La Cleopatra

di Girolamo Graziani

La prima prova epica di Graziani vide la luce a Modena nel 1631, in una primitiva versione in tre canti; successivamente ampliata ai definitivi tredici, fu ridata alle stampe nel 1633, nel 1653 e, a testimonianza di una sua qualche fortuna, di nuovo nel 1670.
Per quanto frutto di un ingegno giovane, come sottolinea lo stampatore nella lettera di prefazione a scusarne le mende, la Cleopatra già porta in sé l’impronta di una scrittura eroica che troverà compimento nel maturo Conquisto, e in particolare quella duplice tendenza che se da un lato porta all’accentuazione del dato sensuale e erotico, dall’altro dimostra la volontà di riassumere gli schemi narrativi dell’epica in un unico grande poema. Così, schiacciati dalla netta prevalenza del dettato lirico (e, se si vuole, tragico), troviamo nello scheletro del racconto i motivi della navigazione, della naumachia, dell’assedio, quasi a voler convogliare in un unico blocco tutto il portato della tradizione epica occidentale. Un poema eroico a tutti gli effetti quindi, per quanto sui generis e fortemente influenzato da un modello sotterraneo per niente scontato come l’Adone di Marino: il serpente con cui la regina si suicida si innamora di lei e tentando di baciarla la morde e la avvelena, in maniera analoga a quanto succede al personaggio mariniano con il cinghiale.
Il tentativo troverà un compimento effettivo nel Conquisto, mentre in questa sua prima fatica Graziani si mostra interessato in prevalenza a dati esornativi e lirici, facendo prevalere sulla narrazione la descrizione degli affetti e dei lussuosi paramenti di corte, una vera carrellata di esotici “oggetti desueti”. Ciò nonostante, sono già in nuce vari temi cardinali della scrittura in ottave seicentesca: la pietas del capitano, il suo trionfo e i sontuosi apparati celebrativi, l’insistenza sui funerali conferiscono non solo un profondo senso politico al testo ma lo permeano anche di tinte allegoriche riconducibili alla meditatio mortis tipica del Barocco.

Prefazione e dedicatoria

ultimo agg. 19 Luglio 2015 12:25

Serenissimo Principe, signore e padrone colendissimo,

Il fato, scherzando con regolata diversità di casi, ci mostra ch’egli non opera a caso: Cleopatra da un Cesare fu sollevata, e da un Cesare fu abbattuta; nel mar d’Azio precipitò dal regno, e dall’autorità d’un Azio sarà preservata dall’acqua di Lete; il timore dell’aquila romana vincitrice la costrinse a rimediare alle sue sciagure co’ morsi d’un aspido, e la protezione dell’aquila estense difenderà la sua memoria dal veleno dell’invidia. Giudicherà dunque altri che sia fatale la dedicazione del presente poema a Vostra Altezza, in riguardo del soggetto di cui si tratta, sì com’io stimando avventurosamente fatale il patrocinio estense e conoscendo quant’io debba alla benignità di Vostra Altezza gliele consacro per auspicio di felicità e per obligo di servitù. Compiacciasi Vostra Altezza di gradire questo picciolo tributo della mia divozione, e di favorirlo raccomandato alla sua tutela, poiché la sola inscrizione del glorioso nome di Vostra Altezza basta ad abitar la mia Musa all’immortalità, e ’l solo plauso di lei può autorizzarla nel concetto de gli uomini, ne i quali purgati gli affetti co’ tragici avvenimenti di Cleopatra, agevolmente s’imprimerà l’epopeia delle magnanime azioni di Vostra Altezza, cui supplico a non isdegnare che la leggerezza della mia penna presuma d’adeguare il peso delle mie obbligazioni, poiché ogni benché minima stilla entrando nell’oceano diventa mare. E qui per fine a Vostra Altezza fo umilissima riverenza, e le auguro da Dio Signore il colmo d’ogni prosperità.
Di Vostra Altezza Serenissima,
umilissimo e devotissimo servo,

Girolamo Graziani

 

Lo stampatore Giacomo Sarzina a i lettori benigni

Fu il presente poema intrapreso dall’autore sin da i primi anni della sua gioventù per compiacere al genio; varie occupazioni lo costrinsero per alcun tempo a tralasciarlo, molte esortazioni de gli amici l’indussero a continuarlo, et egli l’ha finito per esercitar lo stile e per applicarsi con maggior libertà a poesia più grave, la quale egli è sì desideroso di condurre a fine che per non trattenersi ha trascurato di tormentar con la lima molti luoghi che rei di varie negligenze erano anche da lui conosciuti, concedendo egli qualche sonno alla Musa, che dovrà vagheggiare nella tessitura di più lungo e più faticoso componimento.
Sinora egli ha sodisfatto alla sua inclinazione et alle instanze de gli amici, e se non merita lode di ciò che ha composto, almeno non è da biasimare del pensiero che a ciò l’ha mosso. Se ti ricontenterai di condonare gli errori dell’opera alla bontà della sua intenzione, egli, animato dalla tua cortese sofferenza, seguiterà il poema che si è preposto, capace di quella forma eroica che per molti rispetti ha compreso di non poter dare alla Cleopatra. Nella quale assai mancamenti si ritroveranno per la debolezza del suo ingegno, ma non pochi per le difficoltà del soggetto, considerazione che, aggiunta a quella della sua età, che ora è di vinstisette anni, rende forse compatibili, se non scusabili, i difetti communi.
Sei avvertito che l’autore ha molte volte adoperate alcune voci e maniere di dire le quali par che sappiano di gentilità come fato, dea, idolo, adorare e simili, che perciò ti prega a ricordarti ch’egli tratta di persone gentili, e si protesta che scrive da poeta e crede da cattolico, e che la penna s’accomoda all’uso e l’animo è regolato dalla fede. Dichiara insieme false et erronee l’opinioni che son contenute nel canto di Metrodoro, nel sogno di Cleopatra et in altri luoghi somiglianti, avendo essi riferiti cotali pensieri de gli antichi non per confermar la leggerezza della lor dottrina, ma per schernire la vanità de’ lor trova menti.
Vivi felice

 

All’autore Giacomo Sarzina in riconoscimento di ricevuto beneficio

Qual di Cipro o di Delo eburnea lira
canterà, Graziani, i pregi tuoi?
Qual tromba da gli esperii a i lidi eoi
a celebrar tue glorie audace aspira?
Qual più lucida sfera intorno gira
ch’in perpetua armonia t’esprima a noi?
Qual luce in ciel potrà co i raggi suoi
esprimer te, ch’ogn’altro ingegno ammira?
Ma forse può laudarti il Cielo, in cui
son de le stelle i chiari lumi impressi,
per illustrare i regni oscuri e bui.
Se quali astri vivaci in me potessi
celesti grazie avere, i merti tui
forse al mondo potrei lasciare espressi.

Canto I

ultimo agg. 19 Marzo 2015 12:22

ARGOMENTO
Sdegna Marte ch’Antonio arda d’amore
per Cleopatra, onde l’Invidia trova,
ch’al superbo Domizio infetta il core,
sì che irato de’ Parti il re ritrova.
Co ʼl sembiante fraterno alto furore
Marte a Fraate inspira, acciò che mova
a i danni del latin; l’Armenia scorre
Domizio, e quinci Antonio i suoi soccorre.

Proemio (1-4)

1Vieni, e lascia le sponde e ʼl giogo ameno
del gran Parnaso e del castalio rio,
e di sacro furor m’inebria il seno,
bella figlia di Giove, amata Clio;
tu da l’ira de gli anni e dal veneno
d’empio livor difendi il canto mio,
tu ʼl rischiara e l’innalza, e sia tuo dono
ch’ei s’oda de le trombe emulo al suono.

2Come di Cleopatra arso e trafitto
Antonio a le bellezze allettatrici
fesse porporeggiare, arder l’Egitto
e d’Asia e d’Azio e l’onde e le pendici,
com’ella sempre lieta e sempre invitto
divenissero poscia ambo infelici
io vuo’ cantare, altri conosca intanto
ch’allegrezza mortal finisce in pianto.

3A te, del grand’Alfonso augusta prole,
magnanimo Francesco, onor de’ gravi,
ne’ cui verdi anni il mondo ammira e cole
senno viril, pensier canuti e gravi,
d’ascoltar, di gradir le mie parole
al tuo nome sacrate or non aggravi,
tu spira onde sian chiare in ogni parte
serenissimi raggi a le mie carte.

4Quando fia poi che superati io veda
dal tuo sommo valor gli orridi mostri
ch’a far d’Esperia bella ingorda preda
lasciàr d’Averno i tenebrosi chiostri,
m’udrà lieto ciascun, mentre conceda
l’aquila tua la penna i carmi nostri,
cantar l’inclito eroe che i mostri uccide
liberator d’Italia, estense Alcide.

Marte osserva sdegnato la depravazione di Antonio, e decide di intervenire (5-13)

5Già quella di ben cento imperi e regni
voragine fatale, ambiziosa
da l’indic’ocean d’Ercole a i segni
ne le perdite altrui Roma famosa
perduta avea tra i cittadini sdegni
la libertate illustre e gloriosa,
e ʼl ferro onde tremò lo stuolo avverso
ne le viscere proprie avea converso,

6e già ʼl sangue roman sparso in battaglia,
oltre quel che già tinse il Tebro istesso,
ne l’infausta esecrabile Farsaglia
avea più volte in fera guisa espresso
ch’ogni potente impero ove l’assaglia
la discordia civil rimane oppresso,
e che regno non è sotto la luna
che non soggiacia al tempo e a la fortuna.

7Già de le patrie avean tra lor partito
Antonio, Augusto il poderoso impero,
dal britannico mar d’Atlante al lito,
da le rive del Tigre al flutto ibero,
e già s’era d’Antonio intenerito
fra i piaceri d’Egitto il cor guerriero,
et ei de la beltà di Cleopatra
era, di vincitor, fatto idolatra.

8Essa già lieta a suo voler reggea
e l’impero e ʼl voler d’Antonio amante,
e prostrata a i suoi piè già si vedea
tributaria et umil l’Asia davante;
già sola di trattar seco godea
con la tenea man scettro pesante,
qual se n’andò tra la feminea schiera
de le spoglie tebante Onfale altera.

9Vide dal quinto ciel Marte cruccioso
nel sen di Cleopatra Antonio accolto,
da se stesso diverso in vil riposo
vaneggiando languir servo d’un volto,
né ciò soffrir potendo, impetuoso
in tal guisa proruppe a sé rivolto:
– E quando mirerò sottratte alfine
al giogo feminil l’armi latine?

10E non sarà che liberato io veggia
quei che fu tra i più cari a me più caro
da l’egizie catene? e sia che seggia
su ʼl trono de i Roman donna del Faro?
e così del Tarpeo l’antica reggia
che i figli miei di mille spoglie ornaro
rimarrà inculta e del mio nome a scorno
n’andrà de’ suoi trofei Canopo adorno?

11Per ricondurre Antonio a la smarrita
via de l’onor che non tentai, non fei?
L’Italia arse di guerra, uscì di vita
Fulvia, e sì celebràr gli alti imenei.
Fu dal concavo ferro Etna sentita
gemere al suon de l’armi e i campi iblei,
l’Oriente tremò, rimase estinto
il figlio di Pompeo, Lepido vinto.

12Prima cagion di sì gran moti io fui
che da l’empie lusinghe ingannatrici
così sperai di richiamar costui
de la regia sua cura a i degni uffici.
Ma che giovò, se tutti a pro di lui
i miei studi fur vani e gli artifici?
se rinovò le colpe? e s’oggi ancora
i ceppi suoi, le sue ruine adora?

13Ma non sarà che de’ suoi lunghi errori
l’indignitate io soffra e che permetta
che da barbari e vili adulatori
sia la gloria di Roma oggi negletta.
Sì sì, per disturbar gli egizi amori
già il modo è certo e già la strada eletta -.
Così Marte ragiona, e qui fremendo
nel volto fiammeggiò di sdegno ardendo.

Marte decide di sfruttare lo sdegno di Domizio, innamorato di Cleopatra, per Antonio (14-21,4)

14Tra quei che più famosi a l’alte imprese
Cesare già guidò seco in Egitto,
a l’or che Cleopatra egli difese
dal german, che restò vinto e sconfitto,
Domizio fu, che dal natio paese
su l’armata colà fece tragitto,
cui del proprio valor, de gli avi eggregi
la superbia maggior scemava i pregi.

15Ei primo de la tromba al suon guerriero
con intrepido volto il ferro strinse,
ei nel vallo nemico entrò primiero
e d’ossa il seminò, di sangue il tinse,
ei là dove il periglio era più fero
tra ʼl più folto drapel ratto si spinse,
né, se d’uopo ciò fu, riposo alcuno
ebbe nel chiaro ciel, ne l’aer bruno.

16Tal più noto divenne, e ʼl capitano
che il suo ardir riconobbe in varie guise,
de l’imprese al suo ingegno e a la sua mano
gli oculti arcani e l’eseguir commise.
Quinci, vinta la pugna, ove il germano
di Cleopatra incerto caso uccise,
di Farnace a frenar Cesare corse
l’armi, cui non poteo Domizio opporse.

17Fatta poscia da lor sovra il nemico
memorabil vendetta, e racquistate
quante avea già dentro il paese amico
il barbaro furor terre usurpate,
già privo il crudo re del trono antico
e le sue schiere in un viste e fugate,
de le spoglie di lui Cesare adorno
a l’italico suol fece ritorno.

18Ma non tornò su la cesarea armata
a riveder Domizio il patrio tetto,
poiché l’alma in Egitto incatenata
Cleopatra gli avea con nuovo affetto;
non sì tosto da lui fu rimirata
la famosa beltà che dentro il petto
sentissi penetrare a poco a poco
non conosciuto, inestinguibil foco.

19Crebbe l’incendio e ʼl desioso amante
risolvette tal or farlo palese
a chi n’era cagion, ma poi tremante
e in sé dubbioso, il suo parlar sospese;
pure a gli atti s’avvide et al sembiante,
scaltra, colei de le sue fiamme accese,
ma finse non vederle, e quei sofferse
l’interno duol che sol co’ guardi aperse.

20Così lunga stagione irresoluto
e tra vane speranze incerto ei visse,
sinché Antonio, ne l’Asia alfin venuto,
quella godé che ʼl seno a lui trafisse.
Ben a l’ora restò pallido e muto,
e de l’altrui dolcezze egli s’afflisse;
pure, i sensi frenando in mezzo al core,
taciturno rinchiuse il suo dolore.

21Quinci tentò, stimando il laccio indegno,
di sciorlo e di smorzar l’alto desio,
ma, dubbio tra l’amore e tra lo sdegno,
né questo spense né da quel fuggio.Marte si reca alla dimora dell’Invidia, le chiede di infettare Domizio (21,5-28,4)
Or costui dunque osserva, e al suo disegno
ministro elegge il bellicoso dio;
risolve poi senza tardar là sopra
scendere al basso e dar principio a l’opra.

22Qual da torbida nube esce repente
strisciando per gli eccelsi eterei campi
con orrendo fragor fulmine ardente,
onde par che la terra e l’aria avvampi,
tale a l’or frettoloso e impaziente,
cinto lo dio guerrier d’orridi lampi
dal ciel discende, indi rivolge il piede
de l’Invidia a l’oscura infausta sede.

23Giace tra cupe valli ove non mai
alcun’aura spirando i soffi alterna,
del più lucido sole ignota a i rai
ne la Scizia nevosa atra caverna.
Non si scalda o risplenda il sen giamai
de la grotta, ov’è il ghiaccio e l’ombra eterna;
serpenti vomitar gonfi di tosco
suol la bocca de l’antro orrido e fosco.

24Qui sta l’Invidia, e quivi in arrivando
sdegna di penetrar la soglia infame
Marte, e la noderosa asta impugnando
batte l’antro, e quel cede a le sue brame.
S’apre la grotta, e scorge in lei mirando
l’Invidia, che pascea l’avida fame
di vipere, che feano a lei di rabbia
talor co’ morsi intumidir le labbia.

25Marte di più mirarla indi aborrisce,
e torce il guardo, et ella pigra intanto
sorge da la sua mensa, e de le bisce
sparge i laceri busti in ogni canto.
Lenta camina, e geme e infellonisce,
viste l’armi di Marte e ʼl ricco manto,
e di nuovo co ʼl suon de’ suspir sui
tragge al volto di lei gli occhi di lui.

26Tutta è d’atro pallor sparsa nel viso,
macilenti le membra, il guardo ha bieco,
livido è il dente, e non ha in bocca il riso,
se non quando negli occhi il pianto ha seco.
D’un ferro tosco, ond’altri resta ucciso,
la lingua è infusa, e ne l’interno speco
del petto il fiel verdeggia, e mai non gode
del sonno, de i piaceri e de la lode.

27A colei dunque, a cui supplicio è degno
s’altri offender non può morder se stessa,
Marte, benché l’aborra e l’abbia a sdegno,
rivolto in guisa tal parla con essa:
«Ne la città che de l’egizio regno
sorge primiera or vanne, e là t’appressa
a Domizio, et a lui del tuo veneno,
così chiede il bisogno, infetta il seno».

28Tanto sol disse, indi fuggì veloce
da l’empia, che ʼl mirò con torvo aspetto,
e brevi mormorando in bassa voce
de le glorie di Marte ebbe dispetto;L’Invidia colpisce Domizio (28,5-35)
quindi, lasciato con sembiante atroce
del crudo albergo il solitario tetto,
di fosche nubi a l’or coperta e cinta
scote verga di spine intorno avvinta.

29Ove move le piante o l’occhio gira
i campi inaridisce e i fonti sugge,
e col fiato pestifero che spira
i regni attosca e le città distrugge;
tal giunge in Alessandria, e quando mira
i lieti abitator dentro si strugge
d’un rabbioso dolore, e mesta appena
perché pianger non vede il pianto affrena.

30Sen entra poi dove Domizio alberga,
e gl’imperi esequisce, e del romano
percote il sen colla spinosa verga,
e con rigida il tocca e ferrea mano.
Quindi è che per le vene e l’ossa asperga
a l’amante negletto il tosco insano,
e ch’al misero il core infetto reste
da la tartarea abominevol peste.

31Vengono a l’ora a l’infelice inanti
e rassembran del vero anco maggiori
tutte de’ duo famosi e regi amanti
le soavi dolcezze e i lieti amori.
Altrove mira i suoi dispregi e i pianti,
indegno guiderdon de’ suoi sudori,
et ode ch’una voce al cor gli suona
e in tal guisa altamente a lui ragiona:

32«Ecco là che nel grembo Antonio accoglie
la bella Cleopatra, e tu schernito,
misero spettator de le tue doglie,
dal riso popolar sei mostro a dito.
Un sol tetto, un sol letto ambo raccoglie,
tu non sei pur di rimirarla ardito,
si riserbano a lor le gioie e i pregi
a te solo i tormenti, a te i dispregi.

33Or esponi a l’irate armi nemiche
il seno, e spargi il sangue a pro di lei:
tu seminasti, e miete altri le spiche,
e su le tue ruine erge i trofei.
O mal spesi sudor, vane fatiche,
così negletto e vilipeso or sei?».
Tal risuona la voce, e ʼl suo veneno
intanto del guerrier serpe nel seno.

34Resta al tosco fatal, ch’ogni altro eccede,
del feroce latin la mente infetta,
e pria l’occupa il giaccio, indi succede
un ardor che l’infiamma a la vendetta.
Al senso ribellante il fren concede
del suo voler già la cagion negletta,
e già l’invidia in lui maligna e fella
move d’aspri pensier varia procella.

35Qual al fin da secreta occulta mina
sossopra rivolgendo eccelse mura
con improvisa orribile ruina
la già rinchiusa fiamma uscir procura,
tal nel sen di Domizio a sé destina
larga via da scoppiar l’invida cura,
che di stupido gel cangiata in foco
tra i confini del cor non trova loco.

Domizio decide di recarsi da Fraate re dei Parti, lo sprona a entrare in guerra e gli assicura il suo aiuto come stratega e tattico, Fraate tergiversa (36-53,4)

36«Vedrà (dicea), vedrà la donna ingrata
che l’amor mio, che la mia fé disprezza,
vedrà come già fu mal consigliata
scegliendo il possessor di sua bellezza;
per me sarà, da me sarà turbata
de la molle sua vita ogni dolcezza,
e da me rotti al fine in ogni parte
fieno i sonni amorosi al suon di Marte.

37Odano or sol, veggono or sol d’amori
spettacoli giocondi e dilettosi,
e tra infame drapel d’adulatori
de le vergogne mie godon fastosi,
ma tosto fian da l’ire e da i terrori
di Bellona interrotti i lor riposi,
e per me diverran con nuova sorte
le delizie d’amor scherzi di morte.

38Io me n’andrò dove Fraate ha in cura
regger di patria i popoli guerrieri,
che per vari successi e per natura
son del nome romano emuli alteri,
e la gloria or movendo, or la paura,
in lui risveglierò gli odi primieri;
così per mia vendetta e sol per opra
de’ miei consigli andrà l’Asia sossopra.

39E così poi, s’arsi già un tempo anch’io,
arderanno l’Egitto e d’Asia i regni:
spento nel foco altrui l’incendio mio
troveranno queste i miei disegni,
sazierà l’altrui danno il mio desio
e l’altrui pianto smorzerà i miei sdegni,
fieno l’altrui miserie i miei trofei,
laverà il sangue altrui gli scorni miei.

40Oh come poi vittorioso al fine
del vendicato amor godendo i frutti
e le lagrime egizie e le latine
lieto vagheggerò con gli occhi asciutti!
De’ nemici le stragi e le ruine
saran mie glorie, e le catene e i lutti
chiara vendetta di Domizio invitto
sarà l’Africa deserta, arso l’Egitto».

41Così discorre, e quindi il fero amante,
anzi il crudel nemico, ebro ne l’ira
d’Alessandria cruccioso e minacciante
parte furtivo, e ʼl piede a i Parti gira,
e giunge et è condotto al rege inante,
che l’abito latin sospeso mira,
et al volto et a l’armi ei ben gli pare
ch’uom sia d’alta possanza e d’alto affare.

42Domizio al re s’inchina, e fiso in lui,
rotto il silenzio, in guisa tal ragiona:
«Signor, di tua virtù chiara tra nui
la fama e gloriosa oggi risuona,
sì che fatto maggior de i regni tui
altri ammira il tuo merto e di te suona
l’Asia, e in mezzo al timor de’ tuoi nemici
congiungi al tuo valor gli animi amici,

43a me sin ne l’Egitto è prevenuto
de l’opre tue famose il nobil grido,
onde a te vengo, e in te il bramato aiuto
al mio dolor di ritrovar confido,
io, che per Cleopatra ho combattuto
e che per racquistarle il patrio nido
a la morte m’esposi, or vilipeso
da quell’ingrata a te ricorro offeso.

44Io son Domizio, e ignoto il nome nostro
non giunge qua, se ʼl creder mio non erra,
poiché sarà palese al regno vostro
ciò che fei ne l’Egitto in dubbia guerra.
Quella fé, quel vigor ch’io dunque ho mostro
un tempo a pro de gli altri in altra terra
da l’impudica donna oggi negletto,
signor, da te raccolto a te prometto.

45E tu, poiché non mai la sorte offerse
occasion sì degna al tuo valore,
ond’abbi a vendicar l’onte diverse
de l’estinto german, del genitore,
questa che il cielo amico a te scoperse
devi tosto abbracciar con lieto core,
poiché raccoglie in una e ti promette
con prodigo favor mille vendette.

46De gli arcani d’Antonio a me palese
è la parte maggior, che seco a parte
fui de’ consigli un tempo e de l’imprese
esecutor ne’ dubbi affar di Marte;
so dov’egli più forte a le difese
a te può ripugnar, so da qual parte
non munito il suo regno o men provisto
tu potresti assalir con certo acquisto.

47Io l’Egitto, ch’irato e impaziente
soffre di Cleopatra il giogo indegno,
spargerò di tumulti, io l’Oriente
moverò contro l’empia a giusto sdegno.
Aborre di veder l’Asia dolente
ch’una femina vile usurpi il regno,
né sarà tarda, ove le s’offra il modo,
de’ suoi lacci servili a sciorre il nodo.

48Né già creder si de’ che neghittoso
di tanti moti l’Ido e l’Etiopo
sia per mirare il fine e ch’ozioso
in pace si rimanga a sì grand’uopo,
anzi l’avido spirto ambizioso
d’Antonio temeran che tenti dopo
soggiogarli al suo regno, onde devranno
teco uniti stimar proprio il tuo danno.

49Antonio e Cleopatra omai sospetti
ne la fortuna prospera a i tuoi regni
opprimi tu, prima che in te gli effetti
abbi a provar de’ vasti lor disegni.
Perdi tanto, signor, quanto ch’aspetti
pria che del tuo pensier scorgano i segni,
movi l’armi, onde inermi e irresoluti
prima sconfitti sian che combattuti.

50Non tu fra il sangue e fra i perigli usati
quei famosi Roman fia che ritrove,
ch’or tra i lussi de l’Asia effeminati
han già poste in oblio l’antiche prove;
inesperti guerrieri e delicati,
schiere tumultuarie e genti nove
son le forze d’Antonio, et egli stessi
da straniera beltà languisse oppresso.

51Movi dunque, signor, mentr’ei sen giace
tra gl’indegni piacer l’armi temute;
già timido lo veggio e già fugace
a le piante fidar la sua salute.
Vanne, e tua preda fia l’Asia ferace,
i tesori d’Egitto or tu rifiute?
Vanne, e tuoi fieno; al tuo valor fortuna
gli scettri d’Oriente offre et aduna».

52Così parlò Domizio, e a l’armi accese
con questi detti a gli ascoltanti il seno,
e gli risponde e mostra il re cortese
in regia maestà volto sereno:
«Amico, avrai da le nemiche offese
il regno mio schermo sicuro appieno:
qui ricovra e per or ti basti e godi,
che il tuo merto conosco e l’altrui frodi».

53Così favella, et empie il cavaliero
d’alte speranze, e intanto è combattuto
del suo incerto volere il dubbio impero
da l’invito de l’armi e dal rifiuto.Marte si mostra in sogno a Fraate con le fattezze di suo fratello Pacoro, ucciso dai Romani e lo sprona a muovere guerra all’Egitto (53,5-65)
Or mentre in questa guisa tal vario il pensiero
erra del re sospeso e irresoluto,
Marte l’osserva e stabilisce il core
novo tosco spirarli e novo ardore.

54Era ne l’ora che i destrier del sole
con sonoro nitrir chiaman l’aurora,
ad infiorar di gigli e di viole
la strada al biondo dio che il cielo indora,
già la saggia di Maia alata prole
il giorno precorreva al par de l’ora,
e non invidiando al ciel le stelle
già il mare insuperbìa d’auree fiammelle,

55quand’a Fraate di Pacoro ucciso
dal nemico Roman preso il sembiante
nel suo placido sonno a l’improviso
Marte irato apparisce e minacciante:
ha del color di morte asperso il viso,
tutto è di sangue il crin lordo e stillante,
il sen da cento piaghe orribilmente
versa di caldo umore ampio torrente.

56Non sembrava egli a l’or cinto d’intorno
da le grazie festose e da gli Amori
quel che d’egregia alta bellezza adorno
de le partiche donne accese i cori,
ma qual ei fu nel memorabil giorno
che da i Romani irati e vincitori
con l’esercito suo fu rotto e vinto
ne la Soria dov’ei rimase estinto.

57De l’ucciso fratel stupido intanto
mira il volto sanguigno il re smarrito,
e negli occhi frenando appena il pianto
così poscia favella intenerito:
«O gran luce de’ Parti, o da me tanto
sospirato germano, a che ferito
e lacero in tal guisa a me pervieni
dopo sì lungo indugio? e d’onde or vieni?».

58Tacque, e proruppe in un sospir di sdegno
l’imago, indi rispose a i detti suoi:
«Et ancor giaci in sì vil ozio indegno
tra i bissi di Giudea, tra gli ostri eoi?
tra morbidi piacer godi quel regno
che co ʼl sangue acquistàr gli avoli tuoi?
e veggono per re deposti e scarchi
i Parti arrugginir gli strali e gli archi?

59Tu vivi lieto e invendicata ancora
l’ombra del tuo german erra in Soria?
e non ti cal se l’ossa sue divora
crudo mastino ove insepolto ei sia?
Mira qual sono, che fui già tale a l’ora
ch’io perdetti me stesso e l’oste mia,
mira il sangue stillante e mira ahi queste
che mi squarciano il sen piaghe funeste.

60Quante ferite in questo sen tu miri
sono altrettante bocche, onde ragiona
l’alma del tuo fratel morto tra i Siri
e vendetta immortal chiede e risuona,
e tu pur non sospiri a i miei sospiri,
e a la voce che flebile ti suona
a l’orecchie non gemi? e nel mio lutto
serbi immobile al pianto il ciglio asciutto?

61E tu che tragga il micidial permetti
fra lascivo drapel sonni oziosi?
e disprezzando i miei lamenti e i detti
la morte mia di vendicar non osi?
anzi non vuoi, non corri i suoi diletti
interromper con l’armi e i suoi riposi?
Deh, non forse a ragion t’addito e segno
degli Arsacidi eroi nipote indegno.

62Serve il romano effeminato e vile
a l’adultere egizie e ʼl piè che corse
del mondo vincitor da Battro a Tile
volontario d’amore a i lacci porse:
a che dunque indugiar? Del ferro ostile
ad altro uso il piacer l’uso già torse,
l’armi sparse di gemme e d’or lucenti
ricca preda saranno a le tue genti.

63Che tardi più? che non l’opprimi or ch’esso
giace nel mar de le delizie immerso?
forse attendi che rieda egli in se stesso
e sia di novo a i danni tuoi converso?
Or ch’egli sta dal proprio pondo oppresso
sarà in breve da te rotto e disperso,
ma se da i lussi a l’armi ei fa ritorno
ergerà contra i Parti altero il corno.

64Deh, prima che veder con duri scempi
da le barbare fiamme arso il paese,
tu movi l’armi in fretta e tu de gli empi
cautamente previeni oggi l’offese.
Serba i teneri figli e i sacri tempi,
da l’ira ostil serba le tombe illese,
vendica il tuo german, che più s’aspetta?
Io ti seguo, io ti guido a la vendetta.

65Io sarò la tua guida: a te il sentiero
nel maggior rischio agevolar prometto;
seguimi tu, che dal celeste impero
io son quindi a partir tosto costretto».
Qui tacque e sparve, e ʼl luminoso arciero
il giorno saettò nel regio letto,
e da i lucidi rai gli occhi percosso
dal suo torbido sonno il re fu scosso.

Fraate raduna un immenso esercito e scorre Armenia e Assiria (66-71)

66Come desto del figlio al rauco strido
a cui serpe crudel morda le piante
apre le luci e corre al pianto, al grido
l’arsiccio abitator del mauro Atlante,
et ondeggiar su l’arenoso lido
visto al figlio vicin l’angue strisciante
freme e piange in un punto e sente il core
lacerarsi da l’ira e dal dolore,

67così a i lamenti, a le rampogne a l’ora
de l’imago fraterna orrida e mesta
Fraate, a cui le viscere divora
un interno venen, si scote e desta,
e piange irato in rammentar talora
l’ingombra di terror vista funesta,
e quinci e quindi il cor gli ange e martira
co’ suoi stimoli a gara il duolo e l’ira.

68Gridò poi, dal furor tratto e rapito:
«Ti seguirò fra ʼl sangue e fra i perigli,
io moverò con la tua scorta ardito
a i danni del latin l’armi e i consigli;
io manderò d’Egitto inaridito
le piagge ad inondar fiumi vermigli,
a mitigar de l’ombra tua gli sdegni
farò d’Asia cader vittime i regni».

69Tace, e lascia le piume, indi si danno
gli ordini de l’impresa, e da i cavalli
trema l’Arasse calpestato, e fanno
tremare il Caspio i bellici metalli.
Vengono in guerra i Medi e quei che stanno
del Caucaso ne’ gioghi e nelle valli,
e ʼl gran moto commun né pur quieti
lascia gli estremi Sciti e i Messageti.

70De le squadre più barbare e più fere
seco eletto drapel Domizio prende,
e le città d’Armenia e le riviere
dispietato depreda, abbatte e incende.
Le turbe o fuggitive o prigioniere,
de l’ira militar reliquie orrende,
abbandonan fra vari avidi insulti
con gli aratri oziosi i campi inculti.

Antonio risveglia il proprio ardore marziale, raduna l’esercito e marcia contro Domizio (72-76)

71Miran da lunge la città che cade
gli sbigottiti abitator dolenti;
canuta chioma o supplice beltade
non placa di color le furie ardenti.
Distrutte sono e lacere le biade,
dissipati e dispersi erran gli armenti,
e de gli agricoltori un giorno, un’ora
le fatiche d’un anno alfin divora.

72Su la regia del Nilo arriva intanto
del barbaro furor nuova funesta,
e racconta che ʼl Parto in ogni canto
il paese vicin scorre e molesta.
Ode Antonio de l’Asia il commun pianto
e che stuol predator l’Armenia infesta,
et ode che di là con torva faccia
agli Assiri, a i Cilici anco minaccia.

73Tra i vezzi di Canopo affascinato
quinci a l’ora ei si scote e in sé riviene,
e dal sonno profondo è pur destato
da l’assirie querele e da l’armene;
già lo spirto guerrier, l’ardire usato
si riscalda e rinfiamma entro le vene,
e ʼl delicato sen fatto si mira
di miniera d’amor fuccina d’ira.

74- Dunque – tra sé dicea – mentre sen vanno
fra le guerre sossopra i regni miei
vago di Cleopatra il proprio danno
spensierato vedrò nel sen di lei?
E dal superbo predator tiranno
dunque innalzati fian nuovi trofei
sin ne l’Assiria mentre io neghittoso
godo servo d’Amore un vil riposo?

75No, ch’andar vuo’ dove il rubel romano
con le squadre nemiche il tutto incende;
io di quel traditor con questa mano
per me stesso farò vendette orrende,
co ʼl sangue io smorzerò di quel villano
l’alta fiamma crudel che l’Asia accende,
e con la morte del fellon rapace
a l’Oriente io comprerò la pace -.

76Così già risoluto a le bandiere
con nuovi messi et ordini iterati
chiamò l’egizie e le latine schiere
del suo impero divise in vari lati.
Sen va quindi ove son da le straniere
turbe assaliti et arsi e desolati,
già trascorsa l’Armenia, i campi aprici
de gli Assiri vicini e de i Cilici.

Canto II

ultimo agg. 20 Marzo 2015 8:11

ARGOMENTO
Cleopatra d’Antonio a la partita
riman di gelosia mesta e tremante;
chiama Argilea, da cui impetra aita
per richiamar da i Parti il caro amante.
Placa i tartarei dèi la coppia ardita
e a la grotta infernal volge le piante,
scioglie i mostri la maga, e le future
de l’Italia predice alte sciagure.

Cleopatra tormentata dalla gelosia: teme che Antonio sia partito perché ormai stanco di lei (1-6)

1De l’amato guerrier l’egizia intanto
s’affligge a la partita, e in sé dubbiosa
teme ch’altra beltà di maggior vanto
nuova accenda gli al cor fiamma amorosa;
ben con teneri vezzi e dolce pianto
tentò di raddolcir l’alma sdegnosa,
ma il sen ch’ardea di nobil ira al foco
a l’incendio d’amor non diede loco.

2O che tragger lassù Cinzia si miri
con l’argentato piè liete carole,
o che la luce dai superni giri
su ʼl teatro del ciel comparta il sole
la mesta donna in preda a i suoi martiri
de l’amante lontan si lagna e dole,
né le querele sue sono interrotte
del variar del giorno e de la notte.

3- Lassa (dicea), pure ha il crudel voluto
fra i miei gravi pensier sola lasciarmi?
sprezzò le mie preghiere, et ha potuto
infestar la mia pace e seguir l’armi?
Porger si gloria a gli stranieri aiuto,
bench’io ʼl serva non cura abbandonarmi:
Strana pietà che in sollevar gl’ignoti
nuoce a i più cari e opprime i più devoti.

4Il pianto de l’armeno e del cilice
nuove guerre a tentar dunque il commove,
e pure il lagrimar di me infelice,
il mio dolore a consolar no ʼl move?
Misera, già presago il cor mi dice
che non zelo d’onor lo spinga altrove,
ma che di me già infastidito ei corra
lunge da me perché vedermi aborra.

5Deh, se fosse ciò vero a che non desti
fine a le mie sciagure, al tuo sospetto?
perché tu di tua man non trafiggesti
no mortal piaga l’odioso petto?
Così già pago il tuo desire avresti
e premiato il mio amor con vario effetto,
saria premio al mio amore, al mio servire
ne le tue braccia e per tua man languire.

6Ma qual d’infedeltà nel mio fedele
senza cagion pavento errore indegno?
a che deggio temer ch’egli crudele
abbia il mio amore e la mia vita a sdegno?
Sono ingiuste, signor, le mie querele,
tu al sospettoso feminile ingegno
la mia tema condona -; in questa guisa
l’agitata reina in sé divisa.

Convoca Argilea, maga nera, e le chiede di spegnere nell’animo di Antonio il desiderio marziale: lei impone un sacrificio agli dei tartari (7-14)

7Or mentre nel suo cor vari litigi
move incerto il timor, dubbia la spene,
de l’amica Argilea, che i regni stigi
a sua voglia corregge, a lei sovviene;
da questa, ch’a gl’incanti, a i suffumigi
dentr’un bosco den Nilo in su l’arene
sta intenta, al suo dolor chiedere aita
ella dunque risolve, e a sé l’invita.

8Lascia tosto Argilea de la reina
al commando l’albergo, e ubbidiente
sen va dal bosco a la città vicina
ove colei l’attende impaziente.
La fatidica donna et indovina
senza indugio è introdotta a la dolente,
che la raccoglie, e quindi, ogn’altra esclusa,
l’interno del suo cor così le accusa:

9«Ardo, Argilea, tu ʼl sai, che de’ mortali
non si celano a te gli affari e l’opre,
ma che dic’io, de gli amorosi strali
la profonda ferita invan si copre;
ben tu dunque saprai ch’è da’ miei mali
amor sola cagion, s’amor si scopre
a mille segni, e s’è d’amor al foco
il petto d’una donna angusto loco.

10Qual sia dunque mia vita or che vagante
sotto barbaro cielo è la mia vita
a qual noto non fia, benché d’Atlante
o fra balze di Scizia alma nudrita?
Ha fatto, ahi crudo, il mio fugace amante
il mio signor da gli occhi miei partita,
et io resto pur qui viva sol quanto
d’esser viva talor m’avveggio al pianto.

11Deh, tu che puoi quanto voler ti piace,
del mio immenso dolor prendi pietade,
e richiama a l’usata antica pace
Antonio da le partiche contrade.
Del suo spirto guerrier spegni la face,
svelli da la sua man l’aste e le spade,
tu fa’ che a me ritorni, o saggia amica,
né senza il guiderdon fia la fatica».

12Tal parla, e raddoppiò promesse e preghi
et Argilea rispose: «A pochi è dato
ch’a le voglie di loro apra e dispieghi
ciò ch’è d’oprare al mio poter serbato,
a pochi è ver, ma non sarà ch’io nieghi
quel ch’a gli altri talor non fu negato,
a te, del cui volere i cenni osservo,
né premio i’ vuo’, c’ho il premio ove ti servo.

13Tutto di Pluto il tenebroso regno
per richiamar da i Parti il tuo diletto
e la città del pianto e de lo sdegno
di rivolger sossopra io ti prometto,
tu puoi solo ottener del tuo disegno
co ʼl nostro aiuto il desiato effetto,
et io sol co’ disagi Antonio afflitto
dai Parti ricondur posso in Egitto.

14Sol da l’impresa al tuo voler si puote
ritrarre Antonio ove dai bissi chiostri
io spinga a i danni suoi con le mie note
e la fame e la sete e gli altri mostri;
ma se brami a tuo pro de l’arti ignote
scoprir gli arcani e i gran misteri noti,
prima d’uopo sarà che tu prepari
sacrificio solenne a i nostri altari».

A notte, Argilea celebra il sacrificio e chiede l’aiuto di Ecate (15-28)

15Qui poi le narra dove e come e quando
e ciò che fia bisogno a i sacrifici.
Così stettero il giorno apparecchiando
lo scelerato culto a i numi amici,
e, già tutto provisto a l’or che bando
danno a i raggi del sol tenebre ultrici,
Cleopatra sen va con Argilea
al bosco ove albergar l’empia solea.

16Su la riva del Nilo a l’Occidente
sorge rivolta ampia foresta ombrosa,
a cui l’orrido sen del sole ardente
furtivo raggio penetrar non osa;
qui, non dispersa mai, l’ombra cadente
serba notte perpetua e tenebrosa,
e lunge sta da le mal note vie
sospeso il lume, irresoluto il die.

17Del solitario inviluppato bosco
sacre le Furie insieme et a le fate,
e le piante e l’orror tacito e fosco
l’antica protestò credula etade,
e quindi altri dicea livido tosco
spirar l’ombre temute e inabitate,
altri dicea che in esse udiansi irati
di Cerbero e Piton fischi e latrati.

18Nel mezzo poi de la gran selva oscura
in forma di teatro ampio e capace,
opra non sai se d’arte o di natura,
prato di mille passi occulto giace,
quivi de la magion sorgon le mura
ove suol dimorar la maga audace,
sempre solinga, se non quanto ha seco
il vulgo abitator del mondo cieco.

19S’alza di negri marmi eccelso altare
davanti a la magione, e in mezzo al prato,
che mira ove noi lascia ed onde appare
a gli altri d ala notte il sol fugato,
tre noci e tre cipressi in circolare
forma l’anno rinchiuso e circondato,
e con le fronde in quella parte e in questa
gli spargono d’intorno ombra funesta.

20D’Ecate qual superbo orrido monte
sovra l’altar l’imago al ciel s’estolle;
ha di serpente il piè, serpi la fronte,
cingon di venen stillante e molle.
Qui gli dei riverir di Flegetonte
la maga suol con empio culto e folle,
qui fa tremar de’ carmi al rauco suono
de l’ingordo Pluton la reggia e ʼl trono.

21L’umida notte non ancor giungea
a mezzo il ciel di nubi a l’or coperto,
e per quell’aria fosca o non splendea
o splendea de la luna il lume incerto
quand’arrivàr l’egizia et Argilea
con gli altri al bosco sterile e deserto,
cui di sei miglia, e forse anco men lunge,
breve camin da la città disgiunge.

22Quivi giunte, Argilea co ʼl crin disperso
cui duo serpi facean diadema orrendo,
di ben mille color manto diverso
veste, che la ricopre al piè cadendo.
Ha scalzo il piè, ma d’atri succhi asperso
il volto è formidabile e tremendo,
girano gli occhi spaventoso e tardo
di peste acherontea gravido il guardo.

23Va la maga a l’altare, a cui la fossa
opra de la sua man giaceva inante,
e cui fa rimaner tiepida e rossa
di negra agnella al caldo umor stillante,
quindi pon dal coltel l’ostia percossa
su la pira che innalza in un istante
sopra la fossa, et ivi a poco a poco
l’arde e l’incenerisce al sacro foco.

24L’odorifero poscia almo licore
che con furto gentil l’ape ingegnosa
toglie, et avida sugge al più bel fiore,
quasi olocausto in su l’altar riposa,
quindi con rotti accenti in suo favore
invoca la triforme Ecate ombrosa,
susurra poi sovra i profani marmi
inaudite bestemmie, orrendi carmi.

25Distingue al fin le voci e in grido altero
dice: «O notte fedel de’ miei secreti
ascoltatrice, o del celeste impero
amiche stelle, orror solinghi e cheti,
e tu, moglie del re del popol nero
di Stige, Ecate, tu ch’a’ miei decreti
del cielo scopri e per cui sol m’è dato
vincer natura e trionfar del fato,

26io chiamo te; co ʼl tuo potere astrinsi,
mentre stupian le ripe, i fiumi a i fonti
a far ritorno, io per te sol già spinsi
a muoversi talor le selve e i monti,
per te sol da i sepolcri uscir costrinsi
a le mie notte ubbidienti e pronti
i cadaveri al suon di mie parole,
al ciel la luna, e tolse al lume il sole,

27tu mi concedi che d’Abisso io toglia
gli orridi mostri e che d’Antonio i danni
io gli possa mandar quindi a mia voglia,
et a portare al campo estremi affanni,
così avverrà che l’oste ei raccoglia
da i disagi assalita e da gl’inganni,
e che rieda in Egitto ove l’antica
consoli or sconsolata e mesta amica.

28Se ciò permetti, e s’ottener cotanto
da te vien conceduto a i nostri voti,
a te di celebrar prometto e vanto
più sontuosi i sacrifici ignoti,
quindi per me gli Egizi in ogni canto
il tuo gran nome adoreran devoti
e, de la tua possanza eterni essempi,
alzeranno al tuo culto altar e tempi».

Poi conduce Cleopatra nella grotta infera, apostrofa la Fame e la Sete e chiede loro di scagliarsi sul campo di Antonio (29-39,4)

29Così disse la maga, e fin dal fondo
quasi svelte ondeggiàr l’antiche piante
ergendo il crin frondoso, e dal profondo
tremò scossa la terra e vacillante.
Raddoppiò delle voci il suono immondo
la donna a l’or con torbido sembiante,
e volta a Cleopatra «Io sono udita,»
altamente gridò «l’opra è compita.

30Quinci meco ne vieni» a lei soggiunse,
e le s’offre per guida, e s’incamina
ove balza scoscesa indi non lunge
a la terra magion sorge vicina.
La rupe torreggiante apre e disgiunge
trasformandosi in grotta alta ruina,
da le cui vaste fauci orribilmente
spira d’atro vapore aura nocente.

31Vassi per questa ove Plutone alberga
negl’imi abissi, et Argilea fra tanto
svena a l’ombre infernal con negre terga
quattro giovenchi a la spelonca a canto.
Quindi è che su le fiamme il vino asperga
per mitigare il crudo re del pianto,
ma prima il bianco crin con l’acque tolte
al gran fiume vicin bagna tre volte.

32«Vieni, et arma d’ardire il regio petto,
o reina (soggiunge), io son tua scorta,
tu dunque in me confida» e, così detto,
de l’orrida spelonca entra la porta.
La siegue Cleopatra, e ʼl fero aspetto
de la cieca magion lieta sopporta,
ch’ogni fatica ancor che dura e grave
Amor le fa parer lieve e soave.

33Su ʼl limitar de la caverna oscura
il Lutto dimorar primo si mira,
sta la Frode vicina e la Paura,
la Morte, il Sonno e la Vecchiezza e l’Ira;
qui la Vendetta il varco ottiene in cura,
e la pazza Discordia, a cui s’aggira
e fischia intorno a la gran chioma orrenda
di vipere sanguigne infausta benda.

34Sveller con l’unghie e l’erbe e i tronchi alfine
la Fame rimiràr, pallida il volto,
rugginoso era il dente e lungo il crine
per gli omeri cadea ruvido e sciolto.
Sorgea dura la cute e l’intestine
altrui scopriva, e l’occhio era sepolto
dentro un’occulta e cavernosa fossa,
pendean da i curvi lombi l’aride ossa.

35Scorgon dopo la Sete egra e languente,
polverosa i capei, rossa il sembiante,
livida uscia fuor de la bocca ardente,
la lingua in favellar rauca e tremante,
la fronte di sudor molle e cadente
rigava il seno arsiccio et anelante,
e da l’asciutte fauci et agitate
sorgeano ad or ad or l’aure infocate.

36La maga a l’or, cui penetrar non cale
del sotterraneo albergo i cupi chiostri,
con minaccievol guardo in guisa tale
orgogliosa parlò rivolta a i mostri:
«Itene tosto ove ora Antonio assale
i Parti, e a’ danni suoi gli sdegni vostri
tutti sfogate, ond’a l’antica sede
de la donna del Nilo ei volga il piede».

37Tace, e con bassa voce orribil note
aggiunge, al cui poter cede l’inferno.
Al sacrilego suon l’antro si scote
e rimbomba Cocito e ʼl basso Averno.
A infettar l’aria e le stellanti rote
del puro ciel da quell’orrore eterno
escono a l’ora i mostri, e quinci a i danni
del gran campo latin spiegano i vanni.

38Come talor che il temerario e ingiusto
gigante contra il cielo a mille a mille
suol fulminar dal fulminato busto
densi globi di fumi e di faville,
trema a quei fochi incenerito e adusto
il bel terren delle sicane ville,
e a l’avventate orribili facelle
sembran di tema impallidir le stelle,

39così de i mostri a la repente uscita
trema la selva e la campagna intorno,
e mostra egra la faccia e scolorita
pur dianzi il ciel di liete faci adorno.
L’abominevol pompa indi fornita,Argilea descrive a Cleopatra i futuri danni che la Peste farà in Italia (39,5-50)
fanno del bosco a la città ritorno
la reina e la maga, et a costei
pensierosa tra via chiede colei:

40«Ben vedesti fra ʼl vario ivi raccolto
stuolo de’ mostri un che in femineo aspetto
occhi torbidi avea, squallido il volto,
e sembrava esalar tosco dal petto;
dimmi a lui che fremea d’impeto stolto
perché scior ricusasti il piè ristretto
da le ferree catene, e dimmi come
tra la schiera infernal s’appelli e nome».

41Tacque, e così parlando in lei s’affisse
la maga: «È ben ragion che pago reste
il tuo desire: è il mostro a cui stan fise
l’aspre catene al piè l’avida Peste.
Di sciorla io ricusai, ch’a lei prefisse
il fato in altre etati opre funeste,
in cui mutandole foreste in roghi
sui miseri mortai l’ire disfoghi.

42Già più che in altro tempo io veggo al fine
dopo varia fortuna e volger d’armi
ne l’arme costei piagge latine
far lagrimosi e memorabil danni.
Oh quai sciagure, et oh di quai ruine
io contemplo sin ora i gravi affanni,
et oh come sin or de l’egre genti
mi feriscon l’orecchie i mesti accenti.

43Divoratrice fiamma abbrucia e strugge
occultamente a gl’infelici il seno;
scabra la lingua inumidisce e sugge
la bocca in vece d’aura atro veneno;
benché lieve ogni vel s’aborre e fugge
sembra odioso il letto, e su ʼl terreno
per ristorar da la cocente face
l’arsiccie membra alcun riposa e giace.

44Non rinfresca la terra il corpo, anzi esso
con l’insolito ardor la terra incende,
e da fervida sete il core oppresso
refrigerio da l’acque invano attende.
altri muor pria che beva, et altri spesso
mentre sugge l’umor lo spirto rende,
né la sete mortal s’estingue pria
che la vita bevendo estinta sia.

45Contra i medici istessi il morbo atroce
incrudelisce e ne fa strazio orrendo,
a l’incredulo autor l’arte già noce
su colui che sanò spesso morendo.
Par che lo sguardo uccida e che la voce
il tosco micidial vada spargendo,
la morte adopra in vece d’arco e strali
di livido tumor globi letali.

46Vano il rimedio e la pietà crudele,
ché se medesma offende e altrui non giova,
chi più a l’egro congiunto è più fedele
più tosto a parte del morir si trova.
Splende un lume a più bare, a le querele
stanca la voce il funeral ritrova,
diviene il senso ottuso e nel dolore,
secchi i fonti del pianto, il pianto more.

47Sesso od età non cura, et egualmente
fa de’ grandi e de gl’imi empie rapine
l’ingorda Peste, e infetta orribilmente
di tartareo venen l’aure latine;
è minor de la tema il mal presente
ne la tomba la febre ha solo il fine;
talor la madre del fanciullo a l’ossa
a cui porse la cuna apre la fossa.

48Sono angusti i feretri e i buoi, rapiti
de’ curvi aratri a i mansueti uffici,
traggon del carro infausto al giogo unito
de la strage vulgar salme infelici.
Da provido timor son disuniti
già congionti in amor popoli amici,
che de la terra, anzi de l’aria avari
trovan l’un contra l’altro armi e ripari.

49Dal figlio che sotterra il padre oppresso
doppiamente per lui perisce in lui,
e cadendo su ʼl morto il vivo ha spesso
l’esequie sue nel funerale altrui.
Langue il marito a la consorte appresso,
e co ʼl fiato d’un sol spirano dui;
che più? Coperta d’insepolte membra
il sepolcro d’Italia Italia sembra.

50Dopo lungo girar d’anni preveggio
questo avvenir, quando il germano altero
Carlo a scacciar dal posseduto seggio
l’oste congiungerà co ʼl rege ibero.
Il duce amico a sollevar già veggio
mover l’armi de’ Galli il re guerrero,
già di Savoia a i bellici instrumenti
s’odon scosse tremar le rupi algenti».

In particolare durante la guerra dei Trent’anni, che Argilea riassume con precisione (51-63,4)

51Qui taceva Argilea, ma l’altra, accesa
di curiosa voglia a lei soggiunge:
«Deh siegui, e più distinto a me palesa
ciò ch’a te lice penetrar da lunge.
Ben puoi narrar l’incominciata impresa
mentre ancor noi da la città disgiunge
la rimanente via»; tace, e l’appaga
seguendo a l’ora il suo parlar la maga.

52«A lo sdegno francese è sponda lieve
quella che d’alti monti ordì natura;
dopo cruda tenzon Susa riceve
il vincitor Luigi entro le mura;
trovano i gigli d’oro infra la neve
ch’al sangue intepidì stana sicura;
fugge ad onta del verno in freddo cielo
de’ bronzi al fulminar distrutto il gelo.

53Non resta qui, ma nel soggetto piano
con fortuna simil l’oste discende.
Tardo l’aiuto, il ripugnare è vano,
cede Vigliana e Pinerol si rende.
Scorre intanto il paese il campo ispano
che dal monte e dal ferro il nome prende,
e ben due volte assedia e di Casale
sotto scorta diversa i muri assale.

54Vittorioso altrove il duce alpino
con l’esercito suo guerreggia ardito,
Alba soggioga, espugna Nizza e Trino,
cui di vallo miglior lascia munito,
quindi mentre soccorre il suo domino
che da l’armi di Francia era assalito,
febre mortal l’estingue, e gli succede
del regno e del valor Vittorio erede.

55Il nemico furor questi raffrena
che fa del bel paese orridi scempi.
Arde il Piemonte, e lagrimosa scena
di tragici rassembra infausti essempi.
Tu, de’ fiumi gran re, l’onda e l’arene
di sangue tingi e da cadaveri empi,
sète cibo a le galliche faville
voi de la bella Dora amene ville.

56Con indomito ardir pugna fra tanto
il feroce Tedesco in altra parte,
e con egual periglio et egual vanto
ha le terre vicine a terra sparte.
Ridotto è già ne la città di Manto,
cui del pari difende il sito e l’arte
Carlo, e contra l’irate armi nemiche
intrepido sostiene le mura amiche.

57Ma congiunta a la Fame avida Peste
ne la città scemando i difensori
favorisce il Germano, ond’è ch’appreste
furtivo assalto i su i nascenti albori;
quindi l’invitto duce a le funeste
armi d’Averno cede, et esce fuori
da la città, cui di sua sorte altera
scorre la minacciosa oste guerrera.

58Tema, lutto et orror mesce e confonde
il caso estremo, e ʼl vincitore al fine
fa degli ampi tesor che indarno asconde
l’afflitto abitator ricche rapine.
Del nobil Mincio in su l’erbose sponde
piangon de la città l’alte ruine
i cigni, et accompagnano dolenti
le ninfe del bel lago i lor tormenti.

59Così divisa è la vittoria e giace
la fortuna dubbiosa, e infiamma intanto
d’incendio marzial fervida face
le provincie d’Esperia in ogni canto.
Sol nel moto de gli altri ha ferma pace,
sol può lieta goder nel vicin pianto
la riva del Panaro, ove con legge
d’amore il gran francese i suoi corregge.

60Questi, germe real d’alto lignaggio,
con prudenza senil supera gli anni,
e il suo popolo intatto e forte e saggio
de l’incendio stranier serva ne’ danni.
Sol riposa quieto il suo retaggio
fra i tumulti d’Italia e fra gli affanni,
e può mirar de l’altrui guerre il lutto,
se no ʼl bagna pietà, co ʼl ciglio asciutto.

61Quinci a le fiamme ostil egli non mira
fumare i campi, incenerir le biade,
né lo smarrito agricoltore a l’ira
quindi fuggir di peregrine spade.
De le belliche trombe ei non sospira
al rimbombo tremar le sue contrade,
né da i nemici infra i vermigli solchi
vede predati buoi, morti i bifolchi.

62Non pur mentre di guerra ogni pendice
ferve il saggio garzon solo riposa,
ma l’amata beltà gode felice
tra soavi imenei di regia sposa.
Di prospera fortuna il ciel predice
lieti eventi a la coppia avventurosa,
a l’or ch’innesterà ne’ chiari figli
i cilestri giacinti a gli aurei gigli.

63Serbo a tempo miglior di raccontarti
de l’estense virtù prove maggiori,
onde poi fioriran gli studi e l’arti
a l’ombra de l’olive e de gli allori».
Tace, e l’altra stupisce, e i crini spartiTornano in città, Cleopatra è indecisa se partire per il fronte di guerra o restare e attendere (63,5-66)
già raccogliea Ciprigna, e a i nuovi albori
divenia biancheggiando il ciel più chiaro
quando ne la città le donne entraro.

64De’ sacrifici Cleopatra attende
con palpitante cor quivi l’effetto,
e vario il suo voler pugna e contende
con dubbiosa tenzon dentro il suo petto.
Or di seguire Antonio ella s’accende,
or di restare approva e cangia affetto,
e mentre quinci e quindi il pensier volve
nel suo molto pensar nulla risolve.

65Di partir, di restar nuovi disegni
al combattuto cor sorgono intorno,
et aspetta de’ mostri a i gravi sdegni
che sia Antonio costretto a far ritorno,
tal del Zodiaco ella mirò più segni
scorrer da ch’ei partissi il re del giorno,
L’agitaro in un mar di cure intanto
co ʼl vento de’ sospir l’onde del pianto.

66Sembrava al suo desio già d’Argilea
troppo tardo l’effetto a le promesse,
e tra sé disperare omai parea
che l’aita bramata unqua giungesse,
quinci or contra la maga irata ardea,
che le speranze sue deluse avesse,
et or di gelosia dubbia e tremante
sospirava lontano il caro amante.

Canto III

ultimo agg. 20 Marzo 2015 10:42

ARGOMENTO
Giunge Emilio e racconta a la reina
ciò che tra i Parti al suo signor successe,
e quai nel ritirar l’oste latina
penose avversità sofferte avesse,
l’Artassata la strage e la ruina
narra, e come Domizio alfin cadesse;
quinci la bella donna a far partita
et in Siria a trovar l’amante invita.

Giunge a Cleopatra Emilio, messo di Antonio, e le racconta della campagna contro Fraate: Antonio, dopo aver invano assediato Media, si è ritirato verso la Siria, ed è stato flagellato dalla fame, finché ha incontrato l’esercito di Domiziano presso il fiume Arasse (1-21)

1Or mentre fra ʼl timore e fra la spene
l’innamorato cor sospeso ondeggia,
nunzio d’Antonio a la città perviene
Emilio, e frettoloso entra la reggia
scorto da i servi, et introdotto ei viene
ove sta Cleopatra in aurea seggia,
e ne l’animo suo raggira e volve
i suoi vari pensier, né si risolve.

2Poiché fu visto e conosciuto insieme
il noto messaggier da la reina,
da la tema in un punto e da la speme
sentì pungersi il cor d’acuta spina,
ma pur l’intimo affetto asconde e preme
e, rivolta a colui, ch’umil l’inchina,
richiede e d’onde egli sen venga e dove
il suo diletto Antonio a l’or si trove.

3A la donna il latin risponde allora:
«Fra Sidone e Baruti ove l’arena
del propinquo ocean l’onda divora
sorge villa feconda e d’ombre amena:
con l’esercito Antonio ivi dimora,
e d’armi intorno ha la Soria ripiena,
io d’indi a nome suo vengo a narrarti
ciò che gli avvenne e ciò ch’ei fe’ tra i Parti».

4Qui poi soggiunse: «Ove co ʼl mar de’ Siri
urta sotto Pelusio il Nilo altero,
Antonio a sollevar gli oppressi Assiri
il potente adunò campo guerrero.
Di costumi e di lingue e varie miri
le varie turbe d’abito straniero,
vedi che ʼl lito già copron le tende
e ch’a i lampi de l’armi il ciel risplende.

5Parte l’oste temuta, et i marini
lidi a tergo si lascia e la Giudea,
e già trascorre i fertili confini
de l’Arabia Felice e la Petrea,
varca i vasti deserti e già vicini
i campi babilonici vedea,
et udia già tra le famose sponde
del grand’Eufrate il mormorar de l’onde.

6Qui da messo fedel s’ode molesta
de lo stuol predator nuova sicura,
che l’Armenia ha già scorsa e che già infesta
d’Arbella i campi e le propinque mura,
e che tremante in quella parte e in questa
il mesto Assiro di fuggir procura
dal partico furor, ch’ovunque passa
d’orrenda ferità vestigi lassa.

7S’innoltra il campo, e ne l’ostil paese
fa varie prede e le città distrugge,
e vendicando le passate offese
ne la Media penètra e l’arde e strugge.
S’abbandonano l’armi e le difese,
resta morto o prigion chi tardo fugge,
sol Fraate, che il Medo avea munita,
a lo sdegno latin c’oppone ardita.

8Qui, credendo co’ figli a la fortuna,
la reina de’ Medi or fa dimora
e qui d’intorno a i muri il campo aduna
a sì gran preda intento Antonio a l’ora,
ma conchiusa da noi maniera alcuna
d’assalir la città non s’era ancora
che di ciò giunge il grido ove Fraate
le sue genti ha congiunte e radunate.

9Temendo a l’or che gli assediati al fine
cedessero al nemico, egli commosse
contra l’assalitrici arme latine
tutte del regno suo l’ire e le posse,
e Domizio, che dianzi alte ruine
ne l’Armenia scorrendo audace mosse,
richiamò co’ seguaci a le bandiere
e rivolse a Fraate indi le schiere.

10Qui fu più volte con incerto evento
combattuto da l’una e l’altra parte,
e spesso quinci or quindi in un momento
fu sospeso l’onor dubbio di Marte.
Bene il partico stuol sconfitto e spento
era da noi se no ʼl vietava l’arte
di Fraate, ch’oppose in vari modi
al romano valor barbare frodi.

11Sol più forte di numero o di sito
ne l’imprese di guerra esce il tiranno,
fuggono i suoi pugnando, et è ferito
chi siegue da color che in fuga vanno:
chi tema finge è nel timor ardito,
del vinto istesso ha il vincitor più danno,
che in battaglia simil mirabil cosa
del perder la vittoria è più dannosa.

12Ma gl’inganni per lui non sarian stati
da la nostra virtù schermo sicuro
se con vari disagi invidi i fati
assalto non moveano in noi più duro:
da i disagi e da l’armi indi agitati
i duci a ritirar costretti furo
l’esercito latin, finché venuti
rinovasser la guerra i nuovi aiuti.

13Emerardo d’Armenia, uom che de’ Parti
il linguaggio sapea, le forze e i riti
e di quelle remote ultime parti
tutti avea già peregrinati i siti,
ne mostrò che i nemici erano sparti
de’ monti a le radici, e compartiti
per assalirne con vittoria certa
del vasto pian ne la campagna aperta.

14Per lo dorso de’ monti unite insieme
l’afflitte gentil il principe romano
di ricondur dentro l’Armenia ha speme,
schivato de gli Assiri il fertil piano,
così n’andiam sicuri, e non si teme
assalto alcun del barbaro inumano,
poiché l’alpestre sito intorno ergea
di foreste e di rupi alta trincea.

15Ma se da l’armi ostili intatto resta
il nostro campo, altro nemico ei prova,
poiché fame letal l’ange e molesta,
onde fuga e riparo altri non trova.
L’infortunio commun già tutti infesta,
né ʼl senno punto e la virtù non giova,
poiché l’uom, benché saggio, è van che spere
contra l’armi del ciel difese avere.

16Spogliansi i monti, i boschi e le caverne
d’erbe e di frutti ignoti e di radici
dal famelico stuolo, e non si scerne
de’ congiunti l’amore e de gli amici;
si consumano già le parti interne,
né rimedio ha il malor de gl’infelici,
ché più acerbo e crudel diventa a ogni ora
et acquista vigor da la dimora.

17Inferma, e sviene abbandonato e stanco
nel difetto de’ cibi ogni guerrero,
copre il volto un color pallido e bianco
di caduta mortal nunzio severo,
vacillante la destra, asciutto il fianco,
roco ha il parlar,, torbido il guardo altero,
né l’antico valor né la superba
natia ferocità punto riserba.

18E pur sazia non è de’ nostri mali
l’ira siasi di giove o sia di Dite,
ma scocca in noi più venenosi strali
e fa in noi vie più gravi aspre ferite.
Tu di fervida sete il campo assali,
et a l’avide fauci inaridite
ogni succo, ogni umor togli, e n’insegni
che non tosto il destin placa i suoi sdegni.

19Rosseggiano le luci, et anelante
spesso il fianco si scote e sitibonde
induriscon le labbia, e il piè tremante,
la fiamma al cor si sparge e si diffonde,
o da gli antri o da rupi acqua stillante
non troci, o se pur v’è corrotte ha l’onde,
ché il tiranno crudel nulla trascura
per far più grave la mortale arsura.

Il campo di Domizio è flagellato da discordie e congiure, per via della bella Safiria, preda conquistata con la città di Artassate (20-66)

20Flagellati così da sì diverse
sciagure andammo infin che stanchi al fine
giungemo ove l’Arasse a noi s’offerse,
che di Media e d’Armenia era confine;
qui le squadre nimiche eran disperse
per assalirne, e qua prefisso il fine
era a i Parti dal re, che più non chiere
di seguir, d’infestar le nostre schiere.

21Qui Domizio reggea l’opposte genti
e qui il campo latino al varco aspetta,
ma tra le cupe immerso onde correnti
provò de’ giusti dèi l’alta vendetta.
S’a te grave non è, reina, or senti
come l’oste dal ciel fosse protetta,
né già devria spiacerti udir distinto
come quel traditor rimase estinto.

22Artassatta è città che fra l’armene
sorge famosa e vanta edificate
l’ambiziose mura in su l’arene
c’han l’acque de l’Arasse imprigionate.
Del re d’Armenia in vece Arsace tiene
o lo scettro tenea de la cittate,
ch’a tal grado l’alzàr, benché inesperto,
l’ampie ricchezze e de’ grandi avi il merto.

23Tra quei che del superbo al duro impero
sono astretti per legge ad ubbidire
vivea di leggiadria Ciro primiero,
giovane d’alto sangue e d’alto ardire;
de l’amor di Safiria ei giva altero,
e per Safiria egli dovea languire.
– Per sì rara beltà la pena è gioco
per sì bella cagion soave è il foco -,

24così dicea l’innamorato Ciro,
che l’incendio del cor languendo adora;
felice in quanto arride al suo disiro
Safiria, et al suo ardore ard’essa ancora.
Da duo seni è formato un sol sospiro,
duo cori un sol pensier move e innamora,
egli in lei vive ed ella spira in lui,
ond’è un’alma, un voler commune a dui.

25Poiché lunga stagion così gli amanti
arser di pari incendio esca gradita,
fu di lieti imenei con nodi santi
da i padri lor la vita lor unita;
quinci, perché dal re molti anni avante
la pompa de le nozze ha proibita,
s’egli a ciò non consente o quei che regge
in vece sua vassi a servar la legge,

26ad Arsace sen va la nobil coppia
(ché ʼl decreto real cotanto impone),
e mira ognun come per lei s’accoppia
di valor, di beltà rara unione.
L’accoglie Arsace, e come arida stoppia
s’accende ove la fiamma altrui suppone;
tale avvampare egli sentissi il core
di duo begli occhi a l’improviso ardore.

27Pensa com’ei l’ottenga, e al giovinetto
non concede il consenso e non contende,
ma cauto de le nozze il chiesto effetto
con incerto parlare almen sospende.
A i parenti di lei quinci il suo affetto
narra, e co’ doni amici a sé gli rende,
sì che in moglie l’ottiene al fin da loro,
cui gli occhi abbaglia il lampeggiar de l’oro.

28Ben se ne duol Safiria, e ben rifiuta
i novelli imenei, ma pur si danno
gli ordini de le nozze e si saluta
il grido popolar moglie al tiranno.
Trafisse intanto aspra saetta acuta
a l’acceso garzon di grave affanno
l’innamorato core, moria forse
ma in mezzo al suo dolor l’ira il soccorse.

29Compone il volto, e reprimendo al fine
il pianto e ʼl sospirar, ché nulla vale,
cela il suo duolo, e pria che s’avvicine
l’ora prefissa al talamo fatale
se ʼn va dove in Armenia alte ruine
Domizio a l’or commune e tutto assale,
né loco v’è cha’l suo furor non cada
o dal foco abbattuto o da la spada.

30Dal predator feroce aita chiede
Ciro de le sue ingiurie a le vendette,
et in premio di ciò con certa fede
le spoglie d’Artassata a lui promette.
Egli per sé de le sperate prede
sol de la donna sua pago si stette,
che d’amata bellezza a un cor gentile
appo i tesori ogni tesoro è vile.

31Fra l’amante e ʼl latin fu stabilito
così il patto de l’opra, e occultamente
se ʼn riede Ciro in Artassata, e il sito
trova de’ Parti ad introdur la gente.
Venen al tempo prefisso il duce ardito
che più fosca era in ciel la notte algente,
e dal garzon, ch’ebbe di ciò la cura,
fu con gli altri condotto entro le mura.

32Già in ozio dolce et in oblio profondo
il senso de’ mortali era sepolto,
et in un sonno altissimo e giocondo
già stanco ogni animal giaceva involto
quando fra l’ombre onde copriva il mondo
la notte d’un orror tacito e folto
l’orgoglioso latin principio diede
d’Artassata a le stragi et a le prede.

33Qual di fido mastin finge talora
insidioso lupo aspetto amico,
e penetrando il chiuso ovil divora
la greggia, pasce in lei lo sdegno antico,
tal giunge et entra inaspettato a l’ora
ne l’incauta cittade il fier nemico,
e qui la mente in doppia guisa appaga
de le spoglie e del sangue ond’ella è vaga.

34Le superbe pareti e l’alte porte
il furor militar rompe e disserra;
sono uccisi egualmente il vile e ʼl forte
ne l’incerta notturna orribil guerra.
Con la falce crudel scorre la morte
ogni confin de l’infelice terra,
e correr fa del popolo che langue
ne l’Arasse vicin rivi di sangue.

35Ne la prospera sorte il vincitore
insuperbisce e i prieghi e la beltate
inesorabil sprezza, e con rigore
egual strazia ogni sesso et ogni etate;
solo alcun sottragge al suo furore
impudico desio, ma non pietate,
e s’ha fra tante stragi alcun salute
l’avarità è per lui fatta virtute.

36De le turbe non son crude e villane
da la rapacità sicuri i tempi,
ma con mani sacrileghe e profane
v’esercitan rapine e stupri e scempi.
Ciò che intatto dal ferro ivi rimane
con la fiamma guastar tentano gli empi,
moli di lunga età strugge e risolve
l’incendio in picciol’ora in poca polve.

37Dal talamo al feretro Arsace ucciso
fece tragitto, e tra quell’ombre in vano
tentò fuggir del giovane deriso
la fatal del suo sangue avida mano.
Ciro co ʼl piè lo preme, e con un riso
amaro il punge, et ei risponde: – È vano
il piacer del mio mal, poich’è vicina
a la caduta mia la tua ruina -.

38Sì disse Arsace, e ʼl fier garzon si prende
gli auguri infausti a scherno e lo calpesta.
Cinta d’oscure intanto et atre bende
spunta l’alba nel ciel torbida e mesta,
quindi già sorto il sol palese rende
la strage lacrimevole e funesta,
e molti scopre infra gli estinti avvolti
moribondi giacer vivi sepolti.

39Se ʼn vola Ciro a la diletta sposa
e l’abbraccia e la bacia, e al fin la stringe,
va Domizio con lui, che la famosa
donna a veder fatal desio sospinge,
poiché ardono tosto in fiamma ascosa
le viscere, e in mirarla amor li cinge
d’indissolubil laccio il core acceso,
ond’ei ne la vittoria è vinto è preso.

40Il nuovo incendio in guisa tal fervente
l’esca de la beltà nudrisce in lui
ch’oblia l’amico, e scherne impaziente
le sue promesse e le ragioni altrui,
quindi, tosto che ʼl tempo a ciò consente,
manifesta a Safiria i pensier sui,
e preziose offerte aggiunge a i preghi
perché la donna al suo voler si pieghi.

41Essa risponde al peregrino amante
che del suo Ciro in paragon disprezza
ciò c’ha in sé di pregiato il Gange e quante
più bramate ricchezze il vulgo apprezza,
ch’è sua lode maggior l’esser costante,
che nacque a Ciro sol la sua bellezza,
disse, e i suoi detti nel feroce petto
fiamma eccitàr di sdegno e di dispetto.

42D’ira avvampa il crudel, ma dentro il seno
la rabbia occulta e ʼl feminil disegno
di celebrar s’infinge, e con sereno
sembiante cela il conceputo sdegno;
come vuoti fra tanto il rio veneno
pensa onde porta il cor livido e pregno,
e da lui vendicar fu risoluto
con la morte di Ciro il suo rifiuto.

43Ne la notte medesma al regio albergo
simulando altro affar chiama il garzone,
che se ne va, né l’arma il ferreo usbergo
dove l’insidie il traditor gli pone;
ivi assalito, ivi gli fu dal tergo
dopo la disegual breve tenzone
reciso il capo, che languente e scemo
– Safiria – nominò co ʼl fiato estremo.

44Fornita la funesta opra nefanda
su dorato vasel di gemme adorno
che sia il teschio riposto a i suoi commanda,
cui di serico drappo ei copre intorno,
e quindi a la donzella in dono il manda,
tosto ch’esce dal mare il nuovo giorno,
come s’a i colpi del dolor percossa
la possanza d’un cor romper si possa.

45Ella del vaso a l’apparir sentissi
d’un secreto timor gelare il sangue,
e pria che lo discopra e in lui s’affisse
suda la fronte e la man trema e langue;
pur lo scopre, e ʼl remira, e fosca ecclissi
le luci adombra, e pallida et essangue
muta divien, poiché nel caso atroce
a dolersi il dolor toglie la voce.

46Ma poich’alfine a gli odiosi uffici
fe’ lo spirto ritorno e la favella,
così disse: – O del core occhi nemici,
o crudele a te stessa alma rubella,
Ciro estinto mirar, luci infelici,
potete? anima rea, deh chi t’appella
a darmi vita? Ahi lassa, è già fuggita
l’anima mia, senz’alma avrò pur vita?

47Avrò pur vita e pur vedrommi inante
pianto lo sposo mio pria che goduto?
sarà de gl’imenei l’inno festante
da l’elegia funebre or preceduto?
darò in vece di baci al morto amante
di lagrime dolenti ampio tributo?
sarò sposa la sera indi, ahi destino,
vergine insieme e vedova il mattino?

48Ma benché tronchi il marital mio nodo
barbaro ferro e me da me divida,
non fia che del mio amor con egual modo
lo stame adamantino egli recida.
Voi di seguir care reliquie io godo,
voi mi vedrete estinta e non infida,
sarà intatto il candor de la fé mia
o sol dal sangue mio macchiato ei fia.

49Ma, che dirò?, macchie non già ma fieno
le sanguinose stille al mio diletto
caratteri immortali, onde nel seno
ei coʼl ferro vedrà scritto il mio affetto.
Ma dove, ahi van dolore e senza freno?,
non fia d’amor ma di furore affetto.
La morte amasti, Ciro? Ei da te chiede
vendetta, or qui ʼl tuo amor, qui la tua fede.

50Qui la tua fé s’impieghi; Amor di sdegno
t’infiammi il cor, t’armi d’ardir la mano,
ostia d’amor, tradito amor disegno
sacrificarti il traditor romano.
L’ingannerò, né fia l’inganno indegno
con lui che m’ingannò; d’uomo inumano
a punir l’empietà degne di lode
saran l’insidie, e fia virtù la frode -.

51Tace, e vario dal cor formando il volto
mentisce i sensi e ʼl traditor raccoglie,
che impaziente, or che il rivale è tolto,
con instanza maggior la chiede in moglie.
Ne l’interno Safiria il duol raccolto
finge amica pietà de le sue doglie,
e, qual pentita del rigor primiero,
così favella e gli nasconde il vero.

52- Amai Ciro, no ʼl niego, e giusto fue
ch’al futuro marito, o tal creduto,
me riserbando io de l’offerte tue
generoso facessi alto rifiuto;
or giace estinto, e de le nozze sue
mutata la ragion, pensiero io muto,
et or che sia qual già credea non sono,
tolta a lui da la morte a te mi dono.

53Sol richieggio, signor, che differite
sian le mie nozze al novell’anno almeno,
deh, ch’al tepid’umor che le ferite
del mio Ciro versar fuma il terreno,
sian l’esequie dovute a lui fornite
del tronco busto e del trafitto seno,
si rasciughin le piaghe, ah che ʼl richiede
il tuo onore egualmente e la mia fede -,

54disse, et aggiunse altre preghiere e mosse,
benché duro e crudel, l’empio al suo dire,
e volle Amor che differito fosse
sin a l’anno futuro il suo desire.
L’armi intanto a Fraate avea commosse
d’Antonio a rintuzzar gli assalti e l’ire,
e Domizio ove l’oste ei raccogliea
co’ seguaci guerrier chiamato avea.

55Avido d’altro sangue e d’altro pianto,
se ʼn va il latin là dove il re l’invita,
e l’amata Safiria ha sempre a canto,
più curante di lei che de la vita.
La donzella fra sé rivolge intanto
come opprima il fellon che l’ha tradita,
e la Vendetta alfin le somministra
de l’oltraggiato amor l’ira ministra.

56D’antica nobiltà Tigrane altero,
torbido di pensier, forte di mano,
de la Media reggea lo stuol guerrero
che le rive lasciò del mare ircano;
questi sperò, benché superbo e fero,
da gli assalti d’amor schermirsi in vano,
poiché appena Safiria in campo venne
che tosto del suo cor la palma ottenne.

57Né fu stupor se in un momento accese
e soggiogò così feroci amanti,
poiché il cielo, a lei solo in ciò cortese,
ornò d’egregia forma i suoi sembianti:
le reti nel crin d’oro Amore ha tese,
sembran gli occhi di lei stelle rotanti,
et amica per lei natura pose
ne la faccia e nel sen ligustri e rose.

58A l’insolito ardor s’infiamma il petto
quinci del fier Tigrane, e vede insieme
che gli è rival Domizio, e di dispetto
ne l’intimo del cor si cruccia e freme.
Ben Safiria conosce il nuovo affetto
del medo, e nutre accorta in lui la speme,
disegnando ch’ei sia del suo furore
ne l’infame omicida esecutore.

59- Giusto è – dicea – ch’opprima arte simile
chi tradì la mia speme e gl’imenei,
né l’ingannar Tigrane atto fia vile,
ché barbari e nemici ambo son rei:
l’un Ciro estinse, e l’altro il ferro ostile
già ne l’Armenia insanguinò tra i miei.
De la patria e di me vendicatrice
sarò in un tempo, or che tentar non lice? -.

60Sì pensa, e i vezzi aggiunge, onde invaghito
arde Tigrane, e a la donzella amata
alfin di palesar risolve ardito
la fiamma c’ha sin’or dentro celata.
L’ode Safiria, e con piacer mentito
si mostra al suo parlar cortese e grata,
e quindi a lui, che la risposta attende,
pietosa in visto in guisa tal la rende:

61- Sì fosse a me di regolar permesso
al tuo gran merto il guiderdon devuto,
come già saria stato a te concesso
del reciproco amor dolce tributo!
Ma che poss’io s’al mio desire oppresso
porger non lice a i tuoi martiri aiuto,
se Domizio, di cui son preda e serva,
i miei squardi, i pensier geloso osserva?

62Tu, s’è pur ver che mia bellezza or sia
non odioso oggetto a gli occhi tuoi,
rendono a me la libertà natia
insieme al tuo desio render mi puoi,
tu il traditore uccidi, e così fia
ch’indi io possa voler ciò che tu vuoi;
il mio merto e ʼl tuo amor ben lieve accusi
se compararmi a tal prezzo oggi ricusi -.

63Qui tace la donzella, e pronto il medo
la morte del rival tosto promette.
Ella soggiunge: – Et io sin’or concedo
me stessa in premio a l’alte mie vendette -.
Da lei poscia il guerrier prende congedo,
poiché più dimorar non gli permette
Domizio, che infestato avea il nemico
e vincitor tornava al campo amico.

64Fra diversi pensier Tigrane aggira
come possa condor Domizio a morte,
e ʼl rispetto del re quindi il ritira,
quinci è ch’a l’opra il nuovo amor l’esorte;
or mentre irresoluto egli s’adira
tra i suoi vari desiri, alfin la sorte
gli apre il modo opportuno onde guarita
sia con la morte altrui la sua ferita.

65Già risoluto il capitano avea
da i patri ritirar l’oste latina,
e per gli orridi gioghi il piè volgea
a l’Armenia, ch’amica era vicina,
quindi manda Fraate, a cui togliea
di seguire il roman la strada alpina,
Domizio che l’assalga ove l’Arasse
l’acque e le ripe al guardo offre più basse.

66Vol che seco Tigrane i suoi guerrieri
congiunga, e ʼl siegua a la prescritta impresa,
onde il Medo del re lieto gl’imperi,
che Safiria a goder la mente ha intesa,
d’opprimere il rival quindi è che speri,
cui più di sofferir gli annoia e pesa;
così a l’Arasse, di pensier discordi,
l’uno e l’altro di lor vanno concordi.

Tigrane, generale di Domizio, uccide il proprio capitano per avere Safiria: l’esercito si sfascia e Antonio avanza fino a far prigioniero Fraate (67-77)

67Giunti al varco prefisso erano appena
che ʼl nostro corridor v’arriva e torna,
vita d’armi la riva ingombra e piena,
ove con l’oste il capitan soggiorna.
S’avanza Antonio a la propinqua arena
e, in van tentato il guado, a i suoi ritorna,
indi al fiume vicino ove il difende
l’esercito nemico erge le tende.

68Sorge là dove il Parto era accampato
fatto un sasso sublime argine e sponda,
che raffrenando il corso al fiume irato
frangea e spume a la volubil onda;
de la balza rodea l’opposto lato
con rauco mormorio l’acqua profonda,
e con rapidi giri a piè del sasso
ciò che d’alto cadea traeva al basso.

69L’eccelsa rupe il medo osserva, e stima
atta per esequir ciò che desia,
indi addita al rival l’altera cima
che ʼl campo de’ Romani altrui scopria.
Vi saliscono entrambi, e calca prima
Tigrane la scoscesa alpestre via,
giungono al sommo e su la sponda aprica
veggono l’attendata oste nemica.

70Mentre il campo latin sospeso mira
Domizio, e spia le schiere e gli andamenti,
l’urta il medo, ond’ei cade ove raggira
la voragine in sé l’onde correnti,
l’acqua il guerrier sommerge, e a fondo il tira,
che nuotar grave d’armi è van che tenti,
così la pena ebbe l’error che nacque
da la fiamma d’amore in mezzo a l’acque.

71De l’estinto rival Tigrane in fretta
va impaziente a raccontar la sorte
a la donzella, e ʼl dolce premio affretta
ch’egli deve ottener da l’altrui morte.
Lieta Safiria – Avrai di mia vendetta –
gli disse a l’or – me in guiderdon consorte,
ma deh intanto, signor, mi si conceda
che ʼl loco ov’è il fellon sommerso io veda.

72Fia con lieve conforto a gli occhi miei
la bramata mirar giusta ruina -.
Sì parla, e ʼl persuade, onde con lei
a la balza propinqua ei s’incamina.
Giunti e ascesi che fur, volge colei
gli occhi ne la soggetta acqua vicina,
indi fra sé ragiona: – Or qual fortuna
apre al nostro desio strada opportuna?

73Su questo sasso, entro quest’onde, o Ciro,
l’anima mia consacro al nostro amore,
questa è l’ara fatal, qui lieta io spiro
ove l’ostia s’offrì del traditore -.
Tace, e si scaglia ove ritorta in giro
l’acqua fremente il rischio avea maggiore;
l’accoglie a l’ora, e in sempiterna notte
la profonda voragine l’inghiotte.

74Attonito mirò la sua caduta
da gelido stupor Tigrane oppresso,
e dal gorgo mortal fu pria bevuta
colei che ritornasse egli in se stesso;
ma poiché l’egra mente è rivenuta
da l’estinto Domizio il grave eccesso
in sé discorre, e di Fraate insieme
la presenza e ʼl castigo aborre e teme.

75Risolve al fin la fuga, e parte occulto
e nel bosco vicin ratto si svia.
Segue intanto fra i Parti alto tumulto
udito il caso e la novella ria,
quindi libera d’armi, d’ogn’insulto
lascian confusi la guardata via,
e tosto noi dove men cupa è l’onda
varchiam sicuri in su l’opposta sponda.

76Superato l’Arasse entriam l’aprica
campagna de l’Armenia et andiam lieti
senza che nel camin gente nemica
il riposo e la via c’infesti e vieti.
Così dopo sì lunga aspra fatica
si giunge al rege armeno, il qual secreti
inganni ci tessea, ma l’arti sue
restàr deluse, e prigioniero ei fue.

77Preso il re, son d’Armenia alfin sedati
i nuovi miti, e quindi Antonio il piede
caduto addietro rivolge e de’ soldati
aduna le reliquie e in Siria riede.
Qui da gli affanni e da i perigli andati
in tranquilla riposa amena sede,
e quindi ravvivar sue gioie invita
te, che sei del suo core il cor, la vita».

Cleopatra decide di affrettare la propria partenza per ricongiungersi con Antonio (78-80)

78Qui tace Emilio, e come esposto a l’ira
del superbo ocean nocchiero errante
lieto divien se fiammeggiar si mira
l’aureo splendor del faro amico inante,
tal la donna gentil, cui dubbia aggira
d’agitati pensier turbo incostante,
gode in udir del messaggiero a i detti
che sia il porto vicin dei suoi diletti.

79Tra sé poscia favella: – A che più resti,
neghittosa? e che pensi? or chi ti vieta
i bramati riposi? e i giorni misti
a che traggi pur tu varia e inquieta?
Quel che signor del tuo voler tu festi
a sé t’invita, or le tue doglie acqueta,
che tosto e con ragion devi godere
dopo lungo penar sommo piacere.

80Pria che l’assenza o che beltà novella
dal sen del tuo fedel scacci il tuo amore
vanne dunque veloce ov’ei t’appella
l’antiche a rinovar dolci dimore.
Dal noioso timor che ti flagella
con la sferza di giaccio ognora il core
così vivrai sicura; a che più tardi
e inutilmente or qui ti struggi et ardi? -.

Canto IV

ultimo agg. 20 Marzo 2015 12:29

ARGOMENTO
Va in Siria Cleopatra; essaminato
da i suoi vezzi è d’Antonio il cor guerriero.
Il principio da Delio è raccontato
del regio amor di Media al messaggiero
che del suo re, cui scorso et assaltato
avean l’armi de’ Parti il proprio impero,
chiede Antonio in soccorso; ei l’odio antico
dona a i suoi prieghi, e lo riceve amico.

Cleopatra si agghinda per incontrare Antonio a Sidone (1-12)

1Così risolve, e sdegna impaziente
il patrio faro e la città natia,
e del lungo camin rapidamente
apparecchia gli arredi, indi s’invia.
De l’Egitto i confin varca repente,
quinci a fronte di Gaza entra in Soria,
e di bisso e di balsamo feconda
scorge de la Giudea l’amena sponda.

2Ioppe trascorre, e torreggianti al cielo
sorger di Salomon vede i trofei,
varia di culto poi mira e di zelo
la Samaria, finitima a gli Ebrei.
Lascia addietro Cesarea, e del Carmelo
scopre l’altera cima e i Galieli,
Tiro a sinistra e Sidone rimane,
cui celebri facean gli ostri e le lane.

3Non lontana prefissa ha la reina
del viaggio la meta, e volge il piede
a la villa ch’a Sidone è vicina,
et ove intanto il suo fedel risiede.
Quinci mentre s’innoltra e s’avvicina
del caro Antonio a la bramata sede,
con industria maggior de la sua rara
beltà contra il guerrier l’armi prepara.

4Versa prodigo Amore aureo tesoro
su la chioma, che torta in biondi anelli
giù per gli omeri ondeggia in flutti d’oro
al placido spirar de i venticelli.
Rifiutato ogni studio, ogni lavoro,
fan pompa di lor stessi i bei capelli,
ch’arte non è, gemma non è né fregio
ch’appo l’oro del crin non perda il pregio.

5Le molli guancie alternamente infiora
con la rosa purpurea il bianco giglio,
e con misto gentil l’alme innamora
l’indistinto candore e il bel vermiglio.
Così veggiam la mattutina aurora
donde a l’ombre del ciel l’usato esiglio
aprir con man d’argento in Oriente
la porta di cinabro al sol nascente.

6De la sferza d’Amor lucide stelle
fiammeggiano begli occhi, anzi i pianeti
che l’influenze ora benigne or felle
piovono indi a gli amanti, or tristi or lieti.
Sono i gemini rai lingue gemelle
interpreti de’ sensi e de’ secreti,
parlan gli sguardi e sembran dire altrui:
“S’arder ricusi, a che t’affini in nui?”.

7Fra conche di rubini ambiziosa
la bocca in sé candide perle aduna,
impallidisce appresso a lor la rosa
e vinto in paragon l’avorio imbruna,
quinci spira odorata aura amorosa,
qui tra vaghi coralli il riso ha cuna,
e di nettare qui dolci e vivaci
condisce amor le parolette e i baci.

8Sembra la bella man falda di neve
dal freddo ciel su l’Appenin caduta,
o il latte che talor preme e riceve
il provido pastor da mamma irsuta.
Scote la man candida piuma e lieve,
che agitata il soffiar de l’aure aiuta
ad asciugare i tepidi sudori,
che nel volto parean perle tra i fiori.

9Qual s’a fiamma vorace i fiati accoppia
il mantice, e gl’incendi a l’esca inspira
ne l’opposta materia il foco addoppia
con impeto maggior la fervid’ira,
tal la piuma agitata ardor raddoppia
a la fiamma gentil che il guardo spira,
né mancò chi la piuma ond’altri ardesse
da le piume d’Amor tolta credesse.

10Ritenuto da lieve e debil freno
di trasparente velo il guardo scorge
da un sentier d’alabastro aperto il seno
che in duo teneri colli altero sorge.
La bianca via se non a l’occhio almeno
al pensier fra la veste il varco porge,
e gli mostra più cari e preziosi
i tesori d’Amor quanto più ascosi.

11Sì grata poscia e sì faconda move
la lingua ch’ogni detto il core allaccia,
e l’uom che il dolce incanto avvien che prove
rapito a le sue voci arde et agghiaccia.
Eloquente parlar sempre commuove
de gli affetti tiranno e de la faccia,
ma se tal dote in bella donna siede
la possanza d’Amore amore eccede.

12Grazia che la beltà rende perfetta
ogni moto accompagna et ogni gesto,
e con furtivo stral l’alme saetta
in forma lusinghiera atto modesto.
Con soave rigor ritroso alletta
scintillante di vezzi il guardo onesto;
che più? Dirò ch’è Cleopatra, e tanto
basti a spiegar di sue bellezze il vanto.

Antonio le si fa incontro, i due amanti si ricongiungono (13-21,4)

13Di tal beltà, di tai lusinghe armata
tal va l’egizia, e intanto al suo diletto
de l’arrivo di lei la fama alata
fa palpitar co ʼl primo annunzio il petto.
Cangia il volto al color, sorge eccitata
nel cor la fiamma de l’antico affetto,
e frettoloso ad incontrarlo passa
e servi e scettro et armi addietro lassa.

14Con piè tremante e con aperte braccia
a lei giunto s’avventa, essa lui stringe,
la donna il vago, ei la diletta abbraccia,
e ʼl volto ad ambi un bel rossor dipinge.
Così l’olmo talor la vite allaccia,
così il muro vicin l’ellera cinge,
e l’una e l’altro mille baci scocca
e negli occhi e nel seno e ne la bocca.

15Quinci Antonio prorompe: «Oh come giungi,
luce d’amor, bramata a le mie luci,
e i naufraghi pensier che da te lungi
correano il mar del pianto in porto adduci!
Così la vita a la mia vita aggiungi
e in duo soli diviso il sol riduci,
lucido sol da cui fugate e rotte
son le tenebre alfin de la mia notte».

16Tacque, et ella rispose: «Anzi al mio core
che vive in te di riunirmi io tento,
tu serva mi ricevi, e tu signore
le mie voglie correggia tuo talento.
In te nel tuo volere e nel tuo amore
sta il mio desio riposto e ʼl mio contento,
o non curo la vita o l’amo in quanto
mentr’io viva potrò viverti a canto».

17Tace, et entrano poi l’altere soglie
del palagio vicin, ch’arde e lampeggia
del metallo che il Gange in sen raccoglie
e di libici porfidi rosseggia.
Qui di gemme idaspee vario s’accoglie
prezioso tesoro, e qui fiammeggia
l’arabica maremma, e sta ristretto
il pregio d’Oriente in un sol tetto.

18Le sardoniche pietre e i marmi illustri
e di Caria e d’Egitto al gran lavoro
trasser d’estranio lito i fabbri industri
e dal Libano i cedri, de l’India l’oro.
Il sudor di più ingegni e di più lustri
e lo sparso de l’Asia ampio tesoro
con artificio inusitato e raro
il ricco albergo a i re di Siria alzaro.

19Qui riposaro entrambi, e traboccanti
qui risorsero in lor gli antichi affetti,
onde in molli delizie a i regi amanti
fu l’albergo commun, communi i letti.
Qui raddoppiàr le gioie, e qui festanti
rinovaro i primieri almi diletti,
al suon de i baci lor placido tacque
lo dio de l’armi, e addormentato giacque.

20Così Antonio da sé vario e diviso
le disegnate imprese a l’or trascura,
sol vagheggia l’egizia, e del bel viso,
immoto, solo i moti osserva e cura;
il balenar d’un tremolo sorriso
stima del suo voler norma e misura,
non adora altro ciel, non altro nume
che de gli amati sguardi il dolce lume.

21Di sua beltà, di sua fortuna altera
la donna insuperbisce, e già destina
di tornare in Egitto, ov’ella spera
a sua voglia goder l’alta rapina.
Ma dal partico ciel tromba guerreraIl messaggero Araspe giunge alla città, e incontra il cortigiano Delio sulle porte: gli chiede che gli narri la storia degli amori di Cleopatra e Antonio (21,5-27)
fa intanto risonar l’Asia vicina,
et al duce latin nuova perviene,
ch’un messaggier di Media a lui sen viene.

22Araspe è questi, uom che da l’ami al pregio
congiunge alto saver, dolce eloquenza,
e ne l’arti di guerra e in pace egregio
mesce a nobile ardir cauta prudenza;
a la sua fede è del sigillo regio
la custodia commessa e la potenza,
et ei del re, ne’ dubi affari esperto,
mostra al grado sublime eguale il merto.

23L’estranio messaggier quinci a racorre
pria ch’arrivi a l’albergo è Delio eletto,
che in età giovenil saggio discorre
con accorte maniere e grato aspetto.
La venuto del medo egli precorre,
cui trovato abbracciò con lieto affetto,
ch’altra volta in Media al re nemico
Delio e conobbe Araspe e l’ebbe amico.

24Rinovate fra ʼl medo e fra ʼl latino
l’offerte dunque e l’accoglienze a gara,
sieguono ambo congiunti il lor camino
cui men noioso il ragionar prepara;
de la guerra de i Parti e del vicino
incendio a l’or la rimembranza amata
rinovellaro, e Delio i lumi affisse
ne la faccia d’Araspe e così disse:

25«Vedrai, signor del predator Fraate
rintuzzato l’orgoglio, e fia respinto
oltre il gelido Arasse, oltre il Nifate
dal romano valor fugato e vinto.
Se lo spirto guerrier da la beltate
di Cleopatra oggi non resta estinto,
che sai forse ancor tu quanto nel seno
d’Antonio possa e come il tenga a freno?».

26«M’è nota in parte (Araspe a l’or soggiunge),
la fortuna d’Antonio e gli amor suoi,
pure incerta è la fede e di lor giunge
cario e confuso il grido anco tra noi.
Tu mentre da l’albore or ne disgiunge
l’avanzo del camin ridir mi puoi,
se t’aggrada, onde avesse e in quale loco
di sì fervido amor principio il foco».

27Tace, e «Non fia ch’io nieghi a la ragione
de la nostra amistà, de’ lunghi errori
la bramata notizia e la cagione
che in vinti ci cangiò di vincitori»
gli risponde il latino, e si compone
l’origine a spiegar de’ regi amori;
poi, com’è l’uso di chi serve in corte,
il suo signore accusa e la sua sorte.

Delio racconta dell’arrivo di Cleopatra di fronte al vincitore di Bruto e Cassio (28-46,4)

28«Dopo ch’Antonio ebbe fugati e spenti
ne la pugna campale e Cassio e Bruto,
onde al mare i filippei torrenti
portàr del nostro sangue ampio tributo,
fra quei che d’oro avean, d’armi e di genti
somministrato a i congiurati aiuto
prima del sanguinoso aspro conflitto
fu incolpata la donna anco d’Egitto.

29Il vincitore, a cui l’egizie offese
in narrando più gravi altri rendea,
d’ira maggior contra colei s’accese
che di cola sì rea stimata è rea.
Destinato a l’accuse e ale difese
Efeso fu, dov’ei la sede avea,
e d’onde al uso voler divota a l’ora
legge prendea la trionfata aurora.

30A la bella reina intanto arriva
del decreto roman nuova secura,
né già d’esporsi ella paventa e schiva
del giudice nemico a la censura,
che intrepida baldanza in lei ravviva
con le sue doti a gara arte e natura,
onde, altera fra sé di sua bellezza,
molto ardisce, assai brama e tutto sprezza.

31Lascia dunque le mura edificate
dal macedone invitto, e de’ Cilici
entra nel regno, avendo già varcate
le campagne de’ Siri e de’ Fenici.
Qui poscia aggiunge a natural beltate
di grandezza real vari artifici,
poiché accresce bellezza illustre fregio
con regio portamento il titol regio.

32Del Cidno, e poi del mare il qual le piante
bagna d’Efeso a i muri indi propose
fendere in nave non più vista inante
l’onde, a sì nobil salma avventurose;
la nave che solcò del mar sonante
l’aureo vello a rapir le piagge ondose
cede a questa, che incisa in bel lavoro
avea prora di cedro e poppa d’oro.

33Mano de la natura imitatrice
ne la poppa scolpì l’antica istoria
de la prole di Semele felice
quando ottenne de gl’Indi alta vittoria;
qui Bacco a la già mesta et infelice
Arianna concede ogni sua gloria,
qui di pampini e di vin pieni
fan liete danze i Satiri e i Sileni.

34L’ampie seriche vele erano inteste
dal bel Damasco e colorite in Tiro,
e le funi di seta e d’or conteste
de la dedalea Menfi i fabbri ordiro.
Gli egizi servi in preziosa veste
pur di porpora e d’oro in doppio gito
il molle argento con ben cento e cento
fendean di qua, di là remi d’argento.

35Sono con tal misura e simmetria
gli argenti da costor remi adoprati
che grata e soavissima armonia
esce da i flutti scossi et agitati.
Accompagnan tra lor la melodia
i Zeffiretti co’ giocondi fiati
fra le vele scherzando, e si confonde
un musico concento e d’aure e d’onde.

36Ne la poppa sublime un padiglione,
da gl’industri di Lidia aghi dipinto,
de le dive più belle il paragone
esprime sì c’ha fé di vero il finto;
dubbio l’ignude dee mira il garzone,
ch’alfin di Citerea da i premi è vinto,
e ʼl desiato pomo a lei concede,
esca d’incendi a la paterna sede.

37Riposava colà di Citera
al manto, a le bellezze emula altera
la reina del Nilo, e la cingea
di vezzose donzelle amica schiera.
Altra di lor le funi, altra regge
ale vele, e de la nave in guardia altr’era,
e scoteano in queste parti e in quelle
d’odorato vapor ricche facelle.

38Sovra le sponde fertili di fiori
che son meta del fiume a i puri argenti,
in abito di ninfe e di pastori
quinci vanno l’ancelle, indi i sergenti,
e l’une e gli altri insieme empion d’odori
l’aria, e di nuovi armonici concenti.
Ridon alfin dovunque il Cidno bagna
lussureggianti il cielo e la campagna.

39I ricchissimi Seri apparecchiaro
le peregrine sete al nobil manto,
che d’adornar de la beltà del faro
gli ornamenti nativi ottenne il vanto.
L’aracni babiloniche il fregiaro
di pomposi ricami in ogni canto,
sì che quale in fin or rubino avvolto
in bel manto o più bel sembra un bel volto.

40Or sì vezzosa dunque, sì lasciva
tenerezze d’amor tutta spirante,
la superbia del Nilo aprendo giva
ne la poppa real l’onda sonante.
Stupisce, e vola invèr l’efesia riva
a rimirar tante delizie e tante
de la beltà creduta innamorata
su l’ali del desio l’Asia portata.

41Come a l’or che solcò la bella dea
cui la spuma del mar diè il nascimento
fra le Grazie e gli Amor de l’acqua egea
in aurea conca lo spumoso argento
restaro a l’apparir di Citera
immobil l’onda e stupefatto il vento,
e d’Anfitrite i procellosi numi
sorsero sfavellando a i suoi bei lumi,

42così non meno attonite e sospese
la famosa a mirar strana beltate
corrono, e son del suo bel foco accese
al primo lampeggiar provincie armate.
Fra le reti ch’Amor nel crine ha tese
son l’alme in aurei nodi incatenate,
e ʼl cor che in sì bei lacci è prigioniero
stima la servitù soave impero.

43Entra ne la città già impoverita,
et or ricca per lei d’abitatori,
fra l’applauso comun la donna ardita,
vincitrice già in sé de’ vincitori,
vittoria ahi troppo vera onde sopita
fu la virtù ch’accese i nostri cori
a le palme, a i trionfi, et onde alfine
il lusso effeminò l’armi latine.

44Vassene Antonio ov’ha colei ricetto
e di gioia in mirarla ebro diviene,
mentre in atti leggiadri il vago aspetto
sollevato ne gli occhi il cor gli tiene.
Sente poi che trascorre ignoto affetto
con l’armi del piacer dentro le vene,
gli arride il senso e la ragion gli cede,
sì che domo il voler l’alma possiede.

45Non permette la via che più distinto
a te di quell’amor narri il successo,
e come da beltà supplice vinto
fusse, in guerra già invitto, Antonio oppresso.
Così tra i lacci feminili avvinto
egli rimase a la sua donna appresso,
ch’osò trattar con impudica mano
l’emulo de gli dèi scettro romano.

46Felici voi, cui Silla o Mario uccise
o ʼl farsalico suol diè sepoltura
pria che miraste in vergognose guise
dar le leggi a i Romani egizia cura!».
Qui tace Delio, e di bei fregi inciseAraspe espone ad Antonio l’ambasciata del re di Media, che gli chiede aiuto contro Fraate (46,5-69)
qui scorgon fiammeggiar le ricche mura,
e penetrando ne l’eccelsa reggia
trovano alfine Antonio in aurea seggia.

47Di persico broccato ombra contesta
a l’assiso roman sovra si stende,
e di porpora avvolto in regia vesta
sublime e ragguardevole risplende;
preziosi tappeti il piè calpesta,
ferro di Siria il fianco orna e difende,
aureo scettro ha la destra, e grave e tardo
raggi di maestà vibra lo sguardo.

48Piega la fronte, e riverente a l’ora
gli occhi a la terra il messaggier chinando
a l’usanza de’ Medi Antonio onora,
i saluti barbarici iterando;
indi la man che soggiogò l’aurora
baciata umile, incominciò parlando,
e mentre ei disse immobili e pendenti
tacquero gli altri a i suoi facondi accenti:

49«Signor, di cui la fama altera e grande
c’ha per termine suo solo le stelle
con meraviglia universal già spande
di supremo valor chiare novelle,
la tua eccelsa virtù, che memorande
sacra a l’eternità l’opre più belle,
affida il mio signor, che de gl’ignoti
sa che virtù non finta ascolta i voti.

50Il mio re, che nemico a te già fue
ne la guerra de’ Parti, or sol ripone
nel cortese favor de l’armi tue
del uso regno la speme e la ragione;
lui che ministro a le vittorie sue
e compagno ebbe a i rischi, in guiderdone
ha Fraate assalito, e mostra aperto
odiar l’ingrato in chi giovolli il merto.

51Cediamo noi che incauti e spensierati
da chi premio doveaci ingiurie abbiamo,
et arsi i nostri campi e desolati
da le partiche fiamme oggi veggiamo,
da ferro crudelissimo svenati
gl’innocenti bambin gemere udiamo,
e già miriam con lagrimose stragi
abbattuti del par tempi e palagi.

52Altri creder potria, che tu co ʼl ciglio
lieto e tranquillo or vagheggiar dovessi
i nostri danni, e de l’altrui periglio
udir con riso i miseri successi
che la nostra discordia util consiglio
offrisca a te di soggiogar noi stessi,
ché, stanco l’un cui l’altro oppresso ceda,
son ambo a chi gli assale agevol preda,

53ma no ʼl crede il mio re, che non misura,
signor, l’animo tuo da le sue offese,
anzi in te si promette e s’assicura
di racquistar da i Parti il suo paese.
Di tua nobil virtute è degna cura
or difender colui che già t’offese,
di pietà seminando i benefici
ne gli animi stranieri, anzi nemici.

54Basti al trono real vederti inante
le feroci di Medie ire prostrate,
e in voce del mio re me supplicante
a i suoi mali implorar la tua pietate,
sprezza e condona alma d’onor curante
a l’inerme nemico ingiurie armate,
i cedenti virgulti Austro non svelle,
regio piè sol calpesta armi rubelle.

55E bench’a i generosi inutil sia
de la gloria propor premio maggiore,
e che lo spirto e la virtù natia
sia stimolo bastante a nobil core,
aggiungerò ch’a te dannoso fia
ove di noi rimanga or vincitore
il superbo Fraate, e le sue forze
con l’acquisto di Media oggi rinforze,

56poiché il crudel, che intento a i danni tui
ferve tra sé d’inestinguibil ire,
mentre aggiunga la Media a i regni sui
fia che di nuovo a molestarti aspire.
Ragion non cura, e d’occupar altrui
con l’impeto maggior fassi il desire,
né mai, se non discorde e disunita,
sta la potenza eguale in duo partita.

57Quanto me’ fia de l’impeto nemico
gli oltraggi prevenir l’armi movendo,
pria che sfoghi in te lo sdegno antico
le vincitrici squadre in te volgendo.
Tu del mio re, già divenuto amico,
le sparse genti a le tue schiere unendo
puoi sin dentro le viscere de’ Parti
co ʼl poderoso esercito inoltrarti.

58Noi, che sappiam di quel paese il sito,
che inespugnabil sembra a gli stranieri,
ti scorgerem, ti mostreremo a dito
fra l’erte balze agevoli i sentieri;
saprai dove men aspro o non munito
trovar possa il camino a i tuoi guerrieri,
onde a mirar siano anco i Parti astretti
arder al foco ostile i patri tetti.

59Fia da i Medi finitimi a la guerra
al campo tuo su ministrato il vitto,
sì che non tema in quell’alpestre terra
da novelli disagi essere afflitto.
Invan dunque per te le biade serra
ne le chiuse città nemico editto,
poiché altronde verranno agevolmente
i necessari cibi a la tua gente.

60Ma forse egli avverrà ch’altri ti dica
che sospetta de’ barbari è la fede,
e che sol ti sarà la Media amica
sin quanto al tuo bisogno util ciò crede,
ch’ella a te diverrà tosto nemica
quando vedrà da le vicine prede
le tue forze accresciute, ond’abbia poi
sue ruine a stimar gli acquisti tuoi,

61che non fia mai di nazion straniera
d’amicizia e di sangue a i Parti unita
per lunga e stabile e sincera
a l’esercito tuo la nuova aita,
che se l’ira novella a la primiera
amistà cede, et è da lei sopita,
co’ Parti ella unirà l’armi e i disegni
a i danni del tuo campo e de’ tuoi regni,

62ch’ove ciò t’avvenisse a l’or ristretto
da la Media e da i Parti e circondato
da l’insidie nemiche avrai difetto
di cibo in steril loco assediato,
che in sito ignoto, a la battaglia astretto
non potrà dimostrar l’ardire usato
il campo tuo, ma rimarrà sconfitto,
dal ferro insieme e da i disagi afflitto.

63Qui concedo, signor, ch’altrui sol caglia
ciò che giova seguir, non ciò che deve,
che l’util proprio a la ragion prevaglia
e ch’ogni altro rispetto a i re sia lieve,
che quanto può durar tanto sol vaglia
il nostro beneficio in chi ʼl riceve,
ch’ove cessi il bisogno indi a vicenda
spesso in vece di grazia odio si renda,

64ma insiem dirò che l’amistà che fue
lunga stagion fra i Parti e noi congiunta
ruppe Fraate, e da l’ingiurie sue
con infausta memoria oggi p disgiunta,
onde più de’ sotto l’insegne tue
la sua fede osservar la Media aggiunta,
ché violati dal crudel nemico
rimembra i patto e ʼl sacro ospizio antico.

65Né si può dubitar che ribellante
di nuovo al traditor la vita e ʼl regno
fidi il mio re, ch’ancor si vede inante
de la perfidia ostile aperto segno:
se di vera amistà, di fé costante
da l’empio riportò premio sì indegno,
che non deve temer da le sue frodi
se reo di qualche danno offeso ei l’odi?

66Ben sa che premeria l’ira nel seno,
e in danno altrui la sfogherebbe al fine
a l’or che del fellon temute meno
fosser dal mio signor l’armi vicine.
Fors’ei potria ne’ nuovi rischi almeno
da le da lui tradite armi latine
sperar soccorso, et in color ch’offese
tante volte ripor le difese?

67In tal stato di cose è dunque vano
ogni sospetto onde, signor, tu creda
ch’abbandonato il popolo romano
il mio re disleale a i Parti rieda,
sì che assalito da Fraate in vano
da te ne’ suoi perigli aita ei chieda,
e divenga, prezzati i preghi suoi,
preda del traditor, scherno de’ tuoi.

68Ma perché più co’ detti miei procuro
d’infiammarti, signore, a l’alta impresa
quasi contra un nemico a te sì duro
a bastanza non sia tua mente accesa?
A te sol non è già celato e oscuro
quanto da i Parti è la tua gente offesa,
e ʼl sa l’ombra di Crasso invendicata,
e ʼl sa l’Asia da loro arsa e predata.

69Sin dentro la sua tana or dunque assali
questa che l’Oriente avida fera
già già divora, e scocca in lei gli strali
de la vendicatrice ira severa.
Di famosi trofei, d’archi immortali
così n’andrà la tua memoria altera,
e per tua lode a le colonne, a i carmi
Roma darà gl’inchiostri e l’Asia i marmi».

Antonio accetta la proposta e raduna l’esercito (70-72)

70Qui ʼl fine Araspe al favellare impose,
e fra gli altri eccitò breve bisbiglio;
ma in cotal guisa al suo parlar rispose,
in lui grave innalzando Antonio il ciglio:
«Ben con ragione il tuo signor m’espose,
se in mia bontà confida, il suo periglio,
ma non è già s’ei rimembra in quante guise
offese le mie genti e me derise.

71Pur vuo’, poste in oblio l’ingiurie andate,
ch’al suo fallir la mia pietà prevaglia,
e in sua difesa i regni di Fraate
farò che l’oste mia di nuovo assaglia.
Sappia solo il tuo re ch’ove sprezzate
le leggi a lui de la sua fé non caglia
quell’armi istesse onde protetto or fia
ministre diverran de l’ira mia».

72Tace, e Araspe s’inchina e bacia il manto
al fortissimo eroe, grazie rendendo.
S’apparecchia a la guerra Antonio intanto,
l’esercito suo diviso in un stringendo;
rimbomba a l’or la Siria in ogni canto
de’ bellici strumenti al suono orrendo,
splende lucido il ciel del ferro a i lampi,
calcati da i destrier tremano i campi.

Canto V

ultimo agg. 20 Marzo 2015 12:34

ARGOMENTO
Piange l’egizia addolorata e priega
Amor ch’al suo fedel vieti ʼl partire;
a le lagrime sue lo dio si piega,
e seconda pietoso il suo desire:
con celeste catena entrambi lega,
si lascian l’armi, intrepidiscon l’ire,
siedon gli amanti a lauta mensa e intanto
de l’empio Metrodoro odono il canto.

Cleopatra si reca al tempio di Cupido, lo prega di impedire la partenza di Antonio (1-8)

1Intanto Cleopatra i nuovi moti
del suo diletto addolorata mira,
e, de la nuova assenza i segni noti
già vedendo, tra sé geme e sospira;
or accusa l’amante, or a’ suoi voti
de la sorte nemica ella s’adira,
e dubbio or qua or là rapito a prova
l’agitato pensier pace non trova.

2Tal se rivolto al lampeggiar del sole
fiede lucido vetro il raggio ardente
il tremolo splendor si gira e suole
quinci e quindi vagar rapidamente,
or precipita al fondo, or par che vòle
sin al tetto et al ciel lieve e repente,
e vario in questo lato e in quel rapito
con moto repentin scorre ogni sito.

3Del palagio real si chiude in seno
ricco altare a Cupido eretto e sacro,
ove di chiari lumi ogni ora ardieno
cento lampadi innanzi al simulacro;
colà ricovra, e sciolto al duolo il freno
fa di lagrime prima ampio lavacro,
e, gli occhi ne l’imago alfin diretti,
prorompe Cleopatra in questi detti:

4«Misera, e pur mi sono apparecchiate
da l’avverso destin nuove sciagure?
odo trombe feroci e squadre armate
propinque minacciar guerre future?
da falce militar così troncate
son le tenere mie gioie immature?
e tu ʼl permetti, Amor, le cui promesse
m’offerser di piaceri eterna messe?

5E dal volto così ne l’elmo chiuso
devrò i baci rapir del mio fedele?
et udrò di sue voci il suon confuso
fra le belliche strida e le querele?
fra gl’inganni e fra l’armi lui rinchiuso,
sempre paventerò morte crudele?
e da larve infelici i sonni rotti
daranno a i miei pensier torbide notti?

6S’ei parte io che farò? lo sieguo o resto?
Timore e gelosia mi scuote il petto,
ah troppo a gli occhi miei, troppo è molesto,
mirar fra tanti rischi il mio diletto.
Ma forse ascolterò nunzio funesto
narrarmi che d’amor novello affetto
il cor gl’infiammi? Amor, fra duo perigli
qual di lor fuggirò? che mi consigli?

7Deh, se d’inclito amante unqua t’offersi
fra cotanti olocausti ostia gradita,
se co’ tesor de gli Arabi e de’ Persi
la tua imago da me fu riverita,
tu, del ciel maggior nume, i fati avversi
placa de la tua ancella, e tu l’aita;
tu il poter del voler non hai minore
e non cede al destin forza d’amore.

8Cessi a l’orecchie omai di rimbombarmi
de l’odiosa tromba il suono altero,
a le preghiere mie cedano l’armi,
abbia sol del mio Antonio Amor l’impero.
Festi nel gel de’ Traci e de’ Biarmi
altre volte avvamparlo, dio guerrero,
e vide l’Ira in onta sua che loco
ebbe tra le sue fiamme anco il tuo foco».

Amore recupera una catena di rubino nella sua armeria con cui lega il cuore di Cleopatra (9-15)

9Tacque, et udì le sue preghiere e prese
de’ suoi gravi dolori Amor pietade,
e impedir stabilì le nuove imprese,
tanto vuol, né più avvien che pensi o bade,
ma rifiuta ogni indugio, e l’ali stese
solca rapido a vol l’aeree strade,
fermansi i venti a rimirarlo e al lume
fiammeggia il ciel de le purpuree piume.

10Lava nel mar Carpazio il piè fiorito,
sacra a la dea d’amor Cipro gioconda,
cui sott’aria benigna in molle sito
di sue ricchezze eterno april feconda,
quindi scopria de la Cilicia il lito
che la fronteggia in parte e la circonda,
e quindi urtando ne la siria riva
fremer d’ira spumante il flutto udiva.

11Amor là drizza il volo, e a tergo lassa
la Fenicia, e piegando a la mancina
giunge sovra Amatunta, e scorre e passa
la montagna di Curio e la marina.
Restan le secche addietro, indi più bassa
vede l’antica Pafo al mar vicina,
e del gran tempio a Citerea sacrato
mira sorger sublime il tetto aurato.

12Nel sacro albergo entra furtivo Amore,
e penetra u’ più riposti eran gli arnesi
che di Venere a i prieghi il genitore
temprò degli antri d’Etna a i fochi accesi.
Qui son l’eterne faci, al cui ardore
da l’acque acherontee non fur difesi
gli dèi d’abisso, e d’amoroso affetto
arse a i Ciclopi et a i Centauri il petto.

13Era qui di Ciprigna il nobil cinto
degli ornamenti suoi maggior tesoro,
qui l’armi onde per lei Mare fu vinto,
che ʼl nipote domàr del vecchio Moro;
d’anelli indissolubili distinto
qui celeste rubin d’alto lavoro
forma lunga catena, onde legate
sono l’alme de’ grandi innamorate.

14Questa è legge fatal, ch’ove congiunga
con un solo desio duo cori insieme,
non gli sleghi giamai sin che non giunga
l’uno e l’altro di loro a l’ore estreme,
né se vita de l’altro ha l’un più lunga
ella men quel che resta annoda e preme,
ma il vivo al morto unisce insin che sciolti
siano entrambi dal mondo e in ciel raccolti.

15Prende Amor la catena, e ʼl volo scioglie
e le già corse vie ratto trascorre.
L’ali nel sirio lito indi raccoglie,
e l’albergo real rapido scorre;
qui da lato a costei che le sue doglie
sfoga co ʼl lagrimar si viene a porre,
e toccandole il cor con la sua face
fa che divenga impaziente, audace.

Cleopatra rinnova le querele con Antonio, che non cede alle sue offerte (16-43)

16Risolve a l’or di rinovar con lui
l’afflitta donna e le lusinghe e l’arti
onde, vinto, abbandoni a i preghi sui
la guerra che disegna incontro a i Parti,
quindi tosto se ʼn va dove colui
discorre in sé di quell’alpestre parti,
del loco e del camino onde men ria
a l’esercito suo s’apra la via.

17Qui, pria che spieghi il suo pensier distinto,
in un atto compon grave e doglioso
il volto, et è da gli occhi al sen respinto
il pianto ch’ora è noto et ora ascoso,
congiungendo con arte al vero il finto
rende il guardo or sereno or nubiloso;
così tra lieta e mesta e tutta bella
tragge un sospir dal core, indi favella:

18«Deh qual vegg’io di bellicoso arnese
le tue membra coprir duro ornamento?
et a che risonar tutto il paese
a l’armi scosse et a i nitriti io sento?
chi provocò il tuo sdegno? e chi t’offese?
ove di sì gran mole il fondamento
locasti, e con qual speme? e chi, signore,
fu di tant’opra e di tai moti autore?

19Il vero io ti dirò, segue che pote:
e quale or te con sì mortal periglio
fra nazioni indomiti et ignote
sospinge a guerreggiar nuovo consiglio?
a che terre cercar strane e remote?
a che far del tuo popolo vermiglio
il partico terren? a che le glebe
impinguar più de la romana plebe?

20Che manca a te? non è de’ suoi tesori
a te largo l’Egitto, a te l’Assiro?
l’Arabo non ministra a te gli odori
e le sete la Frigia e i fregi il Siro?
a te forse non danno e d’ostri e d’ori
prezioso tributo e l’Indo e Tiro?
non offron le più rare e fine gemme
a te de l’Eritreo l’ampie maremme?

21I destrieri nifei Media prepara
e per te sol vendemmia Creta e Chio.
Qual lauto cibo e delicato a gara
l’Asia molle non offre al tuo desio?
Deh, raffrena per dio la mente avara,
già che sì vasto impero il ciel t’offrio,
tempra l’ambiziosa avida fame,
che tutto avrai se d’aver più non brami.

22Tu lo scettro, signor de l’Oriente,
reggi in ozio sicuro, in lieta pace,
né la sorte tentar, ch’instabilmente
ne mostra il suo favor lieve e fugace.
Troppo, ahi troppo del tempo avidamente
nostre gioie consuma il dente edace,
a che vuoi tu con volontari affanni
precorrer, provocar l’ira de gli anni?».

23Sì parla Cleopatra, indi pensosa
la risposta co ʼl cor sospeso attende,
e mezzo tra dolente e vergognosa
da la bocca d’Antonio intenta pende.
Egli con lieta faccia a la dogliosa
donna volto sorride, e sé difende
da le sue accuse, e la ragion palesa
che ʼl trasse et or lo spinge a l’alta impresa:

24«Non de l’altrui ricchezze ingorda brama,
come forse tu credi, e non affetto
di ciò che ʼl vulgo insano estolle e brama
nuove cose a tentar m’accese il petto;
magnanimo desio di chiara fama
zelo del proprio onore hammi costretto
lasciare il Nilo, e ne la propria terra
a Fraate portar debita guerra.

25Ardea l’Armenia tutta e de’ Cilici
fumavan le campagne a lei vicine,
e provavano già gli Assiri amici
dal barbarico stuol stragi e rapine,
et io dunque dove, mentre i nemici
empìan l’Asia d’incendi e di ruine,
de le soggette e de l’amiche genti
neghittoso ascoltar gli alti lamenti?

26Da l’onta invendicata esce il dispregio,
onde la maestà, base del regno,
scossa ruina, e del real suo pregio
vilipeso riman lo scettro indegno.
Non de’ soffrir l’ingiurie animo regio,
de l’ardir, de l’onor cote è lo sdegno,
l’offesa che trascura al fin vendetta
a nuove offese l’offensore alletta.

27Or tu i desiri acqueta, e tu permetti
che ʼl perfido ladron mi paghi il fio
de’ danni de gli amici e de’ soggetti,
ch’è tua la gloria del trionfo mio.
Vinto il nemico, a gli agi et a i diletti
vuo’ che torniamo, e vuo’ ch’un sol desio,
ch’uno spirto ambo regga; or soffri intanto,
breve il mio indugio fia, breve il tuo pianto».

28Qui tacque Antonio, e replicò colei:
«De gli Armeni l’ingiurie hai vendicate
già tu, signor, già formidabil sei
co ʼl nome solo al predator Fraate.
Su le sue cime eretti i tuoi trofei
stupido ammira il gelido Nifate,
per te i parenti addolorate e meste
piangon le partiche nuore in bruna veste.

29Scorre tiepido ancor nel mare ircano
sanguinoso l’Arasse, il Tauro fuma
al nostro foco, e ʼl Caspio ancor lontano
l’incendio universale arde et alluma,
trema del vincitor nome romano
sin colà dove ha sempiterna bruma
il fero scita, e ʼl Caucaso remoto
teme il giogo da te sin’ora ignoto.

30Molto festi e soffristi, or fora audace
che s’esponesse a nuovi rischi; è incerto
il giudicio di Marte, odia la pace
chi la palma ha sicura e l’onor certo.
Non tu, signor, cui malagevol face
l’incognito camin lungo e diserto
la vittoria, et a cui non solo è l’oste
ma son rupi, torrenti e selve opposte.

31Deh cessa, ah non per dio, non porre in forse
l’onor di tante imprese, anzi te stesso.
La filippica strage a te già porse
eterni lauri, e ʼl barbaro depresso,
il rubello roman che in te già torse
l’armi de’ Parti fu dal cielo oppresso,
che brami più? non sai che nulla tiene
se vuol tutto abbracciar fallace spene?

32D’astuzia e di valor sono i nemici
non secondi ad alcuno, il ver mi vaglia,
vinte le schiere lor son vincitrici,
fuggono ma la fuga è lor battaglia,
avranno il sito e gli abitanti amici
da trarre armi e soldati e vettovaglia;
fuor che il suo ferro e la sua man di scampo
altra speranza non avrà il tuo campo».

33Così diss’ella, e saettò dolente
un dolcissimo sguardo al suo diletto,
la man gli strinse, et un sospiro ardente
vibrò vèr lui da l’infiammato petto.
Ne l’alma Antonio penetrar già sente
un lusinghiero insolito diletto,
ch’a ceder quasi al suo voler lo stringe,
pur ancor resiste e se n’infinge,

34e soggiunge a colei: «Non è punito
l’error che si difende, e non conviene
l’ingiuria perdonar se non pentito
il reo l’afferma ancora e la sostiene.
L’Asia ha commossa e d al’estremo lito
d’Atlante insino a l’ultima Siene
l’africane contrade, e del mio sdegno
sarà vano romore inutil segno?

35E vedrà il mondo, che sospeso aspetta
pien di stupor sì gran moti il fine,
donata a i preghi tuoi l’alta vendetta
de le passate orribili ruine?
Del nome mio la dignità negletta,
con nuove stragi fia, nuove rapine
scorrerà l’Asia e sdegnerà Fraate
che termine gli sia l’assirio Eufrate?

36Taci dunque, e confida, o de la mia
vita parte più cara e più soave,
de la vittoria mia, che tua pur fia
s’offrir breve dimora or non t’aggrave.
Deh credi, idolo mio, ch’a me pur sai
l’esser lungi da te noioso e grave,
permetti, anima mia, ch’ora dia loco
al zelo de l’onor d’amore il foco».

37Volea forse più dir, ma l’interrompe
la mesta donna, che dal sen raccoglie
la fievol voce, e in un ohimè la rompe,
pare sfogando in lui de le sue doglie.
Con lagrimosa faccia indi prorompe:
«Sia ministro il destin de le tue voglie,
ceda l’oste nemica a i tuoi guerreri,
la fortuna s’agguagli a ciò che speri,

38ma non però del tuo valore il frutto
godrai, signor, poiché d’intorno i Parti
il paese vicino han già distrutto,
ond’altri potea il vitto amministrarti.
Or come tu l’esercito condutto
in quell’estreme e desolate parti
credi nutrir? qual cibo aver potrassi
tra le selve caucasee e i caspi sassi?

39Tu confidi nel Medo? Ah tu le frodi
non provasti de’ barbari a bastanza?
Vivi omai a te stesso, e lieto godi
quel breve tempo ch’a i disagi avanza.
Tu de gli adulator le finte lodi
che di dannosa inutile speranza
empion l’animo sprezza, e riedi accorto
dal mar de l’armi de la pace al porto.

40Deh tu, signor, chiudi l’orecchie e serra
al suono insidioso e menzognero;
colui che meno ardisce anco men erra,
vince assai chi mantien l’antico impero.
Chi preporrà d’una dubbiosa guerra
la sperata vittoria al fermo e vero
riposo de la pace? Ah siati a mente
del pertinace Crasso il fin dolente.

41La memoria così de i nostri amori
dunque è noiosa a te che pur ti cale
comprar co’ tuoi disagi i miei dolori,
col tuo rischio mercar, lassa, il mio male?
Più tosto vuoi tra i barbari furori
offrire il petto a l’inimico strale
che soffrir che ʼl mio seno e ʼl sian tocchi
da lo strale vital de’ tuoi begli occhi?

42Vuoi più tosto seguir stuolo fugace
che ne la fuga sua piaghe saetti
ch’aspettar chi ti segue e in lieta pace
goder seco d’amor dolci diletti?
le minaccie da i parti udir ti piace
più tosto che da me supplici detti?
ti sono alfin de le straniere selve
più de l’aspetto mio care le belve?

43Anzi t’è cara solo, hai sol desio
de la mia morte, eccoti dunque il petto:
immergi il ferro tuo nel sangue mio,
miralo aperto, appaga il crudo affetto;
strazia, ferisci pur, sazia, per dio,
tue voglie in me, che dolce in te l’effetto
proverò del mio mal, beata sorte
se mi darà la vita mia la morte».

Cleopatra sviene, Amore lega anche il cuore di Antonio, che si impietosisce e decide di rimanere (44-49,2)

44Mentre così dicea lacera e scinge
quel che ʼl bel sen copria serico velo,
cade poi tramortita, o tal si finge,
e le occupa la faccia un freddo gelo.
Pallido in volto, Antonio a lei si stringe,
e dentro avvampa d’amoroso zelo,
così a l’amor l’onore in lui cedendo,
meraviglia, colei vince cadendo.

45Vince Amor, che in quel punto entrambi lega
con le tenaci e solide ritorte
de la catena che non mai si slega,
se non la scioglie d’ambidui la morte.
Quinci lascia gli amanti, e l’ali spiega
lieto Cupido in vèr l’eterea corte,
a i cui abitator vuol mover guerra,
già che vinta da lui cede la terra.

46Di dolor, di pietà sente nel core
confuso affetto penetrare intanto
Antonio, e testimonio indi d’amore
stillar da gli occhi affettuoso il pianto.
Bagna la faccia il lagrimoso umore
a lei mentre rallenta al seno il manto,
e c’ baci ei gli spirti erranti invita
a ritornar la vita a la sua vita.

47Ella in sé riede, e singhiozzando abbraccia
con gli occhi umidi ancor l’afflitto amante;
egli unisce a la sua l’amata faccia,
ne la bocca di lei l’alma spirante,
ella di lui tra le soavi braccia
languida s’abbandona e sospirante
sostiene il caro peso, indi s’affisa
ei nel suo volto, e parla in cotal guisa:

48«Deh perché turbi, a che ti veggio, ahi lasso,
mesta il sembiante e nubiloso il ciglio?
Qui vuo’ l’armi depor, qui, fermo il passo,
cedo a le tue preghiere, al tuo consiglio.
Al riposo, a le gioie io fo trapasso
da l’angustie, dal ferro e dal periglio,
sia qual tu vuoi destin, legge od impero
un tuo sguardo, un tuo cenno al mio pensiero».

49Tace, e rinova a l’or gli amplessi e i baci
che con soave usura essa gli rende.
Escono poi dove de’ lor seguaciGli amanti si recano a mensa, ascoltano l’invito al carpe diem di Metrodoro: Antonio scioglie l’esercito (49,3-65)
la cortigiana turba umil gli attende.
De le più ricche sale e più capaci
ne la maggior di gemme ed or risplende
superba mensa, ivi gli amanti a prova
le più molli vivande il lusso trova.

50Ma poich’alfin da’ vari cibi in loro
la brama natural spenta riposa,
in tal guisa cantò di Metrodoro
la voce adulatrice e insidiosa;
costui, nato là dove al gran Peloro
morde latrando il piè Scilla rabbiosa,
seguace d’Epicuro a le sue note
così fe’ rimaner le turbe immote:

51«De’ congiurati esercito possente
nei filippici campi ecco s’aduna,
ecco la varia e numerosa gente
che sforzata da lor l’Asia raduna.
Antonio le s’oppone, e finalmente
tentar risolve l’ultima fortuna
l’un campo e l’altro, e già con pari ardire
muovon l’un contra l’altro il ferro e l’ire.

52Mira ch’Antonio intrepido e costante
con lieta faccia e con sereno ciglio
rincora i suoi guerrieri, e corre intanto
a gli altri, ove maggior vede il periglio.
Fulmina colla spada e co ʼl sembiante,
con le forze guerreggia e co ʼl consiglio,
tutto provede, e scorre in ogni loco,
sembra venti, balen, saetta e foco.

53I cavi bossi e i concavi metalli
lo strepito de l’armi e de gli armati
fanno i monti sonar, sonar le valli,
di fremiti, di strida e d’ululati.
Caggiono cavallier, caggion cavalli
nel proprio sangue e ne l’altrui bagnati;
già nel campo de’ morti e de’ malvivi
surgono i corpi in monti, il sangue in rivi.

54Sta la sorte dubbiosa, alfine arride
la vittoria ad Antonio e Cassio cede,
e disperato poi se stesso uccide
poiché il compagno vincitor non vede.
Bruto ogn’intoppo ostil tronca e recide,
e fa da l’altro lato stragi e prede,
mentre Ottavio guardingo in forte muro
nel periglio commun vive sicuro.

55Or così la vittoria è compartita
fra l’uno e l’altro esercito egualmente,
e pur di nuovo a la battaglia invita
l’uno e l’altro di lor l’oste vincente.
Ecco la pugna accesa et inasprita,
la fortuna sospesa e indifferente,
ecco alfin che di Bruto e del suo stuolo
ottien nobil vittoria Antonio solo.

56Sol, poiché quando più feroce ardea
la sanguigna tenzon tratto in disparte
Ottavio a rimirar si trattenea
l’altrui periglio da lontana parte.
Nobil vittoria sì, ma qual dovea
premio ottener del faticoso Marte
Antonio? e qual restò di tal vittoria
degna di tanti rischi alta memoria?

57Un’ombra fuggitiva, un lieve, un folle
di favoloso onor titolo vano,
la campagna fatal tiepida e molle
d’asiatico sangue e di romano
è il guiderdon che ʼl pazzo vulgo estolle
e ch’è spesso da lui bramato invano,
misero guiderdon di cui sol resta
memoria lacrimevole e funesta.

58Quanto giocondo più, come c’invita
a guerre più soavi Amor sagace!
Qual più dolce vittoria e più gradita
che l’amata beltà godersi in pace?
Ben tosto perder la stagion fiorita
i preghi suoi, troppo è l’età fugace,
e vano è lo sperar ch’amica sorte
ci serbi altri piacer dopo la morte.

59Svanisce il corpo in terra e l’alma in auro,
e se vita immortale altri si finge
sono favole e sogni, ond’ei ristaura
la mente, e ʼl vulgo a le sue leggi astringe.
Gli elisi ove mai sempre il sole inaura
i lieti campi e l’Erebo e la Sfinge,
d’Acheronte il nocchier, di Stige i fiumi
e Cerbero e l’Arpie son ombre e fumi.

60Che l’alme sciolte a la stellata mole
tornino incorruttibili e leggiere
son d’umano desio, che troppo vole
forsennate menzogne e lusinghiere.
Tal di Titan la mostruosa prole
assalitrice de l’eterne sfere
volea con man sacrileghe e rubelle
rotare il sole e moderar le stelle.

61Sorge quercia robusta in piaggia alpina
e sprezza d’Aquilon gli sdegni e l’onte,
pur cede a gli anni edaci e pure inchina
svelta da lor la temeraria fronte.
Fabrica eccelsa emula al ciel ruina,
cade superbo inaccessibil monte,
sono alfin de l’età pompe e trofei
piramidi, colossi e mausolei.

62E l’uom, ch’è poca terra unita insieme
da l’innato calor spirante e mossa,
di ripugnare al tempo ha certa speme
e d’aver spirto eterno in fragil ossa?
né vede che ʼl suo fasto occulta e preme
freddo marmo in un punto e angusta fossa?
e che de la passata alta speranza
l’opinione altrui solo gli avanza?

63Perché giace talora egro e languente
il corpo è giudicato esser mortale,
l’anima, che languisce egra sovente,
fra i suoi contrari affetti anco fia tale.
Godiam dunque, godiam troppo repente
qual da scizio arcier pennuto strale
fugge la vita, amiam, che tosto in polve
ogni nostro piacer morte risolve».

64Qui tace l’empio, e qui vie più cocenti
avvamparo nel petto innamorato
l’antiche fiamme a i lusinghieri accenti
del canto insidioso e scelerato.
A lo spirar d’impetuosi venti
in tal guisa talor foco agitato
vigore acquista, e sparge a mille a mille
in aurei globi lucide faville.

65Dessi congedo a l’adunate schiere,
si depongono l’armi e l’ire insieme,
divien muta al tromba e le bandiere
un ozio vergognoso avvolge e preme.
Così fu di sì varie e di sì fere
genti disperso il campo, onde l’estreme
rive tremàr del faretrato Idraspe
e le rupi iperboree e l’onde caspe.

Canto VI

ultimo agg. 23 Marzo 2015 19:33

ARGOMENTO
Fra delizie e piacer lieti e ridenti
traggon gli amanti avventurosa vita.
Miran del Casio i sacrifici intenti,
a riposar nel tempio Ormin gl’invita.
La bella istoria de’ famosi eventi
del grand’Antioco è qui da loro udita.
Tornano al regio albergo, ove gioiosi
godono in dolci amplessi almi riposi.

Gli amanti godono il proprio ozio tra banchetti, feste e cacce (1-16)

1Peregrine delizie intanto i Siri
preparano a gli amanti, e ne’ conviti
stillano a gara i prodighi desiri
generose vendemmie estranie viti.
Vengono pesche da gli egei saffiri,
sono al barbaro Fasi augei rapiti,
a i lauti cibi de la regia mensa
i delicati amomi India dispensa.

2Fatte moli superbe e torreggianti
sorgono le vivande in vario aspetto,
e le fa rugiadose e biancheggianti
da le canne sabee nettare eletto.
Vi spargono di mel favi spumanti
la florid’Ibla e l’odorato Imetto,
e in aureo vaso infin di Persia estratte
le ricchezze d’Ormus nuotan disfatte.

3Ciò ch’avanza a i conviti il gioco e ʼl canto
usurpano a vicenda e le carole,
ove l’egizia con lascivo manto
ornamento a bellezza aggiunger suole.
Ne’ balli il piè leggiadro invola il vanto
a le danze che in ciel guidan del sole
l’argentata suora, e l’auree eterne schiere
a l’armonia de le rotanti sfere.

4I vaghi movimenti, i dolci detti,
il suono lusinghier, l’abito molle
son mantici d’amore, onde ne’ petti
eccitato il desio fervido bolle.
Quinci avvien ch’egualmente i cori alletti
se la voce e lo sguardo o ʼl piede estolle,
e piace in varia guisa e sempre è bella
o se mira o se danza o se favella.

5In van scherzando le sembianze conte
trovò per occultar forme diverse,
che ʼl natio lume lampeggiando in fronte
del mentito vestir l’arte scoperse.
Così tra valli opache in alto monte,
ne’ folti boschi o tra le nubi avverse
il sol si riconosce, e in van la luce
cela ch’ad or ad or vaga traluce.

6Di sontuoso bagno ambo sovente
s’attuffan ne la conca, onde restaro
de le più fine pietre e d’Ida algente
le balze impoverite e la gran Paro,
i roseti di Cipro ampio torrente
d’odorifero umor quivi versaro,
di Sparta e di Giudea sparsero quivi
i cedri e i mirti preziosi rivi.

7Da gli occhi de l’egizia e dal bel volto
folgoreggia tra l’acque il raggio usato,
da i membri al molle argento il pregio è tolto
l’alabastro del bagno è superato.
Con luminosi errori ondeggia sciolto
ne’ liquidi adamanti il crine aurato,
tal sorgendo dal mar la bionda aurora
fa scintillar l’arme e i flutti indora.

8Di limpido zaffir lucido pelo
formano l’acque a gli animati avori.
Sparsa così di mattutino gelo
la rosa apre ne l’alba i suoi tesori,
tal fra le nubi del piovoso cielo
spiega l’iride bella i suoi colori,
tal da puro cristallo ov’è rinchiuso
splendor d’acceso lume esce diffuso.

9Godon talor per solitari calli
turbar le fere e depredar le tane,
e per le selve insieme e per le valli
de’ cervi superar l’orme lontane,
quindi tosto che ʼl sol sferza i cavalli
e che vinta dal dì l’ombra rimane
s’ode con alto suono il rauco corno
fugare il sonno e salutare il giorno.

10Sorgon de i cacciator l’avide schiere
di latrati, di gridi e di nitriti,
vario rumor s’aggira e l’aria fere,
risuonan gli alti monti e i curvi liti;
sui veloci corsier d’armi leggiere
i più nobili eroi vengon guerniti,
cinto Antonio con lor d’irsuta spoglia
attende la reina in su la soglia.

11Il regio incarco, e d’oro e d’ostro altero,
impaziente aspetta e morde il freno
da le mandre nifee tolto il destriero,
e con argenteo piè batte il terreno.
Sorta intanto dal morbid’origliero
compon l’egizia il manto e vela il seno,
e mentre al fido specchio il crine infiora
insuperbisce de la sua dimora.

12Esce alfine, e sen va dove l’attende
co ʼl seguace drapello il suo diletto,
la gemmata faretra al tergo pende,
stassi in bel groppo d’oro il crin ristretto,
di purpureo color la veste splende
da la serica zona è cinto il petto
con fibbie di rubin l’aureo coturno
fiammeggiando ricopre il piede eburno.

13Tal Diana scorrea fra i cori amici
de le saltanti Oreadi festive
o de gli arcadi colli i gioghi aprici
o de l’Eurota le frondose rive.
L’abito e le sembianze allettatrici
miran le turbe cupide e lascive,
e de’ vagheggiatori intanto gode
Cleopatra a i saluti et a la lode.

14Per la Siria così moveano il piede
e penetrando la campagna e ʼl monte
facean di varie fere ingorde prede
da l’acque di Giordan sino a l’Oronte.
Quindi or sen gìano ove innalzar si vede
carca di cedri il Libano la fronte,
or a questi scorrean gli opposti colli,
or del nobil Damasco i campi molli.

15Non lontano dal mar di Salamina
del Casio il giogo ombroso al ciel sorgea,
e la foce eleuteria indi vicina,
quindi l’Oronte intumidir vedea,
la Seleucia scorgea su la marina
qua non lunge fumar Laodicea,
e più distanti in fertile pianura
d’Antiochia scopria le vaste mura,

16del Casio depredar l’ampie foreste
del cacciator drapello è risoluto,
et arrivano alfin dov’egli veste
d’amenissime selve il piede irsuto.
Qui le piante ciascuno avvien ch’arreste
da numeroso popolo veduto,
ingombro il pian che giace a la radice
de la sparsa di boschi erta pendice.

Durante una caccia giungono presso il tempio di Seleuco mentre il sacerdote Ormino sta celebrando un sacrificio (17-26,4)

17Sorge nel largo pian tempio sublime
di materia superbo e di lavoro,
che del lucido tetto erge le cime
di finissimi marmi adorne e d’oro.
Scopre intanto gli amanti et a le prime
genti colà raccolte i nomi loro
narra la fama, e v’è chi de’ lor visi
le già note sembianze indi ravvisi.

18Vengono tutte a riverir gli amanti
le ragunate turbe, e ʼl saggio Ormino,
sacerdote del tempio, a gli altri inanti
a la coppia real fassi vicino.
Cingono il crin candide bende erranti,
gli scende insino al piè di bianco lino
veste sottile, e ben del grado è degno
per aspetto, per sangue e per ingegno.

19Diss’ei: «Ben de la pompa incliti eroi
i sacri riti avventurosi fieno
or che giungete ad onorarla voi,
cui del mondo il destin commise il freno».
Tace, et applaude la coppia, ond’egli a i suoi
diè ʼl segno, e rimbombar quinci s’udieno
le solitarie selve e gli antri ombrosi
al suon di vari accenti armoniosi.

20«Gradisci, o di Seleuco alma beata,»
dice ʼl musico stuol «gradisci or questa
pompa che per memoria illustre e grata
del tuo amore in tua lode Antioco appresta.
Tu noi ch’al nome tuo questa sacrata
celebriamo solenne e lieta festa,
tu noi proteggi, e tu de’ tuoi devoti
gradisci, anima grande, e l’ostie e i voti».

21Qui tace de’ ministri il sacro coro,
e co’ preghi seconda Ormino il canto,
e su ʼl foco vicin da vaso d’oro
il liquor di Lieo disperge intanto.
Quinci condotto vien candido toro
da i suoi ministri e un ariete a canto,
et egli a l’or di propria man l’adorna
de le solite fasce ambo le corna.

22Tessute poi co ʼl prezioso velo
a le vittime in fronte aurei volumi
folgoranti così d’interno zelo
disse innalzando il sacerdote i lumi:
«O magnanimo eroe, che su nel cielo
lucida stella il nostro mondo allumi,
tu scorgi questi con sereno ciglio
olocausti che t’offre il tuo gran figlio».

23Con la scure letal ciò detto appena
fa cadere a i suoi piedi il tauro estinto,
e ʼl velluto monton consacra e svena
co ʼl ferro ch’a tal uso al fianco è cinto.
Su la pira fatal, ch’olezza piena
d’odor coricio, l’uno a l’altro avvinto
quinci ripone, e gli arde e al fin raccoglie
in urna d’or l’incenerite spoglie.

24Il musico drapel qui le canore
voci rinnova, e Ormino il tempio sacro
entra con gli altri, e giunge ov’è ch’adore
de l’eroe riverito il simulacro.
Di pregiato odorifero licore
ei fa pria sovra l’urna ampio lavacro,
poi la colloca ove propinqua appare
base di marmo a l’odorato altare.

25Compito il tutto a riposare invita
gli amanti Ormino a l’or che ʼl sol giungendo
su l’usata del cielo erta salita
vibra i raggi più caldi i campi ardendo;
ne la sacra magion la coppia unita
accettate l’offerte, entra seguendo
il sacerdote, e ammira in varie fogge
ampie sale distinte e ricche logge.

26Qui con pompe real le mense foro
preparate da i servi ubidienti,
che le molle vivande e ʼl liquid’oro
ministràr lautamente in tersi argenti.
Poiché quivi gli amanti ebber riposoOrmino racconta loro della storia di Seleuco, che cede al figlio Antioco la moglie Stratonica per sanarlo dalla devastante passione amorosa (26,5-78)
di natura i bisogni in lor già spenti,
nel sacerdote amico il guardo affisse
Antonio curioso, indi gli disse:

27«O tu, che sì cortese a noi ti mostri
e che grato a gli dèi godi quieto
di sì felice albergo i sacri chiostri,
de la fortuna tua contento e lieto,
dimmi, e così mai sempre a te dimostri
favorevole il cielo ogni decreto,
chi tra queste solinghe erme pendici
il tempio stabilisse e i sacrifici».

28Tace, e quegli risponde: «Al tuo desio
ben io, signor, di sodisfar prometto,
ma fatto così illustre e così pio
non puote in breve giro esser ristretto:
l’istoria di colui che stabilio
l’antichissima pompa ampio soggetto
porge a la nostra lingua, e saria forse
a te grave l’udir le cose occorse».

29«Anzi (disse il latin), da me gradita
la notizia sarà de l’altrui gloria,
e fia del sacro stil la serie udita
da me con grata et immortal memoria».
«Poiché il tuo impero a raccontar m’invita»
soggiunse Ormin «l’avventurosa storia,
cose d’alta pietà, di meraviglia
odi, signor». Qui tace, indi ripiglia:

30«Resse un tempo de l’Asia il vasto impero
Seleuco, che la prospera fortuna
vinse co ʼl merto, e lo cui scettro altero
riverì tributario il sole in cuna.
L’alta Antiochia egli fondò primiero,
cui pari non mirò cittade alcuna
l’Asia, che di splendor, d’arti e d’ingegni
e d’abitanti apparve emula a i regni.

31Antioco unico figlio ha il re possente,
in cui l’arte compagna a la natura
a bellezza esquisita eccelsa mente
con glorioso innesto unir procura.
Ciascuno ammira il suo valor crescente,
egli è del genitor delizie e cura,
a cui di sue virtù furo presaghi
indovini d’Egitto, Arabi maghi.

32Ma perché de la regia antica seggia
il non ben fermo appoggio in un sol figlio
non stima il re che stabilir si deggia,
di novelli imenei prende consiglio.
Sola speranza a la cadente reggia
di Demetrio, agitato in vario esiglio,
Stratonica la figlia a l’or vivea,
che ʼl pregio di beltà ne l’Asia avea.

33A la chioma di lei cedon l’onore
le superbe del Gange auree procelle,
de’ suoi begli occhi al gemino splendore
sembrano fosche in paragon le stelle.
Son del sen, de la mano al bel candore
le bellezze de l’alba assai men belle,
et a la rosa che ʼl suo labbro infiora
rosa eguale non ha la rosea aurora.

34D’onorata vergogna arma il bel viso
vago rossor che riverito il rende,
sovra il cielo del ciglio Amore assiso
fulmina dolci fiamme e i cori accende;
scherza ne’ labbri, ma pudico il riso
con la bellezza l’onestà contende,
né sai qual sia maggiore o quella o questa
l’onestà bella e la bellezza onesta.

35Questa dunque Seleuco in moglie ottiene
da Demetrio, e congiunge amor quei regni
con sacre inviolabili catene
che disgiunsero già gli odi e gli sdegni.
Al talamo real condutta viene
Stratonica dal padre, e di lei degni
magnifici apparati intanto a gara
a le nozze di lei l’Asia prepara.

36La desiata sposa il rege accoglie
di nuova prole essa feconda il letto,
e con furto innocente in un gli toglie
il primo figlio, il suo maggior diletto,
poiché co ʼl genitor mentre raccoglie
la peregrina madre il giovanetto
attonito ammirando il bel sembiante
già n’arde, e già divien di figlio amante.

37- Deh qual, – dicea deh quale il sen t’accende
occulta fiamma, e qual costei tu miri?
Madre od amata? Il ciel questo contende,
quello niegan pur troppo i tuoi sospiri,
sì ch’amante ne sei leciti rende
la sua rara bellezza i tuoi desiri,
ti scusa quel bel volto, e dica meco
alta necessità d’amore io reco.

38Antioco, ma che parli? Ah non ti scusa
vana ragion di scelerato amore,
la materna beltà dunque s’abusa
e per te fassi esca d’infame ardore?
deh così rimarrà dunque delusa
la speranza commun del tuo valore?
mieterà la tua corte e i regni intorno
da seme di virtù messe di scorno?

39Sperò quando vibrar ti vide il padre
con la tenera man l’asta e la spada,
cresciuto poi, tra le nemiche squadre
a la gloria vederti aprir la strada,
e d’adultero incesto oggi la madre
vedrà che tenti e che per te già cada
il proprio onor? che faccia empio consiglio
de l’ingiuria del padre autore il figlio?

40Ma che? folle ragion senza ragione
a che importuna a non amar mi esorte?
è forse in mio poter l’alta cagione
ch’ora mi spinge a desiar la morte?
o non più tosto al mio voler impone
dura legge d’amore Amore e Sorte?
anzi colei ne’ cui begli occhi ond’ardo
ruota e prefigge il mio destino un guardo?

41Amerai dunque Antioco; il tuo desio
moderare a tua voglia a te non lice.
Lasso amerò? ma qual de l’amor mio
fine attender potrò che sia felice?
forse a quella ardirò che mi ferio
la ferita scoprir? taci, infelice,
non che rimedio il chieder sol pietate
a ferita simil fora impietate -.

42Così dicea l’amante irresoluto,
ne l’amor suo de la sua vita incerto,
e ben volle talor chiedere aiuto
e l’incendio del cor mostrare aperto,
ma tosto impallidì, tremante e muto,
e, quasi fosse il suo desio scoperto,
prima ch’altrui co ʼl favellar l’aprisse
ne le fauci restàr le voci affisse.

43Talor mentre volea chiamarla amata
la parola cangiossi in madre o tacque,
talor proruppe in voce addolorata
in un ohimè, né più seguir li piacque.
L’importuna esalar fiamma celata
spesso tentò per gli occhi in flebil’acque,
ma ʼl pianto, che ʼl dolore a gli occhi spinse,
raffrenò la vergogna e al cor respinse.

44O quante volte ei ne la tazza e quante
de i porporini labbri, onde fu tocca,
le reliquie lambendo ignoto amante
e mille baci e mille avido scocca!
Bacia il candido bisso anco altrettante
che più volte asciugò l’amata bocca,
e gode in lui, benché mentito e corto,
di creduto piacer vano conforto.

45Egli di lei furtivo ama sovente
premer le molli e delicate piume,
e di lagrime in lor prodigamente
versar misto co’ baci un caldo fiume.
Del bel piede vestigi ei riverente
d’osservar, di calcare ha per costume;
s’ella si move ei corre, et a al guida
del braccio suo la bella man confida.

46Ma non si pasce e non si può nudrire
amor di così lieve e debil esca,
quindi è che non s’appaghi il suo desire
ma nel falso gioir vie più s’accresca.
Ben da i lacci d’amor tenta fuggire,
ma la fuga non è che gli riesca,
ché mal si scioglie d’amoroso affetto
da gli antichi legami un cor ristretto.

47Così talora il semplicetto augello
mentre schernir l’atteggiatrice ei crede
suol ne’ rami posar de l’arboscello
su le tenaci insidie incauto il piede,
e in van s’aggira in questo lato e in quello
et aita stridendo invan richiede,
che quanto più si sforza uscir d’impaccio
tanto più stringe e fa più grave il laccio.

48- E qual – diss’ei – di lagrimevol fato
odiosa viltà ti serba in vita?
Da te stesso a te stesso è pur vietato
a chi puote sanar la tua ferita;
di rimedio vivrai tu disperato,
e tal vita sarà da te gradita?
S’è ciò, sei degno ancor ch’indegna sorte
a te faccia stimar vita la morte.

49Deh perché a l’or che nel campal conflitto
con Demetrio nemico io combattei,
da l’asta poderosa il sen trafitto,
fra al turba de’ morti io non cadei?
Di famoso guerrier dal ferro invitto
almeno avuta illustre morte avrei,
né proverei l’abbominevol fiamma
che in un funesto incendio il cor m’infiamma.

50Ma quel che ti negò sorte nemica
in mezzo a le vittorie or chi ti vieta
ne l’avverso destin? Breve fatica
del tuo immenso dolor sarà la meta;
pur s’io m’uccido altri avverrà che diva
varie incerte ragion de la secreta
cagion ch’a ciò mi spinse, e alcun potria
ad infamia recar la morte mia.

51Vivrai dunque infelice, e gli error tui
nuove furie d’Averno avrai davanti?
e tu sarai de le dolcezze altrui
misero spettator fra doglie e pianti?
Ah no, godano lieti i piacer sui
ne le mie pene i fortunati amanti,
pace del padre al talamo procuri
il tumulo del figlio e l’assicuri.

52Già risolvo morir, ma qual degg’io,
qual fia da me fien opportuno eletto
a la mia vita, et onde il morir mio
de l’occulte cagion non dia sospetto?
Ahi folle, a che ripensi? il tuo desio
nel tuo desio ritroverà l’effetto;
che ferro? che venen? non è veneno
pari al dolor che ti divora il seno -.

53Tal vaneggiava, e in guisa tal dicea,
e l’amorosa fiamma ognor cresceva,
veraci i suoi presagi omai rendea
lo spirito vitale in lui spegnendo.
Quindi torbido l’occhio, e già parea
vacillar stupefatto il piè languendo,
già tremava la destra e a sé diverso
era di pallidezza il volto asperso.

54Già s’accende la febre entro le vene,
ei cade infermo, e ʼl fero incendio ascoso
a danno suo sempre maggior diviene,
e lo priva del gusto e del riposo.
Al crescente malor manca la speme
in Seleuco, ch’afflitto e pensieroso
chiede a i medici ognor de la cagione
per cui giace in tal guisa egro il garzone.

55Vari sono i pareri, e non si trova
certa ragion che mostri onde discenda
de la febre la fiamma occulta e nova,
e in qual materia e come ella s’accenda.
O mentre arde et aghiaccia Antioco e prova
de l’ardore e del ghiaccio aspra vicenda,
Erasistrato il saggio alfin consoce
la secreta cagion de le sue angosce.

56L’Asia non ha chi del saver di lui
non resti in ammirar l’opre confuso,
su la sponda per lui de’ regni bui
ozioso il nocchier stette deluso,
spopolati i sepolcri, e per costui
fu spesso astretta a rannodar su ʼl fuso
la Parca il filo, e rugginose vide
la morte divenir l’armi omicide.

57Il saggio, che scoprir dunque procura
l’origine del mal ch’Antioco opprime,
ogni detto, ogni moto intento cura
ch’egli opportuno a penetrar ciò stime,
quinci s’avvede che l’occulta arsura
è sol d’amore effetto, il qual imprime
sì fervido il desio nel cor languente
ch’agitato divien fiamma cocente.

58Sa ch’è febre d’amor, ma non insieme
quella conosce ond’arde il giovinetto,
pur spera, e non fu già vana la speme,
la radice scoprir del chiuso affetto.
A consolar l’egro garzon, cui preme
l’alto desio d’ignota cura il petto,
Stratonica veniva, e le più belle
ch’avesse la città donne o donzelle.

59Immobile de l’altre a le bellezze
altrui si mostra il disperato amante,
e sol par che lo muova e ch’ei sol prezze
se Stratonica sua gli s’offre inante.
Sembra a l’or che diviso il cor si sprezze
ne l’agitato petto e palpitante;
stupido resta, e in rimirarla fiso
palido suda, indi arrossisce in viso.

60Il fisico gentil cauto raccoglie
da questi segni onde il suo male ha fonte,
e pensa del garzon l’ascose voglie
come faccia a Seleuco aperte e conte.
Risolve al fine il modo e poi si toglie
da l’egro Antioco, e con sicura fronte
al re se ʼn va, che chiede a lui del figlio,
onde esso gli risponde e inarca il ciglio:

61- Del tuo figlio, signor, pur troppo al fine
del male ignoto ho la cagion scoperta,
ma tanto è del rimedio incerto il fine
quanto del male or la cagione è certa.
Non più d’uopo sarà ch’altri indovine
di confusi parer tra mole incerta:
arde d’amore Antioco, e d’amor tale
ch’a spegnere il suo foco arte non vale -.

62Increspa il re la fronte, indi gli dice:
– Ma qual sarà sì prezioso amore
che comprar non si possa? e che non lice
co’ tesori d’un re mercare un core?
Anzi Antioco sanato e me felice
stimo che smorzerà l’oro l’ardore;
tu dunque mi rivela ove consista
al vita del mio figlio o lieta o trista -.

63Tacque, e l’altro soggiunse: – Or che tu ʼl vuoi,
nunzio sarò di mie vergogne io stesso:
Filenia, ch’Imeneo congiunse a noi,
ama il tuo figlio, e per lei giace oppresso -.
Restò muto Seleuco a i detti suoi,
quinci si strinse e s’abbracciò con esso,
e di lagrime tutto empiendo il volto
replicò, sospirando, a lui rivolto:

64Erasistrato, e tu potrai soffrire
di veder, tu ch’amico esser ti vanti,
le mie speranze, il tuo signor languire?
e tu godrai de l’orbo padre a i pianti?
Deh concedi Filenia al suo desire,
e vivan lieti i duo felici amanti,
tu chiedi ciò che brami, e sia tua cura
al premio impor co ʼl tuo voler misura -.

65Risponde a l’ora il saggio: – Agevol cosa
sembra a te che sei padre il suo volere,
ma terresti ben tu s’ei la tua sposa,
se Stratonica amasse, altro parere -.
Alzò la faccia il re molle e pensosa,
et – Oh, piacesse al ciel ch’a mio piacere –
soggiunse a l’or – di quest’amor potessi
con gli affetti cangiare anco i successi -.

66- Anzi, – replica l’altro – il ciel gradisce
i tuoi voti, et a lor nulla contende.
Per Stratonica Antioco egro languisce,
dunque da te la vita sua dipende -.
Qui poscia al re, ch’al suo parlar stupisce,
d’Antioco il chiuso ardor palese rende,
e gli racconta come ei penetrasse
che ʼl garzon fosse amante e quale amasse,

67e che ʼl misero ardendo a poco ardito
già risoluto ha di morir tacendo
prima che violare il riverito
letto paterno il suo desio scoprendo.
Tacque il saggio, e Seleuco, il caso udito,
attonito riman qual uom ch’aprendo
gli occhi dal sonno vegga in ogni loco
de la cara magion scorrere il foco.

68Come in torbido mar cui Noto e Coro
muovano quinci e quindi orribil guerra
nocchier che trae di ricche merci e d’oro
il legno onusto in peregrina terra
fra l’amor de la vita e del tesoro
punto da varie cure instabil erra,
la salute a i tesor prepone alfine
e gli getta a l’ingorde acque marine,

69così nel re, cui preme il dubbio core
de la sposa e del figlio incerta cura,
alfin da la pietà vinto è l’amore,
e pur ch’ei si salvi l’un l’altra non cura.
Vassene dunque ove il garzon già more
da rispettosa oppresso occulta arsura,
e i suoi più cari e la non più sua moglie
innanti al figlio, anzi al rival accoglie.

70Quindi poi favellò da l’aurea sede
mentre gli altri pendeano a’ detti suoi:
– Figli, che figli l’incorrotta fede
per lunga prova a me renduti ha voi,
del regno al peso e de l’età già cede
l’animo stanco, e non più vive in noi
il solito vigor, cui sembrò leve
de l’impero la soma immensa e greve.

71Su gli omeri d’Antioco io dunque il pondo
d’alleggerire in parte oggi desio.
Tu, figlio, al cui valore angusto è il mondo,
non che ʼl solo confin del regno mio,
tu come suoli al mio voler fecondo
oggi ti presta, a te fidar vogl’io
parte de’ regni a la cui mole impari
è la mia etade, e tu maggiore appari.

72D’Asia i regni più alti a te commetto,
tu gli reggi e sostieni in lor mia vice,
e prendi tu del marital mio letto
ciò che di caro a te donar mi lice.
Di più fausti imenei da i nodi stretto
a la donna già mia vivi felice,
sia Stratonica a te moglie, non madre,
non marito mi chiami ella ma padre.

73E tu, che meco una medesma sorte,
fida sposa, traesti, or figlia amata,
godi d’Antioco mio fatte consorte
con gioconda union vita beata.
Fili sicuro dal favor di morte
lo stame a coi Cloto cortese e grata,
nasca da voi, conforme a i nostri voti,
belle serie di figli e di nipoti.

74Né sia di voi chi al mio voler ripugne,
se ripugnare non brama a la mia vita.
Il ciel, né più si cerchi, or voi congiugne,
si la legge del ciel da voi gradita -.
Mentr’egli a queste altre parole aggiugne,
piange il figlio e la moglie intenerita;
da l’aurea seggia indi Seleuco sorge
e la mano de l’una a l’altro porge.

75Come a l’or che nel Cancro il sol raccolto
con la sferza di fiamme Eto flagella,
e de la terra innaridito il volto
s’increspa e s’apre in questa parte e in quella,
se da l’umida nube in aria accolto
cade il vapore in pioggia indi novella
virtù prende la terra, e già riveste
e de l’erbe e de i fior l’usata veste,

76del padre a i detti in cotal guisa appunto
Antioco apparve, a cui struggeva il core
l’occulto incendio, e si sentì in quel punto
spegner la febre e mitigar l’ardore.
Risanato così, godé congiunto
a la sua donna il desiato amore,
et essa lieta insieme e vergognosa
nuora e madre restò, e vedova e sposa.

77Trasser concordi avventurosa vita,
sinché lasciaro il suo corporeo velo
a l’auree stelle, ond’era già partita,
l’alma tornò del gran Seleuco in cielo:
quindi poi del figliuol fu stabilita
la pompa e ʼl tempio dal pietoso zelo,
e volle in guisa tal co’ sacrifici
di Seleuco onorar l’ossa felici.

78Ciascuno anno, facendo il dì ritorno
che Stratonica bella in moglie ottenne,
del monte Casio a le pendici intorno
l’illustre celebrò pompa solenne,
quinci lo stil del memorabil giorno
ne’ secoli futuri anco pervenne,
e di Seleuco a sempiterna gloria
i Siri rinovàr l’alta memoria».

I due amanti tornano alla reggia a godere del loro amore (79-93)

79Qui tace il sacerdote, arride a i detti
l’innamorata coppia, e la reina
soggiunge: «E dunque Amor, re de gli affetti,
anco tal volta a la pietà s’inchina?
Né amante sì modesto unqua credetti
che non chiegga al suo mal la medicina,
né saprei se più fosse in tal consiglio
pietoso il padre o pur modesto il figlio».

80De l’egizia al parlar sorise a l’ora
Antonio, e disse: «Abbia Seleuco il pregio
di sì inutil pietà, che per me fora
pietà crudel; no dunque, io non la pregio,
perano i figli, e Roma e ʼl mondo ancora
per te sola, mio cor, mia dea, dispregio
la salute d’ognun; stolto è colui
che impoverisce in arricchire altrui».

81Così Antonio favella, et al suo dire
applaudono le turbe, e poi gli amanti
di nuovo entran nel tempio a riverire
d’incensi nabatei l’are fumanti.
Riedon del sacro albergo indi a seguire
pe’ boschi di Soria le fere erranti,
e varie fanno in varie ombrose piagge
archi, reti e mastin prede selvagge.

82Da l’alte rupi timide fuggendo
precipitan le belve, et altre in vano
s’occultan ne’ cespugli, altre correndo
stancano i veltri ne l’aperto piano.
Boscherecci trofei così traendo,
rivolgeano gli amanti il piè lontano
vèr la magion primiera ove ridutti
del giardin d’amor coglieano i frutti.

83Di cedri in verde crin selva ridente
del palagio real negli orti ergea,
cui nel mezzo sorgendo un fonte algente
di lubrici cristalli il sen spargea.
Qui spesso a l’or che nel meriggio ardente
saettata dal sol l’aria fervea
tra vaghi fiori in su la molle erbetta
sedeano il cavaliero e la diletta.

84Di finissimo lin candida veste
de la bella reina i membri vela,
lieve così che né pur l’occhio arresta
ma i tesori più occulti altri rivela.
Del bianco seno, onde la neve resta
vinta nel pregio del candor non cela
invido vel le tenere mammelle
da cui sugge il desio fiamme novelle.

85Ne l’adorato volto immobil tiene
l’avido sguardo Antonio, e al fianco amato
fa de le braccia sue dolci catene
e al lume de’ begli occhi arde beato,
quindi or le care labra or le serene
luci bacia, di gioia inebriato;
mirando bacia, e nel baciar rimira,
e con vario piacer gode e sospira.

86«Deh perché (egli prorompe) a sol nudrire
con gli sguardi e co’ baci il viver mio
a me non lice, o nel tuo sen morire
sospirando e baciando non poss’io?
Amor, se mai gradisti il mio servire,
favorisci benigno il mio desio,
fa tu, mio dio, che dopo morte almeno
l’animo mio riposi in questo seno».

87Così ragiona, e bacia il seno, ed ella
infingevol risponde: «Oh come il core
è diverso talor da la favella,
e mentisce i sospir, mentito ardore».
Tace, e nel finto sdegno è vie più bella,
e nel foco de l’ora avvampa amore,
lasciva alletta e par ch’acerba sprezzi,
e con dolce rigor condisce i vezzi.

88Soggiunge Antonio: «Oh fosse a me concesso
mostrarti aprendo il petto i sensi miei,
come perché mirasse inciso in esso
il nome tuo co ʼl ferro io l’aprirei.
O fia ch’io t’ami o ch’io non sia più desso,
poiché s’io non t’amassi io non vivrei,
tu se’ il mio cuore, e l’uom nel core è vivo,
dunque o t’amo, mio core, o ch’io non vivo».

89A i detti de l’amante essa ridendo
sembra che nel bel volto arda e sfaville,
e dice: «Amiamci or dunque, e congiungendo
le bocche uniamo i baci a mille a mille.
Non abbia tanti raggi il sol nascendo,
né mai dal freddo sen cotante stille
il fonte sparga quanti baci e quanti
scocchin da i nostri labbri i cori amanti».

90«Sì, baciamci, mio ben (l’altro rispose)
e sian meta de’ baci i baci istessi,
o ne i gigli del seno o ne le rose
restino de i tuoi labbri i baci impressi;
labri soavi, or chi deh tal ripose
rara dolcezza e inusitata in essi?
Cari labri del cor gioia e ristoro,
o non ha il cielo Amore o il cielo ha in loro».

91«Arco d’Amore è il labbro (ella soggiunge)
onde strali di baci egli saetta,
ma grazia è la ferita e dolce punge
e mentre impiaga più vie più diletta.
D’Amor catena è il labbro, ond’ei congiunge
l’alme co’ baci, e incatenando alletta;
bacianci dunque, e i cori innamorati
siano de i baci avvinti e saettati».

92Replica il cavalier: «Su vibra i baci,
e l’alma m’incatena e il cor m’impiaga,
sien pure i baci tuoi, sien pur mordaci,
vendicherò mill’onte in una piaga.
Passa ne’ labbri tuoi qualor mi baci
da le viscere mie l’anima vaga:
or se l’alma è commun non si distingua
labbro da labbro in noi, lingua da lingua».

93Tai fra molli piaceri e lieti amori
vaneggiando gli amanti i dì traieno,
e ʼl romano guerrier de’ suoi allori
termine fea di Cleopatra il seno.
Del Po ch’inonda a i rapidi furori
è più agevole impresa imporre il freno
che moderar d’impetuoso amante
sregolato desire e traboccante.

Canto VII

ultimo agg. 23 Marzo 2015 19:36

ARGOMENTO
Frena Giove nel ciel l’ira di Marte,
va il suo consorte a ritrovar fra i Siri
Ottavia, e Cleopatra adopra ogni arte
perch’ella a i patri lidi il piè ritiri;
ottien l’intento, e quindi in ogni parte
sono a l’armi d’ognun volti i desiri.
In Efeso a raccor la sparsa armata
vassene Antonio, e va con lui l’amata.

Giove ferma Marte che pare intenzionato a riportare Antonio alle armi: lo diffida dall’intervenire, perché la guerra è imminente (1-6,6)

1S’apparecchia nel ciel lo dio guerrero
di perturbar fra tanto i lor diletti,
quando il rettor de lo stellato impero
l’interrompe, e ragiona in questi detti:
«A che più t’inquieti? È mio pensiero
scorger del fato e moderar gli effetti.
A che mia cura usurpi, e ti prepari
di regolar del mondo i dubbi affari?

2Già del Tebro sen va la vilipesa
suora d’Augusto a ritrovar fra i Siri
Antonio, e già da lui di nuovo offesa
a le sponde natie rieder la miri,
quindi è ch’al nuovo foco avvampi accesa
la terra, e che Nettun gema e s’adiri
al peso de le selve e degl’interi
da gli altrui sdegni in lui traslati imperi.

3Ne’ libri del destino in cielo è scritto
il fin di sì gran morti, e in van t’appresti
di traviar ciò ch’è qua su prescritto
da i decreti immutabili celesti.
Non curar tu s’al Lazio o s’a l’Egitto
s’apparecchino eventi o lieti o mesti,
ma soffri omai ch’alternamente in terra
piovan quindi le stelle e pace e guerra.

4Tu spettator del tragico successo
siedi com’ora a te più si conviene,
né sia quegli soccorso o questi oppresso,
che Roma è quinci e quindi in guerra viene».
Così favella, e fiso il guardo in esso
ond’è che di furor lampi baleno
Marte risponde in simil guisa e tuona
col feroce parlar mentre ragiona:

5«Ben volev’io, no ʼl niego, in nuovi modi
turbar le gioie a i duo lascivi amanti,
del laccio feminil troncare i nodi,
e cangiare il lor riso in doglie e in pianti;
avrei ben io l’allettatrici frodi
deluse, onde Canopo è che si vanti
de gli scorni del Tebro, avrei ben tutte
le fallaci del Nilo arti distrutte,

6ma poiché tu de le stellate carte
di contrastar, di penetrar mi vieti
gl’immutabili arcani, in altra parte
volgo i miei sdegni, e cedo a i tuoi decreti».
Così al re de gli dèi disse a l’or Marte,
e serbò ne la mente i suoi divieti.
Ma intanto Emilio in Cleopatra altroveA Cleopatra giunge notizia che Ottavia, moglie di Antonio, sta prendendo la strada per l’Oriente: se ne dispera, ma tace di fronte all’amato (6,7-22,4)
di gelosia procella aspra commove.

7Costui, de gli amor suoi ministro eletto,
a lei sen va con nubiloso ciglio,
e le dice: «E così lieto l’aspetto
riserbi tu nel tuo maggior periglio?
Di Cesare a trovare il tuo diletto
spinge la tua rival novo consiglio,
et essa già da la famosa Atene,
ove stette sin’ora, a noi sen viene.

8E tu dunque attendi or neghittosa
Ottavia? e ti vedrai tu pure inante
a scorno tuo da la romana sposa
abbracciato e baciato il caro amante?
tu soffrirai sprezzata e vergognosa
vincitrice raccorla e trionfante?
tu vivrai dunque ogni tuo ben perduto
del talamo latin scherno e rifiuto?».

9Qui tacque Emilio, e qui lasciò trafitto
d’alto sospetto a Cleopatra il core.
«Verrà in Siria (dicea), verrà in Egitto
così Ottavia a turbar dunque il mio amore?
e fia ch’io serva e che ministri il vitto
a colei che mi fa cibo il dolore?
e fia ch’io stessa incontri e che sopporte
d’applaudere a i miei danni, a la mia morte?».

10Qui tace, e pensa, indi soggiunge: «Or sieno
contro la mia rivale i vezzi miei
armi sicure; io ne l’amato seno
con essi innalzerò nuovi trofei.
L’arti e gl’inganni ancor leciti fieno
perché indietro rivolga il piè costei,
né vuo’ mirar se la ragion sia meco,
ch’a non mirar m’invita Amor ch’è cieco».

11Tace, e perché non fida ogni sua spene
a l’usate lusinghe, a l’or ricorre
a più tenaci e stabili catene,
onde avvinto non puossi un cor disciorre.
Quinci dolente e languida diviene
e di pulire insieme e di comporre
la nativa beltà lascia e trascura,
ma tanto alletta più quanto men cura.

12Gli ornamenti confusi, il manto sciolto
quinci e quindi negletto errante pende,
e deposto il diadema ov’era accolto
giù per gli omeri sparso il crin discende.
De l’usato vigor brillante il volto
non più ride festoso e non risplende;
è mesta sì, ma in guisa tal che vivo
tra le lagrime il riso è più lascivo.

13Ogni cibo l’annoia, odia e disprezza
l’allegrezza e ʼl piacer lieta nel pianto,
ogni pompa, ogni studio, ogni vaghezza
aborre, e ciò ch’adorna il crine o ʼl manto;
ma benché afflitta sia la sua bellezza
non però scema il pregio o perde il vanto,
poich’è bella e gentil sempre egualmente
bella donna o sia lieta o sia dolente.

14Qual da le nubi over dal mare uscendo
vie più vaghe rassembra il dio di Delo
mentre de le fresche acque ei va spargendo
quasi di perle il suo dorato velo,
tal più bella è costei mentre fingendo
del viso or turba or rasserena il cielo,
e del suo pianto infra i sorgenti rivi
spuntano de’ begli occhi i rai più vivi.

15Talor mentre a superba e nobil mensa
con Antonio s’asside, in sé raccolta
non comparte altro cibo e non dispensa
ch’infiammati sospir di volta in volta.
Fa sovente sgorgar la doglia intensa
la pioggia de le lagrime disciolta,
sovente irriga il sol de gli occhi il giro
e fa sorger dal cor tronco il respiro.

16Quindi Antonio le dice: «O mia fedele
qual di strano pensier doglia importuna
l’alte dolcezze mie sparge di fele,
del tuo volto il seren turba et abbruna?
a che sei nel tuo duolo a me crudele,
che spiro co’ tuoi sensi? a che fortuna
quelle del ciel d’amor stelle gioconde
con nube di dolor invid’asconde?

17Dimmi, se vuoi ch’umile e riverente
dal più estremo confin del mondo ignoto
l’Occaso i suoi tesori e l’Oriente
a le bellezze tue consacri in voto,
ciò che ʼl gelato e ciò che ʼl clima ardente
serba in sé ti promette il tuo divoto;
chiedi pur ciò che vuoi, ciò che t’aggrada,
che non può lo mio scettro o la mia spada?».

18Qui tace Antonio, e qui colei gli dice,
congiungendo i singulti a la favella:
«Nulla chieggio, o mia vita, e son felice,
né bramo più quand’io ti viva ancella».
Sospirando qui poi da gli occhi elice,
indi reprime il pianto, et è più bella
mentre da l’arte a le palpebre spinta
è la lagrima in lor nata ed estinta.

19Sguardo che da’ begli occhi uscendo al core
d’incauto spettator giunga furtivo,
bocca che spiri ad ogni detto ardore,
che sparga ad ogni riso un incentivo
ben l’armi sono ond’assalire amore
suol con certa vittoria un cor lascivo,
ma più d’ogn’altro vezzo e d’ogn’incanto
ha forza in noi di bella donna il pianto.

20Soggiunge ei dunque impaziente a l’ora:
«E in qual parte de l’Asia, idolo … » e quivi
la bacia a l’ora et interrompe il “mio”
co’ raddoppiati suoi baci lascivi.
Non accettò l’egizia, e non fuggio
quei baci no, né i lagrimosi rivi
de le luci arrestò, ma i baci insieme
schiva et incontra, e piange e bacia e geme.

21E dal chiuso del sen spinge angosciosa
un ohimè fuggitivo, indi il raffrena,
sì che la voce flebile e dogliosa
da le labbra spuntò furtiva appena.
Non sai dir s’ella vuole o se non osa
o se sdegna scoprir l’interna pena,
così nuovo in amor Proteo costante
cangia a tempo voler, moto e sembiante.

22A quelle voci addolorate e meste
vie più s’affligge Antonio, e in sé raccolto
pensa tra mille cure egre e moleste
ciò che in un punto ogni piacer gli ha tolto.
Tutta zelo e pietà, cinta di vesteAntonio viene messo a parte dei dolori di Cleopatra: manda Delio ad Atene a impedire che Ottavia prosegua il viaggio (22,5-39)
di cinebro colore, umile in volto
la finta Lamia a l’or, sacerdotessa
d’Isi, opportunamente a lui s’appressa.

23Questa, di faccia veneranda e grave,
d’una falsa umiltà spirante è piena,
volge a sua voglia d’ogni cor la chiave
e lo spinge in un tempo e lo raffrena.
Scaltra è ne l’opre, e nel parlar soave
ingannatrice e perfida sirena,
sa compor, sa formar preghi e scongiuri,
sa finger, sa mentir lodi e spergiuri.

24A lui dunque sen vien la donna accorta,
e gli dice: «Signor, forse a te solo
dubbio e ignoto sarà quel ch’oggi apporta
a Cleopatra alta cagion di duolo?
A le piagge d’Egitto il mar già porta
Ottavia, o ch’essa qua già drizza il volo
de l’odiose antenne? Essa già preme
di Cleopatra il trono e in un la speme.

25Non è giusta ragione onde si doglia?
non per degna cagion sono i suoi pianti?
che ʼl premio del suo amor le involi e toglia
Ottavia, e del suo mal lieta si vanti?
che fra le braccia la rival t’accoglia?
che le gioie di lei celebri e canti
musico plettro? e ch’ella stessa ascolti
i biasmi suoi ne l’altrui lode accolti?

26Questo il frutto sarà de la sua fede
che già in Siria la spinse a ritrovarti,
quando non paventò movere il piede
tra l’armi e le minaccie anco de’ Parti?
Venne forse a le stragi et a le prede
fra lontane ad esporsi estranie parti
Ottavia, o pur mirò con lieto ciglio
sin dal Tebro oziosa il tuo periglio?

27E tu pur qui l’attendi? e nel tuo letto
di Cesare la suora accoglier pensi?
l’offesa moglie? e pur non ti è sospetto
il gran fasto d’Ottavio e gli odi intensi?
e credi tu che maritale affetto
a te la spinga, o pure occulti sensi?
che prometter di vero e che di giusto
potrà donna gelosa, emulo ingiusto?

28Da le leggi a colei tu fusti unito
ma te congiunse a Cleopatra amore.
Di qual dunque sarai degno marito
e qual laccio maggior ti strinse il core?
anzi, chi fia di sottoporle ardito
a la legge commun te che signore
sei de le leggi? o chi d’Amor la fiamma
spera evitar se Giove istesso infiamma?

29Vinca sol dunque Amor te sempre invitto,
anzi in virtù d’amor fia tu vincente
di Cleopatra, ella del vasto Egitto
chiara stirpe d’eroi donna possente
gode aver del tuo amore il cor trafitto,
gode al tuo paragon d’esser perdente,
Cleopatra non moglie e non amica
brama sol che tua serva altri la dica».

30Qui tace, e s’alcun vice in valle ombrosa
indurata Borea a’ fiati algenti
ne la calda stagion falda nevosa
liquefarsi del sole a i rai cocenti,
stimi che de la donna insidiosa
s’intenerisse a i lusinghieri accenti
così d’Antonio il sen, cotanto pote
dolce tenor d’adulatrici note.

31Da sì false lusinghe affascinato,
da sì morbidi vezzi intenerito
rimase Antonio, e fu da lui mandato
quinci Delio suo nunzio al greco lito.
Cura fia di costui che sia vietato
di penetrar là dove era il marito
a la suora d’Augusto, e che non lassi
ch’oltra l’attico suol s’avanzi e passi.

32Piacciasi a Cleopatra e ʼl ciel ruine
e sossopra confuso il mondo vada,
a lui non cal di stragi e di rapine,
pur che segua colei l’Asia pur cada.
Ella co ʼl vago suo si parte al fine
et al regno natio prende la strada,
arriva in Alessandria e prigioniero
d’Armenia il re tragge in trionfo altero.

33Quinci di Media ei sen va dov’è fermata
l’amicizia co ʼl re che la richiede,
et è da lor congiunta e confermata
con nodi d’imeneo la reggia fede.
Di nuovo ei poi de la sua donna amata
a la reggia fatal rivolge il piede,
poiché lontano da colei ch’adora
non puote soffrir lunga dimora.

34In tanto i bianchi lini a l’aura scioglie
e scorre di Nettun l’ampia magione
Delio, insin che ʼl Pireo nel sen l’accoglie
ove ad Ottavia infausto nunzio espone
ch’Antonio già l’esercito raccoglie
per rinovar co’ Parti aspra tenzone,
onde poiché trovarlo invan procura
me’ fia che rieda a le latine mura.

35Scolorossi la faccia, il piè tremante
a l’interno dolor quasi cedette,
e tra confuso affetto essa ondeggiante
d’amor, di gelosia muta ristette;
quinci, composto il torbido sembiante
in magnanima guisa il duol premette,
e dimostrò che la virtute appare
vie più che nel goder nel tollerare.

36Proruppe alfine, e fiammeggianti al cielo
quasi uscita di sé gli occhi converse:
«A voi che non corrotti e senza velo
mirate, eterni dèi, l’opre perverse,
se con intatta fé, con puro zelo
questo cor, questa destra unqua v’offerse
o vittime o preghiere, a voi s’aspetta
del mio tradito amor l’alta vendetta.

37Né già chieggo da voi che ʼl mio consorte
da lo sdegno del ciel punito sia,
che d’impero minor fatto e di sorte
soggiaccia a quei ch’or tiene in sua balia,
prima che ciò veder tronchi la morte
il filo infausto de la vita mia,
s’ei mi sprezza è mia colpa, e giusta legge
io stimo il suo voler, che ʼl mio corregge,

38ma chieggo e bramo sol contra colei
che con false lusinghe allettatrici
il sereno oscurò de i giorni miei
ministre di dolor le Furie ultrici,
sì sì, tragga l’iniqua, o giusti dèi,
de la sua vita i dì sempre infelici,
vegga quant’odia il ciel quei che disgiunge
color che in sacro nodo egli congiunge».

39Qui tace Ottavia, e quindi volge al fine
punta d’amor, di gelosia, di sdegno,
verso le patrie sue mura latine,
favorito da i venti il curvo legno.
Salamina e Megara a sé vicine
lascia a la destra, et a sinistra il regno
che di cento cittadi innalza altera
al ciel la fronte, e varca indi Citera.

La notizia della vicenda giunge ad Ottaviano Augusto, che convince il Senato a muovere guerra ad Antonio (40-51)

40Or mentre de l’Ionio ella fendea
il salso flutto de l’alate antenne,
precorse il volo la loquace dea
che vanta mille lumi e mille penne,
e su ʼl Tebro, ove in sé varie volgea
cure del regno, a Cesare pervenne,
e fatto il suo ritorno a lui palese
d’alto sdegno in un punto il cor gli accese.

41Quinci disse rivolto a i senatori
che gli faceano intorno illustre giro:
«Da sì lieve cagion l’opre maggiori
dunque cadere in sì brev’ora io miro?
l’impero che co ʼl sangue e co’ sudori
tanti eroi fabricaro e stabilito
crolla una donna? al nostro lauro invitto
prepon la sua conocchia il vinto Egitto?

42Così dunque portàr gli avoli nostri
con intrepida man l’insegne e l’armi
oltre i gelati, oltre gli accesi chiostri
a gli ultimi Etiopi et a i Biarmi?
Così stancaro i peregrini inchiostri
con le vittorie loro e i bronzi e i marmi
perché gli egizi eunuchi, i servi ignoti
calpestassero poscia i lor nipoti?

43Oggi su ʼl Nilo Antonio or voi mirate
d’una barbara vil drudo impudico
la straniera dorar finta beltate,
i cenni riverir del guardo amico.
Mirate coi là d’Imeneo sprezzate
da lui le leggi e ʼl sacro nodo antico
ch’a la suora d’Augusto in paragone
la mercenaria adultera prepone.

44Udrete sin di qua gli alti lamenti
de l’Asia abbandonata or che l’offese
rinova il Parto e barbari torrenti
d’Armenia ad inondar manda il paese.
Vedrete sin di qua le fiamme ardenti
de le cittati e de le ville accese,
e già del sangue amico a l’onda rossa
su l’Eufrate innalzati argeni d’ossa.

45E pur non ode Antonio e pur non vede
i danni de gli amici e non gli cura,
né ʼl romor de le stragi e de le prede
lo sveglia ancora o la crescente arsura.
A Cleopatra egli commette e crede
de i regni suoi la trascurata cura,
e d’ago in vece del famoso impero
tratta feminea man lo scettro altero.

46E voi, figli di Marte, a cui fu poco
il ridur l’universo in un sol regno,
che fra tanti perigli in ogni loco
d’alto valor lasciaste eterno segno,
d’impudica beltà ludibrio e gioco
soffrirete oziosi il giogo indegno?
fia ch’ubbidisca ad Iside Quirino?
che ceda agli obelischi or l’Aventino?

47O l’armi non più tosto oggi movendo
contro il superbo e ribellante Faro
la tirannia donnesca ivi spegnendo
ergerete trionfo illustre e chiaro?
Andrete voi là dove i dì traendo
fra quei vezzi che ʼl cor gl’incatenaro
vaneggia Antonio, e neghittoso aspetta
de i Romani e del ciel l’aspra vendetta.

48Grande il premio sarà, maggior la lode
de la vittoria, e lieve fia il periglio,
poiché i barbari amplessi Antonio gode
et a l’arti di guerra ha dato esiglio.
Solo de la sua donna intento egli ode
l’empie lusinghe, e sprezza ogni consiglio;
paraninfi d’amor vedrete voi,
non seguaci di Marte i guerrier suoi.

49Non più dunque si tardi, io ne l’impresa
a voi m’offro compagno a la fatica;
opporrà contra voi breve difesa
l’effeminata e vile oste nemica.
Quanto ingiusta fu in noi la loro offesa
a noi fia tanto or la giustizia amica,
e ben giusto sarà che sia colui
che no sa commandar servo d’altrui».

50Così diss’egli; al suo parlar di sdegno
arse il Senato e fulminò la guerra,
et Antonio stimò di scettro indegno
or che d’indegno amor vaneggia et erra.
Lieto Augusto seconda il lor disegno
e la già conceputa ira disserra,
e con l’esca de’ premi e de gli onori
a la guerra futura infiamma i cori.

51De l’Adria e del Tirren foreste alate
volaro ad ingombrare i campi ondosi,
mandano al mar già le provincie armate
de l’Occidente i popoli famosi;
qua tu miri sudar ne la cittate
sovra l’induci i fabbri industriosi,
e de’ figli odi là co’ mesti padri
sospirare al partir l’afflitte madri.

Antonio dà ordine di radunare l’esercito e arringa i capitani (52-63)

52Giunge in tanto in Egitto ove giacea
ne le delizie Antonio ebro e sepolto
il grido ch’a i suoi danni Augusto avea
sotto l’insegne l’Occidente accolto,
che l’esercito immenso a l’assemblea
nel porto di Brundusio era raccolto,
e che ʼl vento opportuno al gran tragitto
ivi attendea per assalir l’Egitto.

53Dal profondo letargo ov’egli oppresso
tra lascivi diletti era pure ora
a l’anunzio fatal riede in se stesso
l’egizio amante, e si discioglie a l’ora.
Scorge il vicin periglio, e manda appresso
da l’onda greca a la più estrema aurora
gli ordini a i duci suoi, ch’immantinente
raccolgan la divisa oste possente.

54Risveglia il sol la bellicosa tromba
ne le cuna del Gange, e in fere voci
a la preda, a la gloria et a la tromba
tragge precipitosi i cor feroci.
Al furor militar l’Asia rimbomba
da l’Ellesponto a le remote foci
de l’ultim’Indo: e d’un sol uom gli sdegni
movon sì vaste moli e tanti regni?

55Né già sol gli abitanti e le cittati
de l’ira marzial provano l’onte,
ma son da lei trascorsi et agitati
d’ogni selva i confini e d’ogni monte.
De’ foltissimi già boschi troncati
mostra il Caocaso a l’or nuda la fronte,
e già d’alberi al Tauro alto e nevoso
impoverito vedi il crin selvoso.

56Or mentre sono a preparare intenti
gli altri bellici ordigni, a sé raccoglie
Antonio i suoi famosi, e in tali accenti
quindi la lingua a favellar discioglie:
«Oh ne’ più dubbi e perigliosi eventi
fidi amici, e ministri a le mie voglie,
in un sol punto di mill’opre aduna
al vostro merto il premio oggi fortuna.

57Di così vasto impero or non contento,
Ottavio arma l’Europa a i danni miei,
et io lieto a ragion quindi argomento
c’hanno in cielo di me cura gli dèi:
io di Marte con lui l’alto cimento
bramato sì ma non sperato avrei,
egli previen ciò che da me si brama,
et i suoi regni a depredar mi chiama.

58Fu decreto del ciel, che ʼl suo favore
congiunge a i voti miei, che fusse ingiusto
con folle ardire Ottavio istigatore
de lo sdegno d’Antonio in lui più giusto.
Ben de’ patti fra noi violatore
già tentò rinovar l’odio vetusto,
pur soffersi, et errai, poiché negletta
spesso viltà la tolleranza è detta.

59Io sol, mentre supino egli del letto
premea le molli piume egro e tremante,
ne i filippici campi offersi il petto
a l’oste congiurata e ribellante;
ma de l’alta vittoria egli l’effetto,
egli sol gode, ei solo è che si vante
de i trofei di Sicilia e pur di Marte,
del rischio io fui, de le fatiche a parte.

60Egli ancor le mie navi, onde fu vinto
il figlio di Pompeo, m’usurpa, e tiene
ei l’impero, onde fu Lepido spinto
da la forza commun, solo ritiene.
Egli regge l’Italia, ei m’ha respinto
esule quasi da le patrie arene
del Nilo ignoto in su le sponde estreme,
mentre sol di Quirino il solio ei preme.

61E non ancor s’appaga? ancor procura
fabbricar nuove insidie, e già l’armata
nel porto di Brandusio a la futura
guerra contra l’Egitto ha radunata?
e fia da noi rinchiusi in queste mura
dunque l’assalitrice oste aspettata?
e da le torri mireremo al fine
del paese gl’incendi e le ruine?

62Ah no, deh non sia ver, ché troppo indegno
sì guardingo timor fora di voi:
muovansi tosto l’armi e sia il disegno
d’Ottavio prevenuto oggi da noi,
sia traslata da noi nel salso regno
l’Africa tributaria e i regni eoi,
e sia il campo che già sparso giacea
in Efeso raccolto a l’assemblea.

63Io là n’andrò, voi mi seguite, e sia
questo braccio a voi guida: egli primiero
a voi de la vittoria a sgombrar fia
ne l’esercito ostil l’aspro sentiero.
Fuor che la fede e la virtù natia
a sì grand’uopo altro da voi non chero:
siate quai fuste e quai vi spero, or questo
da voi si curi e sia mia cura il resto».

Cleopatra, con l’aiuto di Canidio, convince Antonio a portarla con sé in guerra (64-78)

64Così favella Antonio, e si prepara
verso Efeso con gli altri a la partita,
e Cleopatra a la novella amara
fra dolenti pensieri erra smarrita;
teme che la memoria amata e cara
de l’amor suo rimanga alfin sopita
da lunga assenza, e che di lui nel core
spenga incendio novel l’antico ardore.

65Risolve di seguirlo, e pensa i modi
onde possa ottenerlo, et a sé chiama
Canidio a l’or, che tra i più saggi e prodi
duci d’Antonio era maggior di fama.
Costui con le promesse e con le lodi
l’adulatrice alletta a ciò che chiama,
poiché catene inevitabil sono
a l’umano voler la lode e ʼl dono.

66A l’amato guerrier poscia s’invia
l’afflitta donna, et a lui giunta inante
disse: «E così gradita e nota fia
a te, signor, la tua fedele amante?
Io che per te ritroverei la via
nel foco istesso o dentro al mar sonante
ora in men dubbia e perigliosa impresa
quasi femina vil son vilipesa?

67Tu te n’andrai tra l’ire e tra i furori
di Marte in mezzo a l’onde, et io soletta
da mille oppressa il cor dubi e timori
l’esito attendrò dunque negletta?
Ah no, che s’a le gioie et a gli amori
già fui la tua mercé compagna eletta,
è dritto anco che fedelmente amica
t’accompagni al periglio, a la fatica.

68So ben anch’io sprezzar la morte, ho il petto
intrepido ne’ rischi al ferro, al sangue,
né già d’ogni timor, d’ogni sospetto
agitato il mio cor fievole langue.
So mirar de’ nemici il fero aspetto
con la faccia non mesta e non esangue,
e ove il chieda un subito periglio
so la mano adoprar non che il consiglio.

69Testimonio ne sia di Tolomeo,
del mio german l’esercito sconfitto,
la mia destra, il mio senno alto trofeo
ottenne di quel campo un tempo invitto.
Da l’armi d’Etiopia e dal Sabeo
per me difeso il potrà dir l’Egitto,
gran tempo è già che de le trombe al suono
questo cor, queste orecchie avvezze sono.

70Fra i sospetti consigli e vari almeno
avrai, signore, il mio parer sincero,
e regolati i sensi miei non fieno
da senso alcun che non riguardi il vero.
Se non altro io sarò scudo al tuo seno
dal crudo stral de l’inimico arciero,
e prima ch’a te giunga in te diretta
in me si spunterà l’ostil saetta.

71Deh permetti al mio amore, a la mia fede
ch’io seguitar ti possa ove tu vada,
che ʼl tuo cenno mi guidi e ch’al mio piede
il vestigio del tuo segni la strada.
Perch’a me di trattar non si concede
qual già teco lo scettro, oggi la spada?
perché non deggio a sì grand’uopo anch’io
sacrificar me stessa a l’idol mio?».

72Tace, ma nel silenzio anco favella
supplichevole un guardo affettuoso,
e pure Antonio in questa parte o in quella
non volge anco del tutto il cor dubbioso.
Or mentre varia cura il sen flagella
in varia guisa il cavalier pensoso,
sovra giunge Canidio, e con tai note
dal profondo pensiero tosto lo scote:

73«Qual la mente, signor, t’ange e molesta
dubbio importun se la ragion palesa
ch’esser non può se Cleopatra resta
fuor che dannoso a la futura impresa?
Ottavio, ch’a i tuoi danni ogni arte appresta,
forse donna schernita e vilipesa
fia che tentar, che stimolar rifiuti
onde in odio l’amore in lei si muti?

74Forse a lui mancheran promesse e preghi
per renderla nemica a te d’amante?
e chi non sa come si cangi e pieghi
la mente feminil varia e incostante?
Quindi, signor, mentre a costei non nieghi
di seguirti mai sempre, avrai davante
certo mallevador, sicuro pegno
de la sua fede insieme e del suo regno.

75S’ella teco verrà, seco l’Egitto,
de l’esercito tuo non poca parte,
sotto l’insegne volontario scritto
trarrà più numeroso al novo Marte.
Vedrai che pronto e copioso il vitto
i popoli verranno ad arrecarte
del regno suo da la feconda terra
ove la donna lor ti siegua in guerra».

76Tacque, e colui, che sino a l’ora in forse
sospesa avea l’irresoluta mente,
a i preghi che per lei Canidio porse
già l’impero del cor cede repente.
Baciò poi Cleopatra, onde trascorse
da questo labbro a quel l’alma languente,
indi le disse: «E che negar poss’io
al tuo voler, mia vita e mio desio?».

77Né sì bella giamai spunta l’aurora
dopo l’orror di fosca notte in cielo
e con l’eburnea mano i prati infiora
e somministra a i fior cibo di gelo,
né sì vaga giamai l’iri colora
de l’altera Giunon l’umido velo
e ricchi fregi e verdi e porporini
di smeraldi gl’intesse e di rubini

78come a l’ora a colei, che scaccia e frena
da la fronte e ne gli occhi il pianto e l’ombra,
al favellar d’Antonio e rasserena
l’atra nube di duol che ʼl cor le adombra.
Quindi, lasciata la nativa arena
con l’amato guerrier le navi ingombra,
e spirando al viaggio aure seconde
drizzan le prore in vèr l’efesie sponde.

Canto VIII

ultimo agg. 25 Marzo 2015 10:57

ARGOMENTO
Veggono in mostra ne l’efesia riva
Antonio e Cleopatra il campo armato,
che s’imbarca, e ʼl mar solca e in Azio arriva,
ove il tempio ad Apollo è consacrato.
Quale evento a i gran moti il ciel prescriva
da regio sacerdote è nunziato
quivi al duce latin, cui frenar l’ire
consiglia il vecchio e la tenzon fuggire.

Antonio con il suo esercito giunge ad Efeso, e assiste alla rassegna (1-38)

1Giunti a l’efesio lito i regi amanti
reiteraro a i capitan gl’imperi,
onde d’Asia e di Libia a lor davanti
raccolgano in un campo i vasti imperi.
Quanti bevon l’Oronte e ʼl Nilo e quanti
l’Eufrate e ʼl Tigre e gl’Indiani e i Neri,
o soggetti od amici in loro aiuto
somministrano genti, armi e tributo.

2D’Efeso intorno a le superbe mura
ergon le tende l’adunate schiere,
coprono la montagna e la pianura
le turbe innumerabili guerrere.
De l’or, del ferro a i lampi il sol s’oscura,
scorgi a l’aura scherzar mille bandiere,
mille varie di lingua e differenti
d’abito e di color confuse genti.

3Già l’esercito immenso è radunato
a la fatal rassegna; ordin’a l’ora
Antonio ch’ei si mostri in campo armato
quand’i campi del cielo il sole indora.
Giace opportuno e spazioso prato
d’Efeso a fronte, e volto in vèr l’aurora
quivi al romano et a l’egizia inanti
schierati han da passar cavalli e fanti.

4Ed ecco alfin da l’indiche contrade
co ʼl sen colmo di rose e di viole
seminar di fioretti e di rugiade
l’aurora i campi e far la scorta al sole.
Già la stella d’amor languida cade
e sen fugge la dea ch’Efeso cole,
e già spargon di Febo i corridori
da le infiammate nari aurei splendori.

5Giunta è l’ora prefissa, odesi intanto
e l’arenoso lido e l’ampie valli
risonare al temuto orribil canto
de’ timpani, de i corni e de i metalli.
Sol fremiti e nitriti in ogni canto
s’odon de’ cavalieri e de’ cavalli,
sol vedi aste e bandiere e sol tu vedi
di guerrier, di destrier pomposi arredi.

6Sorge trono sublime in mezzo al prato
da cui s’ergea per cento gradi e cento,
che tessuto fra i Siri ombrello aurato
avea sopra, diviso a fior d’argento;
quasi stelle le gemme in ogni lato
fanno al serico ciel vago ornamento,
copre il solio maggior, ch’è tutto d’oro
pur di porpora e d’or ricco lavoro.

7Su la seggia real siedono insieme
gli amanti, e miran quindi ad una ad una
quante per lor da le riviere estreme
squadre il merigge e l’Oriente aduna.
Musa, quai dura legge e quai la speme
o di preda o d’onore a la fortuna
di Marte a l’or traesse o schiere o duci
or tu ne la memoria a me riduci.

8Prima Bocco l’astuto in guerra mena
quei che vivon là dove al vecchio Atlante,
ch’a sostener le stelle erge la schiera,
bagna il libico mar l’antiche piante;
quanti premon l’adusta e trita arena
Nasamone o Numida o Garamante
da le selve getule ubbidienti
vengon raccolte in un drapel le genti.

9Non ha il campo d’Antonio uomo che vaglia
quanto costui ne l’arti e ne le frodi,
e che sappia trovar ne la battaglia
più vantaggiosi e più sicuri modi.
Altri di forze e di valor prevaglia,
ne l’insidie ha costui le prime lodi:
sa che più giova, e che è d’onor più degno
che ʼl vigor de la man quel de l’ingegno.

10Tolto a i Numidi in su la spiaggia aprica
barbaro corridor sì lieve al corso
che non frange co ʼl piè l’arida spica
frena il rege african con aureo morso.
Gli arma in vece di piastra e di lorica
la pelle d’un leone il petto e ʼl dorso,
porta per elmo di un dragon la testa,
chi serve per cimier l’orrida cresta.

11Segue dopo costui Tarcodoonte,
re de’ Cilici, e con l’orribil faccia,
ove par che Medusa e Flegetonte
traslato abbian l’albergo, il ciel minaccia.
Tal giamai non alzò l’altera fronte
quei che l’armi trattò con cento braccia,
e tal giamai non vide Etna fumante
i folgori sfidar l’empio gigante.

12Stan del Tauro selvoso a le radici
ov’ei carca di giel la fronte innalza
del suo drapel le genti abitatrici
di quell’alpestre e ruinosa balza,
turba che suol sprezzar non che i nemici
la morte istessa, ancorché ignuda e scalza,
e che solo a la destra, a le saette
la speme sua, la sua ragion commette.

13Porta l’armi vermiglie e di serpenti
d’oro tutte consparse il re gagliardo,
e punge un corridore onde de’ venti
in paragon del corso il volo è tardo.
Così fa di sé mostra e par ch’avventi
fulmini di furor dal torvo sguardo,
trema il suol dov’ei passa, e con la vasta
fronte qual scoglio a l’onde altrui sovrasta.

14L’empio Archelao dopo costui sen viene,
uom che legge non cura e dei non crede,
e su l’Eusin ʼvi Capadocia tiene
il regio scettro e la potente sede.
Prive del proprio re le schiere armene
sotto l’insegne sue muovono il piede,
e lascian per seguirlo inabitate
le campagne ch’irriga il grand’Eufrate.

15Arma l’empio di tigre in riva l’onde
del caspio sen nudrita ispida pelle,
candida sì ma che ʼl candor confonde
di negre non sai di se macchie o stelle.
Tolto del mare a le famose sponde
a cui nome già diè la timid’Elle
baio preme un destrier, che ʼl fianco e ʼl dorso
mostra asciutto di carne e lieve al corso.

16Ecco poi Filadelfo effeminato,
tra le delizie solo e tra gli amori
agli ozi di Ciprigna avvezzo e nato,
non di Marte a i perigli et a i sudori.
Gli fiammeggia diadema aureo e gemmato
su la chioma, che spira arabi odori,
e ʼl brando che ritorto al fianco pende
d’adamanti, di smalto e d’or risplende.

17Sprona un destrier che inghirlandato e pieno
ha di nastri e di fiori a mille a mille
il lungo crine, e c’ha dorato il freno,
copron le ricche barde e fregi e squille;
egli reggea quei che lasciate avieno
di Paflagonia le remote ville,
che finitime al Ponto et al Bitino
son bagnate da l’Ali e da l’Eusino.

18De l’arti ignote studioso e vago,
non lunghi da costor vien Mitridate,
e guida a l’assemblea, guerriero e mago,
de’ Comageni le falangi armate.
Sciocco ingegno mortal, come presago
osi d’entrar ne la futura etate
se veder, se fuggir non puoi sovente
il periglio vicino, anzi presente?

19Nubilosa la fronte, ha il crine incolto,
rabbuffata la barba al petto scende,
di tartareo venen livido è il volto
e di fiamma infernale il guardo splende.
Preme un destrier cui superar di molto
non può l’occhio s’al corso il piè distende,
vario il pel, corto il crine, acceso il guardo,
una giumenta il generò d’un pardo.

20Tragge poscia in battaglia Alarco il Trace,
gente da la Bistonia, alta pallude,
che fra ʼl Rodope e l’Emo e ʼl mar si giace,
che quinci Europa et Asia indi racchiude.
Ne la fredda de l’Ebro onda rapace
attuffa il genitor le membra ignude
del pargoletto figlio, et a l’incarco
de gli strali l’avvezza e a curvar l’arco.

21Di sonora faretra il fier drapello
ingombra il tergo, e curva spada cinge,
e tolto a i paschi argivi asciutto e snello
il re feroce un corridor sospinge.
Di lui men ratto a fuggitivo augello
pellegrino falcon s’avventa e stringe,
e va sì lieve che la polve istessa
da l’orme sue né pur rimane impressa.

22Quei che di Ponto e de la Frigia a i lidi
già per Troia superba abbandonaro,
e quei de la Bitinia e i Cari e i lidi
conduce in un drapello Argeo l’avaro,
non perché in lui senno o valor s’annidi
o le glorie de gli avi rendan chiaro,
ma ricco d’oro al par d’ogni altro duce
di titoli costui gonfio riluce.

23Folta selva di piume in su ʼl cimiero
purpurea ondeggia, et è purpureo ancora
l’ammanto onde s’adorna il cavaliero
cui solo de’ tesori il pregio onora.
Di patria sorian preme un destriero
che co ʼl rapido piè la via divora,
tal costui passa, e quinci altri comprende
ch’a i sommi onor su scala d’or s’ascende.

24De l’Arabia Petrea, de la Felice
conduce Albumazar gli abitatori,
dove il rogo e la cuna ha la Fenice
tra moli incensi e preziosi odori,
et ha con lui de l’indica pendice
quei che miran del giorno i primi albori,
e i superbi nitriti odon sovente
de i destrieri del Sole in Oriente.

25Ne l’età giovanil le squadre erranti
de gli Arabi ladron questi seguia,
e da i boschi vicini i viandanti
era il primiero ad infestar la via,
ma de l’infame ardir chiari i suoi vanti
si spargeano in tal guisa, e tal s’udia
dal re d’Arabia il suon delle sue imprese
che ʼl volle in corte et obliò l’offese.

26In soccorso d’Antonio indi l’impero
de l’arabiche squadre a lui concede,
ei su destrier leardo in suono altero
i suoi infiamma a le future prede:
così di masnadier fatto guerrero,
anzi in un punto capitan si vede,
et or sen vien in guerra e mercar brama
con lodato valor più degna fama.

27La gente che lasciò de la Giudea
le piagge, ove trascorre il bel Giordano
il giovanetto Eleazar traea
d’Erode in vece al principe romano.
Di grazia e di beltà ne l’assemblea
chi pareggi costui tu cerchi in vano,
né se ʼl miri sai dir se più mortali
de l’occhio o de la man siano gli strali.

28Paggio del grand’Erode e favorito
fu da la prima sua tenera etate,
cresciuto poi fu più dal re gradito
l’animo bel ne la natia beltate;
quindi il garzone feroce e troppo ardito
volle in guerra condor le schiere armate,
avido d’ottener con doppia gloria
e de i corpi e de l’alme egual vittoria.

29Sparso di gemme e del color del cielo
l’orna serico manto, e ʼl bel crin d’oro
gli copre in parte in mille piaghe un velo,
torto con ricco e splendido lavoro.
Un ubin che qual neve ha bianco il pelo
cui pur dianzi versò gelido Coro
cavalca, e la faretra al tergo cinge,
la spada al fianco, e una zagaglia stringe.

30Segue Demetrio, che lo stuol feroce
di Licaonia e di Galizia mena,
a cui quindi confina il Capadoce
e fa quinci del Tauro ombra la schiena.
Grato il rende al suo re musica voce,
ond’a i boschi dà moto e i venti affrena:
meglio per lui se de l’onor del canto
pago, non aspirava a maggior vanto.

31Porta bruno il cimier, brune le spoglie
com’ha dolente il core e mesto il volto,
poiché ancor piange de l’estinta moglie
nel duro caso ogni suo ben sepolto.
Un destriero di Persia al corso scioglie
ond’a gli Euri volanti il pregio è tolto,
ha di dardo mortal la destra armata
e gli pende a l’arcion mazza ferrata.

32A la rassegna appo costor s’offerse
lo stuol di Media, ove il gran mare Ircano
la terra inghiotte, e de le genti perse
lo seguiva il drapel poco lontano.
L’ambizioso e tumido Artaserse
de l’una e l’altra schiera è capitano,
già scherzò tra gli amori, et or l’invita
dolce desio di gloria e dura vita.

33Merto ei non ha ch’al militare onore
l’innalzi, fuor ch’Aspasia a lui sorella,
Aspasia che del re l’acceso core
tiranneggia a sua voglia, Aspasia bella.
Dono real, spronava un corridore
baio che in fronte avea candida stella,
cui partorì di generoso padre
su al riva del Gange indica madre.

34Quindi, squallido in volto, in mostra viene
il falso Anafrodisio, e lo circonda
il popol che d’Egitto e di Cirene
nutre paese ove il gran fiume inonda.
Ebbe costui de l’arida Siene
plebeo natale in su l’aprica sponda,
et ancor fanciullo il trasse in corte
dal paterno tugurio amica sorte.

35Quivi al tempo adattossi, e lusinghiero
Cleopatra adulò sì che del regno
ottenne i primi onori, e con severo
sembiante ricoprì servile ingegno.
Un veloce unicorno ha per destriero,
di sì vil peso portatore indegno;
gli arma da l’ira ostil barbaro usbergo
d’un coccodrillo il cuoio il petto e ʼl tergo.

36Carco d’anni e di glorie a l’assemblea
Canidio i suoi Romani alfin conduce,
e nel campo trovar non si potea
gente più scelta o più famoso duce.
D’arnese adamantin cinto, parea
folgoreggiar d’una terribil luce
il fero stuol, che vanta e non è ch’erre
le sue vittorie eguali a le sue guerre.

37S’avvezzàr di costoro al caldo, al gelo
le giovanette membra, et a soffrire
de l’inimico ingiurioso cielo
con intrepido cor gli oltraggi e l’ire,
s’imbiancò fra l’armi il biondo pelo,
crebbe in lor con l’etate anco l’ardire,
né la faccia mostràr punto diversa
ne l’amica fortuna o ne l’avversa.

38De le partenopee feconde stalle
superbia e fiore, indomito destriero
c’ha nerboruto il petto et ampie spalle,
raro crin, piè balzan regge il guerriero;
d’una de le più rapide cavalle
che calpestin le sponde al fiume Ibero
ma di partenopeo padre già nacque
questi del bel Sebeto in riva a l’acque.

La poderosa armata compie la sua navigazione da Efeso ad Azio (39-45)

39Qui finì la rassegna, e qui la cura
de le genti terrestri a l’or fu data
a Canidio, e per lui deve sicura
del necessario vitto esser l’armata.
Stetter così finché risorse oscura
dal cimmerio confin la notte alata,
onde ognun riposossi e fu ʼl viaggio
differito del sole al nuovo raggio.

40Si diradano l’ombre e giunge l’ora
ch’a sé chiama Nettun l’oste possente;
la notte non avea ceduto ancora
libero in tutto il cielo al dì nascente
quando svegliò la sonnacchiosa aurora
de i bellici oricalchi il suon repente,
e rimbombar s’udiro e gli antri e i lidi
de l’ondoso ocean di mille gridi.

41Spiran dal lito intanto aure seconde,
suonano su ʼl partir vari instrumenti,
fuggono il porto e le vicine sponde,
restan di qua, di là mesti i parenti,
ingravidan le vele e gemon l’onde
de i legni al peso e de l’armate genti,
e provocate de l’occulto sdegno
spumeggianti e frementi altrui dan segno.

42Sotto i bosci di Grecia il salso flutto
vide un tempo così strider Micene,
onde l’alto Ilion cadde distrutto
e fumàr di Sigeo l’acque e l’arene,
o tal mirò de l’Asia in mar ridutto
il vastissimo impero un tempo Atene
dal tiranno crudel, la cui ruina
fe’ la riva immortal di Salamina.

43Resta adietro l’Egeo, varca e trapassa
le numerosi Cicladi vaganti
la poderosa armata, e a destra lassa
del magarico sen l’onde sonanti;
a sinistra riman Creta più bassa,
vede scorrer in mar l’Eurota innanti,
gira il Peloponneso, e de l’Alfeo
la favolosa foce e del Peneo.

44Le Strofadi a mancina e di Iacinto
la riva scopre, e in vèr la destra mira
gli scogli di Naupato e di Corinto
l’onda che in breve sen chiusa s’adira;
se n’entra poi dove d’Ambracia è cinto
il mar da gli Arcanani, e qui rimira
su picciol colle e con un bosco a tergo
d’Azio eretto ad Apollo il sacro albergo.

45Raccoglie ivi le vele, e ferma attende
del nemico navilio altre novelle
l’armata, cui tranquillo il sen difende
da l’improvise e torbide procelle.
Da l’acqua infastidito altri discende
su le piagge vicine amene e belle,
altri de l’armi, altri del vitto ha cura,
di risarcir le navi altri procura.

Antonio chiede un responso all’oracolo di Apollo: è negativo, gli è consigliato di abbandonare l’impresa (46-63)

46Mentre il tempo concede, Antonio intanto
di venerar del tempio i sacri altari
fra sé risolve, e parte, e solo a canto
Cleopatra conduce e i suoi più cari.
Quanto un dardo la man avventa o quanto
lo stral vola da l’arco i limitari
s’innalzano del tempio al mar vicini
ove stanno raccolti i curvi pini.

47Scorgono quivi a la gran figlia inante
uom che in candida veste il crine avvolto
ha di bende simili e scintillante
mostra d’alto vigore il crespo volto.
A la coppia real poco distante
con soave parlar questi rivolto
«Venite,» disse «o già gran tempo a noi
destinati dal ciel famosi eroi».

48Tacque, e seco nel tempio entràr coloro,
e l’imago d’Apollo ivi adoraro,
e su l’altar di ricche gemme e d’oro
preziosi olocausti al dio sacraro.
Poiché i voti compiti e i preghi foro
onde il celeste aiuto essi invocaro,
gl’invita il veglio, e lor facendo scorta
del solitario albergo apre la porta.

49Indi gli guida ove di placid’onde
innaffia un orticel rivo d’argento,
et ove dolcemente i fior, le fronde
sol co’ baci talor lambisce il vento.
S’accoglie in picciol lago e si diffonde
l’acqua. limpida sì che ʼl pavimento
di colorite pietre e in lei guizzanti
scopre i pesci distinti a i riguardanti.

50Di fruttifere piante e di viole
la terra molle è seminata intorno,
e qui più chiaro e più lucente il sole
fa il ciel più vago e più sereno il giorno.
Sorgon siepi di rose ove far suole
l’aura scherzando armonico soggiorno,
cantan gli augei tra i rami e ad ora ad ora
al lor canto risponde e l’onda e l’òra.

51S’innalza al ciel di pampinose viti
piegate in arco un padiglion frondoso,
e verdi seggi d’ellera guerniti
circondano d’intorno il loco ombroso.
Del sacerdote a i rinovati inviti
qui l’egizia e ʼl latin prendon riposo;
dopo breve silenzio indi s’affisa
nel vecchio Anonio, e parla in simil guisa:

52«Tu, che sacro a gli dèi traggi rinchiuso
in questo ameno albergo i dì quieti,
e ʼl futuro penetri et hai per uso
del destino svelar gli alti secreti,
deh t’innoltra a i miei preghi entro ʼl più chiuso
de i sommo inviolabili decreti,
e dimmi quale avverso o qual felice
evento a le nostr’armi il ciel predice».

53Tace, e l’altro risponde: «In van presume
baldanzoso et in sé troppo securo
spiegare umano ingegno audaci piume
de gli annali celesti entro il futuro,
solo a noi può scoprire il divin lume
quel che giace ne’ fati incerto e scuro;
dunque ciò ch’avverrà ch’io ti riveli
non è nostra virtù, ma don de i cieli.

54Febo, signor che la mia lingua inspira,
per me t’annunzia lagrimosi eventi,
poiché infausta del ciel minaccia l’ira
la maritima pugna a le tue genti.
Tu cedi al fato avverso e ti ritira
moderando del cor gl’impeti ardenti,
che in van popoli e regni altri corregge
mentre a i propri desir non sa dar legge.

55Anch’io provai quanto lusinga e piace
il titolo reale e come il petto
gonfi d’insidiosa aura fallace
con finte larve ambizioso affetto:
fui re d’Arabia, e alfin d’onor fugace,
visto come sia van breve diletto,
lasciai l’antica reggia e in questi chiostri
cambiai con rozze spoglie i bissi e gli ostri.

56Dolce è, dirai, con riverente omaggio
veder turbe divote a piè del trono
idolatrar di tue grandezze il raggio
e i più cari tessori offrirti in dono,
ma il ver rimembra, e scorgerai più saggio
che di livido tosco asperse sono
quelle dolcezze, e che ne l’urna estrema
son coperti del par sacco e diadema.

57Fra straniere delizie i propri mali
nutra superbo re, corra il Coaspe
a le splendide sue mense reali,
gli ministri i tesori il servo Idaspe,
vengan gli aurei broccati orientali
tributari per lui da l’onde caspe,
diluvi a i piedi suoi nembi di gemme
l’indica Teti o l’eritree maremme,

58che pro se in un momento il vecchio alato
i suoi piacer invola, e ʼl regio fasto
da l’angustie d’un’urna è terminato
che stringe in breve giro animo vasto?
Sono a i vermi del corpo effeminato
le tiranniche membra orrido pasto,
e l’antiche grandezze alfin riserra
dura legge fatale in poca terra.

59Invida la fortuna et incostante
ne le cose minor meno s’adira,
sol di regie ruine è che si vante
e i sommi imperi ambiziosa aggira.
Sorgon primieri il Caucaso e l’Atlante
de’ folgori di Giove esposti a l’ira,
l’alte quercie, non gli umili virgulti
del superbo Aquilon provan gl’insulti.

60Lunge di scettro e d’or torbida cura
qui l’eterna beltà contemplo ognora,
e vagheggio nel ciel lucida e pura
l’argentea luna e la dorata aurora,
più che i finti saluti in ricche mura
godo tra l’erbe il ventilar de l’ora,
e da gravi pensier non interrotti
traggo placidi sonni in liete notti.

61Odo ben qui di limpidi ruscelli
il dolce mormorio tra verdi sponde,
e tra i rami garrir canori augelli
e con l’aurette susurrar le fronde,
ma non d’uomini già maligni e felli
il mormorar ch’invido cor diffonde,
né i susurri noiosi e l’ire amare
di pertinaci insidiose gare.

62È mio primo diletto a l’erbe, a i fiori
con l’urna dispensar freschi alimenti
e la rosa amirar che spunta fuori
a riverir del sole i rai nascenti.
Miro quasi trofeo de’ miei sudori
le nudrite da me piante crescenti,
e da la nostra man tessute e fatte
le fiorite vagheggio ombrose fratte.

63Qui conchiudo; d’amor, d’onor, di regni
spegner l’accese voglie omai ti piaccia,
né provocar del cielo i gravi sdegni
che sinistri accidenti a te minaccia.
Non sempre risguardar gli altrui disegni
suol la fortuna con amica faccia,
et a chi più salisce è più vicina
di mortal precipizio alta ruina».

Canto IX

ultimo agg. 25 Marzo 2015 11:04

ARGOMENTO
Giungon l’armate a fronte e a la tenzone
escono quinci e quindi apparecchiate.
Iside a sciorre i venti Eolo dispone,
onde l’acque del mar siano agitate;
cedono a l’ire d’Austro e d’Aquilone
e nei porti vicini entran l’armate.
I venti scaccia e de gli estensi egregi
Proteo sorto da l’onde annunzia i pregi.

L’armata di Ottaviano giunge a un giorno di distanza da Azio, Antonio teme per le sorti della battaglia e pensa di portare la guerra a terra (1-6,4)

1Così il veglio ragiona, e a le parole
altamente d’entrambi il cor sospende,
e perché già con l’aureo carro il sole
a l’atlantico mar rapido scende,
rientrata nel tempio il nume cole
e dal saggio indovin congedo prende
la coppia, e co’ seguaci indi ritorna
ove ne l’azio sen l’oste soggiorna.

2Cesare intanto radunate avea
le squadre d’Occidente ove l’armata
di Taranto nel mar sparsa attendea
l’ora ch’a l’alta impresa è destinata.
Quinci, perché d’Antonio inteso avea
che l’oste ne la Grecia era assembrata,
scioglie i lini al soffiar d’aure soavi
onde i cerulei campi aran le navi.

3Passa gli Acrocerauni, indi Corcira,
e vede gli Arcanani al mar vicini,
e calpestato già freme e s’adira
l’Ionio al peso de’ guerrieri pini.
Pindo a sinistra e di Tessaglia mira
poco lontani i fertili confini,
e vede, armati il crin di duro gelo,
Pelio et Ossa cozzar quasi co ʼl cielo.

4Lascia adietro Ericusa, e poi la foce
onde il torvo Acheronte a l’oceano
dal palasgio terren corre veloce;
resta Giacinto in vèr la destra mano,
indi s’avanza, e con festiva voce
l’azio sen, che vedea poco lontano,
saluta, e scopre de’ nemici legni
benché indistinte ancor l’antenne e i segni.

5Di Cesare l’armata intanto vede
Antonio, e de le navi e de le genti
e la virtute e ʼl numero richiede,
e spia le forze loro e gli andamenti,
e da nunzio secreto ode e prevede
che de l’alba novella a i rai nascenti
fia la nemica poderosa armata
per sfidarlo a la pugna apparecchiata.

6Quindi l’irresoluto egizio amante
rimembra ciò che ʼl veglio avea predetto,
e gli par ch’un orror non mai più innante
conosciuto da lui gl’ingombri il petto.
La donna in tanto, a cui nel sen tremanteCleopatra soffre ancora di gelosia, chiede ad Antonio di non rifuggire la pugna navale: Antonio, impietosito, accetta (6,5-28,4)
tiranneggiava il cor timido affetto,
sollecita s’aggira, e in sé raccolta
molto osserva, assai chiede e tutto ascolta.

7Et ecco alfin novella acerba e dura
il cor pungendo a le sue orecchie arriva,
e scopre a lei che ʼl suo fedel procura
fuor de le navi esporla in su la riva,
poiché ardente d’amor gelosa cura
in lui tema eccitando intempestiva,
persuaso gli avea su ʼl vicin lido
di ricondurla a più sicuro nido.

8Ode ancor ch’a fuggire altri il conforta
la battaglia naval poco opportuna,
e che in prova miglior tentar l’esorta
con terrestre tenzon la sua fortuna.
Dogliosa nuova tal la donna accorta
ogni studio ripensa, ogni arte aduna,
per far ch’a sua richiesta il cavaliero
com’ella più desia cangi pensiero.

9Si copre a l’or di pietosa veste
cui d’un bel rancio aureo colore indora
in quella guisa ch’al balcon celeste
con la fronte di minio esce l’aurora,
da menfitica man le fila inteste
ago d’Assiria industrioso infiora
di superbi ricami, e in bei lavori
versa prodigo in lor le gemme e gli ori.

10Diviso è il ricco manto ove ricopre
il braccio a lunghi fregi, e a l’occhio altrui
offre il candido lin che i membri copre
ond’è tolta in candor la palma a lui.
Cinto di sottil velo il sen discopre
con insolita pompa i pregi sui,
e sotto il velo trasparente e lieve
miransi biancheggiar colli di neve.

11Stringe in parte la chioma, e mulo al manto,
serico nastro e d’aurei fregi adorno,
che le treccie dorate ergendo alquanto
quasi corona a lor s’avvolge intorno.
Pendon parte in anella in ogni canto
i capelli ond’ha l’ambra invidia e scorno,
e gli ha di varie piume e fior diversi
la bella man vezzosamente aspersi.

12Ricche perle eritree doppio monile
fanno a la bianca e delicata gola,
onde in paraggio l’alabastro è vile
ch’a le perle medesme il pregio invola.
Ride ne le sue guancie un lieto aprile,
ogni moto innamora, ogni parola,
ruotansi lascivetti in vaghi giri
de’ suoi begli occhi i tremoli zaffiri.

13Tal se n’andò dove sospeso a l’ora
i dubbi affari Antonio in sé volgea,
e in volto languidetta a chi l’adora
con soave parlar quindi dicea:
«Scusami tu s’a te importuna ancora
mi spinge a favellar fortuna rea,
e tu che ʼl tutto intendi e ʼl tutto reggi
del mio parer ciò che ti pare eleggi.

14A la battaglia Ottavio in mar ti chiama,
e non puoi tu senza che resti offesa
del tuo valor la gloriosa fama
schivar l’invito e differir l’impresa,
né lice a te, se pur da te si brama,
il modo rifiutar de la contesa,
or ch’a fronte d’Ottavio hai tu già tutto
il tuo potente impero in mar ridutto.

15Se la tenzon prolunghi affermi insieme
al marittimo agon d’esser men forte,
e de’ popoli sai quanto a la speme
de l’impero del mar la gloria importe.
Mezzo non lascia infra le cose estreme
o di buono o di reo l’ultima sorte,
e vano è il differir se del furore
sia ne l’impresa il dimorar peggiore.

16Siamo in luogo, signor, dove a i nemici
ponno sumministrar le genti e ʼl vitto
d’Italia agevolmente i lidi amici,
cui disgiunge di qua breve tragitto,
ma per noi l’asiatiche pendici
e le spiagge africane e de l’Egitto
troppo lunge le fertili contrade
ragunano soldati e mieton biade.

17Ch’io poi da te, da te mio cor partita
deggia mirar da lunge il tuo periglio
ciò fora a me, c’ho solo in te la vita,
dispietata pietà, crudo consiglio.
Sarà lieve il dolor d’ogni ferita
in paragon di così duro esiglio,
et ove t’allontani a gli occhi miei
una morte in fugir mille n’avrei.

18Soffri, signor, che qual già dianzi io fui
teco a parte sia ancor de la tua sorte,
che teco goda de’ trionfi tui,
ch’io sia ne la vittoria a te consorte,
o se, tolgalo il ciel, perderem nui
che qual in vita io t’accompagni in morte,
e che l’anima mia nel punto istesso
ne’ tuoi labri spirar mi sia permesso.

19Forse potrà dentro il mio petto ignudo
spuntarsi il ferro ostil pria che ʼl tuo fieda,
onde del sangue mio barbaro e crudo
sazio non fia che bere il tuo richieda.
Oh felice destin se d’esser scudo
a la tua vita il cielo a me conceda
se ʼl sangue per te sparso ottenga a noi
una lagrima sol da gli occhi tuoi».

20Tace, e di pianto innessicabil vena
versa da’ lumi e co ʼl guerrier s’abbraccia,
che i sensi rintuzzando il pianto appena
reprime, e la raccoglie entro le braccia;
indi risponde: «Ah cessa, e rasserena,
solo mio sol, l’addolorata faccia,
che pendendo da lei la vita mia
mesto io vivrò s’ella turbata fia.

21Non è viltà se cauto io non commetto
la mia sorte, il mio campo a gli Euri, a l’onde,
e s’adopro la destra e s’offro il petto
colà dove il valor non si nasconde.
Ivi l’onor de la vittoria aspetto
da la propria virtute e non altronde,
là pugnerò dove non ha fortuna
co ʼl suo indegno favor possanza alcuna.

22Tu n’anderai fra tanto ove sicura
da l’ingiurie nemiche esser ti miri,
poiché di salvar te mia prima cura
in cui tutti ho riposti i miei desiri.
Tu me in te stessa conservar procura
poich’io solo respiro ove tu spiri,
e in periglio simil deh non ti caglia
che ʼl mio consiglio al tuo desio prevaglia».

23Qui tacque, e scolorando essa le rose
dal nativo color fatta diversa,
in cotal guisa al cavalier rispose,
d’un leggiadro pallor nel volto aspersa:
«Dunque dopo sì lunghe e faticose
prove d’amica sorte e di perversa
non credi ch’addolcir potessi il fato
spirando nel tuo sen l’ultimo fiato?

24Per me saranno avventurose e grate
le mortali ferite ove benigno
tu mi raccolga in fra le braccia amate
il tiepido a versar spirto sanguigno.
Ma sì strane sciagure e dispietate
non averrà che piova il ciel maligno
su i nostri capi, e vuo’ ch’amici e lieti
ci crediam de gli dèi gli alti decreti.

25Nel mar da noi si pugni, e l’onda sia
d’Ambracia ampio teatro al tuo valore,
speriam felici eventi e la natia
virtù c’infiammi il generoso core.
Tu godi pur, ch’ove fortuna ria
si mostri a noi, non otterrà l’onore
alcun però de la tua donna, ch’essa
lieta trionferà sol di se stessa».

26Così diss’ella, e lagrimosa in volto
con affetto pietoso un guardo scocca,
onde il cor del roman, che ne fu colto
d’amorosa dolcezza ebro trabocca.
Come da i ceppi di cristallo sciolto
sen fugge il rio se tepid’aura il tocca,
così al dolce parlar sente il guerriero
il proposto svanir sensi primiero.

27Il pianto asciuga, e consolar procura
l’innamorata donna, e dice a lei:
«Si pugni ove a te piace e sia tua cura
regolar co ʼl tuo cenno i miei trofei.
Tosto ch’a discaziar la notte oscura
sorga il novello sol da i Nabatei
tu de la tua bellezza, io d’armi adorno
sorgeremo a la pugna a par del giorno».

28A l’amata reina, anzi al destino
che seco il tragge in cotal guisa a l’ora,
vinto s’arrende il cavalier latino
ché ripugnare al fato inutil fora.
Così stettero insin che ʼl mattutinoAll’alba le due flotte si fronteggiano, ma Iside, intuendo dai segni la disfatta degli Egiziani, si reca da Eolo e chiede che scateni una tempesta (28,5-47)
splendor del Gange annunziò l’aurora,
e che lasciate le gelose piume
mille lumi ristrinse in un sol lume.

29Vedesi a l’or che la nemica armata
co ʼl primo albor dal vicin porto uscita
già s’era a la battaglia apparecchiata
in ordine disposta e compartita.
Quinci d’Antonio in mar l’oste schierata,
l’Orto e l’Occaso a la tenzon invita,
e tuonano per l’aria in feri carmi
le sollecite trombe a l’armi, a l’armi.

30Già le navi più scelte e più spedite
da l’uno e l’altro corno impazienti
per dar principio a la sanguigna lite
vèr la fronte correan di sdegno ardenti
quand’a turbar la placid’Anfitrite
sorsero tosto infuriati i venti,
e le molli e pacifiche campagne
divvenner ruinose alte montagne.

31Nel ciel fra gli altri numi Isi sedea,
Isi de’ Tolomei tutrice e madre,
de l’Egitto fecondo amica dea,
inventrice per lui d’opre leggiadre;
or quindi mentre al basso ella volgea
gli occhi mirò de le feroci squadre,
altre serve d’Antonio, altre d’Augusto,
gemer sotto il gran peso il mare onusto.

32Udì il suon de le trombe e vide innante
volar d’orrida strage avidi legni,
e di pennuti strai nembo volante
versar pioggia di sangue a i salsi regni,
e vide ancor ch’a l’uno e l’altro amante
et al divoto Egitto a molti segni,
che lice a lei di preveder, vicina
minacciava già il ciel cruda ruina.

33Dal profondo sospira e in sé discorre
fra dubbiosi pensier modo potente
ond’ella possa i suoi seguaci tòrre
da l’estremo periglio et imminente.
Spera che se l’è dato a l’or distorre
con rimedio opportuno il mal presente,
influenze non più contrarie e felle
ma felici per lor ruotin le stelle.

34Dopo vari pensier risolve alfine
de i venti al regnator chiedere aita,
onde scosse da lui l’onde marine
la battaglia naval resti impedita;
quinci da l’ampie soglie adamantine
de l’eterna magion veloce uscita
lascia i seggi stellanti e l’aria fende,
indi rapida a piombo in giù discende.

35Come talor se da l’eccelsa mole
ch’Adriano innalzò razzi infocati
ad onorar quei ch’ubbidisce e cole
il gran fiume latin sono avventati,
il ciel tutto s’illustra e cangiar suole
i suoi azzuri in bei colori aurati
et a le faci luminose e chiare
di nuove stelle seminato appare,

36Isi cinta così d’aureo fulgore
d’una luce purpurea adorna il cielo,
e già sembra che l’aria innostri e indore
quasi a meravigliosa iride il velo.
Stupido resta a quel novel splendore
che stima emulo suo lo dio di Delo,
tal de’ seguaci suoi la bella dea
stimolata dal zel l’aria correa.

37Giunge a l’isola alfin dove la fronte
quindi Pachin verso l’Ionio innalza,
quinci del mar getulo immota a l’onte
del vasto Lilibeo sorge la balza,
l’onda tirrena di Peloro il monte
colà per flagellar tumida sbalza,
e ʼl carcere sdegnando ov’è ristretta
co’ fremiti minaccia alta vendetta.

38Qui tra l’aduste rupi il capo estolle
dei trofei de’ giganti Etna famoso,
e ʼl busto preme in cui fiammeggia e bolle
fra le viscere arsiccie il zolfo ascoso;
quivi Encelado a l’or ch’irato e folle
scote il sublime etneo peso odioso
fa l’isola tremare e vacillanti
titubar le città fra mura erranti.

39L’alta cima del monte altrui sol lice
con l’occhio di tentar, s’adorna e veste
il rimanente insino a la radice
di virgulti, di prati e di foreste;
quindi è ch’alquanto in su l’etnea pendice
l’immortal peregrina il piede arreste,
indi lasciata la Sicilia a tergo
ratta discende in vèr l’eolio albergo.

40Sorge nel mar Tirreno un’isoletta
che da molt’altre è coronata intorno,
ha l’Italia da i fianchi et è diretta
verso colà onde n’appare il giorno.
Del monte vede ov’ha la stanza eletta
il zoppo fabbro, il crin di fiamme adorno,
e de i Ciclopi affumicati e nudi
ode a i colpi sonar le ferree incudi.

41Di lucido metallo eccelse mura
de l’isola cingean la trita arena,
nel cui cinto giacea vasta pianura
u’ né pianta né colle il guardo affrena;
solo una rupe adamantina e dura
quivi de la superba orrida schiena
su le sassose et elevate cime
di bronzo sostenea rocca sublime.

42Eolo quivi alberga, e quivi ha il regno
sopra l’atre tempeste e sopra i venti,
e con lo scettro ei placa e tiene a segno
del feroce drapel le furie ardenti.
Con minaccioso mormorio di sdegno
fremono essi, del giogo impazienti,
rimbomba il sen del monte a le percosse
de i lor muggiti e a le catene scosse.

43De l’eolia magion l’altere soglie
entra d’Inaco a l’or la bella prole,
e pervenuta innanti al re discioglie
dolcemente la lingua in tai parole:
«Chiara stirpe di Giove, a le cui voglie
il mar s’inchina e la terrena mole,
e per cui sol su gli assi il ciel si gira
de l’indomito stuol sicuro a l’ira,

44già nel golfo d’Ambracia aspra tenzone
fra l’armata d’Egitto e la latina
s’accende, e già nel periglioso agone
veggo de’ servi miei l’alta ruina.
Or tu da i ceppi lor Noto e Aquilone
dislega ad agitar l’onda marina,
e in tal guisa a i lor fossi ella si turbe
che la pugna non segua e si disturbe.

45De le ninfe del Nilo a te prometto
la più leggiadra in premio a la fatica,
tu la godrai contento e del tuo letto
sarà, qual più vorrai, consorte o amica.
Meco il tempio commune avrai eretto
del mobil Faro in su la spiaggia aprica,
ove fien da gli Egizi a te sospesi
i voti, arsi gl’incensi e i lumi accesi».

46Iside così disse al re de’ venti,
et egli sorridendo a lei rispose:
«O bella dea, da le cui fiamme ardenti
né pur Giove sicuro in ciel s’ascose,
il cui savere e l’arti e gli alimenti
primo del Nilo a gli abitanti espose,
a te pregio maggior de gli altri dèi
che non offrire, e che negar potrei?

47Io scioglierò da i lacci adamantini
e Borea e Noto, e da gli ondosi regni
farò de i salsi e liquidi confini
de la potenza mia provin gli sdegni.
S’impedirà la pugna, e ne i vicini
porti ricovreranno erranti i legni;
ma che più tardo? Or tu mi siegui, e meco
vien nel sotterraneo orrido speco».

Eolo scioglie Borea e Noto, le due armate sono costretta a prender porto (48-59)

48Così ragiona, e con la dea s’interna
nel cavo sen de le sassose rupi,
e giungon dove giace ampia caverna
fra precipizi tenebrosi e cupi.
Sopra lo speco, ov’è la notte eterna,
sorgon le balze scoscese, alti dirupi,
e s’ode uscir da la spelonca un suono
con orrendo rimbombo emulo al tuono.

49Quinci da via secreta alfin condotta
la coppia fu dov’ella scorse irati
fremere i venti ne l’orribil grotta
fra i ceppi di diamanti incatenati.
Furo quei chiostri ove mai sempre annotta
da la dea risplendente illuminati,
ond’essi ponno rimirare il sito
de l’antro, che in più stanze era partito.

50Con torvo sguardo e minaccioso aspetto
fu nel chiostro primier Borea veduto,
a cui gli omeri alati e ʼl freddo petto
d’ogni intorno cingea cristallo acuto.
In durissimi globi accolto e stretto
l’atra bocca spargea lucido sputo,
bianche nevi scotea l’ispido crine,
da la barba cadean gelide brine.

51Ne la stanza seconda è Noto avvinto
fra duri lacci, e gli circonda il volto,
d’una oscura caligine dipinto,
velo di fosche nubi umido e folto.
Ne la fronte ha la nebbia, e grave e cinto
porta d’orridi nembi il crine incolto,
da le penne e dal mento in strana foggia
con rauco mormorio stilla la pioggia.

52Più dentro poi ne la caverna oscura
stanno con gli altri venti et Euro e Coro,
ma penetrar più innanti il re non cura,
ch’a i duo si volge, e così dice a loro:
«Ite, o del regno mio speme sicura,
o terror di Nettuno ond’io m’onoro,
itene ove d’Ambracia il mar rimbomba
a la latina et a l’egizia tromba.

53Colà d’Azio nel seno or voi sfogate,
miei fidi, in guisa tal l’ire e le posse
che la pugna si turbi e le duo armate
si ritirin da voi battute e scosse».
Qui tacque, e le catene indi slegate
con lo scettro fatal tosto percosse
la rupe, a l’or ne la spelonca alpestra
improvisa s’aperse ampia finestra.

54Quali sogliono uscir dal cupo orrore
del Tartaro profondo e di Cocito
Tesifone e Megera il lor furore
a versare, a sfogar su ʼl nostro lito,
tai sembraro da l’antro in uscir fuore
del lor rege temuto al primo invito
le duo furie del mare, e tosto udissi
rimbombar l’ima terra e i ciechi abissi.

55Di foltissime nubi orrido velo
contra i raggi del sol quindi congiura,
e fa ch’usurpi in un momento il cielo
a dispetto del dì notte immatura.
Scende stretta la pioggia in duro gelo,
splende l’aria a i balen di luce oscura,
de i venti il gran furor vie più s’infiamma,
cangiasi in acqua il cielo, il mar s’infiamma.

56Lo strepitoso e formidabil tuono
scorre di Giuno i tenebrosi campi,
ch’ad ora ad ora illuminati sono
da la luce de i folgori e de i lampi.
Esce da l’onde scosse orribil suono,
già par che il cielo e par che ʼl mare avvampi,
e quinci Noto e Borea indi confonde
il ciel co ʼl mar, le nuvole con l’onde.

57De’ torbid’ocean gli muggiti,
i gemiti e le strida in ogni parte
a gli esperti nocchieri et a gli arditi
togliono co ʼl vigor l’uso de l’arte.
Vedi de’ legni in mar rotti e sdrusciti
dispersi i remi e lacere le sarte,
e superba agitar l’ondosa Teti,
trionfo infausto, i temerari abeti.

58Ne le sciagure altrui lieto godea
l’un vento e l’altro, e in fellonia di sdegno,
e doppiando il soffiar gli assi scotea
onde di Giove è sostenuto il regno.
Cedendo a l’ora a la procella rea
l’armate, e differito il lor disegno,
del paese vicin ne i porti entraro
e da l’ira del mar si ricovraro.

59Nel regno di Nettun turbato e scosso
in cotal guisa insuperbiano i venti
e de gli oltraggi il mar tumido e grosso
doleasi, e i suoi muggiti eran lamenti,
con fier rimbombo rispondea percosso
il lido a le marine acque frementi,
e come sian cagion de le procelle
l’onde batteano ad or ad or le stelle,

Proteo sorge dalle acque e ferma i venti, poiché è destino che Ottaviano vinca: da lui discenderà, infatti, la casa d’Este (60-77)

60quand’ecco a l’improviso il mar s’aperse,
e Proteo dal profondo orrido seno
sovra un carro sublime a l’or s’offerse
che in vece di destrier foche traieno.
Avea ceruleo il crin, folte e diverse
conchiglie il tergo e ʼl petto a lui coprieno.
Sorto che fu ne i venti il guardo affisse
il fatidico vecchio e così disse:

61«E chi v’affida, e chi vi rende arditi,
o forsennati, ad agitar l’impero
del mio gran padre? e de i prefissi liti
chi vi spinge a turbar l’ordin primiero?
Tornate a gli antri onde già sète usciti,
nel vostro albergo solitario e nero,
o temerari; a che prendete a scherno
ciò che fisso ha nel ciel decreto eterno?

62Destinato è nel ciel che vincitrice
sia l’armata d’Augusto, onde poi tutto
sotto lo scettro suo grande e felice
sia il mondo tributario alfin ridutto;
da i poggi iberi a l’indica pendice
e dal fervente a l’agghiacciato flutto
sarà il nome d’Augusto in ogni lito
da i popoli temuto e riverito.

63Ne’ libri del destino i sommi dèi
hanno scritto lassù ch’inclita prole
nasca da lui, che innalzi i suoi trofei
e dove sorge e dove cade il sole.
Fia ch’a gli ultimi Sciti, a i Nabatei
l’aquila sua vittoriosa vole,
e che di sue virtù famose e belle
siano al gran nome sol meta le stelle.

64Questa pria de l’eccelsa alta vittoria
ch’otterrà nel mar d’Azio il grande Augusto
a perpetua e chiarissima memoria
d’Azia avrà in sorte il bel cognome augusto.
Quanti su ʼl Tebro mai ricchi di gloria
eroi fiorìr nel secolo vetusto
ella rinoverà, quando al suo fine
fia che ʼl mondo cadente omai decline.

65Et a l’or poi che barbaro furore
avrà il Lazio trascorso e depredato,
del nemico destin non al valore
cederà Caio in più sicuro lato,
e nel crescente universal terrore
sarà principe eletto e salutato
dal popol d’Este, ond’egli a i suoi primeri
darà il cognome e fonderà l’impero.

66Verrà dopo costui d’invitti eroi
nobilissima serie avventurosa,
onde vanti l’Italia i pregi suoi,
fatta per lor più chiara e più famosa.
Per loro in altra età diverrà poi
la Germania superba e gloriosa,
e porranno, colà traslati, il freno
a l’Albi altero, a l’indomabil Reno.

67Premerà de la grande estense reggia
nuovo Cesare alfin la nobil sede,
e fia che padre e che signor lui veggia
il popolo commesso a la sua fede.
In lui santa innocenza avrà la seggia,
per lui fia che rivolga addietro il piede
Astrea già fuggitiva, e che prudenza
congiunga co ʼl rigor saggia clemenza.

68Fia che stupido il mondo osservi e mostri
del gran padre maggiore il figlio appresso,
Alfonso calpestar gli scettri e gli ostri,
vincitor del suo regno e di se stesso.
Scorra de l’Asia i più remoti chiostri,
prema l’Indo sconfitto, il Perso oppresso
per saziar l’insaziabil fame
altri mondi Alessandro avido brame,

69questi più saggio a la real fortuna
volgerà il tergo, e in solitaria cella
avrà, nuova Fenice, in nobil cuna
dal cenere del manto alma più bella.
Non turberà il suo cor cura importuna,
sarà in povero ciel lucida stella,
e farà gli antri opachi e i muti orrori
insuperbir di regi abitatori.

70De la pianta real germe ben degno
di sì gran genitor figlio primiero
verrà Francesco, e sosterrà del regno
con la tenera man lo scettro altero;
preverrà gli anni, e con maturo ingegno
fia che veglio garzon regga l’impero,
e che supponga gli omeri costante
a la soma fatal giovane Atlante.

71Magnanima prudenza, alto intelletto,
parlar facondo e preveder lontano,
congiunto a maestà placido aspetto,
animo generoso, ardita mano,
farsi la gloria e la pietate oggetto
de i sensi raffrenar l’impeto insano
fieno i suoi studi, e in lui fia il minor pregio
l’ereditario scettro e ʼl sangue regio.

72Fia ch’a sposa real quindi l’unisca
con felici imenei pudico amore,
onde prole derivi in cui fiorisca
la fortuna de gl’avoli e ʼl valore.
Non dovrà la futura a l’età prisca
de l’alte imprese invidiar l’onore,
poiché questa avverrà che in lei ravvive
i latini trofei, le palme argive.

73Maria, prole d’eroi, gloria primera
de la Parma e d’Amore il ciel riserva
al bennato garzon, quando a più fera
barbara fiamma accesa Italia ferva.
De gli avi illustri e de’ suoi pregi altera,
emula di Ciprigna e di Minerva
vedralla il mondo, e fia ch’ammiri in essa
de la fortuna sua maggior lei stessa.

74Godrà co ʼl chiaro esempio Obizo poi
i vestigi seguir del gran germano,
e sarà de gli Estensi incliti eroi
ornamento primier, lume sovrano.
Di porpora sacrata a i merti suoi
tesserà degno fregio il Vaticano,
e fia che in lui di nuovo il Tebro aditi
lo splendor fiammeggiar de gli ostri aviti.

75Altri figli d’Alfonso et altri insieme
di Cesare verranno appo costoro,
pompa gentil de l’onorato seme,
del secolo cadente alto ristoro.
Ma che più tardo e in breve giro ho speme
di narrar, di spiegar le glorie loro?
Più non lice, ecco già che in Oriente
spunta, nunzio del sol, l’alba nascente.

76Ecco l’alba che seco il dì prefisso
già riconduce a la tenzon navale.
Itene voi, c’hanno gli dèi già fisso
che sia questa a la pugna ora fatale.
Verso l’eolio tenebroso abisso
ite, e spiegate voi rapide l’ale;
che più tentate? a che far più dimora?
dunque al ciel ripugnar sperate ancora?».

77A questi che distinse ultimi accenti
il famoso indovin l’ire frenaro,
e cessato il soffiar, stupidi i venti
de l’estense virtù l’opre ammiraro;
indi a i sacri divieti ubbidienti
vèr l’eolia magion l’ali spiegaro,
e quando essi lasciàr d’Azio le sponde
Proteo s’ascose e si tuffò ne l’onde.

Canto X

ultimo agg. 25 Marzo 2015 13:33

ARGOMENTO
Fra l’armata d’Egitto e la latina
ne l’azio seno aspra tenzon s’accende,
fuma al sangue commun l’ampia marina,
e le navi d’Antonio Apollo incende.
Fugge alfin l’egiziaca reina
mentre ancor la fortuna incerta pende;
la siegue Antonio, e lascia e regno e gloria
onde Cesare ottien l’alta vittoria.

All’alba le due flotte si schierano e attaccano battaglie (1-9)

1Fuggono i venti, e la vermiglia aurora,
squarciato de le nubi il fosco velo,
d’amaranti e di gigli i prati infiora
del lucid’Oriente al dio di Delo.
Già l’aria e l’onde il sol co’ raggi indora
e già splendono a gara il mare e ʼl cielo,
salutan lieti il nuovo giorno intanto
co ʼl nuoto i pesci e gli augellin co ʼl canto.

2Escono a l’or da i porti, e ʼl seno ondoso
con ferreo dente a Teti apron l’armate,
e volano di nuovo al periglioso
cimento militar l’antenne alate.
De gli abeti guerrier dal bosco ombroso
le campagne del mar sono occultate,
e in mezzo a l’agitate acque spumanti
veggonsi torreggiar cittati erranti.

3L’aurate poppe e le ferrate prore
i remi variati e l’ampie vele
e, di forme diverse e di colore,
le vaghe insegne e le superbe tele
offriano di diletto e di terrore
spettacolo gentil, pompa crudele;
splendeano l’armi, e ʼl mar di ferro e d’oro
tremolava dipinto a i raggi loro.

4In sembianza di luna ampia stendea
l’armata Augusto, et ei nel destro corno
co ʼl soggetto african d’Italia avea
i popoli feroci e i Galli intorno,
quei che là dove la gran mole etnea
fiamme avventa dal sen fanno soggiorno,
ivi sono adunati, ivi i soccorsi
ch’a Cesare mandaro i Sardi e i Corsi.

5Quei che l’inculta et ultima Bertagna
da le remote sponde in guerra manda,
e quei che ʼl lito abbandonàr che bagna
l’ampio ocean de la selvosa Irlanda
con le navi che tratte avea di Spagna
nel sinistro confin regge e commanda
Agrippa, che d’ingegno e di possanza
ne l’armata d’Augusto ogni altro avanza.

6La battaglia di mezzo, ov’era unito
de le squadre cesaree il rimanente,
Procubeio reggea, cui rende ardito
il prisco onor de la Fabrizia gente.
Da l’altra parte Antonio ha compartito
in simil forma il campo d’Oriente,
ben gli uffici adempié di capitano,
ma che può contra il fato ingegno umano?

7Quanti nel mar d’Atlante il lito, e quanti
de le nomadi selve i foschi orrori
scorrono, e quei che son nudi abitanti
del sole esposti a i più cocenti ardori,
gli Arabi fuggitivi e i Garamati,
i Nasamoni e i Libici cultori
in un raccolti nel sinistro corno
Celio, germe de’ Fabi, avea d’intorno.

8Nel destro i suoi Romani, e quei che l’onda
bevon del fiume che del vasto Egitto
con regolata piena i campi inonda
con Publicola guida Antonio invitto;
quindi quei che lasciàr la tracia sponda
cui disgiunge dal mar breve tragitto
da l’Asia, e l’Asia in mezzo in un ristretta
avean Marco et Infleio a lor soggetta.

9Nel periglio commun fatta guerrera,
di barbarico arnese intanto armata
Cleopatra di navi ardita schiera
tenea non lungi a la potente armata.
Nave di fregi e d’ornamenti altera
ch’avea seriche vele, antenna aurata
di sostener fra mille ebbe la palma
de la donna real la nobil salma.

Antonio soccorre i suoi dove sono in difficoltà, viene a battaglia con lo sfortunato Filebo (10-27)

10Così distinte a ritrovvar si vanno
l’emule armate, e più veloci legni
provocando il destino arder già fanno
e quinci e quindi a la tenzon gli sdegni.
Uscì da i sagittari il primo danno
che di Nereo tinse di sangue i regni,
e da nembo di strai con varia sorte
la nuvola letal piovve la morte.

11Già s’accostan le navi e già si serra
lo spazio che tra loro il mar frapone.
Di Publicola Agrippa il legno afferra
e sanguigna s’accende aspra tenzone.
L’aste, i dardi e gli strai l’orribil guerra
mesce, e sembra ch’a i colpi il mar risuone,
e quinci e quindi sparse e compartite
son le morti egualmente e le ferite.

12Lo sdegno infiamma il sangue, e ʼl ferro a l’onte,
e l’onte co ʼl dolor sveglian l’ardire.
Publicola primier pugna a la fronte
immoto de’ nemici a l’armi, a l’ire,
non men l’egizie navi audaci e pronte
lo sieguono dovunque il corso ei gire,
e Anafrodisio intanto in vari modi
ove gli altri la spada usa le frodi.

13Contra l’impeto ostil da l’altra parte
s’offre di fino acciaio Agrippa armato,
e da Flavio e da Lelio, onor di Marte,
da l’un fianco e da l’altro è circondato.
Sorge di corpi uccisi e d’armi sparte
strana pompa lugubre in ogni lato,
e già di qua, di là turba e confonde
l’ostro del sangue il vago azzurro a l’onde.

14Non lungi Antonio, a cui nemico certo
anco non s’opponea, trascorre intanto
ove scorge il bisogno e ʼl rischio aperto,
soccorrendo i suoi legni in ogni canto.
Tra quei che più rendeano il fine incerto
a le speranze sue Teodomanto,
capitan de’ Britanni, indi scoperse,
onde i remi e le vele in lui converse.

15Sembra folgore appunto al moto il legno
che ʼl nemico guerrier da prora assale;
non fugge ei no, né di timor dà segno,
anzi previen l’assalitor fatale.
Sono eguali in costor l’ardir, lo sdegno,
ma di possanza Antonio a quei prevale,
onde in un punto a la nemica vita
e nel petto e nel tergo apre l’uscita.

16Su ʼl morto capitano ampia la strada
si fa tra i suoi Brittanni il vincitore;
convien che ceda ognuno, over che cada
o fuggendo o pugnando al suo furore.
Co ʼl volto, con la voce e con la spada
quindi è ch’altri spavente, altri avvalore;
sempre colpisce, e ogni suo colpo impiaga
e fa il colpo mortale ogni sua piaga.

17Preso il legno brittanno, urta per fianco
impetuoso nel drapel d’Irlanda:
per lui sommerso Eurilemone, e Planco
trafitto muor da l’una a l’altra banda,
tronca al fero Edemonte il braccio manco
che l’inimico stuol frena e comanda.
Ovunque passa de la gente avversa
nel mar di sangue un altro mar si versa.

18Solo a l’impeto suo Filebo a l’ora,
del feroce Orione unica cura,
intrepido s’oppone, e i suoi rincora,
ch’occupati vedea d’alta paura.
Non disgiunti costoro unqua l’aurora
vide, né vide mai la notte oscura,
né il destin secondando il lor desio
nel gran caso fatal gli disunio.

19Non sparge ancor la giovanile etate
al bel garzon di molle piuma il mento,
e in esso accresce a la natia beltate
l’abito militar vago ornamento.
Eran l’armi vermiglie, e seminate
dotto fabbro le avea di fior d’argento
con industria simil la sopra vesta
di porpora e d’argento era contesta.

20Tra ʼl luminoso acciaio i capei d’oro
splendono innanellati, e nel bel viso
vagheggia Amor con semplice lavoro
mista la rosa al candido Narciso.
Vezzeggian l’armi, e sembra dolce in loro
lampeggiar l’occhio e balenare il riso;
mossa da lui non punge o spada o dardo,
ché se impiaga la man risana il guardo.

21L’animoso garzon ratto si move
con sicura baldanza in fier sembiante
ov’Antonio facea tremende pruove
ne le schiere d’Irlanda a gli altri innante,
e benché «Oh mio fedel, deh volgi altrove»
a lui gridi Orion poco distante,
non frena de l’amico egli al consiglio
l’ardir che ʼl tragge a l’ultimo periglio.

22Ma su gli estinti, ove il nemico altero
avea mossa d’intorno alta ruina,
corre precipitoso, e su ʼl cimiero
con rinovati colpi il ferro inchina.
Qual di Borea canuto o d’Austro nero
sostien gli orridi assalti in piaggia alpina
quercia ch’abbia a le nubi i crini affissi
e co ʼl ramoso piè calchi gli abissi,

23tale a i colpi di lui nulla si scote
il fortissimo eroe, che tosto gira,
qual rapido baleno o mobil cote,
nel feritore incauto il ferro e l’ira.
Ma le percosse in danno altrui sì note
scansa a l’or Filebo, e si ritira;
ma che pro se mentr’egli al ferro cede
nel bisogno maggior sdruciola il piede?

24Quindi nel mar precipita dal legno,
e seco porta d’Orione il core,
che, da l’orrore afflitto e da lo sdegno,
or cede a la pietate or al furore;
ma poiché diè ne l’agitato ingegno
luogo al discorso alfin l’aspro dolore,
per salvare il garzon ch’omai s’affonda
forsenato si scaglia in mezzo a l’onda.

25Giunge Filebo, e con robusta mano
gli porge aita, e seco il tragge a nuoto,
ma implacabil destino et inumano
fa riuscire ogni lor speme a vòto:
era quivi Assamandro il soriano,
sagittario d’Apamia illustre e noto,
cui di fissar lo strale al segno certo
cede ogni arcier de l’Asia il pregio e ʼl merto.

26Or costui dunque a la fatal saetta
sovra l’arco sonoro adatta e scocca,
essa vola et arriva ov’è diretta
del natante Orione entro la bocca,
né cessa qui ma, del suo sangue infetta,
fiede il garzon nel fianco, onde trabocca
l’anima in larga vena, e micidiale
di due vite due morti unisce un strale.

27L’onda che già li copre a le querele
l’adito avea et a lo spirto insieme,
pur si strinse Filebo al suo fedele
mentre il mar l’uno e l’altro occulta e preme.
Or così vi negò fato crudele
ne l’ultimo partir le voci estreme?
Fato crudele, anzi felice sorte,
foste in vita congiunti e sète in morte.

Anche al centro lo scontro è cruento (28-32)

28Erano tali i fortunati eventi
de la fera tenzon da questa parte,
nel mezzo non son già men l’ire ardenti,
né men sanguigno è il periglioso Marte.
O di non vive o di malvive genti
vedi per tutto errar le membra sparte,
e già l’onda coprir lacere e guaste
sopraveste, cimieri, insegne et aste.

29Fra i nemici scorrea Tarcodoonte,
orribile di forze e di sembiante,
et innalzava la superba fronte
qual alto scoglio in mezzo al mar sonante,
o qual sublime inaccessibil monte
che non teme il soffiar d’Euro spirante
a la selva de l’aste ond’è trafitto
immobile offerendo il petto invitto.

30Non fa scempio minor l’arabo audace
Albumazar de le cesaree schiere,
ma tra ʼl lanuto stuol lupo vorace
sembra qualora uccide, abbatte o fère.
Sprezzator de la morte, il crudo trace
le più dense caterve e più guerrere
rompe e sbaraglia, e ne l’estinta gente
sazia del sangue uman la sete ardente.

31Pugna da l’altra parte il buon Torquato,
splendor de la famosa Emilia prole,
Filadelfo per lui l’effeminato,
percosso il destro braccio, egro si duole,
e ʼl vago Eleazaro indi svenato
lascia la bella region del sole,
e di provar con danno suo gli pesa
che beltà contra l’armi è fral difesa.

32Fa de’ nemici aspro governo altrove
Proculeio, e per lui trafitto il tergo
cade il timido Osiri, e ʼl sangue piove
al feroce Aramon dal rotto usbergo.
Per la gola a Demetrio il ferro move,
onde l’alma canora il dolce albergo
lascia gemendo, e quinci il capo incide
a Mitridate, e l’arti sue deride.

Apollo, sdegnato con Antonio perché non ha ascoltato il suo oracolo, dardeggia le sue navi con frecce incendiarie (33-39)

33Così pugnan costoro; Apollo in tanto
partì da gli azi altari e si sospese
sovra l’armata, e non già porta a canto
de la musica lira il molle arnese,
ma si mostra nel volto orribil quanto
Agamennone il vide, o qual già stese
terror de le campagne il serpe atroce,
e quindi in simil guisa alza la voce:

34«E pure i miei presagi e ʼl mio consiglio
schernendo Antonio a la tenzon si mosse?
e per lui mostra l’onde il mar vermiglio
de la strage civil tiepide e grosse?
Or mi provi nemico, e nel periglio
vegga quanto per lui meglio già fosse
i miei detti osservar che provocarmi
a volger contra i suoi gli sdegni e l’armi.

35Tu, de gli Albani padri e de’ grandi avi
che ressero Ilion figlio maggiore,
vinci in mar, già la terra è tua, già gravi
di ceppi Asia et Egitto al tuo valore
servono tributari, a le tue navi
Roma confida il trionfale onore;
s’oggi tu non difendi i patri muri
non ben vide Quirin gli alati auguri.

36Né già temer se mille vele e mille
ha mosse in te l’effeminato amante,
che dal lido natio forza partille
non di palma o trofeo spirto curante;
d’ardir la tua ragion vive faville
desterà ne l’Ausonia oste pugnante,
l’armi che in guerra han la ragion disgiunta
la vergogna e ʼl timor rintuzza e spunta.

37Per te il destino e la ragion guerreggia,
questa destra per te pugna e quest’arco,
dritto è ben che del Faro omai la reggia
del giogo di Quirin soffra l’incarco.
Giunta è l’ora prefissa in cui si deggia
a l’illustre vittoria aprire il varco,
io te l’addito, e fia ch’io guidi al fine
con l’aurigera man le prue latine».

38Sì disse Apollo, e da la chioma aurata
tolse de i caldi raggi i più ferventi,
e su l’arco adattolli e ne l’armata
d’Antonio saettò fiamme cocenti.
Fuman gli aridi abeti, e riscaldata
stride la negra pece a i fochi ardenti,
che rapidi serpendo hanno già sparti
i semi de l’incendio in varie parti.

39A l’orribile ardor ciascuno ammira
già d’Azio fiammeggiar l’onde e l’arene,
misto il fumo a la fiamma al cielo aspira
e fosco a gli atri globi il ciel diviene.
Or così qui volubile s’aggira
la fortuna, e il timor varia e la spene,
poiché di qua, di là con egual sorte
la falce a i danni lor ruota la morte.

Celio tenta con una finta fuga di attirare in una trappola Ottaviano, che però non cade nell’inganno (40-50)

40Intanto a i suoi già da l’opposta parte
Cesare contra Celio anch’ei movea,
ma questi, o sia temenza o sia pur arte,
lungi da lui le navi sue traea,
e quelle, in lungo e raro ordine sparte,
con largo giro in alto mar volgea,
quasi voglia assalir nel suo ritorno
a le spalle d’Augusto il destro corno.

41Prima di Celio i moti Augusto mira,
e dubbioso di frode osserva intento
le sue varie ritorte, et ei non gira
intanto i legni suoi, ma cauto e lento
l’armi sospende, e vede alfin che spira
di verso il lido sì opportuno il vento
ce per soccorso del navilio amico
non può riedere a tempo il suo nemico.

42De le navi più scelte a schiera eletta
indi in guardia preposti Ortensio e Planco
per far contrasto a Celio, ei mosse in fretta
contra quei d’Asia i legni suoi per fianco.
Quivi d’Eleazaro a la vendetta
Lelio che biondo, Anteo che ʼl crine ha bianco
dal fier cilice caggiono svenati,
e son o al bel garzon sacrificati.

43Urta Cesare a l’or de gl’inimici
inaspettato il fianco onde, sdruscito
il suo vedendo, nuota a i legni amici
nel primo assalto il tracio re ferito.
Volgono in tanto i Medi et i Cilici
a l’impeto latin il volto ardito,
move pari furor l’armi, et accese
son da pari cagion l’ire e l’offese.

44Bruto, che nacque in su la Brenta, uccide
Sillarco il forte e ʼl timido Ademaro,
la destra coscia il fero Alasto incide
di Bitinia e di Ponto al duce avaro,
a Minuzio Rodaspe il sen divide,
svena Tito Corebo e Palomaro,
cui Lidia in un sol parto espose al sole
di sconosciuto padre incerta prole.

45Con purpureo cimier splendea Timante
in armatura d’ostro e d’auro intesta
quand’improviso il soriano Alvante
colpillo in fronte e gli partì la testa.
Ne le fasce il bambin gli offerse innante
lagrimò la consorte afflitta e mesta
ma in van per richiamarlo a i baci amati,
poiché traggon ciascuno u propri fati.

46D’un colpo Albumazar divide e fende
il durissimo scudo al fero Aiace,
né ben contento il brando al fianco scende
et uscendo ne trae l’alma fugace,
quindi Arideo con la sinistra prende
e ʼl fa cader ne l’ocean vorace,
poscia il ligure Albino e Mario insieme
feriti atterra, indi co ʼl piè li preme.

47Sorge in tanto la fiamma, e s’avvalora
d’ogn’intorno l’incendio in guisa tale
che le prossime navi arde e divora
e vince l’arti opposte e al mar prevale.
Strugge gli annosi pini una brev’ora,
vana è la fuga e ʼl contrastar non vale,
ferve a la strage la sanguigna spuma
ciò ch’avanza a le fiamme il mar consuma.

48V’è chi talor de la nemica spada
l’iterato colpir fugga smarrito,
e ne le fiamme inciampi e nel mar cada
in un punto sommerso, arso e ferito.
Lo scettro già de l’umida contrada
usurpa il foco ingordo, avvampa il lito,
par che qui vuotin d’Anfitrite a scherno
Encelado e Plutone, Etna et Averno.

49Cresce l’incendio, e già le navi sparte
copron lacere l’onda e i lidi intorno,
superbisce Vulcan, trionfa Marte,
gode Nettun di varie spoglie adorno,
caggion vele, timoni, antenne e sarte
nel funesto di Teti ampio soggiorno,
tra gli abissi del foco orribilmente
naufrago in mar di sangue è l’Oriente.

50A i gridi, a le percosse, a le querele
suona l’aria e già misti al proprio sangue
i flutti beve, e de l’eccelse vele
macchia il candor d’Antonio il vulgo esangue.
Solo de la Cilicia il re crudele
al nemico furor non cede o langue:
sassi, lancie e saette a scherno prende
quanto è percosso più tanto più offende.

Morte pietosa dei due amanti Silveria e Calistene (51-65)

51Voi tra gli altri, o Silveria e Calistene,
ch’amoroso desio sete d’onore
al bel lido rapìr de le Sirene
quivi cadeste vittime d’amore.
Or non si nieghi già quel che conviene
premio di vera gloria al vostro ardore,
vivrà, sarà quanto potrà il mio inchiostro
il vostre nome illustre e l’amor vostro.

52In servitù d’amor lieta e felice
godean costoro avventurosa vita,
sin che a l’armi, a la fama allettatrice
la bellicosa tromba Italia invita.
Di nobil gloria a l’or, brama infelice,
lusinga del garzon la mente ardita,
onde risolve ritrovarsi a parte
de le fatiche e de l’onor di Marte.

53Ma da l’amata pria congedo toglie,
che quando del suo vago ode il pensiero
dunque così la lingua afflitta scioglie:
«Senza mente n’andrai? Ah non fia vero.
Ti servirò, ti serbirò le spoglie,
porterò l’armi e condurrò il destriero,
no no, mio bene, una medesma sorte
ne regga in vita e ne congiunga in morte».

54Cede a le sue parole il giovanetto,
e da le patrie sponde in vesti ignote
fuggono al campo, e in abito negletto
mutansi entrambi, e non è chi gli note.
Così in un punto, in un istesso petto
pugnan duo spirti, Amore or che non pote?
Apre duo seni una ferita, e gira
duo ferri un’alma che in duo corpi spira.

55Là dunque ove pugnando il re feroce
di legno in legno il tutto empie d’orrore
passa il garzone intrepido e veloce
del barbaro a frenar l’ira e ʼl furore.
Sovra l’elmo il ferì, ma poco noce
tenera man, benché d’invitto core,
a colui che più fero e in maggior fretta
minacciando si move a la vendetta.

56Torse il furor dal destinato segno
l’empio ferro, che ʼl misero Orcomede
che dal foco fuggia ch’arde già il legno,
nel sen con l’altrui piaga a morte fiede.
Da la propinqua nave il caro pegno
Silveria che nel rischio in tanto vede
ingombra l’arco di fulmineo telo,
indi l’incurva e così parla al cielo:

57«Tu, figlio di Latona, onor di Cinto,
da la cui destra il fier Piton cadeo,
se mai di lauro o d’oleastro cinto
arsi al tuo simulacro odor sabeo,
tu scorgi il colpo, io del crudele estinto
ti prometto de l’armi alto trofeo;
fallo, signor, se mai t’accese il core
per gradita beltà fiamma d’amore».

58Udilla Apollo, e rammentò gli amplessi
de’ suoi amori, e sospirando disse:
«A tutti inevitabili i successi
de la vita e ʼl dì estremo il ciel prefisse:
daran morte al cilice i fati istessi,
che sovrastano a te», tacque et affisse
di lei pietoso il guardo in altro canto,
fuggì lo stral dal teso nervo intanto.

59Non volò colà dove era diretto
da la feminea man l’infido strale,
ma del vago infelice aperse il petto
e bagnò del suo sangue il ferro e l’ale.
La misera, veduto il suo diletto
cadere essangue, e ch’essa è micidiale
de l’amato garzon, de la sua vita
gridò contra se stessa infellonita:

60«Così dunque il bel sen, quel che sol era
segno a lo stral del faretrato dio
la mia destra così spietata e fera,
ribella del mio cor, lassa, ferio?
Ah s’io fui l’empia et inumana arciera,
sarò di me saettatrice anch’io,
et io de l’opra abominanda e rea
carnefice sarò, giudice e rea».

61Sì disse, indi nel legno ove languente
Calistene giacea passa veloce,
e de l’amato sen rapidamente
tragge tinto di sangue il ferro altrove.
Ne le viscere sue poscia repente
l’immerge, e singhiozzando in fioca voce
dice, mentre cadendo infra le braccia
del giacente garzon seco s’abbraccia:

62«Questa del fallo mio degna vendetta
gradisci, anima bella, e tu concedi
ch’io là ti siegua ov’è la stanza eletta
a te fra le beate elisie sedi.
A me co’ freddi baci or si permetta
ch’io da te prenda gli ultimi congedi,
e che sia la tua bocca oggi la porta
a l’uscir del mio spirto or tu sopporta».

63Qui tace, e del garzon si stringe a l’ora
a i cari labbri, e languida sospira,
e tra i fior cui di morte empia scolora
invidioso gel l’anima spira.
In tanto abbruccia l’assalita prora
la fiamma, e già l’antenna in cui s’aggira
cade al suo sdegno, e fa cadendo al fine
con la propria ruina alte ruine.

64Preme l’eccelsa e noderosa trave,
che d’altezza rassembra emula al monte,
del re che tutto ardisce e nulla pave
con percossa mortal l’orrida fronte.
Vacilla al colpo repentino e grave
indi cade supin Tarcodoonte,
lieto in quanto non ebbe alcuno in sorte
d’arrogarsi l’onor de la sua morte.

65Filandro e Licofron seco tremanti
da l’antenna fatal giacquer colpiti,
ne l’isola costor dove i giganti
provàr l’ira del ciel furo nutriti.
Arde in tanto la nave, e de gli amanti
sono i corpi dal foco inceneriti,
oh gloriose, oh fortunate spoglie
ch’un rogo abbruccia et un sepolcro accoglie!

Cleopatra pensa che Celio stia fuggendo e decide di fuggire (66-72)

66Qui il popolo d’Asia a la virtù latina
timido sembra, e ʼl primo onor concede,
ma fa del sangue ostil l’ampia marina
fumare altrove Antonio, e ognun gli cede.
Di qua, di là non volge e non inchina
così dubbia la sorte ancora il piede,
e tien con lance egual de l’alta impresa
la vittoria e la perdita sospesa.

67Ma già l’ultimo dì, l’ora fatale
a l’impero d’Antonio è giunta alfine,
né può recalcitrar forza mortale
a le leggi immutabili, divine.
Amor, prima cagion d’ogni suo male,
l’estrema fu del miserabil fine,
onde precipitò l’altera mole
che nel Gange adombrò nascente il sole.

68Cleopatra, che vede in mar lontano
Celio e lo stima o perfido o fugace,
e che nel mezzo dal valor romano
l’Asia dispera e superata giace,
già la sperata e insieme avida mano
teme del vincitor crudo e rapace,
e già di ferro armate e di minacce
scorge de i vincitor l’orride facce.

69Generoso timor quinci nel core
d’una maschia virtù faville accende.
«Dunque» dicea «de’ Tolomei l’onore
che da fonte incorrotto in me discende
s’io del nimico barbaro furore
son fatta prigioniera in me s’offende?
e in me s’oscureran per tanti lustri
di sì grandi avi le memorie illustri?

70Io me n’andrò di servil nodo avvinta
nel pubblico trionfo in Campidoglio?
io del volgo latin derisa e vinta
andrò su ʼl Tebro a saziar l’orgoglio?
Ah no, dal ferro over tra l’onde estinta
schernirò la sua speme a che mi doglio?
La mia morte farà che indarno agogne
onorarsi il crudel di mie vergogne.

71Anzi io vivrò, vuo’ che fuggir si tenti
ond’io possa, tornata al patrio regno,
nuov’armi commuovendo e nuove genti
perturbar de’ nemici ogni disegno.
Non fian de la mia morte essi contenti,
non di Cesare fia pago lo sdegno
con la caduta mia». Quivi ella tace,
ne l’istesso timor già fatta audace.

72Quindi la nave in vèr la spiaggia achea
da gli egizi nocchier tosto fu mossa,
e la fortuna, che da lei pendea,
de l’amante con le tragge e la possa.
Pugnava altrove Antonio e fatta avea
del buon sangue roman l’onda già rossa,
e già cedeano al ferro, a le ferite
le squadre d’Occidente impaurite,

Antonio, titubante, decide infine di abbandonare il campo e seguire l’amata (73-80,4)

73quand’ecco egli si volge e lunge mira
di Cleopatra le fugaci vele;
impallidisce a l’or, freme e sospira
in un punto, e prorompe: «Ah tu, infedele?
Forse dove ne vai … » seguia, ma l’ira
interruppe la voce e le querele,
e gli fu in un momento il dubbio core
da lo sdegno assalito e da l’amore.

74Quindi rivolge con turbato ciglio
ne l’ondeggiante cor diverse voglie,
et or pallido in faccia et or vermiglio
mille pensieri in un pensiero accoglie,
e, vario di sembiante e di consiglio,
non si risolve ancora e non si toglie
da questo in tutto over da quel disegno
ove il tragge or l’amore et or lo sdegno.

75Poi dice: «E chi sarà ch’Antonio avvivi
se con la donna sua fugge la vita?
come potrò, s’io non son più tra i vivi,
a l’esercito mio porgere aita?
Meglio sarà che i legni fuggitivi
dov’è l’anima mia con lor partita
rapido segua». Al dir di tai parole
sdegna insieme e desia, vole e disvole.

76Poiché un altro pensier scorge e molesta
la già confusa e travagliata mente,
egli soggiunge: «Or se tu vai, chi resta
per difesa in tua vece a la tua gente?
Antonio ahi tu, tu lascerai deh questa
ch’oggi per te combatte oste possente?
e con essa avverrà che lasci insieme
de l’impero del mondo oggi la speme?».

77Tacque, e già rivolgea di sdegno ardente
contra il nemico stuol la destra irata
quando, il primo pensiero in lei sorgendo,
la risoluta mente è raffrenata:
«Poco fia che restando over fuggendo
o tu giovi o tu noccia a la tua armata,
ma ʼl restar peggio fia con loro oppresso,
nulla giovando a i tuoi nuoci a te stesso.

78Senza cor, qual speranza e quale aita
dal braccio tuo la gente amica aspetta?
senza l’idolo tuo, senza la vita
che giova a te s’è l’Asia a te soggetta?
Vadane pur di tanti imperi unita
l’immensa monarchia per me negletta
pur che a colei c’ha del mio cor l’impero
viver possa congiunto, altro non chero».

79Qui tacque, e qui d’abbandonar propose
de la gloria e del regno alfin la speme,
qui di partir, qui di seguir dispose
colei che fugge e seco il tragge insieme.
Tu dunque a lei, cui vaste, ambiziose
voglie il regnar sin a le sponde estreme
de l’Idaspe fu poco, or per costei
sprezzi l’impero e tesor, glorie e trofei?

80Dietro a le fuggitive egizie vele
d’Antonio indi i nocchier volgono il legno,
et ei seco tra via varie querele
ora d’amor rivolve et or di sdegno.
Ma colei che scoprì del suo fedeleAntonio è incerto se prendere vendetta dell’amata, alla fine decide di abbandonarsi nuovamente alla lussuria (80,5-85)
e conobbe la nave a i suoi dà segno
che cessin da la fuga, ed ecco arriva
l’agitato amator che la seguiva.

81Su ʼl legno de l’egizia Antonio asceso
di confuso color si muta in volto,
e da lo sdegno e dal rossore acceso
su la prora s’asside in sé raccolto,
e tra incerti pensier dubbio e sospeso
in un silenzio altissimo sepolto,
a la destra s’appoggia, e grave e tardo
lungi a la dona sua volge lo sguardo.

82Quindi tra sé dicea: – Che fai, che pensi,
Antonio? Ecco l’iniqua, ecco colei
che ti tradì: che indugi? Ah sì, conviensi
quella che t’involò d’Azio i trofei
crudelmente punire; infiammi i sensi
a la vendetta de gli oltraggi miei
de i danni miei l’aspra memoria. Ah dove
sei tu? che parli? o qual furor tu muove?

83Oserai tu ferir dunque, inumano,
quel molle seno un tempo a te sì caro?
Anzi d’Amor le leggi io non profano,
ella tradimmi, ond’io tradirla imparo:
sì sì dunque l’uccido. Oh core, oh mano
agghiacciate e tremate? Ahi qual preparo
mostro d’alta impietà? No no, sia estinto
lo sdegno da l’amore, Amore ha vinto -.

84Così non può da l’amoroso impaccio
liberarsi il guerrier, ma più tenace
gli annoda a l’ora indissolubil laccio
negli antichi legami il piè fugace.
Non ha sì duro, impenetrabil ghiaccio
nel Rodope nevoso il freddo trace
cha una scintilla sol di duo bei lumi
miracolo d’Amor non si consumi.

85Quindi a Tenaro poscia un tetto, un letto
raccolse ambo concordi, e ʼl primo ardore
vie più cocente a rinovàr nel petto
ch’intepidito avean ira e dolore.
E perché quivi il rimaner sospetto
rende a lor sì propinquo il vincitore
tosto partiro, e ne l’amico Faro
dal nemico furor si ricovraro.

Ottaviano consolida la vittoria facendo strage dell’esercito in rotta (86-89)

86Prosegue intanto Cesare vincente,
scorto dal ciel, de la vittoria il corso,
mentre d’Antonio la smarita gente
di capitano è priva e di soccorso.
Muoiono il Perso e l’Arabo egualmente,
l’un trafitto nel sen, l’altro nel dorso,
e con lor cade il fero trace, e insieme
de l’armata l’ardir cade e la speme.

87Quindi fuggendo ognun l’ira nemica
porge a i remi la man, la vela a i venti,
ma lice a pochi ne la spiaggia amica
di Cesare sottrarsi a l’ire ardenti.
Ben altri il ferro et altri s’affatica
le voraci evitar fiamme cocenti,
ma con orrido scempio infosca notte
gli uni e gli altri egualmente il mare inghiotte.

88I remi lacerati e i legni accesi,
l’arme sparse e i cadaveri vaganti,
le tronche membra e i dissipati arnesi
coprono le vermiglie onde fumanti.
Spoglia altri i morti, altri incatena i presi,
altri saetta i miseri notanti.
Già ne la strage spaventosa appare
sepolcro angusto a tanti regni il mare.

89L’altere insegne e le pompose veste
che colorì la porpora di Tiro,
i superbi cimier, le sopraveste
ch’ordì la Frigia e ricamò l’Assiro,
i vasi d’oro e l’armature inteste
di ricchi fregi i vincitor rapiro;
tante umane delizie in sì brev’ora
l’impeto militar strugge e divora.

Canto XI

ultimo agg. 26 Marzo 2015 14:22

ARGOMENTO
Cede la Grecia e l’Asia al vincitore,
ch’assedia la città reggia d’Egitto.
Fa con gli altri seguaci il traditore
Anafrodisio a Cesare tragitto.
Nel sepolcro real schiva il furore
d’Antonio Cleopatra, et egli afflitto
da la sua finta morte a sé da morte,
piange la bella donna il suo consorte.

Ottaviano riceve il tributo della Grecia e dell’Asia, quindi riorganizza l’esercito e si dirige verso Alessandria, dove Antonio si è trincerato con larghezza di mezzi (1-11)

1Così il regno del mare Augusto ottiene,
e tutto al suo valor cede et al fato,
e già su ʼl lido a riverir lui viene
il campo da Canidio abbandonato.
Mirò costui da le propinque arene
il navilio d’Antonio arso e fugato,
e ch’egli divenuto a sé infedele
le fugaci seguì feminee vele.

2Quinci disse tra sé: – De la sua gente
s’ei tradisce la fé, sprezza l’onore,
a che resister voglio inutilmente
contra l’impeto più del vincitore?
Biasmi la sua vil fuga ond’è perdente,
non me, ch’egli lasciò per fé l’amore,
il restare e ʼl pugnar senza speranza
è stolta pertinacia e non costanza -.

3Tal fugge il capitano, e abbandonate
cedon poscia le schiere a gl’inimici,
che gode rinovar l’onte passate
la sorte, e incrudelir ne gl’infelici.
Quindi portàr le riunite armate
nel paese vicin l’armi felici,
e di nuovo piantàr su i lidi achei
del trionfato Antonio alti trofei.

4Del formidabil campo a la fortuna
supplicante la Grecia e l’Asia cede,
che volar sin a dove ha il sol la cuna
del cesareo pennon l’aquila vede.
Ciò che di raro e di pregiato aduna,
ciò ch’a lei di famoso il ciel concede
tragge d’Augusto a la gran corte in dono
timida l’Asia ad impetrar perdono.

5Ricco di varie e di preziose spoglie
Cesare poi ritorna ove l’appella
su ʼl Tebro Agrippa, e lieta Italia accoglie
l’armi che soggiogàr l’Asia rubella.
L’oste vincente Augusto indi raccoglie
a l’apparir de la stagion novella,
e fa in Siria tragitto, ove s’arresta
per breve spazio e al guerreggiar s’appresta.

6Qui poscia, ristorato il campo invitto
da i passati disagi, il camin prende
vèr la città che reggia è de l’Egitto
e d’onde il fin de la vittoria pende.
Con le reliquie del naval conflitto
le mura d’Alessandria arma e difende
Antonio, e cautamente in forte sito
l’assalto de’ nemici aspetta ardito.

7Con severo decreto egli ha ridutti
da i remoti confin ne la cittade
provvidamente in larga copia i frutti
e le mature e necessarie biade.
Fuggon da i campi invano arsi e distrutti
gli abitator le peregrine spade,
e cercan ricoverarsi in altra parte
ove non gli molesti ira di Marte.

8Desolato l’Egitto arde e ruina,
caggion gli alti palagi inceneriti
et a le fiamme empio rigor destina
i verdi cedri e le feconde viti.
S’accampa la superba oste latina
intorno ad Alessandria e copre i liti
e de le tende numerose a l’ombra
non che l’Egitto sol l’Africa adombra.

9Stassi la chiusa assediata gente
con intrepido spirto a le difese,
e scorge da le torri il foco ardente
de le campagne e de le ville accese.
Da la rabbia nemica orribilmente
vede già spopolato il bel paese,
e divenute le delizie e gli orti
pascolo di destrier, tombe di morti.

10Lo spettacolo atroce e dispietato
svegliò nel cittadin giusto furore,
onde spesso nel vallo uscì sdegnato
tra i nemici a sfogar l’ira e ʼl dolore;
fu più volte così quivi pugnato
e f de la tenzon dubbio l’onore,
e de l’ausonia e de l’egizia plebe
rosseggiaro del par l’onde e le glebe.

11Come a l’ora che ʼl sol varca del pesce
nel celeste Ariete arida polve
con opposto soffiar confonde e mesce
il vento, e quinci e quindi aggira e volve,
così il timor la speme or scema or cresce,
e irresoluta il suo favor rivolve
la sorte a gli uni e a gli altri, ond’ora il campo
Antonio cede, et or d’Augusto il campo.

L’assedio è in stallo, ma Anafrodisio decide di boicottare la resistenza consegnando sé e le proprie truppe ad Ottaviano (12-22)

12E già lo stuol assalitor parea
dal lungo faticar stanco et afflitto,
e d’espugnar già disperato avea
de la cittate il difensore invitto
quando fortuna insidiosa e rea
la nuova pace invidiò d’Egitto,
e fabbro Anafrodisio elesse alfine
de la patria e d’Antonio a le ruine.

13Sazio costui di seguitar le parti
de l’assediato Antonio, e rivolgendo
ne l’animo fellon le solit’arti,
così poi risolvette, a sé dicendo:
– Mira d’Antonio omai fugati e sparti
i seguaci, e di lor ch’altri o cedendo
la pace ottien dal vincitor romano
o perde il regno e gli contrasta in vano.

14Del glorioso Augusto il nome adora
l’Asia divota, e gli s’inchina umile
l’ultim’Occaso e la remota aurora,
l’adusta Meroe e la nevosa Tile,
et Antonio non cede, et osa ancora
irritar combattendo il ferro ostile?
e spera anco con poca turba amica
vincer la numerosa oste nemica?

15Tempo fu già che tra ʼl cesareo stuolo
nel mar d’Ambracia egli pugnar dovea,
pur seguì Cleopatra, e lasciò solo
il campo suo mentre la pugna ardea;
or l’infiamma a vendetta inutil duolo
e di speme fallace il cor ricrea,
che chi de la fortuna il crin non stringe
ripigliarlo a sua voglia in van si finge.

16Ma siasi ei pertinace, et egli al fato
con temerario ardir folle contrasti,
altro vuol la tua patria, altro il tuo stato,
assai tu festi, assai per lui pugnasti;
tu nel rischio maggior l’hai seguitato,
per lui spargesti il sangue, or tanto basti,
più concesso non è, ché il ciel gli appresta
caduta irreparabile e funesta.

17Pur troppo arse d’intorno hai tu vedute
le ricche ville e le campagne amene,
e le superbe fabbriche abbattute
seppellite fra l’erbe e fra l’arene.
Oggi a le mura scosse e combattute
non riman di soccorso alcuna speme,
sì che alfine a le varie orride stragi
cederanno del ferro e de i disagi.

18E tu per conservar la regia sede
d’Egitto ad uom stranier vorrai che tutta
da le fiamme nemiche e da le prede
la tua misera patria or sia distrutta?
già violar le mogli e già si vede
ne l’oppressa città l’oste ridutta
far de’ teneri figli atroci scempi,
profanare i sepolcri, ardere i tempi,

19e fia che tu ʼl comporti? Ah no, procura
ch’Antonio ne la sua ruina estrema
la tua patria, il cui pianto egli non cura,
con eccidio commun non colga e prema?
Sinché piacque lassù già queste mura
difendesti ancor tu, né indegna tema
te da la lor difesa oggi ritira,
ma de gli dèi la formidabil ira.

20Non più a l’armi d’Augusto il ciel permette
che ripugni l’Egitto, e ne dà segno
d’alte sciagure orribili saette
scoccando ognor ne l’infelice regno.
Dunque non fia che neghittoso aspette
che scenda in te l’inevitabil sdegno,
e ch’Antonio cadendo oggi con esso
nel precipizio suo tragga te stesso.

21Tu se l’armi latine ora non puoi
ne le mura introdur da lui guardate,
tu fuggi a loro, e sia da te, da i tuoi
lasciata l’assalita egra cittate.
Priva così de i difensori poi
ch’ad Augusto si renda, e fia pietate
la tua fuga, il cui provido consiglio
torrà la patria dal vicin periglio -.

22Così discorre, e quei ch’egual desire
sa che possa eccitar trova e raguna,
e risolve con lor quinci seguire
del campo vincitor l’alta fortuna,
né già guari tardò che d’esequire
i disegni s’offerse ora opportuna,
poiché vari i pensieri e inaspettati
a i decreti del cielo aprono i fati.

Antonio tenta una sortita all’alba con cui risolvere la guerra, compie gesti meravigliosi ma è tradito da Anafrodisio e deve ritirarsi (23-31,4)

23Con repentina uscita Antonio altero
risolve d’assalir l’oste nemica:
«Di morte illustre o di felice impero
vi prepara l’onor breve fatica.
Quella non temerò, ma questo io spero
se ʼl cor v’infiammerà la gloria antica.
Andiam, ch’io vi precorro», in queste voci
accende a la tenzon l’alme feroci.

24Tremolante le luci e sciolta il crine
già la rosea d’amor stella languia,
e lagrime odorate e cristalline
da’ begli occhi spargea mentre moria;
con l’aurette soavi e mattutine
da l’indic’ocean già l’alba uscia,
e già fean biondeggiar l’ultim’Eoo
soffiando aliti d’oro Eto e Piroo,

25quand’a tergo lasciati i muri amici,
di magnanimo sdegno Antonio ardente,
co’ seguaci guerrier de gl’inimici
ne l’odiato vallo entrò repente.
Ben adempièr le guardie i loro uffici
et «A l’armi» gridaro, «Armi» altamente,
ma prima che ciascun l’armi prendesse
Antonio i primi e sonnacchiosi oppresse.

26Da la destra di lui cade Torquato
e dal fianco mancin l’anima spande,
la via nel collo di Pompeo svenato
il ferro omicidial s’apre a duo bande,
dal suo destriero infranto e calpestato
geme Clodio il superbo, Alcone il grande:
costui d’un urto e quei d’un colpo atterra,
et ambi nel morir mordon la terra.

27Fiede nel tergo il fuggitivo Oronte,
dal cui petto vermiglio esce la spada,
che poi calando a Teodosio in fronte
si fa tra un ciglio e l’altro ampia la strada.
Cavalli e cavallier getta in un monte
e le schiere più folte apre e dirada,
già tra lo stuol ch’estinto a piè gli langue
sembra scoglio di ferro in mar di sangue.

28Seminato di corpi e d’armi sparte
il combattuto vallo omai parea,
e l’orrida tenzone il fero Marte
con incerto favor dubbio scorrea
quand’il fellone, il qual seguito ad arte
co’ suoi ne la battaglia Antonio avea,
ricoverò con le fugaci schiere
del vincitor nemico a le bandiere.

29Né fra le stragi Antonio e i rischi involto
de l’egizia perfidia unqua s’accorse
sin che alfin rivolgendo adietro il volto
ne l’esercito ostil solo si scorse.
Non tigre a cui dal cacciator sia tolto
il picciol figlio, non cinghial cui morse
mastin brittanno, e non leon piagato
pareggiano il furor d’Antonio irato.

30Quinci ei grida: «Ecco là chi stabilio
le speranze d’Ottavio! A che permetto
che si rida il fellon del danno mio?
ché non gli fiedo e non gli squarcio il petto?
Mi paghi il traditor co ʼl sangue il fio
de l’infame sua fuga, a che più aspetto?
Già gli sbrano le membra, e già gli svello
da l’esecrabil seno il cor ribello».

31Tace, e stringe la spada e ʼl destrier punge,
e correr vuole infra ʼl nemico stuolo
contra il fellon, che teme anco da lunge
benché fra cento schiere Antonio solo.
Ma lo ritien quel che già il cor gli pungePer via della gelosia incolpa Cleopatra del tradimento e ritorna furioso in città per prendere la sua vendetta (31,5-35)
inquieto pensier con maggior duolo,
mentre in rabbia converte et in furore
amara gelosia l’antico amore:

32«De l’altrui frodi esecutor primiero
tu a l’insegne nemiche ir fai tragitto,
non de l’indegna tua fuga il pensiero
ma de l’empia e infedel donna d’Egitto.
Ella superba et avida d’impero
sdegna l’amante suo rotto e sconfitto,
e l’umil sua fortuna oggi aborrita
in tal guisa al suo amor Cesare invita.

33Ma soffrirò che de’ novelli amplessi
il tradimento suo sia il prezzo ingiusto?
Soffrirò di mirar ch’ella s’appresi
a lusingar del vincitore il giusto?
io gli amorosi lor lieti successi
vagheggerò, d’aspre catene onusto?
vedrò ne le lor gioie i danni miei
e le vergogne mie ne’ lor trofei?

34Ah non godrà de la sciagura mia
la scelerata donna ingannatrice.
In van co ʼl nuovo amante ella desia
traggere a scorno mio vita felice:
preverrò i suoi disegni, e cadrà pria,
lacera il sen da la mia destra ultrice,
ch’ella prigion mi scherna e che sia tocca
da la destra d’Ottavio e da la bocca».

35Sì parla, e da la rabbia indi agitato
parte, e ʼl destrier precipitoso gira
verso le mura, avendo già lasciato
il fren del suo voler libero a l’ira.
Già da l’interne sue furie portato
di qua, di là nella città s’aggira,
e Cleopatra accusa e in torva faccia
sanguinosa vendetta a lei minaccia.

Cleopatra finge di essersi uccisa, Antonio sapendola morta si apre il fianco (36-55)

36Qual se da l’Appennin gonfio torrente
scende improviso e le campagne inonda,
e le selve e le gregge orribilmente
svelle e rapisce, e i seminati affonda,
sovra il colle vicin mira dolente
il timido pastor la torbid’onda,
né sa dove si volga e in altro canto
vede nuotar le sue speranze intanto,

37tale a l’aspra novella essangue e muta
resta la donna, e tacito timore
sospettosa la rende e irresoluta,
e con vari pensier le agita il core.
Stimolata è la mente e combattuta
da la tema, dal duolo e da l’amore;
fuggir l’impeto prima alfin risolve
et al regio sepolcro il piè rivolve.

38Superbissima mole edificata
quasi rocca sublime i Tolomei
per lor sepolcro avieno, effigiata
de le vittorie lor, de’ lor trofei.
L’Etiopia colà scorsa e predata,
qui gli Assiri domati, ivi i Caldei,
ciò che di grande oprato avean con l’armi
scolpito si vedea ne i ricchi carmi.

39I’ ricovra l’egizia, indi l’accorta
Irene invia dove il cruccioso amante
freme a i suoi danni, et essa afflitta e smorta
quale il tempo chiedea gli giunge inante,
poi flebile dice: «E pur, signore, è morta,
è morta, ahi che non ho voce bastante
al duro annunzio, ahi Cleopatra, ahi cara,
è morta Cleopatra, ahi morte amara.

40S’uccise la tua cara, ahi la tua bella
donna, è spento il tuo sol, la nostra spene».
Così parla, e così la ria novella
dipinge al cavalier l’astuta Irene.
Egli tremò, perdé moto e favella,
sudò la fronte et agghiacciàr le vene,
l’anima non fuggì dal mesto core
ché l’ali le tarpò l’alto dolore.

41Più non chiede, non pensa e più non mira,
ma presta a gli altrui detti intera fede,
poiché in esso il discorso adombra l’ira,
a cui la meraviglia e ʼl dolor cede.
Qual rotto il fren per vie scoscese gira
indomito destrier libero il piede,
tale il furor de la ragion l’impero
schernito in sua balia tragge il guerriero.

42Da la rabbia fatal quindi sospinto
del palagio real le più remote
stanze penetra, e già disciolto e scinto
l’usbergo e ʼl brando, al suo fedele Erote
frettoloso li porge. «E pur m’hai vinto,
Cleopatra?» gridando il ciel percote,
«m’hai vinto, e cederà di spirto invitto
guerrier romano a femina d’Egitto?

43Tu nascesti reina, e tu co ʼl sangue
l’animo regio ereditasti insieme;
qual vivesti moristi, in te non langue
de l’antico valor l’inclito seme.
Non ti piango io ma ben t’invidio esangue
or che delusa hai la nemica speme
d’esporti altrui fra le sue spoglie opime
del superbo Tarpeo su l’alte cime.

44Et io rimango? e forse Antonio fia
preda d’Ottavio? e ʼl Tebro, il Tebro istesso
che mi vede partir la monarchia
e dominare e trionfar con esso
fa spettator de la vergogna mia?
et alfin mi vedrà vinto e depresso
fra i priogniero egizi accrescer gloria
del trionfo d’Ottavio a la memoria?

45Ah non fia ver, non chiuda il viver mio
splendido e glorioso indegno fine.
Son vinto, al ciel sì piacque, a che viv’io?
forse per contemplar le mie ruine?
Quella ond’io solo un tempo ebbi desio
di viver per amarla è morta al fine,
svenami, Erote: inutilmente io vivo
or che di lei per cui vivea son privo»,

46disse, e così ne le sue cure immerso
da l’altrui destra il colpo estremo attende.
Stupido intanto Erote e in sé converso
tra gl’incerti pensier vario contende.
Qual di Zeffiro e d’Euro al fiato avverso
i volubili flutti il mar sospende,
tal dubbio sta mentre gli scote il core
fede, vergogna, ubbidienza, amore.

47Quinci parla tra sé: – Tu servo ingrato
sarai del tuo signor dunque omicida?
o schernirai chi ne l’estremo stato
la sua fortuna a la tua fé confida?
vuoi ch’ucciso ei rimanga o abbandonato?
sarà la man spietata o pure infida?
che fai, misero Erote et infelice,
deh, che s’aborri l’un, l’altro non lice?

48Farò quel che ʼl destino o ʼl mio desire
mi detta, io morirò; la morte mia
sì m’aprirà con generoso ardire
dal carcere noioso ampia la via.
Fia ch’ad onta di morte il mio morire
d’una fama immortal vita mi sia.
A che tardar? Su m’offra il ferro infausto
a la vita d’Antonio alto olocausto -.

49Ne l’intimo del cor, poich’ebbe detto
in questa guisa, e tai ragion discorse,
ancor fumante e rosso al proprio petto
del sangue de’ nemici il ferro tòrse,
e perch’altri credea che desse effetto
al commando di lui non puote opporse
alcuno al colpo e trattener la spada,
che dal petto a le spalle aprì la strada.

50Esce per ʼl doppio varco il ferro e ʼl sangue
e ʼl sen gli bagna e ʼl tergo un doppio rivo,
quindi lo spirto infievolisce e langue
e di senso e di vita ei resta privo.
Tale Erote moristi, e pure esangue
ti vedrà il mondo eternamente vivo,
vivesti ignoto e servo, amica sorte
e gloria e libertà ti diede in morte.

51Del servo estinto il cavalier sospeso
ammira l’opra, e poiché lo stupore
onde immobil restando ei fu sospeso
al discorso diè luogo et al dolore,
proruppe alfin, di nobil ira acceso:
«Cos’, Erote, precorri il tuo signore?
e così del morir la via m’insegni
e con orme di sangue a me la segni?».

52Qui tacque, e ʼl ferro tiepido e stillante
trasse del suo fedel dal petto e disse:
«Non tardi ad osservar sorte incostante
le vicende che ʼl cielo a lei prefisse.
Quel ferro onde gli dèi vollero innante
che ʼl sentier de la gloria a me s’aprisse
m’apra il varco a la morte e mi discioglia
dal sen lo spirto e l’amorosa doglia.

53Tu, de la mia diletta alma bennata,
che forse qui d’intorno or ti raggiri,
e con qualche pietà cortese e grata
le mie querele ascolti e ʼl pianto miri,
raccogli o me, che troveran beata
in te la morte istessa i miei desiri.
Teco già vissi, et è ragione ancora,
o mia morte vital, che teco io mora».

54Tacque ciò detto, e poi nel lato manco
il ferro immerse, che dal destro uscìo;
sgorgò da l’uno e l’altro aperto fianco
qual da gemino fonte il sangue un rio.
Lo sguardo intorbidì, tutto d’un bianco
pallor s’aperse il volto, il piè languio.
Da l’angoscia mortal quindi anelante
sovra il letto vicin cadde tremante.

55Per le piume sanguigne ei si raggira
dal suo furor, dal suo dolor portato,
ne le gelide vene avvampa l’ira
e grida ne l’indugio essacerbato:
«Ahi pigra morte, Antonio ancor respira?
che del morir gli vieta il fin bramato?
Uccidetemi voi, ch’a l’odiosa
mia vita è troppo ogni pietà dannosa».

Gli giunge notizia che l’amata non è morta, si fa portare da lei e spira tra le sue braccia (56-72)

56Mentre così languia trascorre intanto
del nuovo e miserabile accidente
per la città smarrita in ogni canto
e giunge a Cleopatra il suo repente.
Il soverchio dolor s’indura in pianto
e la necessità ne l’egra mente
rinforzando il vigor nel suo periglio
porge quel che può dar pronto consiglio.

57Messaggiero fedel, quinci gl’invia
Diomede, che, giunto ove sen giace
il ferito guerrier, scopre che sia
de la morta reina il suon mendace.
Rinvigorita al virtù natia,
ne l’esangue latin spirto vivace
infuse, ond’ei l’egizio intento mira
con occhio più tranquillo, indi sospira.

58Con languido parlare alfin soggiunge:
«Dunque non è perduto il mio tesoro?
tu vivi, Cleopatra, e da te lunge
da te dunque mio sol, mia vita, io moro?
chi mi divide il cor? chi mi disgiunge
da la beltà, da l’idolo ch’adoro?
Su portatemi a lei, che dolce almeno
la morte proverò nel suo bel seno».

59Tacque, e i servi pietosi il nobil peso
su catenate man tosto posaro,
e giunti al gran sepolcro ivi sospeso
a rozza fune il cavalier lasciaro.
Così quel che ʼl fredd’Istro e ʼl Gange acceso
quei che l’Atlante e ʼl Caucaso inchinaro
giace miseramente, e da vil fune
pende e misura sol le sue fortune.

60Pe ʼl varco ond’al sepolcro il sol dà luce
intanto Cleopatra egra e smarrita
al canape sospeso il caro duce
ne la mole a introdur l’ancelle aita.
Il sostiene, il riceve, indi l’adduce
su ʼl letto, e in rimirar l’ampia ferita
che ʼl seno e ʼl tergo apria dal duolo atroce
oppressa in un ohimè rompe la voce.

61Non disse più, ma fe’ ritorno al core
l’interrotta favella, e trasse intanto
da l’interno del sen l’alto dolore
ne le torbide luci amaro il pianti.
Come poscia infiammolla il suo furore,
squarciò i superbi fregi e ʼl ricco manti,
indi le mani ingiuriose mosse
a lacerar le chiome, e ʼl sen percosse.

62Poi segue, e piagne: «Antonio, Antonio or dunque
sono i diletti, ohimè, sono i trofei
che ne promise Amor? tanto funesti
sono i teneri già lieti imenei?
a che, Parca crudel, non recidesti
già lo stame vital de’ giorni miei
s’esser doveva in sì spietata guisa
due volte dal mio cor l’alma divisa?

63Ahi dove son le fide armate schiere
che intorno ti cingean del campo amico?
ove sono gli arredi e le bandiere,
ove le spoglie tolte a l’inimico?
Ma lassa, ohimè, de le tue pompe altere
i lagrimosi vanti a che ridico?
a che del tuo poter, de la tua gloria
l’infelice rinovo aspra memoria?

64Pur tu da le procelle al porto arrivi,
bersaglio o resto a l’inimico orgoglio,
misera, et andrò dunque infra i cattivi
nel trionfo d’Ottavio in Campidoglio?
meco di libertà, di regno privi
inaspriranno i figli il mio cordoglio?
e vedrò la real stirpe d’Egitto
mendicar dal latin povero vitto?

65E tu mi lasci, Antonio? e soffrirai
ch’a sì acerbi dolor sola rimagna?
Teco vissi e godei, teco regnai,
ne le sciagure e ne i piacer compagna,
or che tu da me parti, ohimè, vorrai
ch’io resti e fra i ceppi indarno io piagna
la morte tua, la servitù de i figli?
Ah crudel se ʼl permetti e se ʼl consigli».

66Qui dà fine al parlar, rinova il pianto,
che le vieta narrare i suoi martiri,
e di nuovo stracciando il crine e ʼl manto
empie il ciel di singulti e di sospiri.
De gli occhi gravi Antonio innalza intanto
indi serena i nubilosi giri,
e con la voce debile e tremante
così ragiona a la dogliosa amante:

67«Se gradisti, o mia cara, unqua il mio amore,
per quei dolci riposi ond’io contento
vissi nel tuo bel sen, tempra il dolore,
ché le mie pene accresce il tuo lamento.
A le querele tue fassi maggiore
quasi fiamma a nuov’esca il mio tormento;
cessa, cessa o mio ben, poiché in me stesso
de le lagrime tue provo il riflesso.

68O gran donna real, com’a te pare
non misera e infelice è la mia sorte:
fur le tue braccia in vita a me sì care,
fra le tue care braccia io spiro in morte.
Qual può tra i suoi maggior Roma vantare
che sia di gloria eguale a me consorte?
chi fia ch’agguagli tra i latini eroi
le filippiche palme, i lauri eoi?

69Sta prefisso a ciascuno il dì fatale
e irreparabil fugge il tempo alato,
ma con l’opre acquistar fama immortale
son glorie onde virtù supera il fato.
A i pregi de la vita aggiungo eguale
de la morte l’onor, né trionfato
altri ha di me, che si può dir ch’oppresso
abbia il valor d’Antonio Antonio istesso.

70Vivi dunque pur tu, che parte sei
de la mia vita, e per cui sol desio
che non avesser fine i giorni miei
per adorarti sempre, idolo mio.
A bastanza godemmo, i miei trofei
non fia che mai consumi invid’oblio.
Quai piacer non provammo? Ah che non lice
lungamente quaggiù viver felice!

71I nostri figli è di nudrir tua cura
e impetrar lor dal vincitore il regno,
che questi, or che la morte a te mi fura,
ti lascio del mio amor reliquia e pegno.
Ma quando ancor per tua fatal sciagura
serbi Cesare in te l’antico sdegno,
rimembra chi tu sei, fa che si dica
ch’Antonio con ragion t’elesse amica».

72Queste a fatica esprime ultime note,
ché penetra le vene un freddo gelo,
offusca gli occhi, di splendor gli scote
con tenebre mortali orrido velo.
Pallidi i labbri e concave le gote
rauche le fauci e divien irto il pelo.
«Antonio, Antonio, e tu moristi alfine
e di tanti piacer fu questo il fine?».

Cleopatra tenta di uccidersi ma sviene (73-79)

73Quale in mirar la saettata prole
da la sacra infallibile faretra
restò colei che ingiuriò del sole
la bella genitrice immobil pietra,
tal priva a l’or di moto e di parole
mirando il suo fedel l’egizia impetra,
e fissa in lui con gli occhi avida sugge
da le ferite sue l’alma che fugge.

74Poi dice: «E m’abbandonasti? e in questa guisa
le promesse m’osservi, infido amante?
tu da me lungi, io son da te divisa?
Oh vani giuramenti, oh se incostante
vuoi che in me prigioniera, in me derisa
de’ nostri scorni il vincitor si vante?
Ben ti servii, ben t’ubbidii nel resto,
perdona or tu s’io ti ripugno in questo.

75Troppo fosti in te crudo, e troppo in vano
or sei pietoso in chi pietà non prezza.
Se m’amasti amerai che la mia mano
sdegni i nodi servili, a scettri avvezza.
Fuor che la morte ogni consiglio è vano,
non può né de’, non vuo’ che la bellezza
qual siasi appo il latin m’impetri aita,
che suo dono e te morto odio la vita.

76Morrò; voi del mio amor, de la mia sorte,
infelici reliquie, infausti pegni,
miseri figli, io dunque espongo in morte
de l’inimica Ottavia a i feri sdegni?
chi fia ch’aita e che favor v’apporte
per ottener gli ereditari regni?
Ma che pro, Cleopatra? ancor aspiri
d’innoltrar nel futuro i tuoi desiri?

77Cura tu la tua sorte, il ciel proveggia
a la speme de’ figli, o che prometta
o che nieghi d’Egitto a lor la reggia,
al fato, non a te, l’opra s’aspetta.
In van tu vivi ove morir si deggia;
a che indugiar? Forse la vita alletta
de la morte l’orror; se vòi salute
devi eleggere o morte o servitute.

78La morte eleggo. Intanto voi cessate,
lagrime vane, inutili querele.
A dio mura, a dio sole, a dio; restate,
figli, figli io vi lascio, oh me crudele.
Vi lascio, e fra l’elisie ombre beate
già ti sieguo e t’abbraccio o mio fedele.
Tu scorgi il ferro e prendi tu la mia
anima, che già sciolta a te s’invia».

79Tacque, e al ferro stendea la destra audace
spinta dal suo furor quando improviso,
al dolore, a l’orror poco capace,
il cor disviene, impallidisce il viso.
L’ancelle a l’or lo spirito fugace
che già seguia quel de l’amante ucciso
chiamàr con vari uffici al freddo seno;
oh di gloria mortal lieve baleno!

Canto XII

ultimo agg. 27 Marzo 2015 12:23

ARGOMENTO
Cleopatra d’Augusto è prigioniera,
a l’afflitta cittade e supplicante
perdona il vincitore, e in pompa altera
v’entra con l’oste invitta e trionfante.
Ottien l’egizia con real maniera
erger nobil sepolcro al morto amante;
il cadavero amato indi accompagna
a la gran tomba, e sovra lui si lagna.

Proculeio, su mandato di Ottaviano, prende in consegna Cleopatra, rassicurandola con false promesse (1-14)

1Vola intanto la fama ove attendato
cinge a l’egra città Cesare invitto,
e gli racconta il miserabil fato
de l’infelice difensor d’Egitto.
Mostra nel grave annunzio addolorato
il sembiante già lieto Augusto afflitto,
e del morto guerrier co ʼl pianto ancora
gl’infausti casi e la memoria onora.

2Poiché adempiti ha di pietà gli uffici
chiama a sé Proculeio, e gli favella:
«A te de l’alta impresa i cieli amici
serbàr, degna di te, l’opra più bella:
Cleopatra, de’ popoli nemici
sola speme, rinchiude angusta cella,
vuo’ se la rendi in mio poter cattiva
che la nostra vittoria a te s’ascriva».

3Qui soggiunge e discorre il loco e i modi
ch’egli stima opportuni al suo pensiero.
Stupido a l’or de le promesse lodi
prende la cura e parte il cavaliero,
e volge in sé con quai secure frodi
possa esequir del suo signor l’impero;
giunge al regio sepolcro e lo rigira
e la forma e le mura intento mira.

4Qual famelico lupo insidiando
ne l’atra notte o per la nebbia oscura
l’ovil circonda, et ogni via tentando
la chiusa gregia penetrar procura,
tal Proculeio intorno il piè girando
de la mole real l’eccelse mura
osserva, e di salir ne la magione
pe ʼl varco ond’ha la luce alfin dispone.

5Su la soglia riman di pronto ingegno
uom lusinghiero e scaltro, il quale a bada
la reina trattenga al suo disegno
sinch’egli inaspettato apra la strada.
Così mentre costei lo scettro e ʼl regno
chiede per sé da la natia contrada
e quei nutre il suo affetto e la sospende,
con duo servi il guerrier la mole ascende.

6Cala quindi furtivo ove sospesa
l’egizia a le lusinghe altrui dimora,
ma l’ode una donzella, et «Ohimè, presa
sei da l’empio roman» prorompe a l’ora.
De l’acerba novella al suono offesa
trema la donna, e gelida s’accora;
pur si scote e si volge, e a sé vicino
scorge de’ servi il cavalier latino.

7Dal timor, dal dolor già fatta ardita,
volta nel proprio sen ferro pungente,
poiché spirto gentil sprezza la vita
e pria al morir ch’a la viltà consente,
ma v’accorre il guerriero, onde impedita
la man da l’opra, ella riman dolente.
Con amiche parole indi l’esorta
Proculeio a la speme e la conforta.

8A che diss’ei: «De la pietà d’Augusto
sola i frutti goder nieghi, o reina,
cui da la Scizia a l’Etiopo adusto
con divoto stupore il mondo inchina?
temi forse che in lui desire ingiusto
s’annidi, e ʼl persuada a tua ruina?
ah non conosci ancor l’animo grande
che sì chiaro e famoso il grido spande?

9Uopo ei non ha che al suo potente impero
aggiunga il regno tuo nuovi tesori
che pro duchino a lui del Nilo altero
feconda messe i preziosi umori,
a lui, che tutte ha d’India e de l’Ibero
tributarie felici e gemme et ori,
et a cui ne la tomba e ne le fasce
il sol sempre soggetto o more o nasce.

10Non ha già di macigno o di diamante
Augusto intorno al core aspra difesa,
onde a la tua beltà renderlo amante
non abbia a riuscir leggiera impresa:
a i dolci sguardi, al placido sembiante
sarà del mio signor l’anima accesa,
vinta trionferai del vincitore,
ne la sorte minor fatta maggiore.

11Vivi al regno et a i figli, io ti scongiuro
per Giove istesso e per gli dèi penati.
Saranno a te per Isi tua, lo giuro
del patrio Nilo i popoli donati,
né me folle stimar se del futuro
con audace presagio entro ne i fati,
che da la tua beltà, cui tutto cede,
calcata di Quirin veggo la sede».

12Così ragiona, e in simil guisa alletta
al donna a nuova speme; ella, fingendo,
a l’avverso destin cede e, costretta,
s’acheta a i detti, il suo dolor premendo.
Quinci lieto il guerrier partissi, e in fretta
al padiglion d’Augusto il piè volgendo
a lui giunto narrò come già sia
la reina del Faro in sua balia.

13Gli applaude Augusto, che ʼl trionfo aspira
de la bella onorar vinta reina,
e che in tal guisa stabilito mira
lo scettro egizio a la virtù latina.
Così del ciel l’inevitabil ira
s’armò di Cleopatra a la ruina,
e in un giorno così la donna altera
fu veduta reina e prigioniera.

14Ne la reggia è l’albergo indi apprestato
a la donna real conveniente,
e con gelosa cura è qui vietato
il modo onde s’uccida la dolente.
Tranne ciò, del suo regio antico stato
tutt’altro Augusto al suo desio consente.
Odiosa virtù, pietà superba,
che togliendo a la morte a i lacci serba!

Augusto riceve la resa della città, acconsente a una resa pacifica (15-29,4)

15Son quinci a riverire il vincitore
da i cittadini ambasciatori eletti,
de’ quai fia cura al militar furore
sottrar con le preghiere i patri tetti.
Cambise, che primiero ottien l’onore
d’alto savere e di facondi detti,
deve l’ira placar del campo invitto
e impetrar pace a la città d’Egitto.

16Questi n’andato a i padiglioni e foro
introdotti ove alberga il sommo duce,
cui ritrovàr che ricca seggia d’oro
preme e di fina porpora riluce.
Ne la fronte real splende al decoro
mista d’affabilità placida luce,
né in lui scorger si può maniera alcuna
che lo rende minor di sua fortuna.

17L’altera man, che da l’estremo Eufrate
a l’atlantico mar dà leggi al mondo,
bacian gli Egizi, e con parole ornate
così ragiona il messaggier facondo:
«Signore, al cui valor de le domate
provincie la gran mole è lieve pondo,
e degno sol cui soggiacer non sdegni
la famosa città reggia de i regni,

18l’espugnata Alessandria oggi per noi
a te ricorre, e supplicante implora
quella pietate onde a i remoti Eoi
da l’aureo Tago il nome tuo s’onora.
Già mira ella rivolte a i danni suoi
l’armi vittoriose, e già deplora
sottoposti a l’ingiurie et a i perigli,
de le fiamme e del ferro i cari figli.

19Cadranno, ove tu ʼl vuoi, gli ampi edifici
sepolti ne le proprie alte ruine,
arderan la città le fiamme ultrici,
tutta ingombra di stragi e di rapine,
de l’egizie vedrai spoglie infelici
l’altere insuperbir tende latine,
e de’ nostri tesor con larga mano
far ricca pompa il vincitor romano,

20ma tu dunque, signor, tu che domasti
il nemico Oriente e ʼl mezzo giorno,
che sì nobil trofeo d’Antonio alzasti
che non può fargli il tempo oltraggio e scorno,
hai d’aggiunger bisogno a quei gran fasti
ond’è il tuo nome immoralmente adorno
de le nostre ruine il flebil vanto?
il trionfo crudel del nostro pianto?

21Né dica alcun che non desio d’onore
ma sol per vendicar l’ingiurie andate
ti spinge a desolar giusto rigore
le pertinaci mura et ostinate,
ché l’esercito tuo co ʼl suo valore
ha le nostre ricchezze oggi acquistate,
che son de’ vincitori a le fatiche
dovuto guiderdon spoglie nemiche.

22Esser non deve a nostro fallo ascritto
se ricusammo essere a te soggetti,
ch’ove manca il voler non è dilitto,
e pur noi fummo a ripugnar costretti,
poiché le rocche e le città d’Egitto
munite avea co’ suoi guerrieri eletti
Antonio, e non potea trovarsi alcuno
da sottrarsi da lui modo opportuno.

23Ben vedesti, signor, quando s’offerse
la fortuna benigna a i nostri voti
che tosto il varco a la tua gloria aperse
Anafrodisio, e gli altri a te divoti.
Di ciò ch’a forza la città sofferse
dunque giusto non è ch’altri la noti:
involontario errore o non riceve
nome di colpa o pur la colpa è lieve.

24E quando pur, ch’io no ʼl concedo, avesse
la città provocato il tuo disdegno,
onde a ragion per tuo voler cadesse
de l’ira militar ludibrio e segno,
né men devrieno esser da te concesse
le delizie e i tesor del nostro regno
in preda a i tuoi guerrier, ch’indi arricchiti
diverriano più molli e meno arditi.

25Fra i piaceri e fra i lussi effeminate
le vincitrici bellicose schiere
de l’oppressa da lor vinta cittate
sdegneranno seguir le tue bandiere.
De’ ricchi arredi e le mura aurate
vorranno il dolce acquisto indi godere,
aborriran fra rischi e dure notti
soffrir lungo digiun, sonni interrotti.

26Meglio sarà che tu, signor, conceda
al nostro error, s’è pure errore in noi,
il bramato perdon, né lasci in preda
la città supplicante a i guerrier tuoi.
Quinci il gran Nilo, ove per te si veda,
conserva la reggia e i figli suoi,
lieto celebrerà da sette foci
la tua immensa pietà con sette voci.

27Risorgano da l’erbe e da l’arene
gli abbattuti palagi e i sacri tempi,
e di nuovo con lor le piagge amene
siano di tua clemenza illustri esempi.
Le campagne d’Egitto orride scene
di funesti sin or tragici eventi
mutino omai sembianza, e a i lidi nostri
il seren de la pace il ciel dimostri».

28Qui fine al suo parlar Cambise impose,
et inchinò con gli altri il sommo duce,
che brevemente a i preghi suoi rispose,
acceso in volto di celeste luce:
«Tacciasi omai de le passate cose
ciò che l’Egitto in sua difesa adduce.
Siasi grazia o giustizia, io più non chiedo,
e ʼl perdon supplicato a voi concedo».

29Così disse, e a gli Egizi un lieto pianto
per dolcezza da gli occhi a l’or cadette.
Bacia d’Augusto indi le mani e ʼl manto
Cambise, e fido omaggio a lui promette.
Da la luce del sol percossa intantoAugusto celebra il proprio trionfo ad Alessandria (29,5-44)
ne l’atlantico mar l’onda riflette
il vicin raggio, e al portator del lume
apparecchia nel sen letto di spume.

30Quinci, tolto gli egizi ambasciatori
congedo, a la città fanno ritorno,
dove tosto che ʼl sol gli aurei splendori
comparta al mondo e riconduca il giorno,
risoluto ha d’entrar co’ vincitori
in pompa trionfal Cesare adorno;
i più ricchi e superbi arredi a gara
l’esercito latin dunque prepara.

31Destata già la sonnacchiosa aurora,
il geloso Titone abbandonato,
dietro la scorta de la placid’òra
risorge a riveder Cefalo amato;
la bella dea con armonia canora
accompagna d’augei corteggio alato,
quasi chieggan da lei con dolci accenti
ch’apra l’uscio del cielo a i rai nascenti,

32quando, tosto ch’apparve il sol ne l’Orto
dal riposo invitando a la fatica,
al par del nuovo dì Cesare sorto
i duci ragunò de l’oste amica.
Già la cittate a i lieti gridi e ʼl porto
suona, e del mar vicin la spiaggia aprica,
mentre con regia, sontuosa festa
il vincitor la nobil pompa appresta.

33Così appunto lo stuol de i naviganti
che lasciò de la patria il dolce nido
e fra i nembi e fra i turbini sonanti
scorse lunga stagione il mare infido
quando già vinte le procelle erranti
rivede al fine il conosciuto lido,
con le voci saluta alte e festive
i cari amici e le bramate rive.

34Vengono prima, in ordine distinte,
tolte al nemico stuol varie bandiere,
ove de’ duci e de le genti estinte
descritte si vedean l’imprese altere.
Qui l’opre e le memorie eran dipinte
de le già rotte e debellate schiere,
e qui dopo l’insegne eran portate
aste, spade, cimier, scudi e celate.

35Ornamenti caldei, seriche veste,
i tesori de’ Lidi e de’ Fenici
seguiano, e d’eritree gemme conteste
spoglie di Persi e d’Arabi Felici.
Qui di cuoio ferin le sopraveste
de gli Armeni, de i Medi e de’ Cilici,
le ricchezze son qui de l’Etiopo,
le delizie d’Assiria e di Canopo.

36I tiranni di Libia e d’Asia i regi
passano a coppia a coppia incatenati
in lunga schiera, e per maggior dispregi
son d’oro le catene, i ceppi aurato.
Quanti o di sangue o di valore egregi
avea il nemico esercito ammirati,
per sua gloria maggior quivi distinti
da la plebe traea Cesare avvinti.

37Giungon gli ambasciatori, e dietro a loro
vengon quei che divoti ampio tributo
traean de l’Oriente o d’armo o d’oro
da i vinti regni al vincitor dovuto.
In ordinanza segue appo costoro
il glorioso esercito temuto,
et altrui rappresenta in vario oggetto
apparato d’orrore e di diletto.

38De’ popoli feroci e minaccianti
nati al sangue, ai disagi et a le prede,
miran gli Egizi attoniti i sembianti,
onde la fama a la presenza cede.
Vanno in più squadre i cavalieri inanti,
segue distinta la milizia a piede,
ammira ognun de le romane schiere
fregi, imprese, colori, armi e bandiere.

39Ultime de la pompa alfin seguia
il nobil carro ov’era Augusto assiso.
Argeo, che pareggiar natura ardia,
con l’arte di figure avealo inciso.
A la tromba fatal qui si scopria
moversi il mondo tutto in sé diviso,
l’Europa Augusto e quivi ubbidiente
guida Antonio il merigge e l’Oriente.

40Traggon ne l’azio sen l’onte e gli sdegni
a la pugna naval l’armi latine.
Già vede urtarsi et assalirsi i legni
e le stragi e gl’incendi e le rapine.
Vedi porporeggiar gli ondosi regni
mentre de la tenzon dubbioso è il fine.
Ciò che dal ferro e che da l’onda fugge
l’avida fiamma incenerisce e strugge.

41Ecco poi ch’abbandona il suo fedele
timida Cleopatra, ond’egli insieme
a l’esercito suo fatto infedele
del regno e de l’onor lascia la speme.
Antonio segue le fugaci vele
mentre Augusto i suoi legni altrove preme,
e ne consegue alfin chiara vittoria.
Questa impressa nel carro era l’istoria.

42Mobili torri et animati monti
la gran mole traien quattro elefanti,
nati là dove il Nilo ha le sue fonti
da l’emule del mare acque stagnanti.
Gli irsuti dorsi e l’elevate fronti
ricama, e coprian barde sonanti
di mille funi seriche e di mille
cadenti fiocchi e tremolanti squille.

43Sovra il carro real sorge la sede,
e d’adamanti e di piropi aspersa,
ove Augusto riposa, e d’onde vede
la curiosa turba in lui conversa.
Da gli omeri lo copre insino al piede
di preziosi fregi e d’or conspersa
con industria gentil sidonia vesta,
da man fenice di fin oro intesta.

44Così Cesare passa, e riverente
la peregrina pompa il vulgo ammira,
qui di teneri fior pioggia cadente
soavissim’odor placida spira.
Di grati suoni a l’armonia ridente
ivi ogni mesto cor lieto respira,
vari di varie spoglie opimi e carchi
gli obelischi sorgean, le statue e gli archi.

Augusto concede di celebrare i funerali di Antonio (45-50)

45Tal giunge e posa entro la regia sede
Augusto, indi l’egizia al corpo amato
di dar qual si conviene a lui richiede
sontuoso sepolcro et onorato.
Nuove promesse aggiugne, e le concede
tutto ciò che desia, cortese e grato
il vincitore, onde il femineo ingegno
nuova gloria si finga e nuovo regno.

46De i ricchi marmi che Numidia serba
i fabbri industri il gran sepolcro ornaro,
e con memoria a lui dolce et acerba
le fortune d’Antonio effigiaro.
Compita la funesta opra superba,
l’estinto cavalier quindi portaro
a la tomba prefissa, e nobil schiera
d’amici accompagnò la pompa altera.

47Gli segue Cleopatra afflitta, e gira
torbido il guardo e flebile il sembiante,
tal però che se incauto altri la mira
n’arde pria che s’avvegga esser amante.
Fra l’ombre de la morte il volto spira
raggio d’aura vitale e fiammeggiante
d’amor, di gioia, e i cori altrui può quanto
il suo riso invaghire anco il suo pianto.

48Sparsa con ordin vago era la vesta
conformi al suo dolor di fosche bende,
ma tanto bella pur quanto che mesta
fra le tenebre ancor l’anime accende.
non è seno ove Amor non ferva a questa
nuova fiamma ch’abbrucia e non risplende,
né v’è gelido cor che no navvampi
de’ suoi placidi sguardi a i chiari lampi.

49Come talor dal velo esce repente
di fosche nubi il fulmine rinchiuso
e di fiamme spargendo ampio torrente
per li campi del ciel scorre diffuso,
così appunto fra l’ombre il guardo ardente
di negro manto imprigionato e chiuso
esce improviso, e inaspettati ardori
del seguace drapel scocca ne’ cori.

50La negligenza aggiunge grazia al volto
e quanto d’adornar l’arte trascura
il crin, che quinci e quindi erra disciolto,
tanto accresce i suoi pregi in lui natura.
Nel funebre risplende abito incolto
più vaga sua beltà quanto più pura:
tal sarebbe ammirato e riverito
co ʼl manto de la notte il sol vestito.

Lamento di Cleopatra sul feretro di Antonio, quindi cerca di lasciarsi sopraffare dal dolore fino alla morte, ma Ottaviano la ferma (51-65)

51Pervenuta al feretro ove riposa
la vita sua ne l’altrui corpo estinta,
nel bel volto costei, benché dogliosa,
d’un color dolce di pietà dipinta
prima timida il guardo alzar non osa
nel cadavero amato, indi sospinta
d’un interno furore in lui s’affisse,
e sospirando alfin proruppe e disse:

52«Qual ti ritrovo, ahi lassa, e qual ti veggio,
Antonio, oh del mio cor parte più cara?
A l’albergo reale, a l’aureo seggio
freddo marmo succede, angusta bara?
Oh mutate sembianze, et a me peggio
d’una perpetua notte oh vista amara,
crude luci il mirate? oh degne a cui
il sol luce non sia co’ raggi sui.

53Ma s’a l’alma gentil luci spietate
di chi il sangue per voi prodigo sparse
del nostro amore a la memoria ingrate
siete di poche stille avare e scarse,
supplirà la mia man ciò che negate,
et in vece di lagrime consparse
le sue piaghe vedrete al caldo rio
che nel seno aprirò del sangue mio.

54Io troncherò con generoso ardire,
mal grado de la Parca, il fil vitale,
vuo’ provocar, se posso, e prevenire
de l’odiosa vita il dì fatale.
Misera, ma che tento? al mio desire
a darmi morte il mio dolor non vale?
Ah ben de’ miei dolor degna sarei
s’io tollerar potessi i dolor miei.

55Anzi pur soffrirolli; al mio dolore
sarebbe de la vita il fin soave,
che se la tema è del morir peggiore
fra le morti il mio core uso non pave;
tale è il mio duol che per mio duol maggiore
da le proprie miserie uscir m’è grave,
eccessivo dolor nel pianto ha pace
e s’indura a gli affanni e sen compiace.

56E bene, ohimè, dovunque il guardo io giro
s’offre a me solo alta cagion di lutto:
da l’incendio nemico io là sospiro
l’ereditario impero arder già tutto,
qua dal piede latin calcato io miro
il gran solio de gli avi omai distrutto,
e del patrio diadema alfin già priva
me di barbara turba esser cattiva.

57Pur mirerei de la nemica sorte
il sembiante crudel con lieto ciglio
e soffrirei de la paterna corte
prigioniera infelice il duro esiglio
ove non me privasse invida morte
ne l’estinto amator d’ogni consiglio,
e non fesse con perdita maggiore
de le perdite mie lieve il dolore.

58Ma se auro destin non mi concede
che mi doni il mio Antonio i baci usati,
pur sia da i suoi labbri io gli deprede,
onde vinca il desio l’ira de’ fati.
De’ baci miei l’ambiziose prede
ad Amor condonate, o labbri amati,
poiché legge d’Amor permette a noi
rapir ciò che donar non lice a voi.

59Et oh se pur mentr’io vi suggo almeno
mista co’ baci miei l’anima uscisse,
quanto lieta morrei congiunta al seno
di lui che sempre unito a me già visse!
Oh me beata e avventurosa a pieno
se in braccio al mio diletto a me s’aprisse
felicissima bara, oh dolce bara,
del trono e de la vita a me più cara».

60Volea forse più dir l’addolorata
dona giacendo al gran feretro a canto,
ma stringendo a la sua la faccia amata
l’interruppero insieme i baci e ʼl pianto.
Gli altri uffici i ministri e l’onorata
pompa funebre celebraro intanto,
e ʼl cadavero illustre e riverito
ne la tomba fatal fu sepellito.

61Lascia il sepolcro, e in esso ogni sua speme
l’afflitta Cleopatra, e ʼl camin prende
al regio albergo, e qui de le sue pene
l’aspro cordoglio a disfogare intende.
L’importuno dolor dentro le vene
perturba intanto, e intorno al core accende
il sangue, et accresciuto a poco a poco
le viscere consuma il nuovo foco.

62De l’incendio novel che infiamma il petto
e già gli spirti insidioso assale
ben s’avvede l’egizia, e con diletto
sente forza acquistar l’avido male:
spera così con fortunato effetto
abbandonando alfin l’aura vitale,
egualmente magnanima e costante,
fuggir la servitù, seguir l’amante.

63Cauta dunque il suo mal finge maggiore
e disperata il nutre e lo fomenta,
fastidisce ogni cibo e dentro il core
l’odiosa cagione accrescer tenta,
ma scopre il suo disegno, e al suo signore
il sagace custode il rappresenta,
e narra che la febre ond’ella ardea
solo dal suo voler l’esca traea.

64Ne’ pargoletti figli Augusto irato
l’arti materne vendicar protesta,
e così de la morte il disperato
desio precipitoso in essa arresta.
Qual de’ piccioli figli il canto usato
fingendo il cacciator deluso resta
schermo d’augei che dentro i lacci tesi
ingannati dal suon restano presi

65Tale al nome de’ figli a l’or sospesa
riman l’egra reina, indi riprende
il cibo, e quella fiamma ond’era accesa
a suo mal grado alfine estinta rende.
Oh di sorte nemica ultima offesa
ch’a la misera donna anco contende
la morte istessa, e ciò ch’a tutti lice
vieta per maggior pene a l’infelice!

Canto XIII

ultimo agg. 27 Marzo 2015 15:23

ARGOMENTO
Supplicante l’egizia al vincitore
il regno chiede, ei no ʼl promette o niega.
A la reina appare il suo amatore
che d’Augusto i pensier le svela e spiega.
Conferma il sogno e a lei del suo signore
i sensi Dolabella apre e dispiega,
indi l’ultime esequie al suo consorte
celebra Cleopatra e si dà morte.

Cleopatra pensa tra sé come fare per sedurre Augusto e recuperare il regno per i figli (1-8)

1De l’afflitta reina il vincitore
va quindi a sollevar la speme oppressa,
dubbioso ch’innasprito il suo dolore
l’onor del suo trionfo estingua in essa.
Dà tregua a l’or ne l’agitato core
a i suoi pensier l’egizia, et a se stessa
così ragiona, e allettatrice e molle
de la natia bellezza aura l’estolle:

2- Or chi potrà, benché selvaggio e fero
l’abbia nutrito il Rodope o l’Atlante,
a i miei teneri vezzi, al lusinghiero
sguardo negar di riverirmi amante?
Ben sa come più volte Amore altero
di superbe vittorie è che si vante
in mia virtute, e quai famosi eroi
miri avvinti per me da i lacci suoi.

3Non se pur di diaspro o di macigno
saldo riparo, impenetrabil muro
gli cingesse d’intorno il cor ferigno
da lo strale de’ miei sguardi andria sicuro.
Con un sorriso placido e benigno,
benché di ghiaccio adamantino e duro
s’armi rigido il seno a gloria mia,
esca al foco d’amor vuo’ ch’egli sia.

4Né ciò bram’io perché veder mi caglia
in amante cangiato il mio nemico,
ond’a lui corrisponda, in lui mi vaglia
incostante, e ripor l’affetto antico,
che non fia mai che nuovo amor prevaglia
a la memoria de l’estinto amico,
né ʼl cor che per Antonio incenerio
sarà mai che riscaldi altro desio,

5ma perché sol del mio fedel consorte
a l’innocente prole indi ottenessi
l’ereditario scettro, e di lor sorte
cangiassi i mesti in prosperi successi,
così fia che d’Egitto anco risorte
le cadute speranze io vegga in essi.
Che Marte ad Amor ceda, e ch’a vicenda
ciò che qui mi rapì, questi mi renda -.

6Cotal si vanta di se stessa altera
la bella egizia, e incenerir presume
del nemico latin l’alma guerrera
de’ suoi fervidi sguardi al dolce lume.
Ogni raro artificio, ogni maniera
di beltà, di parole e di costume
pensa, e ciò che placar puote lo sdegno
d’Augusto, et impetrarne il patrio regno.

7Qual capitan ch’a general tenzone
l’oste nemica provocar risolve
l’armi contempla, il sito e la stagione
e l’arti militari in sé rivolve,
indi i guerrier, le machine dispone,
mira i vantaggi et a suo pro gli volve,
né trascura sentiero, argine o fossa
che la vittoria agevolar gli possa,

8tal ritrova costei placide lodi,
mentito lagrimar, finti sospiri,
e quando muover possa et in quai modi
più cari altrui de’ suoi begli occhi i giri.
Preghi, vezzi, scongiuri, insidie e frodi
ciò che stima opportuno a i suoi desiri
prepara, e ciò che puote in parer bella
crescere, a studio antico arte novella.

Cleopatra prega Ottaviano di lasciare il regno ai figli, lui risponde in maniera ambigua ma risoluta (9-32)

9Da la turba seguace Augusto intanto
accompagnato a ritrovar lei viene.
Essa l’incontra, et a baciargli il manto
vuole a terra chinarsi, ei la ritiene;
quinci di lei dentro l’albergo a canto
al letto egli la guida e la sostiene.
Qui, partito ciascun, soli restaro
la mesta donna e ʼl vincitor del Faro.

10Preme essa il letto in aureo seggio assiso,
ei posa in grave e placido sembiante,
ella del pensieroso e flebil viso
dolci sensi d’amor tutta spirante,
ei l’occhio al suolo, ed essa in lui l’ha fiso,
ei de la gloria, essa del regno amante.
Così taceano, e alfin la donna accorta
a le supplici voci apre la porta:

11«Signor, di tue vittorie al grido altero
suona il libico mar, l’ultima Tile,
e ʼl vinto Idaspe e ʼl soggiogato Ibero
il tuo potente scettro inchina umile,
sono i raggi del sol meta al tuo impero,
a te del Nabateo la man servile
su i ricchi altari e fra i votivi lumi
vittime sacra et odorati fumi.

12Queste tue glorie anch’io fra gli altri ammiro,
ma tua gloria maggior non pongo in esse,
poiché lode commune ad altri io mito
l’aver con l’armi estranie genti oppresse:
varia la sorte il suo volubil giro,
e quei che dianzi a l’alte cime eresse
spinge a gli abissi, e suol de’ maggior regi
le ruine stimar suoi maggior pregi.

13Quella è dunque a ragion lode primiera
che da l’altrui favor nulla dipende,
e tal vegg’io fra la virtù guerrera
la famosa pietà che in te risplende.
Io, che mossi vèr te rubella, altera
di turbo marzial procelle orrende,
pur vinta e prigioniera ho di reale
ciò che doveasi a la mia sorte eguale.

14Da sì rara pietà quindi è ben dritto
che la reggia de gli avi a i figli miei
ancor speri concessa, e che d’Egitto
abbian l’antico scettro i Tolomei.
Così del pari e in guerra e in pace invitto
ergerai di virtù chiari trofei,
et incerto sarà se maggior gloria
si convenga al perdono o a la vittoria.

15Né mi turba, signor, né in me la spene
scema perché la sorte e le bandiere
seguite abbia d’Antonio, e di Cirene
e d’Egitto traendo armate schiere,
né ʼl grido popolar ch’altri sostiene
con accuse fallaci e menzognere
ch’io quella fui che già ne’ vostri cori
primiera seminai l’ire e i rancori,

16che ʼl decreto roman nulla curando
d’Antonio offerti a me de l’Asia i regni
temeraria accettai, forse bramando
e forse anco nutrendo i vostri sdegni,
ch’al solio di Quirin gonfia aspirando
con maniere impudiche e vezzi indegni
oprai ch’Ottavia, ond’ei me sola amasse,
del letto marital priva restasse.

17Poiché santa innocenza in mia difesa
l’armi rintuzzerà de l’odio altrui,
e mostrerà che di mortal contesa
non sparsi i semi e non autrice io fui,
il desio di regnar che l’alma accesa
avea d’entrambi suscitò fra vui
l’intestine discordie; io, sallo il cielo,
del’interna cagion fui solo il velo.

18E come io poi negar potea d’Egitto
de’ soldati e de l’oro il chiesto aiuto
al minacciar di capitano invitto,
di poderoso esercito temuto?
A che negare al vincitore il dritto
del promesso dovea fermo tributo,
donna sola et inerme, onde poi tutto
da lui non fosse il regno mio distrutto?

19Se fomentaro un tempo Aminta, Erode
e seguìr ne i perigli Antonio amico,
et oggi, tua mercé, possiede e gode
l’uno e l’altro di lor lo scettro antico,
benché di lor ciascun più saggio e prode
vie più di me giovasse al tuo nemico,
a che signor da te non deggio anch’io
sperare egual successo a l’error mio?

20Ch’io ricevessi le provincie in dono
de’ romani il confesso, or ciò che fia?
perché degg’io, s’a lui soggetta io sono,
ricusando adombrar la fede mia?
d’involontario error dunque il perdono
giusto sarà ch’a me negato or sia?
Non ricusai perché di fé non retta
l’importuna ricusa era sospetta.

21Ch’io di Quirin su la famosa seggia
premer tentassi il popolo romano
e chi sarà che non conosce e veggia
quanto sia de l’accusa il titol vano?
Sperar dovea di posseder la reggia
e lo scettro tener feminea mano
ch’a Cesare signor, Cesare istesso
non fu già pur di sostener permesso?

22Ch’alfin per mia cagion fu discacciata
Ottavia sol dal marital suo letto,
concederò che fosse ella sprezzata
colpa de l’amor mio, non mio difetto.
Era d’Antonio, io già no ʼl niego, amata
da troppo ardente e smoderato affetto,
ma per dio, chi potrà ne l’altrui seno
al fervido desire imporre il freno?

23Tralascierò ch’accorla in sua magione
forse con saggio avviso ei non dovea
a l’or che sanguinosa aspra tenzone
con incendio commun tra voi fervea,
ma siasi stato Amor di ciò cagione,
io de’ falli d’amor dunque son rea?
d’Amor, che in terra e in ciel scusa ogni colpa,
l’altrui colpa d’amor me sola incolpa?

24Pur qui m’accheto, e creder vuo’ che sia
del tuo perdono il mio fallire indegno,
ma chi dirà che non ingiusto fia
ch’anco ne’ fogli miei sfoghi il tuo sdegno?
Sia del mio error la pena anco sol mia,
né de l’antico ereditario regno
la prole mia per mia cagion rimagna
priva, benché a l’error non sia compagna.

25De’ Tolomei la chiara stirpe attende
per lunghissima serie a lei prescritto
il glorioso scettro, e in te contende
di pio la lode al titolo d’invitto.
Eguale al gran valor che in te risplende
l’alta clemenza ammirerà l’Egitto,
et essendo al tuo crin novelle palme
t’adorerà trionfator de l’alme».

26Qui cessa di pregar, ma son de’ preghi
facondi sguardi interpreti furtivi.
Or chi fia che non ceda e non si pieghi
a quei teneri suoi vezzi lascivi?
e tu pure anco il seno Augusto neghi
di sue lusinghe a i lacci, a gl’incentivi?
nulla possono in te con vari modi
preghiere accorte, insidiose lodi?

27Qual di lingua sagace al noto incanto
chiude tosto l’orecchie aspe africano,
o qual de le sirene il dolce canto
l’itaco cavalier rendé già vano,
tal de l’egizia a le parole, al pianto
a l’or mostrossi il vincitor romano,
e non lasciò che gli giungesse al core
da’ begli occhi di lei fiamma d’amore.

28Quindi gl’interni sensi asconde e preme,
e mentre al suo parlar breve risponde
non promette e non niega, e fra la speme
un dubbioso timor mesce e confonde.
«Non ha» diss’ei «fra le sciagure estreme
un magnanimo cor ristoro altronde
che da se stesso, e la virtù diversa
non sembra a la fortuna amica o avversa.

29Né perch’io vinsi insuperbir dovea,
né tu perché sei vinta esser negletta.
Scherza l’instabil sorte or lieta or rea,
et or cruda minaccia or dolce alletta;
foll’è colui che la volubil dea
favoreval mai sempre a sé prometta,
o ch’invilito a la percossa antica
la paventi mai sempre a sé nemica.

30Tu raffrena il tuo duolo, onde risorta
la primiera bellezza in te si veggia,
raddolcisci le cure, e ti conforta,
che intatta è la cittade e la tua reggia.
Spera, che quanto la ragion comporta
del popolo roman, ch’io possa e deggia
tu paga rimarrai, per quanto è giusto
io vuo’ che ti prometti amico Augusto».

31Così ragiona il vincitor cortese
a l’egizia, e da lei congedo prende,
e parte e porta le sue voglie illese
cui da l’ardor zelo d’onor difende.
Stupisce quella, che tant’alme accese,
ch’or sua beltà no ʼl muove e non l’incende,
pur somministra ancor di vana speme
esca debile e lieve al cor che teme.

32- Chi sa – dicea . ch’Ottavio or non infinga
da quel che chiude in sé vario il sembiante?
Fors’egli tace et ama, e si lusinga
di non volere amar, benché si amante.
Dunque io non so come talor si finga
il volto or mesto or lieto in un istante?
e come sia ne l’amorose scole
simulati gli sguardi e le parole? -.

Antonio compare in sogno a Cleopatra, le mostra la vita nei cieli e le sconfessa i progetti tutt’altro che concilianti di Ottaviano (33-48,4)

33Così dubbiosa la volubil mente
or quinci or quindi ella volgea sospesa,
e le facean nel core indifferente
la speranza e ʼl timor varia contesa.
Le parole d’Augusto è che rammente,
e gli atti e ʼl volto ella misura e pesa,
né sa ciò che risolva; alfin le scopre
virtù d’amor gli altrui pensieri e l’opre.

34Già spiegate nel ciel la notte avea
sparse d’ombra e d’orror le gelid’ali,
e già il silenzio altissimo premea
con l’acqua de l’oblio gli egri mortali
quando a l’egizia, a cui dal cor togliea
le cure il sonno e raddolciva i mali,
scintillante di fiamme ardenti e chiare
improviso splendore in sogno appare.

35Per mezzo i rai del suo fedel romano
riconobbe colei l’amata faccia,
e tre volt tentò raccorlo in vano
con frettolosi amplessi entro le braccia,
ch’altrettante l’incauta avida mano
scherne l’imago, onde sol l’aure abbraccia,
ella stupisce, e del guerrier si duole,
che sorride e prorompe in tai parole:

36«Non avvolto no io di mortal velo
come tu credi, e tu non sei là dove
con instabil vicenda il caldo e ʼl gelo
prova la terra, o dove tuona e piove.
Questo che miri e dove or siamo è il cielo,
cui l’anima del mondo informa e move,
che per tutto diffusa e perché aspira
solo a se stessa eterna in sé si gira.

37Un solo è il cielo, e falso erra tra voi
di tanti cieli il grido , e inutil era
che fossero distinti i cerchi suoi
ove a l’opra supplica una sol sfera.
Quindi l’anima scende e veste poi
caduche membra in terra, onde leggiera,
purgata da gli errori, in altro loco
spiega verso le stelle ali di foco.

38Ogni alma ha la sua stella, e son le stelle
l’alme del cielo elette abitatrici,
che godono quassuso eterne e belle
con tranquillo riposo i dì felici.
Ben talora scorgete auree fiammelle
ne le vostre cader basse pendici
da le piagge del ciel, ma quei fulgori
son stimati da voi lievi vapori.

39Quelle appunto che voi stelle cadenti
nomate, anime son ch’ad informare
il fragil vel di pure fiamme ardenti
tolte a l’alma del ciel soglion calare.
Di loro altre non viste, altre lucenti
s’offrono a gli occhi vostri, altre men chiare
poiché la luce si comparte in quanto
denno vestire ignoto o nobil manto».

40Volea seguir ma, il suo parlar rompendo,
l’addomanda l’egizia: «Or qual si vede
lucido stuol ch’or cala et or salendo
per diverso sentiero al ciel sen riede?».
Vèr l’additato loco a l’or volgendo
l’occhio il guerrier disse: «Da te si chiede
parte di ciò ch’a te sin ora ho detto:
or odi, e resterà pago il tuo affetto.

41Non solo il latteo cerchio abbraccia intorno
l’incurvato Zodiaco, ove raggira
l’aurato carro il portator del giorno,
né mai lungi da quello il piè ritira,
ma ʼl divide là dove il Capricorno
e ʼl Cancro opposto la gran zona aggira;
scendon per questa via ne i corpi vostri
l’alme, e riedon per quella a i sommi chiostri.

42Tu rimira colà tazza che splende
fra ʼl Cancro adusto e ʼl fier leon nemeo,
or quella a inebriar l’alma che scende
nel vostro corpo ivi locò Lieo,
quindi in un punto oscuro oblio la prende
de l’albergo primiero onde cadeo,
e circondata da terrene membra
de gli arcani del ciel nulla rimembra.

43Da la veste mortal poscia divisa
sen va là dove in sotterraneo loco
da le macchie corporee in varia guisa
soglion purgarla o l’aria o l’acqua o ʼl foco.
Indi verso le stelle il guardo affisa,
e sciolta da i legami a poco a poco
i terreni difetti ivi depone
et erge i vanni a l’immortal magione.

44Stanza è fra l’altre ove purgar si suole
da le colpe d’armo l’anima amante,
che dal suo ardor sol tormentata cole
di sacri mirti l’odorate piante.
Lieve è colpa amorosa, ond’è che vole
in breve tempo a la nati stellante
spera libera l’alma e pura e bella,
che di nuovo sia in ciel lucida stella.

45Anch’io, deposto il mio caduco velo,
e tra i mirti laggiù fatto soggiorno,
già poco dianzi a rivedere il cielo
da la valle mortal feci ritorno.
Qui stella io splendo, e d’amoroso zelo
ardo per te, quei raggi onde tu adorno
mi vedi sfavillar sono l’usate
de l’antico mio amor fiamme beate.

46Or qui t’attendo, e qui per te si serba
il nativo splendor. Scherni le frodi
del crudo vincitor, che ti riserba
del suo trionfo a le vergogne, a i nodi.
Qual s’occulta talor serpe ne l’erba
tal cela i suoi disegni in dolci modi.
Deh non mai gli occhi di nostre onte vaghi
con gl’indegni tuoi lacci Ottavio appaghi!

47Sdegna vita servil libero core,
né si perde co ʼl regno alma reale.
Vinse Cesare, è ver, non già il valore
ma la palma gli diè legge fatale.
D’intrepida virtù nostro è l’onore
cui sorte o fato ad oscurar non vale;
vanti Ottavio i trofei di fragil salma,
ma trionfi nel cielo invitta l’alma».

48Così disse, e nel fin di tali accenti
nel profondo de’ rai s’ascose e sparve,
e traendo del mar le rote ardenti
sovra l’indico cielo il sole apparve.
Destossi Cleopatra, e fra dolentiUn giovane comandante di Ottaviano rivela a Cleopatra che sarà portata in trionfo a Roma come preda: la regina decide di uccidersi (48,5-59)
pensier confusa a le vedute larve
non sa che ciò paventi e ciò che deggia
credere a i sogni, e irresoluta ondeggia.

49Qual peregrin che da crudel masnada
per alpestre sentier fugga smarrito
se giunge ove talor vieta la strada
d’orrida balza insuperabil sito
arresta il piè fugace, e incerto bada,
fra i diversi perigli inorridito,
e mira ad or ad or con vario duolo
or l’alto precipizio or l’empio stuolo,

50tal dubbia Cleopatra in sé risolve
i detti de l’amante, e teme e spera.
Così di Noto e d’Aquilon si volve
a l’opposto soffiar nebbia leggiera.
Or mentre ancor sospende e non risolve
se nieghi tutto o dia credenza intiera
a le sognate cose ond’è confusa,
i consigli d’Augusto altri le accusa.

51Tra quei che più famosi abbandonaro
de l’Oriente e de l’Occaso i regni,
quando le selve a l’ocean portaro
de’ romani guerrier gli odi e gli sdegni,
per se stesso e per gli avi illustre e chiaro
Dolabella seguì d’Augusto i segni,
e del sangue nemico a i biondi crini
innaffiati nudrì lauri latini.

52Era il garzon de la sua verde etate
non giunto ancor dal quarto lustro al quinto,
e da siepe gentil di piume aurate
era del volto il fior purpureo cinto.
Il cor, vago d’onor, tra schiere armate
non gli avea mai laccio d’amore avvinto,
poiché sol quei piacer l’alma gradia
che di gloria conditi il rischio offria.

53Pur gli occhi non sì tosto incauto aperse
a la vezzosa barbara reina
che libero mirar non più sofferse
l’incomparabil forma e pellegrina,
ma con avidi sguardi il core offerse
quasi olocausto a la beltà divina,
poiché audace lo rende e impaziente
de l’amor, de l’età la fiamma ardente.

54De l’amante novel cauta s’accorge
l’egizia, e il suo desio nutre e seconda,
e in mezzo al suo dolor mentre lo scorge
come in lui sol confidi appar gioconda.
Ora un riso ora un guardo or toglie or porge,
or tacita la vede et or faconda,
o rida o miri o parli al fine o taccia
il credulo amator più stretto allaccia.

55De la sua donna allettatrice e bella
a lo sguardo lascivo, al vago riso
dolcemente rapito è Dolabella,
e ʼl core abbrucia e incenerisce il viso.
Sembra a gli atti leggiadri, alla favella
già fuor di sé tutto da sé diviso,
e da l’esca de’ vezzi a l’or nudrito
più si rende in amar fermo et ardito.

56Di Cesare costui nel padiglione
ove talor co’ primi ei fa dimora
ode ch’a Roma il capitan propone
prigioniera condor quella ch’adora.
Impaziente il cupido garzone
da la tenda maggior s’invola a l’ora,
quinci di lei ciò che proposto sia
in breve scritto a Cleopatra invia.

57De la carta fatal l’intimo senso
legge la donna e impallidisce insieme,
e premendo nel core il duolo intenso
di magnanimo sdegno accesa freme.
«Così» dicea «mentre goder mi penso
il regno mio tradita è la mia speme?
così pur troppo in danno mio veraci
il futuro scoprìr l’ombre fallaci?

58Così le mie fortune egli schernio
coll’onorarmi, e fur gli onor dispregi?
dunque tra gli altri fui serbata anch’io
per eternar del suo trionfo i pregi?
a che vantar del gran lignaggio mio
le memorie e ʼl valor de gli avi egregi
se posta io son tra le vulgari prede,
s’alta vergogna a i lor trofei succede?

59Oh mentite parole, oh mio dolore,
tu non m’uccidi? a che m’adiro in vano?
Il dolor non m’uccide, e a mesto core
non somministra aita impeto insano.
Fingi lieto il sembiante al vincitore,
che così poscia il suo pensier fia vano:
tu morendo imporrai fine al tuo affanno
e l’arte schernirai con pari inganno».

Cleopatra celebra gli uffici funebri di Antonio (60-67,4)

60Qui tace, e per celar l’interno affetto
compone il volto e le parole, e chiede
celebrar de l’esequie al suo delitto
l’estremo onor dovuto a la sua fede.
Il vincitor, che ʼl desiato effetto
scorge di sue lusinghe, a lei concede
la pia richiesta, e d’affidar procura
del regno in lei l’ambiziosa cura.

61Cleopatra là dunque ove chiudea
il sepolcro real l’ossa onorate
vassene a scior quei che prefissi avea
di duolo ultimi uffici e di pietate.
in lugubre vestir seco traea
le donzelle d’Egitto addolorate,
tal gì dove a la tomba eran sospese
con profumi sabei facelle accese.

62Quivi su l’urna de l’estinto amante
cader si lascia, indi con lui divisa:
«Io con libera man già poco inante
ti seppellii, Antonio, et or derisa
serva agitata e prigioniera errante
le tue ceneri adoro in altra guisa,
custodita perch’io non tolga al vanto
del vincitore il corpo mio co ʼl pianto.

63Questi saran del mio sincero amore
l’ultime prove, a te prestar non lice
de l’animo fedel segno maggiore
poiché il vieta al desio sorte infelice.
Perdona tu se ne l’estremo onore
ch’io pago a la tua cara urna infelice
fur con misera pompa arsi et accensi
e mendicati lumi e servi incensi.

64Ma sieno pur servi gl’incensi, e sieno
ne le tue esequie mendicati i lumi,
liberi ti daran questi occhi almeno
di tributario pianto amari fiumi.
Liberi da i sospir di questo seno
avrai le faci e gli odorati fumi,
che del nostro destin vive al dispetto
in corpo prigionier libero affetto.

65Anzi fia che di pianto anco si toglia
ch’io lasciar possa il tuo sepolcro asperso,
e quei ch’unì già vivi una sol voglia
morti disgiungerà luogo diverso.
Farà che te roman l’Egitto accoglia,
me d’Egitto l’Italia il fato avverso,
che benché l’alme disunir non possa
godrà di separar la tomba e l’ossa.

66Ma se i preghi mortali odon gli dèi,
se i nostri voti secondar tu puoi,
non soffrir che d’Antonio erga i trofei
Ottavio e che di te trionfi in noi.
Tu ne l’urna m’accogli, io sol potrei
ceneri amate, riposarmi in voi;
avanza ogni dolor l’essere io viva
dopo tanti dolor d’Antonio priva».

67Quivi ella tacque, et abbracciando asperse
e ʼl gran sepolcro coronò di fiori,
indi l’estremo sacrificio offerse
di siri unguenti e d’achemoni odori.
Fornite alfin l’esequie, il piè converseLa regina si fa portare un serpente e si suicida (67,5-86)
a l’albergo reale, e i suoi dolori
ne l’interno del cor chiuse e coprio
con mentite sembianze il suo desio.

68Giunta al palagio ivi l’ancelle avieno
superbissimo bagno apparecchiato,
ove infuse e versò ciò c’ha nel seno
l’arabo suol di molle e d’odorato,
quanto gli Assiri o l’indico terreno
nutrono di soave e di pregiato,
ciò che l’Armeno o l’Etiopo aduna
la lussuria d’Egitto ivi raduna.

69D’alabastro è la pila ove s’accoglie
l’odorifero umor, quivi s’aperge
le seriche deposte aurate spoglie
la reina di Menfi, e vi s’immerge,
e di rose e di fior con varie foglie
le bianche membra si pulisce e terge;
l’asciugan poscia delicati e fini
pompe de la Giudea candidi lini.

70Quinci il bagno lasciato a lauta mensa
con tranquillo sembiante ella s’asside,
e celando nel sen la doglia intensa
con un finto piacer scherza e sorride.
Inquieta fra tanto aggira e pensa
e la credenza altrui saggia deride:
i modi onde trovare ha risoluto
ne le miserie sue l’ultimo aiuto.

71Son tolte alfin le mense, et ella parte
dal convito fatal gioconda e lieta,
poiché a gli occhi dal cor provida l’arte
a l’occulto pensier l’adita vieta.
Dà congedo a la turba, e ne la parte
del palagio più ascosa e più secreta
s’interna, e con due ancelle ivi si chiude
fra le care più fide e ogni altra esclude.

72Quivi poscia i suoi preghi e le sue doglie
spiega in supplice foglio al vincitore,
tentando d’impetrare a le sue voglie
con amica pietà l’ultim’onore.
Chiede con le caduche e frali spoglie
riunirsi ne l’urna al suo amatore,
onde quei ch’un voler congiunse in vita
abbiano ancor la sepoltura unita.

73Indi la carta al vincitore invia
ove gl’intimi sensi espressi avea,
e commette ch’a lei recato sia
aureo vaso ch’un aspe in sé chiudea.
Questo al custode il quale osserva e spia
ogni suo moto ascoso ella tenea,
che di fuggir da le sciagure estreme
ripose in lui la disperata speme.

74Venuto, è da colei mirato alquanto
l’infausto vaso al viver suo fatale.
Ne l’interno del cor frenando il pianto
intrepida ragiona in guisa tale:
– Misera, or godi e insuperbisci al vanto
di tradita beltà che nulla vale,
e che sol tanto altri conosce e stima
quanto de’ suoi trionfi è spoglia opima.

75Sfortunata beltà, di regi amanti
a che prese traesti inclite schiere,
che supposero vinti a i tuoi sembianti
sotto il giogo d’Amor le fronti altre
s’al carro trionfal d’Ottavio inanti
fra le turbe servili e prigioniere
dovevi indi appagar nel Campidoglio
del superbo roman l’odio e l’orgoglio?

76Rimanetevi pur di mia beltate
pompe infelici, inutili ornamenti,
che né pur d’impetrar la libertate
a i miei figli et a me fuste possenti.
Già cedo al fato, altronde or voi sperate
a la vostra ragion, figli innocenti,
giusto soccorso; oh figli, oh fera sorte,
piango il vostro restar, non la mia morte.

77Con la vita avrà fin la mia sciagura,
ma voi, voi cari figli, ah resterete
d’Ottavia in preda, ohimè, d’Ottavia in cura,
e voi de l’ira sua gioco sarete.
Lassa, deh chi m’affida e m’assicura
che matrigna crudel l’avida sete
nel vostro sangue ella non spenga e sazio
non renda il suo furor co ʼl vostro strazio?

78Pur che poss’io vivendo, io riserbata
al riso popolar fra indegni nodi?
Forse dal mio morir vosco placata
la sorte deporrà gli sdegni e gli odi.
Moiasi Cleopatra, avventurata
in quanto di morir libera godi,
ma infelice or che dire a i figli almeno
non puoi l’ultimo a dio, stringergli al seno -.

79Qui tace, e di venen gonfio e spumante
tragge dal vaso d’oro il serpe crudo,
che letal da le fauci aura spirante
tre lingue vibra e a sé di sé fa scudo.
Quindi gli porge ahi troppo cari inante
ahi troppo dolce pasto il braccio ignudo,
e lo stimola e sferza ond’ei s’adire
et accresca a i suoi danni il tosco e l’ire.

80Ma che? Produce affetto in lui diverso
il desiato effetto al suo disegno,
che mentre il braccio l’aspido perverso
s’avventa di venen livido e pregno
a quella dolce vista in sé converso
mitigato in amor cangia lo sdegno,
e aprendo a bacciar le fauci ingorde
la baccia sì, ma pur bacciando morde.

81Son morsi i bacci, che ʼl pestifer angue
altro vezzo d’amor non seppe usare.
Già del tosco mortal corrotto il sangue
il core insidia, e bieco il guardo appare,
già l’usato vigor stupido langue,
stille già di sudor gelide e rare
le rigano la faccia e ʼl seno, ed ella
con più languida voce a l’or favella:

82«Oh caro albergo un tempo, oh dolce letto,
oh finché piacque al ciel soavi spoglie,
ove in pace io solea co ʼl mio diletto
porger conforto a l’amorose voglie,
voi a l’anima mia date ricetto
e scioglietemi voi da le mie doglie,
voi dico, coi che fuste già felici
de’ miei piacer ministre e spettatrici.

83Vissi, e ʼl corso varcai che la fortuna
avea con varia legge a me prescritto;
regnai, non m’avanzò d’impero alcuna,
riverito per me vidi l’Egitto;
nel pregio di beltà vinsi ciascuna,
anzi vinsi con essa Antonio invitto:
più non mi è dato, indegno è ch’io più viva
del regno e de l’amante e, ahi, di me priva.

84Or si sazi il destin co ʼl mio morire,
dolce morir se ne la bocca esangue
d’Antonio avessi io già con pari ardire
l’alma spirata, e con lui misto il sangue.
Già non sarei costretta al mio martire
il refrigerio mendicar da un angue,
ma cadendogli in braccio almeno avrei
ne’ suoi labbri sepolti i baci miei.

85Misera, e pur vaneggio? Indarno, oh mie
speranze vi lusingo. Oh patri numi,
se con voglie giamai supplici e pie
vi porsi le preghiere, arsi i profumi,
concedetemi almen dopo sì rie
avversità che mi sian chiusi i lumi
da i cari figli, e ch’al mio Antonio a lato
il cadavero mio sia collocato.

86Del mio amore a bastanza il lieve errore
fu punito da voi con tante pene.
Lassa, ma come ohimè, da qual rigore
sento il sangue agghiacciarmi entro le vene?
Così rotte, così del vincitore
le barbare saranno aspre catene?
Oh cielo, oh figli, Antonio, Antonio, oh mio … »,
qui mancò, qui disvenne e qui morio.