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Il Boemondo, overo Antiochia difesa

di Giovan Leone Sempronio

Canto IX

testo e note a cura di T. Artico | criteri di trascrizione
ultimo agg. 4.04.15 7:40

ARGOMENTO
Entro a le mura da ria fame oppresse
virtù non han più i cor né l’armi han moto,
pur giunge al fin con la bramata messe
di mare in compagnia Cerere a nuoto.
Il soldan nove insidie a questi tesse
fin ch’arder quivi il sangue suo gl’è noto.
Fugge l’armata ed Antiochia resta
nel primiero digiun sospesa e mesta.

La fame attanaglia la città, Boemondo spera nella flotta

1Da la fera di Frisso a la nemea
era già scorso il portator del giorno,
e Cinzia in ciel già quattro volte avea
vòto di luce e riempito il corno,
né da i lidi niceni ancor facea
l’amica armata a i cristian ritorno,
portando a pro de l’assediate genti
tratte pe ’l mare a vol l’aie e gli armenti,

2Se n’ange il capitano, e ’l cor gli preme
figlia di giusto zel cura mordace;
ch’a lor non manchi il nutrimento ei teme,
e non gli espugni al fin fame vorace.
Quinci ondeggiando in fra timore e speme
non ha co’ suoi pensier triegua né pace,
ma la copia de’ cibi onde si vive
e le bocche de’ suoi nota e descrive.

3Indi l’abuso lor frena e corregge
et egual vitto a ogni guerrier dispensa,
e perché a i moti del suo re si regge
qualunque turba immoderata, immensa,
al proprio lusso egli primier dà legge
e vuol al viver suo parca ogni mensa,
né meno han poscia i principi più grandi
sobrie le cene e temperati i prandi.

4Ma nulla omai la parcità più giova
ché già comincia a dominar la fame,
già le sue stragi Erisitton rinova
e mancan l’esche già, crescon le brame.
Già per sostegno suo più non ritrova
erba molle il destrier, ruvido strame,
ma giace a terra, e languido e dimesso
non è ben atto anche a portar se stesso.

5Inutil fatto a gli oblighi di Marte,
presso il corsier langue il guerriero ancora,
e le membra di lui lacere e sparte,
orrido a dirlo, e l’ossa sue divora.
Semivivo e spirante in ogni parte
chi cibo invoca e chi mercede implora,
né far ricorso altrui (così infelici
tutti egualmente son) ponno i mendici.

6A ciò ch’offrono gli occhi il dente corre,
et ogni oggetto, ancorché vile, ammette,
né rifugge il desio, né il labbro aborre
sozzure immonde e laidezze infette.
Putrido lezzo altri a guastar trascorre,
a roder viva calce altri si mette,
fuligginosa polve altri deliba
e di cenere amara altri si ciba.

7V’è tal ch’ancor dormendo il pasto chiede,
e sovra lui ruota le fauci in vano:
ciò che bramò vegliando in sogno ei vede,
e delusa in su i deschi alza la mano;
svegliato poi, volge baccante il piede
cieco per rabbia e per furore insano,
e per farne alimento a la sua vita
si morde e svelle, ahi crudeltà, le dita.

8Quei s’ingoian le piume e de gli scudi
i cuoi trangugian questi aspri ed impuri.
Addentan molti le più ferme incudi
e i ferri ancor più rugginosi e duri.
Molti, de l’elmo e de l’usbergo ignudi,
vigore a pena han di salire i muri,
e lassi e fiochi e senza lancie o spade
van di se stessi ad ingombrar le strade.

9Lento i passi, irto il crin, sembra ciascuno
una mal viva anotomia vagante,
concavi ha gli occhi e torvo il guardo e bruno
e di mesto pallor sparso il sembiante;
spira fetidi spirti il sen digiuno,
fassi freddo timor laccio a le piante,
pendono esangui e scoloriti i labri
e rari denti apre ogni bocca e scabri.

10Ignudo il piè, sovra l’ignudo suolo
in atto umile e in lagrimevol suono
le pure donzellette a stuolo a stuolo
poca Cerere ancor chiedono in dono,
e per l’aperte vie, tratte dal duolo
le gran matrone a tapinar già sono,
ché tutto lice a chi salute agogna,
né insieme allignan mai fame e vergogna.

11Ma non men che le donne alto spavento
i cor più franchi e più virili assale
publico lutto, universal lamento,
pietà ricerca e refrigerio al male,
e per poter con vie minor tormento
l’inedia sostener grave e mortale,
porta ciascun di loro avvinto e stretto
di larghissime fascie il ventre e ’l petto.

12Scorron pietosi in quella schiera e in questa
i maggior duci a sovvenir gli afflitti,
e perché da l’inopia empia e funesta
non restin quindi i suoi guerrier sconfitti,
a lor, non ch’altri, Boemondo appresta
grati i ristori ed opportuni i vitti,
e di man propria i nodrimenti sui
toglie a se stesso e li comparte altrui.

13Poi li consola e dice: «O generosi,
ch’a me siete di par sudditi e figli,
e che sì vari in guerra e faticosi
sosteneste fin or danni e perigli,
verran, non guari andrà (chi fia che gli osi
più ritardare?) i volator navigli,
verran, verranno, e porteran per l’alto
a voi ristoro et a i nemici assalto.

14Ma quando pur di contumaci venti
gli agitassero in mar schiere rubelle,
e pigri ancora al gran ritorno e lenti
gli rendessero al fin turbi e procelle,
confidiamo in quel Dio ch’ampi torrenti
trasse da i sassi a l’arido Israelle,
e che già di sue grazie i nembi aperti
piover seppe la manna entro i deserti.

15Sì sì, speme, o fedeli, animo, o forti,
ch’a i suoi più cari è vivandiere il Cielo;
ei fia che di là su frutti vi porti,
cui già mai non aduggia ombra né gelo».
Così gli esorta, e sono i lor conforti
dettati a lui dal suo paterno zelo,
ma non pon far però ch’aspre querele
non gli fulmini contro alma infedele.

Il conte di Carnuti si ammutina e nottetempo scappa con il suo contingente verso Bisanzio

16Il conte di Carnuti, che più volte
per fuggir da l’impresa egro si finse,
e che fra le notturne ombre più folte
spesso di furto al dipartir s’accinse,
con poche genti in sua difesa accolte
amutinossi, e innanzi a lui si spinse,
e in maniere arroganti ed orgogliose
il sommo duce a rampognar si pose:

17«Ecco,» dicea «famelici morremo
mendicando per Dio poche mercedi.
De l’umane miserie al punto estremo
eccone giunti, ecco i difesi assedi,
e tu, che vanti il capitan supremo,
così di vitto i tuoi guerrier provedi?
così governi? e in cotal guisa oppressa
rimansi l’oste a la tua fé commessa?

18Oh tra i romiti orror fossimo almeno
là dove ombrosa al ciel selva si spande,
che invidiate a le foreste in seno
non foran or le rustiche vivande,
ma da i più rozzi tronchi in su ’l terreno
scoteressimo pur dattili e ghiande,
over sarian d’amare bacche onusti
da noi raccolti i più selvaggi arbusti!

19Né già i lussi chiediamti, onde condita
la mensa hai tu ne la tua regia corte,
ma tanto sol da sostener la vita
ma tanto sol da differir la morte,
che se ci si nieghi una sì giusta aita
renditi vinto almeno, apri le porte.
Non mai sì crudo il vincitor si vide
ma i prigionieri suoi pasce od uccide.

20Da le feconde là spiaggie nicene
forse verrà la cristiana armata?
Stassi (chi sa?) sovra straniere arene
a i denti ancor de l’ancore legata,
e intanto a piene vele or qui se ’n viene
la morte a noi più d’ogni vento alata,
né, trattane la fame, altro n’avanza,
e un continuo tormento è la speranza.

21Forse dal Ciel sovra le nostre schiere
vedremo fra noi diluviar la manna?
Chi senza merti in su le sue preghiere
si confida talor, quanto s’inganna!
Tua colpa è sol se questa gente père,
ed altri in van de gli error tuoi si danna;
noi qui moriamo, e tu sedendo aspetti
ch’adempino le stelle i tuoi difetti?».

22Volea più dir, ma d’alto sdegno armata
vèr lui rivolge il capitan la faccia,
torvo tre volte e rigoroso il guata,
e sì gl’impon ch’indi si parta e taccia.
La temeraria lingua a lui gelata
ha il primo tuon de la real minaccia,
e tace e parte, e si ritrae da l’onte
a la sol maestà de la sua fronte.

23Il saggio duce differir dispone
la giusta pena a l’orgoglioso insulto,
e la riserba a men crudel stagione
che novo or teme universal tumulto;
ma di grave castigo il rio fellone
non s’assicura, e se ne fugge occulto,
e co i seguaci suoi, mentre più cresce
la notte in ciel, da la città se ’n esce.

24Giunge al campo nemico, e s’appresenta
su ’l novo giorno al persian tiranno.
Se ’n turba il fiero, e contra lor s’avventa
e gli astringe a narrar dove se ’n vanno.
«Or il saprai, ma tu fra tanto allenta
l’ira,» diss’ei «né già temer d’inganno,
ché sol siamo noi fuor d’Antiochia usciti
di teco guerreggiar tardi pentiti.

25Ma già tardi non fia s’appo i più saggi
riconosciuto error merta perdono;
rimetti a noi de i ricevuti oltraggi
dunque l’offesa, e danne vita in dono.
Franchi chiediamti e liberi passaggi,
genuflessi al tuo piè, chini al tuo trono».
Così favella il fuggitivo, e ’l prega
di libertà. né il persian la nega.

26V’è ben chi ne ’l rimproveri e chi l’esorte,
armando in contra lor ferro o veleno,
ad arrestarli, a destinarli a morte
o farli pur suoi prigionieri almeno,
ma ricusa impiegar spade e ritorte
a tormentar di que’ fugaci il seno,
ché in guisa tal co ’l franchigiarli ei crede
adescar gli altri a trar fuggendo il piede.

27Quindi al lido vicin vanno i malvagi,
e al greco imperador drizzan le vele.
Ma vie più duri ogni or novi disagiFinalmente arriva la flotta, ma Solimano decide di sortire: l’architetto del campo gli fornisce degli scudi ustori
turbano il seno a la città fedele,
accumulando va stragi a le stragi
la morte orribilissima e crudele,
né altra speme han l’affamate genti
che in su le terga al mar, su l’ali a i venti.

28O quante volte i più gran duci, o quante
d’eccelsa torre in su la vetta assisi
rivolgendo vèr lor sguardo anelante
stancan gli occhi in su l’onde intenti e fisi!
Se rimira tal un flutto spumante
bianca vela colà par che ravvisi,
e se tocca dal sol nube risplende
amico legno il van pensier l’apprende.

29«Questa è certo una nave (altri soggiunge),
già veggio i remi, è dessa, amici, è dessa!
Ecco i lini raccoglie, ecco se ’n giunge,
ecco l’ancore affonda, ecco s’appressa».
Ma frettolosa ella se ’n passa e lunge
se ’n va per l’alto e di volar non cessa,
e lascia solo in su quegli occhi intanto
che tracciaro l’andar lagrime e pianto.

30Se chiaro sorge o se talor sereno
a cader va ne l’Occidente il sole,
nova speranza a lor lusinga il seno
e par che li restauri e li console;
se ’l vento spira ogni un di gioia è pieno,
se taccion l’ante ogni un si lagna e duole,
che conta i giorni ond’ella già partio,
così gl’inganna adulator desio.

31Ma pur se ’n viene ed ecco pur al fine
la grand’armata a gli occhi loro appare.
Già già scopron l’insegne e già vicine
veggion l’antenne veleggiar su ’l mare,
che raro o mai non fur grazie divine
ne ’l maggior uopo a chi le spera avare,
ma tutti nutre e con paterno zelo
tutti provede e a tutti è Cielo il Cielo.

32Chi potria dir de le lor gioie i moti
e qual contento in ogni sen s’accoglie?
Quei la saluta, e i patteggiati voti
per l’arrivo di lei questi discioglie.
Altri a Dio ne dan grazie, altri devoti
n’appendono a gli altar tabelle e spoglie,
e ne gode ciascuno e del diletto
ch’al cor gl’inonda, ha mal capace il petto.

33Vola intanto la fama, e se ne sente
d’intorno il suon tra i Persiani ancora;
turbasi il campo, e di grand’ira ardente
se n’affligge Corbano e se n’accora;
ma sovra ogni guerrier tarlo pungente
il cor di Soliman rode e divora,
e gli s’infiamma il sangue entro le vene,
pensando sol che da Nicea se ’n viene.

34Indi fra sé ragiona: – O mie dilette
mentre piacque al destin patrie pendici,
ch’oggi vi state a i cristian soggette
de la licenza lor prede infelici,
sì dunque siete a ministrar costrette
prodighe vettovaglie a’ miei nemici?
e in guisa tal qui vi vegg’io per l’onde
di larga messe a’ danni miei feconde?

35Ah no no, no ’l soffrir, va’, Solimano
a vendicar le già sì gravi offese,
va’, corri al lido, e di tua propria mano
sian le lor navi a quei ladroni accese -.
A se stesso così parla il soldano,
machinator sempre di vaste imprese,
e a far ciò noto al re de’ Persi avante
egli si porta con spedite piante.

36Corban l’approva, e sferza aggiunge e sprone
a quel desio che per se stesso ha l’ale,
e «Siegui,» gli risponde «alto campione,
l’intrapreso pensier d’alma reale,
siegui et aventa entro lo stuol fellone
de gli abeti d’Europa ardor mortale,
che, benché malagevole la scopra,
pur è degna di te così grand’opra».

37Più s’incoraggia a l’or quell’empio e pare
vie più fieri spirar spiriti audaci,
e le più scelte schiere e le più care
vuol sol che sian de l’orme sue seguaci.
«Al mare, al mare, o miei fedeli, al mare
mano a i solfi, su su, mano a le faci,
lasciam le tende e con prodigi orrendi
corriam su l’acque a seminar gl’incendi».

38Così grida il niceno, e ’l gran pensiero
già le sue squadre ad esequir son pronte,
quando a lui giunge il barbaro ingegnero,
che diroccò già d’Antiochia il ponte,
e «Fermati,» gli dice «o re guerriero,
né gir colà de la tua morte a fronte,
che poco val di coraggioso il merto
se co ’l coraggio anche il periglio è certo.

39Ma se i consigli miei seguir ti giova,
lieto il fin sortirai d’opra sì bella,
né lodo io già che tu v’impieghi a prova
di bitume infernal torchio o facella,
né men da me di cieco ardor s’approva
fabricate virar palle o quadrella,
né trabocco vo’ far bomba o spingarda
ch’a i legni ostili indi s’aventi e gli arda.

40Armi usate son queste, a cui già l’arte
trovò i ripari, architettò gli schermi:
umide tele appese in aria e sparte
i gravi oltraggi lor rendono infermi,
cede il suo regno oggi Nettuno a Marte,
e più qual pria non son gli abeti inermi;
ma congiunte a le ciurme hanno le schiere,
e v’ondeggian di par vele e bandiere.

41Di fabri ignudo stuol farò che sudi
con incallita man, che mai non falli,
a tempestar su le sonore incudi
temprati a grave ardor bronzi e metalli;
questi fabricaran concavi scudi,
lucidi più de i lucidi cristalli,
per cui verrà che ne gli opposti oggetti
la forza il sol de i raggi suoi saetti.

42Quinci per te fia vasta fiamma accesa,
che improvisa accampando arda ogni legno,
né solo architettar schermo e difesa
del vigor del tuo foco e del tuo sdegno,
ma né pur proveder l’occulta offesa
l’arte potrà di ben sagace ingegno,
sì che non cada ogni gran nave oppressa
fatta pira al nocchier, rogo a se stessa».

43Così l’un dice, e Soliman l’offerta
accetta, e sì gl’impon ch’ei li prepari,
ch’ove suol la vittoria esser più certa
ivi sono i trofei sempre più cari.
Su dura incude e sotto mano esperta
gemono intanto i ben sudati acciari,
tuonano i colpi e di faville un nembo
tremulo ondeggia a la fucina in grembo.

Solimano incendia la capitana

44Fabbricati gli scudi, ecco il soldano
se ’n arma il braccio, e verso il mar si tragge.
Van di concavo acciar gravi la mano
molt’altri seco in vèr l’occulte spiagge.
Adulto è il giorno, e già su l’oceano
vien che di bel meriggio il sole irragge,
et in un puro e limpido sereno
intatto ha il cielo e senza nube il seno.

45Giunti in su ’l lido, al chiaro sol rivolti
tengono i tersi lor specchi guerrieri;
son pria da questi i raggi suoi raccolti
entro i concavi lor brevi emisperi,
indi gli avventa poi liberi e sciolti
qual dardo suol da poderosi arcieri,
il cui calor con angolar riflesso
la propria attività cresce a se stesso.

46Stanno intanto i cristiani in alto assisi
et han gli abeti a l’ancore legati,
quando stupidi insieme et improvisi
miran su ’l lido i cavalieri armati.
Già vien ch’ogni un li scopra e li ravvisi
per suoi nemici, e che ne tema agguati,
pur da gli animi loro ogni paura
sgombra la lontananza e gli assicura.

47Ma già vicina è l’opra, et ecco omai
a intepidir cominciano le navi.
Bolle l’oscura pece a i caldi rai
et infocate già fuman le travi;
crescon, fomite al foco, et esca a i guai
le biade onde se ’n van cariche e gravi.
Sorge la fiamma e con aperta vampa
già già piramidal l’incendio avvampa.

48Mostruoso spettacolo e funesto
mirar su ’l dorso al mar navale arsura:
d’acque e di fiamme un portentoso innesto
alto germoglia e n’ha rossor natura,
di caligine rea turbine infesto
la pupilla del ciel nel sole oscura,
e di pallida cenere infeconda
solcata è l’aria e seminata è l’onda.

49Tal ne la nostra età fiamme omicide
vomitò su ’l Tiren colle tonante
quando con suo terror l’Italia vide
da l’uno a l’altro mar cener volante.
Sibila il foco orribilmente e stride,
ne la sua vastità fatto gigante,
e tutto par che de gli ardori il pondo
nel giorno estremo incenerisca il mondo.

50Da prora a poppa, e poi da poppa a prora
altri corre, altri fugge, altri s’asconde,
chi de l’onde ha timor l’ardor divora,
e chi teme l’ardor morte ha ne l’onde.
Del cielo altri si lagna, altri l’implora,
e chi s’aggira più, più si confonde;
altri a le sarte et altri a i rostri appeso
muor sommerso in un punto, arso e sospeso.

51Fuggon per l’alto i più leggieri abeti
rapidi sì ch’ogni un direbbe han l’ale,
e traggon seco su l’ondosa Teti
la fulminata in lor fiamma mortale.
Come porta con sé pesce le reti
augelletto il lacciuol, cervo lo strale,
ma nulla può, dal proprio peso oppressa,
la capitana lor mover se stessa.

52Ard’ella e scoppia, e van d’intorno a nuoto
qui un corpo lacerato, ivi un adusto,
altrove è senza busto un teschio ignoto,
altrove è senza teschio arido un busto;
chi sferza l’acque e chi galleggia immoto,
chi mezzo ignudo e chi de l’armi onusto,
chi fuma arsiccio e chi agonizza absorto,
misti in fra loro il semivivo e ’l morto.

Il servo Rubeno giunge a riva a nuoto, informa Solimano che ha bruciato la nave su cui viaggiavano moglie e figli

53Nel lido Soliman brilla e festeggia
lieto de l’opra e de l’impresa altero,
quando su l’orlo al mar vien ch’egli veggia,
che tal lo stima, un cristian guerriero.
Di rabbia a l’ora e di furor spumeggia
e gli s’avventa irato il cavaliero,
alza un fendente e poich’al fin comprende
essere un suo fedel, tosto il sospende.

54O come il bacia affettuoso, o come
tutto si mira a sollevarlo intento!
Gli piove il mar da le canute chiome
su ’l curvo dorso, e in sen gli gronda il mento,
Or mentre ei va le troppo gravi some
crollando al suol del liquido elemento,
desioso d’udir di che novella
se ’n giunga apportator, così favella:

55«Ruben? Rubeno? ove, o buon servo, e d’onde?
che fanno i figli miei? che fa Persina?».
«La tua Persina,» il vecchiarel risponde,
«Persina a te consorte, a me reina,
veleggiando se ’n va forse in quest’onde».
L’altro interrompe: «E stassi a noi vicina?»;
«Vicina ahi troppo: in quel vorace ardore»
ripiglia il servo «od è già morta o more».

56«Ohimè,» grida il soldan «ma in questi liti
come venn’ella?». Et ei: «Se m’odi, il dico.
Quando prima in Nicea fummo assaliti
e che ne vinse poi ferro nemico,
per mantenersi in amicizia uniti
con esso lui ch’è tuo rivale amico
stabiliro i cristiani al regio trono
del greco imperador mandarla in dono.

57Su la nave maggior che, capitana
di quest’armata, a l’altre navi impera,
stava dunque colà la tua sultana,
destinata in Bisanzio prigioniera,
quando co’ figli suoi, benché lontana,
su queste arene ella ti vede e spera.
Spera da te salute, e tu, crudele,
ardi lor le membra, altrui le vele.

58De la prora io t’accenno e al ciel fo voto
e tu pur siegui, e la gran nave accendi,
e mando, ahi lasso, ogni mio cenno a vuoto
ch’o non pensi o non vedi o non intendi.
Me stesso a l’or precipitoso a nuoto
getto nel mar da gli apprestati incendi,
ma la mia vecchia età rende più lungo
a me il camino, e tardi a te men giungo».

59L’un così narra, e ’l cavalier dolente
stupido, immoto e gelido si mira.
Or al servo che parla invia la mente,
or al legno ch’avampa il guardo gira.
Detesta il fatti e nel suo cor si pente
del soverchio ardimento e ne sospira.
Poi sciolta al fin de l’empia lingua il gelo,
fulmina irato una bestemmia al cielo.

60E piangendo soggiunge: «Ah, Solimano,
queste son l’opre tue, questi i tuoi gesti?
di propria man (né ti gelò la mano?)
la real moglie e i cari figli ardesti?
o colpo da nicen, cor da soldano,
quel che non fan le belve, empio tu festi?
e in qual caverna mai belva s’annida
barbara sì che la sua prole uccida?

61Fiamme, deh perdonate a i tenerelli,
a gl’innocenti, a i semplicetti infanti,
l’assalir, l’espugnar duo corpicelli
son deboli trofei, piccioli vanti.
Deh, perdonate a lei che i bambinelli
si stringe al petto e vi si stempra in pianti:
quel sesso e quell’etade entrambi sono
ben degni di clemenza e di perdono.

62Ma il foco a chi perdona? o venti, o venti
a spegner voi quel sordo ardor volante,
ad atterrar quei mongibelli ardenti
perché non t’armi, o mar d’acque gelate?
Nubi le pioggie, i turbini, i torrenti,
le grandini, i diluvi a che serbate?
Ahi cielo, ahi ciel, s’esser pur deve eterno
fia quel foco per me foco d’Averno.

63Ma che mi lagno, o vil, s’oggi a me stesso
vento e mar, nubi e cielo esser poss’io?
Ir a nuoto colà ben fia concesso,
o mio fedel, come al tuo braccio al mio.
Tu sieguimi da lunge, e voi più presso
venitemi, o soldati, ceco m’invio».
E gravato così d’elmo e d’usbergo
vuol gettarsi nel mar con l’armi al tergo.

64Ma Rubeno il trattiene, e in suo più grave
«Vana» gli dice «è ogni mondana aita:
già spento è l’incendio, arsa è la nave,
la picciola Illione ecco è finita.
Sol vi riman d’affumigata trave
qualche reliquia inutilmente ordita,
e una gelida sol massa funesta
di mal confuse ceneri vi resta».

65Ed egli a l’or: «Pianger vo’ pure almeno
su quelle incenerite ossa infelici,
e radunate a nobil urna in seno
far lor di pietà gli ultimi uffici».
«Deh no, signor,» replica a lui Rubeno,
«v’arsero co’ tuoi figli anche i nemici,
e distinguer non può ben ciglio mortale
da cenere plebeo cener reale.

66Tu, poich’irreparabile è il tuo danno,
priega pace a gli estinti, e, vie più saggio,
dando norma al martir, legge a l’affanno,
fa’ pompa in ciò del tuo natio coraggio.
Novi figli concessi a te saranno,
nova isposa dal Ciel, novo legnaggio;
guerreggia intanto e dal commun nemico
racquista a nova prole il regno antico».

67Con questi detti il vecchiarel l’esorta
a por meta a i sospir, termine al duolo,
ond’ei si tempra alquanto e si conforta
e ragiona così, vedovo e solo:
«Spirto real, ch’ove il destin ti porta
vagando vai per queste piagge a volo,
sai che son reo d’involontario errore,
né con la man fu incendiario il core.

68E voi, che per quest’aria errando gite,
anime pargolette e peregrine,
le cui lattanti et immature vite
su i primi albor fei tramontar bambine,
se quinci intorno or le mie voci udite,
a gli occhi ancor de l’uccisor vicine,
sapete ben che non peccò la mente
e ch’è la colpa mia colpa innocente.

69Dunque in voi contra me favilla alcuna
non s’accenda già mai d’odio o di sdegno;
misero cavalier cui la fortuna
tolse la patria, e con la patria il regno,
et in cui danno ogni suo sforzo aduna
la terra e ’l ciel, ben di pietade è degno.
V’uccisi, è ver, ma in ciò godete or meco
che non andrete incatenati al greco.

70Io, poiché altro non posso, il reo cristallo
che fu strumento al dispietato eccesso,
ecco spezzo in più parti, onde il mio fallo
non veggia in lui, quasi in gran specchio impresso,
e se non me ’l vietasse ampio intervallo
schiodarei da le sfere il sole istesso,
che con troppo crudel raggio sinistro
fu di mia ferità fabbro e ministro».

71E partendo così, mesto e confuso,
al campo ch’ei lasciò torna il guerriero.
O giustizia di Dio, come deluso
rendi ne gli error suoi l’uman pensiero!
Fonde Perillo il toro, e in lui racchiuso
gemendo mugge e sì vi muor primiero;
tende ad altri il capestro e, a pena teso,
Aman vi resta ignobilmente appeso.

Boemondo convoca i capitani: Goffredo propone di abbandonare la città a Corbano e puntare su Gerusalemme, Raimondo si oppone al consiglio di Buglione e si offre per una sortita

72Da un’alta torre i cristiani intanto
mirato avean l’incendio egri e languenti,
e gian per la città sparsi di pianto
raddoppiando fra lor strida e lamenti.
«L’esche» diceano «onde sperammo alquanto
gli esangui ristorar corpi dolenti,
con fauci ahi troppo ingorde, ahi troppo avare
divora il foco e se l’ingoia il mare.

73Disperate speranze, ah non v’alletti
più providenza altrui, siete tradite.
Che giova esporre in guerra ignudi i petti
se digiune convien perder le vite?
Misere vite, a cui dal Ciel disdetti
son gli alimenti, ond’elle sia nodrite,
andiam ne i più profondi ermi recessi,
ché già siam morti, a sepellir noi stessi».

74Così piangean gli afflitti e come pure
fossero estinti ivan sotterra insieme.
Ma il capitan le publiche sciagure
ben vede anch’esso e ne sospira e geme,
pur militar prudenza a lui men dure
rende l’angoscie, e nel suo cor le preme,
e per saper chi sopraviva ei vuole
farne rassegna anzi che mora il sole.

75Quinci con general publico bando
e per gli aperti e per gli occulti calli
ad alta voce il suo real comando
portan d’intorno i citator metalli.
Ma in grembo a l’ombre e da la luce in bando
pur se ne stanno in sotterranee valli,
né val tuon di tambur, bombo di tromba,
ancor che vivi a trarli fuor di tomba.

76Se ’n turba Boemondo, e li minaccia
d’arderli ancor a’ quei sepolcri in seno;
poi fa che siegua il priego a la minaccia,
e sì gli affida placido e sereno.
Né la tema però da lor discaccia
e nulla forza ha d’ammollirli almeno,
sì che, lasciando i bellici rigori,
chiama a consesso i capitan minori.

77S’adunan questi, e, saggio insieme e pio,
lo stato de le cose ei loro espone,
poscia soggiunge: «A Dio conviensi, a Dio
come a primiera original cagione
recar ciò che di buon, ciò che di rio
succede. Altri esequisce, ed ei dispone:
trafigge più chi più gli è caro, e ’l prova
com’or co ’l foco e co ’l flagel gli giova.

78Ma libero arbitrio a l’uom pur dona
libere l’opre e liberi i consigli,
voi dunque, che mi fate alta corona,
per onor, per amor, principi e figli,
qui dove si risolve e si ragiona
de i miei non men che de i commun perigli,
puri svelate i vostri sensi e dite
con franca libertà ciò che sentite.

79Molti molto dicean, ma sovra tutti
s’udiro il buon Raimondo e ’l gran Goffredo.
«O quai» disse il Buglion «publici lutti
a noi, signor, tra pochi dì prevedo!
Son le ribellion soliti frutti
d’una fame mortal; fuga o congedo
prenderanno i soldati, e capitani
noi sarem di noi stessi astratti e vani.

80Dal dì ch’entrossi a queste mura in seno
non s’ebbe mai felicità d’impresa,
e senza onor d’un sol trofeo almeno
ogni pugna perdemmo, ogni contesa,
indizio a noi che non s’approva a pieno
del consenso del Ciel questa difesa.
Ma che più ricercar vecchi argomenti
s’oggi chiaro ne ’l fan novi accidenti?

81Già distrutta dal foco e mal si puote
più risarcir la vivandiera armata,
già la città dal Persian si scuote,
che di più stretto assedio è circondata.
Il non renderci noi fia nova cote
al furor di quell’oste empia e spietata;
dunque rendiamci a buona guerra, e fatti
sian de la resa in questa guisa i patti:

82che noi, lasciando intatto ogni confino,
de la Soria tanto a Corban diletta,
cederemo Antiochia e al palestino
lido n’andrem vèr la cittade eletta,
ma ch’ei non dia soccorso ad Aladino
né con gente venal né con soggetta,
e libera lasciando a noi l’impresa
non si colleghi seco a sua difesa.

83Così facendo esequirem que’ voti
che femmo a i piè d’Urbano in Chiaramonte,
e piegaremo un dì chini e devoti
al sacro avel l’ossequiosa fronte.
Ma se qui stiamo inutilmente immoti,
chiari i danni saran, publiche l’onte.
Ripugna a i giuramenti ogni altra brama,
Giersulame, Gierusalem ne chiama».

84«Sia con tua pace, in ciò da te dissento,
o buon Goffredo;» il tolosan rispose,
«la fame in fra i guerrier non è portento,
a chi le sue speranze in Dio ripose;
compatisco ben io l’altrui lamento
e le publiche omai voci dogliose,
ma così gravi a noi, ma sì vicine
non miro sovrastar stragi e ruine.

85Vedemmo in braccio a l’acque arsa e distrutta
la capitana, è ver, ma non si vide
consumata però l’armata tutta,
qualche porto (chi sa?) vien che l’affide.
Tornarà quindi in union ridutta
com’abbia l’aure al suo camin più fide,
e cauta omai fia che’ella porti poi
schermo a se stessa et alimento a noi.

86Ma quando tutta ancor preda a lo sdegno
fosse del foco, e che però si pave?
val dunque men di poche legni un regno,
e più d’una città cara è una nave?
Perdere a l’uomo il suo vital sostegno
è ben fra i danni suoi danno il più grave,
ma il mondo, il mondo arda per tutto e pèra,
cristiana pietà nulla dispera.

87Principi, a nostra aita, a nostro scampo
fia dispensier l’esercito pagano,
se uscir vorremo a battagliarlo in campo
e nel suo sangue a dissetar la mano.
Se me ’l concedi, o sire, io, io nel campo
andrò nemico e non androvvi in vano,
ma quei cibi farò che a lusso loro
l’Asia somministrò nostro ristoro.

88Che se nieghi l’uscir fin che vicino
l’aiuto de la Grecia a te non giunge,
chi sa, forse se ’n vien, forse in camino
già si ritrova, et è da noi non lunge,
correrà frettoloso al tuo domino
se spron di gloria e di pietade il punge.
S’indugi adunque e ’l giunger suo s’attenda,
né la città s’ei pria non vien si renda.

89No, non si renda, no, legge di guerra
in saggio capitano a l’or che vassi
a grand’impresa è che nemica terra
o fortezza real dietro si lassi.
Fermiam qui dunque (io so che in ciò non erra
il mio discorso) in Antiochia i passi,
così con doppio onor, con doppia gloria
avrem di due città doppia vittoria».

90Applaudon tutti al marzial consiglio
del saggio vecchio, e Boemondo anch’esso
co ’l brio del volto e co ’l seren del ciglio
fa d’approvarlo un argomento espresso.
Riccardo solo un picciolo bisbiglio
pria desta in suo piacevole e dimesso,
poi, tratto dal natio spirto feroce,
baldanzosa così scioglie la voce:

91«Perderem, perderemo; vana follia
sperar da greca fé provido aiuto».
Sorge e a l’or l’eremita, e a lui s’invia
e gli risponde rigido e temuto:
«Vincerem, vincerem, ma già non fia
il trionfo commun da te veduto».
Così l’un dice, e tace l’altro e teme,
ch’un improviso orror l’alma gli preme.