Il Boemondo

di Giovan Mario Verdizzotti

Libro I

ultimo agg. 13 Ottobre 2015 13:07

Proemio (1-9)

1L’arme vittoriose e ʼl gran valore
dirò di quel guerrier campion di Cristo
che d’Antiochia con suo sommo onore
fece a gloria del Ciel bramato acquisto,
allor che sdegno pio d’odio e furore
i popoli d’Europa armar fu visto
per liberar da l’empie mani il tanto
suo da noi venerato ospizio santo.

2Porgi tu, Musa, al mio cantar novello
di cui prisca pietate il cor m’accende,
tanto favor che in dir leggiadro e bello
passi il gran fatto che mia mente intende,
tu, ch’ogni cosa da l’eterno ostello
miri che qua giù il tempo ignora rende
narra per me, se tanto il Ciel dispone,
di sì sdegno pensier l’alta cagione.

3E tu, prencipe sacro, al cui gran stato
d’onor soggiace il tempo e la fortuna,
perché è la tua virtù maggior del fato
né quel per altro ha in te ragione alcuna,
già d’ogni parte a noi splendi beato,
ogni sua forza il cielo in te raduna,
che come è suo quanto qua giù si serra
così il tutto per lui tu reggi in terra,

4tu dunque, il cui poter soprano e divo
sol vien tra noi fuor de l’umana sorte,
che puoi non sol dar miglior vita a un vivo
ma far ch’ei viva ancor dopo la morte,
se quanto in pro del mondo io per te scrivo
opra già fu de la celeste corte,
col benigno sembiante a me ti volta
e i nati la genio tuo miei versi ascolta.

5Un bel desio che dolcemente alletta
di piacerti a mie voglie aggiunge sproni
perché il pensier che in altri altrui diletta
per altro fin da me cantato suoni,
e s’opra io lascio ch’ei maggior mi detta
mi scusi Apollo in questo e mi perdoni,
se in parte è di perdon degno e di scusa
nobil disegno di sprezzata Musa.

6Or mentre in vece del monarca eterno
tu, gran rettor di questo basso mondo,
l’immensa mole di sì gran governo
sostenti sol bastante a tanto pondo,
e le chiavi del Cielo e de l’Inferno
volgi a tuo senno, aspira a me secondo
poi che impresa ho da dir se ben tu pensi
che più ch’ad altro al grado tuo conviensi.

7Ma quando fia che l’alto tuo pensiero
simile esempio di materia dia
nell’opre di se stesso (ond’io ne spero
con degno premio) a l’umil musa mia,
sopra il Pegaso del romano impero
volerò al ciel per non usata via
con quel valor che in me da Dio s’interna
di me lasciando in te memoria eterna.

8Allor d’oro vestito e ʼl capo cinto
di rai di gloria di lodata guerra,
il dominio vedrem del mondo vinto
sedente sopra il globo de la terra,
e sotto al nome del gran Paolo quinto,
che l’empio ardir de l’ingiustizia atterra,
regnar la pace e farsi in santo amore
di Cristo un sol ovile, un sol pastore.

9Siami tu intanto il pio nume che infonda
spirto e vigore a la mia stanca vena,
non cercherò d’altro Ippocrene l’onda
se al bel Parnaso il tuo favor mi mena.
Viemmi da la tua grazia aura feconda
che m’ha di santo ardir l’alma ripiena,
et io già spero, da tua luce scorto,
giunger col legno mio sicuro in porto.

Pietro l’eremita è raggiunto in sogno da un Angelo, che lo spinge a predicare per la liberazione del Sepolcro: i cristiani si riuniscono e partono (10-19)

10Già gran tempo tenea barbara gente
di leggi e culto assai da noi diversa
in servitù nefanda l’oriente,
et Elia santa in gran miserie immersa,
e del Figliuol del Padre onnipotente
l’arca sacra in profano uso conversa,
di lei vendendo in modo avaro e rio
al popol di Giesù l’adito pio.

11Anzi spesso del tutto ancor vietando
quel santo ospizio a chi n’era devoto,
crudelmente uccidendo e depredando
il peregrin pia ch’ei sciogliesse il voto.
Così ogni giorno più venìa mancando
l’onor del loco e a farsi al mondo ignoto,
con gran giattura di tanta mercede
e vilipendio de la santa fede.

12Per questo il Creator, che non sostenne
a le sue glorie sì continui danni,
de’ suoi fedeli al fin porgendo venne
util rimedio a i troppo lunghi affanni,
e col mezzo a uom pio tal opra fenne
che ancor malgrado de gli stigi inganni
s’armàr d’Europa le più nobil genti
per liberar quei miseri innocenti.

13Pietro quel fu che pien di santo zelo
fin dal celtico a lui natio paese
condotte a venerar del Re del Cielo
i sacri luoghi, ove egli in terra scese,
per lui sofferto avendo e caldo e gelo,
dianzi uso a gli agi, in vile e rozzo arnese,
da Dio per tanti affanni acquistò merto
che un tal ben per lui fosse al mondo aperto,

14ché mentre il vecchio pio d’orar già stanco
del gran sepolcro innanzi al sacro altare
nel mezzo de la notte il debil fianco
posa dormendo, in sogno ecco gli appare
noncio celeste in lungo abito bianco
che così gli have a dir con notte chiare:
«Odi quanto, o buon Pietro, Iddio comanda
ch’abbia oprar per l’Europa ov’ei ti manda.

15Trova di quella i prencipi e dirai
che vuol ei ch’è il Signor che a ciò ti move
che prendan l’arme, perch’è il tempo omai
di far con lui per lui famose prove.
Di tal più non ne furo varie mai,
trar vuol di servitute i luoghi dove
nascer volse e patir acerba morte
per aprirvi del Ciel le chiuse porte.

16Troppo ha la sua benignità sofferto
il barbarico orgoglio incontra i suoi,
or vuol che resti a tutto il mondo aperto
quanto egli possa in soggiogarlo a voi».
Tacque ciò detto il divin noncio, e certo
di sé diè segno, il qual restò da poi
che, desto, l’uom di Dio vide splendore
che sparve, e ne lasciò celeste odore.

17Di quel ripien fu il venerabil loco
e ʼl santo peregrin si messe in via,
e passò il mar di tempo in spazio poco
per condor tosto a fine opra sì pia,
e col cor tutto pien del santo foco
d’amor che oprar fa ciò che ʼl Ciel desia,
per varie parti in breve tempo scorso
misse Europa di ciò tutta in concorso.

18E palessando in quai strazi e tormenti
poste da l’empie mani saracine
fossero di Giesù l’oppresse genti,
le morti ingiuste, i danni, le rapine,
de i santi altari i sacri fuochi spenti,
e profanate le cose divine,
mostrò per tutto con fervente affetto
quanto Iddio da quegli empi era negletto.

19Però molti di varie nazioni
prencipi illustri allor, commossi a sdegno
de i gravi torti che patiano i buoni
con gran dispendio del celeste regno,
colà scinsero l’arme e i lor campioni
contra l’orgoglio di Maumette indegno,
e racquistaro in brevi giorni e guerre
molte usurpate a Dio provincie e terre.

L’esercito è in marcia per Nicea quando Satana decide di intervenire (18-23)

20E già il campo cristian, che di Nicea
altiero uscia, le vincitrici insegne
verso Antiochia a più poter movea
per tentar opre ancor a altri onor degne
quando l’empio Satan, che in lui tenea
le luci ognor d’iniqua invidia pregne
per turbar, se potea, sì buon progresso,
pien d’alta passion disse a se stesso:

21- Dunque s’andranno i miei nemici altieri
sempre de le vittorie, e contra i miei
fidi seguaci ognor più forti e fieri
adempiranno i lor disegni rei?
Dunque riusciran vani i pensieri
sempre in tal guisa de i tartarei dei?
e ʼl valor che s’oppose a chi sta in Cielo
vinto sarà da un vile umano zelo?

22Che giova, ahi, l’aver lor contra il furore
commesso già de l’Ongaro fallace,
e l’odio greco col suo gran timore
che fosser per turbar sua antica pace,
e l’aver tanto danno e disonore
più volte fatto a questa gente audace
per mille vie, se più che mai feroce
tanto a i fedeli miei contrasta e noce?

23Ah non fia ver, fin qui s’abbia da gioco
in loro oprata la mia gran possanza,
ben si vedrà, s’io son chi son, fra poco
quanto io far posso di mia antica usanza.
Io desterò tante armi e tanto foco
da quel regno che a me sì largo avanza
nell’Oriente che in Europa un solo
non tornerà di quel nefando stuolo -.

Convoca il concilio infero, invita i suoi sudditi a turbare la pace del campo cristiano e a spronare Solimano e intervenire (24-41)

24Non sì tosto diè fine a tal parole
l’orrendo autor del pianto e de la morte
che nel centro del mondo, onde aver suole
oscuro albergo la sua fiera corte,
d’un ferreo seggio su l’ardente mole
l’ardor sanguineo d’ogni ardor più forte,
tristo s’asside, e con turbato ciglio
fa l’Inferno chiamar tutto a consiglio.

25Sol, che d’aureo splendor con giro eterno
circondi il mondo, e ʼl tutto miri e lustri,
la terra, il mare, l’aria e ʼl ciel superno,
formando e i giorni e i mesi e gli anni e i lustri,
mostra a me chiaro del profondo inferno,
a Dio nemico e a’ miei guerrieri illustri,
l’oscuro stuol, perch’io me’ che non soglio
descriver possa il suo nefando orgoglio.

26Quindi ecco al rauco suon di ferrea tromba
che i neri spirti a radunanza invita
in sì strano romor, che ne rimbomba
la terra intorno, uscir copia infinita:
chi fuor da un antro, chi d’oscura tomba,
chi d’altro loco con sembianza ardita,
a stuolo a stuol le spaventose torme
vanno al tiran sotto diverse forme.

27Ogni empio mostro l’ignoranza adduce
*** appar con ciglia scioccamente liete,
ch’a l’error proprio mai non apre luce,
tutta cospersa de l’umor di Lete.
Con doppia faccia dietro si conduce
l’orrida Morte, ch’ogni cosa miete;
de i mostri il resto poi veder si lassa
*** loro in mezzo, e ratto avanti passa.

28Altro di cane il capo, e del gran busto
ch’umano aspetto il rimanente porta,
altro gran botta di colore adusto
ombra con faccia d’uom pallida e smorta,
altro ha di porco effigie e in lungo fusto
di collo alza d’augel la testa torta,
altro fra lunghi velli è un corpo involto,
ha d’uom le membra e in mezzo al ventre il volto.

29Alcun d’un fier leone ha il dorso e ʼl petto,
ma d’artiglio di griffo e piedi e mani;
cento e cento d’Arpie mostrano aspetto
con serpentine code e volti umani.
Mille Centauri e Scille in fiero effetto
empion quell’atrio di mughiti strani;
mille Gorgoni e Satiri e Chimere
e mille d’empie bestie altre maniere.

30Tutti gli spirti in poco spazio d’ora
che de la terra sono or quivi tranno,
né de la terra sol, ma quanti ancora
nell’ampia region de l’aria stanno,
quanti nel vasto mar fanno dimora
per far a’ naviganti oltraggio e danno,
quanti i fiumi ve n’han, gli stagni e i laghi,
sempre di mal oprar bramosi e vaghi.

31Già d’alto mormorio la turba folta
tosto ingombrando l’infernal teatro
qual l’api il nido allor ch’al giorno tolta
la luce il contadin lascia l’aratro,
verso il superbo re la faccia volta
che sopra il seggio in colto orrido ed atro
s’appoggia, e in atto spaventoso e strano,
ferreo bidente ha per suo scettro in mano.

32Cento occhi, cento bocche, ha cento e cento
orecchie e corna in capo oscure e torte,
mille gli pendon da l’orribil mento
serpi in vece di peli in sé ritorte,
porge sol con lo sguardo altrui spavento,
altrui sol con lo sguardo induce morte.
Tal poi che tutti i suoi s’ha innanzi visto
così ragiona in suon doglioso e tristo:

33«Cari consorti miei, gloria e splendore
del nume e del possente imperio nostro,
del Ciel più ch’altro degni e de l’onore
ch’a noi contende il grande emulo vostro,
patirem noi tant’onta e disonore
ch’oltra esser privi de l’empireo chiostro
non abiam regno e stato almeno in terra,
e che lo stuolo uman ci vinca in guerra?

34Già quanto oprammo in ben più di mill’anni
per ampliar confine a i regni miei
tutto è in periglio; né forze né inganni
valser fin qui contra i suoi intenti rei.
Treman de l’Asia omai tutti i tiranni
solo al suo nome e i prencipi sabei,
che poi c’han visto esser Nicea già presa
gli stiman franco il calle ad ogni impresa.

35Quinci ei sen va di tai successi ardito
ad espugnar l’antiochene mura,
e par che quasi il Ciel glien faccia incito,
che da tutti i perigli l’assicura.
Ma se non è del tutto in voi smarrito
l’alto poter che vincer suol natura,
non rimarem per questo di far prova
ch’a osar tanto a noi contra in van si mova.

36E se ben colui che a questo il mena
dargli favor ch’ognor vincente il face,
non temerem d’oprar fin ch’avrem lena
che tra lor resti al fin rotta la pace,
che con discordie in quella messa piena
di varie spoglie e di desir fallace
e con pensieri di carnal diletti
disuniremo i lor concordi affetti.

37Così non gli verrà fatto il pensiero
sempre, et or ne vedrem l’esperienza,
ch’a i suoi pur dianzi ho sì chiuso il sentiero
che lieti non andran di mia sentenza.
Già Solimano, a la cui forza io spero
ch’or non potran costor far resistenza,
di novo ho mosso, e tutto l’Oriente
con copia immensa d’infinita gente.

38Già sono presi d’ogn’intorno i passi
e per monti e per piani e per costiere
da gli Arabi, da i Turchi e da i Circassi
e da mille altre genti ardite e fiere,
e vengon dubbi a ciò movendo i passi,
temendo ognor quelle provate schiere,
perché induce timor provato affanno
e timor savio schiva infamia e danno.

39Or quel che da voi bramo a questo effetto,
chiamati qui per ascoltar mio intento,
è che voi opriate con ardito petto
che ne sia il campo ostil afflitto e spento.
Altri di coi con Solimano, eletto
a ciò da noi, che ne vien freddo e lento,
accendan tosto in lui fretta et ardire
e ne i suoi di vendetta alto desire.

40Altri ancor destin voglie in lor sì ardenti
e del venir sì frettoloso il corso
che più presti sian quei ch’or son più lenti,
per porre a questo campo audace il morso.
Altri così da i fiumi e da i torrenti
levin l’umor, che non sia d’acqua un sorso,
perché chi non morrà di lancia o spada
morto di sete e di stanchezza cada.

41Vengon del tutto i miei sì ben provisti
ch’a patir non avran disagio alcuno».
Così diceva il re de l’ombre tristi
invido sempre e di ben far digiuno
per impedir de i gloriosi acquisti
l’intento al popol pio tanto opportuno.
Stolto, che di poter vietar credea
quel che ʼl gran Re del mondo in Ciel volea.

I demoni eseguono il mandato (42-54)

42Come feroce cane inglese o corso
che poi che da colui che a forza il tenne
gran pezzo già tutto crucioso al corso
ch’ei si bramava al fin lasciato venne
porta di stizza pien libero il dorso
incontra al tauro il giorno a ciò solenne
per isfogar con velenosa labbia
nell’orecchie a l’altier l’ira e la rabbia,

43così l’infernal turba, ch’aspettava
di quel parlar il fin con tedio e sdegno,
e di saper quanto il suo re bramava
per esequir di lui l’empio disegno,
or che ha già il fin di quanto esso parlava
e di licenza ancor l’ultimo segno,
parte fremendo ognun bramoso in fretta
per far di mille scorni alta vendetta.

44Qual il furor e l’impeto che mena
dal minato terren sotto ʼl nemico
l’appreso foco nella fossa piena
del polve micidial per calle oblico,
che manda in aria gli uomini e l’arena
e ciò che rende alla sua fiamma intrico,
tal nell’uscir de la tartarea cava
la falange infernal fulmina e brava.

45E tanto è l’un dell’altro a gara mosso
de i rei spirti lo stuol, sì ad un si serra,
sì d’onde uscir dovea divien più grosso
che più regger omai non può la terra
a tanto sforzo, e già nel mezzo scosso
l’eterno centro intorno apre e disserra
le men solide parti, onde escon fuori
per mille rime omai gl’interni ardori.

46Allor Cocito per gli euganei campi
di novo uscito altrui bollente appare,
e ʼl foco stigio di sulfurei lampi
ne le selve argee da mille lari sparse;
allora Panfilia, onde ancor par n’avampi
*** de la sua Chimera al cielo alzarse,
allor l’Etna e ʼl Vessuvio a mille a mille
vomitàr contra il sol fiamme e faville.

47*** l’Euro e l’Aquilone ove in eterno
*** l’Orsa gelata in duro ghiaccio
ch’aspre nevi nutrito il freddo verno
*** che calda stagion nol trae d’impaccio
escon gli spirti del profondo inferno
or d’alto monte, e con sinistro braccio
e movendo i venti più orgogliosi tranno
con se quante ivi nebbie accolte stanno.

48Altro nembi formando una gran massa
*** spinge al ciel la scelerata schiera,
altro per l’aria volando ovunque passa
*** minaccia altrui tempesta orrenda e fiera,
altro orrendo a dietro il duro scita lassa
*** ratto vien verso la Persia altiera,
altro onde del Caspio mar la chiusa riva
*** nell’Assiria in un momento arriva.

49*** di varie genti e capitani
*** maumetano essercito riempie
*** tutto per lungo spazio i monti e i piani
*** perché ʼl pensier di Soliman s’adempie.
*** già fatto a l’emispero il sol lontani
*** di lava i rai de le dorate tempie,
*** quando l’alme infernal con l’atra notte
sopra il campo pagan si fur condotte.

50*** tutto il ciel gli spaziosi et ampi
confini ingombra il repentino orrore,
che con tuoni correnti e spessi lampi
reca d’aspra tempesta altrui terrore.
Treman sotto le selve i monti e i campi
del moto stran dell’infernal furore,
*** né pioggia né grandine fuor esce
dal nembo rio che tutta l’aria mesce.

51Chi della gran procella al suono uscito
de i tetti allor alzò le luci al cielo,
vide quasi d’augei stuolo infinito
per tutto quel notturno ombroso velo,
né alma sì sicura o cor sì ardito
fu che in se non sentisse un freddo gelo:
gelò di tema di futuri mali,
de’ quai pertanto fur l’alme infernali.

52Quinci a l’imposto ufficio intente e pronte
s’infondon tutte in quel pagano stuolo,
rinovan tutti i danni e tutte l’onte
nella memoria del passato duolo,
e dan fomento per l’ingiurie conte
non al desio della vendetta solo
ma al rio sospetto d’assai peggior sorte
se non sen fa provedimento forte.

53Del fiero Solimano al fier desio
speme dà spirto che di questo ha cura,
e fa veloce ogni pensier restio
ch’a l’ardito suo cor mova paura.
Già si gli aguzza l’appetito rio,
già sì d’ogni periglio l’assicura
che con l’avviso estremo or di sue forze
già batte il Ciel non che ʼl suo campo sforze.

54Con la sollecitudine, che brama
rigorosa di trarre impresa a fine,
ne i cor inspira a far viaggio chiama
la notte i suoi per via senza confine,
e sì cauto ne vien che pur la fama
o per lontane strade o per vicine
non l’ode o vede, non che ridir possa
a l’essercito pio di lor la mossa.

Boemondo ascende un colle e ammira delle pitture religiose, chiede a Dio se potrà dar fine all’impresa (55-77,4)

55Febo sei volte e sei co ʼl chiaro ardore
acceso aveva in Oriente il giorno
poi ch’al segno a la belva anteriore
che veste Alcide, avea fatto ritorno,
quando il campo cristian, già uscito fuore
di Nicea, sparso in tutto quel contorno
verso Antiochia lento si movea
sotto l’ardor de la stagion più rea.

56E per poter in quel duro viaggio
aver per tutto agiato alloggiamento
stimò che fosse allor pensier da saggio
due parti far del grande assembramento,
poi che due volte l’apollineo raggio
nel mare occidental rimase spento
d’allor che unito un dì verso la sera
vicin d’un fiume a un ponte arrivato era,

57ché i duci de l’essercito maggiori
a mezza notte insieme s’adunaro,
e per consenso de i parer migliori
d’andar divisi in due determinaro.
Così d’accordo a i matutini albori
separati movendo indi levaro:
sul sentier destro i suoi Goffredo stese,
e co i suoi Boemondo il manco prese.

58Ma quando questo e quel fur giunti in parte
ove aver ne potean commoda stanza
de l’esercito l’una e l’altra parte,
al duce italo parve e a quel di Franza
riveder tutto il buon popol di Marte
per saper qual del fatto abbian speranza
riconoscendo il conto de le genti,
e rimetterne in capi in guerra spenti.

59Due sono i maggior duci al campo tutto,
d’alta virtù, Goffredo e Boemondo,
da’ quai non sdegna ogn’altro esser condutto
ma d’ubidirgli ha il cor pronto e giocondo.
Sta sotto al primo ogni guerrier ridutto
germano e franco, vien sotto il secondo
volontier tratto dal suo gran valore
del sangue italian la gloria e ʼl fiore.

60Questi, prole maggior del gran Roberto,
che de la grassa Apulia ottenne il regno,
dal Re del Ciel per più d’un chiaro merto
che nel mostrò di maggior sorte degno,
fu il primo che in Italia annoncio certo
ebbe da Pietro del divin disegno,
e ʼl primo ancor che in riva di Tarento
spiegò per sì bel fin l’insegne al vento.

61Il generoso cor, l’animo pio
del gran guerrier che ʼl fatto intese,
de l’alta vision, d’alto desio
de l’impresa fatal tutto s’accese,
e perché già più volte il Cielo e Dio
segno dato gli avean certo e palese
da doverne sperar felice effetto,
venne più ch’altri pien del santo affetto.

62Però cura ad ognor l’alma gli preme,
inespressibilmente e calda e forte
di condur tosto il campo a l’opre estreme
onde a sì degna impresa il fin s’apporte.
D’altro non pensa, d’ogni indugio teme
s’ei dorme, pargli di Sion le porte
vedersi aperte innanzi, e fuor del sonno
d’altro i pensieri suoi parlar non ponno.

63Surge in quel sito verso il destro lato
dove è l’oste alloggiata in riva al fiume
un vago colle, che da terra alzato
scopre del dì nascente il primo lume.
Quivi in cima un boschetto è circondato
di lauri in modo verdi oltra il costume,
che di smeraldo ha natural sembianza
il verde lor ch’ogni smeraldo avanza.

64De i lauri al mezzo il prato angusto siede
tutto rotondo un bel marmorei tempio,
che con la cima che lontan si vede
porge di nobil forma illustre esempio.
A quello volge Boemondo il piede,
sperando in quel paese incolto et empio
forse trovar chi qual Paolo od Elia
meni vita ch’a Dio gradita sia.

65Tratto da speme tal di quel su l’erto
al solitario albergo s’avvicina,
e trova il sito inospito e deserto
né segno aver d’umana orma o ferina.
Sta di quel tempio un picciol uscio aperto,
ivi s’accosta, e dentro a quel camin,
e vede in mezzo un bell’altar che sopra
v’alza una croce di mirabil opra.

66D’oro è la croce tutta, tutta è d’oro
l’imagin del Signor che da lei pende,
di quel Signor che dal superno coro
sceso per noi sopra di lei si stende.
D’argento è ʼl piede, con nobil lavoro
fatto da man ch’ogni artificio intende,
e quel di bei compartimenti adorno
tutto di ricche gemme è sparso intorno.

67Il muro onde è con vago ordine cinto
di vari marmi il venerabil fano
parte scolpito e parte appar dipinto
di più figure da maestra mano.
V’ha la cupula il ciel tutto distinto
che mentre copre a l’edificio il piano
mostra il sole, la luna e l’altre stelle
che intorno van più luminose e belle.

68Nel mezzo a queste, in più sublime parte,
con maestà v’è il sommo Padre eterno,
tra nove cori con mirabil arte
di pii ministri del suo gran governo.
Più basso alquanto in giro si comparte
ogni elemento, e sotto appar l’Inferno,
e l’empio stuol da la sua gran virtute
de l’alme al Ciel ribelle in quel cadute.

69Da un’altra parte il Creator si vede
per ristorar del Paradiso i danni
l’uomo crear da riempir la sede
che lasciàr vuote gl’infernal tiranni.
Quinci Eva par che mentre al serpe crede
cagion si fa di tutti i nostri affanni,
dolce stimando quel vietato frutto
ch’a i figli fu cagion d’amaro lutto.

70Onde ecco mosso il sommo Padre a sdegno
ne i trasgressor del suo divin precetto
per una vana ambizion di gir al segno
di quel saper ch’è fuor d’uman soggetto
manda il suo Cherubin di furor pregno
a scacciar que’ meschin del loco eletto,
perch’abbian poi da l’immortale e puro
stato a provar viver mortale e duro.

71Dipinti ancor de i vari secol primi
l’ordine tutto appar d’età in etade,
come di mal in mal da i più sublimi
gradi l’umano stuol caduto cade,
fin che ʼl Signor del Ciel mirando gl’imi
stati de i figli, alfin mosso a pietade,
mandò l’unico suo divino al mondo
per tòrre in sé d’ogni mal nostro il pondo.

72Sotto di queste imagini che fregio
fan sopra le cornici e i capitelli
de le colonne con lavoro egregio
di marmi erette preziosi e belli,
in vari nicchi è ʼl nobile collegio
di profeti e sibille, e questi e quelli
d’aurato bronzo, che del Dio venturo
vaticinio recàr certo e sicuro.

73Da pia religion tocco il barone
del sacro ostel di riverenza degno
con le ginocchia chine al suol si pone
e umile adora il venerando segno,
con cor dicendo pien di contrizione
«Signor, bench’io sia di tua grazia indegno
non mi negar almen per quel ch’io sono
qui per tua gloria questo unico dono.

74Se al tuo santo pensier non è del tutto
ingrata forse la mia pronta voglia,
che con tanti tuoi servi hai qui condutto
per trar Sion fuor di miseria e doglia,
dammi a saper s’ho da veder il frutto
di tanto oprar in questa frale spoglia,
e s’io son per aver co i miei ventura
di mai toccar quelle beate mura.

75che tanti e tanti io veggio impedimenti
offrirsi contra questo pio pensiero,
e tanto afflitte le cristiane genti
da i danni del camin lungo e straniero,
che in dubbio son se ne sarem vincenti
fuor che per quello che da te ne spero.
Fa’ tu dunque, Signor, ch’a la divota
mia intenzion sia la tua mente nota.

76E se non forse è la domanda mia
contraria intanto al tuo divin decreto,
deh ti piaccia, o Padre, a la tua voglia pia
che occulto a me non sia questo secreto,
e dammi lume che opportuno sia
a farmi al fin nelle tue glorie lieto,
mentre perché il tuo stuol n’abbia la palma
son per spender in ciò la vita e l’alma».

77Così diè fin, con un sospiro ardente
che volò al cielo, a le pietose note
l’eroe, spargendo in santo amor fervente
d’un dolce pianto di pietà le gote.
Il Creator, che i caldi preghi senteAll’alba riceve una visione, un angelo gli profetizza che non prenderà parte alla presa di Gerusalemme e che Solimano si appressa (77,5-87,4)
de l’anime gentili a lui divote,
tosto per l’Angel suo custode manda
grata risposta a la sua pia domanda.

78La vaga aurora di color rosato
apriva in Oriente al sol le porte,
et egli saettando il raggio aurato
l’ombre fugate avea pallide e smorte,
e col lucente carro in alto alzato
con l’Ore prime, sue fidate scorte,
mostrava il giorno, e con le luci amiche
avea le genti deste a le fatiche,

79quando il noncio divin dal Ciel disceso
al prencipe latin fulgido apparse,
gli allegerì de i pensier gravi il peso
e d’amor pietoso affetto l’arse,
poi che per farsi a lui visibil prese
aereo corpo in forma tal comparse
che sembrò in bianca vesta giovinetto
d’alta bellezza e di reale aspetto.

80La bella fronte, di diadema ardente
d’aureo splendor che l’aure chiome onora,
vaga ha così, così lieta e ridente
che men vaga e men lieta appar l’aurora.
Tal giunto dunque al cavalier presente
manda tal dir da i divin labri fuora:
«O diletto da Dio nobil barone,
ascolta or quanto egli per me t’espone.

81Non fia gran tempo innanzi al dì prefisso
ch’espugnar deve di Sion le mura,
dopo un travaglio assai grave e prolisso
di privata e di publica sciagura;
ma non sarai tu quegli a cui permisso
è il dar effetto a questa ultima cura,
ch’ad altro regno e d’altro onor consorte
Iddio i chiama con più lieta sorte.

82La tua somma pietate, il tuo gran zelo
e ʼl tuo valor, che non ha il terra eguale,
è tanto grato al sommo Re del Cielo
ch’ei non vuol sottoporti a tanto male.
Però non prima a voi porterà il gelo
il più propinquo verno a ciò fatale
che di nobil città sarai signore
ch’alzerà il tuo gran nome al Ciel d’onore.
83
Questo, onde in parte ristorar destina
de i tanti già per lei sofferti affanni,
le tue virtuti la bontà divina
vuol darti in premio de i passati danni,
per fin che l’alma in terra or peregrina
farà ritorno a quei beati scanni
onde partì quando a soffrir il pondo
corporeo scese in questo basso mondo.

84Passeran gli altri al glorioso acquisto
de la santa città che ʼl marmo serra,
in cui posò l’umana spoglia Cristo
dopo una lunga e perigliosa guerra.
Oh quanto sangue allor fia sparger visto
de i battezzati in quella sacra terra,
che Dio ʼl permette per gli enormi errori
del campo ingrato a gli alti suoi favori.

85Intanto mentre al tuo viaggio intento
sei senza tema di vicino affanno,
saprai che Soliman presto qual venti
cerca apportarti inevitabil danno,
ma non rimarrà l’empio a pien contento,
che Iddio nol vuol, del machinato inganno,
se non sarai nei tuoi vantaggi cieco
ma sarai presto ad affacciarti seco.

86Poco lontan da le selvose spalle
di quel gran monte che colà si vede
lunga si estende e spaziosa valle
in cui tutto l’Egitto e l’Asia siede;
quinci è mistier pria ch’ei di qua s’avalle
che tu l’incontri con volante piede,
e non temer de l’infinita gente
ché Dio te, suo campion, farà vincente».

87Con questi detti al suo parlar diè fine
gioioso in vista il messagger celeste,
e lasciò il pio guerrier de le divine
promesse lieto a l’alte sue richieste,
che mosso a ricercar le peregrineBoemondo chiede e ottiene di poter compiere una ricognizione, gli vengono affidati cento cavalieri (87,5-98)
contrade, ove era, in quelle parti e in queste,
tutto pien di stupor, ch’a ciò il risolse,
verso il campo vicino il passo volse.

88Verso il vicino campo ei volse il passo
poi ch’ei scorse lontan da un’erta vetta
il campo ostil qual nebbia stesa al basso,
e Goffredo ei trovò con molta fretta,
Goffredo, il qual d’ogni temenza casso
a tutta riveder l’oste s’assetta,
dando ordine or in questo or in quel lato
che ciascun tosto a lui si mostri armato.

89Giunto ch’ei fu dove con gli altri eroi
il pio Goffredo a la futura mostra
s’apparecchiava, disse: «Or mentre vuoi,
signor, dar forma a la milizia nostra,
degno mi par che vada alcun di noi
a riconoscer la non nota chiostra
de le costiere di quegli alti monti,
perché ci sieno i lor sentier più conti,

90E se così a voi piace esser quell’io
vorrei per ben spiarne ogni sentiero,
e l’oste assicurar con l’occhio mio
da le insidie del loco a noi straniero,
ché, per esperienza c’ho del rio
nemico offeso, ho pieno il mio pensiero
d’alto sospetto, e già di veder parmi
da tutti i canti e le sue insegne e l’armi.

91Intanto a voi non sia disconcio questo
ch’abbia a impedirvi il desiato effetto
de le rassegne, poi ch’a tornar presto
sarò s’ei non mi fia dal Ciel disdetto».
Sotto cotal celato suo pretesto,
che scopre ogn’altro che ʼl suo vero affetto,
il magnanimo eroe, ch’a Dio nel core,
cerca impresa tentar d’eterno onore.

92Ma, questo ei detto, a tanto il franco duce,
lieto in sembianza, tal diede risposta:
«O del campo cristian sostegno e luce,
nel cui valore ogni mia speme è posta,
lodo il pensier che ʼl parlar vostro adduce
poi che non mai dal degno oprar si scosta,
però sia da voi fatto il voler vostro
ch’ancor noi seguiremo il pensier nostro.

93E qual di noi sarà ch’aver non speri
profitto intiero in tal ufficio, poi
ch’assicurarne si vede i sentieri
da la pia cura del pensier di voi?
Itene in pace, Issio sia ne i stranieri
paesi scorta a i passi vostri e a noi,
sì che da queste rie valli e pendici
lieti ci rivediamo ambo e felici.

94Potrà Tancredi sostener la vece
di voi nel presentarmi i vostri armati,
o s’altri a voi più piace, o ad altri lece
così ben farlo de i latin soldati».
Questo fine al suo dir Goffredo fece
e Boemondo entra ne i suoi steccati,
e di tutti i suoi stuoli elesse cento
guerrier di valor pieni e d’ardimento.

95Questi, dapoi ch’a la metà del corso
giunto era il sol del uso lungo viaggio,
a la natura avean dato soccorso
col cibo, e del digiun scemo l’oltraggio,
trasse da parte, e con breve discorso
disse voler del suo valor far saggio,
e tentar di quei monti non lontani
gl’ignoti gioghi e assicurarne i piani.

96Lasciò Tancredi per duce e rettore
de le sue genti, che ben del nipote
a prova conoscea l’alto valore
per mille imprese in molte parti note.
Condusse ogni altro cavallier d’onore
del suo buon sangue a l’opre a loro ignote,
benché da Dio guidato, ancor che solo,
vincer potesse il turco immenso stuolo.

97Sopra un baio corsier stellato in fronte
e tinto l’un de’ piè di color bianco,
che sembra nel suo andar che ʼl pian sormonte,
don che dianzi gli fece il duce franco,
vassen l’eroe, con voglie ardenti e pronte,
con cor non mai da le fatiche stanco,
ove il fatal voler del Cielo il chiama
per crescer di splendor sua chiara fama.

98Di sublime statura, ogni altro eccede
dei cento cavallier ch’ei seco mena;
fuor che ʼl capo, coperto è ʼnsino al piede
da l’armatura d’or, di gemme piena;
fa la beltà del nobil volto fede
de le virtuti onde ha l’alma serena,
Febo sembra nel viso, ogn’altra parte
rappresenta di lui l’invitto Marte.

Mentre Boemondo parte, Goffredo passa in rassegna l’esercito (99-174)

99Mentre il fatal guerrier prende la via
che a duro travagliar con gli osti il porta,
del franco capitan la voglia pia
punto non giace al suo gran nunzio morta,
ma sì come colui ch’ognor desia
la somma vigilanza aver per scorta,
tutto s’affanna a fin che le rassegne
in punto sian de le cristiane insegne.

100Poco lontan dal loco ov’egli siede
verdeggia un prato, il cui fiorito piano
stende per lungo e largo spazio il piede
verso onde spira et Euro e Subsolano.
Quivi tutto l’esercito si vede,
parte vicino a lui, parte lontano,
e sotto vari padiglioni e tende
di ben grossa città sembianza rende.

101Quivi comanda il capitan che sia
fatta la mostra general del campo,
e per questo ogni duce in punto stia
del dì seguente al matutino lampo.
Chi qua, chi là per preparar s’invia
di comparir co i suoi leggiadro in campo,
con nobil concorrenza usando ogni opra
perché ogni sua virtù meglio si scopra.

102Breve riposo ognun la notte prende,
chi polisce la lancia e chi la spada
arruota e terge, chi l’elmetto rende
superbo di cimier qual più gli aggrada,
chi rivede il destrier, chi ad altro attende,
perché a l’ora prefissa in punto vada
con gli altri in mostra; ognuno aver procura
del publico pensier privata cura.

103Ma poi che ʼl sole a l’orizzonte apparve
col primo albore annonciando il giorno,
e l’alma aurora le notturne larve
scacciò dal ciel, di sue bellezze adorno,
Goffredo, asceso ove star meglio parve
per rimirar il campo in quel contorno,
fe’ dar principio a far passarsi avanti
schierati in armi i cavallieri e i fanti.

104Lo strepito e ʼl fragor del mover l’oste,
del vestir l’arme e del sellar destrieri,
l mormorio di mille varie e vaste
voci, e i concenti de i sermon stranieri
sembra del lito che col mar contraste
il fremito al soffiar de’ venti fieri,
e dal confuso suon che in un s’accorda
nel vario modo l’aria intorno assorda.

105Al romor de i tamburri e de i metalli
chemio del fiero suon tosto ogni loco,
sì ragunano gli uomini e i cavalli
ciascun sotto il suo duce in spazio poco.
I monti intorno e le propinque valli
del tuon che par quel del fulmineo foco
alto rimbomba, mentre i segni danno
del gire a quei che in ordinanza stanno.

106Il sole intanto, il qual più de l’usato
chiaro del Gange usciva, i raggi d’oro
spiegando sopra di quel campo armato
scopria del terso acciar l’alto lavoro,
e del vago splendor del ferro aurato
de l’armi, onor del marzial lavoro,
fa luminoso il sen di quel contorno
raddoppiando la luce al novo giorno.

107Musa, tu c’hai le cose ognor presenti
che sa l’età passata e la futura,
torna per me de i duci e de le genti
in luce i nomi che l’invidia oscura,
perché non sieno i chiari pregi spenti
del valor che ʼl mio verso al tempo fura
dal maligno veder di rei scrittori
che gli ha sepolti ne i suoi ciechi errori.

108Furono i primi i Franchi a porsi in mostra
d’Ugon sotto l’insegne il duce loro,
d’Ugon il grande, c’han dal titol mostra
il sembiante e ʼl valor degno d’alloro,
che di gloria e splendor è debil mostra
la fortuna regal del sangue l’oro,
se la virtù compagna in lor non luce
anzi se non è loro e scorta e duce.

109Di sei mille a destrier di ferro onusti
guerrieri il capitan guida le schiere,
a le fatiche tutti atti e robusti;
due tanti appresso in armi ha più leggiere,
de’ quai tu lor signor, Roberto, fusti,
di Normandia sotto l’insegne altere,
capo e rettor, che la tua fiera gente
non ad altri ubidir che a te consente.

110Due principi Guglielmo et Ademaro,
a’ quali or par che fuor de’ patri regni
ove con gran virtù già militaro,
benché sotto altri vesti et altri segni,
cangiate l’auree mitre in terso acciaro,
nova pietà nova milizia insegni,
ciascun pien di letizia e d’ardimento
secondi uscìr del grande assembramento.

111Costoro i primi già fur che in Clarmonte
del Pastor sommo al dir pietoso e saggio
piegaro il cor, mostràr con voglie pronte
a far sì glorioso e pio passaggio.
Di Poggio ha questi il fregio, orna la fronte
d’Orange a quegli, e mena in tal viaggio
ciascun mille guerrier fuori del vallo,
gente armata da lancia e da cavallo.

112Alzano al ciel nella vermiglia insegna
l’imagin pia del Redentor del mondo,
l’aura intorno l’adora e par che segua
riverente a spiegar sì nobil pondo.
Un’alma illustre d’ogni laude degna
succede a lor con volto rubicondo:
è costui Baldovino, e ben con ello
segno ha ch’ei sia del gran Buglion fratello.

113Perché oltra addurne i Bolognesi suoi,
quelle genti c’ha sotto il suo germano
con esso guida, e i più famosi eroi
che quel seguon per duce e capitano.
È la sua insegna un sol ch’a i lidi eoi
giunto esce fuor de l’indico oceano,
ma cela ancora la metà del lume
nell’acque onde levarsi ha per costume.

114E ben convien con la sua nobil mente
del suo stendardo la felice impresa,
ch’egli fu il sol che forse in Oriente
primo ad onor de la cristiana Chiesa.
Son diece mila di fiorita gente
quei c’h seco di Cristo egli in difesa,
quatro mila color c’hanno destrieri,
pedoni è il resto in arme audaci e fieri.

115Un altro, ch’è di nome a lui simile
e di valore, et è d’Amauci conte,
si fa inanzi co i suoi, che morte a vile
tengon per Cristo, e per insegna ha un monte,
un monte ch’arde come ha d’ardor stile
Etna o Vulcan, ch’al cielo erge la fronte
di fiamme piena, e d’ogn’intorno abonda
di neve al piè che tutto lo circonda.

116Il terzo Balduin, dal Borgo detto,
di sangue al primo e d’alto amor congiunto,
d’Ugon figliuol, con bel numero eletto
vien di guerrier, che son due mille a punto.
Di Ceresiaco poi Gherardo e Ughetto
che l’un da l’altro non va mai disgiunto
segue la schiera di tre mille armati
in sella, e questi e quei d’onor fregiati.

117Due Guidi, un di Possessa, un di Guarlanda,
caminan sotto una medesma insegna,
ch’è verde in campo azzurro una ghirlanda
che par ch’un giglio d’or nel mezzo tegna.
Ambi il gallico re costoro manda
scudieri suoi, poi che ciascun si sdegna
in odio star nel loro patrio nido
quando altri in tanto affar s’acquista grido.

118Mille e più son tra cavallieri e fanti
color che vengon sotto a la lor guida.
Gherardo e il Borgognon con altretanti,
in cui d’alto valor virtù s’annida.
Si fa di Rosciglione anch’esso innanti
l’altro Gherardo, e mille in sella guida,
guerrier di pregio e ne i conflitti esperto,
persona di gran cor e di gran merto.

119Dudon di Consa innanzi fassi anch’esso
e mille cavallieri in punto mena;
d’anni è maturo, e di valore espresso
a tutto il campo, e fama ha d’onor piena,
uom che per Cristo e per l’onore ha spesso
a la torbida sorte e a la serena
posto in rischio la vita a questo avvezza,
e più la gloria che la vita apprezza.

120Sotto la croce che di fin cristallo
cui l’or circonda, d’ogni intorno sembra.
Di Prussia Prussion senza cavallo
conduce i suoi con gigantesche membra.
Poi Rodorico, il più orgoglioso gallo
che ʼl celtico terren tra i suoi rimembra,
mena seicento cavallieri e solo
strugger vuol tutto il maumetano stuolo.

121Segue Arnolfo il membruto, uom che di fede
verace ha il cor, e di bontà ripieno,
due mille ha seco del popol che vede
correr al mare il bicornuto Reno.
Ei privato guerrier vien a mercede
d’esser d’ogni alto onor fregiato e pieno
per l’opre di virtù, ché più che regno
stimar da tutti il fan d’ogni onor degno.

122Costui nimico d’ozio e di riposo
fe’ sì col suo valore a tutti caro
che in mille imprese illustri glorioso
riuscì vincitor celebre e chiaro.
Ora sen vien di servir Dio bramoso
con quanti essergli amici a lui mostraro.
Non ha destrier che regga a tanta mole,
però a piede tra i suoi combatter suole.

123Usa per arme una ferrata mazza
del popol saracin duro flagello,
che già più volte gli fe’ larga piazza
qualor lo strinse, ond’ei ne fe’ macello.
Un gran scoglio di drago ha per corazza
che tutto il copre, e in testa ha per cappello
il teschio acconcio del medesmo mostro,
di terso acciar di fuor dipinti e d’ostro.

124A lento passo orribile camina
in vista altrui con minacciosa faccia;
sua insegna p un orso ch’a una rupe alpina
come per sopra lei salir s’abbraccia.
Appresso Ernesto con la testa china
(che gli è morto il german) co i suoi s’affaccia,
e ancor sospira di Nicea la presa,
l’antica sempre a lui novella offesa.

125Guida il baron la bellicosa gente
tratta onde le sue arene indora il Tago,
mille e trecento cavallieri, ardente
ciascun di gloria e d’alte imprese vago.
Le croci rosse e l’aquila possente
ornar sue insegne, e, del suo mal presago,
aggiunse a quelle un candido armellino
fra il loto, indicio del suo rio destino,

126ché ʼl misero morì per troppo ardire
fuori de’ suoi tra gl’inimici uscito,
che più tosto che arrendersi morire
volse, per non macchiar l’animo ardito.
Con mille di Navarra ecco venire
Ernando, e par tutto d’amor rapito,
d’una leggiadra e nobile donzella
ch’ognor seco ei ne mena armata in sella.

127Costei, d’un gran signor figlia bastarda,
grande di forza e d’animo virile,
par che di acquistar gloria ogni or tutta arda
con l’armi, e farsi al cavallier simile,
al cavallier che sempre in lei riguarda,
forte non men che di beltà gentile,
e perché a lei fu il suo sembiante grato
merto il padre il dotò del proprio stato.

128Ma non volse però tosto l’altiera
farsi del tutto a l’amator soggetta:
prima mostrargli in questa impresa spera
che in arme sia non men di lui perfetta,
poi, se uscirà, come si crede, vera
la profezia che ʼl grande acquisto aspetta,
disegna farsi a lui gradita sposa,
studia intanto a la gloria e mai non posa.

129Florisandra è ʼl suo nome, e ben convenne
a chi fu il fior di quante donne foro
a l’età sua, poi che a mostrarsi venne
fra’ guerrier degna d’onorato alloro.
Un’aquila che al sol batte le penne
per rinovarsi sopra un monte d’oro
d’ambi è l’insegna nel purpureo scudo,
e su l’elmo un fanciullo alato e nudo.

130Di Balnavilla il nobile Ruggiero
dopo questi succede, e seco adduce
trecento a piede e trecento a destriero
guerrier, ch’ognun di doppie arme riluce.
Nella bandiera un drago e nel cimiero,
che un elefante a pugnar seco induce
ha per impresa, e sotto ha questo motto:
Gloria è il morir s’è l’oste a tal ridotto.

131Chi di Blesse potria dir e di Torse
il numeroso stuol che non ha conto?
Di Stefano d’Ambuosa è quel che torse
volse il carco de’ suoi l’animo pronto,
popol di furor pien, facile a porse
in ogni mal di periglioso affronto;
a piedi tutti ne venian costoro,
Alcasto il furibondo è dopo loro.

132Mille e duecento di milizia equestre
segueno il fier guerriero al caldo e al gelo,
sei mille a piè con archi e con balestre
van seco anche di non men saldo zelo,
gente che far si fa le stelle destre
ovunque vada, o stia sotto ogni cielo,
nelle fatiche ognor de l’armi avvezza,
però i disagi d’ogni incontro sprezza.

133Seco i duri Elvezi orrido stuolo
di spade e spiedi orribili a vedersi
di diecemilla e più calcano il suolo
armati a piè, terror d’Assiri e Persi,
ché ostinati in pugnar con diece un solo
pria che voltarsi e in rotta andar dispersi
eleggeriano i loro animi forti
soffrir mille tormenti e mille morti.

134Di questi il capitan che li conduce
del gran sepolcro a l’onorato acquisto
è un Ferdinando, valoroso duce,
tra i più feroci ch’abbia il sol mai visto.
Spiega nel suo stendardo in chiara luce
che saglie al ciel un trionfante Cristo,
con larga schiera d’Angeli che intorno
corte gli fanno, e più sereno il giorno.

135Ecco d’Anglia un Ricardo, il più perfetto
guerrier d’onor che la sua patria mande,
picciol di corpo e di benigno aspetto,
ma nell’armi di cor feroce e grande.
Un falcon che fra l’ugne un augelletto
senza offenderlo stringe al vento spande
nel suo stendardo, e questo è non ignota
del suo cor generoso amica nota.

136D’un gran leon di sopraveste in guisa
la spoglia al cavalier l’arme circonda,
ch’orribil di sé dà vista improvisa
a chi lo sguardo in lui volge e seconda.
Cingon le zampe i fianchi, e sopra assisa
de i gran velli la chioma il dorso inonda,
e ʼl capo d’or, che l’elmo in bocca prende,
di terso acciar fuor de i gran veli splende.

137Costui da pio desir, da zelo santo
de l’onor di Giesù spronato viene
a questo primo, ei sol di tutto quanto
lo stuol natio da le paterne arene,
né il saper che ʼl suo re s’appresti a tanto
viaggio anch’esso il suo desio ritiene,
ché stimando ogni indugio infamia e danno
corre ardente con l’arme in tanto affanno.

138Trecento ha seco cavallier d’onore
di sua milizia, e la sua maggior parte
tratta a ciò non da lor ma da l’amore
che di lui porta a la bontade e a l’arte.
Son di patrie diverse questi il fiore
che seguon del guerrier per ogni parte
la bianca insegna; via milizia è tale
ch’ognun per cento a tanta impresa vale,

139Segue costui per nobil privilegio
d’onor concesso a lui dal popol franco
un greco cavallier di sommo pregio,
Nicandro è ʼl nome, e più de’ Franchi franco;
dugento ha seco, stuol fra gli altri egregio
che non si sente in faticar mai stanco,
pugna a cavallo, a lancia e scudo, e spada
usa ritorta, e mazza ovunque ei vada.

140Scarca è d’arnese questa ardita gente
che in poco d’ora fa mirabil cose;
di tutta Grecia ei sol di sana mente
vien per far di virtù prove famose.
Se dunque or serva sei, Grecia dolente,
non ten lagnar, il Ciel così dispose,
ch’è il tuo servir non accidente rio
ma sentenza di giusta ira di Dio.

141Dopo costor tra i duci itali in mostra
da i padiglioni suoi Tancredi parte,
che nel sembiante e nell’andar si mostra
grande con l’armi essecutor di Marte.
non vice mai l’antica o l’età nostra
il più bel, né maggior di forza e d’arte,
però sen vien con pompa e con decoro
bello e fiero a veder nell’arme d’oro.

142Tutta a bianco vestita una donzella
ch’a indomito leon già posto il freno
ha nel verde stendardo in mezzo, e quella
tien de l’altier la testa entro al suo seno.
Due mille avea di gente eletta e bella,
cavallieri ciascun di valor pieno;
gli viene appresso un prencipe Rinaldo,
del sangue estense d’ogni gloria caldo.

143Costui, che di beltà celebre e rara
o pochi al mondo o nullo ha paragone,
render potria quella beltà men chiara
ch’ebbe il figliuol di Mira o Endimione.
Per lui saria de la sua grazia avara
Diana a questo e Venere al suo Adone,
e men casta sarebbe e men pudica
e questa e quella a sì bel volto amica.

144Nel campo azzurro l’aquila d’argento
tien per insegna il giovinetto altiero;
tre lustri e mezzo ha sol che ʼl nascimento
ebbe il feroce e nobile guerriero,
che a la gloria de l’armi ha tutto intento
del marzial suo cor l’alto pensiero.
Guelfo è con esso, e per mostrar ch’ei vegna
solo per lui, di lui segue l’insegna.

145Questi, che zio dal lato de la madre
a Rinaldo è, ch’egli per figlio elesse
quando bambino ancor l’ebbe dal padre
visto il Ciel di lui far alte promesse,
quante già trasse di Germania squadre
al valor del nipote amato cesse:
sei mille son, che sempre in sella stanno,
e carchi essi e i destrier di ferro vanno.

146Da i bavarici campi, ove il governo
di lor tenea nelle natie contrade,
tratti gli aveva ove men freddo il verno
sentian per quelle a lor nocive strade,
ma né caldo né gel potria l’interno
desio frenar di quelle invitte spade,
che venian volontarie a tentar sorte
d’acquistar regno a Cristo o a sé la morte.

147Seco tre duci di concorde impero,
sommo onor del Tarpeo, del Vaticano,
che le chiavi e ʼl diadema alto di Piero
spiegano a nome del Pastor romano,
con diece mila il fior d’ogni guerrieri
che scielse il Lazio dal propinquo piano,
un Colonna, un Orsino era e un Sanello,
tre schiere illustri sotto un sol drapello.

148Da la città de la Sirena antica
vengono appresso d’ogni illustre seggio
guerrier dono, de’ quai vana fatica
fora i nomi or ridir, ch’altro far deggio.
Ma tempo fia che l’opre lor ridica
la fama al ver, ch’ancor lontano veggio;
di questi capitano è un Acquaviva,
Marcello, uom d’alto onor ch’al cielo arriva.

149Arriva al ciel di lodi eccelse e rare
ch’ei con virtute al suo bel nome acquista,
perché si mostra egregio e singolare
in tutto quello in cui l’onor contrista,
né molto andrà che l’opre sue preclare
porrà la musa mia del mondo in vista,
ch’or vuol d’emulo ardir Emandro chiaro
ch’io scopra quel di lui ch’altri celaro.

150Emandro il saggio, e ʼl manda a l’alta impresa
gran conduttier del suo presidio amico
oltra quei che del mare arma in difesa
dal maumetano universal nemico
d’Adria il senato, a Cristo e a la sua Chiesa
del suo buon zelo tributario antico;
tien costui stuol d’insegne altre gagliardo
sotto l’onor del veneto stendardo.

151Ei primo innanzi a tutti gli altri vien
di pompa illustre in vista a chi l’attende;
il palio, ch’ei su l’arme indosso tiene,
purpureo e d’oro insino a terra scende;
spiega il leon c’ha il petto in su l’arene
e sopra il mar la lunga coda stende;
nel pubblico vessillo e nel privato
porta in campo celeste un braccio armato.

152Un braccio armato che qual fiamma ardente
di purpureo color l’arme ha dipinte,
e la brasica in pugno ha d’or lucente
che del verde ha le foglie esterne cinte,
antica impresa di sua nobil gente,
che ʼl motto intorno ha in lettere distinte,
che in volgar suona a chi ʼl latin traduce:
Quel che più verde par più chiaro luce.

153Seco di cavallieri in arme chiari
conduce grossa e nobil compagnia,
ch’al veneto dominio amici e cari
più d’una insegna a la sua dietro invia,
né del suo aver né del suo sangue avari
son questi tutti, ché ciascun desia
o tosto far di sé vittima a Cristo
o tosto far del suo sepolcro acquisto.

154Primo tra lor vien di Collalto un conte
giovine d’anni, e ʼl nome è Collatino,
ma di senno maturo e forze pronte
al par d’ogni altro cavallier latino.
Un gran leon, c’ha la corona in fronte
tien per insegna, e par legato a un pino.
Con quei di Savorgnano e Pordenone
l’insegna poi venìa di Valvasone.

155Questi del sen del nobile paese
che fuor di Roma tanto a Giulio piacque,
che a darli nome dal suo nome prese
ch’ancor resta a i bei campi e a le dolci acque,
per sì bel fatto armar sì ricco arnese
tre castella d’onor già si compiacque,
un Valenzio, un Bertoldo et un Erasmo
atti a recar a l’Asia angoscia e spasmo.

156Seguono questi, oh valorosa schiera,
di vario nome e cavallieri e conti
di quanto abbraccia il piano e la rivera
che ʼl Friuli stende insin di là da i monti.
Di Trevigi, di Feltre e de l’altiera
città che del Bellun beve le fonti
vanno altri duci, e d’altre più di cento
castella del Friuli insino a Trento.

157È tutta questa gente ardita e franca
se ben varie ha bandiere e capitani,
sotto l’insegna d’una croce bianca
ch’un moro pinto porta nelle mani
se mille a piede son, di non mai stanca
gioventù fior, sei mille altri lontani
guerrieri tutti d’alto sangue nati
su destrier tutti a la leggiera armati.

158Un Obizzo tra lor di nome pio
e di santi pensier Padova manda,
Vicenza un suo guerrier amico a Dio
che di Thiene vien da un’altra banda;
per la città c’ha in sen d’Adige il rio
v’è di valor un’alma memoranda
che di Canossa è conte, e a questa impresa
trae seco il fior del sangue veronese.

159Tra i quali un Mario Bevilacque, chiaro
per sangue e per virtù seco conduce
cento guerrier, ciascun egregio e raro
che ovunque gira il sol di fama luce,
et uno Alberto Lavissola al paro
di Febo vate, et or di Marte duce,
con un Sarego illustre, Federico,
caro a Bellona et a le Muse amico.

160Da Brescia un Martiniengo, et un Albano
vien da Bergamo, illustre e glorioso,
ciascun di senno e di valor di mano
per alte opre d’onor chiaro e famoso.
Spiega il colubro che gli diè Milano
un suo Visconte, più d’ognun famoso
nell’armi e nel vestir, come in sembianza
d’oro e di forze i suoi compagni avanza.

161Fido compagno a lui, di lui non meno
per sangue e per fortuna illustre e chiaro,
segue un di Castiglion, Rinaldo, pieno
d’alto ardimento, anzi va seco al paro,
e, tenero fanciul, chiude nel seno
virtù che tanto al mondo il rese caro,
che degno d’esser fu del generoso
seme di Boemondo eletto sposo.

162Manda l’Etruria un valoroso duce
sotto l’insegne di Fiorenza bella,
che ʼl pisan suo vicin seco conduce
e l’aretin, con mille armati in sella;
Cosmo si noma, e di virtù riluce
più d’ognun, come il sol più d’ogni stella,
però del suo buon seme ha profezia
ch’aver deggia di lei la monarchia.

163Par lieto in fronte di presagio tale
l’inclito eroe pien di supremo ardire,
bramando col morir farsi immortale
per chi per salvar lui volse morire,
che poi che sente esser in Ciel fatale
ch’abbia il suo sangue tanto alto a salire
punto non teme espor con voglia ardita
a mille rischi l’onorata vita.

164Saetta d’or ch’al ciel poggiando passa
per sotto a nembo di tempesta pieno
e tanto s’alza, ch’ella a dietro lassa
il nembo sì ch’al fin trova il sereno
l’impresa è del guerrier, che non abbassa
come altri il suo pensier verso il terreno,
ma con le forze del sublime ingegno
s’alza di sorte ria sopra ogni segno.

165La scritta ch’apre de la bella impresa
l’occulto senso con leggiadri accenti
in auree letre si vedea distesa
del prisco dir de le latine genti.
Tal è di quello la sentenza intesa:
Così si va, ma dir vuol da chi tenti
alzarsi col valor proprio a gli onori
contra l’empia fortuna e i suoi furori.

166Ecco dietro compar guerrier gagliardo
de la stirpe Gonzaga illustre seme,
forte di membra, e di feroce sguardo,
ch’infonde orror nel cor di chi men teme.
Questi, ch’è gloria del nome lombardo,
vien d’onde il Mincio intorno a Mantoa freme,
e seicento guerrier vengon con lui,
degno ciascun ben d’esser capo altrui.

167Tutti a destrier son questi, e la più parte
d’arme gravi ne van chiusi e coperti,
col lor gran conduttier, che sembra un Marte
di vincer o morir bramosi e certi.
Quanto, o santa città potrai pregiarte
di questo Scipion, vedendo i merti,
tal è ʼl suo nome, o quanto mal n’avrai
stuol maumetan, ch’ancor provato l’hai!

168Aspetta, aspetta pur da la sua spada
veder la terra del suo sangue tinta
in tanta copia che non fia la strada
usata da l’insolita distinta.
Da lui colpo non vien che indarno cada,
da lui saria la man d’Alcide vinta,
che l’aver forze al par de i prischi eroi
è don che ʼl Ciel destina a tutti i suoi.

169La torre di Babel tien per insegna
dal folgorante stral del Ciel percossa,
come il suo cor magnanimo disegna
dar a l’Asia superba orrenda scossa.
Preme un corsier che le vestigie segna
nel sasso ancor, di smisurata possa,
a cui Napoli diè l’audace madre
e un toro i campo ocnei che gli fu padre.

170Marte non più nelle campagne elee
comparse orrendo in vista e al Termodonte,
atterrando i ripari e le trincee
che gli assediati lor guardan da l’onte,
di che costui ne le provincie ebree
fiero comparse e in minacciosa fronte,
tal che fu detto per le sue gran prove
di Marte spada e fulmine di Giove.

171Ultimi fur di tutti i venturieri,
sotto diverse insegne e capitani,
giovani tutti troppo audaci e fieri
tra lor di patria e di costumi strani.
Sei mille son tra fanti e cavallieri,
sei tanti uccisi fur da’ maumetani,
instabil gente, come in aria il lampo,
atta a confonder spesso il proprio campo.

172Non è tra lor chi certo capo sia
di tutto quel diverso e vario stuolo,
ché molte compagnie lor compagnia
constituendo, non ha duce un solo.
Pur l’eremita Pietro avien che dia
legge che schivi lor provato duolo
d’esser dal campo tutti disuniti
secondo i casi e i lor vari appetiti.

173Pietro è quel dunque sotto la cui scorta
vengono come chi notizia avendo
di varie lingue al ben oprar gli esorta,
spesso de i loro error quei riprendendo;
per ciò ciascun a lui rispetto porta,
per ciò ciascun pur ubidir dovendo
alcun ch’a dar lor legge abbia contenta
ubidir lui, ch’al gusto lor talenta.

174E tanto più ch’ei dopo il gran conflitto
ch’ebbe de’ suoi da l’Ongaro fallace
nel far d’Europa in Asia alto tragitto
per quel paese sotto ombra di pace,
restò quasi da tutti derelitto:
torna or con questi a la sua impresa audace.
Passati questi ognun fece ritorno
e la mostra ebbe fin col fin del giorno.