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La Croce stellata, overo la navigazione del Mosto

di Scipione Errico

Al signor Alvise da Mosto Procurator di San Marco

testo e note a cura di T. Artico | criteri di trascrizione
ultimo agg. 8.05.15 7:08

Argomento del poema e giovinezza di Alvise da Mosto (1-6)

1In quella parte ove l’adusta arena
il superbo ocean bagna e percote
l’aspra region che d’animali è piena,
di velen, di furor, di forme ignote,
dove mai non si vede o incerto a pena
col gelato suo raggio appar Boote,
ove ceder la notte al dì non vale
ma ben l’ombra e la luce han meta eguale,

2in quella che chiamò terra fervente
col suo favoleggiar l’etade antica,
perch’ivi più diretto anco e più ardente
trascorre il sol a l’immortal fattica,
ch’altri un tempo stimò vòta di gente,
che per natura a dolci tempre è amica
(ahi quanto è stolto uman giudizio, ahi quanto
misto è d’error del suo sapere il vanto!),

3di questo mar, senza temer periglio,
de’ gloriosi Mosti inclita prole
Luigi, de le stelle al gran consiglio,
rompea le strade tempestose e sole.
Da l’Europa ei prendendo illustre essiglio
per le spumanti vie sembra che vole,
mentre i venti al desio, qual ratto strale,
l’ampie vele gonfiando impenna l’ale.

4Nacque costui su le famose sponde
d’Adria gentil ne la più interna parte,
su le rive ben fertili e feconde
d’ogni eroica virtù, d’ogni grand’arte,
dove invitta città posta su l’onde
disarmata schernisce armato Marte,
a cui Giove e Nettuno ebber diletto
formar questi le mura e quegli il tetto.

5Egli, che allor quando anco a pena i primi
fiori non ben matura età spargea
di maturo saper frutti sublimi
con insolito essempio a pien rendea,
di mirar nove genti e novi climi
prese ne la grand’alma illustre idea,
e per lo ciel de l’ocean profondo,
novo sol di virtù, girar il mondo.

6Ei del re lusitan sotto gli auspici
seppe industre raccorre uomini e legni,
e le vele spiegò liete e felici
de l’Atlantico mar per gli ampi regni.
Gl’immensi flutti al buon oprar nemici,
non curò d’Austro o d’Aquilon gli sdegni,
che a costante virtù non diè mai scossa
o de l’aria o del mar l’instabil possa.

Partenza dal Portogallo, breve rassegna di luoghi e approdo alle Canarie (7-18)

7Partissi ei di là dove onde spumante
due gran parti del mondo apre e divide,
e con due vasti monti al navigante
pose mete assai brevi un tempo Alcide,
d’onde in carceri eterne il mar sonante
move a l’ampio ocean aspre disfide,
fatto campo al furore, ond’egli è carco
quel d’immensa prigione angusto varco.

8Spinge Borea le vele e l’onda atroce
con gli abeti volanti invitto ei preme,
e ’l girevol reflusso e la gran foce
vede, osserva, trascorre, e nulla teme.
De’ suoi gran legni a l’impeto feroce
rotto in pianto di spume il mar ne geme,
e s’appressa a mirar Fessa e Marocco
ne’ campi ove imperàr Siface e Bocco.

9Indi l’adusto e fervido paese,
seguendo il corso, ei riconosce altrove
le chiare e antiche or favolose imprese
u’ s’ammiràr del gran figliol di Giove,
perché l’antica età, che molto intese,
oscurò pur con illustrar sue prove,
di natura seguendo anco il costume
che men si mira il sol quanto ha più lume.

10V’è il campo u’ della terra il gran figliuolo
contra ogni impresa vincitor si scorse,
però che stanco egli cadendo al suolo
con nove forze e novo ardir poi sorse.
Non guerrier valoroso a invitto stuolo
al suo poter già mai fu visto opporse
de la madre a l’aita, ond’ei cadendo
risorgea più robusto e più tremendo.

11Ma con lui giunto in singulare assalto
il sempre audace e sempre invitto Alcide
il sospende nell’aria, e stretto in alto
lui con le braccia nodorose ancide.
Così vincendo ne l’orribil salto
che fa poi morto il suo rival deride,
perché la madre sua ben possa al vinto
ma non già potea dar vita all’estinto.

12De l’aria poi l’occupatore Atlante
lungi ei rimira, che col vasto dorso
già sostenne la machina stellante
qual riposo al gran moto e norma al corso;
ma, al gravissimo incarco ei mal bastante,
ebbe dal grande Alcide al fin soccorso,
così l’antiche Muse in senso altero
finsero ed illustràr con l’ombre il vero.

13Altro a destra non v’è ch’immenso mare
che d’aspri flutti e di tempeste abbonda,
ch’atterisce col guardo e non appare
speme in lui di trovar termine o sponda.
Solo al fin tra le nubi incerte e rare
vede, o par di veder, che il capo asconda
un’altissima rupe, al ciel confine,
c’ha di nembi fumanti involto ’l crine.

14Ivi non pur su l’erto ognor s’estolle
come segno al nocchier lucida vampa
ma tuona il foco e d’infiammate zolle
versa e turbini e fumi in aria stampa.
Mirabil mostro, ne l’eccelso colle
l’esca sempre rinasce e sempre avvampa,
così a l’alto Fattor collocar piacque
spesso incendio perpetuo in grembo a l’acque.

15Sembra che da l’adusta orrida bocca
sue racchiuse faville Averno esali,
e con strano additar nel pensier tocca
il continuo fallir d’egri mortali,
o pur mentre orgoglioso avventa e scocca
in vèr l’aria nemica accesi strali
altro Encelado par, che contra Giove
fulmini, fulminato, indarno move.

16Guata Luigi e riconosce e vede
l’isole che Felici il mondo chiama,
de’ cui ben nati campi oltre ogni fede
suol novelle recar loquace fama,
la cui fertilità ben molto eccede
de l’avaro cultor l’avida brama,
in cui si disse che senz’altra cura,
de l’arie emolatrice, oprò Natura.

17E che di sì bel suolo a gli abitanti
usi rotar così benigno cielo
che non valser già mai le stelle erranti
recar, se non temprato, ardore o gelo,
e che l’alme che fur del giusto amanti,
deposto al fine il lor corporeo velo,
per gustar, per goder gioia infinita
trasportate qua son da Morte a vita.

18Qui fur l’elisee piaggie e ’l paradiso,
qua si cantò di quella antica etate
che allor non ebbe d’inalzarsi aviso
da le cose caduche a l’increate,
che sollevar non seppe i lumi e ’l viso
e poggiar oltre le reggion stellate,
e osservar quanto sia quel vasto e immenso
che tra lo spirto s’interpone e ’l senso.

Racconto della storia di Medusa (19-39)

19Lungi a l’Occaso indi giaceano ascose
ne l’ampio sen de l’oceano altero
l’isole dove già d’opre famose
tra le favole incerte accolto è il vero,
dove eccelsa beltà che Amor compose
in aspetto fu volto orrido e fiero
(così già si narrò ch’ebbe in costume
l’onte sue vendicar spregiato nume).

20Forco gran dio del mar, d’alta balena,
rupe animata ed isola nuotante,
de l’immenso ocean tra l’ampia siena
vezzeggia, fu già visto amato amante.
Rise spesso ogni Ninfa, ogni Sirena
gli amor ne l’incomposto altrui sembiante,
ma stupì, ma non rise a l’or che prole
di celeste bellezza espose al sole,

21ché da costei, con altre due sorelle,
nova pompa d’Amor nacque Medusa,
le cui sembianze a meraviglia belle
pur Natura mirò dubia e confusa.
Per tale aspetto de l’industre Apelle
sarebbe anco a restar l’arte confusa,
né tra l’eterne sfere esser parea
di perfetta beltà più degna idea.

22De la candida fronte entro il sereno
di celeste beltà folgora un raggio
che, a gara de’ begli occhi, a l’altrui seno
fa dolce fiamma ed innocente oltraggio.
De le guance vezzose il prato ameno
di sovrana beltà figura un maggio,
e del tenero labro in su la rosa
vola Amor pargoletto, ape ingegnosa.

23E ’l candor del bel collo e del bel petto
forman la strada invèr più ascosi avori,
tirando a sé con un fatal diletto
gli occhi a mirarla, a contemplarla i cori.
Non fu, non fia così leggiadro aspetto
ch’abbi mai di vaghezza egual onori.
Stupì ogni diva, e avrebbe a lei concessa
la palma di beltà Venere stessa.

24Ma se le forme de l’eccelsa imago
tutte insolite fur, tutte divine,
non già fia che s’eguagli al terso, al vago
ammirabil tesor de l’aureo crine:
non accolse il Pattolo o l’Indo o ’l Tago
oro mai così bel nel lor confine,
e col nobil fulgor la bionda mole
fe’ spesso impallidir suoi raggi al sole.

25Parea con tal corona ornar la testa
di bellezza reina, anzi Fenice,
né ottenuto avria mai presente a questa
tanto onor Arianna o Berenice.
Rassembrò pur cometa aspra e molesta
ch’empie guerre pronuncia e morte indice,
che ben sovente con sospiri e pianti
l’additàr mesti e l’osservàr gli amanti.

26Solitaria beltà, benché in disparte
lungi dimori in region remota,
celebre per le lingue e per le carte
decantata e descritta, ella è ben nota:
per onorarla d’ogni estrema parte
veloce a lei correa gente devota,
come di riverir spesso è costume
in lontana contrada eccelso nume.

27Allegarsi in quei lacci, in quei begl’ori
ogni spirto gentil brama e s’invita,
e gode per quei lucidi tesori
perdere ognun la libertà, la vita.
Per la strada de gli occhi arriva a i cori
da un bel guardo di lei dolce ferita,
e per tutto ogni senso avido e fioco
con l’esca de la vista apprende il foco.

28L’ammirabil vaghezza uomini e dèi
con stupor, con diletto amano a gara,
e per tutto a versar pianti ed omei
con soave tormento ogn’alma impara.
Ben li vede, il conosce a pien costei,
ma troppo invèr gli altrui desiri è avara,
e vuol che crescan le sue glorie e i vanti
più con spreggiar che con gradir gli amanti.

29Ma più d’ogn’altro il gran Nettuno al fine
d’ardere a sì bel foco ebbe diletto;
egli, che le sembianze alme e divine
indivisibilmente ha impresse al petto,
pescatrice gentil del biondo crine
con l’aurea rete ha il dio del mare astretto,
e rie percosse da un bel guardo sente
chi già scosse il terren col gran tridente.

30O quante volte in umil voce ei chiese
da sdegnante bellezza indarno aiuto,
e di sua bocca risonar intese
ella il bel nome suo per l’aer muto!
Oh quante volte da quei lumi prese
fiumi di pianto l’ocean tributo,
e al vento de’ sospiri in orrid’onde
alzossi il mare ed ingoiò le sponde!

31In una di quest’isole che intorno
aggira il mar d’Atlante in verde riva
gran tempio sorge di bei fregi adorno
sacro a la dea de la feconda oliva.
Riverisce il solingo e bel soggiorno
ogni nocchier ch’ivi scorrendo arriva,
e scampando più volte, anco devoto,
da l’impeto de l’onde offrisce il voto.

32Questa sacra magion su l’ora oscura
Medusa bella frequentar solea,
e con preghi e con mente umile e pura
placar sovente ed onorar la dea.
Il cieco amante, in cui amorosa cura
con stimoli di foco il cor pungea,
di modestia digiun, d’audacia carco,
la mal accorta ninfa attende al varco.

33Con la rigida destra ed impudica
l’assale ei spinto d’amorosa fame,
e sottrarsi ella in van pur s’affatica
del marino amator da l’empie brame.
Nel tempio al fine de la dea ch’è amica
d’alma onestà seguì lo stupro infame.
Pianse Medusa, e pur non ben distinse
se le piacque il congresso o pur se infinse.

34Seppe il tutto la diva (e qual celata
opra esser puote a i sommi dèi celesti?)
de l’altrui voglia oscena e mal guidata
i sacrilegi ordigni e gli empi gesti;
arse d’aspro furor la diva irata
per gli atti abominevoli e inonesti,
in mirar come far altri prosume
contaminando il tempio, ingiuria al nume.

35Freme di rabbia e dare a l’opre immonde
pensa per mille vie castigo uguale,
ma contra il dio moderator de l’onde,
poiché sua possa ella adoprar non vale,
la leggiadra beltà, le chiome bionde
si dispone a punir, ch’opra è mortale
ben di vendetta ria piacer estrano
castigandosi il ferro e non la mano.

36Così volle la dea. Chi fia che tenti
dar legge e investigar voglie divine?
Fu vaga di mostrar con rei portenti
de l’opre immonde e male celate il fine:
mutar si vede in orridi serpenti
la ricca massa del pomposo crine,
e ’l prezzo di mill’alme ampio tesoro
velenoso diviene e squallid’oro.

37E come prima ogni bramoso aspetto
s’addolcia con guatar l’almo sembiante,
così dopoi con disusato effetto
trasformavasi in pietra in un istante,
sì ch’ella avea de la sua vista oggetto
sol acque, erbe, pendici, e belve e piante,
però che per sentenza orrida e tetra
chiunque la mirò mutossi in pietra.

38Quinci restò d’ogni abitante priva
tutta intorno quell’isola repente,
perché al mirar la faccia orrida e schiva
farsi pietra si vide ivi ogni gente,
e se mai legno in quella estrana riva
per error già solcò l’onda stridente,
giunto improvvisamente ov’ella stassi
se d’uomini fu pien, colmo è di sassi.

39Sol di lei due terribili sorelle
son compagne a quel mostro empio e fatale,
perché quantunque esse difformi e felle
dono avean di goder vita immortale.
Alfin, volendo le benigne stelle,
porser grato rimedio a sì gran male:
con aiuto divin Perseo s’accinse
a l’alta impresa e la ria peste estinse.

Dopo essere ripartito, a cento giorni dalle Canarie Alvise da Mosto vede le costellazioni e condanna l’assenza di una conformazione cristiana nei cieli (40-53,4)

40Ma dove a raccontar strani prodigi
di stolta insieme e favolosa fama
Musa mi volgi, or che del gran Luigi
sol di cantar nobil viaggio ho brama?
Lungi, ah lungi i fallaci altrui prestigi
ch’altro più degno oggetto il pensier chiama,
che dianzi con desir celeste e santo
eccitò l’alma e diè la voce al canto.

41Ben lunghe vie trionfattor del mare
il magnanimo eroe trascorso avea,
né mai, voglia del Ciel, l’ebbe a tentare
con contrario furor tempesta rea;
Cinzia immota stupì mentre solcare
l’insolit’onde il peregrin vedea,
sgombrò più volte ogni sua nebbia intorno
ammirando il bel corso il dio del giorno.

42Era ben cento volte il gran pianeta
sorto d’Atlante a rimirare il lito
da che Luigi da l’antica meta
del valoroso Alcide era partito,
ei con industria faticosa e lieta
notò de’ luoghi la natura e ’l sito,
finché con voglie più felici e belle
lasciò la terra ed osservò le stelle.

43Trascorso era colà dov’entra al mare
con girevoli intrichi il fiume Nero,
che l’adusto paese inonda, e pare
che sia d’onde scherate un stuol guerriero;
qui con barbare genti ebbe a tentare
d’armi un contrasto periglioso e fiero,
poi con l’onor di guerrier degno e prode
invèr l’Austro voltò l’invitte prode.

44Era la notte, e senza nube alcuna
in bel sereno ciel splendean le stelle,
che versavan per l’aria umida e bruna
lor vivace fulgor tremule e belle,
che avendo in compagnia l’argentea luna
d’un gran tempio parean chiare facelle,
mentre al vario girar le sfere intanto
per le glorie di Dio moveano il canto,

45quando, allor che vèr l’Austro andava a volo
al soffiar d’Aquilon per l’onde ignote,
Luigi, di pensier ingombro e solo,
il viso rivoltò vèr l’alte rote;
inchinarsi mirò mai sempre il Polo
ed a l’onde vicino esser Boote,
e d’altra forma in quel notturno velo
fatto mirò che non altrove il cielo.

46Curioso Luigi in quei stellanti
fregi di quelli eterni alti zaffiri
affissa il guardo, e osserva alcune erranti
stelle che fan diverse i propri giri,
e quell’altre maggiori e più distanti
come al bel tremolar vien che si miri
là ne la somma immensa sfera, e in esse
varie figure il gran pittore espresse.

47Notò il cerchio maggiore, il qual diviso
con ben dodici imagini si vede,
in cui l’anno distingue il dio d’Anfriso
che per oblique strade e parte e riede.
Sparso di stelle il gran monton di Friso
ne l’onde entrar precipitoso il piede
mira, mentre da l’Orto in alto ascende
la Vergine che il giusto il Libra appende.

48Poi scorge come a l’emisfero rieda
lo stellato Scorpione opposto al Toro,
ne la cui forma tolse Giove in preda
per le liquide vie dolce tesoro.
I Gemelli son poi figli di Leda,
e ’l Cancro di Giunon dopo costoro,
indi il Leon, che fu per fama antica
del magnanimo Alcide alta fatica.

49Rivolto poi vèr donde Borea spira
non pur vede il Dragone, il Carro e l’Orse,
ma la corona di colei rimira
che col perfido amante in van sen corse.
Del concento del ciel notò la Lira,
e col Cigno il Serpente e l’augel scorse
che il troiano rapì vèr gli alti chiostri,
e Cefeo e Persio e ’l domator di mostri.

50E vèr la parte che d’ardori è piena
d’onde d’Austro a noi vien tepido il fiato,
osserva il re de’ fiumi e la Balena,
la Lepre, i Cani ed Arion armato,
e la nave che pria fu da l’arena
svelta e posta a solcare il mar turbato,
l’Idra, e l’augel che in risplendente lume
ebbe in sorte a cangiar le nere piume.

51E quel che fa ne la cocente arsura
a nettaree bevande un caro invito,
e con l’imagin sua forma e figura
di Partenope bella il nobil lito.
Di questi ed altri con industre cura
nota Luigi e l’influenza e ’l sito,
e ’l vigor d’alto spirto intento ammira
che da l’orto a l’Occaso il tutto aggira.

52Fra sé dicea, con riverente zelo:
– O de la prisca etate indegni errori
favoleggiando collocare in cielo
e mostri e belve e mal accesi amori!
Ma se il mio Dio, pur come rosa in stelo
porporeggiò di sanguinosi umori,
e di spine portò corona atroce
in su la siepe de l’eccelsa croce,

53ah di queste più nobili e più vere
figure esser dovrebbe il cielo adorno,
di quest’armi, di queste insegne altere
ond’han morte d’Averno orrore e scorno -.
Così diceva, e le stellate sfereVede la Croce del Sud e prorompe in una lode della Croce, in un contesto di giubilo collettivo (53,5-63)
volgeansi ognor a lento passo intorno,
quando strano piacer che il senso eccede
sente ne l’alma e gli occhi inalza, e vede

54di là su tra le forme illustri e belle,
con suo dolce stupor mira improviso
figurato a caratteri di stelle
il segno che s’adora in Paradiso,
in cui per le nostr’opre inique e felle
già sodisfece il Re de gl’astri assiso,
quel gran Signor che con pietà, con zelo
espugnando l’Inferno ha trono in cielo.

55Quella croce mirò, nobil insegna
de’ sommi eroi, chiaro diadema a i regi;
conobbe quella imagine ben degna
c’ha in ciel d’eterne glorie onori e fregi,
quella croce per cui chi giusto regna
ogni impeto nemico avien che spregi,
quella che contra l’infernal masnada
ad ogni alma devota è scudo e spada.

56Alzò Luigi i vaghi lumi intenti
in quel fulgor con disusata cura,
notò le stelle che con raggi ardenti
l’ombre rompean de l’atra notte oscura,
curioso notò gli astri splendenti
che componean quella gentil figura,
e in un con la lor luce inclita ed alma
appagavano i sensi, accendean l’alma.

57Sentissi a l’or con disusato affetto
dentro tutto infiammar di santo ardore,
e con raro ed insolito diletto
di dolcissime fiamme ingombro il core,
che crescendo mai sempre, essendo il petto
mal capace maggione, usciron fuore,
mentre egli in vèr le stelle alzando il volto
de la voce in tai detti il suono ha sciolto:

58«O sacra imago di quel santo legno
che spiegò vago fiore e nobil frutto
de l’arbor della vita assai più degno,
che togli a noi d’eterna morte il lutto,
iride tu sei collocata in segno
perché il mondo non sia guasto e distrutto,
scala onde stuol di grazie a noi discende
e con retto sentier al Ciel s’ascende.

59Sei tu quella ammirabile statera
che de le nostre colpe il prezzo e ’l pondo
hai sostenuto, e sei ne l’ampia sfera
per benedir per quattro parti il mondo,
altare ove a placar l’ira severa
del cielo offeso al fallir nostro immondo
al sommo Padre il gran figliol di Dio
vittima e sacerdote in un s’offrio.

60O sacrosanta imago, o raggio divo
che colmi l’alma d’amoroso zelo,
o splendor sempre intiero e sempre vivo
che sgombri in me d’ogn’atra nebbia il velo,
felice incontro, fortunato arrivo
scorrere il mare e penetrare il cielo
mentre mirar, mentre ammirare ho in dono
del regnante Giesù lo scettro e ’l trono.

61A l’apparir della stellata Croce
tacciansi pur le belve, i numi e i mostri
che fur cantati in mal composta voce,
che fur descritti in favolosi inchiostri.
Così il tuo raggio ogni empia colpa atroce
del profondo mio cor da gl’imi chiostri
sgombri, ch’indi in lei con puri ardori
il trafitto Giesù devoto adori».

62Del buon Luigi a questa voce intanto
de l’ampio legno le devote genti
scorsero il segno venerando e santo,
riverirno, ammiraro i rai splendenti,
e quasi tratti da felice incanto
furo immoti a quel lume e tutti attenti
e dando onore a la sacrata luce
secondarono il dir del sommo duce.

63Parve in quell’ora che devoti affetti
sentisser l’insensate onde marine,
e di santa pietà dolci diletti
ingombrasser quell’umido confine,
risonarsi ciascun sentia ne’ petti
e notte e voci angeliche e divine,
e parve che sembianze ognun vedesse
di beltà più che umana in aria impresse.

Profezia sulla fortuna della casa da Mosto (64-68)

64Fam’è che tra sì nobili portenti
stando intento al gran segno il duce pio,
là su da l’aer puro in questi accenti
lingua celeste favellar s’udio;
così volle a caratteri splendenti
la santissima croce il sommo Iddio
spiegare in Ciel con provido consiglio
quella che fu tormento, or gloria al figlio:

65«E ben tu dei stimare onore altero
ch’or si concede al tuo valor prestante
che nel mondo a osservar fosti il primiero
forme sì venerabili e sì sante,
mentre tu di virtù nobil sentiero
prendi a calcar con l’onorate piante,
mentre ognor la tua stirpe illustre e chiara
al Ciel sempre devota, al Cielo è cara.

66E ben sempre vedrà l’età futura
di gloria e di virtù degni vestigi
seguir tua prole, e con pietosa cura
sarà sdegno e terror de’ luoghi stigi,
e d’un buon secol fia nobil ventura
d’ottener, di produr altro Luigi.
Oh quanti fian suoi rari pregi, oh come
darà vanti al tuo sangue insieme e al nome!

67E benché in rivoltar le dotte carte
fia il miglior paragon d’illustri ingegni,
e benché per natura anco e per arte
atto a ben governar popoli e regni,
e benché fia che mostri in ogni parte
d’ogni eroica virtute indizi e segni
sarà maggior sua lode il santo zelo
meraviglia del mondo, onor del Cielo».

68A questo dir far grati applausi parve
con vago tremolar lieta ogni stella,
e di venir più bello il cielo apparve
al senso de l’angelica favella.
Ridenti consentian le sante larve
per l’arie erranti in questa parte, in quella,
e per tutto con voce allegra e pia
«Mosto» e «Luigi» risonar s’udia.

Conclusione del racconto da parte dell’io narrante (69)

69Così un pastor lungi dal patrio suolo,
sovra sponde più degne e più pregiate,
colui che già lasciò fuggendo a volo
del sonante Acesin le rive ingrate,
giunto colà dove figura un stuolo
di congiunte isolette ampia cittate
d’antiche e di moderne glorie al vanto
con riverente stil moveva il canto.