
qual sonante talor procella o vento.

50S’urtan le schiere, e sonan pesti e franti
gli accesi ferri, e seguon misti i gridi
e ’l sibilo e ’l rumor d’aste volanti,
ed ancisi e cadenti i vari stridi.
Cadono qua, là van destrieri erranti,
s’empion di mesto sòn le piaggie e i lidi.
S’erge ognor più la polve e d’orrid’ombra
l’aria perturba e le campagne ingombra.

51Quinci a i colpi primieri Orindo è ucciso
dal fier Corcutte, ed Armitrite audace.
Restò nel petto Baldassar conquiso,
e percosso nel volto il forte Alface.
Quinci trascorre Alvan con crudo viso,
né sembra il pian del suo valor capace,
e vaga e dove son pagan più forti,
mesce sangue, ruina e straggi e morti.

52Al feroce Argiran, che lui nel fianco
volle, e non ebbe di ferir valore,
aprì, colmo di sdegno, il lato manco
e con punta mortal ferigli il core.
Da l’arcion cadé il mesto e venne manco,
pendente e molle di sanguigno umore.
Ma il vincitore ad Abraim si gira
che venir contra se rapido il mira.

53La cervice partille, e franse i denti
con la pesante adamantina spada.
Rosseggiar, risonar l’arme lucenti
del miser, ch’indi avvien che in terra cada.
Con mandritto Selim tolse a i viventi,
che ancide gli altri e al suo destin non bada,
e poi con un fendente ad Artaserse,
che ferigl’il destriero, il petto aperse.

54Ma Corcutte a Serlon, che in Botmia nato
fu più tra nevi che tra panni involto,
colpo in fronte lanciò sì disusato
ch’aperse e franse le midolle e ’l volto.
Fronton, che morir vede il figlio amato,
contra quel empio a vendicarlo è volto,
ma percosso nel petto ei cade vinto,
più dal dolor che da la lancia estinto.

55Tal è la pugna, e al pare invitti e forti
son gli avversi campioni, e dietro a loro
stan fermi in mezzo al sangue, in mezzo i morti
e la gente cristiana e ’l popol moro.
Eran confuse del morir le sorti,
confuso il grido e ’l calpestio sonoro;
come s’urtan talor con furia pare
fiume spumante ed agitato mare.

56Ma l’intrepido Alvan, ch’esser vedea
troppo i Pagani in battagliar costanti,
corse a Corcutte, e terminar volea
con la morte d’un sol morte di tanti,
quando, né pur cagion si conoscea,
fugono i Mori entro quei piani erranti.
Ratto lor dietro va lo stuol cristiano,
tenta il Duce frenarlo e tenta in vano.

57Preme audace il fidel gli umeri infidi,
e l’ira avampa e ’l cieco ardir si sprona.
Di ferri scossi, di minaccie e gridi
e d’alto calpestio l’aria risona.
Quando in gran valle con fieri urli e stridi,
qual nero ciel che a l’improviso tuona
ed apporta improvisa aspra tempesta,
schiera sorse di fianco agile e presta.

58Partorir lancie e germogliar cimieri
parve la terra allor dal cupo seno.
D’armi il tutto rimbomba e di guerrieri
improvisi e feroci il campo è pieno.
Si conversero ancora, e via più fieri
quei pagani che in fuga andar parieno,
onde la squadra pia Corcutte a fronte
e percote nel tergo il crudo Oronte.

59Per opposto sentier le destre irate
fiumi e monti formàr di sangue e scempi.
Non vide mai, non ammirò l’Eufrate,
né l’iniqua Babel sì crudi esempi.
Stupide e d’ira oppresse, e forsennate
restàr quell’alme invitte in mezzo a gli empi;
lor conforta, e con passi agili e presti
offende il forte Alvano or quelli or questi.

60Tal era il rischio, e schermo in van facea
lo stuol Cristian nel periglioso stato,
e stretto da nemici a pena avea,
perche il brando raggiri e spazio e fiato,
quando vèr dove alte ruine ergea
con l’iniqua sua schiera il Turco irato,
forte squadrone, anzi terror di guerra,
ratto sen corre e ’l suo valor disserra.

61Stuol di folgori parve a l’opre, a i moti
al vario e vago lampeggiar de l’oro.
Tremàr gl’infidi, e ’l lume solo immoti
temean (ch’il crederia?) de’ ferri loro.
Stuol d’eroi di ventura al mondo noti,
cresciuti in palme e trionfale alloro;
Aitono è il duce e scorre a tutti innante,
ammirando di possa e di sembiante.

62Cento e cento restàr pesti ed uccisi
da l’invitto drappello al primo assalto;
molti percossi a i petti e molti a i visi
tinser la terra di sanguigno smalto.
Destre braccia son tronche, e son divisi
da’ busti loro i capi altieri a un salto,
e miete ognun con la tagliente spada
del fiero Marte la superba biada.

63Morto è il fier Mustafà, con teste frante
moribondi restàr Iuba ed Assano.
Giace percosso l’arabo Arimante,
Alceste siro, ed Almanzorre ircano.
Cade il forte Amuratte e ’l gran Sifante,
l’elmo a questo e l’usbergo a quel fu vano.
Ed altri ed altri uccise in varia foggia
de’ suoi gran colpi la tonante pioggia.

64Da l’altra parte la pagana schiera
desta ed avviva il suo natio vigore,
e con orrido aspetto e possa altiera
mostra il lor duce Oronte il suo valore;
ed adietro a costui la gente fiera
s’accoglie, si rinforza e prende ardore,
ed incalza i fideli, e con ardire
resiston quelli, e crescon l’onte e l’ire.

65Così meschiansi a gara e strazi e sangue,
né questa pur, né quella schiera cede.
Da Rostenio trafitto Oldrico langue,
Goccio al petto è ferito, Occota al piede,
Abdala muor, giace Dragutte esangue,
feriti da Teodoro, e Licomede;
cade Rosmin percosso il braccio e ’l seno,
e, dal forte Filandro, Ariadeno.

66E per man de l’intrepida guerriera
cadon Birga e Selim percossi in fronte;
Alì nel fianco, Alceste a la visera
son da lei colti, e nella destra Oronte.
Alvano in tanto con sua forte schiera
il drappel di Corcutte avien che affronte,
e ’l rompe e l’apre e ’l dissippa e dissolve,
e sossopra malvivi e morti involve.

67Scorse in tanto Sichilda a l’improviso
il superbo Albiazar tra l’empio stuolo,
quel dal cui ferro fu il suo caro anciso,
ch’erede la lasciò d’eterno duolo.
Ben conobbe costei l’odiato viso,
onde gli altri abbandona, e corre a volo
contra quello, e col ferro ovunque passa
alti del suo furor vestigi lassa.

68Come sen va contra l’estran talora,
ch’ancise i parti suoi tigre feroce,
mentre giusto furor la punge, e accora
e materno desio l’infiamma e coce,
tal di costei parve il sembiante allora,
e rapida la destra e ’l pie veloce,
che il correr, l’arrivar, lasciarlo spento,
perforandogli il sen fu un sol momento.

69Muore il pagano, e ‘l corpo in su l’arene
cade sciolto de l’alma ancor tremante,
ma non per questo già sazia diviene,
forsennata nel duol l’irata amante,
anzi più incrudelisce, e tra le vene
ferve lo sdegno e ’l fiero orgoglio errante.
Dal destrier scende e l’inimico afferra
e fa lotta infelice e folle guerra.

70E lo stringe e ’l percote, e a l’empie membra
fa nove piaghe, ed urla e stride e freme,
e picciol campo il corpo odiato sembra
per la rabbia crudel che il cor le preme.
D’ira s’affligge, e ad or, ad or rimembra
il caro estinto, e più s’inaspra e geme,
e ’l morde, e vuol saziar de l’alta fame
ne le viscere sue l’ingorde brame.

71L’elmo gli toglie, e già nel morto viso
immerse al fiero pasto il crudo dente,
quando i sensi smarrìrsi a l’improviso
e gelossi il bel sen, che fu sì ardente.
Inimica unione, essa il conquiso
corpo distende su le membra spente,
e quel di morte e di duol questa langue,
questa il pianto versando e quello il sangue.

72Turba intanto assassina a schiera a schiera
va in aita a i Pagan da quella parte,
ed in pro de’ cristian gente guerriera
con Guiboga e Tamor dal campo parte.
Cresce ognor la battaglia, e via più fiera
ferve Bellona ed orgoglios’è Marte.
Tolto è lo schermo e sol la rabbia avanza,
ne v’è più di pugnare arte o sembianza.

73Erra morte per tutto, e non v’è scampo,
ogni fuga è troncata, ogni riparo,
e di polvere ingombro, orrido lampo
manda co i ferri lor l’aer mal chiaro.
Ma fieramente entro il sanguigno campo
e Corcutte, ed Alvano al fin s’urtaro
quasi Leoni, che pugnar sovente
mira tra l’ampia arena Africa ardente.

74Oh come fiere, oh come ratte e pronte
sonan le spade, oh come ognuna splende!
Son crudi i colpi, e crescon l’ire e l’onte,
e a vendette e ruine ogn’alma attende.
Ma con colpo mortal l’elmo e la fronte
Rompe Alvano al nemico e ’l capo fende.
Cade, e dal ricco arcion pendente resta
l’esangue busto e la sanguigna testa.

75Al gran colpo impensato, a l’improviso
cader del Duce e palpitar spirante,
attonito stupì, cade conquiso
il mauro stuol e impallidì il sembiante.
S’agghiacciò, sbigottissi, aver su ’l viso
mille larve d’horror parve tremante;
parve il Cristian de l’empio sangue vago
a le timide viste orribil drago.

76E qual fiero leon di fame ardente
tra greggi ove non sian cani o pastori,
sbrana, ancide, calpestra, e variamente
rompe viscere e capi e petti e cori.
Sparso resta il terren confusamente
E d’ossa immonde e di sanguigni umori.
Altri fugge, altri cade, altri si lagna,
e s’empie di terror l’ampia campagna.

77Così crudel, così mortal flagello
fa de gli empi il cristiano, e sfoga l’ire,
e s’ode a la vittoria il suo drapello
quasi un torrente il conduttier seguire.
Schermo non fa, sol cerca il popol fello
scampo fugendo al suo vicin morire,
e tutti entro quei pian sen vanno erranti
quasi d’Austro commosse onde spumanti.

78Intanto allor tra l’assassine genti
e Guiboga e Tamor giran le spade.
Quelle offendono offese, e in vari eventi
il cristiano e ’l pagan percosso cade.
Escono a stuolo a stuol l’alme dolenti
per mille e mille sanguinose strade,
ed ampiamente in quella parte e in questa
d’aspra stragge il terreno ingombro resta.

79Offeso intanto fu da incerta mano
il crudo Oronte, e mezzo il cor fu colto.
Cade ed al cader suo lo stuol Pagano
fugge tremante il piè, pallido il volto.
Oppresso ancora dal furor cristiano,
l’assassino drapello in fuga è volto,
e s’accompagnan timidi e infelici,
ne la fuga commune i mesti amici.

80Ben con tre forti figli in pro de’ Mori
uscito Almacco da Babel saria
per opporsi, e frenar gli altrui furori,
ma fra tanto la notte umida uscia.
Temon di novo aguato i vincitori,
né seguon la lor fuga, e ognun s’invia
al padiglione, ov’è sua stanza eletta,
perche l’ombra nascente il sonno alletta.