Gli avvenimenti amorosi di Arianna

di Fortuniano Sanvitali

Operetta moraleggiante, gli Avvenimenti amorosi di Arianna furono stampati sulla soglia del secolo, nel 1600, a Padova. Si tratta di un blocco unico di 50 ottave, che raccontano senza orpelli delle vicende note del mito. Arianna, abbandonata da Teseo in Nasso, dopo uno sconsolato lamento viene trovata e sposata da Bacco. Sono evidenti, come attesta il frontespizio, i riferimenti allegorici alle vicende dei destinatari, come di consueto per Sanvitali interni alla famiglia Farnese: nelle vesti di Arianna Margherita Farnese, sorella di Ranuccio (il dedicatario dell’Anversa conquistata), il cui matrimonio con Vincenzo I Gonzaga era stato sciolto nel 1583, due anni dopo essere stato contratto. Il nuovo sposalizio cui si allude è con tutta probabilità quello con Dio (il che dà un tono quasi da consolatoria in ottave al componimento), dato che Margherita, dopo la fallimentare unione con Gonzaga, si ritirò in convento.

Canto I

ultimo agg. 2 Marzo 2015 9:50

Proemio (1-2)

1Le sventure, l’amor, l’altera sorte
di real donna in poche rime i’ canto,
ch’in amar e in soffrir costante e forte
converse in gioia al fin la doglia e ’l pianto.
Vera fede e beltà fur di lei scorte
ch’ell’ebbe al tristo, al lieto stato a canto,
onde non sortì effetto empio disio
ed ella moglie fu di Tebe al dio.

2Celeste Margherita, alma gentile
cui le stelle donàr quanto han di buono,
quinci il bel nome vostro a Battro, a Tile
spiega di vera fama illustre suono,
questo nobil soggetto in puro stile
cantando a voi porgo devoto in dono:
come amore e bellezza or meste or liete
faccian le donne in lui chiaro vedrete.

Antefatto della vicenda: gli ateniesi su consiglio dell’oracolo di Delo accettano le con-dizioni di Minosse: dare ogni anno 14 giovani in pasto al Minotauro (3-7)

3Del re di Creta al figlio avea la vita
tolta l’attico stuol con fieri inganni;
sdegnò Apollo il misfatto e fu assalita
da peste Atene, che durò molti anni,
di che stava la gente impaurita
non vedendo por meta a’ suoi gran danni,
quinci ricorso fece al dio di Delo
per imperar come placasse il Cielo.

4Mandaro ambasciador con preci e doni
al biondo dio le sbigottite genti,
perché, fedele a lor, conseglio doni
onde non sien gli Achivi in tutto spenti.
«S’Atene vuol che ’l Cielo a lei perdoni
le colpe sue (rispose in chiari accenti)
faccia quel che imporalle il re cretese
cui con la morte del suo figlio offese».

5Teneva il re nascoso un mostro fiero
nel laberinto cinto d’alte mura;
Dedalo il fe’, con tanto magistero
ch’indi uscir non poteva umana cura.
Et era questo il Minotauro altero,
ch’avea di tauro e d’uom mista figura,
ei solo si passea di cibo umano
cotant’avido egli era et inumano.

6Quelli d’Atene, udita la risposta
del dio, n’andaro al re Minosse offeso,
a cui avendo l’ambasciata esposta
lo trovàr tutto a la vendetta inteso,
onde pena crudel fu loro imposta
di novo empio tributo e non più inteso:
per pascerne il rio mostro chiese sette
gioveni vaghi e verginelle ellette.

7De l’un sesso e de l’altro (ahi stuol dolente)
sette tratti veniano ogni anno a sorte,
e questi eran mandati unitamente
in pasto al Minotauro ad empia morte.
La nova alta impietade incontanente
a la peste crudel chiuse le porte,
così avvenia che co ’l privato affanno
avesse fin di tutta Atene il danno.

Teseo con l’aiuto di Arianna innamorata uccide il Minotauro, quindi abbandona la fanciulla abbandona a Nasso (8-38)

8Già il terzo anno volgea sotto l’impero
d’Egeo che si dovean questi sortire,
Teseo l’animo invitto e ’l cor guerriero
e l’alta sua pietà brama scoprire;
egli è figlio del re et è primiero
fra quei che per la patria hanno a morire.
Con lor volgendo a le sue mura il tergo
naviga di Minosse al grande albergo.

9Avea di Creta il re la maggior figlia,
detta Arianna, di sua età su ’l fiore,
era bella e leggiadra a maraviglia
né ancor sapea quanto potesse amore.
A pena nel bel greco alzò le ciglia
ch’ella sentì l’inusitato ardore,
né pria da lui mirar gli occhi ritorse
ch’amore a lei per ogni vena scorse.

10Crudel Amore, che i diletti mesci
sempre co ’l duolo a i miseri mortali,
da prima dolce, amaro infin riesci
onde spesso a i piacer cedono i mali.
Tanto l’ardor nel molle seno accresci
de la fanciulla e fai sentir tuoi strali
che già s strugge come cera al foco
per l’amato Teseo, né trova loco.

11S’adira contro il Cielo, il qual destina
l’unico suo signore a fier certame,
teme di cruda morte la meschina
che de la vita a lui tronchi lo stame,
e com’oro divien cui foco affina
pensando a le fraterne avide brame;
quinci a li dèi porge ella più d’un voto
poi gran segreto al suo Teso fa noto.

12Finge egli amor e gran pensier ricopre
con sembianze da lei non conosciute;
pensa e ripensa come meglio adopre
a pro de’ suoi suo ferro e sua virtute.
Ella, credula (ahi troppo), a quel discopre
quai modi debbia usar per sua salute:
un filo ancor gli dona che a lui sia
scorta fedel per la dubbiosa via.

13Entrando bene instrutto il cavaliero
nel laberinto, onde non parte alcuno,
dopo lungo girare al mostro fiero
giunge, che pur l’aspetta ancor digiuno.
Il semibue per divorare intiero
Teseo, come solea far di ciascuno,
apre l’immonde fauci, e quello attende
che già vêr lui il passo ardito stende.

14Si giace il Minotauro fra molt’ossa
de la misera gente ch’ei divora.
Di Teseo all’apparir, com’have scossa
la testa, salta in piè senza dimora.
Smisurato è in grandezza e di gran possa,
e mai non parte dal gran cerchio fora,
ché ’l re ve lo mantien sempre legato;
intanto a lui s’appressa il geco armato.

15Punto il tauro non teme il ferro ostile,
ma sbuffa e muggia ed il terren percote.
Ripunge il greco intrepido e virile,
spande l’altro sue forze a l’aure vuote.
Segue l’orrida pugna in vario stile
finché fa il prode al rio sue forze note,
che mentre tenta che co ’l corno ei cada
Teseo nel sangue suo bagna la spada.

16Come ne i monti suol rabbioso vento
che prima scuote antica quercia o pino,
poi schianta i rami e tutto in un momento
svelle il tronco che cade a forza chino,
così il guerriero a la vittoria intento
l’empio fère da lunge e da vicino,
che invan l’aer percote, invan combatte;
vittorioso al fin, morto l’abbatte.

17Indi egli vincitor con lode molta
presto ritrasse e cautamente il piede,
perché la gloria sua scemata o tolta
non fusse a lui da l’intricata sede.
Ei se ne andò seguendo per la folta
confusione il fil che pria gli diede
la fedele fanciulla, ed egli ingrato
ha di perfidia un tanto don pagato.

18Di notte occultamente egli si parte
dal re cretese, e inoltre ancor l’affanna,
ché, per far poi di duol pianger le carte,
sen porta la bellissima Arianna,
e la conduce in solitaria parte
dove (ahi troppo infedele) al fin l’inganna.
A Nasso la conduce, isola incolta,
d’ogni dubbio l’amante il pensier sciolta.

19La qual, poi che smontàr su l’isoletta,
non torse gli occhi mai dal suo bel greco,
che dicea a lei: «Tu sei la mia diletta,
e pure al regno mio ne vieni or meco».
Et ella il loda e baccia, e su l’erbetta,
vinta dal sonno, s’addormenta seco.
L’infido, scorto il tempo, il suo disegno
compie, salendo senza lei su ’l legno.

20Teseo, com’alga vil, costei sprezzando
veloce è al suo camin via più che pardo,
ad Atene veloce ei navigando
dove sol del cor suo tendea lo sguardo.
Ivi lasciolla, allor che tutte in bando
manda l’umane cure il sonno tardo,
ma come si riscosse e quello infido
non vide andò precipitosa al lido.

Dolore di Arianna e suo lamento

21E mentre egli volando se ne fugge
per l’alto mar, del mar via più crudele,
e le vane promesse, onde si strugge
la dolente, ne porta l’infedele,
si graffia ella le gote e piange e rugge
mirando lungi le fuggenti vele;
poi, senza moto al viso et a le membra,
misera fra quei sassi un sasso sembra.

22Di noiosi pensieri e di profonde
doglie l’affanna un disperato stuolo.
L’aurea corona le sue chiome bionde
non più lega ma van disciolte a volo.
Non il bel petto, non le mamme asconde
il manto già caduto sovra il suolo.
Di fregi o d’ornamenti ella non cura
ma sol brama Teseo che ’l cor le fura.

23Né più vedendo il legno, spesso ascese
di quei scoscesi scogli a l’alta cima,
e poi lo sguardo indi per l’acque stese,
ché di veder così la nave istima.
E talvolta il camin per l’onde prese,
che l’amante periglio alcun non stima.
Delusa al fin, con luci a terra fisse,
a i lamenti, a i sospir proruppe e disse:

24«Me dunque hai così, perfido, lasciata,
ahi perfido Teseo, su l’ermo lido,
avend’io per tuo amore abbandonata
la dolce terra mia, l’altero nido?
ahi perfido Teseo, la fede data
così mi osservi, divenuto infido?
Ahi infido e crudel, di santo nume
dispreggiator, contra real costume.

25I giuramenti tuoi, l’alte promesse
fatte a gli dèi del Ciel poni in non cale?
e, il mar solcando, le ferite impresse
nel sen mi lasci d’amoroso strale?
Nullo affetto già fu che in te movesse
pietate alcuna, né pietà ti assale,
perché n’ebbi di me, lassa, pietade,
non la fé, non l’amor, non la beltade.

26Che dico io di beltà feminil danno
per cui son priva del real mio seggio,
per cui fede credei quel ch’era inganno,
per cui tolto l’onor, lassa, mi veggio,
per cui fei che provò l’ultimo affanno
il mio fratello, or che potea far peggio.
Partiti frale omai vana bellezza
dal mio incarco terren che t’odia e sprezza.

27Te liberai, Teseo, mentre la morte
circondato t’avea d’intorno intorno;
mio fratello a le ripe orride e smorte
per te mandai, né già senza mio scorno;
co ’l mio conseglio ancor, con le mie scorte
dal laberinto festi a me ritorno,
et io per opra tal de ingorde belve
cibo sarò, morrò fra queste selve?

28Morrò fra queste selve ove non fia
presente alcuno a quello estremo passo?
né si dorranno di mia sorte ria
l’addolorata madre o ’l padre lasso?
né mi chiuderan gli occhi? né la pia
tomba daranmi entro a pregiato sasso?
Avrolla forse, ohimè, ne i ventri oscuri
de l’empie fere o de gli augelli impuri.

29Qual ora o tigre in rupi inabitate
ti diede il latte con le poppe immonde?
o di qual mar furono l’acque irate
che ti gettàr ne l’arenose sponde?
fece Cariddi e Scilla o l’indurate
Sirti quel cor che al mio non corrisponde?
io ti campai la vita e tu mi rendi
merto tal che mia morte a scherno prendi?

30Se vieta unirti a peregrina morte
tua legge antica, al desir mio nemica,
ben me potevi a le paterne soglie
condurre o come serva o come amica,
ch’ora mitigherei l’aspre mie doglie
e gioia sentirei di ogni fatica,
e ’l letto de la tua sposa felice
adornerei quanto ad ancella lice.

31A che, vinta dal duolo, i’ mi lamento
con l’aure, a cui non diè natura il senso?
a che narrar le mie querele al vento
s’egli è cagion del mio dolore immenso?
per lui, l’ingrato, e al suo viaggio intento,
i legni forse d’arrestare i’ penso
che tanto omai lontan quinci son iti
che né me udir né veder ponno i liti?

32E rimirando in questa e in quella parte
se pur vedessi alcun mortale aspetto!
Omo non veggio alcun, non veggio che arte
umana v’abbi un edifizio erretto.
Così la sorte avversa a me comparte
tante sciagure e mi traffige il petto,
et or che già son presso a l’ore estreme
più feroce m’incalza e più mi preme.

33Poiché l’inessorabile fortuna
il mio giusto lamento, ahi, non ascolta,
fosse piacciuto a Giove pur che alcuna
nave non fusse a Creta mai rivolta,
né spiegando Teseo la vela bruna
la nave avesse dal suo lido sciolta
per venire a cibar d’umana carne
il Minotauro, e per di lui privarne.

34Più d’ogni altra infelice, ove pur deggio
o posso il piè ritrar da questo lito?
deh, quale ho spene? e a cui, lassa, chieggio
soccorso o scampo in loco ermo e romito?
Forse andrò ad Ida, mio paterno seggio,
dove in fascie già fu Giove nudrito
se scorgo qui che vasto mar disgiunge
quello da me? Ciò duolo a duolo aggiunge.

35O pure attenderò dal padre mio
aita, ahimè, se a me di lui non calse,
se con la madre lui posi in oblio
né timor né pietà di lor m’assalse?
Abbandonai la patria e con quel rio
greco crudele i’ solcai l’onde salse,
co ’l greco il quale, ahi, mio fratello uccise
e la sua fede e l’amor mio derise?

36O sperar debbo ne l’aita forse
di lui che esser doveva il mio sostegno?
Egli per l’acque ha tante vie già scorse
ch’è per giungere in breve al patrio regno,
et io qui sola e di mia vita in forse
lasciata sono, et è partito il legno:
non so come uscir quinci e girne altrove
tanta or sovra di me miseria piove.

37Né qui modo comprendo onde già mai
speri a lo scampo mio ritrovar via.
Teseo crudel, soccorso a me non dai,
né veggio o spero che altri a me ne dia.
perché infido lasciata in loco m’hai
dove sol tema e duolo ho in compagnia?
Miro il tutto ripien di tanto orrore
che già m’empie di morte e gli occhi e ’l core.

38Ma non qui prima questi afflitti lumi
nel sonno eterno chiuderà la morte
ch’io non invochi i sempiterni numi
a vendicar sopra di te mia sorte,
onde il cor cinto d’affannosi dumi,
l’alma tua non fia poi chi la conforte;
né qui prima morrò che gli alti dèi
veggia mossi a pietà de i dolor miei».

Arriva Bacco con il suo corteo, vede Arianna e se ne innamora, le si dichiara (38-45)

39Mentre da lei miseramente misti
son co’ singulti le querelle e ’l pianto,
né veder cosa può che non l’attristi,
né vi è chi la consoli o tanto o quanto,
forse i pensieri suoi dogliosi e tristi
di trarla a morte si potean dar vanto,
se a Bacco, ch’avea posto a gli Indi il freno,
***

40Tornando ei vincitor da l’India quivi
a trionfar venia cinto di fiori,
con satiri e silvani et altri divi
che mandavano al ciel gridi canori,
i quai, se ben parean di sensi privi,
cantavan le sue lodi, i suoi onori.
Ecco co ’l suo ne l’ultime parole
di Semele invocar s’udia la prole.

41Di costor festeggianti altri scoteano,
coperto il ferro, e lunghi tirsi e belli,
altri, di sangue intrisi, alto teneano
le membra di più laceri vitelli,
altri il petto et il collo si cingeano
di serpi troppo orribili a vedelli:
tale Laocoonte è in Vaticano,
dove or siede il gran zio vostro sovrano.

42Altri ne i cesti al buon libero padre
fean sacrificio occulto unitamente;
percotean altri poi con man leggiadre
i timpani, e tal suono era frequente.
Bacco, seguito da sì liete squadre,
vede Arianna bella ma dolente;
stava sola e piangendo: al primo sguardo
Amor gli avventa un suo dorato dardo.

43«Io sono il dio di Tebe se no ’l sai,»
gli dice Bacco «a cui di te ben cale,
tratto dal suon de’ tuoi dolenti lai
apporto medicina a sì gran male.
Udita ho la cagion de gli alti guai
e so chi fosse l’infedele e quale,
ma ecco, ohimè, mentre vo’ darti aita
mi vien da tua beltà dolce ferrita.

44E mi legano già tue treccie bionde,
bella Arianna, strettamente il core;
Cupido vi s’annida e vi s’asconde:
vedi come esce in su la fronte fuore,
e come entra ne’ belli occhi, donde
gli strali avventa e l’amoroso ardore.
Se quelli mi piagàr, questo l’infiamma,
e per te mi distrugge a dramma a dramma,

45Un Etna ho fatto, alma cretese, il petto,
che manda al ciel mille sospir cocenti.
Da te soccorso a tanto incendio aspetto
cui spegnere non ponno o pioggia o venti.
***

Si sposano (46-50)

46«Nume gentil cui tutto il mondo onora,
poi che tanta di me t’assal pietate
sappi che ’l mal presente or sì m’accora
ch’i temo ancor di nova crudeltate.
E se ciò mi sovrasta, Morte, or ora
spegni questa dannosa mia beltate,
ma se di darmi aita hai pur nel core
rendi a donna tradita il tolto onore».

47La bella donna e de l’amore il foco
benché al dio faccian lusinghiero invito,
in lui i prieghi suoi trovando luoco
fan che prenda gentil novo partito.
Da costei non vuol già molto né poco
se di lei prima non divien marito,
onde fa celebrar tali imenei
quali solean fra lor gli antichi dèi.

48E così allora se la prende in moglie
il vago dio, cui segue ognor Sileno.
Quinci Arianna le passate doglie
poste in non cale è già felice a pieno.
Egli intanto la sua corona toglie
per far che parte abbian nel ciel sereno:
se in terra fu di gemme e ricche e belle
vuol che splenda là su ricca di stelle.

49Da i ministri di Bacco dirizzato
il letto marital tosto si scopre,
tutto è d’indico avorio e di rosato
colore il panno è tinto ond’ei si copre,
di gigli vien da le baccanti ornato;
questi tutti partìr fornite l’opre,
lasciando in dolci giochi et amorosi
involti i divi fortunati sposi.

50Intanto al letto maritale intorno
scherzavan lieti i pargoletti Amori,
indi partiano e vi facean ritorno
cantando, e sopra quel spargendo i fiori.
Né la notte sì chiara, né sì adorno
reser le stelle il ciel co’ suoi splendori
se non allor quando voi, Margherita,
foste a sposo real per sempre unita.