Girone il Cortese

di Luigi Alamanni

Edito nel 1548, il Girone il Cortese racconta in ventiquattro libri alcune vicende dell’omonimo protagonista, riprendendo e ammodernando il romanzo bretone Guiron le Courtois, che viene ampliato sotto il profilo didascalico fino a fare della nuova versione una sorta di speculum principis.
Poema cavalleresco, tuttavia già inclinato verso il nascente genere eroico, il Girone si presenta anzitutto come un romanzo di formazione: attraverso la scoperta dell’eros, delle proprie radici familiari e della profondità dell’amicizia, il protagonista mette a fuoco se stesso e i propri doveri in un processo di raffinamento verso la perfetta cortesia. La vicenda, la cui architettura aperta permette continui inserti di secondo grado (secondo un principio si potrebbe definire di raddoppiamento, con le vicende che coinvolgono il protagonista che si ripresentano a specchio agli altri personaggi), si può in realtà dividere in cinque blocchi. Nell’ordine vengono narrate le vicende di Girone e Danaino (libri I-VI), l’erranza di Girone e Meliadusse (VII-XI), la storia familiare di Girone, raccontata a Breusso (XII-XIV), la vittoria del protagonista all’avventura di Passo Periglioso (XV-XXI), la sua cattura da parte di Nabone e la liberazione (XXII-XXIV).
Si potrebbe parlare di un bildungsroman, non fosse per la conclusione del libro, in netta contraddizione ideologica con la storia di formazione: Girone, fatto prigioniero da Nabone, è salvato da una squadra di cavalieri erranti di nuova generazione (Palamede, Segurano, Lancillotto e Tristano). Secondo le più recenti letture del testo, il quartetto di cavalieri rappresenta la modernità statale e bellica cinquecentesca, che soppianta l’erranza singolare e il modo medievale di intendere la politica. Si prefigura così il passaggio all’Avarchide, opera matura di Alamanni e pienamente eroica, modellata sulla falsariga di Omero.

Bibliografia

Al cristianissimo Arrigo secondo

ultimo agg. 12 Settembre 2015 14:22

Al cristianissimo e nobilissimo Arrigo secondo invittissimo re di Francia

Ei mi fu dal cristianissimo e magnanimo Francesco primo, padre veramente degno di Vostra Maestà, o cristianissimo et invittissimo re Arrigo, assai men d’un anno innanzi alla sua inaspettata e non mai a bastanza lamentata morte comandato che io, per riallumar gli spenti già nomi in Italia de gli antichi, e per lo adietro molto da quella avuti in pregio, cavalieri erranti, devessi da i franceschi romanzi in toscane rime rivolger parte de i fatti e delle avventure di Girone il Cortese, eletto da quei che allora scrissero per il primo quasi e miglior di tutti gli altri. Fummi appresso da Vostra Maestà medesima di nuovo, con quella infinita grazia e dolcezza che ella usa sempre in ogni sua lodevole opera, imposto il comandamento istesso, il quale essendo fatto sopra a chi adora e adorerà eternamente del chiarissimo padre la divina memoria e dell’altissimo figliuolo la realissima presenza e ’l rarissimo valore è stato con più sollecito passo che non si penserebbe, e che non si converrebbe forse, recato a fine. Di che non intendo io per ciò altrimenti di scusarmi se non dicendo che molto più lungo e duro viaggio di questo avrebber virtù di far in men di tempo espedir due tali sproni ad un cavallo che per sé sia quanto più esser si possa pronto et ubidiente alle voglie de i suoi signori.
E perché essendo non molto conosciuto oggi da i moderni, e da gli italiani meno, da quai cagioni mossi fusser quegli antichi di favoleggiar più di costoro che di altri e perché più in quei tempi et in quella provincia sola non ho giudicato, con la buona grazia di Vostra Maestà, cosa soverchia il brevemente narrar, onde ciò estimar si possa che avvenisse, cominciando di più alto alquanto il mio parlare. Dico adunque che già mancato non sol di virtù e d’onor l’Impero Romano, ma allontanatosi di esso il seggio il tanto che quasi non ne perveniva più il suono nell’isola allora detta Brettagna, essendosi dalla più settentrional Germania e da gli Sciri mossi popoli infiniti e lunghi troppo a raccontare, per cercar nuove e miglior sedi, vennero i Pitti ancor dalla Tartaria (secondo che alcuni non oscuri autori hanno scritto) et occuaparon della detta isola parte che allor domandavan Catanesia, nella qual non ebber gran contrasto, perciò che, sì come sterilissima, fu loro agevolmente abbbandonata.
Questi, in processo di tempo allegati e congiunti con gli Scoti, gente che in quei giorni signoreggiava l’occupata isola a lor vicina dell’Irlanda, si fecer così possenti che i Britanni, non avendo per loro stessi sì forze di resister ad ambedue, chiamarono in soccorso popoli di Sassonia nominati Angli, con l’aiuto de’ quali si difesero in maniera sotto Vortigerio, britanno e creato dall’isola il suo primo re, e sotto Vortimerio poi, figliuol di lui e secondo re de i Britanni, che altro ai Pitti e Scoti non rimase che ben picciolo angolo di quel paese. Occorse appresso (sì come molte volte si è veduto avvenire, che i difensori, soverchiamente insuperbiti et acquistate forze, si fanno o tentan di farsi servi i già difesi) che gli Angli, non ben contenti de gli stipendi ordinati e del parentado contratto con Vortimerio, creata ascosamente amicizia con gli Scoti, diedero alcune rotte a i su detti re de i Britanni, e si soggiogaron la maggior e miglior parte di tutto il regno.
E n’eran pienamente possessori se non fusse, dopo la morte di esso Vortimerio, successo re Uter Pandragone, uomo valoroso in arme e di singular virtù, senno e bontade in ogni altro affare, il quale, accordati prima e ben pacificati gli Scoti, combatté felicissimamente e molte volte contra gli Angli. E quantunque per la vicinità del paese tutto il giorno molti ne sorvenissero, sì non potero essi però mai giugnere alla suprema grandezza e da lor lungo tempo disegnata.
Venne al regno, dopo il padre Uter Pandragone, di non men valore e di molto più ardire Artus, re quarto de i Britanni, il qual abbattendo maggiormente di essi le forze et assicuratosi pienamente de i loro primi amici, pacificato il paese e ritrovandosi potentissimo, passò armato in Gallia per torle il giogo antico del tutto; et avendo in Borbonese disfatto l’esercito de i Romani condotto da un capitan detto Lucio, ebbe avviso come Mordredo suo nipote gli avea occupato il regno. Per che, tornato nell’isola con somma prestezza, il vinse et uccise in guerra, ma restando esso ancor ferito mortalmente nella battaglia uscì, con infinito dolor di tutti i buoni, non molto appresso di questa vita.
Dopo la fin del quale non succedendo a lui persona simigliante, et essendo l’isola disordinata e travagliata molto, trovarono ampia strada gli Angli ad occupar col tempo la Britannia tutta, e darle il nuovo nome d’Inghilterra, sì come anco gli Scoti di Scozia alla parte che più volge all’Orse. Fu la morte di Artus intorno al cinquecentodiciottesimo anno dopo la salute cristiana, regnando in Costantinopoli Iustin maggiore, in Roma Teodorico, in Francia Childeberto re di Parigi, Clotario di Suessone, Clodomiro di Orliens, Teodorico in Mets, quantunque favolosamente tra i cavalieri erranti al tempo di Pandragone e di Artus sia numerato Faramondo primo re de i Franchi, il qual venne ad esser nel vero presso di cento anni innanzi, essendo il suo regno nel quattrocento e venti. Or pare adunque ragionevol di pensar, invittissimo e cristianissimo mio re, che durandosi onorate e belle guerre sotto i regni di questi due, fussero in quel’isola e battaglie et atti cavallereschi senza fine e che molte altre provincie estrane e vicine mandasser molti de i lor capitani e guerrieri, or in aiuto di questi e quando di quelli, secondo che lor più commodo avveniva; ma molti più e migliori a i Britanni che a i nemici di essi, e maggior numero i Galli che alcuni altri, che si può prender largo testimonio vedendosi Faramondo, come si è detto, re de i Galli, del numero di essi: Febo, Ectori il Bruno, Galealto il Bruno, Girone il Cortese, Segurano, non solo franzesi ma usciti tutti della realissima progenie di Vostra maestà, poi il re Ban di Benoic, pdre del gran Lancillotto, il re Boort di Gauves con molti altri del sangue lor valorosi oltr’a modo nati, i Berri, re Meliadusse, il padre di Tristano, re di Leone, villa della piccola Brettagna detta già Armorica, il Cavalier Senza Paura, fatto re di Estrangorre, Dananino il Rosso, et in somma tutti i più lodati si truovan dal regno di Vostra Maestà esser passati in quelle guerre et in quella isola, condotti dal desiderio dell’onore e dal valor di uter Pandragone e di Artus.
E con ciò sia che sempre non vi era guerra e che in pace o in tregua cercavano di non tener in ocio d’arme i lor cavalieri, aveano ordinato tra gli altri essercizi militari due più in pregio di tutti: l’uno era il torneamento, ch’assai sovente era in uso, l’altro di mettersi in viaggio, ciascuno recercando avventure diverse (le quali dimandavano inchieste), il che mi penso io che cagion fusse di fargli poi et allor nominar cavallieri erranti. E perciò che di queste due cose più che di altro son pieni i lor libri et il presente mio Girone aprirò alquanto descrivendo il modo che si tenesse ne i lor torneamenti e la maniera di creare i cavalieri, et a che prometter giurando fosser tenuti et essi insieme et i compagni della tavola tonda, i quali sì solamente furono appellati da Artus per il trovato della reina Ginevra sua sposa, ma a i tempi di Uter Pandragone solo per cavalieri erranti furon dal mondo riconosciuti.
Era adunque la forma che si teneva ne i torneamenti tra i due su detti re et altri principi della gran Bretagna tale che primieramente il re o principe che intendeva di presentar il torneamento eleggeva qualche buona città delle sue a cui fusse ben vicino bosco o fiume, di maniera che commodo venisse a serrar il campo da una banda, la qual avvisata, e pensato quai principi e cavalieri volesse per compagni, et a quelli segretamente aperta la sua intenzione e di ciò tutto ottimamente fornito, mandava un araldo con le sue divise, accompagnato di due donzelle messaggiere, dandogli a portar lo scudo della insegna del re o principe contro a chi si volea provare, con lettere o rime in cui significasse il suo volere. Et eran dall’uscier suo presentate con tai parole: «Sire, re (o altro, secondo il suo merito) a voi mi manda il re mio signore per l’alta fama, gran nome e virtù di arme che riluce in voi, con questo scudo e con queste lettere pregandovi che vi piaccia di far un torneamento in tal luogo di poter contro a potere, per accrescer pregio e lodi a i cavalieri et alle dame piacere e sollazzo». L’altro, a cui era presentato, rispondea cortesemente ringraziandolo dell’onor in ciò ricevuto da lui dicendo che a molti più valorosi e grandi s’averebbe egli potuto addrizzar in quella provincia per satisfar all’onorato suo desiderio, non si estimando di così alto affar qual all’offerta mandata si converrebbe; ma che non per tanto l’amor di lui e per ciò che sempre avea cercato di onestamente essercitar i suoi cavalieri in opre d’arme, che accettava quel che si era degnato di presentargli. E così risposto e ricevute le lettere, quelle attaccate allo scudo, l’appendeva nel più onorato luogo della sua gran sala, ove ciascun potesse il tutto legger e considerare. Appresso, scritta amorevol risposta in prosa o in rima alle sue carte, e fatti doni convenevoli all’araldo et alle donzelle, gli accomandava a Dio. Et a saper che i convitati a ciò, sempre innanzi alle dette cerimonie eran di maniera avisati che si accordavano agevolmente, e si assegnava il giorno del campo tre settimane almeno dopo la detta presentazione. Ciò tutto ordinato, incontinente a ciascuna corte e dell’appellante e dell’accettante era pubblicamente gridato e solennemente il torneamento, e si mandavano intorno damigelle e messaggier cercando di cavalier bramosi di gloria per trovarsi al destinato tempo; parimenti ancor di giovini desiderosi di vestir l’ordin di cavalleria il tutto era fatto palese.
Il sito eletto a tale ufficio era in questa forma, che dall’un de i canti era serrato dalla città, dall’altro dal bosco, come detto, le altre due parti da steccati di legni fabbricati in guisa di lisse, dietro e fuor delle quali piantate eran tende e padiglioni de i principi capi del torneamento. E potea ciascun per i primi giorni entrar dentro alla città per provision d’arme, di cavalli o di quanto mestier facesse; veniva appresso tutto in tal maniera apparecchiato, il principe appellante molto tempo avanti ove lietamente accarezzando accoglieva i cavalieri che arrivavano, et aiutava e soccorreva quei tutti che bisogno n’avessero. I cavalier di più alti gradi portavano a lor voler colori sopra l’arme che amavano di più, salvo che poco d’insegna dimostratrice del principe a cui portavano arme; gli altri più bassi interamente le divise di chi a ciò gli avea condotti. Nulle bandiere vi si spiegavano fuor solamente quelle di chi capo fusse de gli ordini; i quali al più divisi erano in tre battaglie, e secondo il numero di tutti partiti egualmente, delle quali nell’ultima sempre si servavano i migliori a fin che per virtù di essi fusse con maggior forza sostenuta e vinta la fin di tutta la guerra.
L’accettante si presentava tre o quattro dì solamente innanzi al tempo, e si alloggiava tutto all’incontro della villa perciò che allor dentro alle mura non gli era lecito di passar se non finito il tutto. Il palco rilevato ove devean seder le dame per riguardar era posto in quella banda ove le due lisse venivano a terminare, ch’era al più davanti alle mura della villa eletta, talmente che innanzi ad esser propiamente eran gli incontri primi de i combattenti. Al dirimpetto d’esse non era altro serramento del campo che di riviera o di bosco, come di sopra si è divisato. In ciascuna lissa eran tre gran porte e spaziose per onde i cavalieri entravano in campo di sei in sei per ivi mettersi in battaglia sotto la sua insegna. Potea ciascun cavalier andando visitando dame et amici a suo diporto prima che fusse il dì giunto della battaglia, ma non già i principi, se non in abito disimulato; altresì era ciò lecito ad uscieri d’arme, a damigelle, et a gioglari di ambedue le parti. E tutto in fino alla vigilia del torneamento, ma allora a tutti era vietato l’uscir de i lor luoghi senza comandamento de i principi a cui servivano.
Venuta già la vigilia, tutti quei giovini che intendeano di esser fatti cavalieri novelli si metteano insieme, essendo il giorno avanti vestiti di un sol color istesso e desinando insieme vicini alle tavole del signor loro secondo l’ordine e degnità dovuta a ciascuno. Andavano appresso ad udir il vespro co i cavalier antichi in compagnia che gli conduceano, dopo il qual il principe amorevolmente gli ammoniva quanto diligentemente essi devessero guardar fede e lealtà sopra tutte cose, reverir la Chiesa, sostener vedove e pupilli, frequentar le guerre, esporsi con l’arme per la ragione infino a vittoria o morte, onorar nobiltà, amar gli uomini valorosi, esser a i buoni dolci e feri a i malvagi. Dopo le quai tutte cose se ne tornavano pur alla chiesa, ove divotamente vegliavano infino che di buon mattino fusse la messa celebrata dello Spirito Santo, appresso al qual, riposati al loro alloggiamento alquanto, accompagnavano il principe alla gran messa camminandogli innanzi a due a due, cui ciascun messosi nel seggio per esso ordinato, incontinente la epistola cantata con le benedizioni a ciò statuite, eran lor cinte dal principe le spade e calzati gli sproni da cavalieri a tale ufficio commessi.
Indi a i primi luoghi riassisi e finito il rimanente del sacrificio e rimenato il principe al padiglione, desinavano alla maniera onorata, ché l’altro giorno, all’ora di nona, sonati i corni per il vespro del torneamento, comparivano a coppia in campo armati, vestiti et a cavallo ornatamente. Non era ad alcun permesso di portar scudo se non d’un color solo o d’un metallo, né cinger spada, ma solo aver lancia di abeto co i ferri corti, non taglienti né politi, e così fra lor di ciascuna delle parti correr et romper aste infino alla sera che il corno sonato avesse alla ritirata. Allor, tutti disarmati e riccamente rivestiti, ritornavano alla cena, ove dal principe era ciascuno accarezzato e ricevuto secondo i merti; e quel che il miglior giudicato fusse si assedeva alla mensa propria del principe, festeggiato e lodato senza fine. L’usanza era poi dopo la cena che i capi andasser là ove le dame erano per maniera di diporto, menando seco favoritamente il giovine vincitore, sollazzandosi infino al tempo debito della quiete.
Dopo la qual, nell’aurora la messa udita, e confortato di cibo chi voglia n’avesse allora di prima si mostravano in campo armati tutti i combattenti sotto l’insegna sua. nel torneamento ciascun portava la divisa che più a grado gli era, pur che mostrasse qualche breve segno de i colori del principe sotto cui vestiva arme, escetti quelli che sopravenivano e che non volevano esser conosciuti. Le armadure erano elmo, usbergo e scudo, ferro arrotato nella maniera istessa che se fusse mortal battaglia, riservato il ferir di punta e batter chi fusse stato per guerra disarmato fuor che del pome per riceverne la fede, e ciò sotto pena di perder l’onor del torneamento.
Recatisi dunque sotto le sue insegne et assise le dame a i luoghi dovuti (delle quali parte venuta era in compagnia di gran principe, parte ascosamente condotte dai propi parenti, né ardito era alcun di far forza per discoprirle), sì come altresì i cavalieri estrani et incogniti che prender voleano l’arme per chi più ad essi aggradava, or tutto in tal guisa composto e dato il segno di corni e di buccine, entravano i primi ordini di cavalieri in campo, ove fatti eran molto e bei colpi, e, molti di essi abbattuti, intanto che l’una delle bande messa di confittura fusse dal nuovo sopravenente occorso e di par numero rilevata. E così facendo gli altri, secondo che ’l bisogno avvenisse, moltiplicavano di schiera in schiera e miglioravan di valore (venendo gli ultimi sempre i più stimati) di maniera che, tutti di già messi in opera, maravigliosa cosa a veder era lo sforzo e la virtù di ciascuno in defender l’onor propio e guadagnar l’altrui. Et allor che, tutti mischiati, l’una delle parti, oppressa di soverchio, parea vinta del tutto, uscivan da banda i non conosciuti e valorosissimi cavalieri, i quali il più sovente aiutando i più frali gli facevano vincitori, se da altri novelli e per il medesimo effetto li armati non eran la seconda volta condotti ad ultima perdizione, talmente che dall’uno e l’altro canto più volte variata la scambievol fortuna, si vedeano i vincitor vinti e sopra gli estrani correva il grido popolar dicendo: i tali del tal color guadagnata han la guerra. Or, del tutto senza altra nuova speranza, rotta una delle parti si refuggiva, il campo abbandonando, dentro alla foresta, né poi si ardiva appresentarsi, se non per uno a piede e disarmato. Et i vincitor senza menar più colpo, con atti d’allegrezza si rimettevan tutti sotto l’insegna.
Avvenia ben sovente che gli incogniti cavalieri si partivan, quantunque vincitori, così celatamente da torneamento che niun se non per coniectura pensar poteva chi esso fusse, per che molti si intrometteano all’inchiesta per ritrorvarlo e ricondurlo alla corte del re Artus, ove fusse da lui accolto e riconosciuto con sommo onore. Vera cosa è che alcuna volta ferito il torneamento era lecito alla parte vinta di domandar nuovo incontro per l’altro giorno, o qual miglior le era aviso, posto che l’assemblea non fusse ancor partita e ritornata alla case sue e tal fu la costuma del reame di Logres.
La maniera di donar il pregio era che quando il vincitor celato si potea ritrovar o che pur fusse un de i conosciuti, che il principe vincitor, ascoltato il rapporto degli spettator tutti intendenti, di uscier d’arme, di cavalieri antichi e de i combattenti altresì, secondo l’opinion de i più e quel conferito alle dame con buon voler di esse e de’ su detti, preso il giudicato per mano gli parlava in cotal guisa: «Messer tale, per il grande sforzo che ciascun ha veduto oggi fare e perciò che per vostro valor e prodezza è stata principalmente vincitrice la nostra parte, col consentimento di tutti i miglior e voler delle dame, il pregio e la lode vi si dona, come a quello a cui bene è dovuto». Alle quai parole il cavalier rispondeva in questa forma: «Onoratissimo mio signor e sovrano (se di lui era suggetto), il più umilmente che far si possa a voi rendo grazie infinite et alle dame et a i cavalier qui presenti del’alto onor che vi è piaciuto di presentarmi. E come che io conosca nullamente averlo guadagnato, nondimeno per ubbidire a i vostri buon comandamenti e delle dame sendo tal il voler vostro il prendo e l’accetto».
Il cavalier era per questa sera e per il seguente giorno tutto assiso a canto al principe, nel più alto della tavola, servito né più né men di lui, e comeesso proprio vestito di par cotta e di mantello ove da lui e da tutti i più onorati cavalieri era presentato. Di cari doni il terzo dì si partivano i principi in grande amor alcuna volta e quando con qualche agror nell’animo, ma ben ascoso, per la qual cagione si rinnovavano spesso i tornea menti, talmente che pochi mesi passavano senza quelli nel reame di Logres, et i buon cavalieri eran tanto perciò pregiati et accarezzati in quei tempi che molti furono in più onor avuti che i principi stessi, la qual cosa diede a molti larga occasione di divenir prodi et arditi in opra d’arme.
Duraron le su dette forme infino alla morte del buon re Artus, et infino a tanto che il reme di Brettagna fu trasportato in quei di Sassonia, e diviso in molte parti né solo fu ciò in quella isola ma parimente in Francia tutta, in Alamagna, in Ispagna et altre parti, e tanto montò la cosa che grandi inimicizie e quistioni assai sovente ne sorveniano, e morti d’uomini molte, per che Papa Bonifazio vietò per interdicione tai giostre e tornelle. Pur a fin che la cavalleria e nobilezza non restasse in ozio d’arme, a i tempi di pace furon appresso essercitate in più dolce modo, come può vedersi.
E per ciò che appresso ciò non mi par fuor del suggetto nostro il saper ancor brevemente a quanto fusser tenuti quei che dal re Artus furon chiamati compagni della tavola rotonda, dirò brevemente quel che se ne può intender a questi tempi. Il primo articolo era che quando alcuno avesse promesso o fatto voto di seguire alcuna inchiesta, o disposto di cercar maravigliose avventure, che durante il tempo esso non si spoglierebbe arme suor solamente che alcuna volta per necessario riposo della notte. Che in seguendo dette inchieste o avventure, non schiferebbe alcun periglioso passaggio né si torcerebbe dal cammin dritto per on incontrarsi in cavalier forti, di che era ottimamente fornito il regno di Logres, o per non trovarsi con monstri, bestie selvaggie, spiriti o altro spavento impedimento che un corpo d’un solo uomo potesse menar di fine. Ch’ei devesse sostener il dritto sempre de i men forti, di vedove, di pupili e di donzelle, avendo buona querela, e per loror esporsi (se il bisogno il richiedesse) a mortalissima battaglia, se ciò non fusse o contro all’onor proprio o contro al re Artus. Che non devesse offender persona alcuna né usurpar l’altrui, anzi muover l’arme contro a chi ’l facesse. Ch’ei devesse portar immacchiata fede e lealtà a i suoi compagni, servando l’onor e ’l profitto di essi intero, non meno in lontananza che in presenza, né combatter contro a quelli se ciò per disconoscenza non avvenisse. Ch’egli esporrebbe beni e vita per l’onor del suo signor e della sua patria, Che diligentemente reverirbbe Dio, udendo una messa per giorno o visitando la chiesa farebbe orazione o, per mancamento di essa, davanti una croce, delle quali molte per tale uficio assise n’erano sopra a tutti i cammin della gran Brettagna. Ch’ei non prenderebbe prezzo di servigio fatto e ne i suoi paesi propri non farebbe danno a persona, quantunque a lui nemicissima, anzi con la sua vita la guarderebbe di ogni danno. Che prendendo la condotta di alcuna dama o morrebbe o la salverebbe da tutte l’offese. Che sendo ricerco di battaglia pari, non la rifiuterebbe senza esser impiagato o aver altro ragionevole impedimento. Che prendendo impresa i la menerebbe afine o starebbe in inchiesta uno anno intero et un giorno in caso che il re Artus per suoi affari no ’l richiamasse. Che non si ritirerebbe dal voto fatto di acquistar qualche onor se non venutone al fine o condotto in quel mezzo da qualcun altro dispostosi al medesimo, perché in tal caso n’era disciolto. Che ritornando alla corte dalle avventure e dall’inchieste direbbe tutta la verità (e sì fuss’ella a sua gran vergogna) a quei ch’eran ordinati per descriver le prove de i compagni della tavola tonda, e ciò sotto pena di privazion di cavalleria. Che essendo fatti al torneamento prigionieri, oltre al lassar liberamente al vincitor l’arme e ’l cavallo, no ardirebbe di tornar in guerra senza licenza di esso. Che non combatterebbe mai accompagnato contro ad un solo. Che non porterebbe due spade se non avesse cuore e volontà di mettersiin pruova contro a due cavalieri o maggior numero, e chi ardiva di portarle lecito era che fusse da più d’uno combattuto, senza vergogna de gli assalitori, né si trovò chi con tai condizioni la portasse se non Balamet Palamedes. Che in torneamento non ferirebbe di punta. Che non farebbe violenza a dame o damigelle (quantunque guadagnate per ragion d’arme) senza piacer d’esse e consentimento. E che, sopra tute altre cose, per accidente che avvenir potesse non fallirebbe la sua parola, sotto pena di mai più non esser cavaliere appellato.
Credomi senza fallo, invittisssimo e cristianissimo re, che lungo di soverchio sarò dalla Maestà Vostra stato in ciò tenuto, sendo a lei tutto questo, come molte altre maggior cose, vie più che note; ma per i lettori, a chi nuova venir potrebbe tal materia, non per lei mi sono affaticato. Né per tutto ciò lasciar voglio in dietro di dir ancor che posto il suggetto per sé si mostri così come ancor è leggier molto e senza grand’ordine e dottrina, sì ardirò io pur di affermar che non del tutto vano et inutile esser detto dovrebbe. Con ciò sia che in esso, essendo descritto Girone il Cortese per la perfezion della cavalleria, sì come forse Ciro da Xenofonte della virtù e bontà regia, potranno i giovini cavalieri apprender anco di formar l’animo al valor vero et adattar il corpo a i militari essercizi e lodevoli in maniere assai.
Considerato primieramente che nulla ci sia di malvagio essempio, mention fatta se non per mostrar quanto si debbano schifare e come emendarsi, dalle opere di lui apertamente si mostra: con quanta tolleranza di digiuni, di freddo, di sole, di vigilie e di fatiche si aggian l’arme ad essercitarse, e con quanto ardire e fortezza nell’onorate imprese sprezzar la vita, e con quanto bel fregio al valor si accompagni la religione e la fidanza in Dio, da lui solo e le vittorie e le lodi guadagnate e non da se stesso riconoscendo; esser verso ciascun colmo di lealtà, di pietà e di carità, e più verso gli afflitti, o da malvagia fortuna o da gli ingiusti, che verso gli altri; il perdonar l’ingiurie a gli umili volentieri, di ciò più rallegrandosi che d’altra vendetta assai; non cercar sopra gli avversari vantaggio fuor del devere; esser con ogni uom cortese ancor del sangue proprio; aver i falsi onori in dispregio; non biasmar alcuno né lodar se stesso; mostrar il dritto cammin di virtù a chi smarrito l’avesse, riprendendo pianamente e senza ingiuria; avendo il medesimo nella lingua sempre che nel cuore; ne gli amori e fra le donne esser onesto, piacevole e festoso, desiderando più di onorarle et aiutarle che cercar cosa la qual con breve dolce servi l’amar lungamente; la fierezza e l’altrui spaventar servando a miglior uso nelle necessitadi e nella guerra.
Quanto al mio avere scritto, confesso apertamente di non aver in parte guardato l’ordine richiesto a chi di una in altra lingua converta istoria o scritti di altrui; anzi, quando ho molte parti lassate e molte aggiunte, e quando mischiato il mio col voler dell’autore secondo che ho pensato il meglio, a bastanza giudicando l’aver seguito un certo suo tenore, di quei musici in guisa i quali, proponendosi un semplice e conosciuto modo di canto, vi essercitano intorno l’invenzione propria secondo il saper e l’arte loro; per ciò che, a dirne il vero, la rozzezza e semplicità, forse, di quella età fu molta, et in molti luoghi mancava, sì come ne i ragionamenti che assai sovente vi intervengono e ne gli affecti di amor principalmente. Or qualunque e quantunque il presente mio libro sia, invittissimo e cristianissimo re, da Vostra Maestà prima e da gli altri poi di ciò intendenti avuto in grado, sì la supplico io con quella somma riverenza et umiltà che si conviene che per la realissima e senza pari virtù sua no ’l dispregi in tutto, riguardo avendo che non il giudicio o ’l sapere mio ma la dovuta obedienza e ’l buon voler m’avrebbe fallito, aspettando da me (se Dio mi concederà tal grazia e sì lunga vita) altra nuova opera di poesia, meno indegna del valore di tanto re, fatta secondo la maniera e disposizion antica, all’imitazion (quanto in me sarà) di Omero, di Virgilio e de gli altri migliori, ove di celebrar intendo quelli che celeste principio diedero alla realissima veramente et altissima sua progenie, la qual prego divotamente il gran Motor di tutte le cose che oggi essalti tanto in Vostra Maestà che il mondo (sì come io spero) si ristori tutto delle sue fatiche eternamente sotto la sacra ombra de i gigli d’oro in man di Arrigo secondo, trionfator di tutti i secoli passati e che verrano.
In Fontanebleo, il giorno primo dell’anno 1548

Il di Vostra Maiestà cristianissima et invittissima, umilissimo e devotissimo servo,
Luigi Alamanni

Libro I

ultimo agg. 12 Settembre 2015 14:33

Proemio (1-6)

1Io, che giovin cantai d’ardenti amori
i dubbiosi piacer, le certe pene,
poi destai per le selve tra i pastori
zampogne inculte e semplicette avene,
indi l’arte e l’oprar a i buon cultori
mostrai ch’a i campi e gregge si conviene,
or de i miei giorni alle stagion mature
narrerò di Giron l’alte avventure.

2Il qual di Gallia errante cavaliero
del gran re Pandragon passato in corte,
d’esso e d’Artù sotto ’l famoso impero
ebbe fermo il valor, varia la sorte,
allor che gli Angli di Sassonia fero
al britanno terren mal fide scorte.
Or qui mi presti Apollo ogni favore,
che non ebbe ancor mai più degno onore.

3Perché l’alto Francesco, il grande Enrico,
la real Caterina e Margherita
con benigna udienza e core amico
con dolci sproni a ragionar m’invita,
qui dove lieta stampa il lito aprico
la chiara Sena, e fa così gradita
la riva intorno che farebbe il cielo
lasciare a Febo non pur Delfo e Delo.

4Il cortese Girone a suo piacere
stando in Val Bruna, volontà gli viene
di Danain il Rosso rivedere,
ch’a Maloalto assai lontan si tiene.
Le sue gravissime armi a lui leggiere
veste, e prende il corsier, che così bene
l’avea portato in mille assalti e mille
ch’al Xanto non cedea del forte Achille.

5Partito a pena, una fanciulla truova
ch’al suo castel che la conduca chiede;
ei per la cortesia, che non gli è nuova,
la prende in compagnia su la sua fede.
Poco oltra va che perigliosa pruova
fortuna invitta a trapassar gli diede,
ch’un cavaliero incontra armato in sella
ch’ebbe troppo desir della donzella,

6e senza ivi tener cura d’altrui
le comincia a parlar tutto orgoglioso
che per legge di Logres fia di lui,
s’alcun di contrastar non sia stato oso.
Tosto disse Giron: «Già mai non fui
parco a mostrar a chi mi vien noioso,
e fusse ei d’adamante, alla battaglia
che la mia lancia e spada e punge e taglia.

Lungo la strada per Maloalto Girone incontra il Cavaliere Senza Paura, si batte con lui e ne diviene amico (4-26)

7Non senza sangue e non senza sudore
di tanto difensor la donna avrai.
Dopo aver ben provato il mio valore
tua si sarà, se ’n vita resterai;
ben che certo, credo io, che ’l tuo migliore
di seguir il cammin sarebbe assai
che senza gran cagion tentar un giuoco
in cui meco ciascun guadagna poco».

8Rispose il Cavalier Senza Paura
(che così nome avea di ch’io ragiono):
«Poi che tu tien di me sì poca cura,
vengasi all’arme, che già presto sono
di farti oggi veder che la natura
sopra ogni altro che sia m’ha fatto dono
ch’io potrei ben trovar di me più forte
ma ch’io non temerei l’istessa morte».

9Così parlando il destrier ratto gira,
né il cortese Giron sospeso resta.
Pien l’uno e l’altro di valore e d’ira
la dispietata lancia pone in resta.
Quando torbo e crucioso l’Euro spira
non mena tal romor, furia e tempesta
il mar d’Ionia, come questi fanno
tornandosi a incontrar con egual danno;

10perché tanto aspro fu l’incontro e fero
che i cavalli ambe et ambe i lor signori
cadder di par riversi sul sentiero,
dentro percossi e sanguinosi fuori.
Ma vie più che Girone il cavaliero
restò ferito, e par che s’addolori,
ché, più che ’l danno, la vergogna stima
ch’avvenuta cotal non gli era prima.

11El pensava in suo cor quanto è follia
spregiar alcun se non si è visto in pruova;
il medesmo fra sé l’altro dicia,
che fuor del creder suo steso si truova.
Ma in un tempo medesmo, o buona o ria,
vuol ciascun ritentar fortuna nuova,
e con la spada in man, col forte scudo
va contro l’altro disdegnoso e crudo.

12Come talor tra le mugghianti spose
due innamorati tori intorno ai prati,
che quanto han più le fronti sanguinose
più s’accende il furor da tutti i lati,
né ferire è che ’n pace gli ripose
fin che i fidi pastor già tutti armati,
e di ferro e di foco, in mezzo stanno
e con periglio assai divisi gli hanno,

13così costor co i più gravi e diversi
colpi che far si pon, sull’armadure
mortualissimi danni e piaghe fèrsi,
perché tempra non è ch’a questi dure.
E di sangue e sudor che stilli e versi
non è de i due signor chi pensi o cure,
ché della morte sua non ha spavento,
ben della vita altrui doglia e tormento.

14Chi potesse or narrar a parte a parte
i colpi che veniano a mille a mille,
porria contar il numero che parte
di Mongibello ardente di faville;
parea ciascun di lor vie più che Marte,
non pur Tidide, Aiace, Ectore, Achille,
e quando più combatte il caldo e ’l gielo
non sì spessa ci dà grandine il cielo,

15come i colpi che fan, ch’occhio mortale
non che lingua agguagliar, scerner non puote.
In un momento istesso e scende e sale
ciascuna spada in fiammeggianti rote.
Lo schermo è in bando, il ricoprir non vale
che le percosse lor non vanno vòte,
e più tosto che un piè tirar indietro
vorrien sotto a Ciclopi esser di vetro.

16Già tutto il campo di loro arme è pieno,
già il corpo di ciascun vermiglio pare,
non resta membro san ch’el core in seno,
quel vive solo, e ’n contra vuole andare;
il resto tutto e l’anima vien meno,
tanto che quello al fin che non può fare
spavento o ferro la stanchezza face,
di pensar infra lor di tregua o pace.

17Nel vero, il Cavalier Senza Paura
più perduto avea già di sangue e forza,
ché ’l suo avversario spada oltra misura
miglior avea, ch’ogni lorica sforza;
pur quel feroce, che sol pregia e cura
il vero onor e non l’umana scorza,
pensò che morto ancor oprato avrebbe
quanto il miglior guerrier del mondo debbe.

18Ma il buon Giron, che fu tanto cortese
che dir non si può l’istessa cortesia,
e ’l vantaggio ch’avea tosto comprese
e che ’l potea condur per mala via,
di ritirar il piè partito prese,
facendo opra onorata, altera e pia.
L’altro, che ben conobbe il tutto a punto,
fece il medesmo e nel medesmo punto.

19Così fermati e riprendendo lena,
che ben bisogno n’han, posano alquanto.
Già del sangue corrente d’ogni vena
bagnata han tutta l’erba d’ogni canto;
Giron, con voce di lassezza piena,
comincia: «O cavaliero a cui do vanto
di valor, di prodezza e d’alto affare,
quanto il sol veggia e quanto cinga il mare,

20sì lungamente combattuto avemo
che di posarci alquanto è ben mestiero,
e mi credo io che pari al tutto semo
d’onore e danno nell’assalto fero.
E s’ambe o l’un de i due nel punto estremo
giungesse per furor così leggiero
e per querela tal danno saria
e ’l mondo tutto ce ne scherneria.

21Io ho provato in guisa il vostro ardire
e la forza, il valor, il senno e l’arme
che di restarvi amico ho gran desire,
né di tal cavalier mai scompagnarme.
E s’io potessi ben farvi morire
(che so ch’io non potrei tal gloria darme,
tal vi conosco omai), vorrei questa alma
perder più tosto, e darne a voi la palma.

22Però vi prego che vi piaccia omai
prima che ritentar nuova battaglia,
che la donzella de i lucenti rai
d’aver contro a ragion più non vi caglia,
ché vergogna maggior più d’altra assai
saria lassarla in fin che ’l brando taglia
per darla a voi, poi che l’incarco presi
di condurla sicura in suoi paesi».

23Queste dolci richieste udendo allora,
con note inferme, afflitte e sbigottite,
rispose il cavalier: «Gran torto fora
se mi pregiaste tal come voi dite,
ch’avendo io travagliata sì lunga ora
non ho condotto a fin sì breve lite,
e nel primo incontrar giurato avrei
far voi prigione e mia compagna lei.

24E veramente mi credeva avanti
di valer molto più ch’or non mi credo,
ch’omai di tutti i cavalieri erranti
mi chiamo il peggio e ’nferior mi vedo;
né degni son quei ch’a me son sembianti
d’aver donna cotal, ond’io la cedo
a voi, che ben defender la sapeste
vie più ch’io guadagnar, come vedeste.

25Sia vostra adunque, che ’n tutte maniere
più di me assai la meritate voi,
e quando ben mia fusse, volentiere
la torrei a me per darvela da poi,
ché la potreste in arme sostenere
contra il re Pandragone e tutti i suoi.
Et io della mia voglia ingorda e pronta
me ne porto sol dannaggio et onta».

26«Poi che così vi par, «dicea Girone»
l’accetto in dono, e grazie ve ne rendo,
e prego il ciel che giusto guiderdone
vi dia della virtù che ’n voi comprendo.
Né poss’io qui restar lunga stagione
sì debil sono, onde licenza prendo
per girmi a risanar in qualche parte,
e vi accomando a Dio». Quinci si parte.

Nel castello in cui si ritirano viene loro raccontato del tributo di sangue che due giganti esigono ogni anno: i due li affrontano e li battono, quindi si dividono (37-79)

27Vassene ad un castel poco lontano
e commodo per lui l’albergo piglia;
ivi si posa, e cerca farsi sano
ch’aveva percosse e piaghe a maraviglia.
E perché il troppo attender parea strano,
con due scudier ne rimandò la figlia
ov’ella esser bramava, et ei si resta
con dispetto e con doglia che ’l molesta.

28Né per quindici giorni molto o poco
poté di letto uscir, non ch’ire a torno.
L’altro buon cavaliero al proprio loco
per l’istessa cagion venne in quel giorno,
piagati i membri e l’animo di foco,
ripieno il sen di maraviglia e scorno;
e mentre si guariva solo attende
a spiar di Girone, e nulla intende.

29Prega gli amici, prega i conoscenti
de i quali aveva molti in quella parte,
e per saper chi sia mille istrumenti
adopra, e notte e dì l’ingegno e l’arte,
né il nome intender mai puote altrimente
se non che ciaschedun l’estima un Marte,
e ch’egli avea valor sopra natura
s’adegua il Cavalier Senza Paura.

30Così stando ambe due senza sapere
chi fusse l’uno e l’altro assai vicini,
già comincian le forze a riavere,
già il calor e ’l dolor par che declini.
Già par ch’ogni uom di lor in breve spere
d’esser ridotto a i naturai confini;
già risaldan le piaghe e ’l corpo infermo
vigor prende, e ’l piè ritorna fermo.

31Già son guariti, e ’l verdeggiante aprile
giunto era al fin, quando il signor li viene
di quel castel, e con sembiante umile
dice a i due cavalier che in casa tiene:
«Signor miei cari, non m’aggiate a vile
s’io scuopro a voi quel che scoprir conviene
da chi si trovi in casa acerbo e rio,
e vuol verso i miglior mostrarse pio.

32Saper dovete come già molti anni
suggetta fu questa infelice terra
a due giganti, che con molti danni,
con lungo assedio e faticosa guerra
la saccheggiaro, e dopo gli altri affanni
condannàr tutto il cerchio che la serra
in dar ogni anno lor giovin quaranta
e donzelle bellissime altrettanta.

33E nel mese di maggio il dì primiero,
che fia dopo doman, non mancan mai
d’esser qui sempre, et a noi fa mestiero
con quei lamenti e quei dogliosi lai
che potete pensar, mostrar intero
il popol che ci aviam, ch’è pure assai,
e non celarne un sol, ché cagion fora
di far ciascun perir che ci dimora.

34Ivi fra gli anni quindici e fra i venti
il numer prendon ch’io vi dissi pria,
de i più bei volto vaghi e più lucenti
e nel paese lor gli menan via,
talché preghiamo Dio che n’aggia spenti
e che l’ultimo dì per noi già sia,
ch’altra pietà non è che padri e madri
veder lor dietro in panni oscuri et adri.

35Son questi scellerati e questi feri
terribili e spietati oltra misura,
né di farsegli amico alcuno speri,
ch’egli hanno in odio il cielo e la natura;
e sopra ogni uom gli erranti cavalieri
di trar del mondo fuor si prendon cura,
ché dove è più virtù più ad essi spiace,
sol lor sangue, dolor e morte piace.

36Han per arme un baston nodoso e greve,
fatto alle fiamme più che ferro duro,
men che al foco la cera o al luglio neve
contro a i colpi di quei va l’uom sicuro.
Né vale ivi al fugir la pianta leve,
ch’ei volan come uccel per l’aer puro,
e qual noi picciol, lassi, cespi e zolle
svegliono agevolmente un monte, un colle.

37Poi l’avventan sì forte e sì lontano
che con men furia ci saetta Giove,
l’arme fatal del fabro siciliano
quando il nostro fallir talor il muove.
Io ho veduto far la sconcia mano
pur già scherzando le terribil pruove,
pelar le selve in fino nelle radici
come un di noi faria polli e pernici.

38Or dunque, valorosi cavalieri,
vi consiglio a seguir la nostra via,
pria che si mostri su’ nostri sentieri
per farci oltraggio questa peste ria,
che ’l fidarsi nell’arme e ne i destrieri
contro a forza cotal tengo io follia,
ché monstri son usciti dall’inferno
sol a far ai miglior dannaggio e scherno».

39Giron, che per sé avea sì grande il core
che l’altissimo Olimpo gli era piano,
giunta poi la pietà di quel dolore,
che nel popol vedea, quantunque strano,
gli pungea dentro sì focoso ardore
che quasi si tenea pigro e villano
di non gir tosto, e senza compagnia,
a ’ncontrar i giganti alla lor via.

40Pur, temprato il voler, con dolce volto
e con atto umilissimo e cortese,
al cavalier ridendo s’è rivolto,
e disse: «Io so che le parole intese
avete, e di costor fra voi raccolto
l’alta necessitade e del paese
la miseria sì grave, che ne face
voglia di guerra aver per dar lor pace,

41e la vostra virtude ho conosciuta,
qual conoscer convien con lancia o spada,
sì ch’io so ch’ella è tal che non rifiuta,
per fatica che sia, d’onor la strada,
e tanta occasion sendo venuta
non vorrà in modo alcun che se ne vada
senza tentar per lei se la sua sorte
gloria trar ne potrà per sempre o morte.

42E vi prometto in ciò, quando a voi piaccia,
che compagno m’avrete amico e fido,
e ’nfin che l’uno e l’altro in guerra giaccia
mi vi do tutto e mai non mi divido.
E per l’alto Motor che ’l tutto abbraccia,
che ’l tutto ha fatto e ’n cui solo io m’affido,
non lasciam questa impresa che non fia
mai più sì grande, perigliosa e pia,

43né che più si convenga a due cotali
ch’io credo che miglior non ha di noi,
ovunque spiega il sol le dorate ali,
che così poss’io dir certo di voi
ma di me il penso, poi che forse eguali
furon l’altr’ier le forze d’ambi duoi
e con voi crederei Sicilia tutta
con tutti i suoi Ciclopi aver distrutta.

44E se non spendiamo in simil pruove
che intendiam noi di far di queste vita?
Noi scappiamo oggi e doman forse altrove
son le nostre ultime ore stabilite.
Preghiamo il Ciel che tali et altre nuove
ci doni alte cagion, per cui gradite
sien le nostre arme, e dopo morte poi
molto più che i più vivi viviam noi».

45Il fero cavalier, che veramente
senza paura visse e senza pare,
rispose al buon Giron cortesemente:
«Non vogliate, o signor, più faticare
la lingua a ben dispormi, ch’al presente
grazia maggior non mi potreste fare
che menarmi ov’io mostri che in altrui
son miglior forse che con voi non fui.

46E ch’io mi cingo sol queste arme intorno
per spender sangue e guadagnare onore,
e che piango la sera s’in quel giorno
non passai con sudor le maggior ore
per difender gli umìl di danno e scorno,
et al superbo tòr l’ira e ’l furore.
Venghin pur tosto, che non torneranno,
per quel ch’io speri, poi nel futuro anno».

47Così d’accordo, insieme si tornaro
a ritrovar ciascun l’albergo e ’l letto,
né mai poi si rividero o parlaro
fino al giorno di maggio che avean detto.
Gli altri, che i lor disegni ivi ascoltaro,
preser tutti nel cor dubbio e sospetto
ch’assai più che valor certa follia
di tanta impresa la speranza dia.

48Chi per invidia, chi per gran temenza
gli biasma intorno, e co i suoi par si duole,
che i lor leggier ardir e la credenza
farà il danno più grave che non suole:
– Perché i giganti e quella ria semenza
manderan questi ove non luce il sole,
poscia irati vêr noi di sangue e foco
empieran per vendetta il miser loco -.

49Altri di più bontade e di più fede
in Dio sperava e nelle forze loro,
ch’avea visto il valor ch’ogni altro escede
de i due campion quando a battaglia foro,
e prega il Ciel che sia larga mercede
a i magnanimi cori e dia ristoro
e pace intera a quella afflitta terra
contra il tributo della ingiusta guerra.

50Or chi vedesse li divoti intorno,
gli infermi vecchierei, le stanche madri
discinti e scalzi andar la notte e ’l giorno
fra mille volti pallidi e leggiadri,
d’un giovin stuol neglettamente adorno
tra i fratelli, i congiunti e i giusti padri
di fanciulli e donzelle a crine sciolto,
di lagrime e sospiri e doglia involto,

51ben per vera pietà venuto fora
d’una vil pecorella aspro leone,
e mille vite e mille spese allora
avrebbe volentier per tal cagione.
Chi si straccia i capei, chi grida e plora,
là dove l’uno e l’altro si ripone,
e come a salvator di quel paese
di preghi, doni e voti gli è cortese.

52Non si porria narrar s’in le chiare alme
de i miglior cavalier che ’l mondo avesse,
oltra il natio desir di simil palme
e virtude e pietà suo seggio fesse,
non si troverian mai sì gravi salme
ch’esse ciascun di lor non sostenesse,
e vorrien volentier tutti i giganti
che mai furono in Flegra aver innanti.

53E quei due giorni che menaro il maggio
per due secoli par ch’allunghin l’ore,
tal ciascun brama il nobil paraggio
co i feri mostri e ’l non creduto onore.
Ben compensano in sé quale ha vantaggio
l’intrepida virtù contro al furore,
ma non l’osan di dir, ché intendon bene
che ’l prometter soverchio a scherno viene,

54e chi sa fare assai co ’l parlar poco
fa il futuro e ’l preterito più caro,
e che ’l fumo ch’è troppo adombra il foco
e che ’l fa a riguardar men bello e chiaro.
Sta l’uno e l’altro in solitario loco,
né si lassan veder dal vulgo ignaro,
e contenti sarieno esser altrove
per lì piover il dì dell’alte prove.

55Venuto il maggio, all’apparir del sole
spuntato a pena con l’aurora innanti,
nel punto istesso che gli altri anni suole
ecco arrivar la coppia de i giganti.
Ciascun di nuovo si lamenta e duole,
fuor che i due rari cavalieri erranti,
che rendon grazie alla celeste gloria
che apparecchia il dì lor tanta vittoria.

56Giunti essi adunque, sopra certi prati
ch’eran vicini alle funeste mura,
con loro arnesi stran sono accampati
ove più folta aveva la verdura.
Molti prigion con loro eran legati,
che di portar le some avean la cura,
come cavalli e muli in altro loco,
miseri schiavi ch’ei tenean per gioco.

57Cominciano a sonar certi strumenti
questi aspri mostri, con sì gran romore
che Giove in aria non tuona altrimenti
quando più cerca all’uom donare orrore.
Poi metton grida piene di spaventi
da far tremar ogni più altero core,
e domandan da lunge il lor tributo,
di cui il termine dato era venuto.

58E minacciano il ciel non che ’l castello
se non vien tosto il popolo a spiegare
del numero del qual prenda il più bello;
e ben pensan in lor cortesia fare
da poi che ’l resto del nativo ostello
fuor che i promessi già lascian restare.
E perché indugian pur un’ora o meno
par l’uno e l’altro d’ogni rabbia pieno.

59Ma i due buon cavalier ch’avanti il giorno
già furo armati, e ne i sacrati tempi
divotamente i sacrifici intorno,
seguendo de i migliori i veri esempi,
hanno ascoltati, e l’immortale adorno
Padre han pregato che da i duri scempi
quella terra fedel quel dì rimuova
e lor dia forze di ottener la prova,

60dicendo umili: «E non di queste spade,
non del nostro valor, ch’è tronco e frale,
la gloria sia, ma della tua bontade
della tua gran pietà che tutto vale.
E se ben è che le tue dritte strade
tratti da questo incarco impio mortale
accecati perdiam, guarda a te stesso
non al nostro peccar sì grave e spesso»;

61dopo il lor breve orar sopra i destrieri
ch’attendevan di fuor tosto montaro.
Come umili ivi a Dio qui tutti alteri
a gli uomini in sembiante si mostraro,
le genti intorno, che n’avien mestieri,
alzando al cielo i volti s’adunaro,
dicendo: «Così Dio palma vi doni
come sète più d’altri arditi e buoni.

62Andate pur, che ’l vostro nome fia,
e segua quel che vuol, perpetuo in terra,
per cagion tanto chiara, onesta e pia,
prendete or aspra e perigliosa guerra;
né chi vi agguaglie più nel mondo fia
ad Ercole e Teseo, che del tutto erra,
ché più val l’alta impresa ch’oggi avete
che mille mostri, Minotauri e Crete».

63Era proprio a veder tra ’l vulgo inerme
i duo chiari guerrier due belle rose,
nate d’un verde avventuroso germe
che la natura provida nascose
tra mille secchi prun, cui foco o verme
spogliò le frondi o le radici ròse,
che l’uno dell’altro il bene e ’l male accresce
per la contrarietà che in lor si mesce.

64Come s’alzava il core a mirar ivi
gli animosi corsier girarse intorno,
d’ogni timor il fren mordendo schivi
biasmar quasi ne gli atti il lor soggiorno,
e chiamar tosto il campo in cui s’arrivi
nell’alte pruove, ove poi veggia adorno
ciascuno il suo signor, qual sia la sorte,
o di vittoria o di lodata morte.

65Comandan che lor sien le porte aperte,
e l’uno e l’altro al par si rappresenta.
Sopra le mura va la turba inerte
a veder quanto il ciel di lei consenta.
Le lucentissime armi hanno scoperte
già i fer giganti, e in essi si spaventa
l’anima di ciascun, presaga forse
di quel che appresso ne i suoi danni occorse.

66Pur la rabbia di lor vinse il timore
e ’ncontra fèrsi minacciosi e crudi,
e con parole e suon ripien d’orrore
dicon: «Chi apporta a noi quest’armi e scudi
non dee saper qual sia il nostro furore,
come ben san le siciliane incudi,
che gli parria per noi picciola preda,
come il potrà provar chi pur no ’l creda.

67E sopra il Cavalier Senza Paura
s’aventa l’un di lor co ’l tronco in mano,
menando colpi fuor d’ogni misura,
ch’un forte muro avrian gettato al piano.
Ma l’altro, ch’al suo caso avea ben cura,
svolge il cavallo, e ’l furor scende in vano,
e ’l gigante che ’l piè mal tenea fermo
sopra il peso cascò qual ebbro e ’nfermo.

68Il buon campion che ’l suo vantaggio vede,
sprona al traverso con la lancia in resta,
e ’n mezzo il fianco con tal forza il fiede
che ’n terra l’asta più che mezza resta.
Discende allor vittorioso a piede
e l’orgogliosa e minacciante testa
con la spada dispoglia al busto rio,
per farne essempio a chi dispregia Dio.

69Nell’istesso momento il buon Girone
va incontro all’altro, che fermato aspetta,
e s’acconcia sì ben co ’l suo bastone
ch’ei par che d’arrestarlo si prometta.
Ma il cavalier con l’uno e l’altro sprone,
spinge avanti il caval come saetta,
e va via tanto destro e sì veloce
che la clava va indarno e non gli nuoce.

70Pon la mira alta e non gli aggiugne a pena
a far quanto più può sopra il ginocchio;
ivi il ferisce, e con sua tanta pena
che gli fe’ lagrimar l’orribile occhio.
Poi tra le gambe per l’erbosa arena
gli varca, come suol talpa o ranocchio
tra rare canne ch’al suo picciol orto
fece siepe il villan non bene accorto.

71Indi volando con la spada in mano
qual ruota leggerissima è rivolto;
gira l’altro il baston, ma sempre in vano,
ch’un sol ne basteria ch’avesse colto.
Qual cieco suole a cui vespa o tafano
gli rintuona l’orecchie o punge il volto,
che quanto più lo scaccia i più sovente
il ritorna a infestar molestamente,

72tal gli parea Giron, ch’or punge or taglia
o la gamba o ’l tallon del fer gigante.
Né si deve estimar che non gli caglia
dell’arme del nemico aspra e pesante,
ma come ammaestrato a tal battaglia
sempre gli è sotto, e non gli vien mai innante;
né sa il Ciclopo aver modo né via
che serrato con lui sempre non sia.

73Vassi schermendo pur, ch’or alza un piede
or gli alza entrambe, et or si muovea corso,
or co ’l baston irato in terra fiede
or cerca co ’l fuggir nuovo soccorso.
L’altro, che sanguinoso e stanco il vede,
no ’l lassa riposar, ma nuovo morso
della tagliente spada ognor gli aggiunge,
e con forza maggior il batte e punge.

74Era proprio a veder quivi Girone
ch’all’asprissimo monstro intorno gira,
nell’arenosa Libia un fer leone
che ’l possente elefante in guerra tira,
ch’or di dietro or davanti se gli pone
e per destrezza alla vittoria aspira;
quel si cruccia in suo cor, che grande e forte
un più picciol di lui già ’l meni a morte.

75Pur tanto dura il faticoso gioco,
e ’l cavalier pur tanto esso molesta
che gli mancan le forze a poco a poco,
né più di sangue in ogni gamba resta.
Così, nel fin, sopra il vermiglio loco
rovinò steso innanzi, e della testa
e del viso stampò la riva intorno
che vi restò la forma più d’un giorno,

76qual più robusto nell’alpestre monte
ch’el saggio architettor risega in basso,
per farlo tal che la spumosa fronte
calchi a Nettuno con veloce passo,
che le radici ancor tenaci e pronte
tristo abbandona, e con sì stran fracasso
batte a terra le chiome e l’alte spalle,
ch’ei fa lunge tremar ciascuna valle.

77Tralle crucciosa grida e ’l gran romore
che fe’ cadendo il non credibil peso,
non si porria pensar sicuro core
ch’allor non fusse di timor compreso,
E per poco fallì che l’ultime ore
non portasse a colui che l’have offeso,
ché se Giron non prevedeva il caso
gli saria co ’l caval sotto rimaso.

78Poi che ’l vede abbattuto non gli vuole
il cortese guerrier far altro male:
lascialo ov’esso orribili parole
dice contro al poter là su immortale;
maladice ogni Ciel, bestemmia il sole
e ’l fato che l’avea condotto a tale.
Ha perduto il baston, sì frale ha il braccio
ch’a i suoi nemici non può far più impaccio.

79Lassato lui, Girone ad uno ad uno
l’afflitta turba de i prigioni scioglie,
e con dolce parlar dona a ciascuno
la soma ch’egli avea dell’altrui spoglie.
Or tutto il popol di pietà digiuno
a sbramar corre le affamate voglie
contro i giganti, e vendicar l’offese
che avevan fatte sì gravi al lor paese.

Girone rifiuta di dire il proprio nome e fa arrabbiare i cittadini, che gli tendono una trappola: ne esce rivelando la propria identità (80-155)

80Parevan nibbi, corvi et avvoltori
sopra due gran cavalli in guerra morti.
Rendon grazie i miglior con chiari onori
a i due buon cavalieri arditi e forti,
dicendo lor: «Poi che ci troviam fuori
per voi di tanti affanni e tanti torti,
di questa villa e di chi vive in lei
eterni vi facciam signori e dèi».

81Rifiutan l’alte offerte, e ’n bel commiato
l’un e l’altro guerrier si dipartio.
Non molto lunge nell’uscir del prato
vengon due ambasciador del popol pio,
ch’espongono loro in publico mandato
c’hanno infinito e con ragion desio
de i loro scudi aver, di avere il nome
per farne a i templi gloriose some.

82Portan seco due scudi forti e belli
perché nessun di lor sia disarmato.
Il Cavalier dà il suo, prende un di quelli,
dice il nome, il cognome e dove è nato.
Non volse dir Giron come s’appelli,
né lo scudo cangiar ch’ei tiene a lato,
che di lassar in sé par che si sdegni,
per sì poca vittoria, sì gran segni.

83Tornan gli ambasciadori e narran quale
l’un de i due cavalier fu loro avaro.
Il signor del castello il prende a male,
e ’l popol tutto se ne cruccia al paro,
e poi che prego o rimostrar non vale
d’ingannarlo fra lor s’immaginaro,
e lì fanno venir una donzella
accorta in simili casi, onesta e bella.

84E seco un discretissimo scudiero
che ben sa il tutto in compagnia le danno,
che ’l preghin prima e poi, se fia mestiero,
le comandan che adopre astuzia e ’nganno.
Questi seguendo l’orme al lor sentiero
ove innanzi han passato se ne vanno;
ma la coppia magnanima ivi avìa
partita già la rara compagnia.

85Il che fece Giron dicendo a lui:
«Signor, io stimo tal le nostre spade
che non porria resister contro a nui
di tutti altri campion ogni bontade;
però direi, quando piacesse a vui,
che prendesse ciascun diverse strade,
ché saria al mondo gran disvantaggio
se così andasse insieme un tal paraggio.

86Basta che ’l vostro ardir, la cortesia,
il valor mi vi dà per sempre amico,
e dovunque io mi vada, ovunque io sia
chi sarà contro a voi mi fia nemico.
E prego il Ciel che di fortuna ria
vi guardi, e giri a i desir vostri aprico,
e sia pari il contento alla virtude
che nel cor generoso in voi si chiude».

87Approvò il cavaliero il suo consiglio,
l’abbraccia stretto e poi congedo prende.
Già l’accorta donzella a men d’un miglio
segue Girone, ove il suo gir comprende;
guardasi intorno con aguto ciglio,
esamina il cammin, che ben lo intende,
e finalmente per angusto calle
arriva in una vaga e fresca valle.

88E Giron vede ch’affannato e stanco
già s’era, e ’l suo scudiero addormentato;
l’arme avea intorno e la sua spada al fianco,
ma lo scudo avea posto sopra il prato.
Tosto ella il vede, e non bramava manco:
leggier s’appressa e glie ’l furò da lato,
ei più no ’l sente che persona morta;
dallo al compagno et esso via ne ’l porta.

89Restasi ella soletta e lì s’assiede,
destasi il buon Giron calcando il giorno;
alza la testa e ’l scudo suo non vede,
levasi dritto e ne ricerca intorno.
la donna il scorge, ch’era di già in piede,
e lui saluta con parlare adorno,
dicendo: «O mio signor, lo scudo vostro
non è lontan, e tosto vi fia mostro.

90Ma ben vorrei che per l’invitto core
e per l’alta bontà che in voi discerno,
che ad un castel qui presso per mio amore
albergar oggi non aveste a scherno.
Ivi quanto io potrò farovvi onore,
e me gli obligo poi serva in eterno,
che co ’l vostro favor, sol con la vista
mi trarrete di vita afflitta e trista,

91sì come io vi dirò quando sarete
in casa vostra, che così vo’ dire».
Giron l’alte maniere sue discrete,
riguarda, e ’l chiaro viso e ’l dolce dire,
e rispose: «Io farò quanto volete,
ché di servirvi ho già sommo desire,
né mi cingo io queste armi ad altro fine
che per simili a voi donne divine».

92Così dicendo si pon l’elmo in testa,
monta a cavallo e seguita costei,
che ’l mena per traverso alla foresta,
rivolgendo pensier cortesi e rei,
perché amica di lui perpetua resta,
e poi dice – Ingannar pur il vorrei,
non per suo danno, ma per somma gloria
della sua gran virtù pregio e vittoria -.

93Giungono ad una torre ben quadrata,
spaziosa dentro e con grandi acque fuora;
dal ponte alto e ferrato era l’entrata
che s’alza e ’nchina da chi là dimora.
Viene all’incontro lieta una brigata
d’altre donzelle che parean l’aurora
quando al più chiaro dì va innanzi al sole
vaga destando fior, rose e viole.

94Che così al suo partir era ordinato
che là n’andasse larga compagnia
di belle donne a render onorato
il cavalier quando quivi entro sia,
ché, se ben han desir che sia ingannato,
già non vogliono oprar di scortesia,.
Così quelle aspettàr leggiadre e belle
che l’altra il meni o lor mandi novelle.

95Quivi non si vede uom che inanzi vegna,
mostran che ’l regno sia delle Amazòne,
tal che cosa gli par del tutto indegna
l’esser sì solo al nobile Girone.
Pur con la cortesia che seco regna
tutte salute con gentil sermone,
e come in guerra Marte esser solea
là si fece un figliuol di Citerea,

96ché sa quanto conviensi a gentil core
tra delicate donne esser umano,
parlar discreto, ragionar d’amore,
in sembiante gioioso, amico e piano,
l’alta severità, l’ira e ’l furore
riservar ove armata ha poi la mano;
altrove andar come il bisogno sproni,
dolce a i dolci, aspro a gli aspri, buono a i buoni.

97Or gli son tutte intorno e fanno a prova
chi più può il gran barone accarezzare.
Cercan tutte fra lor materia nuova
come il tempo a fuggir men può noiare.
Beata chi miglior ve la ritrova,
ché ne sente piacer che non ha pare.
Chi gli dislaccia il piede e chi la testa
sì ben che in breve disarmato resta.

98Posta la mensa di vivande carca,
secondo la stagion, le più gioconde,
ivi Pomona i suoi tesor scarca,
lì versa Bacco le più chiare sponde.
Dieci donzelle son, nessuna parca
di lui servire, et han tra fiori e fronde
coronata la fronte, e i bei capelli
per gli omeri correan lascivi e snelli.

99Altre tante ne son ch’assise a canto
gli facevan mangiando compagnia,
diece altre che con vezzoso canto
empion la adorna sala d’armonia.
Vien già la notte e splendon d’ogni canto
ricche lumiere tai che par che sia
tornato il sol per rallungar il giorno,
ché non rompa il dormir sì bel soggiorno.

100Dieci altre nella camera restate
sono, apprestando un prezioso letto,
ov’ei possa le membra affaticate
riposar quando voglia a suo diletto.
Così quaranta son donne adunate
senza compagno aver, sposo o valletto;
Giron col suo scudiero ivi era solo,
guardian del vago femminile stuolo.

101Poi ch’ebbe fin la delicata cena
tra mille acque odorate e mille fiori
con lieta vista e con fronte serena
incominciò Giron: «Gli antichi amori
onde ogni carta de i poeti è piena,
che van scaldando i lascivetti cori,
non ebbero altro albergo mai che questo
perch’io maravilioso e vinto resto.

102Qui l’accoglienze pie, gli atti gentili,
il cortese ascoltar, i bei sembianti,
il parlar dolce, le risposte umili,
il pietoso mirar, i risi, i canti,
che veramente son l’esche e i fucili
da far pietre divenire amanti,
con mille grazie riccamente accolti
tra queste mura son, tra questi volti.

103Maravigliomi poi come e ’n qual modo
voi tante donne nessun uomo avete,
che mostra pur che del venereo nodo,
onde tutti nasciam, selvagge sète.
Di che, forse, in mio cor vi pregio e lodo,
ma non so immaginar come potete,
tra sì vaghi lacciuoi sì nobili alme,
discarche andar delle amorose salme».

104Quella che l’ha condotto e che ben mostra
che sia di tutte l’altre la più accorta,
disse alle donne: «Con licenza vostra
narrerò al cavalier quel che n’apporta
la lontananza e solitudin nostra
dall’uom, ch’esser di noi suol fida scorta,
non perch’io sia più saggia ma perch’io
ho di lui compiacer maggior desio».

105E cominciò sua certa invenzione
all’inganno gentil dando colore:
«Noi siam» gli dicea «per devozione
come son l’altre che si chiaman suore;
ma quelle del peccar ogni cagione
fuggono, cred’io, perc’han fragile il core,
con digiuni, orazion, sole e serrate,
giungendo al buon voler necessitate;

106ma noi, che l’alme avian bel salde e pronte
e più speranza nella grazia eterna,
non ci cal se leggiadre, ornate e conte
questo e quel cavalier talor ne scerna,
e parli a noi, pur che le forze e l’onte
lontane sieno, e ’l nostro onor non scherna,
né canti e suoni e favole amorose
ci son, come all’ipocrite, noiose.

107Anzi quella ha fra noi più pregio e lode
che più sa qualche amante intrattenere,
pur che poi da gli inganni e dalle frode
schermir si sappia e gli sia puro il volere.
E s’ella al fin di maritarsi gode
gli vien concesso, se ben sa tenere
termini onesti e l’ordinato stile
e che ’l marito sia chiaro e gentile.

108Noi siam quaranta, e qui la notte e ’l giorno
in opere lodevoli spendiamo,
in far le membra e pria l’animo adorno
e ’nnanzi a tutti al Creator supremo
grazie rendendo, che di Adam lo scorno
co ’l sangue del Figliuol vinse all’estremo,
e spese in sé giustizia, in noi pietade
per aprirne del Ciel le chiuse strade.

109Così vivemo, et è di noi ciascuna
per sette dì dell’altre ampia regina,
esamina i lor fatti, ad una ad una
riprende o loda, dove più s’inchina.
Il ben che può venir dalla fortuna
in publico servizio si destina,
altre vecchie provedono all’ostello,
ma non possono entrar dentro al castello.

110Né noi possiamo ancor di fuori uscire
se non una di noi per un dì solo,
e solo un cavalier ci può venire
con un compagno e non con altro stuolo.
E non più ch’una notte mai dormire
quinci il lasciam, che come il nostro polo
alluma il sol co i raggi licenziato,
può ben tornar s’un mese sia passato.

111E se quella ch’è fuor per avventura
ne ’ncontra alcun ch’a riguardar el piaccia,
il può dentro menar di queste mura
ché mangi in compagnia, soletto giaccia
la notte poscia. E tutte mettiam cura
che l’averci vedute non gli spiaccia,
non per diletto, premio o per amore,
ma per virtù, per gloria e vero onore.

112Questa adunque è, signor, la nostra vita,
questa dell’esser sole è la cagione,
e ciascheduna in ben di esser gradita
ogni suo spirto, ogni sua cura pone.
Chi vorrà l’età sua qui aver finita
il potrà far, e ben n’avrà ragione,
ché eterna gloria, eterna lode merta
e la strada del Ciel truova più certa.

113Chi vorrà ritornarse al natio loco
con onorato sposo il potrà fare
(perché la patria nostra è lunge poco
ove incontra la Gallia in lito al mare),
e menar i suoi giorni in festa e ’n gioco
tra i buoni parenti e le compagne chiare,
vantaggio avendo che sian state insieme
ch’ottimo frutto avrà di questo seme.

114E non vi paia stran se i padri nostri
in queste acerbe etadi hanno tal fede,
che in sì selvaggi e solitari chiostri
senza rettor alcun ci danno fede,
ché noi giurammo i sacrosanti inchiostri
di non muover mai quinci il vergin piede,
salvo che per onor e già mai senza
il consiglio di loro e la licenza.

115Poi ch’al suo ragionare ha dato fine
l’accorta figlia, il buon Giron rispose:
«Oltra le forme vaghe e peregrine,
così sagge vi veggio e valorose
che fra l’anime altissime e divine
vi posso por, non fra l’umane cose;
e vostra chiara impresa estimo tale
che memoria et onor merta immortale.

116E vi prego e conforto a tener salda
la santa, casta e rara intenzione,
che l’onor della donna è bianca falda
di pura neve all’ultima stagione,
che se la fiamma talor o sol la scalda
di torle ogni suo ben tosto è cagione,
e come era a veder pulita e monda
la rivolge in negletta e torbida onda.

117Et io con tutto il core offero loro
questa lancia ch’io porto e questa spada,
per difender da forza un tal tesoro
ch’a i miglior più ch’altra ricchezza aggrada;
perché la possession di gemme e d’oro
al men convien che con la morte cada,
la bontà splende in vita e dopo morte
a i vicini e i lontan luce più forte».

118Qui si tacque il barone, e quella prima
gli replicò: «Signor, di quanto dite
vi ringraziamo e della vostra estima,
e del vostro poter che ci offerite,
ma la ritonda luna arriva in cima
del nostro cielo et ha mezze compite
le notturne sue strade, e ne consiglia
che al sonno presentiam le stanche ciglia».

119E tutte in piè levate lui menaro
con belle e soavissime maniere
là dove la sua camera apprestaro,
scorgendo i passi lor mille lumiere;
quando il ciel gira più sereno e chiaro
la notte è men piacevole a vedere,
che le gemme del letto e i ricchi fregi
fatti per onorar principi e regi.

120Ivi con chiare assai parole oneste
accomodato a Dio, si riman solo,
tornarsi indietro ad ingannarlo preste
se non si fugge invisibile a volo.
Il suo fido scudier gli trae la veste
poi che fuor sente il femminile stuolo,
pone in letto il padron, serra la porta,
e ’n altro letticciuol si riconforta.

121Erano i letti in tal guisa ordinati
che ’l ciel di sopra i lor pendenti intorno;
di dentro son di spessi ferri armati,
come gabbia ove canti o merlo o storno,
il di fuori è di perle e drappi aurati
tutto coperto, e riccamente adorno.
L’altro è di fine acciaro al paragone
che non lo sforzeria toro o leone.

122Del medesmo metallo hanno i bastoni
che reggono il bel letto saldi e grossi,
sostenuti da piè con certi coni
ben sotto al palco ove veder non puossi;
e son forate le travi e i mattoni
tal che s’ei son per forze indi rimossi
cade il ciel co i pendenti duri e gravi
e si ficcan nel letto in certe chiavi.

123Che di maniera son che ingegno o mano,
senza chi ’l modo sa, no ’l puote aprire.
Chi dorme quivi allor il truova strano
che prigion resta e non si può fuggire,
come affamato uccel che ’l buon villano
fra la neve adescato suol coprire
con l’annodata rete, che da lunge
ascoso tira e con inganno il giunge.

124Così il fero Giron spogliato giace
sopra l’infide e sconosciute piume,
e benché in alcun loco in guerra o ’n pace
di così riposar non ha costume,
anzi quando ha più il luglio ardente face,
o quando gielan più l’algenti brume,
sotto l’aperto sol, sopra la neve
dormia con l’arme indosso dura e greve.

125Pur sendo ei lasso e sendo disarmato
dalle lascive man delle donzelle,
trovando il letto dolce e delicato
non vuol la cortesia spregiar in elle;
e sa poi seco quanto sia lodato
chi in tutte le maniere, o queste o quelle,
ben s’accomoda al tempo e non oblia
con tutto questo di virtù la via.

126Basta ch’ei s’era in tutto nudo e sciolto
tra il lin corcato senza alcun pensiero;
già l’avea il sonno tra i suoi lacci avvolto
e sopra lui tenea saldo l’impero
quando otto donne, con ridente volto,
sendo assai presso Apollo all’empispero,
gli otto ferri dal basso scoccato hanno
e dato fine al destinato inganno.

127Il soverchio romor subito desta,
ché profondo dormiva, il buon Girone;
non si può dir se allor troppo il molesta
il vedersi caduto il padiglione.
Va da prima tentando con la testa,
e vede finalmente ch’è prigione,
poi prova con le spalle e con la mano,
et ogni suo sforzar conosce vano.

128Quale il leon trall’africana sabbia
cui tese insidie il libico pastore,
che poi ch’ei si conosce esser in gabbia
e speranza non ha di uscirne fuore,
rode il ferro e se stesso, e per gran rabbia
or ralpa or rugge con sì gran furore
ch’ogni fero animal che lunge il senta
non che le gregge umili spaventa.

129Delle donne infedel la bella schiera
lieta sen va dove una ascosa porta
ch’a null’altro palese ch’a loro era,
monta là su per una scala attorta,
e truova il cavalier che si dispera
e con voce e sospir si di sconforta;
stansi ascoltando e che dèn far non sanno,
ei non le sente pur tanto have affanno.

130Quai pecorelle timide che scorto
o per opra del cane o del pastore,
veggiano il fero lupo o preso o morto
sì ch’esser pon d’ogni sospetto fuore,
che ’l fuggono pure e pur il guardan torto
e di pascergli presso hanno timore,
tai son quelle donzelle intorno sparse
né baldanza hanno poi di a lui mostrarse.

131Pur quella che solea con voci franche
comincia: «O cavalier che nostro sète,
forse vi par che in noi la fede manche
e disleali in tutto ci tenete,
ma vi assicuro che mai pigre o stanche
in oprar ben per voi non ci vedrete,
e sapendo or chi semo e la cagione
a voi darete torto, a noi ragione.

132Noi siam quelle quaranta miserelle
ch’esser devean de i sue giganti schiave,
ma l’arme vostre valorose e quelle
del cavalier che niente pave
han dalle perigliose impie procelle
condotto in porto omai la nostra nave,
sì ch’eterna memoria, eterne some
d’obligazione avremo al vostro nome.

133E mille onor come a i sacrati tempi
di far lor in quel dì ci siam votate,
che voi da i monstri scellerati et empi
con tal virtù ci avete liberate,
minacciando i malvagi e dando essempi
di ben far sempre all’anime ben nate,
co i vostri scudi e ’l titol vostro insieme,
che venuto è fra noi di divin seme.

134E che sia ’l ver ben ricordar vi deve
di quello ambasciador che venne a voi
pregando umil che non vi fusse greve
manifestarne il nome d’ambe duoi,
e con benigno cor, qual più si deve
verso amici divoti e servi suoi,
donàr gli scudi e per restar armati
prender in cambio quei ch’aveam mandati.

135Consentì il Cavalier Senza paura,
disse il suo nome e ci mandò il suo scudo;
voi, senza aver di noi rispetto o cura,
via ve ne andaste, di dolcezza nudo,
e la vostra alterissima natura
men spiegò al suo dir ch’un fermo e nudo
scoglio in riva del mar all’onda e ’l vento,
tal che ontoso tornò non che scontento.

136Noi, che siam donne e che sapete bene
quanto natura ci ha fatte sdegnose,
e quanto quel che più negato viene
più ci fa d’ottenerlo desiose,
con quella compagnia che n’appartiene
venner qui l’altre contro a voi noiose,
fecer l’insidie ove or sète incappato
io vi venni a cercar per altro lato.

137E per dar tempo a lor qui vi menai
per vie più lunga e men battuta via,
e lo scudo dormendo vi rubai,
mandailo al loco dove eterno fia.
Or di qui voi non partirete mai
se chi voi sète non ci dite pria,
da signor promettendo ardito e buono
d’ogni nostro fallir darci perdono.

138So che ’l farete, ben riguardo avendo
a chi ci ha mosso in ciò, non all’effetto,
e s’ognuna di noi per quanto io intendo
del vostro dispiacer troppo ha dispetto;
dichinlo pur le lagrime ch’io spendo
e voi vedete, ond’ho bagnato il petto.
Ditene il nome omai, prendete in grado,
o famoso guerrier, nobile e rado.

139Mentre ch’ella dicea, l’altre erano ivi
e piangean di pietade e di timore,
e ’n atti dolci, vergognosi e schivi
già le cortine intorno han tratte fuore,
ch’ei veggia il lume e tornin forti e vivi
gli alti spiriti oppressi dal dolore.
E ’l cavalier con vista irata e tarda
non sa quasi che dir ma in giro guarda;

140poi cominciò: «La vera cortesia
che con mille virtudi io metto al paro,
non vuol che cavalier perfetto sia
se in fra le donne è di dolcezza avaro;
ma se la vostra impresa è buona o ria
dichinlo quei che a ciò vi consigliaro.
S’io son vostro prigione e non d’altrui
già non sono altro qui ch’altrove fui.

141Perché senza catena e senza laccio
prigion son sempre delle donne oneste,
né bisognava porsi a tanto impaccio
se solo il nome mio saper voleste,
che con la spada in man, col scudo in braccio
e condurre e sforzar più mi potreste,
in questa guisa e in tutto altro loco
che mille aspri guerrier con ferro e foco.

142E se fusse venuta una di voi
quando mandaste l’uom di quella terra,
avrebbe satisfatto a i desir suoi
e me tratto di pena e voi di guerra.
Pur tutto è gito e girà ben da poi
che così piacque a Quel che mai non erra,
e per farvi il mio nome omai palese,
chiamato son Giron, detto il Cortese».

143Non ebbe quanto io narro a pena detto
che tutte si gettaro genuflesse,
«Ben siamo sciolte omai d’ogni sospetto
che ci deviate odiar più che noi stesse,»
dicean piangendo «o cavalier perfetto,
al cui valor non fia mai chi s’appresse.
Chi di voi non udì l’alta memoria
non sentì mai parlar di vera gloria.

144Non cerchiam più da voi promessa o fede»
dicea ciascuna (e ’n questo mezzo scioglie
il forte letto) «che voi sendo fede
di bontà, di virtù, d’altere voglie,
sappiam ch’ira e furor non vi possiede,
né degnitate cercar sì vili spoglie,
come noi siam se voi vendetta fesse
di noi, vie più ch’or voi, di doglia oppresse.

145Surgete adunque e riprendete omai
le vostre vesti, e quelle armi famose
c’han fatto e fanno ancor più d’altre mai,
come l’altr’ier vedemmo, altere cose».
Sprigionan lo scudier che pianto e guai
s’aspettava ivi e non donne amorose,
indi escon fuor perch’ei possin del letto
levarse e rivestir senza rispetto.

146E ’n questo mezzo la sala più grande
adornar tosto di coperte aurate,
prendon lo scudo suo, vaghe ghirlande
gli fan di lauri e di altre erbe odorate.
Chi fior, chi rose per la terra spande,
chi con fresche acque caccia via l’estate,
chi pon le mense, chi vi apporta frutte,
e varie opre fra lor divise han tutte.

147Chi le vivande poi più dolci e care
pulitamente e di sua mano appresta,
chi pon vasi di vin fra l’onde chiare
d’un fonte vivo che ’l sol non molesta.
Lì proprio il coro delle ninfe pare
che Diana, ch’è ancor per la foresta
dietro a cervo o cinghial, che torni attende,
le membra a ristorar che il luglio incende.

148Girone in tanto tra le donne arriva
fuor che la testa tutto l’altro armato;
nessuna par di rivederlo schiva
così bel pare e di maniere ornato.
Ei tutte intorno salutando giva
con parlar vago e con sembiante grato,
dicendo: «Or ecco il vostro prigioniero
che mai non si sciorrà, per quel ch’io spero.

149Né mai per tempo gli uscirà di mente
la dolce e violenta cortesia,
e servo sempre e sempre obediente
vi sarà in ogni sorte, o buona o ria;
e conterà fra la lontana gente
ciò che mai forse non fu visto pria,
d’usar inganni all’uom, forza e catene
sol per fargli ricchezze, onore e bene».

150Così, lieto ridendo a questa e quella,
da lor richiesto a tavola si assiede.
Lì sol di cose liete si favella
e spesso pure alla sua storia riede.
Venuto il fin, il duol si rinovella
tra l’alma compagnia, ch’ei surge in piede
dicendo: «Al mio partir venuta è l’ora»,
di che ciascuna si lamenta e plora.

151E nessuna si truova che non voglia
come a santa reliquia fargli offerta,
chi del caro gioiel se stessa spoglia
che del vero amator fu fede certa;
chi trapunto gentil prega ch’ei toglia,
di sua man fatto, a simili ore esperta;
e secondo ch’avvien fan tutte quante
come a buon, fido e salvatore amante.

152Ei, per la cortesia (che così vuole),
accetta tutto, e loda e le ringrazia;
poi cerca di dar fine alle parole
pur mantenendo l’acquistata grazia,
perché sa ben che sia fuggiro il sole
pria ch’una sol di lor di dir sia sazia.
S’invia pian piano, et elle pure scorta
gli fanno infino al basso su la porta.

153Ivi trova il caval, sopra vi sale,
prende il cammino e l’accomanda a Dio.
Resta ognuna di lor a marmo uguale
in cui buon mastro immagine scolpio.
Di Vener trist che dal rio cinghiale
vede percosso Adon, onde morio,
riguardan quanto pon, poi in alto vanno,
e di a casa tornarse ordine danno.

154Prendono il forte scudo, e quel gran nome
scritto di lettre, come il scudo, d’oro,
e ’nghirlandate le vittrici chiome
si tornano al castel ch’è patria loro,
scarcando liete le due sacre some
sopra la piazza ov’è il palazzo e ’l foro,
e che sien poste dan publica cura
di sopra il Cavalier Senza Paura.

155Sotto scrivendo il tempo, il come e ’l dove
avean già liberata quella terra,
raccontando di lor l’invitte prove,
l’estremo ardir, la perigliosa guerra,
e, come eterna grazia in Cielo a Giove,
aveano a questa coppia obligo in terra,
et a le due marmoree colonne
fan ciascuno anno onor giovini e donne.

Libro II

ultimo agg. 12 Settembre 2015 15:00

Girone giunge da Danain, decidono di partecipare in incognito a un torneo di lì a poco (1-13)

1In questo mezzo, verso Maloalto
quanto può sprona il buon guerrier cortese,
e volentier vorria solo in un salto
aver passato tutto quel paese,
però che del suo cor teneva in alto
Danain Rosso, poi ch’amico il prese,
e più lui pregia e per più lui faria
che per tutto altro che nel mondo sia.

2E Danain vêr lui non era ingrato,
anzi più l’ama ch’ei non fa se stesso,
né mai fu lieto e sempre addolorato
se no ’l vedea o no ’l sentiva appresso.
E ben n’avea cagion, che ’n più d’un lato
l’esperienza n’avea vista e spesso,
che mille volte per tòr lui da morte
la vita pose in perigliosa sorte.

3Or giunto adunque dopo il dì secondo
al bramato castel del chiaro amico,
non bisogna narrar come giocondo,
come fu dolce al suo compagno antico,
che non avea lasciato un luogo al mondo
del brittanno terren diserto o aprico
là dove non mandasse messaggiero
per intender di lui novelle al vero.

4Mille volte l’abbraccia e mille poi
la bella sposa quel medesmo face,
che lo stimava sopra gli altri eroi
e lontana da lui non avea pace,
ché delle sue virtù, de gli occhi suoi
ardea secreta in amorosa face,
e già due volte con tremante affetto
tra lagrime e sospir glie l’avea detto.

5Ma il cortese Giron, che ’l suo devere
più che tutte le donne pregia assai,
l’avea ripresa con parole vere,
e pregatola appresso che più mai
parlamento cotal con lui tenere
non voglia, se donar non gli vuol guai,
o via scacciarlo, che morir più tosto
ch’offender Danaino era disposto.

6Così la bella donna a poco a poco
di fuor mostrava d’ubbidirlo in questo,
ma tanto ardeva più, quanto più il foco
che s’asconde con paglia è più molesto,
e sol seco godea e prendea gioco
di averlo presso, temperava il resto,
pascea gli occhi di sguardi e nutria il core
di pensier dolci e chiamare amore.

7Danain solo e solo ella sapea
il nome di Giron; l’altra famiglia
(però che ’l fior de gli uomini parea
cortese, bello e forte a maraviglia)
il Cavalier Perfetto gli dicea,
né d’intender più oltra s’assottiglia,
che in carezzarlo assai secondo i merti
e che ’l padron il vuol, son più che certi.

8Mentre che così stan, viene un corriero
ch’al Rosso Danain un vicin manda,
ch’un torneamento molto ornato e fero
al castel delle suore il re comanda,
che di Norgalle domina il sentiero,
contra il gran re della Noromberlanda.
Diss’ei: «S’ei piace a Dio, questo non fia,
come fu l’altro già, ch’io non vi sia».

9In questo ecco arrivar Giron ch’allora
quando venne il messaggio era lontano:
il suo buon Danain senza dimora
gli fa quanto avea inteso aperto e piano.
«Or via,» rispose a lui «venga pur l’ora
ch’anch’io quivi sarò con l’arme in mano,
ché ’l troppo in pace star troppo in un loco
nella cavalleria si loda poco.

10«Non sarà prima,» l’altro gli replica
«che passati non sien quindici giorni.
In questo mezzo prenderem fatica
in far noi stessi e i destrier nostri adorni,
ché io penso ben che senza ch’altro dica
vi piacerà ch’io venga e ch’io ritorni
voi seguitando, e tanta grazia farme
che compagno vi sia di onor e d’arme».

11«Non solo in compagnia meco vi accetto,»
dicea Giron «ma ve ne stringo e prego,
che devreste saper quanto ho diletto
di compiacervi e nulla mai vi nego.
E così possa io far co ’l vero effetto
come con tutto il cor sempre m’impiego
verso i nostri desiri, i quai tanto amo
ch’adempir quei più che i mei stessi bramo.

12Ben vorrei (s’a voi par) che sconosciuti,
con non usati scudi e strani arnesi,
con due soli scudier taciti e muti
andassimo, a nessun conti o palesi.
Più grande l’onta fia de gli abbattuti
che per poveri e vil n’avranno presi,
più gloria fia di noi, che di valore
dentro cinti sarem, non d’oro fuore».

13Ben s’accorda il compagno volentiere,
dicendo che a proposito saria
portar gli scudi e tutte l’arme nere,
con quella ascosa e breve compagnia.
così danno l’ordine d’avere
il tutto in punto pria che ’l tempo sia,
divisando ogni dì come e ’n qual parte
deggian la forza lor spiegar e l’arte.

La moglie di Danain chiede e ottiene il permesso di poterli precedere (14-30)

14Mentre ei parlan così, la vaga sposa
di Danain, che ben fu la beltade
leggiadra, cortesia, grazia amorosa
che avanzò quella e ciascuna altra etade,
si sta nella sua camera nascosa
d’amor piangendo e di sua crudeltade,
ch’ogni uom l’adora, e tutto a lei dispiace,
un sol vorrebbe, et ella a lui non piace.

15E dicea pur tra sé: – Come esser puote
che tanto alto valor, tante virtudi
sian di pietade e di dolcezza vòte?
più dure, ohimè, che siciliani incudi?
più sordo a i miei lamenti, alle mie note
ch’al saggio incantator gli aspidi crudi?
che s’io gli chieggo aita non m’intende,
o mi consiglia indarno e mi riprende?

16Che farò dunque, Amor? sarò sì ardita
ch’ancor la terza volta io mi procacci
d’esser così da lui, lassa, schernita,
che di vergogna e duol dentro m’agghiacci,
e da me tutta afflitta e sbigottita
fugga oltraggiando, o che da lui mi scacci,
e mi neghi le luci che son sole
la mia vita, il mio ben, l’anima e ’l sole?

17So ben ch’egli è sì fero che non guarda
al duol ch’io porto e mi tiene impudica;
non può seco estimar che fiamma mi arda
ch’a vera castità non sia nemica.
Io fui pur sempre alle vili opre tarda,
presta al ben far e d’onestate amica,
et or son più che mai, s’ancora il fui,
se non per altro per piacere a lui.

18Per piacer solo a lui, per somigliare
lui che più pregio che questi occhi e ’l core,
sol per lui simigliar che non ha pare
e che farebbe i sassi arder d’amore,
non pur colei che gli porria parlare,
riguardar e sentire a tutte l’ore,
e che ’l può misurar a parte a parte
ch’egli avanza Mercurio, Apollo e Marte.

19Or che torto può dir questo spietato
ch’io faccia al mio consorte quando io l’amo?
s’io lodo quel ch’esso ha sempre lodato?
s’un cercato da lui ricerco e bramo?
Solo in questo è contrario il nostro stato,
ch’ei corre a lui, me fugge quando il chiamo,
e pensa bene oprar e fa sì forte
ch’io n’ho torto, disnore e ’ngiusta morte.

20Io non cerco altro aver se non che voglia
ascoltar quando io narro i miei martiri,
ch’ei prenda in grado la soverchia doglia
cha da lui vien, le lagrime e i sospiri,
che non mi fugga più di quel ch’ei soglia,
le donne estrane e che talor mi miri,
e che scerna talor nel volto mio
ch’egli è mio sommo ben, signore e dio.

21Tu sei, tu solo, o disleale Amore,
d’ogni mio danno e d’ogni mio mal cagione,
che quando io son della sua vista fuore
sì ben mi mostri a dir la mia ragione
ch’io giurerei di tòrre il suo furore
al più affamato e rabido leone,
e mi riempi il cor di tal baldanza
che di far lui prigion avrei speranza.

22Poi che per ricercarlo ho mosso i passo
e ch’io mi truovo alla presenza amata,
m’insegni solo a tener gli occhi bassi,
a ragionar con voce sì affannata
e con gli spirti così uniti e lassi
ch’ei non m’intende, et io qualche fiata
discerner non saprei s’io parlo o taccio:
so ben che arrosso, imbianco, ardo et agghiaccio -.

23Mentre così fra sé divisa e plora
la troppo innamorata e troppo bella,
sente ch’apre la camera di fuora
una sua secretissima donzella,
e le porta le nuove che in quell’ora
d’un vicin torneamento si favella,
e che ’l forte Giron di girvi intende,
e per compagno il suo marito prende.

24Or qui si rinovella il pianto e l’ira
contro Amor, contra il Ciel, contro a se stessa.
Sopra il letto si pon, grida e sospira,
che la sua cara lucea avea pur pressa.
Or nuovo vento a lei contrario spira
che via la spinge ove non può gir essa:
la gelosia qui surge, e non in vano
contro la miserella ha l’arme in mano.

25E le dice all’orecchia: «In quella parte
ove andrà il vostro ben son mille donne,
ch’oltre a chiara bellezza han senno et arte,
e san gli animi ornar, non pur le gonne,
e con le grazie ne i lor detti sparte
farian di foco venir fredde colonne;
non son qual voi, che non sapete fare
se non pianger, dolerse e troppo amare.

26Ei senza dubbio alcuno avrà la palma
d’ogni altro cavalier che lancia porte:
ben puoi pensar s’un’amorosa salma
volentier segue l’onorata sorte,
qual fia in tanto favor sì rigida alma
contro a quel fero arcier sì dura e forte
non piagata alla fine, e che non voglie
render di sé le mal difese spoglie.

27Non pensate aver sola gli occhi in testa
per conoscer le cose vaghe e belle;
non è fera sì rozza alla foresta
che non discerna il sol più che le stelle.
S’a voi severo et implacabil resta
non sarà forse al supplicar di quelle;
marito non avran ch’egli ami tanto
come fa Danain, per dar lor pianto.

28Come al geloso dir dava udienza
chi ’l può narrar questa infelice amante?
Poi fra sé parla: «Io giuro al Ciel che senza
ch’io seco sia non moverà le piante
di qui l’aspro e crudel, ch’a sofferenza
non vo’ più armarme e lagrime cotante
sparger senza profitto in doglia e lutto,
ma più tosto morir co ’l viso asciutto.

29E se ben bene accorge anche il mio sposo,
ch’altro mi può venir che morte acerba?
Qual fine esser mi può più glorioso
s’a cagion di Giron il cielo il serba?
A me fia dolce, a lui non fia noioso
se in altro modo amor no ’l disacerba;
e ’l mondo che può dir se non che amai
il miglior cavalier che fusse mai?

30Ma spero pur ch’amor qualche consiglio
mi porrà in core, onde con loro io vada -.
Così dicendo il volto suo vermiglio
s’adorna, e secca a gli occhi la rugiada,
simile a quella che ’n su rosa o giglio
poco avanti l’aurora al maggio cada.
Poi se ne venne fuor leggiadra e bella
che sembra al vespro la ciprigna stella.

Danain e Girone incontrano per strada Ivano e Creuso, che li schernisce per le brutte armature (31-63)

31Truova i due in sala che parlando stanno
dell’arme, de i cavalli e lor divise:
incontra lietamente se le fanno,
narranle tutte le pensate guise.
Ella, che già il sapea come essi sanno,
se ne fa nuova e dolce ne sorrise;
poi dice: «Essendo il loco così presso
dell’usanza servar mi fia concesso.

32Che voi sapete pur s’una giornata
e nono più lunge nobil festa fassi,
ch’ogni donzella o donna maritata
di fratello o di sposo segue i passi.
So ben che non mi fia da voi negata
grazia, ché ’l tempo lietamente passi
con voi, consorte caro, in veder ivi
mille di vostra man dell’arcion privi.

33«E ’l cortese Giron sarà contento»
soggiunse e di color venne di foco
«di voi pregar ch’io vegna al torneamento
né qui stia, lassa, in solitario loco».
Poi pallida tornata in un momento
il resto del parlar fu tronco e roco.
Volgesi egli al marito, e tanto il prega
che di tutto fa grazia e nulla nega.

34E seguì Danain: «Che con noi vegna
come intendete mal possibil fia,
perché propria saria la vera insegna
di mostrar fuor chi l’uno e l’altro sia,
E noi, perché celato si ritegna,
lassiam la necessaria compagnia,
ma tanti avrà donzelle e cavalieri
che d’averci con lei non fia mestieri».

35Ella accetta, il ringrazia, e poi gli chiede
ventisei suoi baron che sien con lei,
di più alto valor e di più fede
da poterla scampar da i casi rei.
Il marito ogni cosa le concede,
e vengon tosto accompagnar costei
sopra destri corsieri e bene armati
e d’altri arnesi riccamente ornati.

36Et esso in tanto cerca in ogni parte
arme e cavai che venghin di lontano,
ascosamente pure, et usa ogni arte
ché l’abito s’acconci oscuro e strano.
La innamorata donna indi si parte
in bella compagnia co ’l cor non sano,
e nel castello arriva delle suore
già di gente ripieno e di romore.

37Ivi è da tutti chiaramente accolta
come cosa onorata e d’alto affare;
racconta a molti, e ’l crede chi l’ascolta,
che ’l Rosso Danain passato ha il mare,
e ’l Francia è gito, là dove altra volta
avea fatte opre gloriose e rare:
or per salvar d’un suo cugin la vita
quindici giorni son fece partita.

38Lì si vede arrivar più d’una banda
di guerrier valorosi, arditi e forti:
sonvi i miglior della Noromberlanda,
così dell’altre più famose corti.
Cerca ogni uom che la fama l’ali spanda
e che ’l suo nome sopra il ciel ne porti,
ma quei di Logres sopra gli altri vanno
minacciando a i nemici or onta or danno.

39Or messi in punto i due compagni veri
d’arme e d’amor, appresso si partiro.
Han lance, arme, cavalli e scudi neri,
lassano il cammin dritto e vanno in giro
per boschi e mal segnati aspri sentieri,
ove sol fere videro et udiro.
Giunsero ove un romito avea la stanza
che solo in Dio servir avea speranza.

40Era presso una lega al detto loco,
ivi si riposàr per quella sera;
non dormìr, troppo agitati, e mangiàr poco,
benché ciascuno accostumato n’era.
Poi la mattina se n’andàr per gioco
godendo il fresco e ’l bel di primavera,
nel verde bosco, e posano i cavalli
perch’al bisogno estremo alcun non falli.

41Già giunto è il vespro, ch’era ferma l’ora
di dar principio al fero torneamento;
s’arman di tutto e i destrier traggon fuora
e sen vanno pel bosco a passo lento.
Verde è il terreno e già scherzava Flora
co ’l suo Favonio, l’amoroso vento.
Son gli scudieri innanzi, che hanno in mano
lor lance e scudi, e van poco lontano.

42Van per diporto, ma per quella sera
non era il luogo lor di colpo fare,
sol volean contemplare in che maniera
veggin la bella guerra apparecchiare.
La mezza strada non han fatta intera
che ’l gran cammin della foresta appare,
ivi due cavalier veggiono armati
al castel delle suore indirizzati.

43Era l’un di quei due l’ardito Ivano,
che del re Urieno era figliuolo,
Creuso è l’altro, in guerreggiar sovrano,
che per l’arme adoprar sen vanno a volo.
Senton dietro il romor poco lontano
de gli altri che venian con poco stuolo;
si fermano ambe a rimirar chi sia
posti al proprio traverso della via.

44Disse Creuso al suo compagno e rise:
«Ecco di qua venir due cavalieri
c’han sì pochi color nelle divise
che son del tutto più che corvi neri,
e non porrian negare in mille guise
che non fusser veraci carbonieri;
et ho gran voglia di provare un poco
quanto vaglino a guerra in sì bel loco».

45E così detto grida in alta voce:
«O neri cavalier, se l’arme vostra
come spaventa gli uomin così nuoce,
volentier il vedrei volando a giostra;
non che spento carbon fuoco non cuoce
quando gli avampa più la virtù nostra.
Adunque vegna chi verrà di voi
e se vi piace ancor siate ambe duoi».

46Il Rosso Danain volto a Girone,
«Che ti pare» disse «di questo arrogante?
Volentier piglierei con lui quistione
per far mostrargli al ciel alte le piante
se a voi piacesse». E ’l cortese barone
di no rispose, e «Benché assai si vante
e per loro e per noi doman ne fia
tanto ch’adempierà la sua follia».

47Fece adunque risposta Danaino
al senescial Creuso: «O mio signore,
noi intendiam di seguir nostro cammino,
né di giostrar per or ci viene in cuore».
Ei ridente al compagno a lui vicino,
lieto fra sé del troppo vano onore,
disse: «Caro fratel, se Dio mi vaglia
questi son cavalier di Cornovaglia».

48«Perché ciò dite?» Ivan risponde allora,
«Perch’essi han la battaglia rifiutata
con disnor troppo, ’l Ciel faccia ch’io mora
prima che ciò m’avvegna una fiata.
E s’ei fusser color che mostran fuora
non romperian l’usanza ben servata
da i miglior tutti di Brettagna e Francia
che vestono armadura e portan lancia».

49Così dicevate, e ’l buon Ivan Cortese
con parole dolcissime il riprende:
«Non si deve biasmar così palese
alcun se prima il ver non se ne intende,
se bene è la maniera del paese,
come voi dite e come ogni uom comprende,
forse che passan qui per tal cagione
che chi l’udisse lor daria ragione.

50Esser parco al dannar, largo alle lodi
dove ogni buon guerrier che fama agogna
in pregio non si vien per torti modi,
né ci dà vero onor l’altrui vergogna;
la virtù nostra con più saldi chiodi
che co ’l mal del vicin fermar bisogna.
Lasciamgli qui, seguiam pur il viaggio
senza far loro o dir secondo oltraggio».

51«Or via» disse Creuso «io son contento
né so chi sien, ma ben raffermo certo
che presente ogni re prendo ardimento
di mantener a tutto il mondo aperto
ch’alla cavalleria fan mancamento;
e non più ch’alla corte in un diserto
si dee giostra fuggir et ogni cura
lasciar da parte e porsi in avventura».

52Il Rosso Danain, che tutto ascolta,
di disdegno e furor rabbioso viene,
e dice al suo Giron: «A questa volta
ben la parlan di noi come conviene;
non vogliam noi, signor, che della stolta
opinion di noi porti le pene
quel discortese e che conosca omai
che più di quel ch’ei tien vagliamo assai?».

53«Non di grazia, fratel,» dicea Girone,
«lasciamgli andar, ch’un’altra volta poi
il troverem di nuova opinione,
né ci deviam curar de’ simil suoi,
che molti son che fuor d’ogni ragione
parlano in Logres, come fa di noi,
e più sempre ch’altrui nuoce a se stesso
chi dir mal si diletta a torto spesso.

54Noi non ci resterem peggio o migliori
per parole che dichin quinci o altrove,
ben sappiam noi che di noi son peggiori
biasmando altrui se non han viste prove,
perché peccati ‘uom non fa maggiori
né che più in Ciel dispiaccia al sommo Giove
che dir mal del compagno, o vivo o morto,
e tanto più quando si dice a torto»

55Alle parole sue contento resta
il Rosso Danaino e vanno inanti,
né molto hanno stampata la foresta
ch’ei furo al par de i cavalieri erranti.
Lì di nuovo ridendo e con gran festa
si salutàr più che non fèro avanti,
e tutti quattro van di compagnia
ragionando fra lor pe larga via.

56Poi che fur cavalcati, e non già molto,
non si poté tener Creuso in pace,
e tornato a Giron con lieto volto
domanda: «O buon guerrier, se non vi spiace
dite se sète al bel numero accolto
de i cavalieri erranti che ’l re face».
«Certo» disse Giron «un ne son io
perché ’l cercate voi per Dio?».

57«Perché ciò stran mi par» Creuso segue
«se del numero sète onde voi dite,
che voi mai domandiate o paci o tregue
a guerrier sol che vi presenti lite.
E come l’alma e ’l cor non si dilegue
d’onta e si fugga alla città di Dite,
che saria meglio andar senz’arme, a piede,
che di tanta vergogna esser erede».

58«Or non sapete voi» Giron risponde
«che non siam sempre d’una istessa voglia?
Tal volta giostrerei su le salse onde,
talor ho tal pensier che me ne svoglia.
Or si veste il teren d’erbe e di fronde,
or si asconde fra ’l ghiaccio e ’l resto spoglia,
ogni cosa mortal cangia suo stato
io, se ’l medesmo fo, perch’aggio errato?».

59«Sappiate pur» riprese l’altro allora
«che se voi fuste all’onorata corte
là dove Artus il fior de i re dimora
forza saria cangiar novella sorte,
o che sbandito ve ne andreste fuora
con vitupero e con villane scorte,
ché stabilito è quivi che nessuno
deggia mai rifiutar giostra ad alcuno».

60«Ogni uom faccia che vuol» Giron dicia
«ch’io non ho pe vergogna venti o trenta
giostre fuggir, s’ad uopo mi venìa,
e l’altrui giudicar non mi spaventa».
«Ben vel credo, e per la fede mia
convien che quanto or dite vi consenta»
dicea Creuso «perché l’arme vostre
mostran ben d’esser vergini di giostre.

61Né mai più vidi più sane né più belle,
né meglio intraguardate d’ogni danno,
che sembrano al veder più che novelle
et han per aventura pur qualche anno.
Ma devete a i gran punti delle stelle
trarle di fuori e dar lor poco affanno,
e se fate così per l’avvenire
potranno a i pronepoti ancor servire».

62«Sia con Dio,» fe’ Giron «forte m’aggrada,
se serviranno a i miei come a me fèro,
e se mi seguiran per questa strada
arà il legnaggio mio da girne altero.
Io so l’arme, la lancia e questa spada
ben risparmiare, e quando fa mestiero
mettere in opra ancor, pur che mi piaccia,
sì che a me non altrui ne sodisfaccia.

63Or non si porria dir che vile estima
del cortese Giron Creuso tiene,
e pensa ben ch’ei segga su la cima
di codardigia, ove più in alto viene.
Ivano ancor che ’l riprendea da prima
al medesmo giudicio si conviene,
e cavalcando van con gran piacere
d’una tal compagnia per giuoco avere.

Tutti e quattro incontrano un cavaliere dall’armatura vermiglia, che Creuso scherza: vengono a duello, il cavaliere vermiglio batte prima Creuso e poi Ivano (64-103)

64Poscia ch’insieme sono andati un miglio,
trovano un cavalier poco lontano,
che l’arme intorno e ’l scudo avea vermiglio
e gli attraversa ove più il bosco è piano.
Seco una donna, c’ha le chiome e ’l ciglio
splendenti, e vaga l’una e l’altra mano,
ritondo il collo e bianco e dolce il petto
benché mostri qualche anno nello aspetto.

65Il cavalier sì vago e sì spedito
parea nell’arme e così ben composto
che Giron disse, e fu da gli altri udito,
al Rosso Danain ch’era discosto:
«S’egli è questo guerrier nell’arme ardito,
come al vedere è bel, grande e disposto,
di tal virtude è pieno e tal valore
che ben degno saria di largo onore».

66Creuso allor, che proprio gli era a canto,
disse a Giron, quando i suoi detti intende:
«A voi darebbe questo istesso vanto
chi vi riguarda fiso e ’l ver comprende,
ché ogni uom che cura ponga tanto o quanto
dirà ch’ogni bellezza in voi risplende,
né di voi penso alcun fosse migliore
s’alle membra di fuor s’agguaglia il core.

67Ma del contrario temo veramente
per quel ch’io scerna, e che mostrato avete».
Gliel affermò Giron tutto ridente,
dicendo: «Esser porria, poi che ’l credete,
che assai pel mondo va di simil gente,
come voi più di me forse il sapete,
c’han valor solo in vista et in parole
e s’io son un di quei forte mi duole.

68Così van ragionando infin che sono
del cavalier vermiglio giunti al paro;
Creuso ch’al dir molto è pronto e buono,
e che d’altrui schernir non visse avaro,
dice al guerrier: «Se Dio vi faccia dono
di quanto al mondo ancor vi fu più caro,
è questa per amor la vostra dama,
che merita al mirarla eterna fama?».

69«Certo sì,» rispose egli «e me ne tegno
contento più che di altra donna mai,
che sia di Lionese al ricco regno
ove son bellissime et assai».
L’altro risponde : «E ben parete degno
di così vaghi e sì lucenti rai;
leggiadra parmi e tenera pulzella,
così forse piacevol come bella.

70Ripien nel petto di corruccio e d’ira
si fa il campion, perché beffatto tiensi,
e minaccioso in vista lui rimira
pur dentro all’elmo con turbati sensi.
Poi dice: «Qual follia, lasso, vi tira
a schernir questa ch’onorar conviensi?
E vi consiglio ravvedervi tosto
se non forse vi fia di troppo costo».

71Allor sorride ei più, poscia il domanda:
«Dunque volete voi per lei battaglia,
e che per cosa tal sangue si spanda
e che si rompa ferro e squarci maglia?».
«Sì,» disse quel della vermiglia banda
«e quale essa si sia più non vi caglia».
«Così sia» segue l’altro, e poi s’avventa
verso la donna e di via trarla tenta.

72E le dice: «Voi sète fatta mia
per la legge di Logres e l’usanza,
se di provar di noi chi miglior fia
il vostro condottier non ha baldanza».
Ella, che sa chi ’l suo vermiglio sia,
e c’ha suprema in lui fede e speranza,
come il più può dalle sue man si scioglie
e quante fur mai furie in un raccoglie,

73qual serpe micidial tra l’erbe ascosa
che ’l semplice pastor calcò co ’l piede,
al mezzo giorno, ove si stava in posa
quando più il luglio le campagne fiede,
ch’ella si leva irata e minacciosa,
vibra le lingue e ’n su la coda assiede,
poi gli avvinchia le gambe o salta al viso
come più danneggiar le sembra avviso.

74A viva brace avea gli occhi sembianti,
a sangue il volto e le rosate labbia,
spumose se le fan, verdi e tremanti,
di velen colme e di sdegnosa rabbia,
e disse: «O tu, che te sol pregi e vanti,
schernendo noi come ci avessi in gabbia,
dimmi il tuo nome, e non l’aver per male,
ch’a quel che tu credi troppo vale».

75L’altro, che forse ancor n’avea desio,
gabbando in tutto pur le narra il vero,
dicendo: «Poi che cerchi l’esser mio,
io son nutrito sotto il santo impero
del magnanimo Artus, reale e pio;
e da lui fatto errante cavaliero,
vo cercando avventure or quinci or quindi
né penso pari aver da i Galli a gli Indi».

76Non ha finito a pena ch’essa grida,
«Non parlar più, che omai so chi tu sei,
Creuso il senesciallo in cui s’annida
ogni difetto de i guerrier più rei.
La maladetta invidia è la tua guida,
che ’l mal oprar e dir mena con lei,
né picciolo ha né grande in quella corte
che non t’aggia più in odio che la morte.

77Non più mi cruccio, non mi meraviglio
che faccia a noi quel ch’a tutti altri fai,
anzi ti prego al farlo e ti consiglio
con patti ancor che non ci lodi mai,
perché del tuo dir mal diletto piglio
come d’un saggio se m’onora assai,
e rendo grazie al Ciel che m’ha concesso
di vederti e d’udirti oggi sì presso.

78Ché sì come il famoso e gran valore
veder vorrei del pio Giron Cortese,
così caldo desir m’ardeva il core
di te veder, essempio discortese,
perch’ogni cosa rara veglia amore
di farsi rimirar d chi l’intese,
egli è il più compito uom dell’universo,
e tu vivi di lui tutto il riverso.

79Va’ pur al tuo camin, che ben perdono
alla tua falsa e perfida natura
che solo in torto oprar ti fece buono,
né di te né di lei tengo altra cura,
che di chi sia del sacro santo trono
d’offender sempre posto in avventura.
Va’ pur, lasciami star, segui il tuo stile,
io mi resto qual fui rozza o gentile».

80«Ah,» gli disse Creus tutto dolente
«pur mostrando giudicar, donna onorata,
voi avete gran torto veramente
alla presenza di tal gente ornata
a dir questo di me, ch’ogni uom ne mente
fuor che voi, vaga figlia delicata;
s’io son matto men doglio et a voi resta
di sessanta anni aver più senno in testa.

81E di parlar cortesemente ancora,
quantunque io sia villan, come voi dite,
perché avete imparato per lunga ora
molte cose provate e molte udite,
già chi vi ascolta del buon senso fuora
vi chiama, e contra a voi di questa lite
darà sentenza, e pensa che i longhi anni
cagion sien di condurvi a questi affanni.

82Guardate all’età vostra, all’onor vostro,
non alla mia, se pur vi par follia,
ch’io son giovin mal pratico e ’l dimostro
e lieta e aperta è la natura mia».
Risurge in questo il nano, il picciol mostro,
quando sente a costei dir villania,
e dice: «O cavalier disonorato,
taciti omai, ché troppo hai già parlato.

83E verrà un dì che giusta penitenza
riporterai d’ogni peccato antico,
ché ’l Ciel se tarda ben la sua sentenza
non perciò è sempre de i gran falli amico,
ma quanto indugia più tanto credenza
aver deggiam che più ne sia nemico.
Non sai che senza par codardo e matto
quel ch’offende una donna in detto o in fatto?

84Or quanto il senescial sia mal contento
non porria dirsi, e quanto si disperi,
ché ben conosce il suo gran mancamento
e se ne rode il cor dentro a i pensieri.
ma troppo tardi viene il pentimento
che la parola parte di leggieri,
e non può ritornar quando bisogna
che non riporti altrui danno o vergogna.

85E tanto più ch’ei sente i circunstanti
rider fra lor del suo cercato scorno,
– Non son (direbbe) ingiuria a tutti quanti –
anzi alle mosche ancor ch’egli have intorno.
Sfogasi sovra il nano e i suoi sembianti
biasma e poi dice: «Damigello adorno,
io non sapea che tu fussi il compagno
a menar sì bella asina a guadagno.

86Or vi dich’io che ’l vostro gran guerriero
due diavoli ha menati dall’Inferno,
e s’io dico di voi sì mostra fero
e crede ch’io ne parli per suo scherno».
Ma il cavalier vermiglio, che di vero
era legato e d’alto amore interno
per la donna sbeffatta, in ira viene
tal che ’l caldo furor più non contiene.

87E certo ell’era tal che se qualche anno
era corso per lei con veloci ali,
la bellezza natia copriva il danno
mista in atti cortesi, alti e reali.
Mille secreti poi che le sagge hanno
la mantenea l’antiche membra tali,
ch’a più giovin di lei di tempo molto
faceva il suo mostrar men vago il volto.

88Ma qualunque si fusse ell’era in modo
ch’al vermiglio aggradava oltr’a misura,
e chi da legge all’amoroso nodo
non sa ben qual si sia la sua natura:
l’un d’una cosa et io dell’altra godo,
chi lo spirto ama e chi sol la figura,
chi diletta la vista, chi l’udire,
chi sfoga ogni desir solo in servire.

89Basta che furiando si rivolse
al senescalco, e per nome l’appella:
«Con più danno nessun mai voci sciolse
come voi feste per offender quella,
e come ogni dispetto e mal s’accolse
in vostra lingua velenosa e fella,
così presenti or qui questi signori
vi darò in preda a mille disonori».

90Vero è che a disonore anch’io mi tegno
di combatter con voi, perduto e vile,
ma mi perdonin quei, ch’un grande sdegno
sovente sforza un animo gentile.
E Dio sa ben se di onestate il segno
volentier passo, e s’io son sempre umile,
e per verace onor queste arme porto
non per far ad alcun mai danno o torto».

91Or su,» disse Creùso «l’arme sieno
del vostro e mio valor giudicatrici;
s’io son d’orgoglio o di virtù ripieno
queste man ne saran dimostratrici.
Ma se i pianeti in cielo oggi non fieno
più di quel ch’esser sogliono inimici,
farò che voi, la brutta vecchia e ’l nano,
mi chiamerete prode e non villano.

92E così detto il campo a correr prende,
come l’altro avea fatto tutto irato.
L’un invêr l’altro con furo discende
e s’incontrano i colpi a mezzo il prato.
Il siniscial niente o poco offende,
il possente vermiglio in alcun lato,
l’altro il percosse sì ch’esso e ’l destriere
in un medesmo fascio fe’ cadere.

93Così il miser Creùso tutto ontoso,
non senza riso altrui per terra giace,
e quel ch’ogni altro tiene avventuroso
di restar senza piaga più li spiace.
Il vermiglio guerrier vittorioso
dell’onor suo nessun sembiante face,
ma chiama con la man la compagnia,
saluta ogni altro e poi si mette in via.

94Disse Giron ridente al suo compagno:
«Quanto è bella virtù l’esser cortese!
Egli è sempre d’onore e di guadagno
con tutta gente e per ciascun paese.
Costui che d’argento par non è poi stagno,
e pensa migliorar co ’l far offese,
e non sa ancor che la cavalleria
non può in piè star senza cortesia.

95Com’io veggio qualch’un che parla molto
e piacer prende di schernir altrui,
oltr’a ch’io tengo senza senno e stolto,
penso ch’ogni altro fallo aggia con lui,
sia di pigrizia e codardigia involto,
dall’ignoranza e da i seguaci sui,
ciò è superbia, invidia, ira e menzogna,
senza dramma d’onor né di vergogna.

96Ma il valoroso Ivan, che questo vede,
e cruccioso e doglioso è nel suo petto,
ch’alla ritonda tavola è per sede
obligato ciascun non far difetto
al suo compagno, e diventare erede
d’ogni suo disonor s’al suo conspetto
non cerca in ogni guisa vendicarlo,
e privato del seggio senza farlo.

97Duolsi d’aver a far con lui battaglia
e combatter per un c’ha tutto il torto,
e perché forse ancor quanto più vaglia
alle spese d’altrui l’ha troppo scorto.
Sforzato al fin, ché del dever gli caglia,
da lunge il chiama: «O cavalier accorto,
provar convienvi ancor la forza vostra
se intera dura alla seconda giostra».

98Gli risponde il vermiglio assai cortese:
«Signore, cercate di giostrar altrove,
che a me convien calcar altro paese
né far voglio io per or novelle prove;
né tra voi né tra me son nate offese,
né voi né me malevolenza muove;
io vi stimo onorato, et anco in vero
d’esser simil da voi tenuto spero».

99«Ah,» disse Ivano «io ben vi stimo tale
e ’l sosterrei con l’arme in ogni parte,
né ricever vorrei né farvi male
né mi chiamo maggior di forza o d’arte;
ma cortesia (né scusa in ciò non vale,
perché dalla ragion troppo si parte,
e voi ’l sapete ben) chi non si metta
del suo compagno a far, s’ei può, vendetta.

100Però dover non mio, voler mi spinge,
prendete il campo, che così conviene».
Quel che lo scudo suo vermiglio pinge
disse: «Per vostro onor l’approvo in bene,
ma desir grande di saver mi stringe
il vostro nome, e di che parte viene.
Fatemi questa grazia, se vi piace,
se non volete pur meco oggi pace».

101«Per or dir non vi posso il nome mio»
rispose il franco Ivan, «ma ben vi accerto
che cavaliero errante sono anch’io,
e vo cercando onor con l’arme e merto».
Or rispose il vermiglio: «Sia con Dio,
poi che meco giostrar volete certo,
facciam pur tosto», e così lieto e snello
spazio guadagna come un leve uccello.

102Poi si vanno a trovar con tanto ardire
che l’uno e l’altro un fer leone appare;
poi ch’abbassan le lance nel ferire
fe’ la terra il romor tremar e ’l mare.
Ma ’l vermiglio baron, che a non mentire
sopra ogni buon guerrier si può lodare,
in così duro urtar percuote Ivano
che lunge al suo caval si truova al piano.

103E venne il suo cader sì sconcio e forte
che per un pezzo poi non si rileva,
e chi sia giunto al termine di morte
non men gli batte il polso o ’l capo leva.
il vermiglio ha pietà della sua sorte,
e di averlo condotto a tal l’aggreva;
smontato il riconforta, aiuta e poi
si rimette in cammin con tutti i suoi.

Arrivano al castello del torneo e ammirano le prodezze di Sagramoro (104-118)

104Quando ha vista Giron l’alta prodezza,
si volge a Danaino e s’il domanda:
«Vedeste voi già mai con che fierezza
i signori e i cavai per terra manda?
Non gli disse egli allor, ma gran vaghezza
avrei pria ch’egli andasse in altra banda
di provar se di me il medesmo fesse
o se la forza mia non sostenesse».

105«Come» disse Giron «ei son molti anni
che ’l più bel feritor di lancia ancora
non ho mai visto, e ch’a voi fesse danni
avrei dottanza come a questi allora».
Non può far Danain che non s’affanni
di tal risposta, e se ne discolora,
poi dice: «Io son disposto, quale ei sia,
di provar seco anch’io la virtù mia».

106Fassi la lancia dar dal suo scudiero
e lo scudo ch’avea poi si fa innanti.
Giron il di sconforta, et ei più fero
dispregia i suoi consigli tutti quanti,
e dice: «Io vo’ provar s’egli è nel vero
così il miglior de i cavalieri erranti,
e s’io volessi sol guerra a i men forti
a me stesso e ’l mio cor farei gran torti».

107Poi chiama e grida al cavalier vermiglio,
parte, galoppa, che da lui si guarde.
L’altro si volge e con turbato ciglio
e con voci all’uscir feroci e tarde,
«non con voi giostra né con altrui piglio,
omai signor, e se desio pur v’arde
di far quistion la cercherete altrove»,
e senza altro più dire il passo muove.

108Come fa Danain «Voi pur avete
consentito al giostrar con gli altri due».
«Allor n’avea più che al presente sete
venuta in me da le parole sue»,
disse il vermiglio, e l’altro: «Se pur sète
d’animo freddo più che in lor non fue,
men duole, e se ragione il sostenesse
ven farei forza con queste arme istesse».

109Così parlando e disputando insieme
già si viene al castel elle due suore,
ove un bel prato appar cui sabbia preme
non verde erbetta o d’altra sorte fiore.
Ivi tutto era accolto il miglior seme
di più gran nobiltà di più valore,
che di Norgalle e di Noromberlanda
l’una e l’altra provincia intorno spanda.

110Veggion ch’un cavalier molto novello
ma forte e destro chiamato Galese
avea fatto il principio così bello
che ’l pregio infin allor per lui s’intese.
Ma mentre ch’egli abbatte or questo or quello
e ch’egli onora il suo natio paese,
ecco tutto in un punto entra fra loro
il valoroso ardito Sagramoro.

111Il qual, benché assai nuovo fusse ancora,
era di sì gran cuor ch’ogni uom lo stima,
e con lodata invidia s’arma allora
verso il Galese c’ha la palma prima,
dicendo in sé: – Se costui in piè dimora
che mi varria tra gli altri esser in cima?
Io non m’acqueterei d’aver il mondo
se primier fusse un altro et io il secondo -.

112E comincia a gridar: «Or vi apprestate,
lodato cavalier, che sol voi chieggio;
non differente molto aviam l’etate,
né vantaggio è fra noi, per quel ch’io veggio;
se non che chi vorrà l’alta bontate
quel sia il miglior e l’altro sarà il peggio;
portiam di pari ardir le nostre lance
e crolli ove il ciel vuol le sue bilance.

113E cos’ l’un dell’altro incontro vanno
come due fere nobili a ferire,
e ne gli scudi lor tai colpi danno
che convien l’un riverso in basso gire,
l’altro in sella riman, con tanto danno
ch’alla vittoria s’adeguò il martire.
Sagramor vince e ’l buon Galese a terra
perde in un punto d’un gran dì la guerra.

114Sagramor sopra lui più non si arresta,
ma con doppio vigor spinge il cavallo,
con la lancia che intera aveva in resta,
né va il secondo più che ’l primo in fallo,
ch’un cavalier percuote nella testa
duro avversario del suo re Norgallo,
e del noromberlando era cugino,
e sel mette tra i piedi a capo chino.

115Va sopra il terzo, e quello istesso face
di lui di quei due che sopra ho detto.
Già si rompe la lancia e ’n pezzi giace
quando il popol fa segno in ogni tetto
come il cercato onore a lui soggiace,
e l’araldo esce fuor co ’l segno in petto,
e di cotta real d’intorno cinto
gridando «Sagramoro ha il pregio vinto».

116Se ’l chiaro giovinetto era contento
non si può dir, e se nell’alma gode
di guadagnar sì raro torneamento
e sentirsi addoppiar le vere lode;
e come in cor gentil doppia il talento
di ben far sempre se innalzar più s’ode,
ei già dipinge in sé speme infinita
d’avanzar i miglior s’ei resta in vita.

117Egli era il dì bellissimo a vedere,
di sopraveste ricco e d’arme ornato;
ciascun di rimirarlo ha gran piacere,
ma più le dame, in sì felice stato.
Chi per fratel, chi per suo sposo avere,
chi per caro figliuol l’ha desiato,
chi per amante forse, e così ogni una
l’avrebbe accomodato a sua fortuna.

118E ’nfra l’altre era assisa alla finestra
la divina beltà di Maloalto,
mille avea donne da sinistra e destra,
che stan più basse, et ella ha il seggio in alto.
ben la suora parea di Clitemnestra
che condusse a i Troian l’ultimo assalto,
e guardata da tutti et ella un solo
cerca con gli occhi e con la mente a volo.

A cena i re Meliadusse e Laco parlano della bellezza della moglie di Danain facendo arrabbiare Girone; Laco intende prendersela con la forza (119-155)

119Ella sol cerca, solo aspetta e brama
il suo acro Giron che ancor non viene,
ne i pensier, lassa, ne i sospiri il chiama
ch’ei torni a ristorar l’avute pene,
ch’a sfogar corra l’amorosa brama
de gli occhi che digiun soverchio tiene.
E se l’esser amato non gli è chiaro
non le sia al men della sua vista avaro.

120Stando in questi pensier ben tutto guarda
per far qual l’altre, ma niente vede.
Parca al parlar, al dar risposta è tarda,
se non quel sol che cortesia richiede,
e se non che si sforza e ben riguarda,
tal l’imaginazion d’amor son prede,
cose fuor di proposito direbbe
sì ch’ogni saggio se ne accorgerebbe.

121Or tutto ’l popol basso e i cavalieri
ch’avean più volte udito il suo gran nome
miran più che i lor colpi volentieri
il suo bel volto e le dorate chiome,
i celesti atti umilemente alteri,
i lucenti occhi che han mille alme dome,
della bocca i rubini e rose e perle
che dipingono il ciel solo a vederle.

122Non era donna lì che non bramasse
ch’ella in quel giorno e sempre fusse altrove,
e di gelosa invidia non tremasse
di sua presenza da far arder Giove.
Tutte sono appo lei di splendor casse
quante vi eran bellezze vaghe e nuove,
che non che una di loro il perderia
Febo quando più chiaro e ’n alto sia.

123Non è chi sia fra lor riconosciuta,
non si volge occhi più se non in lei,
ogni altra vista ciaschedun rifiuta
e fra sé dice: – Ben felice sei,
o Rosso Danain, poi ch’è venuta
la sorte a te di posseder costei -.
Chi con l’oro vorria, chi con la spada
tosto trovar di guadagnar la strada.

124E perché il dì che l’usanza primiera
del vero torneamento il vespro appella,
qual era questo allor, fino alla sera
sol viene in preda dell’età novella,
né a cavalier provato lecito era
di romper asta o di montar in sella,
ma insegnando e mostrando stanno intorno
ferir possente e correr lancia adorno.

125Però i gran cavalieri e di più pregio
che non han molto affar fanno ghirlanda
alla bella ond’io parlo, e con dispregio
stan tutte l’altre in solitaria banda.
’l gran re Laco ch’amoroso fregio
ha sempre in cor per cui lagrime spanda,
col ’l re Meliadusso c’have a canto
più ch’a Venere in ciel dona a lei vanto,

126e dice: «Veramente io sentia dire
da tutto il mondo già ch’ella era rara,
ma tanto avanza quel ch’io soglio udire
quanto il sol vince ogni altra luce chiara.
Ben è villan chi per costei morire
non vuol più tosto o viver vita amara
che privato di lei, di tutto il mondo
tener lo scettro in man sacro e giocondo».

127Poi volgeasi al compagno a lui vicino
al re Meliadusso e gli dicea:
«deh riguardate il volto pellegrino
di quella chiara et onorata dea,
c’ha forza più ch’Amor, più che ’l destino
a rifar dolce ogni aspra sorte rea,
da far con gli occhi soli e co ’l suo viso
d’un tristo inferno un lieto paradiso.

128Che perdete voi tempo in rimirare
i colpi van di questi giovinetti,
ch’a mille a mille gli vorrei frustare
e s’ei fusser ancor de i più perfetti?
Volgete or gli occhi ov’ogni bene appare,
ove son tutti gli Angeli più eletti.
Veder sempre possiam le lance in resta
ma non sì degna cosa com’or questa.

129Guardate, dico, e non battete gli occhi
per non perder il tempo a tal dolcezza.
Vedete come Amor par ch’indi scocchi
legiadria, cortesia, grazia e bellezza,
e come dardi, strali e fiamma fiocchi
da quella vista avvampar cori avvezza,
e sappiatemi dir s’io ho ragione
d’essermi fatto a lei schiavo e prigione».

130Mentre così parla, così co ’l braccio tenta
e con la spalla, e la risposta chiede,
sempre tenendo pur la vista intenta
ove la luce sua risplender vede.
E si cruccia in sembiante e si tormenta
che ’l compagno al suo dir non molto cede,
pur tanto il rimolesta et importuna
ch’alle mille parole rispose una:

131«Veramente, signor, costei che dite
è molto bella e di gran lode è degna,
ma di tutte altre donne e più gradite
non vi consento già che porti insegna,
ch’assai ne vidi che sarian salite
dubbia a saggio uom che giudice divegna;
ma ve la mostra Amor con quegli occhiali
ch’ei presta a gli impiagati da’ suoi strali.

132«Ben a risposta tal d’ira è ripieno
l’innamorato e sensitivo greco,
o ’l vostro senno è già venuto meno»,
disse, «o che contrasta volete meco,
ché ’l sol quando è più scarco e più sereno
e che ’l Toro o v Montone il port seco,
vinto è dal suo splendor, e voi pensate
donna umana trovar di par beltate?».

133«Or sia come vi piace» allor risponde
il re Meliadusso «ch’io non voglio
con voi quistion per una cosa d’onde
sempre guardarmi con gli amici soglio,
ch’io so com’aspre e perigliose l’onde
son d’esto mar e si da spesso in scoglio
per chi vuol pur il ver mostrare altrui
o gli occhi aprirgli, sì che fate or vui.

134So ben quanto per voi miglior saria
fugir l’impresa e di cangiar pensiero,
seguir di virtù la miglior via
sì come antico e raro cavaliero,
e lassar questa a chi sì giovin sia
che di provar il mondo aggia mestiero.
Detto ho pur questo non per farvi oltraggio
ma per torvi, potendo, da dannaggio.

135È già gran tempo ch’io conosco assai
quanto amor sia nemico al buon consiglio,
ma tra noi tale è conoscenza omai
che sicurtà come vedete, piglio
di ricordarvi che sta sempre in guai
chi in donna adora il variabil ciglio,
e quanto più nell’uom sormontan gli anni
più si scema il favor, crescon gli affanni».

136Or il re Laco, che fu impaziente
quanto altro cavaliero in ogni loco,
pensar devete se l’anima sente
sdegnosa e torba, e non se ’l prende il gioco.
Divien bianco, vermiglio, freddo, ardente,
e che ben non si crucci resta a poco.
Pur aveva a tal re gran riverenza
e sa del suo valor l’alta escellenza.

137Egli rispose solo: «Or non più parli
il cieco de i color che mai non vide;
anco esser può che gli amorosi tarli
rodin il cor a chi di lor si ride,
et a chi no ’l vorria consiglio darli
opra è che da saggezza si divide.
Vivete pur voi san nel vostro stato
ch’io non vi ho invidia, e voglio esser malato.

138Guardate voi questa noioso guerra,
io guarderò là su la dolce pace;
tenete gli occhi voi bassi alla terra,
io fissi gli terrò nell’alta face;
considerate voi chi guasta et erra,
io chi ’l mondo abbellisce, giova e piace.
Seguite in somma voi la vostra strada
e mi lasciate oprar quel che m’aggrada».

139Quante parole il fero Laco avea
e ’l re Meliadusso ragionate,
Giron, che loro appresso si tenea
e Danain l’avean tutte notate;
ma l’uno e l’altro buon sembiante fea
d’aver le menti altrove indirizzate,
e stanno intenti e chi piacer ne prende
chi si duole in suo cor di quel che intende.

140Poi c’han finito, il greco un’altra fiata
con men turbato volto il re domanda
com’ella era venuta accompagnata,
di quanti cavalieri e di che banda.
Disse Meliadusse; «Più onorata
l’alta regina di Noromberlanda
non potrebbe venir, io ve ne accerto,
ché ben ha compagnia secondo il merto.

141Cavalieri ha menati ventisei,
valorosi e leggiadri, in compagnia,
che parean tutti quanti semidei
da condurla sicura in ogni via,
e tutti uomini son ligi di lei
suggetti intorno alla sua signoria,
e mille vite spenderebber l’ora
per non trar solo un piè dal dritto fuora».

142«Ah» ripose il re Laco, «a voi par molta
e pochissima a me cotesta gente,
per guardar cosa ch’aggia in sé raccolta
quanto fu mai bellezza veramente,
ché non si troveria sì rozza e stolta,
villana, mal composta e cieca mente
che non vedesse ben che chi l’avesse
non avria invidia all’alte stelle istesse.

143Quanto io per me se in mezzo la foresta
o in mezzo a desertissima pianura
ritrovassi cosa come questa,
mi metterei d’averla in avventura,
né mi saria la guardia sua molesta
che di due volte lei on terrei cura,
che se non sono erranti cavalieri
lasserien per forza o volentieri.

144Voi sapete ben voi che già n’avete
più quantità sconfitti in un momento;
molti altri il sanno e spero che vederete
che di farlo ancor io non ho spavento,
pur che sì bella preda alla mia rete
di sospingere avesse il Ciel talento.
Or non si sa di ver ch’un val per mille
come si dice ancor del nostro Achille?

145Or piaccia a Dio che al quinci dipartire
io la possa incontrar , com’io v’ho detto,
che io so ch’io ven farò tai nuove udire
che mi terrete cavalier perfetto,
che a qual non si vorrà per me fuggire
io ’l faro ben pentir, e vel prometto;
voi il bramavate intender, io vel dico,
come a franco guerrier e vero amico.

146Queste ultime parole il buon Girone
ma non già Danaino aveva udite,
ché intento stava al forte paragone
di Sagramor, che già vincea la lite,
e l’ultimo ch’ei trasse dell’arcione
percosse in guisa afflitte e sbigottite
le membra in terra ch’ogni uom grida scorto:
«Il giovin cavalier del tutto è morto».

147Ciò guardava esso, ma Giron la mente
tutta avea fissa al ragionar di quelli,
e si corruccia in sé sì fieramente
ch’a pena sta che ’l greco non appelli.
Del compagno l’amor primieramente
il punge sì che par che ’l cor si svelli,
e ben n’avea ragion, che Danaino
l’amò più che fratel, padre e cugino.

148E forse, ancor che no ’l conosca allora,
pur del futuro amor i raggi prova,
basta c’ha dispiacer e s’addolora
quando alcun che la brami appresso truova.
Son effetti del ciel quando lavora
per imprimer talor la forma nuova
in materia che innanzi assai dispone
e che l’aggia di prender più cagione.

149E fra sé dice pur: – Chi vorrà fare
al carissimo amico disonore,
o mi farà la vita abbandonare
o ch’io ’l farò pentir del grave errore.
E quando ella altra fusse il devrei fare,
essendo io cavalier, per proprio onore,
e metter mille vite per ciascuna
ch’oppressa sia da forza o da fortuna -.

150E così in questa collera desia
di saver chi esser puote il cavaliero,
ch’al’udirlo parlar pensa che sia
molto animoso e nobile guerriero.
E tanto più che senza cortesia
non era il suo vantar, quantunque altero,
tanto che ritener più non si puote
che non l’assaglia in queste amiche note:

151«Deh, caro mio signor, non vi dispiaccia
di dirmi il ver se voi pensate pure
di tanti cavalier mettere in caccia,
come se fusser cerve mal sicure,
i quai seguiron l’onorata traccia
delle luci celesti, chiare e pure,
che voi sapete, senza ch’io vel diche,
che troppo sono a i desir vostri amiche».

152Diventò rosso alquanto e poi rispose:
«Io l’ho detto, no ’l nego, e vel ridico
non per dir opre mie maravigliose
né perch’io sia dell’altrui ben nemico.
Molti han già fatte più mirabil cose
e se mi fusse il Ciel non men che amico
forse anch’io tale impresa condurrei
e tanto più s’io guadagnassi lei.

153«Dunque l’amate ben» dice Girone
«poscia che per suo amor fareste tanto?».
«S’io l’amo o no non par che sia ragione
ch’io vel deggia narrar da nessun canto.
Anzi mi pento» parla il gran barone
«d’averne ragionato tanto o quanto,
e mi ravveggo or ch’io non fui saggio
e troppo ho detto a mio disvantaggio,

154ch’io non so ancor s’in ben stimata fia
l’aver io posta in cor sì rara impresa».
«Per Dio,» disse Giron «a gran follia,
come or da me, saria da molti presa,
perciò che vanto tal non si devria
far per uom mai, se non ha l’alma offesa
o di soverchio vino o di furore
o di disordinato e cieco amore».

155Or venne il greco in subita ira e fera
quanta n’avesse ne’ suoi giorni mai,
e disse: «Quando ancor ella sia vera,
vostra risposta è più scortese assai
che la mia impresa temeraria altera
ch’allor disavveduto vi contai;
e poi che così pungermi vi piace
or più oltra dirò, se ben vi spiace.

156Che vi affermo e vi giuro ch’io vorrei
pormi all’inchiesta di ch’io v’ho parlato,
e che voi fuste tra quei ventisei
cavalier di sua guardia e bene armato,
e men d’un giorno mi conforterei
d’aver voi rotti e quella guadagnato.
Detto l’ho pur, ché le parole vostre
han fatto al fin che ’l vostro error vi mostre».

157Gli replicò Giron: «Già conosch’io
per doppia prova il vostro mancamento:
ciascun saggio guerrier, s’ei fusse un dio,
di combatter con un solo ha talento,
perché non si discerne il buon dal rio
senza metterlo in opra in un momento.
Ogni uomo ha piede e mani, ogni uomo ha l’alma
ogni uom fugge, vergogna, e desia palma.

158Egli è ben ver ch’un più d’uno altro è forte,
ha più senno, più cuore e più virtude,
ma le viste mortai son troppo corte
per penetrar di fuor quel che ’l sen chiude.
Breve disgrazia spesso e poca sorte
può far ch’indarno e s’affatichi e sude
il miglior cavalier contro al più tristo,
se così piace al Ciel che l’ha previsto.

159Troppo saria dell’uom l’altero orgoglio
s’ei potesse di sé prometter certo.
Quando ha più il vento amico dà in iscoglio
il nocchier, non tien ben l’occhio aperto.
Il dolcissimo riso vien cordoglio
e diviene il giardino aspro diserto
a chi non pregia Dio, chi non tien cura
de gli uomini, e ’l suo stato mal misura.

160E poi vi dico che se io fussi tale
qual vi pensate e che volete io stime,
ch’io crederei di non trovar eguale
al torneamento, ove le lance prime
doman verranno, e chi più in arme vale
e di forze e d’onor tutti altri opprime,
ché chi vince cotanti in uno stuolo
ben può vincer un mondo a solo a solo».

161«Non,» disse il greco «questo già non spero,
ma il crederei se qui non fusse appresso
un sì possente e chiaro cavaliero
che vincerebbe in giostra Marte istesso;
ma dove egli è, per confessarvi il vero,
senza invidia che sia do il pregio ad esso.
Or potete veder poi ch’a lui cedo,
che di me il ver, non la menzogna credo».

162«Deh,» soggiunse Giron «grazia mi fate
er la virtù che dite aver in voi
di dir del cavalier di tal bontate
la patria, il nome e i gran parenti suoi».
«Non,» disse quello «in van mi domandate,
basta ch’ogni uom sel vederà da poi
che fatte avrà così mirabil prove
che n’andrà la sua gloria in grembo a Giove».

163Di tutto questo il franco Danaino
non avea pur sentita una parola,
perché, quantunque fusse a lui vicino,
avea la mente a quella giostra sola,
ove il buon Sagramoro oltr’a divino
tenuto fu dalla novella scuola;
il qual, trionfator, lieto si parte,
pien di lode d’onor per ogni parte.

Libro III

ultimo agg. 13 Settembre 2015 8:01

Girone si rende conto di essersi innamorato della moglie di Danaino (1-18)

1Già vien la sera, e ’l buon Giron richiama
Danain per trovar l’alloggiamento;
vannosi ragionando, e pregio e fama
danno a chi vinto aveva l torneamento.
Ciascun di lor or riverisce et ama
l’arte di Sagramoro e l’ardimento,
e pensa ben ch’alla perfetta etade
deggia esser cavalier d’alta bontade.

2Vengon a riposare e l’armadure
per rinfrescarse al quanto si spogliaro.
Attende Danain che ben sicure
l’uno e l’altro caval, ch’è bello e raro,
guarda se in tutto sien salde e sicure
le selle e i fren, che in color bruno ornaro,
e s’ell’offendon lor la bocca o ’l dorso,
se ben ferrati e ben disposti al corso.

3Ma il cortese Giron d’altro pensiero
ha il cor ripieno, e muove lento il passo
fuor dell’albergo, e lunge dal sentiero
con le man sopra i fianchi e ’l capo basso,
e rumminando va s’è falso o vero
quel c’ha sentito, e divien tristo e lasso,
della donna gentil ch’ivi era stata
come cosa celeste celebrata.

4E più che mai per le parole altrui
l’avea mirata con sottil riguardo,
e se medesmo poi riprende in lui
ch’a conoscer il sol sia stato taro.
Poi si condanna de’ discorsi sui,
presago in sé dell’amoroso dardo,
e de’ nuovi pensier si maraviglia,
alzando per dolor al ciel le ciglia,

5dicendo: «Or potrò mai con tal piacere
del mio compagno rimirar la moglie?
Prima poss’io di folgore cadere
o viver sempre in affannose doglie
che io voglia un tal desio nel cor tenere
ch’ogni viltade, ogni difetto accoglie,
e ch’oggi per colei questa alma ardesse
ch’io devrei ben punir quando altri il fesse».

6Danain, poi che tutto ha proveduto,
esce di fuor e ’l vede parlar solo,
parlar sì come suole un che sia muto
e che sia involto in infinito duolo.
Tutto di lui pietoso divenuto,
il va a trovar come falcone a volo,
e perché l’adorava quale un dio
dice: «Che fate voi qui, signor mio?

7Qual avvenuto vi è caso novello
che ’l cor vi turbi e che a me venga ascoso?
Ditemel, io vi prego, come a quello
ch’è sol di vostro ben desideroso,
e che ’l suo proprio cor avria rubello
s’ei pensasse ch’a voi fusse noioso,
e che più vi ama che se stessa assai,
e non vivrebbe senza voi già mai».

8Chi porria dir come il baron cortese
vedendo di costui la cortesia
di vergogna, di duol, d’ira s’accese
contro a se stesso e non sa dove sia?
Non sa che dir, pur poi partito prese
tutto in un punto, come amor l’invia,
e dice: «Io pensava or molto lontano
dal paese ove semo e non già in vano,

9e mi ritorna in cor ch’essendo nato
del bel famoso e buon paese franco,
e non vi essendo già molti anni stato
al mio dever et a me stesso manco,
e da i parenti miei c’ho in quello stato
son di lettere aver e preghi stanco,
che io vi deggia tornar; et io non veggio
di potervi ancor ir s’io non fo il peggio,

10ché io mi trovo obligato, e voi il sapete,
ad Artus ora, e prima a Pandragone,
e ’n sì gran guerre, alle stagion men liete
di sol lassarlo non avrei ragione.
Ho de’ miei riveder natural sete
ma la soffrisco, e questa è la cagione
che quando io resto sol talor mi face
star come uom ch’a se medesmo spiace».

11Disse queste parole, et in se stesso
maraviglia assai n’ebbe e più vergogna,
che dall’aperta lingua non sì spesso
uscir mai suol, come allor fe’, menzogna.
Ma il volse amor, che nella mente impresso
gli ha simulazion quando bisogna,
il qual sa insegnar più in una ora sola
che mille buon maestri in altra scuola.

12Ne duole a Danain quando ha sentito
la cagion che credea del suo dolore,
onde il conforta e gli offera partito
di lui seguir infin del mondo fuore.
L’altro si tacque, e vien più sbigottito
quando più vede del compagno il core,
tanto al suo bene e suoi desiri amico,
et ei cosa pensar d’aspro nemico.

13Finito il ragionar vengon le mense,
mangia l’un lieto e l’altro ne fa vista,
mostra d’essere scarco e che non pense
a cosa che gli sia dogliosa o trista.
Poi s’accordan ch’al sonno si rispense
la notte che di stelle era già mista;
spogliasi, lì ciascun truova le piume
che di raro veder avea costume.

14Il misero Giron non truova posa,
non che s’addorma, e si rivolge intorno,
sente troppo scaldar l’alma amorosa
né si può tòr di cuor quel viso adorno.
or l’assimiglia alla più fresca rosa,
or all’aurora nel più lieto giorno,
già comincia a scusar suo fallo e dire
ch’esser non può biasmato il suo desire,

15perché cosa non brama ch’a lei sia
non al consorte suo di biasmo o incarco:
– Chi la vorrà chiamar di scortesia
se per lei son di mille fiamme carco?
e s’alcun è che dal contrario stia
e che dir voglia che ’l dever mio varco,
la mia lancia sostenga e la mia spada,
ch’io non vo fuor della lodata strada.

16Egli è ben ver che s’ella ritornassi,
come altre volte, a domandarmi aita,
forza saria ch’io la ne accontentassi
più tosto che troncar sì bella vita.
E chi distrugger vorria gli spirti lassi
di questa donna in terra e ’n ciel gradita?
e far contro alle leggi ancora un poco
poi che sì pecca in così degno loco? -.

17Dannasi, detto questo, e si ripente,
e di mai no ’l pensar al Ciel fa voto;
poi nel contrario salta incontinente
e prega Amor quanto più può divoto
ch’a lei più scaldi l’infiammata mente
né faccia il suo desir d’effetto vòto,
e fia pur quel che vuol, ch’è certo e fermo
d’arder sempre per lei, né vuol più schermo.

18Già risoluto e del pensar già stanco
e già vicino al giorno al fin s’addorme
il corpo lasso, ma lo spirto franco,
sciolto ancor, segue le pensate forme.
L’ardore e ’l desiderio non vien manco,
e ’l sogno del vegliar pur segue l’orme;
or è dubbioso or certo, or lieto or mesto,
così dormendo come mai fu desto.

Girone e Danaino intervengono nel torneo in cui Meliadusse e Laco stanno risultando vincitori, e rivolgono le sorti del conflitto ottenendo la vittoria (19-134)

19Vien chiaro il giorno, et ei non s’è svegliato,
ma il Rosso Danain tosto di leva,
e poi ch’è tutto in punto apparecchiato
il riscuote dal sonno che l’aggreva.
Ei tosto surge, et è meravigliato
ch’ei si vede il dì che notte si credeva,
vestesi, armasi in fretta e su i destrieri
ritrovano i medesimi sentieri.

20Giungono al loco ove già insieme è accolta
di guerrier nobilissimi gran schiera,
più che mai fusse vista un’altra volta
sì ben ornata e di valore altera,
perché ciascuna delle parti ha tolta
l’impresa ardita e guadagnarla spera,
e già principio han dato nell’arrivo
dell’onorata coppia ch’io descrivo.

21Or nel punto medesmo d’altra parte
il re Meliadusso e ’l greco audace
vengon, che ciaschedun risembra un Marte,
nimico naturalmente di pace.
Hanno l’arme e gli scudi i quai nell’arte
avea dipinti che più al vulgo piace,
solo argentate son tutte di fuore,
senza aver sopra mischio altro colore.

22Ma i lor cavalli et essi eran sì belli,
eran così mirabil d’apparenza,
passeggiavan sì vaghi e così snelli,
come quei che n’avean somma eccellenza,
che tutto il popol corre per vedelli.
Giungono in campo e fan la riverenza
al gran re di Norgalle, e cenno fanno
che difender il voglion d’onta e danno.

23Poi tuta contro al re volta la faccia
che di Noromberlanda il seggio tiene,
il re Meliadus si mette in caccia
verso a chi primo per ferirlo viene.
Lui co ’l cavallo steso a terra caccia,
cade qual morto e tardi si rinviene,
et egli il suo valor qui non arresta
ma fère un che ven poi dritto alla testa.

24Il qual peggio che ’l primo si ritruova,
va sopra un altro e ne fa quello istesso.
Rotta è la lancia nella terza prova,
pon la mano alla spada e segue appresso.
Qui il buon re Laco, che l’ardor rinnuova
e che fiso il suo sol rimira spesso,
bramoso esser quel dì Marte e Bellona
con sommo ardir il suo cavallo sprona.

25E co ’l destrier insieme un cavaliero
al primo suo incontrar getta in un monte;
volto al secondo, più spietato e fero
stampar il fa la rena con la fronte.
Passa più innanzi e fa largo il sentiero
con la mano e la lancia al ferir pronte.
Quattro n’ha messi l’un su l’altro a terra,
poi trae la spada a più terribil guerra.

26E menando gran colpi intorno gira
l’animoso caval spumoso e molle,
or fendenti or traversi in modo tira
che chi l’attende è temerario e folle.
Un fer lupo ripien di fame e d’ira
da i pastor ben lontano in piaggia e ’n colle
altrimenti non fa di gregge umile
che face or costui del popol vile.

27Tanti n’ancide, tanti in fuga volge
che restò quasi a lor due soli il campo.
Or qua, or là senza animo s’avvolge
la rotta gente e sol ricerca scampo.
Parean d’abisso le dolenti bolge
ove arde di giustizia eterno il vampo
il sentire e ’l veder, or quello or questo,
or morir or gridar al ciel molesto.

28Ma che deggio io più dir? Già il mondo tutto
gli argentato guerrier con voci esalta,
a gli avversari lor vergogna e lutto,
a i due gridan vittoria integra et alta.
In nulla parte è più il terreno asciutto
ma di sangue e di lagrime si smalta,
che la Noromberlanda pur non volta
ma si fugge da loro a briglia sciolta.

29Mentre che ciò si face, il buon Girone
e ’l Rosso Danain non sono ancora
voluti entrar nella real quistione
ma si stanno aspettar che vegna l’ora.
Fuor della calca son sopra l’arcione,
sotto una verde pianta all’ombra e all’ôra,
con disegno di attender chi vincesse
poi far ch’el perditor la palma avesse.

30E restando così dall’alte mura
senton gridar che i cavalier d’argento
hanno ardir e valor sopra natura,
e che ’l popol contrario han vinto e spento,
e che cosa mortal con lor non dura
se non qual secca fronde o paglia al vento.
Ha di questo Giron gran maraviglia
e co ’l compagno suo basso bisbiglia:

31«Chi ponno esser costor che tanto fanno
ch’empion ciascun d’inestimabil tema?
Quei ch’alla corte de i Norgalli stanno
non han come costor virtù suprema.
Ma sian chi vuol, che s’uomini saranno
forse fia lor questa vittoria scema,
se l’arme nostra in muover la battaglia
non men di quel che soglia punge e taglia».

32In questo lo scudier ch’era a vedere,
un di quei di Giron, là ratto viene
e dice lor che le norgalle schiere
hanno messi i nimici in fuga e ’n pene,
e di due cavalier l’alto sapere
e l’estrema virtù che in un conviene;
tal che s’altra non vien ben ratta aita
il pregio è d’essi e la guerra è finita.

33«Ohimè,» disse Giron «che troppo atteso
aviam di dar a i perditor soccorso;
è di pena maggior, di più gran peso
l’acqua arrestar se troppo in asso ha corso.
Rendiam l’onor al popol vilipeso,
adoperiam gli spron, lassiamo il morso».
Poi commanda al scudier: «Menaci dove
gli argentati guerrier fan tante pruove».

34Egli ubidisce e va dritto alla porta,
la principal che mette nel castello,
del cui quivi arrivar fu tosto accorta
la vaga dea che Maloalto appello,
e benché l’uno e l’altro il nero porta,
pur appare a mirar più grande e bello
il Cortese Giron che ’l Rosso sposo,
e ’n sembiante il riguarda assai bramoso

35Poi giudica in suo cor ch’ivi non sia
cavalier che ’l pareggi o che ’l somigli.
Beltà, senno, valor e cortesia
par che in ogni atto suo l’albergo pigli.
Miral sì fisso che se stessa oblia,
sì ch’a imagin di pietra s’assimigli,
e quanto più da lui fu rifiutata
tanto più caldamente è innamorata.

36Anzi cosa non è che più raccenda
fiamma ch’avvampi un’alma feminile,
né che dell’uom seguace più la renda
che ’l mostrar le sue pene aver a vile.
Però chi ben questa dottrina intenda
asconda il ve sotto mentito stile,
che come in guerreggiar i Parti fanno
co ’l mostrar di fuggir più in preda s’hanno.

37Ma s’ella con piacer vêr lui riguarda,
ei con non men desio si volge in suso,
e par che dentro e fuor si strugga et arda
tanto più quanto men in questo ha l’uso.
Pur, perché l’ora omai pareva tarda
al popol troppo già vinto e confuso,
dice al compagno suo: «Spingiam là dentro
e quei ch’or sono in ciel mettiamo al centro».

38Sostien la voce mia, famosa Clio,
che quelle opre maggior raccontar vuole,
che dal ciel quinto il guerreggiante dio
vedesse mai tralle sue chiare scuole.
Di quattro cavalieri, onde il più rio
avanza ogni altro che lodar si vuole,
sono in due parti, e di portar la palma
stima ogni una di sé dovuta salma.

39Il feroce Girone il caval punge
risostiene i fuggenti e gli conforta.
Il re Meliadusso a caso giunge
ch’or questo or quel di lor per terra porta;
come l’altro l’ha scorto un po’ da lunge
drizza a lui il corso per la via più corta,
non sa chi sia ma al rimirar di fuore
gli sembra esser campion di gran valore.

40E con tanto furor e forza il fiede
ch’ancor che fusse il re de i più possenti,
né si truovi con lui chi resti in piede,
maraviglia e terror dell’altre genti,
qual cerro pur che di nativa sede
sveglie soffiando il re de gli altri venti,
fu constretto a cader, e co ’l suo peso
si tirò il buon corsier addosso steso.

41Non si arresta per ciò ma innanzi sprona
fra quelli altri guerrier che vanno appresso,
una parte n’abbatte, un’altra intuona,
chi di timor e chi di danno oppresso;
e mentre intera ancor non l’abbandona
la sua forte asta quasi in fuga ha messo
dei vincitor norgalli il destro corno;
poi si rivolge con la spada intorno.

42Il Rosso Danain che della gleva
tra i miglior corridori era lodato,
e di ferir secondo assai gli greva,
va contro al fero Laco d’altro lato.
Truova che gran miracoli faceva
sì come uom generoso e ’nnamorato;
sostenne il colpo e non saria caduto
se men asso il cavallo avesse avuto.

43Ma il gravissimo colpo non sostiene,
cade sul prato e tira il signor seco,
e se non era armato più che bene
ben ferito restava il forte greco.
E di trovarsi a tal rabbioso viene,
e de gli occhi e del cor vien più che cieco,
e più si duol de l’aspra sua fortuna
che distrigarsi via non truova alcuna.

44I norgalli baron, ch’a tutta briglia
seguian le rotte lor nemiche schiere,
di timor pieni e di alta maraviglia
resta, quando tai due veggion cadere.
Ciascuno in se medesmo si consiglia
s’or si deggia fuggire o ritenere,
ma il Rosso Danain, che a nulla bada,
ha già fuor tratta l’onorata spada.

45Il cortese Giron là dove appare
più stretta insieme quella gente avversa,
qual onda al torbo e tempestoso mare
contra il lito o lo scoglio si rinversa,
e di sangue e di lagrime più amare
il segno lassa a chi se gli attraversa;
chiama e dà speme a quei ch’ei vuole amici,
che fur per opra sua nel dì felici.

46Gli animosi suoi detti e i fatti arditi
fanno indietro tornar chi già fuggia,
fan via fuggir afflitti e impauriti
quei che vittoria aver pensaron pria.
Gli spettator, che in alto eran saliti,
testimon d’ogni pruova buona o ria,
come vider i due che in terra sono
cominciaro a gridar con alto suono:

47«La bell’arme argentata vinta giace,
e la dritta vittoria ha l’arme oscura».
Non si porria contar quanto dispiace
e quanto accusa il Ciel e la natura
il re Meliadusse, e ’l greco audace
molto più ancor, ché l’amorosa cura
il rimorde parlando: «Or che può dire
di te la bella che ti fa morire?».

48E tanto più dolor misero avrebbe
se ben sapesse allor quanto costei
più d’altro mai piacer dolcissimo ebbe
e rende mille grazie a i sacri dèi
quando al caro Giron, ch’aver vorrebbe,
vedea far colpi dispietati e rei;
e tal gioia sentia delle sue lode
che a pena in Paradiso più si gode.

49Ella ha più care assai le sue prodezze
che del suo Danain signore e sposo,
e senza mostra far di chi più prezze
parla a quell’altre in atto grazioso:
«O vaghe donne, che più forse avvezze
sète a mirar il giuoco periglioso,
a cui dareste voi più tosto il vanto
di questi cavalier c’han fatto tanto?».

50Tutte d’accordo son che quei d’argento
se non fusser venuti i due secondo,
tanto valor mostràr, tanto ardimento
che miglior non gli avrebbon mille mondo;
ma quei dell’arme brune han tutto spento
il ben che gli facea chiari e giocondi,
né si può dubitar che di lor neghi
del torneamento il pregio, al torto pieghi.

51«Or non sappiam chi sien, ma veramente
creder si può che son di regie sorti,
O beata colei ch’è lor parente,
ma più l’amiche loro e le consorti».
L’altra, del gran diletto che ne sente,
ben risposto avrebbe a i detti accorti:
«Così fusse di me l’altro amoroso
come l’un di quei due pure è mio sposo».

52Ma il diceva in suo cor; or tai sermoni
di questo torneamento hanno le dame.
Gli argentati guerrier i vòti arcioni
cercan montar et han le voglie grame,
e se stati non fusser più che buoni
nol potean far, ch’aveano estrema fame
i noromberlandi a vendicarse
che non possin di terra rilevarse.

53Stan loro intorno e fan come al cinghiale
che incappato è ne i lacci o nella rete,
cui stormo di levrieri in giro assale
che ancor del suo sangue aggia gran sete,
gli abbaian lunge e non gli fanno male,
ma quel crudel con l’arricciate sete
e con le zanne armate il tempo apposta,
e n’ancide qualch’un se pur s’accosta;

54così questi a que’ due fan cerchio intorno,
pungon da lunge e cercano il vantaggio,
perché danno ne trae peggio che scorno
chi sia vicino e non sia destro e saggio,
e tal segnal riporta di quel giorno
che no ’l può cancellar l’aprile o ’l maggio.
Ma dovunque s’addrizzan con le spade
i cavalli e i pedon lor fanno strade.

55Si convengono al fine i due guerrieri
che l’un di loro il popolo sostegna,
l’altro in quel mezzo monte sul destrieri
e per socorso al suo compagno vegna.
Il re Meliadusso volentieri,
come in chi cortesia con virtù regna,
fra lor come un leon si mette a piede
urta, abbatte, sbaraglia, punge e fiede.

56E sì gran piazza in un sol punto face
che ’l forte greco può montar in sella;
punge il cavallo e con parola audace
il suo compagno in altro nome appella:
«Prendi il tuo buon corsier quando ti piace,
e lascia in preda a me la turba fella,
che io mostrerò che in man della canaglia
poco punge ogni spada e manco taglia».

57E con queste parole per la briglia
gli presenta il cavallo e spinge innanti,
il valoroso re d’un salto il piglia
come è costume dei baroni erranti.
or troppo a dir saria gran maraviglia
aduno ad uno i colpi tutti quanti,
basta che fecer sì ch’ogn’uom gli lassa
e l’uno e l’altro il suo viaggio passa.

58Come il sagace can che con dotta arte
dal suo buon cacciator avvezzo sia,
che se gli mostra un cervo in ogni parte
quel riconosce e mai non si travia,
e se mill’altre schiere o giunte o sparte
ne ritrovasse il segno non oblia,
cerca, segue quel sol ch’ei vide prima
e ’n fin che non l’ha giunto altro non stima,

59tal fanno questi allor che l’altre torme
fan sembiante tra lor di non vedere.
Sol con l’occhio e col piè ricercan l’orme
dei due trionfator delle armi nere.
«Io non so» disse il greco «dal cor tòrme
la gran vergogna che mi pare avere
d’esser caduto così tosto in guerra
quando aver mi credea vinta la guerra».

60«Questo medesmo affermo e penso anche io»
dice il gran re, che desperato appare;
«giurato avrei che ’l bellicoso dio
far non potesse quel che ho visto fare,
ma pria mi giunga di morir desio
che io lassi mai senza vendetta andare
da un non conosciuto tanta offesa.
Andiam pur a seguir la nostra impresa».

61Soggiunse il greco: «Per colui che adoro,
che mai non trovai due di forza tale
di poi ch’io vidi già il grande Ascanoro
allor ch’uscimmo di prigion mortale.
Ma se più che leon fusser costoro,
non lasserò provar se l’onta e ’l male
or potrò vendicar che io ho sofferto
rendendo a quei che ’l fèr dovuto merto.

62Perché prima morir per certo voglio
ch’alla presenza di sì chiara dama
non riportarne quello onor ch’io soglio
e lassar sì macchiata la mia fama,
che ben la nave mia rompe allo scoglio
quando più il porto che è vicin la chiama.
E del medesmo far è in voi cagione
o magnanimo re del gran Leone,

63ch’a dirne ver, non men che mi fess’io,
come un picciol fanciul cadeste a piede.
Poi, pensando io far meglio il dever mio,
m’avvenne come all’uom che troppo crede,
tal che ciascun di noi codardo e rio
reputato sarà da chi ne vede.
Or vivi ci gettiam in una fossa
o l’estremo facciam di nostra possa».

64«Già,» gli rispose il re, quasi sdegnato:
«guardate di ben far la vostra parte,
ch’assai m’ingegnerò che dal mio lato
si spieghi e in me valore et arte».
Così dicendo l’arenoso prato
discorre tutto fra le schiere sparte,
fin che l’altra coppia truova insieme
che i nemici urta, abbatte, ancide e preme.

65Quando vide la gente che avea tolta
a difender di danno e darle il volto,
che in così poco in fuga è volta
né si arresta un sol pur in alcun canto,
tal ira e tal pietade ha in sé raccolta
che a poco fu che non si vols in pianto.
Danain vede il primo e contro a quello
ratto s’addrizza, di pietà rubello,

66come falcon che d’alta parte scuopra
volar più bassa la cercata preda,
che con chiuse ali se le avventa sopra
sì ch’al greve furor l’aria più ceda,
l’aguto artiglio, il torto becco adopra
ove con più suo duol l’affligga e fieda,
la piuma squarcia e con rabbiose brame
sfoga il crudel la dispietata fame.

67E di tal possa sopra l’elmo il fère
che quando arriva la robusta spada
il fe’ fuor d’ogni senso rimanere
e l’alma abbandonar l’usata strada,
e tutto sopra il collo del destriere
senza conoscer più convien che vada.
Né qui l’ardito re resta contento
ma si serra con lui di mal talento.

68E ’l riprende nel collo e ’ntorno gira
sì che ’l fa traboccar fuor dell’arcione,
e sotto al ventre del cavallo il tira
e lo sbatte cruccioso sul sabbione.
Non si porria narrar se monta in ira
il cor del cortesissimo Girone
vedendo quel ch’amò più che se stesso
in tal periglio con la morte appresso.

69E ’l mostrò ben, che con più fretta e duolo
ch’alla sua gregge il provido pastore,
o che pia madre all’unico figliuolo
che d’alto suo cader sente il romore,
lascia ogni altro da parte e corre a volo
là dove scorge il re vendicatore
dell’offese passate fare strazio,
né di quanto ancor fa mostrarsi sazio.

70Poi, con al forza che non ebbe uguale
in tutto il mondo e ’n tutti i tempi suoi,
con la pesante spada che più vale
ch’altra mai prima e che venisse poi,
con disdegno, coruccio e furor tale
ch’avanzò Achille e tutti gli altri eroi,
mille colpi menò tutti in un punto,
né di tutti un sol pure in fallo è giunto.

71E se non era allor più che perfetto
del buon re l’elmo e di divina tempre,
tutto gliel divideva infino al petto
e lui faceva ben dormir per sempre.
Quello scampò da morte e ’n guisa ha retto
che, se ben di dolor par che si stempre
e che si senta già l’alma stordita,
non si truova perciò tolta la vita.

72Resta ferito in testa leggiermente,
cade sopra l’arcione a capo chino,
pargli carco di stelle veramente
veder girar l’empireo ciel divino.
Giron il guarda e vede che non sente
ma fuor appar del suo fatal confino,
e come a poco a poco vers in terra
il lassa e va cercar nuova altra guerra.

73S’addrizza sopr’a Laco, che veduto
il tutto avea del suo real compagno,
e come stranamente era abbattuto
così spera di sé pari il guadagno.
Per tutto ardito per più saldo aiuto
ricorre al brando e dice: «Io non mi lagno
di fortuna o del Ciel s’io caggio al piano,
poi che feci il dever con questa mano».

74E ’n sé raccolto il buon Giron attende,
che con estremo ardor contra venìa,
e del primo ferir vantaggio prende
per ischifar, s’ei può, la sorte ria.
mena un gran colpo e l’altro, che l’intende,
fece il medesmo alla contraria via,
e nel calar s’incontran le due spade
delle quai l’una e l’altra in tutto rade.

75Ma quella di Giron miglior di molto
rompe in due parti l’aspra sua nemica,
cade la mezza al prato e resta sciolto
il braccio allor della difesa amica.
Il fero greco, che mai cor né volto
per periglio che sia non cangia mica,
co ’l troncon che gli resta ancora sprona
contra al guerriero e mai non si abbandona.

76Il possente Giron non fa dimora,
raddoppia il colpo e ’n capo il ripercuote,
e con suo greve danno dentro e fuora
gli intuona i denti e le lanose gote,
che senza contrastar la gente allora:
«Ove il sol giri l’infiammate rote»
dice «mai non fu visto al paragone
di feritor la spada al gran Girone».

77Danain, che già in sé ritornato era,
e montato a caval con poco affanno,
accorre là dove battaglia fera
il suo compagno e ’l suo avversario fanno.
Va con la spada e con la forza intera
sopra chi d’ambe avea sentito danno,
il ribatte a due man sopra la testa
da rovinar un cerro alla foresta.

78Poi con tutto il poter ratto l’abbraccia,
il trae di sella e ’n mezzo il prato il getta,
come orso alpestre ch’è ferito in caccia
che nel primo che vien fa sua vendetta.
Giron, perché al desio suo sodisfaccia,
il lasciò solo, e va dove più stretta
la schiera sia delle genti norgalle
e gli fa ad un ad un mostrar le spalle.

79Or il grido e ’l romor fu tale e tanto
di tutto il campo poi ch’egli hanno scorto
l’un e l’altro argentato ch’avea il vanto
già la seconda volta sembrar morto,
e che i neri guerrier d’onta e di pianto
hanno i noromberlandi mesi a porto,
che gli uccei che ’n quel punto erano in alto
fecer cader nel sanguinoso smalto.

80Non vi era alcun sì vile e sì da poco
che per sei di Norgalle allor non vaglia,
che se ’l favor le due parti ha nel gioco
ne ritien quattro e sei nella battaglia.
Non si dura con lor più che co ’l foco
duri l’arido fien, la secca paglia;
più di tema colmàr l’ardito Achille
e ’l fugace Tersite armàr per mille.

81Però s’ei fuggon quei, s’ei seguon questi,
tutto è proprio valor della fortuna,
che i due guerrieri allor soccorso presti
fece; cui par non è sotto la luna,
tanto ch’a i colpi d’essi agri e molesti
l’onor chiaro che avean tutto s’imbruna,
e gli fan sì che per le vie più corte
cercan tutti vergogna e fuggon morte.

82Il buon re surge e si lamenta e duole
d’esser caduto in un sol dì due volte,
né può sfogarsi in altro che in parole,
ché ’l potere e le forze gli son tolte.
Pur co ’l medesmo cor che sempre suole,
tutte le sue virtudi in sé raccolte,
tosto si stringe co ’l compagno insieme,
minaccia e batte il popol che gli preme.

83Tanto adopran le spade e tanto han fatto
che chi più gli combatte torna il piede,
e se la lor virtude a questo tratto
non fusse stata tal ch’ogni altra eccede
non avrieno in mille anni mai disfatto
il saldo nodo che d’intorno assiede:
pur facendo a i nemici or danno or onta,
l’uno e l’altro a caval tosto rimonta.

84Poi che sono in sicuro, il troncon mostra
della sua spada il fero Laco e giura
che senza altra disputa l’età nostra
avea prodotto un uom sopra natura,
che co ’l brando a ferir, con lancia in giostra
facea colpi mortali oltr’a misura.
Il re l’afferma quando in sé l’avvisa
ch’una lama cotal sia sì recisa.

85Dà il tronco in mano al suo scudiero e piglia
nuova altra spada il greco valoroso,
dice che ’l serbi a muover maraviglia
dell’alte forze del baron famoso.
Poscia al re parla con turbate ciglia:
«Mettiam pur ora mai l’alme in riposo,
che aviam trovati due sì forti e destri
che dell’arme e di noi restan maestri».

86«Sia con Dio,» dice il re «voi dite il vero,
che io non fui più già mai condotto a tale
com’io son da costor del vestir nero;
ma sian pur quai vorran, che non men cale,
e ’ntendo pria che passe il giorno intero,
che mi squarcino al tutto il fil fatale
o vendicarmi sì che veggia il mondo
che se ’l primo non son son il secondo».

87«Ben» disse il greco «tosto ce ’l vedremo,
non parliam molto e facciam poco appresso».
Non gli rispose il re ma con l’estremo
d’ogni sua possa a vendicarsi è messo,
come legno che corre a vela e remo
che ha la notte vicina e ’l porto presso;
sprona verso Giron con l’arme in mano
che ben si fa conoscer di lontano.

88L’altro, che ’l vede verso lui venire,
e che del suo valor fa grande estima
e c’ha sentito com’ei sa ferire
e che ’l tien de i guerrier l’eletta cima
s’acconcia in modo da poter soffrire
la sua percossa se non può la prima
a lui donar, che male agevol fia
perché l’assalitor vantaggio avia.

89L’aspetta adunque, ma quel re possente
sopra l’elmo il percuote così grave
che Giron si stordisce e nulla sente
e tenersi a caval vigor non have.
Non sa s’è notte oscura o dì lucente
ma quasi uom stanco e vinto da soave
sonno che de i suoi sensi l’alma priva
cadde, non già come persona viva.

90E ben confessò poi che nulla avea
sentita mano ancor così pesante,
e che conobbe allor che più valea
d’ogni altro forse cavaliero errante.
Ora il buon Danain, che già vedea
il caro amico suo levar le piante
contra il ciel come morto, nulla bada
e lassa in dietro l’onorata spada.

91Vien dal traverso (che dinanzi a pena
saria potuto per la calca entrare),
prende l’elmo a due mani, ond’ogni vena
gli enfia nel collo e fal quasi annegare.
Poi tutto in giro con tal furia il mena
che sopra il buon caval non può più stare,
ma disposto a i suoi piedi a terra il getta,
poi dove ha scorto il greco corre in fretta.

92Qui no ’l rifiuta l’altro e ’nnanzi fassi,
e gli presenta il brando ardito e baldo;
son due baron che mai non furon lassi
in arme oprar et han cor alto e saldo,
stabili e duri più che scogli o sassi
trall’onde nati e confermati al caldo;
e con sommo desir di farsi danno
e vergogna, s’ei ponno, incontra vanno.

93Donasi in testa in un medesmo punto
colpi sì grave che chi n’ha il migliore
quasi all’ultimo fin di vita è giunto,
e gli occhi ha involti in tenebroso orrore.
Sopra il collo al caval di duol compunto
Danain cade, e pallido ha il colore,
il medesmo è del greco, e i lor destrieri
gli traportan per campi e per sentieri.

94Non cadder già, ma restano in maniera
che ogni picciol garzon gli abbatterebbe.
Or che direm dell’altra coppia altera
che per vari accidenti egual fine ebbe?
Dico il re di Leon che lume e sfera
fu di quanta virtù quel secol crebbe
e del cortese e nobile Girone
che ambe giaceano ancor fuor dell’arcione.

95Stetter mezza ora o più tanto storditi
che nessun sa di lor s’è vivo o morto;
pur, poi che furo al quanto risentiti,
ciascun di lor come a i suoi fatti accorto,
prende il suo brando che ne’ vicin liti
giacea negletto, e già prendon conforto.
Giron si drizza e come ha fermo il piede
il re Meliadusso appresso vede.

96E ’l riconosce ben ch’egli era quello
che l’aveva condotto in tale stato,
e ’nfra sé dice: – D’ogni onor rubello
sarò per sempre s’oggi vendicato
di lui non sono, e per villan m’appello
né porterò più lancia o spada a lato -.
Poscia imbraccia lo scudo e l’arme stringe
e con sicuro passo a lui si spinge.

97Il re, che ’l riconosce parimente,
e che ’l vede venir di sdegno pieno,
come maggior il suo vantaggio sente
ferma le piante e ben stampa il terreno;
e quantunque il suo cor mai non pavente
di mortal cosa e mai non venga meno,
pur n’ha vedute già due volte segno
che ’l stima cavalier ch’è troppo degno.

98Così comincia tra i più gran guerrieri
che furo allor l’assalto più famoso
che fecer mai gli erranti cavalieri
nel più lodato tempo glorioso.
Vannosi incontro minacciosi e feri
con sì gran colpi che contar non gli oso;
son tutti soli a piede e chi fa fallo
non ne puote incolpar il suo cavallo.

99Ciascuno ha forza, ciascun ha grande arte,
ciascun sa ben quel che il nemico vale,
ciascun l’occhio sagace mai non parte
della difesa sua, dall’altrui male.
La mano, il piede il tempo ben comparte,
or si ricuopre or con vantaggio assale,
or finge un colpo e ’n altro poi riesce
e lo schermo e ’l valor quanto può mesce.

100Dice il re seco: – Io non conobbi mai
così gran feritor di spada ancora -,
e teme in sé di riportarne guai
se del chiuso colpir si mette fuora.
Giron lui stima più d’ogni altro assai
e co ’l temporeggiar attende l’ora,
ma pur con tutto ciò non si può dire
che non siam sommo onore e sommo ardire.

101Il popol tutto a riguardar s’aduna
l’aspra battaglia che non è per gioco.
Ivi è tanta virtù che la fortuna
quasi d’entrar fra lor non truova loco,
ch’un altro par non ha sotto la luna
che appo costor non sia vile e da poco,
e son sì eguai tra lor che colpi dansi
meravigliosi e nessun danno fansi.

102Quei che d’intorno son chi suda e trema
che sempre l’un de i due morir gli sembra,
chi giugne duol grandissimo alla tema
che due corpi sì chiari, in cui s’assembra
quanta fu mai virtude al mondo estrema,
che sì famose e sì onorate membra
mettino in rischio tal per cosa leve,
e dice che dividergli si deve.

103Ma non è alcun che si conosca forte
di porsi in mezzo a sì pesanti spade,
così i due cavalier di questa sorte
si cercan d’avanzar tutte le strade.
Ma non si porria dir chi danno porte
o chi innanzi d’onor, chi in dietro vale,
e sì ben le virtudi hanno divise
ch’egualissimi sono in tutte guise.

104Mentre che questi fan mirabil prove,
vien dai Noromberlandi uno scudiero,
cui pietade e dever e ragion muove,
e presenta a Giron il suo destriero;
ei con parole allor cortesi e nuove
si volge all’avversario cavaliero:
«Prendetel voi, signor, vi prego, et io
n’avrò qualche altro pe ’l bisogno mio.

105Ché s’io montassi e voi lasciassi a piede
troppa sconcia farei la villania,
essendo voi cotal, come ogni uom vede,
e dove sì mortal la presta sia».
Il valoroso re, che non possiede
men che ogni altra virtù la cortesia
si meravigliò molto e poi gli dice:
«Se Dio vi doni onor lieto e felice,

106ditemi il ver, se questo ch’offerite
ch’io l’accettassi vi saria contento?».
«Sì» rispose Giron «ché le gradite
parti ch’avete me ne dan talento,
e se ben con voi qui son giunto a lite
non ha in me l’ira il buon costume spento».
«Io ’l credo» disse il re «ma in tal periglio
non molto util per voi veggio il consiglio,

107ché pur veder potete apertamente
ch’io vi son fino a qui mortal nemico,
e che di farvi misero e dolente
quanto più posso in arme m’affatico,
e s’io sopra un caval tanto possente
voi vedessi d’aiuto esser mendico,
or non pensate poi come avrei pronte
le voglie a vendicar gli oltraggi e l’onte».

108«Certo,» replicò l’altro «io me ’l conosco
che mi sète nemico, e l’ho provato,
ma per certo mi credo che in un bosco
se mi trovaste ben preso e legato,
in così nobil alma in mele il tosco
si riconvertirebbe in quello stato,
perché tal cavalier, come voi sète,
vie più d’onor che di vendetta ha sete.

109Ma lassiam tutto andar, montate pure
sopra questo corsier che anch’io n’avraggio,
e così più onorate e più sicure
le strade fien di scherno e di dannaggio.
E poi sendo a caval quando vi dure
la voglia ancor d’aver meco paraggio,
mi troverete men che prima stanco
a mostrar ch’al mio onor già mai non manco».

110E tanto il repregò Giron Cortese
che ’l re l’accetta, et egli in questo mezzo
un ch’offerto gli vien pe sé si prese,
et esser volse nel montar il sezzo.
Poi gli dice: «Signor, in cui discese
quanta vera bontade ha il cielo in prezzo,
non per farvi piacer fo questo dono
ma come a quel che sète e quel ch’io sono;

111perch’egli era vergogna ad ambe duoi
restare a piede con tante arme intorno:
or che siam pari al tutto sia fra noi
se volete battaglia e notte e giorno».
E si apparecchia con gli arnesi suoi
per far al guerreggiar novel ritorno,
ma vede dietro a sé che Danaino
era all’esser disfatto assai vicino.

112Perciò che il gran re Laco ritornato
primo in se stesso, addosso a lui s’avventa;
piglial per l’elmo e ’n quello e ’n questo lato
di farlo rovinar più volte tenta.
L’altro, quantunque lasso e malmenato,
non per ciò del nemico si spaventa,
e si tien sulle staffe così bene
che ogni sforzo del greco indarno viene.

113Or il fido Giron lassa ogni impresa
e del compagno suo viene al soccorso,
e fe’ in cima alla testa tal offesa
al fero greco che la lingua ha morso,
e se l’elmo non gli era alta difesa
forse al fiume di Lete saria corso;
ma come morto cade senza fallo
su i polverosi crin del suo cavallo.

114Ivi il buon Danain, che se ne accorge,
e che ’l vede ridotto a mal partito,
il me’ ch’ei può di stordigion risorge
e va vêr lui come cinghial ferito,
e l’aspre man vendicatrici porge
ove ei giaceva più che tramortito,
e per la fibbia che l’elmetto allaccia
come un arbor tagliato a terra il caccia.

115Or chi vorrà della divina dama
di Maloalto scrivere i pensieri?
Ella vede colui ch’adora et ama
in casi spesso perigliosi e feri;
divotissimamente prega e chiama
gli Angioli eletti i più pietosi e veri,
che sostenghin la man del suo signore
e toglino a i nemici ogni furore.

116«Come saria» dic’ella «aspro peccato
che ’l maggior uom che mai natura fesse
di senno, di valor, di fede ornato
che vince di beltà le Grazie stesse,
che ’l Ciel per vivo speglio ha qui mandato,
greve dolore o morte sostenesse?
O Dio, sia in te più tosto stabilita
di me la fin che di sua cara vita,

117sì che io non veggia il gran publico scempio
ricca or per lui della natura umana,
della virtù che per verace essempio
di sé il presenta all’altra gente umana,
della bontà ch’ogni vizio atro et empio
spegne della sua vista amica e piana,
della cavalleria, di quanto bene
in mill’anni qua giù di là su viene».

118Come dentro tremar si sente l’alma
qualor del suo nemico il brando vede?
Come le vien di lagrime gran salma
quando l’elmo o lo scudo alcun gli fiede?
Quanto s’allegra poi quando la palma
scorge che a lui tutta ridente riede,
e ch’abbatter gli vede or quello or questo
ch’alla vittoria sua venga molesto?

119E ne ringrazia Dio, poi gli fa voti
ch’al principio sì bello il fin s’agguaglie,
e che non tornin mai d’effetti vòti
i suoi desir dall’orride battaglie,
e che fortuna dolcemente ruoti
la sua possanza e poco lo travaglie,
e se pur il travaglia questo sia
per amar lei, come ragion saria.

120E tra questi pensier cangia sì sesso
gli atti e ’l color che chi gli sta d’intorno
ben se ne accorge e ’l vede nell’istesso
volto, d’amore e di pietade adorno.
Poscia un buon vecchio che sedeva appresso
e dentro in Maloalto fea soggiorno,
servo antico de i suoi per più piacere
in ciò domanda il saggio suo parere,

121dicendo: «Deh, s’el Ciel pace vi doni
la vostra opinion, prego, mi dite:
di questi cavalier, quali i più buoni
stimiate e di chi l’opre più gradite?».
Rispose ei: «S’a voi piace ch’io ragioni,
benché giudice indegno a tanta lite
mi tegna, narrerò quel che oggi sento
di tutta l’assemblea del torneamento.

122Sappiate che di tutti, a non mentire,
quattro soli ci son di lode degni,
ma ben son tali che si porria dire
che gli altri son di contrastargli indegni;
ciò è quei due che nero hanno il vestire
e quei che portan gli argentati segni;
e van sì par tra lor che io non saprei
a chi più tosto il pregio donerei».

123Diss’ella allor: «La vostra opinione
a quella che tengo io molto è conforme;
ma ditemi or: de i quattro al paragone
chi più avanti stampò di gloria l’orme?».
«Veramente » diss’ei «questa quistione
non è per uomo a cui l’ingegno dorme,
ché sì bei fatti e tanti ho in lor veduti
che, come ho detto, eguai gli avea tenuti.

124Ma, con pace de gli altri, dirò pure
che sopra quanti sono io dono il vanto
a quel gran cavalier dell’armi oscure,
ch’ancor travaglia e travagliato ha tanto.
Parmi che nulla alla sua forza dure
così la gente abbatte d’ogni canto».
«Certo voi dite il vero e simil pruove»
gli rispond’ella «n’ha già fatte altrove».

125Come disse, il buon vecchio: «Adunque voi
lui conoscete a quanto dimostrate?».
Et ella, sorridendo: «Io ’l dirò poi,
quando il bisogno vegnin alte fiate».
Già vuol tuffar Apollo i capei suoi
dentro all’occidentali onde salate
quando quei di Norgalle senza scampo
forzati son di abbandonare il campo.

126E ’l re Meliadusso era assalito
da tanti intorno e così forte e stretto,
tanto ha battuto altrui, tanto ferito
da gli altri è stato i piè, le braccia e ’l petto,
e gravissimamente armato è gito
poi che l’aurora co ’l vezzoso aspetto
annunziò il giorno che si regge a pena
e gli spirti, il vigor perde e la lena.

127Poi tutti quei della Noromberlanda
c’han cacciati i nemici e messi in volta
l’han circondato e chiuso d’ogni banda,
e ciascuna lor forza ivi è raccolta.
Ei, se ben questo e quello a terra manda,
poco util fa, perché la gente è folta
e maraviglia par che possa ancora
in piè restar né sia de i sensi fuora.

128Ché non pur Sagramoro e Danaino,
non pur il buon Giron percosso l’hanno,
ma tanto popol poi d’altro confino
ch’ogni altro, se non ei, moria d’affanno.
E ’l cortese Giron, ch’era vicino,
ben se ne maraviglia, e del suo danno
gran pietade have e dice nel suo core
che non fu mai guerrier di più valore.

129E ’l prode Laco ancor dall’altro lato,
che senza il gran furor dell’arme nere
avea la lode e ’l pregio guadagnato
e messe in rotta le contrarie schiere,
or condotto si truova in tale stato
che non si può più dritto sostenere;
s’accosta al suo gran re, fanno consiglio
di ritirarsi omai di tal periglio.

130Come duo gran leon ch’aggian di notte
assalite a gli armenti l’alte mura,
che poi che molto l’han graffiate e rotte
e quasi avean la preda in sen sicura,
che le genti vicine al grido addotte
cani e pastor, che ne tenean la cura,
con grida, con baston, con arme in mano
tanto fan che gli faccian di lontano,

131et essi minaccianti il tardo piede
muovon guardando in dietro irati spesso,
tanto ch’egli spaventan chi gli vede
e fanno i vincitor fuggir da presso,
in questa guisa l’uno e l’altro cede
al popol fero onde si truova oppresso.
Né molto lunge i cavalli hanno spinti
ch’ei cader di lassezza e sudor vinti.

132Come ei son fuor di là, quei di Norgalle
senza ritegno alcun, senza vergogna,
a gli altri che seguian mostran le spalle
ch’ogni uom la vita più che il pregio agogna.
Il lor re proprio che più stretto il calle
trovò ch’al suo fuggir non gli bisogna,
fu in terra riversato et ha ventura
che i nemici di lui non ebber cura,

133ché se conosciuto era, ivi saria
prigion restato come gli altri tutti.
Così per dura e mal guidata via
tra sospiri e timor sen vanno e lutti.
IL re Meliadusso che ’l vedia
no ’l pote riguardar con gli occhi asciutti,
ma di gran duol che avea rabbioso e crudo
gettò su ’l campo l’argentato scudo.

134E tutte altre coverte ch’egli avea,
facendo voto non portar già mai
vestir d’argento, tal fortuna rea
gli avea portata e vergognosi guai.
Il buon greco altre sì questo facea;
poi cercan ivi ove son scudi assai
di quei che eran caduti a i perditori
e ne ripiglian due d’altri colori.

Libro IV

ultimo agg. 13 Settembre 2015 8:18

Laco decide di seguire la moglie di Danaino, ritiratasi ad un castello vicino (1-20)

1Già s’avvicina il sole all’Occidente
e si fuggon gli uccei nel chiaro nido,
le vezzose campagne d’Oriente
si veggion imbronir più d’altro lido,
lassa il lavor l’affaticata gente,
il fidato pastor con fischio e grido
muove le gregge sue, già la cicala
al grillo cede e fugge la rugiada.

2Il re Meliadusso, ch’era stanco
e che vede che ’l cielo affatto imbruna,
dice al compagno: «Or ritirianci al manco
ove accusar possiam nostra fortuna
e riposar, ché l’uno e l’altro fianco
tutte l’ossa e le membra ad una ad una
mi doglion più che fessero in mia vita
e credo che la colloral aita».

3Ma il miser Laco, che già tornato era
con gli occhi a quella che gli ha tolto il core,
non considera o vede s’egli è sera
e pensa a lei mirar, non pensa all’ore,
il danno e l’onta della guerra fera
oblia solo in un punto e ’l suo dolore;
non risponde al buon re, mira più fiso
che l’alme elette il ben del Paradiso.

4Pur poi ch’egli ebbe al fin quattro o sei volte
replicatogli «Andiam, ch’è notte oscura,
e sono omai le tenebre sì folte
ch’a pena scorgerem la sua figura»,
«Ahi,» gli rispose il greco «dopo molte
fatiche avute quanto un giorno dura,
or privar mi volete del ristoro
che il Ciel m’ha dato e ’l sommo mio tesoro?

5Io l’ho sì sculta nella mente accesa
che lei veder non mi torria l’abisso,
non che la notte, ch’a gran pena è scesa,
e che non ha del tutto il giorno scisso.
De, non mi fate voi, signor, contesa
del gran piacer, ch’io ho nell’alma affisso;
guardatela ancor voi, ché può guarire
la stanchezza, il dolor, gli affanni e l’ire».

6E mentre così parlan si diparte
dalle mura ove sta la donna bella,
ch’un messaggier venuto era da parte
del caro sposo ch’ancor era in sella,
e le ha detto che vada in altra parte
ad alloggiar innanzi che la stella
divenga chiara il ciel, poco lontano
ad un forte castel d’un suo germano.

7Tanto era ebbro in guardar che non si avvede
l’amoroso guerrier di sua potenza,
ancor tien gli occhi fermi ove si crede
che sia il suo sole e si trovava senza.
Il buon Meliadusse, che ciò vede,
non ebbe co ’l suo error più sofferenza,
e gli dice: «Signor, mirate in basso,
se non sète di vista al tutto casso».

8Si volge adunque e già sente un valletto
che iva avanti assai forte e gridava alto:
«Aggiate, cavalier, tutti rispetto
alla donna che vien di Maloalto».
Ogni uom fa loco con cortese affetto
e ’l caldo greco all’improvviso assalto,
che si scorge il suo ben così vicino,
quasi fu per cader a capo chino.

9Resta senza color e senza voce,
senza cor, senza spirto e divien ghiaccio,
si sbigottisce qual leon feroce
che si veggia incappato in duro laccio.
Pur fa loco alla fiamma che gli nuoce
et ancor la riguarda d’altro impaccio
e volentier vorria lo stato avere
di suo servo vilissimo e staffiere.

10Dinanzi a lei passavan molte ornate
damigelle e scudier ch’ancora stanno
divisando le cose ivi passate
e forse ancor dall’amoroso affanno.
Poi d’arme lucidissime e dorate
quattordici guerrieri appresso vanno,
sopra grossi corsieri e tutti in punto
come s’al battagliar sia ’l tempo giunto.

11Ella vien poi, leggiadra e ’n vista alter,
ma ne gli atti umanissima e cortese;
lieta accetta i saluti e scuopre in cera
nobile e ben creato chi l’apprese.
Secondo i merti altrui cangia maniera
dicevole a gli strani o del paese,
a i cavalieri *** e mostra bene
quanto a reale spirto si conviene.

12Seco aveva sei donne in compagnia
che son brutte appo lei ma belle altrove;
essa fra lor la somiglianza avia
che tra merli e sparvier l’uccel di Giove.
Poscia onorata schiera la seguia
di dodici campioni, a tutte prove
sì bene armato e bei che in tutte parti
sì come ella Ciprigna ei sembran Marti.

13Così sen parte, e par che con lei porte
tutto il miglior dell’onorato greco,
e non ha cosa più che ’l riconforte,
non le va dietro e non dimora seco,
non vive il poverel, non sente morte,
più non vede il suo lume e non è cieco,
non sa quel che si sia ma immobil resta
come un secco troncone alla foresta.

14Il re, che tutto intende, gli domanda:
«Che vi pare ei, signor, che sia costei?».
Egli un grave sospir dal petto manda,
poi parla: «Io dico che nel Ciel gli dèi
ove più larga lor luce si spanda
non ebber mai splendor simile a lei,
e se qui fusser mille armate schiere
vorrei lor quel ch’io dico mantenere».

15Quinci si tacque, ma pur fiso guarda
ove la bella donna addrizza il passo;
poscia dice al compagno: «L’ora è tarda,
e voi pur sète fastidito e lasso,
che io non so come il corpo e ’l corno non vi arda
della disgrazia avuta e del fracasso
di tant’alte cadute e di tai botte,
ch’avrieno a Briareo le membra rotte.

16Quanto io, per me dimorar qui non voglio,
ma mi conviene in fretta altrove gire».
«Ah,» disse il re «s’io son quel ch’esser soglio,
qual di lasciarmi è in voi nuovo desire?
Noi rotte aviamo in un medesmo scoglio
le nostre navi e ’n fin presso al morire:
or che con voi di confortarmi credo
mi donate, signor, duro congedo?».

17«Come» rispose l’altro «io sarò allora
il più stolto e più rio che mai nascesse
se un gran re che tutto il mondo onora
rifiutassi che meco rimanesse.
Ma non farò lontan lunga dimora,
se ’l Ciel tutto il contrario non volesse,
e di tornar domani vi prometto
ma dove io vo mi convien ir soletto».

18«Da poi che io veggio che ostinato sète,»
seguitò il re «con buon voler consento,
e tanto più se voi mi promettete
che di qui ritornar siate contento.
E pur ch’aggia di voi novelle liete
m’obbligo ad aspettar bramoso e ’ntento
tre giorni interi, supplicando al Cielo
che vi rimandi tal qual io n’ho zelo».

19«Così prometto io» disse «al terzo giorno
di ritornar, se menar posso a fine
quel ch’io disegno; ma se danno o scorno
me ne daran l’alte virtù divine,
vi dico apertamente che io non torno
ma per vie sconosciute e peregrine
sfogherò la disgrazia e ’l dolor mio;
questo è conchiuso, e vi accomando a Dio».

20«Andate adunque, e ben mi pesa assai
ma far convien la voglia de gli amici.
Guardivi sempre il Ciel di danni e guai
e i vostri buon desir faccia felici»,
tal gli risponde il re. Già Febo i rai
ascosi ha in tutto alle nostre pendici,
questo va nel castel, ivi s’alberga,
l’altro ove il spinge l’amorosa verga.

Danaino riceve notizia di una agguato per lui preparato da due suoi nemici, rifiuta l’aiuto di Girone (21-31)

21Così parton costoro; il buon Girone
e ’l Rosso Danain ancor si stanno
su ’l campo istesso dove la quistione
con lor tanta vittoria finita hanno.
Ecco un corrier che mostra aver cagione
bene importante del sofferto affanno,
e lassando il compagno d’altro canto,
ritira Danain segreto alquanto.

22Poi gli dice: «Signor, ben vi sovviene
de i due german della terra forana
che, non come alla guerra si conviene
ma come traditor, morte villana
al franco cavalier che ’l nome tiene
della marasceria non qui lontana
vostro caro cugin l’altro anno diero
che portavan lo scudo bianco e nero?».

23Sospirò Danain quando lo intese,
e dice: «Veramente che in oblio
non porrò mai le scellerate offese
ch’ei fecero all’amico e fratel mio,
né gli terrà sicuri alcun paese
fin ch’io dimori in vita piace a Dio».
Or gli dice il corrier: «Sappiate ch’essi,
se non hanno messe ali, son ben pressi.

24Che poco tempo fa che io gli ho veduti
qui proprio star quando era il torneamento,
dietro di tutti gli altri e sconosciuti,
come chi di mal fare aggia talento.
Poi verso Maloalto i passi astuti
hanno rivolti, ond’io di voi pavento
che non vi attendin là per la foresta
e qualche tradigion vi sia molesta».

25Ben l’ascolta il baron, poscia il domanda
quali armi e quai color portano intorno.
«Non so» gli rispose ei «se ’n altra banda
cangeran quelle ch’egli aveano intorno;
lo scudo azzurro ove la bocca spanda
un leon bianco riccamente adorno
porta ciascun, e come io dissi pria
inverso Maloalto è la lor via».

26Vanne a Girone e tutto gli racconta
Danain mesto che ’l corrier gli ha detto,
e che troppa in se stesso doglia et onta
avria che sempre gli arderebbe il petto
s’or che l’occasion si mostra pronta
non la volesse prender nel ciuffetto
per vendicar la morte d’un parente
ch’amò più che ’l suo cor veracemente.

27Il conforta Giron, indi il consiglia
ch’accorto vada a sì lodata impresa,
perché bisogna aperte aver le ciglia
a chi vuol far a chi si guardi offesa.
Ma se lui almen per suo compagno piglia
non sarà poi chi possa far contesa,
e ’l supplica di poi, se gli piacesse,
che sopra sé l’incarco riponesse,

28soggiugnendo: «Io non fui mai conosciuto
d’alcun di quei, né mi potran fuggire;
e s’io farò per voi quel ch’è dovuto,
per più messaggi un dì potrete udire».
Ma il fero Danain non ha voluto
del suo caro parlar il fin soffrire;
il ringrazia e soggiugne: «Ei non bisogna,
ché troppa a dir il ver n’avrei vergogna».

29Ei son due soli, et io mai non vorrei
impiegar cavalier come voi sète
con men di mille quattro volte e sei,
che per numero tale e più valete,
contra tai vili e traditori e rei
ch’ebber del sangue mio sì cruda sete,
basterò solo, e tornerò ben presto
a ritrovarvi e conterovvi il resto».

30«Ditemi al men se vi sentite sano»
gli domanda Girone, et ei rispose:
«Ben sono al quanto stanco, ma la mano
e ’l core e l’altre membra ho vigorose.
Gite voi nel castel poco lontano
ove a mia moglie ho detto che si pose;
fategli compagnia, che doman poi
sarete in Maloalto, et io con voi».

31«Or sia» segue Girone «a questa volta
quel che volete voi, ma non mancate
che vostra compagnia non ci sia tolta
per più d’un giorno, come voi pensate».
Partesi Danaino e per la folta
foresta ove le strade avien segnate
egli e ’l corrier camminan quanto ponno,
mentre gli altri mortali ha in guardia il sonno.

Girone va a dormire nel bosco, sente un cavaliere che si lamenta d’Amore (32-46)

32Da poi che ’l cortesissimo Girone
del suo buon Danain soletto resta,
sendo tutta imbrunita la stagione
i passo addrizza verso la foresta,
ch’una fontana così ben ripone
che mai pioggia né sol non la molesta;
ivi adagia le membra, non già il core,
troppo affannato di soverchio amore.

33Quasi in un punto e per l’istessa via
pur lì medesmo il fero Laco arriva,
che ’l re Meliadus lassato avìa,
ivi si asside alla vicina riva.
La notte è scura e nulla si vedia
né pensa ei là trovar persona viva,
l’elmo si tragge, accomoda il destriero,
a pascer l’erbosissimo sentiero.

34Così posando a mente gli riviene
la sua donna gentil di Maloalto,
le vaghe luci e di dolcezza piene
il sembiante leggiadro, umile et alto;
di doglia in gioia e di timor in spene
va cangiando il pensier di salto in salto,
all’ira al fin il fren tutto abbandona,
e ’n tai parole con Amor ragiona:

35«Crudo fanciul, perché in sì altero loco
sproni il desire ove arrivar non vale?
Perché il cor m’ardi in sì possente foco
per cosa che non sia come io mortale?
Sai ben ch’uman valor sarebbe poco
per meritar fra noi pregio cotale,
ma sol mi spingi all’impossibil sorte
per vedermi vivendo ogniora a morte.

36Se Giove in cielo a tutti gli altri dèi
che già favoleggiar l’antiche carte
fussero or quinci per aver costei,
non sarien degni di mirarla in parte;
e non pur guadagnar io la potrei
ma con l’arme del ciel Bellona e Marte.
Che adunque spero? a che m’avvolgo indarno?
perché fuor di ragion mi struggo e scarno?

37Ahi fero arcier, non sai tu ben come io
posso mal sostenere i colpi tuoi?
come ho sovente di morir desio?
come rabbioso son più che non vuoi?
come insieme l’altrui co ’l danno mio
procaccio sì che contrastar non puoi?
come io fo tal che ’l Ciel nemico a pena
non saprebbe ordinar per darmi pena?

38Non ti sovvien con che mio gran periglio
fui del regno di Logres messo in bando?
con qual duro e che turbato ciglio
il gran re Pandragon mi andò cercando?
che da i buon cavalier dal suo consiglio
scacciato un tempo andai peregrinando,
e privo, ahi lasso, della gran Brettagna
cercai Dacia, Germania, Gallia e Spagna?

39Et or fatto m’hai far villan rifiuto
d’un de i gran cavalier che ’l mondo porte,
di cui saggio consiglio e saldo aiuto
non ho ch’al gran bisogno mi conforte,
tal che, temendo più di quel che ho avuto,
mi fo nemico alla tua falsa corte;
ti scaccio dal mio cor, ti metto al fondo
né sarai più per me sentito al mondo».

40Dopo questo parlar restato alquanto
tacito seco, ricangiò pensiero,
di penitenza carico e di pianto
spogliando in tutto ogni suo sdegno fero,
e ’ncomincia: «O divoto, o sacro santo
alato dio, ch’el fren reggi e l’impero
solo in ciel, nell’abisso, in terra, in mare,
senza il cui gran valor può nulla stare,

41potentissimo Amor, tu sei, tu solo
d’ogni ben, d’ogni onor principio e fine,
per te d’intorno all’uno e l’altro polo
giran le cose altissime e divine,
per te l’abbietto vil mortale stuolo
alza il cor sovra questo uman confine,
per te fa cose l’uom che da se stesso
creder non può quando le vede appresso.

42Come al sol neve, come nebbia al vento
fugge ove arrivi ogni pensier villano;
solo alle vere lodi vive intento
il cor piagato per tua dolce mano,
né di vil possession può aver talento,
e quel ch’el vulgo vuol tien frale e vano,
gemme, oro, regni e ciò che il mondo chiude
non cangeria per dramma di virtude.

43Io ’l so per me, ché senza te già mai
non ebbi vero ben né gloria in terra.
Tu m’hai mostrato, come a gli altri fai,
d’esser cortese in pace e forte in guerra.
IO dietro al lume de i tuoi santi rai
che ne scorge al cammin che mai non erra,
mille lodi riporto e mille palme
tra donne, cavalieri e nobili alme.

44Ma perdonami, Amor, ch’io fo qual suole
l’ingrato servo al caro suo signore,
che gli ha fatto di ben più che non vuole,
più che non merta assai grazie et onore,
ch’al fin biasmando si lamenta e duole,
il lascia e fugge con malvagio core,
che s’una volta pur non gli compiacque
tutto il passato bene et ei gli spiacque.

45Non guardar, prego, all’alta mia follia
che m’ha fatto dannar quel cui più deggio;
signor, perdona, che mai più non fia
che io vaneggi vêr te com’or vaneggio.
Al mio gran fallo penitenza sia
la mercé dolorosa che io ne chieggio:
non mi dar morte, e non mi trar del core
sì bella donna e sì famoso ardore.

46Fa ch’io sia degno per tuo sacro affetto
e per l’alto valor che dar mi puoi
d’esserle un giorno servitore accetto
contato al men tra gli ultimi de i suoi.
E sopra la mia spada ti prometto
d’abbandonar la vita a tutti i tuoi,
e ridurre i rubelli alla sua sorte
o di loro o di me veder la morte».

Girone si mostra al cavaliere, che non riconosce, con il quale discute sul calore degli antichi cavalieri (47-71)

47Poi c’ha finito, intorno ha riguardato,
e ’l cortese Giron presso si vede,
ch’a men d’un’asta gli giaceva a lato
ov’un arbor gli ha fatto e letto e sede.
Pien di paura ogni altro saria stato,
ma il magnanimo ardir che a nulla cede
sicur restando dolce gli domanda:
«Chi sète voi, signor? chi qua vi manda?».

48«Io sono un basso cavaliere errante»
Giron risponde «e cerco mia ventura;
tra queste erbe, queste acque e queste piante
mi rifuggo venendo notte oscura,
e come il sol rallumini il Levante,
andrò dove vorrà chi ci have in cura.
Ma voi chi sète, che in cingevo core
sì ben biasmate e ben lodate Amore?».

49«Io non vel posso dir, ma voi mi dite
s’ascoltat’ora avete i miei lamenti».
«Sì,» Giron disse «et ho ben tutte udite
le voci vostre di gran doglia ardenti,
che quando qui veniste scolorite
eran tutte le luci e i lumi spenti
della luna e del sol, che io non vi scorsi
e che fuste vicin nulla m’accorsi,

50se non ch’io vi sentii con quelle note
sfogar la fiamma che v’ardeva il core;
né suon più dolce l’alma mi percuote
che saggia lingua in ragionar d’Amore,
però ben tenni queste frondi immote
né co ’l spirto o co i piè facea romore
per non vi perturbar sì dolce pianto
che voi sfogava et a me piacque tanto».

51«Poi che voi sète errante cavaliere»
disse il buon Laco «or non vi sia gravoso
dirmi se fuste al torneamento fero
del castel delle suore sì famoso».
Et egli: «Io vidi tutto». «Or dite il vero»
seguitò l’altro: e chi vittorioso
vi sembrò più de gli altri a lancia e spada?
Ditel se di piacermi oggi vi aggrada».

52Allor dice Giron: «Io vi consento
che mai guerrier non vidi in altra parte
miglior de i due ch’avean l’arme d’argento,
che l’un e l’altro mi pareva un marte;
ei fecer meraviglie al torneamento
o insieme accolto o ciascun in disparte».
«Ah,» rispose il greco «e ben veggio io
che scerner non sapete il buon dal rio».

53«Io ’l dico» fa Giron «e giuro appresso
ch’arditamente la ragione ho detto,
e chi pensa il contrario credo espresso
che sia del tutto fuor dell’intelletto».
E l’altro gli replìca: «Io no ’l confesso
che s’ei fusser cotali a vero effetto
avrien per lor virtù vinta la guerra,
ove ontosi più volte andaro a terra».

54«Voi avete gran torto veramente
a biasmar due di così alto affare,»
seguio il Cortese «ma sicuramente
invidia o sdegno ve ne fa parlare;
per avventura, come a molta gente,
vi avran fatti gli arcioni abbandonare».
Non vuol credere il greco e dice i neri
son da chiamar al tutto buon guerrieri.

55«Non vi pare ei così?» Giron gli afferma
«che si posson lodar ma ch’altri molti
ebber in arme la virtù più ferma
e si mostraro arditi e feri e sciolti?».
«Ben,» disse Laco «vostra mente inferma
conosco ch’al cammin va de gli stolti,
poi che quei di tutti fur migliori
volete che peggior sian de i peggiori.

56«Or lassiam tutto andar» segue il Cortese
«che io voglio aver con voi, s’io posso, pace,
ma s’io non vi pensassi fare offese
vorrei che mi diceste e se vi piace
chi è la donna per cui amor vi prese
e vi arde il cor della sua ardente face,
e che vi fa biasmar la vostra sorte
e ’n odio aver la vita e chiamar morte».

57«Troppo avanti sète ito in poco d’ora»
rispose il greco «a domandarmi questo,
e troppo di ragion uscite fuora
onde ch’io ’l neghi non vi sia molesto».
«Tacetel dunque,» dice l’altro allora
«ma concedete di chiarirmi il resto,
se per amor di lei fareste cosa
che male agevol fusse e perigliosa».

58«S’io vel dicessi non vi parrei saggio»
replicò Laco «perché mal conviene
a cavalier parlar a suo vantaggio
ma se stesso avvilire oprando bene.
Sol vi dirò che io mostrerei tal saggio
qual a guerriero e servo s’appartiene;
venite doman meco ove vedrete
ciò che intender da me mostrate sete.

59Perché io intendo tentar sì dura impresa
che a miglior uom di me daria spavento,
e che non sia maggior troppo mi pesa
così nell’impossibil sono intento».
Dice Giron: «A gran follia ripresa,
da chi ha intero e san l’intendimento,
è l’avventura ov’un si mette fuore
d’ogni ragione e n’esce a disonore.

60Or pensatela ben che s’io son vosco
a beffarmi di voi sarò il primiero,
a voi sol ne verrà l’ontoso tosco,
io resterò di mia vergogna intero».
«Ah,» disse il greco «come mal conosco
che vi stimai discreto cavaliero
e no ’l sète però, per quel ch’io sento
ma di mostrarvi il ver pur m’argomento.

61Credete voi che i cavalieri erranti
e c’han passate già grandi avventure
esaminasser sì le cose innanti
che le trovasse poi più che sicure?
A i magnanimi cori, a i veri amanti
son chiare e piane l’erte strade oscure;
poi questo mio disegno che ’ntraprendo
non già per impossibil tutto intendo.

62Ben periglioso assai per me vel dico,
perché breve conosco il mio potere,
ma se mi fusse Marte tanto amico
come a quel che portava l’armi nere,
agevolmente e di maggior intrico
mi penserei la palma d’ottenere».
«Come» disse Girone «ei furon due
qual è di lor che voi stimate piue?».

63«Io intendo del maggior,» rispose il greco
«che fece al torneamento sì belle opre
co ’l mio compagno, con molti altri e meco
che de’ miglior la fama oggi ricuopre;
e vi prometto di agguagliarsi seco
non sia buon cavalier ch’in van s’adopre».
Dice Giron ridendo: «Or ben m’avveggio
che ’l vostro giudicar va sempre al peggio,

64ché tenuto è miglior da tutto il mondo
l’altro minor, come la pruova mostra».
«Ch’io non vel credo, a questo vi rispondo»
seguitò Laco «e sia con pace vostra
ma quanto tempo fa ch’avete il pondo
dell’arme intorno in torneamento o in giostra?
Perché forse in quei dì n’eran migliori
di questi ch’or ci son combatti tori.

65Ch’allor che fusse cavalier creato
tre buon guerrier trovati si sarieno,
de i quai ciascun compitamente ornato
d’ogni estremo valor vivea ripieno;
or non se ne rincontra in alcun lato
che qualche nota non gli macchie il seno».
Quando Giron gli antichi esaltar ode
in se medesmo se ne allegra e gode.

66E dice nel suo cor: «Bene è fornito
questo buon cavalier d’alta prodezza»,
e di saper gli vien nuovo appetito
chi sia costui che tanto i buoni apprezza,
e ’l va tentando: «O cavalier gradito,
di virtù colmo e d’ogni gentilezza,
deh se lieta avventura il Ciel vi doni
chi furo i tre che voi stimaste buoni?».

67Umanamente il greco gli risponde:
«Dei tre di chi vi parlo io due ne vidi,
il terzo alla memoria si nasconde
e fu il maggior che ne i britanni lidi
già mai nascesse e gli venisse altronde,
da poi ch’ella lasciò gli idoli infidi
e la religion dannata e vana
e per grazia del Ciel tornò cristiana.

68Io so ben che ’l miglior ch’or vada a torno
al peggior di quei due già non si agguaglia.
Ettore il Bruno è il primo, che fu adorno
d’ogni virtù miglior che in arme vaglia;
nessun trovava a cui non fesse scorno
in tornea menti o ’n singular battaglia.
L’altro fu detto Galealto
che di cavalleria giunse al più alto.

69Ebbe questo un compagno valoroso
che Girone il Cortese chiamato era,
e fu in questo mestier tanto famoso
che di tutti i miglior fu luce vera;
ma durò poco, ché ci fu nascoso
dalla fortuna ria, perfida e fera:
sparì in un punto, né di morte o vita
sen è di lui novella poi sentita.

70E gli era ne i suoi di certo cotale
che nessun si truova oggi che ’l paregge,
sì che al compagno suo fu più che eguale-
Or voi intendete dell’antica gregge
chi resta in basso e chi più sopra sale,
e come si può dir ch’assai vanegge
chi si vuol agguagliare a i tre ch’io dico
e come di ragion vive inimico».

71«Io vi confesso ben di quei due primi»
gli replicò Giron «quanto voi dite,
che i fur guerrier magnanimi e sublimi
e ch’avanzaron gli altri senza lite,
ma che ’l medesmo di Girone io stimi
s’io ci devessi metter mille vite,
no ’l crederei mai far, perch’io son certo
che più lodate che non fu suo merto.

Il cavaliere racconta a Girone un’impresa di Girone stesso: da questo Girone capisce che è Laco, che intende combattere per la moglie di Danaino il giorno innanzi (72-146)

72E se di buon cuore e non fe’ mai
a persona, ch’io creda, oltraggio o torto,
ma che valesse come gli altri assai
d’affermarlo mai più non vi conforto».
Soggiunse Laco allor: «Io ’l ritrovai
un di men bravo che non m’era porto,
e poi che non aviamo altro da fare,
se vi piace, signor, vel vo’ narrare.

73«Deh sì» dice Giron «che in ogni modo
a i cavalieri erranti si richiede
di vegliar sempre o non dormir mai sodo,
poco star a giacer e molto in piede,
e del vostro parlar tanto mi godo
ch’io prego il Ciel che ve ne dia mercede,
e tanto più di quel che molti spesso
han già contro al dever sopra il ciel messo.

74E chi fece a i suoi dì pur mancamento,
s’ei fu ben solo, assai biasmar si deve,
ch’un cavalier qual oro e quale argento
se non è puro, netto, intero e greve
fugge la gloria sua qual nebbia al vento,
qual cera al foco e come al sol la neve;
sia qual candida perla al cui candore
piccola macchia toglie ogni valore».

75Sta il greco cheto alquanto a i detti suoi
e di molto pensar sembiante mostra.
L’altro, che ’l sente, il ridomanda poi:
«Perché indugiate la promessa vostra?».
Diss’egli: «Io non so intender perché voi
così cercate la sentenza nostra;
forse offesa vi ha fatto? Or sia che vuole
ch’io seguirò le vere mie parole.

76Signor, gran tempo fa che ’l buon Girone
avea per suo compagno un cavaliero
che di grandezza ogni altro paragone
vinse, bello a veder, ardito e fero,
ma ne gli effetti vile oltr’a ragione
da temer un uom morto in cimitero,
e costui seco aveva una donzella
che quanto esso codardo ella era bella.

77Ora in quei tempi stessi avvenne a sorte
che ’l re che fu della Noromberlanda
tenne la più fornita e ricca corte
che mai fusse veduta in quella banda.
Non vi restò barone ardito e forte
conte, principe o re che ’l nome spanda,
d’arme, d’amor che non venisse allora
ad onorar colui che i buoni onori.

78Ivi fra gli altri un cavaliero avea
picciol, magro e minuto oltr’a misura,
ch’era cagion di riso a chi ’l vedea
e faceva onta e scherno alla natura;
né la fortuna ancor gli fu men rea,
ch’era povero, inetto e senza cura,
tal che ogn’uom per vergogna lui fuggiva
come persona vilipesa e schiva.

79Poi che la bella gente è insieme accolta
sopra la gran riviera della Forne,
con la sua compagnia che non è molta
allor che il sol a mezzo dì soggiorna,
innanzi a tutti, di ricche arme avvolta,
vien la presenza in ogni parte adorna
del cavalier villan senza elmo avere
per far le sue fattezze più vedere.

80Era sopra un corsier ben fatto e snello
e ’l fa tardo trottar sempre a traverso,
ha le gambe drittissime a pennello,
la testa ferma in bellicoso verso,
volge sol l’occhio intorno vago e bello
d’lata bravura e di fierezza asperso,
tien di tutti quel conto e del re stesso
che di bassi valletti ch’aggia appresso.

81Il cortese Giron vien dietro a lui
in abito e maniera dolce umile;
assai più che se stesso stima altrui,
saluta ogni uom, quantunque basso e vile;
e mostra in tutti i portamenti sui
d’esser discreto, nobile e gentile.
Poi presso gli venìa l’alma donzella
che parea in vista la Ciprigna stella.

82E perché sconosciuto era e privato
et avea quella donna assai vicina,
cagion fu che da noi non fu notato
per la persona ch’era alta e divina.
Un piacevol buffon ci era da lato,
che di tener l’uom lieto avea dottrina;
esso il conobbe che l’ha visto altrove
in mille altere e gloriose prove.

83Ma perché ben sapea che aveva usanza
di celar suo nome in ogni parte,
di narrarne chi sia non ha baldanza,
ma in alta voce a quelle genti sparte
comincia: – Veggio un uom di tal possanza
che veramente può chiamarsi Marte;
state allegri, signor, che questa corte
non porria cavalier aver più forte -.

84Noi ci volgemmo allora et ei seguio
(non dirò già più oltra e temo ancora
non aver detto troppo e ’l parlar mio
mi sia forse cagion d’una trista ora),
ma perché innanzi andava il guerrier rio
che più bello e miglior pareva allora,
lui ricevemmo con maggior favore,
facendo a gli altri pur dovuto onore.

85Tosto il picciol guerrier di ch’io parlai
innanzi a tutti noi si rappresenta,
e con voce alta et orgogliosa assai
sì che chi sta d’intorno il tutto senta,
«Da chi la donna da i lucenti rai
d’esser di voi menata si contenta?»
diss’egli, e quel villan che tale il vede
e poterlo avanzar pur seco il credo,

86«Io son,» gli risponde tutto ardito,
«perché fatto mi hai tu domanda tale?».
Et ei: «Perché mi vien nuovo appetito
che noi proviam con l’arme chi più vale,
e, come in questa legge è stabilito,
la vergogna, la beffe resti e ’l male
a chi vinto riman, l’altro la palma
riporti e di costei l’amica salma».

87Dunque risponde il cavalier da poco:
«Valete meco aver quistion per lei?».
«Sì» l’altro afferma, «e non sarà per gioco
ch’io intendo guadagnar oggi costei;
e se voi fuste ferro, acciaro e foco
tale avventura star non lasserei.
Montate pur or mai tosto in arcione,
che le lance ch’aviam faran ragione».

88Noi che ascoltiam, di maraviglia
e di nuovo stupor colmati semo,
e ben diciam che a bestia s’assimiglia
il picciol cavalier del senno scemo,
che altro pensavam che mille miglia
l’avria fatto fuggir a vela e remo
sì pareva alto, bel, forte, membruto
e questo poverel basso e sparuto.

89Così il villan guerrier, che fede avea,
come io vi dissi, nella vil bassezza
del suo nemico, assai buon cuor facea,
si mette l’elmo e con maggior prestezza
discende ove quell’altro l’attendea;
monta a cavallo e mostra gran fierezza,
torna indietro ciascun poi sprona innanti,
che parevan due Achilli ne i sembianti.

90Vengonsi a ricontrare e quel fallito
codardo, vile e tristo cavaliero
fu della lancia di colui ferito,
che ’ntaccò sol la pelle di leggiero.
Cader lasciosse afflitto e sbigottito,
quasi piangendo, in mezzo del sentiero,
né se gli potea dar cuore o conforto
ch’al dispetto d’ogni uom dice: «Io son morto».

91Viene il picciol barone e sopra arresta,
e gli domanda se battaglia nuova
vuol ancor seco, c’ha la spada presta
per esser seco alla seconda pruova.
L’altro, senza drizzar gli occhi o la testa,
debil risponde che sì mal si truova
che più tosto quitar le donne tutte
vuol, ch’ancor assaggiar di simil frutte.

92Or se noi restammo stupefatti
più che fussimo ancor pensatel voi;
noi ci accordavam pure a tutti patti
che ver non fusse ma paresse a noi.
Quel già superbo e fastidioso in atti
alla donna gentil s’accosta poi,
pigliala al seno e dice: «Andianne via
poi che l’arme e ’l valor v’han fatta mia».

93Quando la poverella il picciol vede
d’esser sua, piange, grida e si dispera,
si rivolge a Giron, chiama mercede
che da lui sol la sua salute spera.
«O franco cavaliero, o somma sede
di valor, cortesia, di virtù vera,
pietà vi muova della mia fortuna
e del vostro dever che troppo imbruna.

94Deh, sopplite all’error di quel codardo,
non mi lassate ir preda a questo mostro,
alla cavalleria giusto riguardo,
se nol volete aver al danno nostro,
aggiate, ch’io so ben che già mai tardo
a i bisogni d’altrui né all’onor vostro
non fuste, e s’or il fuste io ’l prenderei
più che da voi, signor, da i merti miei».

95Gli rispose Giron pensoso e breve:
«Non men ch’a voi del vostro mal mi pesa,
ma con invitto cor portar si deve
l’inevitabil del destino offesa.
Ben vi dico che ingiuria o grave o leve
non mi farà di donna aver difesa
contro a questo guerrier, ma s’a lui piace
ben v’accetterò in don con buona pace».

96Risponde l’altro altero et orgoglioso:
«Né a voi né a tutto il ciel lassar la voglio,
se non a chi nell’arme valoroso
men mi faccia parer di quel ch’io soglio».
«Sia vostra (fa Giron) ch’io non sono oso
d’addrizzar il mio legno in tale scoglio.
Dio vi conduca», e così via la mena
il picciol cavalier con doppia pena.

97Io, che di tutto ciò crucciato fui,
come s’a me toccasse, a trovar vegno
quel che l’avea lodato e dico a lui:
«Ben di gran punizion saresti degno
che te medesmo smenti e scherni altrui,
come s’ogni uom qui fusse piombo o legno».
Risponde io giogolar: «Io vi replico
che più che veritade è quanto io dico.

98E quel medesmo, senza biasmo ho detto
ove Uter Pandragone aveva seggio,
e che lì fu tenuto il più perfetto
guerrier che fusse e di ciò non vaneggio».
In quel che noi parliam consiglio stretto
fatto è contro a Giron che fusse il peggio
de i cavalier di quella e d’altra banda,
e ridendo ciascun pur gli domanda:

99«Ah signor cavalier, come potete
soffrir che così bella a voi compagna
prigion sen vada come cerva in rete
d’un picciol nan ch’a sorte la guadagna?
Come un tale a veder come voi sète
con tutte le vergogne s’accompagna?».
Ei sente tutto ben, né mostra udire
né così tostamente vuol partire.

100Ma poi ch’è stato al quanto, muove il passo,
qui si gli leva appresso un gran romore:
«Ahi malvagio guerrier ch’è sempre lasso
di faticarsi e di cercar onore».
Ei con uno scudiero a capo basso
senza alcun riguardar se ne va fuore,
or di questo è il maggior fallo che promesso
v’avea dir di Girone e ’l vidi io stesso».

101Come il greco ha finito il buon Girone
gli soggiunge: «E ben fu gran mancamento
di rifiutar al picciol la quistione
e di perder tal donna esser contento;
ei fe’ quanto io vi narro, e diè cagione
di far chi ’l vide biasmarlo intento».
Seguitò Laco: «Et io con gli altri ancora
fui del medesmo creder per allora.

102Ma ben tosto cangiai mente e pensiero,
e con l’esperienza fui ben certo
ch’ei fe’ com’onorato cavaliero
del militar dever in tutto esperto;
come anco a voi di far vedere spero
poi che vi avrò del conto il fine aperto».
«Io no ’l vo’ più sentir,» l’altro gli afferma,
«bastami che ho di lui credenza ferma.

103E che voi stesso che il lodaste tanto
mostrate ch’all’oprar non fu poi tale».
Risponde il greco: «Adunque darmi vanto
già mi volete a menzognero eguale?
«Ben» gli disse Giron «da questo canto
vi tengo cosa che ’l medesmo vale,
se l’onoraste fra i migliori innanti,
or il fate il peggior di tutti quanti».

104«Io vel confesso, or mi lassate il resto»
disse ei «contar, e giudicate poi».
«Non vo’» dice Giron «ché basta questo
a saper tutti espressi i fatti suoi,
né porria il mondo intero e ’n arme presto
farmi altrimenti creder, non che voi».
L’altro risurge: «egli è pur forza udire
il rimanente, e mel lassar finire».

105«Io n’ho udito assai,» Giron dicea
«né del vostro campion vo’ più sapere».
Il geco tutto irato rispondea:
«Sappiate che d’udir vi fa mestiere,
se non che questa notte acerba e rea
vi porria tale in mente rimanere
che non udrete conto che si tegna
che del mio rifiutar non vi sovvegna».

106Sorride allor Girone e non si adira,
ma quanto puote il suo corruccio accende,
e più dell’ascoltarlo si ritira
e parte umanamente anco il riprende:
«Ovunque luce sole o vento spira
cosa credo più ingiusta non s’intende
di quella che a me far vi apparecchiate
se all’orecchie di udir forza mi fate.

107E di chi? D’un guerrier vituperato
e che da tutto un popol fu schernito,
da voi fuor di ragion così lodato
come chi fusse in terra e ’n Ciel gradito.
Or mi vorreste far un bel trovato
amendando il parlar che vi ha fallito,
ma ’l narrerete altrove, che io vi giuro
di non udirlo, e siatene sicuro».

108Qui s’ei si cruccia dir non si porria,
e ripiglia il parlar: «Poi che vi piace
di beffar il mio dir come follia
e come invenzion che ’l vulgo face,
non è per torto oprar la forza mia,
ma come a virtuoso mi dispiace
che voi, né qual si sia senza cagione,
aggia d’un tal non buona opinione.

109E ben nulla di me tenete cura
se non volete a poche mie parole
dare udienza sol d’una avventura
delle onorate che narrar si suole.
Ma dico ben che peggio che paura
vi potrebbe costar ove più duole»,
drizzasi in piede, e ’mbraccia il forte scudo,
e va verso Giron irato e crudo.

110L’altro assai più sorride, e non si muove,
et esso: «Io volgerò quel riso in pianto,
né sarebbe sicuro in grembo a Giove
chi m’offende o mi sbeffa tanto o quanto.
E vi conterò cose antiche e nuove
qual più mi piaccia e voi queto da canto
starete, umil come fanciullo a scuola,
che tema del dottor la sferza sola».

111Quando lo scorge pur pronto e cruccioso
e con la spada in man per far quistione,
risurge lieve, e non ritenne ascoso
il valor che riserva il buon Girone,
ma pur ridendo ancor dice: «Io non oso
più mantener la prima opinione,
e vi voglio omai ceder questo tratto
come a voi piacerà, ma con tal patto,

112che mi serviate poi quelle promesse
le quai fatte m’avete di mostrarmi
doman, prima che ’l giorno al fin s’appresse,
maravigliosa e grande impresa d’arme;
et io d’udir quelle parole istesse
che piaccia a voi, signor, di raccontarme
m’obligo». Et egli il tutto gli consente,
e si beffa di lui come vincente,

113dicendo: «Io credo ben che questa spada
v’aggia fatto più saggio divenire,
e questa è certo la migliore strada
di far la gente al dritto riuscire».
L’altro: «Io vel confesso e s’ei v’aggrada
ditemi s’a Giron cangiar desire,
come a me fate, pesereste fare».
Non rispose ei, che gli era d’altro affare.

114«E vi assicuro che s’ei fusse nudo
et io con l’arme in dosso che vedete
men temeria mia forza e questo scudo
che voi d’un pescator la vecchia rete.
Io ben del suo poter feroce e crudo
la tema istessa avrei che di me avete».
«Sète» disse Giron «dunque codardo
sì ben come sono io quando riguardo,

115s’un nudo temereste, et io voi temo
perché di ferro fin sète coperto».
Il greco vien dell’ira al fin estremo,
e già d’esser beffato si tien certo,
e dice: «O cavalier del senno scemo,
dunque ardite voi dir chiaro et aperto
ch’io sia codardo? E ven farò dolente»;
e lui va per ferir immantenente.

116Quando il vide Giron dice: «Ah signore,
voi già ingannate la promessa fede?
che devreste narrar l’alto valore
di quel ch’al vostro dir tutti altri escede.
Deh, ponete da canto ora il furore
e ritornare su la vostra sede».
Et ei: «Cagion voi sète d’ogni cosa,
or ascoltate, e mi lasciate in posa».

117E ricomincia: «Poi che la lodata
donna si parte dalla ricca corte
dal picciol cavaliero accompagnata,
chiamando aita o volontaria morte,
il buon Giron, che già molto allungata
la stima a ricercar va miglior sorte,
e segue i passi suoi per la sua via
di cui tenuta aveva accorta spia.

118Io, che pur non sapea porre in oblio
quel che ’l buon giogolar ne disse prima,
dentro mi metto a lui con gran desio
di vede pur s’egli è di tanta stima;
non che pensasse già persona o dio
ch’ei Giron fusse de i miglior la cima,
perché sì vil sembiante avea dimostro
che l’onta esser parea del secol nostro.

119Sprono adunque il caval sì ch’io l’arrivo
all’entrar proprio d’una gran foresta;
con un solo scudier, d’ogni altro privo,
il truovo e che l’elmetto aveva in testa,
tosto il saluto, ei non punto schivo
dolce risponde e nel mio dir s’arresta,
poi camminiamo e ci moviam parole
di cose generai, come si suole.

120Poscia io cercava entrar a poco a poco
in parlar della donna e di quell’onta,
quando sentimmo di non lunge loco
più d’una voce che troppo alto monta.
Veggiam poi certo che non è per gioco,
arrivando ove il bosco si raffronta
con la campagna, ch’un lì si dispera,
piange e si cruccia contra un’altra schiera.

121Intendiam meglio e ritroviam che l’uno
era quel picciolissimo guerriero,
schernito di quei molti da ciascuno,
senza la dama a piè presso al sentiero,
abbattuto vilmente sopra un pruno
et esso ancor facea il malvagio e ’l fero,
che ritentar la sua fortuna vuole
e l’altro se ne ride e dà parole.

122Quel della Stretta Marcia era il signore
che seco i trenta aveva in compagnia,
che per man d’un guerrier suo servitore
la bella donna guadagnata avia.
or quel meschin a crescere il romore
comincia come noi vicin vedia.
Quando Giron il tutto ha bene inteso,
a me si volge di letizia acceso,

123 e disse: «Questo è quel ch’io cerco solo
di costei ritrovar in man più degna,
e combatter più tosto un grande stuolo
che d’un vil nano la persona indegna».
E sì ratto come aquila ch’a volo
alla preda s’avventa ch’a lei vegna,
prende la donna al freno e le dice: «Io
vi menerò dove è ’l vostro desio».

124L’altro, che ’l picciol uomo have abbattuto,
si rivolge a Giron e dice: «Or lassa,
se non che tu sarai sì mal venuto,
come costui ch’è su la terra bassa».
«Ben (risponde Girone) non hai veduto
ch’un spesso un altro di possanza passa?
Tutti fatti non siam come costui,
e che sai tu s’io son peggior di lui?».

125L’altro risponde: «Allor io ti assicuro
che se tu fussi ancor Giron Cortese,
e ferro tutto et adamante puro,
non condurresti a fin tante contese,
ché trenta siam che facciam siepe e muro
al signor nostro e di questo paese,
e ’nfin ad un ad un non siamo in terra
non potrai dir d’aver vinta la guerra».

126«Or sia (disse Giron) pur come voglia
che se qui fusse la Brettagna intera
non vo’ che far la prova mi si toglia,
e vinca il vincitor, pèra chi pèra,
e chi la palma o chi n’avrà la doglia
chi resta in vita il conterà la sera».
Io, che ’l veggio uscir tal, dico in mio cuore:
«Chi non pregia costui fa sommo errore»

127Come ha detto, Giron nulla dimora
ma sopra al cavaliero a forza sprona;
nol difende il suo scudo che non mora
perché la sella e l’anima abbandona.
Vanne verso la dama, ch’ancora plora,
e dice: «Poi che ’l Ciel grazia ci dona,
ditemi or, prego, ove vi piace gire,
ch’io vi venga a difendere e servire».

128Ella, ella avventura più che lieta,
con lui ben volentieri il cammin prende,
se non ch’un altro cavalier il vieta
e gli dice che ’l tempo indarno spende.
Giron il guarda, e poscia senza pieta
di colpo mortualissimo l’offende;
il terzo dopo a questo il sopraggiunge,
ei co ’l medesmo ardor l’abbatte e punge.

129In terra cadde ben, ma non morto;
poi viene il quarto a dar nuovo soccorso,
mandato dal signor, che per desio
d’aver la donna fuor del ritto è scorso.
Non fu de gli altri nell’oprar men rio,
che ’n terra si trovò nel mezzo corso,
quando vede Giron venire il quinto,
a lui si volge, di troppa ira tinto:

130«E come (dice) adunque mi conviene
di far tante battaglie in tante volte?»
«Sì,» gli risponde il cavalier che viene,
«e vi parranno troppe, non pur molte».
«Ah (soggiunge Giron), io veggio bene
che ’l miglior fia d’averle in un raccolte,
e per tempo avanzar trovar un gioco
ch’espedisca assai cose e duri poco».

131Indi, senza più dir, si lascia ir sopra
e getta tutto in un quello e ’l cavallo;
poi al possente spada mette in opra
ch’al quinto colpo fe’ la lancia fallo.
Scudo che guardi bene, elmo che cuopra
poco han valor poi che si mise in ballo,
e tra le schiere della Stretta Marcia
urta, abbatte, percuote, fère e squarcia.

132E gli fu favorevol sì la sorte
che ’l signor di quei tutti fu il primiero
ch’esso ha incontrato sì rabbioso e forte
che ’l gittò lunge benché ardito e fero.
Poi con crude ferute or dritte or torte
si mette dove il popol sia più intero,
e ne fa mille parti come suole
lupo di gregge mal difese e sole.

133Egli era oltr’a misura grosso et alto,
possente in ogni parte e ’n tutte guise;
ei menò mille colpi in uno assalto
e parte n’abbatte, parte n’uccise;
di sanguinosi corpi ha pien lo smalto,
solo scampò chi per fuggir si mise.
Ma che deggio io più dir? ei fece tanto
che gli restò la donna, il campo e ’l vanto.

134Io, che ben tutto avea mirato fiso,
e mi parea miracoli vedere,
così di maraviglia era conquiso
ch’io non sapea che contenenza avere,
che pur d’aver già scorto m’era avviso
d’ottimi cavalier mille maniere,
ma la più pronta, ardita, altera e bella
non mai fu vista in questa etade o in quella.

135E perch’io mi pensai che tal fatica
l’avesse fuor di molto travagliato,
a lui m’addrizzo con sembianza amica,
l’esalto e poi il domando in quale stato
si truovi, e se la schiera a lui nemica
l’avesse troppo offeso o molestato.
Mi rispose: «Ferito non mi truovo,
la Dio mercé, il resto non mi è novo.

136Perché s’io mi sentissi al quanto lasso
non è fuor di ragion in simil casi».
Io vi confesserò ch’un pensier basso
mi nacque ove ingannato al fin rimasi,
che stimandol fra sé di forze casso
e che non si reggesse dritto quasi,
mi pensai guadagnar la donna tosto
e con questa speranza a lui m’accosto.

137Era io sopra il cavallo armato e ’n punto,
egli era sceso e si giaceva all’ombra
d’uno arbor verde, che co i rami a punto
lui, la sua donna e i lor cavalli adombra.
Fommigli avanti, e dicogli: «E’ m’è giunto
nuovo desio che spesso i cori ingombra
d’aver questa donzella, e ’n cortesia
pregar vorrei che la faceste mia.

138E se non la volete acconsentire
pria che lassarla a voi combatter voglio».
Quando egli ebbe ascoltato il mio mal dire,
disse: «Io ve la darò, come dar soglio
con l’arme in mano; e vi porria mentire
vostra speranza che vi porta in scoglio
voi mi stimate lasso, et io non sono
men che pria fussi a lei difender buono».

139Or io, che presa avea la strada torta,
volsi condurre a fin a sciocca impresa,
e gli replico: «O che sia mia comporta
o che prender di lei convien difesa».
Quando pur vede la persona accorta
ch’io m’apprestava per donargli offesa,
prende lo scudo, la lancia e monta in sella,
e dice: «Or disputiam questa donzella».

140Poi, senza mostrar collera né sdegno,
soggiugne, tutto piano e tutto umile:
«Tosto, o franco guerrier, vi darò segno
ch’ei non si stanca un cavalier gentile».
E ’n questo contra a me che vêr lui vegno
muove co ’l valoroso usato stile.
Io ’l dirò pur, qual er affaticato
mi fe’ far letto dell’erboso prato.

141Il picciol cavalier ch’era presente,
e che gli ha viste far così gran cose,
disse: «Or conosco io ben che veramente
non per timor ch’avesse a me s’ascose
questo ardito campion, ma l’alta mente
tra i suggetti vilissimi mi pose.
Or sia vostra la dama, ch’io confesso
ch’a voi più si convien ch’a Marte istesso».

142Non lo ascoltò Giron, né pur si volse
dove io stava abbattuto, ma si pone
a quel cammin ove la donna volse,
né mai più nuove n’ebbi o triste o buone.
Così il torto suo biasmo in loda volse
e fe di sé divina opinione».
Or qui finì il suo conto il fero greco,
e ’l buon Giron comincia a pensar seco,

143e s’accorda in suo cor che questo certo
sia il gran re Laco, il nobil cavaliero,
ché ’l suo contar che l’ha mostrato aperto,
e si rallegra assai nel suo pensiero
d’aver trovato in mezzo d’un diserto
dell’arme e del valor lo speglio intero;
poi gli dice: «Signor, tutto comprendo
e questo più che l’altro conto intendo.

144E veramente fu bella avventura
pur dell’altre maggior ne son già state.
Ma se Dio vi dia pace e la natura
dite, vi prego, quella che pensate
doman tentar s’ella sarà sì dura
come fu l’altra che sì ben narrate».
Disse il greco: «Io no ’l so, ma noi ’l vedremo
quando all pruova là ci troverremo».

145«Ben» gli disse Giron «perché la mano
avete contro a me qui messa all’arme
vedrò vostre prodezze di lontano,
e forse contro a voi vorrò trovarme»,
perché pensava bene, e non in vano,
ch’occasion verrà che non risparme
la sua possanza nel futuro assalto
per la bella salvar di Maloalto.

146Non ci pon mente il greco e non risponde,
se non che dopo alquanto aver parlato
gli dice: «Or la tarda ora il sonno infonde,
posiamci alquanto, o cavalier pregiato».
e si accomoda lì tra rami e fronte;
fa il medesmo Giron dall’altro lato,
che tali avien percosse e tal lassezza
che di tosto dormir senton vaghezza.

Libro V

ultimo agg. 13 Settembre 2015 8:38

Laco batte i ventisei cavalieri che accompagnano la moglie di Danaino e si prende la donna (1-50)

1Già fuor mostrava il bell’aurato lembo
della sua gonna la vermiglia aurora,
che, tutta schiva, dal canuto grembo
del suo vecchi o Titon surgeva allora.
Della candida brina il dolce nembo
doppiava, e più mordea la frigida ôra;
gli uccei tra le frondi e liquidi cristalli
già facean liete risonar le valli.

2Il buon bifolco e ’l provido pastore
le ingorde gregge questo e quello i buoi
con avido pensiero e con amore
mena ai boschi vicini, a i campi suoi.
La villanella già del letto fuore
l’albergo cura e se medesma poi.
Si veste in fretta il duro peregrino
e sotto dubbio ciel prende il cammino.

3Allor l’ardito e vigilante greco
primo si sveglia e ’l buon Giron appella:
«Surgete, cavalier, se venir meco»
dice «volete all’alta impresa bella.
Già s’apre il giorno e già trionfa seco
l’alma face maggior d’ogni altra stella,
e di giacer ancor prender vergogna
deve ogni alto guerrier che lode agogna».

4Il cortese Giron surge con fretta,
l’arme quanto più può si veste introno,
frena tost il caval, sopra si getta,
poi dice: «Andianne, o mio signore adorno».
L’altro va innanzi e per la folta e stretta
selva a traverso infin ch’è chiaro il giorno,
tra folti rami, siepi e prun s’invia
senza trovar già mai segnata via.

5Pur poi che iti son molto e ch’alza il sole,
trovano in mezzo una maestra strada;
guardala quel che mai fallir non suole
e ferma in sé che a Maloalto vada.
Vede ivi interi i fiori e le viole,
né l’erba scossa ancor dalla rugiada,
e ben sia accerta che non sia passato
lo stuolo ancor a chi ponea l’agguato.

6Il cortese Giron che tutto vede
e che consoce ben, ringrazia Dio
che ’n quella parte gli avea dritto il piede
e chiama Amor ne i suoi bisogni pio.
Sa che ’l valor di Laco a nessun cede
e ch’ogni cavalier con lui par rio,
e che non trenta pur ma d’altri molti
avria con la sua forza in fuga volti.

7Fermasi l’uno a l’altro parimente,
l’un guarda intorno e pensa, l’altro tace;
quel cerca sopra gli altri esser vincente,
quest’altro sopra a lui disegno tace.
Pur Giron, simulando et al presente
«Perché quinci arrestar, signor, vi piace? ».
«Per far quel ch’io v’ho detto, e qui si deve
la pruova far che non fia forse lève»,

8gli risponde il buon Laco, e l’altro dice:
«Ancor più voglio aprir il mio pensiero:
venuto io sono in questa aspra pendice
con voi, signor, ma s’egli avvien mestiero
della mia spada a far il fin felice
della vostra avventura, a dirvi il vero,
in aiuto già mai per voi non fia
ma che ’ncontra venisse esser porria.

9Questo dico io perché sol da voi stesso
cerchiate aiuto, e non da quel ch’io vaglia,
né possiate di me dolerve appresso
s’io volessi con voi, forse, battaglia».
«Io non mi sono in voi sperando messo
in questa impresa, e se di voi mi caglia
vedetel» disse il greco «ch’io vi giuro
che d’avervi all’incontro anco non curo».

10Mentre che stan così, veggion venire
sei scudier che spronando innanzi vanno;
gli conobbe Girone all’apparire
che son quei che ’n Maloalto stanno.
Comincia il geco assai cortese a dire:
«Dio vi guardi, signor, d’onta e di danno;
dite come il signor vostro si chiama».
«Di Maloalto l’onorata dama»,

11rispose l’un di loro, et ei replica:
«Ben ne potete gir far gli altri alteri:
di più gran donna e di virtude amica
sète ch’avesse mai nulli scudieri.
Or dove si trova ella un di voi dica».
«Qui ben vicina fu questi sentieri»
gli afferma il primo, «e poco attenderete,
che come ci siam noi vicin l’avrete».

12«Come vien riccamente accompagnata»
domanda ancor, e l’altro pur rispose:
«Sì ben come regina alta e pregiata
c’ha da sessanta oneste e generose
donne, e poi seco bella schiera armata
di duci e cavalier d’opre famose,
tra i quai son venti ch’oggi porrieno
mille nemici lor tenere a freno».

13Quando ode tutto questo il capo abbassa
il dubbio greco, e nel suo cor ragiona:
– Questa avventura le mie forze passa,
né vincer la porria mortal persona -.
Pentesi or quasi e di tentar la lassa,
ma l’animoso Amor dentro gli suona
nobilissime voci, e dice: «Come
temi meco portar si lèvi some?

14Non sai tu ben ancor ch’amorosa ama
vola di sopra il ciel, né teme Giove?
Non sai ch’a quella man do sempre palma
che meco vien nell’incredibil pruove?
Non sai che leggierissima la salma
sopra il mio dorso che par grave altrove?
Tenta, fuor di ragion, ch’al troppo audace
più ch’al saggio e ’l miglior do gloria e pace.

15Non può vostro intelletto o ingegno umano
comprender l’opre ch’io conduco a fine:
non può termine aver dannoso o vano
chi segue l’orme mie sacre e divine.
Vesti d ispeme il cor, muovi la mano,
che di aragno farò l’arme più fine;
farò ch’un Mongibel sia la tua forza,
l’altra d’un pomo vil negletta scorza.

16Or ti sovvegna quel che già facesti
contra Uter Pandragone e tanti suoi,
allor ch’io fei che quei begli occhi onesti
ti guadagnasti e fur poi sempre tuoi.
Or perché indietro della impresa resti
se pur siam quei medesmi ambe due noi?
Tu sei pur il re Laco, io sono Amore,
l’arme hai l’istesse et io l’istesso ardore.

17E se questa non è l’istessa donna
non ti sgomenti ciò, ché forse è meglio:
simil mai di costei non vestì gonna
che di te beltade e di virtude speglio.
L’invitto tuo valor che pigro assonna
risurga omai, che di mia man lo sveglio;
apparecchiati all’arme che s’appressa
la tua ricchezza e la mia gloria espressa».

18Mentre così fra sé parla e risolve,
il cortese Giron di tutto chiaro
già la crucciosa mente intorno volve
e tien inverso il greco animo amaro.
A lui, che ’l pregia come fumo e polve,
dice: «Or son certo che ’l periglio raro
che intraprender volete è questo solo,
di cui n’avrete pentimento e duolo,

19ché se pur vincerete,, che no ’l credo,
la compagnia che vien, et io ci resto,
che per conto nessun a voi la cedo
ma vi sarò quanto potrò molesto».
«E che così mi vada tel concedo,»
rispose Laco «e che sarà per questo?
Di te farò, se men darai cagione,
come di me quel dì fece Girone».

20«E s’esser dèe così» l’altro dicea
«ché non provate or prima la mia lancia?
E s’ella fia come credete rea
pigliatela con l’altre a scherno e ciancia,
ma se reggesse pur, come solea,
non turberete la vermiglia guancia
della donna bellissima e de i suoi
per a me che son qui lassarla poi.

21E mi par che ciò sia vostro avvantaggio,
più tosto pria che quando fuste stanco,
et io, che pur di voi giusta tema aggio,
sarò contento affaticarvi manco».
Come s’ei fusse stato men che saggio
l’ascolta il greco, e pur gli risponde anco:
«Non più; per valentissimo vi tegno,
ma per or di combatter non mi degno».

22Così parlan tra loro, e lunge appare
polvere estrema che si leva in alto.
Disse Giron: «Tosto potrem contare
d chi la donna sia di Maloalto».
A i due rivali in petto non pò stare
più fermo il cor, che gir vorria d’un salto
a presentarse a i due begli occhi, i quali
gli hanno impiagati di percosse eguali.

23Ecco arrivar la nobil compagnia:
dodici cavalier tenan la fronte,
poi dolcissima schiera gli seguia
di donne e di donzelle ornate e conte.
Appresso a lor la stella che faria
oscuro il sol quando più in alto monte;
due dame antiche e di più illustre pregio
le fanno intorno uno onorato fregio.

24Indi vien dietro il resto della torma
de i rari cavalier ch’ella avea seco.
Lassa tutto passar né muove un’orma
fin che lei vede il valoroso greco;
poscia sprona il corsiero e cangia forma,
e grida: «O cavalier, prendete meco
mortal battaglia, o ciaschedun mi ceda
la ricca, altera et onorata preda».

25E corre incontro al primo così forte
che ’l fece riversar fuor dell’arcione;
va sul secondo e come il primo a morte
convien che vada, e ’l secolo abbandoni.
Conduce il terzo alla medesma sorte,
poi che al lancia è volta in due tronconi;
sprona in mezzo alla pressa e con la spada
si fa far ampia e ben sicura strada.

26Né mancan del dever gli aspri avversari,
ma gli fan con le lance cerchio intorno,
fangli spesso i suoi colpi costar cari,
e girargli la testa come un torno.
Ma quel, ch’avanza i più famosi e rari
ben il mostrò nel periglioso giorno,
che co ’l caldo d’Amor faceva pruove
ch’avanzàr le memorie antiche e nuove.

27E si truova otto, dieci e più tal volta
lance a lui sopra in un medesmo punto;
quel getta in basso e questo mette in volta
con l’urto del cavallo, altri ha disgiunto
a questo il braccio, a quel la testa tolta,
questi nel fianco e quel nel petto ha punto,
questo arriva in cammin, da quel si scuote,
si ricuopre or da questo, or quel percuote.

28Poi che sono i miglior già morti in terra,
molti feriti ancor, molti altri a piede,
quei che furo i peggior lassan la guerra,
e ciascuno al suo scampo omai provvede.
La femminile schiera fugge et erra,
e spaventata al ciel soccorso chiede,
piange, grida, si batte, graffia e straccia
il seno, il collo, i crin, gli occhi e la faccia.

29Resta la bella donna adunque sola,
fuor che di quei che son feriti e morti.
Tanto ha dolor che non può trar parola,
né lagrime o sospir formare scorti.
Biasma la sua fortuna che le invola
tutte l’aiute sue, tutti i conforti,
e chiama nel suo cor tristo e smarrito
or i suo caro amante or il marito,

30dicendo: «O coppia amata, un sol di voi
ma pur l’un più che l’altro chiamerei,
che or dal guerriero e da gli assalti suoi
tutto in un punto libera sarei».
In questo arriva il greco e dice: «Poi
ch’egli è stato piacer de gli alti dèi,
nobilissima donna, non vi sia
grave, io vi prego, di restarvi mia.

31Voi avete veduto il gran periglio
e ’l gran travaglio c’ho per voi sofferto,
ma l’aiuto d’Amor, l’alto consiglio
m’ha lo stretto cammin di gloria aperto;
e se fusse il terren molle e vermiglio
del sangue proprio, poi che sète il merto
non mi dorria, ch’ella è più che appagata
la pena mia d’avervi guadagnata.

32Non vi incresca, Madonna, di seguire
un vostro servo d’umiltà ripieno
e meco in altra parte oggi venire
disgiunta dal natio vostro terreno».
Quando la miserella ode il suo dire
d’amarissime lagrime empie il seno,
e con voce piangente e con gran core
magnanima risponde in tal tenore:

33«Se voi sète baron d’alta prodezza
e più che tutti i mei valete in arme,
non è giusto perciò che questa asprezza
e questa crudeltà vogliate usarme.
Non è gran cavalier chi di fierezza
e d’oltraggioso ardir non si disarme;
colui ch’è forte e che ’l mal far gli aggrada
è, più che buon guerrier, ladron di strada.

34Ma pensar non potrei che campion tale
qual io veduto v’ho con l’arme in mano
possa peccato aver più che mortale
e che dal vero onor sia sì lontano.
D’una fera selvaggio vive eguale
colui c’ha il braccio forte e ’l cor villano;
non vogliate macchiar il ben che ho visto
con l’oprar empio, scellerato e tristo.

35Poscia io ho tanti servi e tale sposo
che solo in ciel sareste voi sicuro,
il qual per vendicarmi sarebbe oso
d’andar nel foco o nell’abisso oscuro.
E ben che io so che a voi, signor famoso,
non faria tema chi governa Arturo,
dovreste riguardar che sì grande opra
un sì basso desir guasti e ricuopra.

36E s’egli è ver che tanto ben mi amate,
donate il prezzo a me del sudor vostro,
senza contesa omai mi rimenate
ov’io lieta men giva al nido nostro.
ivi scolpir farò per lunga etate
in saldo marmo, in immortale inchiostro:
«Contra molti guerrier la spada strinse
chi quegli, Amore, e se medesmo vinse».

37Questo è il supremo onor, questa è la gloria
propria dell’uom che ci può far divini.
Troppo fuggir si dèe quella vittoria
che fa danno a i lontan, nuoce a i vicini,
e quando gli ritorni alla memoria
di vergogna e di duol la testa inchini.
Servate a dunque con dovuto zelo
l’onor del mondo e ’l pio voler del Cielo».

38Il valoroso greco, a cui natura
avea più dato ardore, ardire e forza
che discrezione o legge, la scrittura,
né scorge a dentro e guarda fuor la scorza,
le risponde: «Madonna, io non ho cura
se non di quel che mi conduce e sforza;
dico d’Amor, che senza senno e cieco
vuol che a dritto o ragion vegnate meco.

39Perciò senz’altro affanno e senza pianto
seguite ove vi spinge alto destino,
benché io vi adduca meco in altro canto
e ’n paese lontano e peregrino;
voi padrona sarete, io servo, quanto
mi terrà il Ciel in questo uman confino.
Non temete di forza, e mi fia assai
voi rimirar e i vostri ardenti rai».

40Che direm di Giron?, che dall’un lato
sta contemplando e quando tutto vede
l’altere pruove il più meravigliato
resta del mondo e quasi non lo crede.
Poi si ripente aver tanto indugiato
a dar soccorso a chi l’annoda e fiede,
e sì alta pietà per lei l’afferra
che quasi di dolor caduto è a terra.

41Pur se stesso e ’l valor in un raccoglie,
si guarda intorno e si racconcia in sella;
esamina il poter, cresce el voglie
di vendicar colei che in cor l’appella.
S’appressa ardito e la parola scioglie
d’ardir ripiena e di timor rubella:
«Troppo presso, signor, sète a costei,
né voi né maggior uom degno è di lei.

42Or lassa tela a me se non vi è caro
più che l’onor e ’l viver la follia».
L’altro il riguarda, e tienne conto al paro
d’un uom che ’n tutto fuor del senno sia.
La bella donna, d’intelletto raro
più che alcuna che fusse o poscia o pria,
e che avea sempre nella mente amore
ben conobbe il guerrier d’alto valore.

43Ben conobbe Giron, che innanzi gli era
la notte e ’l dì, quantunque ei fusse altrove.
Parvegli aver de gli Angioli una schiera
che le mandasse il sacro santo Giove;
allor con voce signorile altera
il crudo cavalier da sé rimuove:
«State» disse «lontan, che noi non sète
degno di me, né dell’onor ch’avete.

44So che con voi non mi terrete, omai
tal difensor per me l’impresa toglie,
e se non mi lassate eterni guai
tosto n’averete, credo, e mortai doglie.
Questo val più che tutti quelli assai
e tutte le virtù nel sen raccoglie:
se non volete aver vergogna o morte
non tentate con lui novella sorte».

45Il re Laco rispose: «o donna altera,
se mettete in costui vostra speranza
ne sarete ingannata innanzi sera,
ché più che ’l senno la follia gli avanza.
Ben par membruto et ha sembianza fera,
ma gli manca voler, cuore e possanza,
e se voi ’l conoscete ben, come io,
il terreste guerrier fallito e rio».

46Ma il cortese Giron, mentre ch’ei dice,
«Lassate omai la bella donna andare,
se non ch’io vi farò tristo e ’nfelice,
codardo e vile e diventar mio pare»,
minaccioso gli replica, e vittrice
mostra la man che ’l deve gastigare,
e nel mezzo al cammin spinge il cavallo
per emendar con l’arme ogni suo fallo.

47Quando il greco alla fin che fa da vero
vede Girone e che ubbidir non vuole,
comincia: «O folle, tristo cavaliero,
ove non può giovar le mie parole
e che l’arme adoprar sarà mestiero,
farò qual s’uno agnello il lupo suole,
e sfogherò vêr voi tale ogni sdegno
ch’eternamente poi n’avrete il segno».

48«Or sappiate» Giron risponde allora
«che s’io son folle, io vi farò ben certo
ch’assai voi più di me ciò sète ancora,
e mostrerollo a tutto il mondo aperto».
Lassa Laco la donna e se ne accora
che ’l menarne il suo ben gli sia differto,
e gli dice: «Invidioso e mal creato,
pur di nuocervi al fin sarò sforzato.

49E so ben che mi fia biasmo e vergogna
di prender or quistion con pari a voi,
ma vilissimo verme anco bisogna
premer talor quando soverchio annoi».
«Ah,» risponde il Cortese «a me bisogna
la scusa far di quel che fia tra noi,
che travagliato sète, io fresco sono
tal che a me stesso a pena mi perdono.

50Ma vi assicuro ben che s’ei non fosse
che io non vi vo’ lassar sì degna preda,
non avrei di giostrar parole mosse
fin che la forza in voi salda non rieda.
Pur tutte cerimonia omai rimosse
o convien che la donna mi si ceda,
o che voi così stanco, io così folle
facciam questo terren da sangue molle.

Girone batte Laco e entra nella selva con la moglie di Danaino: si fermano ad un fonte e si svelano il reciproco amore (51-104)

51l’altro, che vede al fin voglia o non voglia
che gli convien passar questa avventura,
acceso tutto di furore e doglia
trae fuor la spada, né di lancia ha cura;
e con quella fierezza che mai soglia
pardo assalir un cervo alla pastura,
o contro una cicogna irato drago
ne va verso Giron di sangue vago.

52Il qual, quando vêr lui vede che viene,
si scosta al quanto e via la lancia getta,
ch’a cavaliero errante non conviene
cercar vantaggio, e tira il brando in fretta,
e con tutto il poter ferì sì bene
l’elmo, che simil colpo non si aspetta,
che l’ingannato greco, e ’n vero stanco,
per l’estrema gravezza si vien manco.

53Né poté far che sopra il primo arcione
non cadesse già vinto a capo basso;
la spada, per soverchia stordigione,
gli uscì dal pugno intormentito e lasso.
Non si ritien per questo il gran Girone,
s’avventa e, dopo orribile fracasso,
con ambe mani all’elmo poi l’afferra
e con sommo suo mal lo scaglia a terra.

54E lo scagliò sì forte e sì lontano
e con tanto corruccio e con tant’ira
come talor veggiam stanco villano
che dorme all’ombra ove Favonio spira
gettar lunge da sé vespa o tafano
che l’ha svegliato e ’ntorno se gli aggira,
poi che improvisamente il sopraggiunge
mentre esso il pugno ancor gli fiede e punge.

55Diè sì gran colpo il greco tramortito
ch’ei non si rimutò dopo grand’ora.
Giron, poscia che ’l vede a tal partito,
alla donna gentil che l’innamora
addrizza il passo, e con parlar gradito
dice: «O signora mia, poi che siam fuora,
la Dio mercé, di quel che ne ’mpedia,
comandi ov’ella vuol prender sua via.

56Et ella, ch’era in sé tanto gioiosa
che d’esser desta non si crede a pena,
lui guarda solo e di parlar non osa,
sta di dolcezza e maraviglia piena;
infin che ’l suo Giron la faccia ascosa
dell’elmo scuopre e mostra la serena
vista, ch’ella ama più, più onora e cole
che i nudi prati dopo verno il sole.

57Allor riprende, dopo alquanto, ardire,
e gli dice: «Signor, che sète speglio
di bontà, di virtù, d’alto desire,
e di quanto è miglior la cima e ’l meglio,
perdon vi chieggio s’io non posso dire,
ch’io non son certa ancor s’io dormo o veglio,
e ’l timor vecchio e la novella gioia
cagion son quasi che vivendo muoia.

58Ma s’io no ’l so narrar, non resta in core
ch’io non pensi e non sappia quanto io deggio
al vostro famosissimo valore;
e grazia al Ciel divotamente chieggio
che vi faccia saper che con l’amore,
se non con l’opre, supero e pareggio
quell’alte obligazion ch’io riconosco
ora e mille anni son di tener vosco.

59Rimasa sola son, come vedete,
le donne e i cavalier fuggiti e morti.
Voi la salute e la mia guida sète,
voi sol che mi riconsoli e conforti.
Ma poi che ’l meglio e ’l più condotto avete,
so che farem per dal Cielo scorti
infin che arriveremo a salvamento
al nostro desiato alloggiamento».

60Le rispose Giron: «Or non vi caglia
che sì lunge non è la compagnia
che tosto non l’aggiam per la boscaglia
ove più dritto il cammin nostro sia».
Poi, perché Amore i sensi abbarbaglia,
senza più oltra dir si mette in via,
ella il segue e lì sol lascian stare
il re Laco meschin che morto pare.

61Come la donna sola si ritruova
con quel che l’ama più che ’l proprio core,
il vento de i sospir, di pianto piova
cangia in lieti pensier di antico amore.
Va misurando la mirabil pruova
del suo bel servo e l’acquistato onore,
l’è passato il dolor, l’avuta tema,
e di vera dolcezza or suda or trema.

62E rende grazie umilemente al Cielo
che dopo tal disgrazia ha tal ventura;
poi lui riguarda e con ardente zelo
loda i begli atti, i modi e la figura.
Più bel le sembra che ’l signor di Delo,
e che ’l feroce Dio che l’arme cura
e valoroso il chiama, forte e saggio
come Nettuno e Giove e d’avvantaggio.

63Anzi le par ch’ogni divina forza
per avanzar se stessa si ponesse
a far più rara et onorata scorza
ove il spirto miglior all’ombra stesse;
in cui cosa mortal mai non ammorza
l’alta virtù ch’al nascer suo gli impresse,
e chi vuol dir valor, gloria e ragione,
cortesia, grazia, onor dica: Girone.

64Or si truova ella al più richiesto loco
in più bella stagion e commoda ora,
da ritentar se ’l suo soverchio foco
si potesse acquetar con più fresca ôra.
Pensa fra sé di cominciar per gioco
e seguir poi secondo che vien fuora
dolce o cruda risposta, e che le insegni
Amor ch’affina i più selvaggi ingegni.

65Quasi vuol dire, e si ripente poi
e pensa d’aspettar a notte bruna
ove si ardisce più ne i desir suoi
non vista in viso da persona alcuna.
Poi replica: «Chi sa s’oggi fra noi
metta altro impaccio l’invida fortuna?
Chi ha tempo e l’attende è sciocco e stolto,
ché perde il poco e non ritrova il molto.

66Il meglio è pur parlar, ma s’ei risponde
come altra volta, già che farò io?
Pria tra Scilla e Cariddi in le crude onde
o nel foco perir mi faccia Dio,
ch’io quel cor turbi ove ogni bene infonde
l’immortal Padre, fuor che l’esser pio,
e ch’io gli dia cagion che ’n sé mi chiame
tralle impudiche donne la più infame.

67Tacciamo adunque, ma se certa sono
che ’l mio silenzio mi conduce a morte;
seguane pur, che vuol non saria buono
cercar per scampo suo più dolce sorte?
E s’io me stessa all’ultimo abbandono
chi verrà che m’aiute e mi conforte?
Forse non fia crudel, com’è già stato,
ch’ogni cosa mortal cangia suo stato».

68Ma la donnesca e nobile vergogna
le ritoe della lingua la parola.
Vien quale infermo che vegliando sogna
né di donna ha, se non l’immagin sola,
il resto ha pietra; e dove più bisogna
aver ardir Amor tutto l’invola.
Va muta e senza senso, e ’l viso smorto
che ben se ne sarebbe ogni altro accorto.

69Ma il cortese Giron, che colmo il seno
avea d’alti pensier non se ne accorge,
che da i dubbi medesimi, non meno
che a lei, cade or l’ardir or gli risorge.
Tien gli occhi fissi al florido terreno,
nulla il misero sente e nulla scorge,
se non che come Amor muove il suo impero
va cangiando co ’l cor voglia e pensiero.

70E dice pur ch’al mondo mai non nacque
più bella di costei, leggiadra e vaga,
e non è maraviglia s’a lui piacque,
e di lei chi la guarde Amor impiaga,
ché può i monti far gir e fermar l’acque
più che Circe o Medea con l’arte maga,
co i suoi dolci atti e con la chiara luce
ch’ogni splendor del cielo in terra adduce.

71E poi se stesso il misero riprende,
che gir tanta ventura lassa in vano,
e che ’l sommo diletto non si prende
ch’Amor gli ha messo in grembo di sua mano.
Or si raffrena tutto or si raccende,
or va presso al dever or va lontano,
or contro a lei si cruccia e tutto nega,
or fa seco la pace or la riprega.

72Pur si sveglia il valor e dice: «Come
vuoi far al tuo compagno oltraggio tale,
et imporre al suo onor sì gravi some,
anzi al tuo proprio, ove pentir non vale?
S’ella ha il bel volto e le dorate chiome
il portamento alla Ciprigna eguale,
s’ella ti strugge il cor, se in preda l’hai
quanto più te ne astien, più gloria avrai.

73Non sai tu ben che non può far bell’opra
mai più colui che simil fallo feo,
ché l’atra conscienza ha sempre sopra
che gli dice villano, infido e reo?
Prima questo terren vivo mi cuopra
o ’l Ciel m’ancida come Capaneo
ch’io acconsenta pur con l’alma sola
quel ch’ogni pregio a chi più ’l brama invola.

74Confesso ben che se venisse ancora
come altra volta a domandarmi aita,
non sarei sì severo, come allora,
in denegarmi a cosa sì gradita,
ché troppo micidiale et empio fora
chi tormentasse, ohimè, sì chiara vita,
e forse anco scusato ne sarei
da i più giusti tra gli uomini e gli dèi.

75Ché saper ben no ’l può se non chi ’l pruova
quanto di nobil donna ponno i preghi,
che bella bocca ornatamente muova
e sospirando sue ragioni alleghi.
Qual scoglio d’adamante si ritruova
che non arda all’udir non pur si pieghi?
Massime essendo soli e ’n mezzo un bosco,
tra fiori, arbori e fronde all’aere fosco.

76Com’or lasso sono io, che veggio bene
scender veloce il sol verso l’Occaso,
nessun de i suoi per ritrovarla viene
ove scorta e signor le son rimaso,
e penso che restar qui ci conviene
fuor d’ogni albergo ove ci porta il caso,
di che mi doglio e mi rallegro in parte
qual uom che brama e dal dever si parte».

77Ma la donna, ch’amor più forte punge
e che men sa resistere alla voglia,
mentre che l’altro con ragion si aggiunge
e quanto puote i desir torti spoglia,
il richiede a che pensi, e poi soggiunge:
«Qual vi fère oggi il cor novella doglia?
E perch’io so come il silenzio aggreva
e ’l dolce ragionar l’alme rileva,

78e fa il camin parer più piano e corto
e ch’egli è la lettica più soave,
s’io vi domando, o cavaliero accorto,
di tornarmi risposta non vi grave:
chi guida l’uom più presto e meglio scorto
al valor vero che ’l cor nobil have
per proprio oggetto et a prodezza d’arme,
virtù che ’n voi veder divine parme?».

79Tosto risponde il buon Giron cortese,
che vede al suo desir materia certa:
«Amore è quel che all’onorate imprese
accinge l’uomo e la sassosa et erta
montagna un erbosissimo paese
piano e campagna facile et aperta
ne mostra al mondo, e fa che notte e giorno
d’ogni altera virtù si faccia adorno.

80D’un vil cervo un leon può fare Amore,
può far fino oro dell’abbietto loto,
può sopra il maggior ciel portare un core
che per sé nasca d’alto desir vòto;
accende cortesia, spegne furore,
di buon nome e di gloria il fa divoto.
In somma io dico ch’amorosa sorte
è vita d’ogni ben, d’ogni mal morte».

81«Molto è possente dio per quel ch’io intendo,
da voi,» dice la donna «e ’l credo ancora».
Le seguita il baron: «Da me ’l comprendo,
che s’io feci opra di valor talora
alle sue fiamme sol grazie ne rendo,
et al poter ch’ascoso in lui dimora,
e tanti cavalier c’han fatto e fanno
sì chiare cose a lui la gloria danno.

82E chi, se non Amor, condotto avrebbe
quel nobile guerriero a tale impresa,
che scacciò i vostri e voi per sua terrebbe
se da me non giungea tosto difesa?
Esso l’ardor, l’industria e la forza ebbe
da quel che vince ogni uom senza contesa.
E per narrarvi il ver senz’il suo aiuto
non l’avrei, credo, anch’io così battuto.

83Ma sentii quel fanciul cieco et alato
che ’l braccio mi levava e spingea il brando,
e ’n pochi colpi lui gettò sul prato
e voi mi diede, e tolse al suo comando».
«Come» disse la donna «innamorato
adunque sète a quel ch’io vo pensando?».
«Sì (rispose Girone) e non per gioco
ch’altro non fugia mai più ardente foco.

84E vi assicuro ben che ’l più felice
mi tengo del mio amor ch’ogni altro mai,
perch’una luce angelica beatrice
tutta composta di celesti rai,
m’abbaglia e pasce, rende vincitrice
questa mia man da poi ch’io l’adorai,
e pur la pruova ancor ven ho dimostra
oggi, et ier prima al torneamento e ’n giostra.

85Onde Amor prima e la mia donna poi
di quanto acquisto onor ringrazio e lodo,
e pur ch’io sia davanti a gli occhi suoi
in tormento, in dolor, in morte godo;
né sento cosa in me che l’alma annoi
come io chiamo il suo nome o chiamar l’odo,
e non mi resta al mondo altro desire
che lei sempre amare e ben servire».

86La innamorata donna quando sente
quel ch’è suo sommo ben parlar cotale,
ben si pensa ella e crede veramente
d’esser colei per cui dice esser tale.
Pur far non può che nell’accesa mente
non passi a dentro alcun geloso strale,
ché se ben così bella esser si vede,
ciò che troppo si brama mal si crede.

87E tinta in volto di vergogna e tema,
con amoroso sguardo e dolce riso,
«Ben ha» disse «avventura e grazia e estrema
colei ch’è in terra il vostro paradiso,
e se vi dà cagion che duol vi prema
troppo d’ogni ragione ha il cor diviso,
e veramente uscir d tigre o d’orso
chi vi negasse mai pace o soccorso.

88E vi prego, signor, che non vi spiaccia
dirmi chi sia costei che sì pregiate».
«Quel ch’a voi piace a me convien che piaccia,
e vi rispondo a quel ch domandate,
ché costei che ad ognior m’arde e m’agghiaccia
di virtù fonte, specchio di beltate,
chiaro sol di bontà, d’onor colonna
è dea sopra le dèe, non mortal donna.

89Né fu mai cavalier che tanto amasse
com’io fo questa e l’amerò mai sempre»,
così dicea Giron, tenendo basse
le luci a terra in vergognosa tempre.
Poi con le voci assai tremanti e lasse,
come chi di timor e duol si stempre,
ma sciogliendo la lingua al fin soggiunse:
«Voi sète quella che mi punge e punse».

90E volea più seguir, ma non potea;
et ella di color fatta di foco,
con tanta gioia in cor che non capea
pur in se stessa e non ritruova loco,
dopo un alto sospir gli rispondea:
«Se non ch’io penso che ’l diciate in gioco
e per forse tentar i pensier miei,
so ben potendo quel ch’io vi direi;

91ma non so già perché a schernir prendete
chi vi onora, chi v’ama, adora e cole.
E che questo sia ver coi vel sapete
per le mie proprie e per l’altrui parole,
che s’io bevessi mille volte a Lete
vi vorrei sempre per mio duce e sole,
né vi potrei mai metter in oblio,
ché così vuole Amor e ’l destin mio.

92Per rifiutarme ancor la terza volta
questo mi dite, e torto ve ne assegno,
ché, se ben mostro aver la mente stolta
in amar uom che d’una dea sia degno,
sia la giusta ira vostra in pietà volta
vinca il mio buon voler il vostro sdegno,
riguardate il mio cor che aperto mostro
e non l’alto valor e ’l merto vostro.

93Lo schernir una inferma e semplicetta
e che viver non può non è gran lode,
al più gran cavalier ch’elmo si metta
e ch’ama il vero onor, fugge la frode.
Piove dal Ciel al fin giusta vendetta
sopra chi troppo d’altrui mal si gode;
or vi basti, vi prego, il duol ch’io sento
senza accrescer più l’esca al mio tormento.

94 E se prigion per altra vi sentite,
parlerò contro a me per vostro bene:
sien el voglie di voi tutte compite,
né vi possa mai dar travagli o pene;
sia tal qual io sarei, che mille vite
e mille poi s’al piacer vostro viene
spenderei certo, e per voi d’esse priva
mi terrei più che mai contenta e viva.

95Non potrei creder ben ch’a voi piacesse
sì forte quel che tanto già vi spiacque,
né che ’l cor vostro d’una fiamma ardesse
che di vederla in altri non vi nacque.
Pur se ’l proverbio qui suo luogo avesse,
che ’n alto vola il foco, in basso l’acque,
e ’n generoso spirto Amor fa stanza,
prender potrei di voi qualche speranza».

96Quando l’ode Giron, turbato tutto
alla donna chiarissima ha risposto:
«Io vi confesso e non co ’l volto asciutto
che io ho fallito e che venuta è tosto
la penitenza, che ’n dolore e lutto
converso m’have, e son più che disposto
di portarne or la pena ch’a voi piace
pur che perder non sia la vostra pace.

97E se per vostro umil buon cavaliero
mi volete accettar, vi do la fede
di sempre esser leal, puro e sincero
qual conviene a beltà ch’ogni altra escede.
Voi sola il freno e ’l soprastante impero
di me terrete, e d’altr mai mercede
non mi vedrete, o donna, esser avaro,
se non che ’l mio servir non sia discaro».

98Or se la innamorata di buon zelo
il prendesse in suo cor pensil chi brama;
ella non porta invidia a Giove in Cielo,
Amor ringrazia e sé beata chiama;
non cura or più chi mortal aggia il velo,
possedendo un guerrier di tanta fama.
Ella il riguarda fiso e dolcemente
con atti e con parole gli consente.

99Qui va tacendo l’una e l’altra parte,
godendo seco in sen la grazia avuta,
trova angusto il sentier che si diparte
dalla strada maggior e ’l cammin muta
Giron, che il riconosce con bell’arte;
s’invia per esso, e lei pensosa e muta,
che non conoscer finge, ad una fonte
conduce ove adombrava un picciol monte,

100ch’ad un prato verdissimo fa spalle
ma cinto intorno di frondose piante
che faceano amenissima una valle
che ’n Cipro avanzerebbe tutte quante.
Le violette perse, bianche e gialle
il più rozzo pastor farieno amante,
il vago cristallin delle fresche onde
fiamme amorose sotto il ghiaccio asconde.

101Lì comincia Giron: «Io son sì lasso
del travaglio di ier, donna gradita,
ch’io mi sento di forze vinto e casso
s’a sì bell’ombra, ch’a posar n’invita,
non fermo alquanto il faticato passo
per dar ristoro all’affannosa vita,
e con queste onde trar l’estiva sete
s’a voi non spiace, che patrona sète».

102Et ella, che pregato ne l’avrebbe
s’avesse avuto di pregarlo ardire,
disse ch’a lei gran commodo sarebbe
ch’egli adempiesse sempre ogni desire.
Dismonta tosto adunque e poi ch’egli ebbe
il corsier messo ove non può fuggire,
il caro incarco della donna prende
e sopra l’erba da caval la scende.

103Trattosi l’elmo, poi lo scudo, e quello
e la lancia vicino alla fontana
alluoga sopra un commodo arboscello;
ma la spada non vuol da sé lontana,
ch’Ettor il Brun ch’amò più che fratello,
gliel’avea data, e di tempra è sovrana,
e più cara gli fu che ’l core stesso:
in disparte la pon che sia più presso.

104E per adempir poi l’empio concetto
che illegittimo Amor gli ha posto all’alma,
alle gambe, alle braccia, a i fianchi, al petto
con fretta scarca la ferrata salma,
et a cercar non lecito diletto
per mare ontoso la barchetta spalma,
né del compagno, né del vero bene,
né del proprio dever più gli sovviene.

Girone si ravvede grazie a un’iscrizione sulla propria spada, e per il dispiacere tenta di suicidarsi, ferendosi gravemente (105-139)

105E mentre ch’è già tutto apparecchiato
per gir ove la donna ha volto il piede,
cader la lancia ch’era da quel lato
sopra il suo brando rovinosa vede,
ch’alle sponde del fonte era appoggiato;
il qual dal greve colpo che lo fiede
senza ritegno aver va giù nell’onde,
e nel profondo sen tutto s’asconde.

106Là corre il cavalier e quel ripesca,
il me’ che può dopo fatica molta,
del foder trarlo per veder s’egli esca
facile ancora, sotto sopra il volta;
l’asciuga e netta, che ’l suo mal non cresca,
dal capo al piede, e non pur una volta.
E ’n questo ch’ei l’esamina e procura
a lettre che vi son mette più cura.

107Avea fatto intagliar sopra la lama
l’invitto cavalier Ettore il Bruno:
LEALTÀ RECA ONOR, VITTORIA E FAMA,
FALSITADE ONTA E DUOL DONA A CIASCUNO.
Il buon guerrier, che ’l vero ben sol ama,
e ch’oltraggio ancor mai fece a nessuno,
e che in mille sventure era ricorso
all’onorato scritto per soccorso,

108come se non l’avesse lette o viste
le riguarda sovente e le rilegge,
e con parole sbigottite e triste
la mala intenzion sua ricorregge.
«Sconce voglie d’amor, come veniste
contra ogni mio dover, contra ogni legge
a macchiar questo cor ch’io son sicuro
ch’è stato in fino a qui candido e puro?»,

109dicea cruccioso, «e come potrò mai
tra i cavalieri erranti comparire,
s’a chi mi onora più d’ogni altro assai
or procaccio disnor co ’l mio fallire?
s’a chi cerca il mio bene io dono guai?
se chi sol crede a me penso tradire?
s’a chi m’è liberal sono empio ladro?
s’al più candido cor son scuro et adro?

110Come potrò più dritta sostenere
la spada in man dopo sì acerbo fallo?
Come potrò tra le nemiche schiere
bassar la lancia e spingere il cavallo?
Ben fur dolente augurio l’arme nere
ch’io portai nell’esercito norgallo,
che mostràr che per me sepulta sia,
spenta e dannata la cavalleria.

111Che poca occasion, che piacer breve
corrompe, ahi lasso, un’onorata vita?
Nessun fidarse in se medesmo deve
se da Dio non gli vien sicura aita?
Sol in un punto come al luglio neve
ogni gloria ch’avea veggio sparita,
ma così vuol il Ciel perch’io m’avveggia
ch’uom che non va con lui sogna e vaneggia».

112E con questi pensier lasso si asside
fra i verdi cespi e ben vicino all’onde.
La bella donna, che da lunge il vide,
però ch’Amor nulla i suoi servi asconde,
ben un nuovo accidente in lui s’avvide
ch’avea la mente disviata altronde,
ch’al tornar verso lei dove l’aspetta
or perde il tempo e prima avea tal fretta.

113E con quelle dolcissime parole
e più cari sembianti ch’ella puote
gli dice: «O signor mio, che cagion vuole
che cangiate così pensieri e note?
Perché lieto non sète come suole
chi sia più in alto all’amorose rote?
Non vi incresca, vi prego, il far risposta»;
e così più vicina se gli accosta.

114Ei s’allontana allora, e dice: «Come
mi domandate voi che duolo io sento?
che l’alma trema e s’arriccian le chiome
pensando meco al grave mancamento
ch’io m’apprestava a far, e l’empie some
d’onta, di mal voler, di tradimento
sopra il cor disleale io mi recava
s’al gran bisogno il Ciel non mi aiutava.

115Ma se ’l fatto non, ci è l’intenzione,
e ’l torto mio disegno mi condanna
ch’io non deggia più viver a ragione
se ’l già chiaro veder il senso appanna.
Io non son più quel già fedel Girone
che solo in dritto e ’n cortesia s’affanna;
io son un scelerato, c’ho ingannato
il miglior cavalier che vada armato.

116E quel che per non fare a me disnore
mille aspre morti sopportar vorria,
io per breve piacer ripien d’orrore
cerco a lui far gran danno e villania.
Io non viverò più, finischin l’ore
c’han qui condotta questa vita ria,
e di me prenderò quella vendetta
ch’a prender d’altri al mio dever s’aspetta».

117E mentre così parla a lei non guarda,
ma nella spada sua ferma la vista,
che luce come fiamma che a notte arda
la più bella e miglior che mai fu vista.
Poi, con voce tremante, all’uscir tarda,
roca, dogliosa, disdegnosa e trista
pensando al caso suo crudo e ’nfelice
con lei sfoga la colpa e così dice:

118«Cara mia spada, e mentre che ’l Ciel volse
celebrata fra l’altre in ogni parte,
quante vittorie e quante palme colse
teco il guerrier nomato in mille carte?,
quel che tanto valor in sé raccolse
che già fu detto il successor di Marte,
di bontà specchio e di fortezza torre,
più generoso e buon dell’alto Ettorre?

119Quanto più degna e più pregiata mano
fu quella che degnò darmiti in dono:
ma i non fece atto da guerrier villano,
né fu mai nel peccato ove oggi sono;
ché dal dritto cammin vo’ sì lontano,
ferro onorato, che d’aver perdono
da te non merto, ma giustizia intera
domando in questa selva e ’n questa sera.

120E se meco venisti in loco mai
onde tu riportassi onore e lode,
se mai le spalle in guerra non tornai
né difender ti feci inganni o frode,
se dal sangue innocente ti guardai
e se già cavalier famoso e prode
fui nel passato, or che ’l contrario vegno
di vendicar te e me non aggia a sdegno.

121Ché non si possa dir che in mano andasti
senza vendetta d’infedele e rio,
e che me tuo signor mai non lasciasti
impio restar di sì cortese e pio,
ma che mentre conforme mi trovasti
al buon voler del’immortale Dio,
fida compagna fussi e buona amica,
poi nell’opre diverse aspra nemica.

122Sicura adunque questo cor trapassa
ch’è principio e cagion de i falli miei,
questo che i miglio passi indietro lassa
e che l’orme ha seguito de i più rei.
trami ora mai di questa vita bassa
tal ch’ogni uom dica, spada, che tu sei
a i fidi cavalier benigna sorte
a chi sia disleal tormento e morte».

123Così dicendo il braccio innanzi stende
quanto più puote e slunga ben la spada;
poi con la punta se medesmo offende
e ne fa al petto sanguinosa strada.
Ella fra le due coste il cammin prende
infin che a dietro più che mezza vada.
Poi con più cuor che mai di fuor la tira
e l’altro colpo di donarsi aspira,

124ma la donna gentil, che ivi si truova,
e che vie più che lui ferita resta,
con voce orrenda sì dogliosa e nuova
ch’empie di pianto tutta la foresta,
sopra s’avventa e che la man non muova
il prega afflitta, lagrimosa e mesta.
Ei roverso è caduto, ella gli è sopra,
e quanto può che non si uccida adopra.

125La piaga era pur grande e molto il sangue
che già versava, ond’ei già fatto frale
non può ben contrastar; ma così esangue
cerca donarsi ancor colpo mortale.
Ella l’avvinchia intorno come l’angue
suol la cicogna a i fianchi, al collo, all’ale,
che l’ha trovata in arenoso lido
e la porta per esca a i figli al nido,

126dicendo: «O cortesissimo guerriero
che vi fa contra a voi sì discortese?
Chi contro a quel che vale il mondo intero
in così stran pensier, ohimè, v’accese?
De, se voi volete esser crudo e fero
siatelo sol contro a chi già v’offese,
siatelo contro a me, contro al mio core,
sfogate sopra noi l’ira e ’l furore.

127Io miserella merito, e ’l confesso,
la punizion che a voi donata avete.
Perdonate, signor, prego, a voi stesso
e della morte mia vi vegna sete.
Dalla vostra bontà mi sia concesso
ch’io vada innanzi a passar l’onda in Lete,
e poter dir di questo mi è cagione
la cortesia del mondo, il buon Girone.

128Voi pensate di fare in voi vendetta
e ’n me la fate, ché più sento doglia.
Che farà la mia vita se soletta
di voi riman che ’l mio peccato spoglia?
In me tutta la colpa si rimetta
che, per torta nel ciel, ma dritta voglia,
in amor, in virtude et in natura
m’ha data più di voi che d’altri cura.

129Se fuste sì pietoso e pien d’amore
verso il marito mio pregiandol tanto,
come aveste vêr me sì crudo il core
che in eterna onta, in sempiterno pianto
mi cercate lasciar? per qual errore?
per qual mio fallo? per amarvi quanto
più si conviene a dio che ad uom mortale?
Dritta cagion ch’io sia condotta a tale.

130Non vedete voi ben, signor mio caro,
che amor fu prima e la natura al mondo
che aspra legge facesse il nodo avaro
del sponsalizio duro et ingiocondo?
Che i padri empi e le madri a paro a paro
ne congiungesser lassi e non secondo
il natural desio che ne sospinge,
ma secondo che ’l commodo dipinge.

131Chi non sa che se voi vedeva il primo
o pur a canto al meno a Danaino
il qual onoro, in vero, e molto estimo,
poi che ’l Ciel così vuole e ’l mio destino,
sarei prima tornata polve e limo
che l’amico, il parente e ’l buon vicino
m’avesse in mille lustri persuasa
ch’io fussi senza voi di lui rimasa?

132E s’io m’accorsi poi de i danni miei
e dell’alte virtù c’hanno in voi regno,
perch’è ’l nostro desir posto tra i rei
ch’è di pietà più che d’altro odio degno?
E volentier con voi disputerei,
se voi non fuste in ciò qual piombo o legno,
che torto fate al buon compagno vostro,
se ’l Ciel di me bramar oggi vi ha mostro».

133Questo dice e molto altro, e ’ntanto piagne,
raccomanda se stessa e lui conforta,
non può far il guerrier ch’anco ei non bagne
il volto per pietà che di lei porta.
prega poi Dio che l’alma di scompagne
dal corpo che seguia la strada torta,
e con quel poco spirto che gli resta
le dice in voce sbigottita e mesta:

134«Deh, non vi sia noioso il morir mio,
onorata signora, e caro aggiate
ch’io sol la pena del peccato rio
paghi, com’è devere, e vi restate
dopo me in vita quanto piace a Dio,
la qual prego che sia per lunga etade.
Né vi dèe con ragion nascer timore
che ’l mio così passar vi dia disnore,

135perché nessun già mai pensar potrebbe
ch’io m’ancidessi per aver fallito,
né che voi ciò faceste creder debbe
uom che aggia senno, e men vostro marito.
So che mi amate, ma v’increscerebbe
di vedermi ad ognior tristo e smarrito,
peggio che morto, al duolo in abbandono,
però della mia fin mi fate dono;

136che da voi non potrei più dolce grazia
in questo punto aver, né poi né sempre.
E se non fuste mai stanca né sazia
d’adempier le mie voglie in ogni tempre,
lasciate il spirto uscir, che già ringrazia
la forte spada e par si strugga e stempre
di fuggir questi lacci e questo peso
che l’han legato e sì vilmente offeso.

137E torto avete a dir che ’l fallir nostro
più vostro sia che mio, perché vel nego;
fragile è per natura il sesso vostro
e durissimo è l’uomo, onde io vi prego
restate sola in questo mortal chiostro;
e s’al vostro desir nulla mi piego
maraviglia non sia, tanta gran doglia
m’ha portata la vostra anzi mia voglia».

138Più volea dir ancor ma il sangue versa
e gli fura le forze a poco a poco.
L’altra di pianto e di dolore aspersa
or è tutta di gelo or tutta foco;
vorrebbe in fin nel centro esser sommersa
né partirsi acconsente di quel loco
ove il suo sommo bene in stato vede
che d’averlo perduto al tutto crede.

139Resta pur ivi, e la sa destra mano
per parole o per preghi mai non lassa.
Vorria parlar ancor ma tenta in vano
tanto è già roca, sbigottita e lassa.
In questo arriva un cavalier villano
venuto espresso e non a sorte passa,
ch’era di Maloalto a lei vicino
ma non servo domestico o cugino.

Un cavaliere malvagio tenta di rubare la spada a Girone ma è scacciato (139-160)

140Costui sendo a cammin si trovò a caso
quando prima il re Laco e poi Girone
fèr l’alte pruove, e stupido rimaso
seguitò questi due co ’l cor fellone,
avendosi il malvagio persuaso
che già sendo scura la stagione
ei voglin sodisfar allor desire
e veder vuol per poi poterlo dire.

141Avea il caval lassato lunge al quanto
e postosi in un arbore frondoso,
e ’l tutto avea già visto d’ogni canto
tanto era presso e così bene ascoso.
Or poi che scorge lui ferito e ’l pianto
di questa miserella al fonte ombroso,
si rappresenta ove la coppia giace
e nel principio come amico face.

142Gli saluta e gli mostra aver pietade
dell’uno e l’altro nella prima vista;
riguarda poscia il fior dell’altre spade
e di ben riportarla seco stima.
ben sa com’ella punge e come rade
e che di quante son ritien la cima,
che la pruova ne vide nel re Laco
quando apparve Giron leone e draco.

143Vede lì tanto sangue e lui per terra
steso giacer ch’a pena il fiato muove,
pensasi averla senza molta guerra
ma con parole e poi null’altre pruove;
prender la vuol, ma il buon campion la serra
e gli occhi volge ch’avea dritti altrove:
è ’l guardo sì terribil nell’aspetto
che gli fece tremar il cor nel petto.

144Poi si leva a seder, quanto può meglio,
e con la voce quanto sa più forte
disse: «O vil assassin, io mi risveglio
forse che ciò sarà per la tua morte.
Non fu mai cavalier moderno o veglio
che mi toccasse l’arme di tal sorte
ch’io no ’l fessi dolente e proverai
che virtude e valor non moron mai».

145Quando ciò sente l’altro si ritira
quattro o sei passi spaventato indietro.
Si rigiace Girone e poi sospira
per la bocca versando sangue tetro.
L’innamorata donna lui rimira
piangendo più che mai, poi che di vetro
vede cader di mano ogni speranza,
e dice: «Poco spirto omai gli avanza».

146L’altro, ch’era ivi e che ’l medesmo avisa,
e che pur guadagnar la spada agogna,
a lui ritorna a quella istessa guisa
senza aver più che pria punto vergogna.
il buon campion, quantunque senta ancisa
al forza in lui, risorge ove bisogna,
e può sì l’ira in lui che in piè si leva,
che piaga il vero onor mai non aggreva.

147E gli dice cruccioso: «Or non si fide
nell’arme che si veste alcun codardo,
che ’l valoroso l’apre e le divide
non dirò con la spada ma co ’l guardo.
E se ben sanitade e ’l Ciel t’arride
et io d’infirmità son frale e tardo,
farò che innanzi a me nell’altra vita
porterai nuove della mia ferita».

148E con queste parole fa sembiante
di volergli cacciar la spada al fianco.
Quel, che avea conosciuto poco avante
quanto vaglia un suo colpo, divien bianco,
e si parte di là, tutto tremante,
e l’onorata donna nel prega anco
dicendo: «Ora lassate ch’egli è tale
ch’ogni colpo ch’ei dà sempre è mortale.

149Questo che ’l suo difetto scusar brama
dice che in carità tutto facea,
perché lassar sì bella e forte lama
perder allor gran danno gli parea:
«Ma poi ch’ad uom di sì sonora fama
ancor ci lascia la fortuna rea,
è ben dever che a lui si resti in mano
come al miglior che sia presso o lontano».

150Partesi adunque e ’l suo cammin riprende
verso ove fu la di sconfitta fera,
perché d’ingiusta collera s’accende
che lo scacci uom a cui la vita pèra,
e di là ritrovar che in vano attende
l’afflitto e gran re Laco seco spera
per dargli nuove e ’n animo gli metta
di far contro a Giron crudel vendetta.

151E come immaginava ivi ritrova
lo sventurato greco, ch’è risorto,
che alto lamento e lagrime rinuova
e non vuol più sentir pace o conforto;
ma si duol sol ch’alla primiera pruova
come franco guerrier non restò morto,
più tosto che cader per man di quello
che stimò vile e di virtù rubello.

152Quando esso il vede da caval dismonta,
saluta il cavalier: «Dio vi dia gioia»;
il greco in voce dispettosa e pronta
risponde: «Prima il Ciel faccia ch’io muoia
che ciò mi avvegna, perché danno et onta,
di sventura e disgrazia, doglia e noia,
son di ricever da qui innanzi degno
oltr’a tante miserie ch’io sostegno.

153Perché l’uom che fortuna tien pel crine
e la lassa fuggir non merta poi
che le fatiche sue trovin mai fine
ma sempre viva in esser che l’annoi,
come a me avvenne, che delle divine
grazie che ’l Ciel suol dare a tutti noi
m’avea fatto sì ricco che cangiato
non avrei il mio contento ad altro stato.

154Venne in un punto chi spogliato m’have
e fattomi c’ho invidia al basso inferno,
e così va colui che nulla pave
e che fuor di ragione ha gli altri a scherno.
Basta ch’io sol d’ogni mio danno grave
e che far mi dèe pianger in eterno
fui la cagion e di restar deluso
ond’or me stesso e nessun altro accuso».

155Allora in cavalier tosto risponde
«Or non sapete voi che un non può fare
perdita tanto grande che d’altronde
non ne possa altro tanto ricovrare?
La fortuna simiglia le salse onde,
ch’or bassissimo fanno or alto il mare.
Or sapete voi s’ella ha disposto
di ristorarvi doppiamente e tosto?».

156«Ah,» rispose il re Laco «a me non puote
questo avvenir di che mi date esempio,
né può fortuna e tutte le sue rote
levarmi l’onta e ’l vergognoso scempio,
ch’io lasciassi di me le selle vòte
davanti a quella onde l’ingiusto et empio
Amor m’ancide, e poi della mia diva
che guadagnata avea tosto mi priva.

157Or non mi confortate, io vi supplico,
lassa temi sfogar co ’l mio lamento».
L’altro va pur dicendo: «Io vi replico
che poco andrà ch’io vi vedrò contento,
e che direte che messaggio amico
c’ha Dio mandato con benigno vento,
ch’oggi punir potere il cavaliere
che vi ha fatta onta e la sua donna avere».

158Svegliasi l’alma al forte Laco allora,
e gli domanda: «Or come sarà questo?».
Quel gli racconta il modo, il loco e l’ora
di punto in punto e ’l caso suo funesto,
e come l’uno e l’altro ivi era ancora
ma che saria vantaggio il girne presto.
No ’l può credere il greco e l’altro giura,
tanto che a dargli fede si assicura.

159Trovatosi il caval, ch’a suo diporto
senza contrasto aver pasceva in briglia,
prende lo scudo d’un ch’ivi era morto
e la lancia d’un altro appresso piglia.
Cerca tanto l’elmo che l’ha scorto
lunge dove giaceva a maraviglia,
così come di tutto in punto stanno
per cercar di Giron dritti sen vanno.

Libro VI

ultimo agg. 13 Settembre 2015 8:39

Danaino incontra due cavalieri codardi (uno dei quali di nome Ennor) con i quali raggiunge i suoi nemici e li batte, mentre i due codardi fuggono (1-65)

1Già Danain il Rosso d’altro canto
de’ due fratei della terra Forana
l’orme cercava, ch’egli odiava tanto
per opra scelerata, empia e villana,
ch’ucciso hanno colui che molto ha pianto
e ch’egli amò sopr’ogni cosa umana,
posposto il buon Giron, che tenea caro
alle luci, alla vita, all’alma a paro.

2Cavalca adunque, e poscia che la notte
vede già quasi al mezzo del suo corso,
va pur cercando ove sien spechi o grotte
per al quanto posar lo stanco dorso,
poi che non truova alberghi ove ridotte
aggian le gregge i pastor fuggendo il morso
de gli affamati lupi, ch’a quell’ora
si fanno preda di chi fuor dimora.

3Dopo avvolgersi un pezzo, vede un foco
che gli fa creder ch’ivi gente sia;
addrizza tosto i passi verso il loco
e lascia a dietro la tenuta via,
tanto ch’a ritrovarlo stette poco
e vede un padiglion che steso avia
un cavaliero, ove la notte il prese
e per cena e scaldarse il foco accese.

4Scoperto ha Danain due de i suoi servi
ch’erano in guardia, e diconlo al padrone.
Ei tutto uman rispose: «Dio ’l conservi
s’egli è buon cavaliero o buon campione,
la cortesia dovuta in lui s’osservi».
L’accoglie e ’l mena tosto al padiglione,
e gli dice: «Signor, possiamo insieme
se troppo altra occorrenza non vi preme».

5Accetta Danaino, ivi si assiede,
cominciano a parlar di varie cose.
L’altro, che costui sia tal uom non crede,
gli va narrando l’opre valorose
di due cui tutto il mondo onora e cede,
che sotto color brun l’arme hanno ascose
al torneamento, che si fe’ il dì fuore
al castel ch’è chiamato delle suore.

6E quando quel più grande e quando lui
va pur lodando, e gli domanda appresso
s’ei v’era stato e s’ei vide ambe dui.
Ei dice sì, ma non ha già messo
la fantasia per rimirar altrui,
ch’aveva altro che fare, e molto e spesso
sendo stato nell’arme tutto il giorno
con molte lance e molte spade intorno.

7E conta poi che riportato avea
più che lode et onor travaglio e danno.
L’altro gli dice che ’l medesmo fea
ma che non molto avea sentito affanno,
perch’una vera et immortale dea
riguardò sempre, che dall’alto scanno
è qui discesa, et è più bella assai
che Venere e Giunon furon mai.

8E vuol saper se mai conobbe o vide
l’alma donna gentil di Maloalto.
Di no l’altro risponde, e nel cor ride;
e quel: «Voi fuste al periglioso assalto,
e non vedeste le due luci fide
d’ogni onorato cor, che stavano alto
sopra i merli a mirar le nostre pruove,
ch’avrien tolto di man lo scettro a Giove?

9Ben vi dico che sète senza vista,
senza ingegno, senza alma e senza amore
se non vedeste chi ogni mente trista
lieta farebbe, e ’l più selvaggio core
empieria di dolcezza e virtù mista,,
da spender mille vite a tutte l’ore
in pruova d’arme, e per piacer a lei,
et io per ella il ciel ne lasserei».

10E Danain gli dice: «Or s’ell’è tale
che la faccia tal l’uom che la rimira,
perché non fuste a quei due neri eguale?
non venne in voi l’alto valor che spira?
Ma di molto si loda e poco vale
la vista d’una donna ch’al fin tira
l’uom più tosto a lascivia che a grandi opre,
come il sa forse tal che ’l ver ricuopre».

11Questo dicea: «Non perché il pensi o voglia
ch’altri se ’l creda ch’il contrario intende,
ma perché natural il sentir doglia
s’un per la sposa sua d’amor s’accende».
Però di cortesia quivi si spoglia
e fuor d’ogni ragion la lingua stende,
ma mentre in questo stanno un cavaliero
viene alla porta, in vista ardito e fero,

12tutto d’arme coperto, e porta in mano
la lancia come sia nella battaglia.
Saluta ben, con certo atto strano
che par ch’ei mangi sempre or piastra or maglia;
è ricevuto con sembiante umano,
da i due guerrier che non san quanto vaglia,
et ei superbo: «Or vegna qui di voi
chi meco giostri e parleremci poi».

13A risponder d’accordo ambe due foro
ch’avean di cena e non di giostrar voglia,
e s’a lui piace di posar con loro
ch’entrasse dentro alla cortese soglia,
che anch’ei devria più tosto di ristoro
che di in arme cercar novella doglia,
né che giostra miglior potrebbe fare
che disarmarsi e ’n compagnia mangiare.

14Con orgoglio maggior e’ quel risponde:
«Io non accetto vostra compagnia
s’io non so ben se valorosi e d’onde
l’ordine aveste di cavalleria,
ché la virtù di Marte in altri infonde
convien che con ragion guardata sia,
o più tosto vorrei morir di fame
che ’n compagnia mangiar codarda e ’nfame.

15Danain se ne ride che si assida
nella vera virtù di c’ha il cor pieno;
l’altro del padiglion «All’arme» grida,
ché di sdegno vien colmo e di veleno,
e nell’alto valor sì buona guida
non ha che ’l tenga con ragione a freno.
Mettesi il ferro intorno e già procura
di voler or quistion a notte oscura.

16Ma il cavaliere stran ch’ogni altra cosa
cerca che guerra, e del contrario mostra
come ciò scorge, faccia graziosa
scuopre et umana, e non vuol più la giostra,
e dice: «Omai convien ch’io prenda posa.
quando a voi piaccia. nella tenda vostra,
ché senza esperienza veggio segni
che d’avermi con voi non sète indegni.

17Smonta ivi, si disarma e con lor siede
privatamente; e già ne vien la cena,
qual la stagione e ’l loco la richiede,
ma di dolcezza e di allegrezza piena.
Poscia ch’al cibo l’appetito cede,
più d’un discorso la vivanda mena,
tanto che Danaino in sé raccoglie
ch’egli eran cavalier di basse spoglie.

18Né ne i conti ch’ei fa gli raffigura
che ben gli ha visti e maneggiati altrove,
e di farsi a lor simil mette cura
di sé narrando assai villane pruove,
e fa che l’uno e l’altro s’assicura
di narrar lor prodezze antiche e nuove
in cui s’essaltan molto, e fanno scorto
ch’a sentir lor ragioni han più che torto.

19Già trapassava via il tempo e gli consiglia
il sonno a riposar le stanche membra.
Ciascun fra l’erba il commodo si piglia
e s’addormenta sì che morto sembra,
che l’esser lasso e la lunga vigiglia
maggior quiete che ’l buon letto assembra.
Già vien l’aurora e ’l primo è Danaino
che si sveglia e svegliar fa il suo vicino,

20ch’aveva in cor quell’onorata impresa
di vendicar del suo cugin la morte.
Già surge in piede e già s’ha intorno presa
l’armadura e l’usbergo greve e forte,
lo scudo appresso; e la lancia, che impesa
era in un ramo, porge, ché le porte,
al scudier ch’è sua guida, e gli altri in tanto
in ordine son già dall’altro canto.

21Chiama i compagni e dice che vicino
vuol ivi andar a certa sua bisogna.
Ciascun esser compagno al suo cammino
mostra desire e che servirlo agogna;
or, ben che sappia il saggio Danaino
che di lor non può aver se non vergogna,
per la sua gran bontà non sa disdire
e gli lassa con lui pel bosco gire.

22Va volgendo la vista d’ogni intorno
s’ei può veder de i due segnale et orma.
In tanto parla sempre in beffe e scorno
del cavaliero stran, ma in dolce forma
fa qualche conto di dolcezza adorno,
ond’ei si pensi la memoria dorma.
Dice il nome di lui, che ben sa, spesso
mostrando non saper ch’ei sia quello esso.

23Perché Ennor Della Selva era chiamato,
più famoso codardo che mai fosse,
costui fu mille volte svergognato
senza averne una pur le gote rosse.
Or nella valle all’arrivar d’un prato
ove eran acque cristalline e grosse,
si sovvien Danain d’una sua pruova
che pari essempio in codardia non truova,

24e ne ride intra sé tutto soletto;
gli altri, che ’l veggion, chieggon la cagione,
et ei: «S’io non avessi in ciò sospetto
di dar alcun di voi perturbazione,
io vi farei sentir, per dar diletto,
una avventura che ’n questa stagione
qui stesso avvenne, e ’n questa propria fonte
delle più belle che mai fusser conte».

25Domandano ambe due: «Perché pensate
che ’l vostro ragionar dispiaccia a noi?
Deh, di narrarlo omai grazia ci fate
ch’altrui dilette e che sia spasso a noi».
«Così farò, da poi che mi pregate»
diss’egli, et ad Ennor si volge poi:
«Aveste un cavalier mai conosciuto
che di bianco e di verde iva vestito?

26E questo fu quando la corte tenne
il buon re Pandragone a Camalotto,
in cui della Brettagna si convenne
qualunque in arme fusse ardito e dotto.
In conoscenza mia costui non venne
ch’io mi ricordi, e ciò fu il primo motto
che mai n’udissi». Quel risponde e ’ntende
ch’ei fu quello esso, e di sé nuova attende;

27e se temesse l’onta ne saria
cangiato in volto, ma se stesso asconde.
Qui segue Danain: «Sia pur chi sia,
basta che ’n fra queste erbe e queste fronde
venne il buon cavaliero in compagnia
sul mezzo giorno a rinfrescarsi all’onde
con tre altri guerrier, de i quali io fui
l’un ch’a quell’ora mi trovai con lui.

28Così, mentre che stiam fra l’ombra e l’acque,
ecco apparir d apresso una donzella,
ch’ogni uom dicea ch’en paradiso nacque
tanto era graziosa, onesta e bella;
seco una vecchia che cotanto spiacque
a gli occhi nostri quanto aggradò quella:
ell’aveva anni più che la Cumana,
grinza, torta, riarsa, nera e strana.

29Un nano appresso de i più lordi e brutti
che ’l più indotto pittor facesse mai;
scende la bella e ne saluta tutti,
con dolce riso che l’adorna assai.
Noi, ch’eravamo a riposar ridutti,
lasciando ogni altro, a i luminosi rai
quanto esser può cortesi ci volgemo
e con dolci parole l’accogliemo.

30Quando il buon cavalier, ch’è verde e bianco,
la rarissima giovin sola vede
la pigliò per la gonna presso al fianco,
e dice che la vuol tra le sue prede.
La miserella piange e si duole anco
che sia sforzata e sotto nostra fede
noi diciam tutti che non è ragione
guadagnar donna che non ha campione.

31Or mentre noi parliamo et ei replica
e fa onta a se stesso et a lei sforza,
esce da canto l’aspra vecchia antica
e quanto può co ’l buon voler si sforza;
vede una spada in terra e con fatica
la prende, e tra’ la della propria scorza,
e diede un colpo a lui sopra la testa
ch’ei come morto cade e ’n terra resta.

32- Se non fusser (poi disse) i molti onori
ch’io deggio a voi cortesi cavalieri,
farei lo essempio de i malvagi cori
tra gli uomini vili e tra le donne feri -.
Ripon poi l’arme ch’avea tratta fuori
là dov’ella era, e con sembianti alteri
– Andianne, – disse alla donzella pure
– che le strade da i rei ci son sicure -.

33Il cavalier percosso intanto sorge,
guardasi intorno e cerca di costei,
e poi che al fin del suo partir s’accorge
accusa seco in Ciel tutti gli dèi.
Poscia, irato, allor scudo e l’elmo porge
la man, mota a cavallo e segue lei
ove un scudier gli ha detto, e corre in fretta
con animo di farne aspra vendetta.

34Io, che ’l veggio partir con mal talento,
prendo l’arme, vo appresso per vedere
che non fesse alla vecchia oltra il spavento
oltraggio e danno, e sprono il mio mestiere.
E ben ch’io ratto andassi fui sì lento
ch’arrivai tardo a lui veder cadere:
il truovo a piedi in terra e gli domando
chi l’aggia ivi abbattuto, e come e quando.

35Risponde: – Un cavalier troppo invidioso
per tradimento il fianco mi percosse,
e dentro al bosco s’è fuggito ascoso
poi che di sella il disleal mi mosse -.
Io di tal caso fui maraviglioso,
poi, ricercando il tutto come fosse,
ritrovai che l’avevan la vecchia e ’l nano
con poco affanno lor gettato al piano.

36Se ne ridemmo allor pensatel vui,
ch’ancor ne rido se me ne sovviene».
Ennor, per ricoprir i falli sui,
dice ch’al cavaliero stette bene,
e che se fusse stato il dì con li
gli avria ben fatto quanto si appartiene,
spogliato nudo e datogli un bastone
e mandatolo intorno a divozione.

37Ma quanto dice più, più mostra aperto
a mille segni ch’ei fu quello istesso.
Così vanno parlando pel diserto
che di foltissimi arbori era spesso;
poco oltra son che Danaino esperto
e del loco e di lor, si vede appresso
gir davanti quei due che soli agogna
e si ferma, come uom che desto sogna.

38E si pensa fra sé ch’esser in pruova
di due nemici e cavalieri arditi
tosto conviengli, e ben che cosa nuova
non gli è di esser sovente a tai partiti;
pur non può far che ’l cor non si commuova
che non surga alla collera e l’inviti
apparecchiarse a guerra, et aver duolo
che di sì buon cugin l’han fatto solo.

39Nondimen tanto è grande il suo valore
che senza più turbarse gli vien voglia
di provar del compagno il debil core
s’or miglior sia che in altra parte soglia;
e mostra loro aver nuovo timore
cotal che a dimandar ambe due invoglia:
«Ch’avete voi, signor, che in mezzo il riso
vi veggiamo tristo e ’mpallidire il viso?».

40«Ben ho cagion» diss’ei «d’esser cotale,
ché de i due cavalier che son lì a sorte
l’uno e l’altro nemico è mio mortale,
né cercan d’altro che di darmi morte.
Et io se fussi bene all’uno eguale,
di combatter con ambe non son forte,
e penso, ahi lasso, come fuggir deggia
prima ch’alcun di lor vicin mi veggia.

41Vero è ch se prometter mi volete
di volermi aiutar contento sono
d’assalirgli con voi, dove vedrete
che forse son per la mia parte buono».
Colui del padiglion che pure ha sete
di parer uomo al meno in abbandono,
a lui si dona, e di esser seco dice
infin al fin, qual sia, tristo o felice.

42L’altro, codardo Ennor, riguarda fiso
da lunge i cavalieri, e d’alto affare
gli ha giudicati, et egli ancor avviso
ch’al torneamento gli ha veduti fare
colpi onorati, e già si tiene ucciso,
e dice all’altro pian: «Lasciamlo andare,
ch’ei son sì valorosi che faranno
mille tronchi di noi con poco affanno».

43Pur quel del padiglion rafferma ancora
quanto ha promesso, e dice a Danaino
che se dell’un combatter si rincuora,
lassi a lui la fatica del vicino.
Il Rosso, simulando, segue allora:
«Io mi truovo di forze sì meschino
che sostener l’un sol non crederei
e s’io me ne vantassi mentirei.

44Vi prego sì, per l’alta cortesia
ch’a cavalieri erranti oggi è richiesta,
che voi prendiate la querela mia
et io mi asconderò nella foresta».
«D’altra disgrazia la ventura ria
guardimi pur, ch’io fuggirò ben questa»
disse Ennor Della Selva «ch’egli è folle
chi lo ’ncarco d’altrui sopra sé tolle».

45E tanto il cavalier del padiglione
sollecita, riprega et importuna
ch’anch’ei, che no nera Ettore o Girone,
s’accorda a non tentar nuova fortuna,
e di fuggirsi fan resoluzione;
e senza scusa né vergogna alcuna
la coppia infame addietro il cammin prese
né cangeria lo spron con altro arnese.

46Fermasi Danaino e piacer piglia
di mirar quei malvagi spaventati,
et al scudier che se en maraviglia
dice : «Quanti ne son che vanno armati
con cotta aurata, argentata e vermiglia,
di spennacchi e di scudi troppo ornati,
ch’han sempre ferro in bocca, sangue e morte
e ne i bisogni poi son di tal sorte?».

47Mentre parla così già son vicini
i due fratei che l’han cercato in vano,
e van rivisitando altri confini
per far a Danain quel ch’al germano.
Non è di lor alcun che s’indovini
che sia quello esso: in abito sì strano
divisato era et altro scudo avea
di quel che poco avanti usar solea.

48L’han salutato, et ei superbo in vista
e con voce crucciosa e pien di sdegno:
«Io non saluto gente iniqua e trista
e chi non sia di ben ricever degno»,
risponde «e doglia con affanno mista
con l’arme porgo a chi nemici tegno».
Si meravigliano essi e dicon: «Come?,
piacciavi dirne al meno il vostro nome».

49«Il Rosso Danain» disse «sono io,
che v’ho cercato e cerco lungamente
per darvi punizion del fallo rio
d’aver ucciso sì fellonamente
il Mareschiera, sì prod’uomo e pio,
amicissimo caro e buon parente,
e voto ho di morire o vendicarlo,
e Dio ringrazio qui, che posso farlo».

50Fu certo ognun di lor lieto e contento
d’aver trovato chi cercando giva,
e dicongli ambe: «L’ultimo momento
della tua bassa vita è giunto a riva».
«Ah,» fe’ il buon Danain «se non è spento
in me il valor che pur l’altr’ier fioriva,
vi farò ben sentir se queste mani
san castiga i cavalier villani».

51Parlando tal, nell’arme si ristringe,
cos’ la coppia ch’è d’ardir fornita
di sodisfar al suo dever non finge
ma l’avversario alla battaglia invita.
Il fero Danain gridando spinge
l’animoso corsier per la via trita;
con la lancia in man, ch’è scorta e grossa,
fa verso lor l’estremo di sua possa.

52Va sopra il primo ch’a ’ncontrar il viene,
che ferocissimo era e molto addritto,
ma non seppe dell’arme tanto bene
che nel mezzo del scudo fu trafitto;
entrò nel petto, e dietro nelle rene
e nel mezzo del cor passò per dritto.
Cadde il misero a terra al tutto morto
e così va chi mal difende il torto.

53L’altro fratel, che solo esser si vede,
ben si duol di colui che soverchio ama,
non già per questo alla fortuna cede
ma Danain per vendicarlo chiama,
dicendo: «Or volgi a me la fronte e ’l piede,
se tu sei cavalier di tanta fama,
e mostrerò che caso e non virtute
a lui data ha la morte, a te salute».

54E con la lancia in resta lui s’avventa;
l’altro, che rotta l’ha, trae fuor la spada
né di vantaggio ch’aggia si spaventa
ce penseria tra mille farsi strada.
Vien quel che di ferirlo s’argomenta
ma Danain, che intende come vada
del marzial lavor la divina arte,
come pardo il destrier rivolge a parte.

55E d’un colpo mortal la lancia taglia
con tanta forza che ’l medesmo scende
al collo del caval, che piastra o maglia
ch’avesse intorno a lui male il difende.
Da quella spada ch’adamante taglia
e tanto ne levò quanto ne prende,
il ferito corsier morto si stese,
e destro il cavalier un salto prese.

56E coraggioso e forte più che mai
già il brando ha in mano e ’l suo nemico appella:
«Vien via, ch’assai miglior mi troverai
con l’arme a piè ch’io non fui forse in sella».
Risponde Danain: «Tu durerai
men certo in questa che non festi in quella».
«Ah,» disse il cavalier «prima ch’io mora
non sarai del voler che ti mostri ora».

57Già sceso è Danain, che mai non volse
vantaggio aver sopra i nemici suoi,
e tutte le sue forze in un raccolse
ch’ebbe mai rima e ch’egli avrà da poi,
e d’un fendente sopra l’elmo il colse,
gridando: «Or mi dirai se più ne vuoi?».
Quel restò vivo pur, ma in tanta pena
che non si regge su le gambe a pena.

58Pur perché ha grande il cuore e non vuol dare
a chi percosso l’ha tanta allegrezza,
ruota la spada e ’ncontro vuole andare
dissimulando fuor la sua gravezza.
Il fero Danain, che dritto stare
il vede ancor con vie maggior fierezza,
raddoppia il colpo, e di tal sorte il fère
che no ’l poté più il ferro sostenere.

59E di due dita entrò dentro alla testa
la greve spada, ond’ei tutto stordito
di spirto privo e della mente resta,
come delfin che ’l mar percuota al lito.
Pur risorto saria ma giunge in questa
chi l’aveva ridotto a tal partito,
e ’l rotto elmo gli sveglie e lunge il getta
e s’apparecchia all’ultima vendetta.

60Non si apparecchia no, ma mostra bene
che vuol il capo tòr dal crudo busto,
ben sa che a cavalier non si conviene
l’esser crudel ne i suoi prigioni e ingiusto.
Or ei, che ’l vede che adirato viene,
si fugge indietro, ancor che sia robusto,
«Tu temi adunque?» Danain gli disse,
et ei, superbo e con le luci fisse

61«Io temo sì» rispose «che io mi veggio
senz’elmo avere, e presso un gran nemico,
né per ciò perdonanza o tempo chieggio
che più l’onor che ’l viver tengo amico.
Ma tu forse di me sei molto peggio
e per cavalleria questo ti dico,
che disarmato m’hai per tuo vantaggio
e più che ardito mostri d’esser saggio».

62«Ah,» disse il Rosso «vile e traditore,
per questo ancor non fuggirai la morte,
che con troppo impia voglia e disonore
festi del mio cugin l’ore sì corte?».
«Tutto fu per vendetta e per dolore»
soggiunse l’altro «ch’all’istessa sorte
uccise egli il mio adre, e sallo il mondo,
e fu il primo al mal far, io fui secondo.

63Ma lasciam questo andar, io ho mostrato
in ogni parte ardir, virtude e forza,
ma ben tu con ragion sarai biasmato
se la tua spada un disarmato sforza.
Poi ch’un fratel mi è morto, non più grato
mi fia salvar questa terrena scorza;
tu perderai l’onor et io le membra,
qual perdita maggior di due ti sembra?».

64Oltra l’odiarlo, tai parole fanno
nel petto a Danain più grande sdegno:
vorria fargli temenza ma non danno,
e l’altro audace non ne mostra un segno.
E poi ch’un pezzo al fin disputato hanno
gli dice: «Io ti vo’ far di viver degno,
se mi prometti andar ovunque sia
di colui il padre e darti in sua balia».

65Non volea farlo, e poi s’accorda al fine
che pur nel buon vecchione ha qualche speme.
Lassalo Danaino e tra le spine
si mette a camminar e i cespi preme;
non molto ito lontan per quel confine
scorge i due che lasciò che vanno insieme,
dico Ennor Della Selva e ’l suo compagno
c’han messo ne gli sproni ogni guadagno.

Danaino ritrova i due cavalieri, salva uno di loro dalla morte e per dare una lezione a Ennor lo esorta a sfidare il cavaliere vermiglio, dal quale è abbattuto (65-100)

66Gli arriva, et essi veggion volentieri
e come ad uom rinato gli fan festa;
poi gli domandan come i cavalieri
l’abbian trattato e come in vita resta.
Dice lor che l’un morto sul sentieri
lasciò, l’altro ferito nella testa.
Creder no ’l san, ché ciò che non è in nui
ci par sempre miracolo in altrui.

67Come porria pensar un che non vale
né di ardir né di man ch’un altro possa
a più d’una con la lancia esser eguale
e far la terra di suo sangue rossa?
Guardanlo pure, e non gli veggion male,
né sopra l’arme aver macchia o percossa;
ben veggiono il caval sudato e lasso
e pensan ch’ei fuggì più che di passo.

68E gli dicon ridendo: «Il miglior vostro
di fuggirvi con noi stato pur fora;
noi vi avremmo il cammin più breve mostro
e riposato e fresco sareste ora,
che, come amico e buon compagno nostro,
bramiam vedervi di periglio fuora;
e se non fuste mai da noi lontano
vivreste più che Nestore e più sano.

69Quando il buon Danain vede che pure
come fusse a lor par ne prendon gioco,
anch’ei ne ride, e mostra che si cure
di vergogna o di onor niente o poco.
In modo fa che seco si assicure
Ennor e fermo nel medesmo loco
gli dice: «Se tal è la virtù vostra,
provatel meco con la guancia in giostra».

70«Ah,» disse Danain «Dio me ne guardi,
maggior sète di me due palmi interi
(e dicea ver, che ’l padre de i codardi
era maggior di tutti i cavalieri).
Meglio è schivar che ’l fuggir tardi
ch’io non mi sento l’un di quei più fieri;
combatterei con certi buon compagni
con cui poco si perda e men guadagni».

71Allor, come a poltron, cresce l’ardire
quando vede costui che lui rifiuta,
e ridendone molto il fa ridire
né Danain la sua sentenza muta.
Non si porria narrar s’egli han desire
di far nascer fra lor nuova disputa,
e dargli assai spavento e sbigottirlo
per poter poi tra le lor glorie dirlo.

72E perché poco avanti avea promesso
di mostrar un che faria lor vergogna,
gli dicon camminando poco appresso
che se non vuole aver detto menzogna,
tempo è di farlo replicando spesso,
che di vederlo in ver ciascuno agogna.
Ma ’l dicon anco per aver cagione
di far seco a ragion qualche quistione.

73Si ferma Danaino e dice: «Poi
ch’io son tenuto alla promessa fede,
io son colui che farò ad ambe duoi
esser di biasmo e di disnore erede».
Ridonsi più che mai de i detti suoi
e ciascun di quei due non più se ’l crede
che s’ei parlasse un matto, e gli hanno detto
ch’al suo poco discorso ebber rispetto.

74In questo lor parlar veggion non lunge
quattro gran cavalier venir pe ’l bosco.
Or quel del padiglion come gli aggiunge
con l’occhio dice: «Ohimè, ben gli conosco,
e s’un di lor ov’io sia sol mi giunge
io dirò allora d’aver l’ultimo tosco,
che tutti quattro son giurati insieme
di condurmi con l’arme all’ore estreme.

75Come dice, il codardo: «E voi temete
sopra sì buon cavallo alcun che sia?
Spronate or forte, e ’n mezzo vi mettete
della foresta fuor d’ogni altra via».
«Troppo grave onta innanzi mi ponete,
atta a scurar tutta la vita mia:
resterò pur» rispose «e venga morte,
ma voi non mi lasciate in simil sorte .

76«Sì farò» disse Ennor «in questo affare,
ché per me proprio tanto è periglioso.
Non ardirei l’un sol quinci aspettare
non che di tre combatter io fussi oso,
ch’io so ben questo conto tutto fare
ch’un faria contro a voi solo sdegnoso;
gli altri a provar verrieno il mio valore,
e ’l giusto porteria pel peccatore.

77E per questo vi lasso, e dico a Dio»,
e mostra di fuggir, ma si nasconde,
che pur di riguardar avea desio,
ma come uccellator tra fronde e fronde.
Quel, che si vede solo, il destin rio
danna, e da gli occhi versa le salse onde,
come fanciul che fuor di tempo scherza
e del suo precettor sente la sferza.

78Dice allor Danain: «S’al mio periglio
voi non mi aveste tutti abbandonato,
forse il brando per voi farei vermiglio
o morto resterei, credo, onorato.
E più d’aiuto assai che di consiglio
per ristorarvi avreste in me trovato,
e veramente io sol mi terrei buono
combatter tutti se ben quattro sono».

79Su le parole sue coraggio prende
quello, e ’n mezzo il cammin, con scudo e lancia,
la schiera de i nemici solo attende
pur sotto l’elmo avea cangiato guancia.
L’un de i quattro il conosce
all’arme sue che non avea per cianca
che d’asta feritor era e di spada
de i miglior quasi che d’intorno vada.

80Come lupo e mastin vanno a trovarse
che nimicizia antica fra loro era;
ha quel del padiglion le forze scarse
l’altro il percuote, e di cotal maniera
che fu constretto in terra riversarse,
e, sendo il sol in ciel, gli parve sera.
Gli altri, che veggion ch’abbattuto resta,
gridan crudeli: «Or taglia l’impia testa».

81Discende il cavaliero e l’elmo tira
del capo fuori a quel che vinto giace;
ma il rosso Danain, che ciò rimira,
a cui tutto il mal far sempre dispiace,
in mezzo del cammino il destrier gira,
e di voler ferir sembianza face,
ma in cambio di far lor co i fatti assalto
fa con le voci e grida: «Maloalto».

82Gridò due volte e quei, che l’hanno inteso
si pensan ben che Danain sia quello,
ch’è non sol conosciuto dal paese
ma da chi vide mai giostra o duello.
Quei tre n’andar con tutto il loro arnese,
l’altro, ch’era anch’a piè leggiero e snello,
trova tosto il cavallo e via si fugge
come cervetta suol se leon rugge.

83Lassagli Danaino, incontinente
vanne a trovar chi già si tenea morto,
e gli domanda uman come si sente,
e del passato mal gli dà conforto.
«Com’io stia» gli risponde «veramente
voi più di me ve ’l conoscete scorto;
confesso ben che ’l Cielo e vostra aita
m’han per certo salvata oggi la vita.

84Come tutto è finito egli esce fuora
il cavallier codardo allo scoperto,
e dice sorridendo; «Mai non fora
creduto quello ch’abbiam veduto certo,
che v’ha costui scampata l’ultim’ora
per sua follia, dov’un ardito esperto
campion con mille colpo a pena avria
di potervi salvar trovata via».

85Rispose il Padiglione: «Io so che senza
lui sarei fuor di questo mondo omai,
e più la sua follia che tua prudenza
posso lodar ne’ miei bisogni assai».
Danain ride, e nella sua credenza
mette studio che duri più che mai,
dicendo: «S’a fuggir restavan molto
io m’era già per loro in fuga volto».

86Or mentre son così veggion venire
un cavalier che l’arme avea vermiglie,
quel che senza la vecchia non sa gire,
e che nell’armi fa gran maraviglia.
Danain il conosce et ha desire
che ’l codardo con lui la giostra piglie,
perché prima che il lassi in quella valle
vorria vederlo a terra con le spalle.

87E parla al cavalier del Padiglion:
«Ecco venir un uomo il più codardo
che fusse in questa o in altra regione:
temeria d’una donna il solo sguardo;
leggiero e pronto a prender la questione,
al menar delle man pesante e tardo;
e delle membra bel ma rio del core
da portar sempre al suo nemico onore».

88Ennore è indietro, e tutto questo ha inteso
ma d’altrove pensar facea sembiante,
e contro a lui di già partito preso
di far del prode cavalli ero errante,
e dice: «Ecco un che ’ngiustamente offeso
m’ha più d’un tratto, e poi che m’è davante
non partirà ch’io non gli mostri chiaro
che chi torto mi face il compra caro».

89Poi pur s’accosta sì ch’ancor finito
non avea Danain di lui parlare,
e mostra sol d’aver il fin udito
ove egli il sente forte biasimare,
e dice al Padiglione: «Egli ha mentito,
che questo è cavalier di grande affare,
e so per certo quel ch’io te ne dico
che l’ho provato come mio nemico.

90E poiché la fortuna mel dà in mano
vo’ vendicar l’antico oltraggio,
ché chi l’occasion lassa ir in vano
non si deve stimar fra gli altri saggio.
Sprona verso il vermiglio a mano a mano
e con men riverenza ch’a vil paggio,
«Guardati» disse «e metti in Dio tua spene
poi che meco aver giostra ti conviene».

91L’altro per meglio udir arresta il passo,
poi risponde: «Signor, se voi vorrete
oggi giostrar per passatempo e spasso
un altro ch’io ve ne trarrà la sete,
ch’io son sì travagliato, vinto e lasso
che d’impacciarmi scortesia farete».
Quando il codardo l’ode così dire,
allora ha sopra lui più grande ardire,

92e dice: «Non varrà lassezza o scusa;
perché porti tu lancia o spada a canto?
In Cornovaglia il negar giostra s’usa,
non dove l’arme qui si pregian tanto;
chi pur la fugge e di viltà s’accusa
ad altrui dà la damigella e ’l vanto».
«Questo» disse il vermiglio «vi assicuro
di mai non far infin che ’n vita duro.

93E se pur mi farete forza tale
che d’aver con voi guerra mi convegna,
senza rispetto alcun vi farò male
e la pena sarà del fallir degna».
Or segue Ennor: «Il ragionar non vale,
l’esperienza in testimon ne vegna».
S’apparecchia con l’arme e l’altro ancora
e tornansi a ferir senza dimora.

94la lancia del codardo in aria trema
come anco il cor se gli scotea nel petto.
Il vermiglio, che mai non ebbe tema
e ch’era cavalier più che perfetto,
perch’è crucciato, ogni sua forza estrema
mette per fargli estrema onta e dispetto,
e lo investe sì ben che a terra il caccia
lunge dal suo caval più di sei braccia.

95E gli fe’ molto mal, ma il poco cuore
che già mai di viltà simil non ebbe,
co ’l pianger, co ’l gridar il fa maggiore
e dice in suo pensier che morir debbe.
Danain mostra duol del suo dolore
ma dentro nulla o poco gliene increbbe,
e coma stia domanda quel codardo
ch’a lui rispose con turbato sguardo:

96«Sto come avete sol voluto voi,
che come frale e vil il dipigneste,
e l’ho trovato tal ch’a tutti noi
per porci a terra avria le forze preste.
Ma chi s’impaccia pur con matti poi
non dèe dolersi se gli avvien di queste,
non so s’io mi dirò disgrazie o doglie,
ch’un simil caso mille nomi accoglie.

97Io non sarò mai più nell’arme buono,
ch’io non ho membro alcun che non sia rotto».
Sì lascia Danaino in abbandono
le risa andar, che non potea dir motto;
poi segue: «Ei me ne duol, ma lieto sono
ch’un’altra volta più nell’arme dotto
sarete, che ’l piegarvi in simil caso
cagion fu che così sète rimaso».

98Poi il lassa et al vermiglio cavaliero
s’appressa, e ’l prega che gli dica il nome,
et ei, benché umanissimo e non fero,
gliel nega al fine, e non riguarda come.
N’aveva Danain gran desidero
ch’al torneamento mai non vide dome
le rare forze sue, poi vide al piano
gittargli il siniscalco e ’l forte Ivano.

99Pur il piglia cortese in pazienza
e si torna a schernin colui ch’è in terra.
or mentre è così lieto e vive senza
cura noiosa ch’ogni dolce atterra,
e di cosa mortal non ha temenza
c’ha vendicato con felice guerra
il suo caro cugin, vinte l’invidie
de i due germani e le a lui tese insidie,

100non sapea, lasso, che fortuna altrove
doppia e dolente piaga gli apparecchia,
e che la ruota a suo gran danno muove
seguendo inverso lui l’usanza vecchia;
ché colui che più lieto al mondo truove
e che nel suo ben esser più si specchia,
allor lo spinge impetuosa in giuso
quanto pria già montar l’ha fatto in suso.

Danaino riceve notizia parziale e falsa dei fatti occorsi a Girone dal cavaliere che voleva sottrargli la spada: cerca Laco ma trova Girone, dopo una lunga indagine ne accerta la buona fede e lo soccorre (101-189)

101Or ecco un messaggier venir volando
pien d’affanno e sudor, dal capo al piede;
Danain resta e ’l riconosce quando
più vicino è sì che più chiaro il vede,
ch’era un de i servi suoi, che ’l va cercando,
ma che sia il suo padron già non si crede,
perché avea stran vestir; e, domandato
che novelle aggia e da chi sia mandato,

102rispose la più triste che mai furo
per Maloalto e per chi in lui si tiene,
ché ’l chiaro onor ch’avea s’è fatto oscuro,
son l’antiche sue lodi ontose pene.
S’al parlar di costui noioso e duro
il Rosso Danain doglioso viene
dir non saprei, che per mezza ora almeno
non può trar fiato e ’l cor gli è morto in seno.

103Pur ritornato gli ricerca ancora
chi di tanto suo mal fusse cagione.
il messo gli racconta il dove e l’ora
fur posti i cavalieri a perdizione,
e tratta del cammin la moglie fuora
da un che forza avea più che un leone.
Ricerca ancor se ciò vide egli stesso,
«Sì come io veggio or voi né men d’appresso».

104Gli risponde esso, et ei, seguendo, fassi
l’arme e i color del cavalier ridire;
gliel conta l’altro et ei con gli occhi bassi
quasi di rabbia si pensò morire;
pur cerca ancor in qual paese andassi
con la sua preda, e quel per non fallire
che no ’l sa dice, ch’ebbe tal paura
che non poté di tutto tener cura.

105Or dice Danain: «Ritorna meco
e menami ive fu tanta battaglia».
Il messo nega di voler ir seco
sì come quell’a cui tornar non caglia.
Pur, con timor ma con lo spirto bieco,
poi che scusa non ha che tanto vaglia,
com’asin col baston, ratto s’invia
e mostra al cavalier la vera via.

106Non molto andati son che scontrato hanno
due cavalier di quei ch’eran fuggiti.
Non domanda chi son né dove vanno
ma gli lassa ir tremanti e sbigottiti
il fero Danain, che ’l proprio danno
volea veder, e ne i medesmi liti
non son tre volte andati il tran d’un arco
che sono al tristo e periglioso varco.

107Ivi è tutto di sangue e d’arme pino,
e molti vi giacean su l’erba morti,
molti altri stanno all’ombra sul terreno
che non hanno vigor ch’indi gli porti;
chi testa o gamba o spalla o braccia o seno
mostra impiagato, e par che si sconforti
che non pur da curar la sua ferita
ma l’esca man all’affamata vita.

108Gli riconosce tutti en’ha pietade
il miser Danain quanto conviensi;
quei non già lui, ché ’n tal calamitade
non è di lor chi sì vicino il pensi.
E gli domanda poi per quali strade
sia gito quel che dopo avergli offensi
n’ha menata la donna; essi han risposto:
«Chi noi a tal l’ha ben discosto;

109ch’a pena ebbe la donna in suo potere
ch’uno stran cavalier più di lui forte
con un sol colpo a terra il fe’ cadere
e lungamente fu vicino a morte.
Poi prese verso il bosco il suo sentiere
senza aver scudier né altre scorte».
Fassi dar d’ambe due tutti i segnali
ch’al cor gli sono avvelenati strali.

110Ma quando sente poi dir del secondo
che di rosso zendado il scudo cuopre,
fu nell’animo suo lieto e giocondo
e che ciò sia Giron di certo scuopre,
fra sé dicendo: – Il maggior uom del mondo
ha per me fatte mille cortesi opre,
ma questa è la più grande, a dirne il vero,
d’aver tolta mia moglie all’altrui impero,

111e ritornata nella mia possanza,
che forse lungo tempo era dispersa.
Di vero cavalier l’antica usanza
quante ha virtudi il Cielo in esso versa,
e qual di alto valor ogni altro avanza
tal in somma bontà l’alma ha sommersa -.
Così parla in se stesso e mai creduto
avrebbe quel che già n’era avvenuto.

112Dell’altro cavalier poscia s’informa,
che il voleva seguir per far vendetta;
ciascun gli mostra assicurata l’orma
ch’alla foresta va per valle stretta.
Qui si parte, e prima che mai dorma
o ch’acqua i cibo in bocca mai si metta
vuol costui ritrovar, o vivo o morto,
che gli avea fatto il discortese torto.

113Muove con lo scudiero e passo passo
esaminando van tutto il cammino;
non ha la selva sterpo, macchia o sasso
che non cerchino intorno ogni confino;
ma indarno avranno il piè per quivi lasso
perché il re Laco omai non è vicino,
ma co ’l re di Gallia Faramonte
era prigion e molto lunge al fonte.

114Però che andando di trovar bramoso
il ferito Girone e la sua stella,
trovò nel bosco, ove più cresce ombroso,
ch’ad un buon cavalier la sua donzella
avea con l’arme tolta il re famoso
e se ne gia trionfator con ella,
lasciando il suo primero conduttore
percosso a morte a lamentar d’Amore.

115Trovollo il chiaro Laco e glie ne increbbe,
el’aiuta e ’l conforta e gli promette
che la donzella sua tornar gli debbe
et all’inchiesta di costei si mette.
lassa ivi lo scudier che per guida ebbe
e Faramonte trova, ch’alle strette
era con un che poi gittò per terra
ché volea quella donna aver per guerra.

116Combatté poscia Laco mezzo il giorno
con quel gran re, che non vi fu vantaggio,
in quel che si travaglian fa lor scorno
l’abbattuto guerrier, men buon che saggio,
che la fanciulla con inganno adorno
rubò da quelli, et a lei fece oltraggio,
che mostrando menarla ov’ella vuole
la mette in loco ove non luce il sole.

117La serra ad un castel dentro una torre;
i due, che poi s’accorgon dell’inganno,
lassando l’arme, ognun d’accordo corre
dove ch’esso sia gito pensato hanno.
Vanno al castello e l’altro gli fa porre
in oscura prigion ove anco stanno;
il traditor guerrier che gli have in mano
era il Nero Nabon, crudo, inumano.

118Adunque Danaino è in van menato
dallo scudiero a quella istessa fonte,
là dove avea Laco ritrovato
ferito il cavalier da Faramonte,
e l’altro, che ’l guidava, avea lassato,
dico quel che far volle danno et onte
al buon Giron piagato e torgli il brando,
che no ’l potendo il greco andò cercando.

119Danain guarda e già pietoso viene
di vede mal condotto il cavaliero.
La cagion ne domanda e ’ntende bene
partitamente il caso tutto intero.
Non già da lui, che nel parlar ha pene,
ma da quel ch’è di Maloalto al vero.
Gli domanda da poi s’ei sa il suo nome,
di no risponde e gli racconta come.

120Poi chiede di lui stesso donde sia,
l’altro gli dice: «Io son di Maloalto,
e servo ivi il signor per cortesia
né guadagno n’aspetto o d’esse alto.
È qui il maggior guerrier che fu né fia
in ben correr la lancia, in ogni assalto.
Attendo, che a tornar non starà molto».
Di ciò s’è Danaino in ira volto,

121parlando: «Or chi fia quel che possa dire
che sia del mondo il cavalier migliore?».
«Io non vi saprei il nome riferire»
diss’ei, «ma vidi in lui sovran valore,
che ventisei guerrier fece fuggire
di Maloalto e ben degni d’onore,
n’ammazzò molti e molti vivi in terra
messe impiagati e guadagnò la guerra.

122D’esser chiamato il primo non è degno
un che può far le prove ch’io vi dico?».
«Di assai gran cavaliero ha dato segno»
Danain disse «e di virtude amico.
or da voi saver bramoso vegno
se vinto e morto e cacciato il nemico
gli restò in man di poi la bella dama
che sopra quante sono ha pregio e fama».

123«Non (rispose ei), ch’un altro glie la tolse,
che gettato l’avea fuor dell’arcione».
«Adunque il suo poter ove si volse
s’ei perdé la sua preda e fu prigione?»,
replicò Danain. L’altro si sciolse
con dire egli era stanco oltra ragione,
e domandato dove fusse allora
gli conta il tutto e quel che pensa ancora.

124Or prega Danain; «Fatemi certo
ove andasse colui ch’or la donna have».
«Io vi dirò (risponde) e ’l tutto aperto,
ché per amor di lei n’ho doglia grave:
ei la menò nel più folto diserto
presso una fonte, e di piacer soave
sodisfe’ al suo desir et all’intento,
né della donna il cor fu malcontento.

125Mentre erano tali, un cavalier di lei
che quivi a caso d’altra parte giunto,
cruccioso in sé de i lordi torti rei
al signor fatti e di dolor computo
(io lo scorsi pur io con gli occhi miei,
tra ramo e ramo ch’era insieme aggiunto),
i fianchi con la spada attraversare
a quel malvagio e non si seppe atare.

126Partissi il feritore e gli ha lasciati
questo in tal guisa e quella lagrimosa.
Or voi, se avete i patron nostri amati,
devreste averne l’anima crucciosa,
e cercar Danaino in tutti i lati
e dirgli, ohimè, che l’impudica sposa
l’ha fatto tal che senza vendicarse
non può tra cavalier mai più trovarse».

127Chi porria qui narrar l’interna doglia,
ira, rabbia, furor che dentro porta
il miser cavalier, che già si spoglia
d’ogni dolcezza e troppo si conforta.
Muto è già fatto e di gridar ha voglia
per disfogar il chiuso che mal porta.
Treman le gambe, il cor, l’alma e la lingua
et ogni forza par che in lui si estingua.

128Pur con debili note ancor domanda
se ciò sia vero, e che per nulla il crede.
L’altro il Ciel tutto sotto sopra manda,
giura ogni deità da la sua fede.
Ei l’acconsente, e chiedegli in qual banda,
e dove gli è mostrato addrizza il piede;
poi nel cammin soletto in alte grida
chiama la sorte sua crudele e ’nfida:

129«Chi porrà più» dicea «riposo darme
poi che i due soli ch’erano il mio bene
pur congiurati a tal vergogna farme,
che l’uom sepolto in questa vita tiene?
Ove potrò mai più col cor voltarme
se questi due che soli eran mia speme
m’han peggio che tradito, più che ucciso
e fatto al mondo abbominevol viso?

130Or è questa, Giron, la fede ch’io
portava a voi più che a me stesso assai?
Voi sol m’eri fratel, signor e dio,
né privato di voi fui lieto mai.
E voi, consorte mia, che co ’l più pio,
sincero e vero cor mai sempre amai,
come soffriste offender or colui
che mille volte il dì morria per vui?

131Più non sia alcun che mai sotto la luna
disegni di trovar cosa perfetta,
poi che Giron abbatte, macchia, imbruna
l’amicizia immortal, candida e netta,
e poi che quella che fu prima et una
del mio ben chiave nuovo amore alletta,
et ha per voglia ingiusta acconsentito
a sé far onta e scorno al suo marito».

132E con questi lamenti poi s’invia
ove mostrato gli ha, tanto ch’ei truova
un picciol ruscelletto che venìa
di chiara acqua di fonte e non di piova.
Già immagina tra sé che vicin sia
l’odiato loco, e pargli il passo muova
per trovar onta, doglia, morte e scherno,
anzi per gire al più profondo Inferno.

133Monta per la valletta e prega il Cielo
che quanto udito ha dir torni menzogna.
Fermasi ad ogni cespo e sente un gielo,
che ivi ritarda in guisa d’uom che sogna.
Vorrebbe avanti a gli occhi aver un velo
e d’esser cieco, muto e sordo agogna.
Non si arrischia il meschin drizzar la vista,
temendo di veder cosa sì trista.

134Poco oltre va che mentre gli occhi inganna
dell’orecchie ingannar non ben s’accorse;
sente una voce ch’a gridar s’affanna
come se fusse di sua vita in forse.
Questo all’ultima pena lui condanna,
questo l’ultimo stral di duol gli porse,
questo è l’ultimo termine d’angosce
che senza dubbio alcun la riconosce.

135La riconosce ben ch’era di quella
ch’egli amò sì che disamar non puote.
Conosce la dolcissima favella,
i chiari accenti, l’amorose note;
sente che ’l suo destin feroce appella
e che le man piangendo si percuote,
sente Ecco lì vicin che le risponde
facendo aspro tenore alle chiare onde.

136Non poté il miser far che non cadesse
pianto da gli occhi per pietoso sdegno,
e forza gli era a terra si ponesse
se non era il caval di lui sostegno.
Pur asciuga con ma le larghe e spesse
lagrime che venian, per non dar segno
alla moglie infedel che gliene incresca,
poi s’appresenta alla chiusa ombra e fresca.

137Com’ella il vide, tutta spaventata
fu ben in sé del sopragiunto sposo,
ch’al cavallo il conosce, e ’n piè levata
l’accoglie, pur co ’l volto lagrimoso.
E come donna in fallo ritrovata
che ’l subito consiglio ha più ingegnoso,
gli dice: «Anima mia, nuove vi porto
che ’l miglior cavalier del mondo è morto.

138Posso dir il miglior, ch’egli è Girone,
che da se stesso a morte s’è ferito.
Non ha voluto mai dir la cagione,
pensate s’io mi stava a mal partito.
Dio l’ha, credo, aiutato, e la ragione
che vi ha menato qui, caro marito;
aiutatel, vi prego, perché assai
più l’avete da far ch’aveste mai,

139perché sol la sua forza e ’l suo valore,
la cortesia, l’amor ch’oggi vi porta
n’ha tratto di gran danno e di disnore
e m’è stato fidata e vera scorta,
ch’un disleal guerrier pien di furore
me fe’ prigiona e la mia gente ha morta,
e mi volea menar io non so dove
se non facea Giron l’ultime prove».

140Fu il Rosso Danain sì paziente
ch’ascoltò tutto, e mai parlar non volse,
e crede tutto il mal veracemente
quando il suo ragionar a pien raccolse.
Poi, come al caldo sol vecchio serpente,
a lei tutto rabbioso si rivolse:
«Non fu degna già mai Fedra e Medea
come voi, donna, d’ogni morte rea.

141Perché non solo in voi corrotta avete
nobiltade e beltà che non ha pare,
ma rendeste colui che avea già sete
sol di gloria e di lode ornate e rare,
il miglior cavalier, come sapete,
e come or l’ho sentito a voi chiamare,
traditor, disleal, vil, crudo e rio,
vituperato per terra, in odio a Dio».

142Or non sia maraviglia se colei,
che in gravissimo fallo si sentiva,
fu sbigottita più ch’io non direi:
morta non cadde e non rimase viva,
tutta prostrata se gli getta e i piei
gridando: «Non sia in voi di ragion priva
l’ira contra me, né il vostro petto
fuor d’ogni colpa mia prenda sospetto».

143Danain non l’ascolta, e tutto dritto,
poi che smontato fu, ritrova il loco
ove il miser Giron giaceva afflitto,
che di forza e di vita avea già poco.
Ivi, d’alta pietade il cor trafitto,
il guarda alquanto, e fassi un vivo foco
di vergogna, di sdegno, d’ira estrema;
poi così parla, ma parlando trema:

144«Io non avrei pensato che già mai
un sì grande e cortese cavaliero,
ch’io teneva il maggior di tutti assai,
l’almo sol di virtù, l’essempio vero
di bontà in terra, e quel ch’io tanto amai,
ch’era il spirto, la vita, il cor mio intero
obligando se stesso e ’l suo valore
facesse a Danain tanto disnore.

145Né so come il pensier non vi uccidesse
sendo contro a colui ch’ancor v’adora,
come l’iniqua man non vi cadesse
ch’oprar tanto devea del dritto fora,
come rubella a voi non si facesse
l’anima e verso me volasse allora
gridandomi perdon, pace e mercede
della dubbiosa ancor non rotta fede.

146E se pur del mio danno non vi calse,
né dell’alta amicizia il sacro nome,
la pietà di voi stesso a voi non valse
a scacciar del suo sen l’ontose some?
Quanto voglie in altrui crudeli e false
con parole e con ferro avete dome?
Né frenar voi sapeste al cieco punto,
che di scelleratezza al sommo è giunto,

147che vi son più, signor, le somme glorie
vostre di cortesia, di senno e d’armi?
Le incredibil prodezze e le vittorie
celebrate nel mondo in tanti carmi,
i trionfi, i trofei, le gran memorie
stampate in mille bronzi, in mille marmi
s’un sol momento, una dannosa voglia
di quanto aveste ben ratto vi spoglia?

148Sarà il titol miglior di disleale,
di traditor, di adultero, d’infido.
La fama or ne va già battendo l’ale
e tra i buon cavalier n’è corso il grido.
Voi fareste a voi stesso micidiale
volendovi or chiamar leale e fido
e ’l torto a forza far, ch’alla battaglia
il ferro di chi l’ha non punge o taglia.

149Ma ciò non vi avverrà, ch’io son disposto
far dell’offesa mia giusta vendetta,
che non vo’ che mi sia per fallo imposto
ch’a sì gran peccator perdono ammetta.
Poscia il medesmo a chi devrei più tosto
farò dell’infedel moglie imperfetta,
e com’io v’aggia ancisi tutti duoi
darò la morte a me medesmo poi.

150Ch’avendo io fato danno così grave
a me proprio, a natura, al mondo tutto
di tòrgli un cavalier che par non have
sul suo più bel fiorir e sul far frutto,
e toltomi colei che fea soave
la vita mia, non vo’ restare in lutto,
furioso e mai sempre in voglie meste,
come già fece l’infelice Oreste.

151Così le meritate vostre piaghe
laverò del mio sangue e del mio pianto,
pregando Giove umil che se ne appaghe
poi che l’ira e ’l dever mi spinge a tanto.
Le due vostre alme di mia morte vaghe
insieme andran sotto amoroso manto
nel terzo ciel, la mia sola in disparte
girà sdegnoso al quinto ciel di Marte.

152E l’uficio farà l’istessa spada
ch’io porto al fianco e che fu vostro dono,
con cui sempre seguii la dritta strada
fuor che, forse, oggi, che forzato sono.
Ma far convien quel che a chi puote aggrada
e lasciarsi al destino in abbandono,
che vuol che per colui che ancor vi adora
ambe moriate et ei per ambe muora».

153Non seppe il pio Giron formar parola,
non per doglia, per ira o per paura,
ma per pietà di quella donna sola,
di lei gli ’ncresce e più di sé non cura.
L’altra, ch’apprese all’amorosa scuola
di non si abbandonar, tutta sicura
si getta ginocchion, pe altri il prega,
se stessa accusa e l’altrui fallo nega,

154dicendo: «O valoroso cavaliero,
se mai fu in voi virtude e ’n altri fede,
crediate a me, che dirò proprio il vero,
chiamando testimon chi tutto vede,
che contro a me potete esser severo
e ne riceverò giusta mercede,
non già dell’opre rie sì ben del core,
che talor si scaldò d’ingiusto amore.

155Ingiustissimo certo ma non tale
che si possa biasmar da dritta mente,
sendo qui per Giron che tanto vale,
ch’è stupore e miracol della gente;
e tanto men che l’anima immortale
al fragil senso suo non acconsente:
amol di quella sorte ch’io farei
s’io fussi anch’uomo e mai no ’l lascerei.

156Se volete punir questo il potete
a gran ragione, né me ne chiamo indegna,
ma contra a lui men fallo non farete
che contro a deità nel ciel più degna,
ch’oltr’a a l’altre virtù che voi sapete
tal leal cortesia nel suo cor regna
(e l’ha mostra vêr voi) sì pura e chiara
ch’esser vi può più che la vita cara.

157E se ’l sapesse ogni uom come il so io
n’andrebbe sopra il ciel la fama eterna.
O celeste Motore, o sommo Dio,
deh fa che ’l mio consorte il vero scerna,
non per iscampar me di caso rio
ma per aprir quella bontade interna
ch’altri non crede e che Tu vedi solo;
poi mi colma di pianto, empi di duolo.

158Or non vi sia cagion falsa credenza
di tòrre al mondo un così bel tesoro,
che ben povero fia restando senza
e no ’l può ricovrar terreno od oro.
Una sì rara e nobile escellenza
è certo divinissimo lavoro,
ch’adorar si devria, rendendo al Cielo
grazie infinite con divoto zelo.

159Volgete adunque in me, sposo diletto,
ogni vostro disdegno, ogni vostra ira.
Di me fu il fallo, se fallire è detto
chi di cortese amor talor sospira.
Di questo cavalier più che perfetto
date soccorso all’anima che spira,
sì che per vostra colpa, ohimè, non fia
vedova e nuda la cavalleria».

160«Ah,» disse Danain «donna villana,
per voi non cangerò d’opinione,
ch’io ben so come sia bugiarda e vana
femmina ritrovata in falligione;
e non men la celeste che l’umana
legge offendete fra noi nel suo sermone,
e di sua lealtade, o dritta o torta,
sanguinoso segnal Giron ne porta.

161or non pensate voi ch’io sappia a punto
che nel bel fabbricar del mio disnore
un cavalier fedele è sopra giunto
che di nostra vergogna ebbe dolore,
et ha Giron ferito e ’n luogo punto
che egli pensò lassar di vita fuore?».
«Lassa, » diss’ella allora «non veggia io sole
se non so tutte false este parole».

162«Come andò dunque? » il sposo le risponde,
et ella: «Io vel dirò di parte in parte»,
e da gli occhi asciugando le salse onde
cominciò, infin che dal castel si parte
come un forte guerriero i suoi confonde,
come il vinse Giron che parve un Marte,
come vennero al bosco et alla fonte
e tutte lor parole al vero ha conte.

163E ch’attendendo lei non lunge molto
vide al franco guerrier mirar il brando,
e dopo alquanto l’ha in se stesso volto
et ella tosto accorse lagrimando;
e come un cavalier del bosco folto
uscì bramoso di spoliarlo, quando
così ferito il vide, e gli volea
la spada tòr, ché morto sel credea.

164«Ma il cortese Giron co ’l solo sguardo
come cervo il leon fe’ lui fuggire
ben due fiate, e lui cruccioso e tardo,
rimontando a caval vidi io partire.
E che sia ver prendete voi riguardo
solo alla spada che non può fallire,
e la vedrete tinta del suo sangue
che sì valoroso uom ha fatto essangue».

165Prende ora la spada Danaino in mano,
l’esamina del tutto e truova il vero,
e pensa ben ch’un cavaliero estrano
non l’avrebbe mai tolta a tal guerriero.
Il buon Giron, che non giacea lontano,
e c’a sentito il ragionare intero,
con quel poco di spirto il me’ che puote
si volge a Danain con queste note:

166«Io vi assicuro, o mio perfetto amico,
ch’ella non v’ha pur conto una menzogna,
né per timor né speme ciò vi dico,
ch’io son presto a morir, quando bisogna.
E più per vostra man che d’un nemico
di lassar queste membra l’alma agogna,
né potrei mia vita abbandonare
tra persone più degne, a me più care.

167Il fuggir morte che venir poi deve,
se non oggi domani, a chi sia nato
è di femmina impresa sciocca e leve
e non da cavalier che viva armato.
Ben m’allegro io ché, se ’l mio viver breve,
fia per vostra sentenza a fin menato,
morrò di certo, come il cor desia,
per lealtà, constanza e cortesia.

168Alle sagge animose alte parole
non seppe che risponder Danaino.
Dargli in risposta pur lagrime sole
e sta tacito e mesto a capo chino;
e ben conosce chiaro come il sole
che ’l buon campion che fu sopra divino
non avria sì gran fallo mai commesso,
o no ’l vorrebbe al men negare appresso.

169E viene argomentando che potrebbe
quello stran cavalier di Maloalto
esser colui che voglia in quel loco ebbe
di levargli la spada senza assalto,
e la credenza facile s’accrebbe
andandogli il pensier di salto in salto
ricordandosi ch’esso gli narrava
la cosa orrenda e passion mostrava.

170Ma l’innocenza, ch’è di Giove figlia,
e mai non abbandona chi l’abbraccia
fa che ’l rio mentitor partito piglia
di seguitar di Danain la traccia,
ché, ritardando il greco, si consiglia
ch’esso all’impia sua voglia sodisfaccia
di svergognar la donna e lassar quello
esca di lupi e d’altro lordo uccello.

171Tosto ch’egli apparì raffigurato
l’ha il Rosso Danaino, e ’ncontinente
si mette l’elmo ch’aveva ivi a lato,
prende il scudo e la lancia parimente,
monta sopra cavallo e sprona irato
verso quel disleal, ch’a pena il sente
tanto era intento a rimirar la coppia,
pensando tradigion forse più doppia,

172gridando: «Or vi guardate, cavaliero,
ch’io voglio incontro a voi prender battaglia».
Disse l’altro: «Per ora, a dirvi il vero,
io aggio altro da far, se Dio mi vaglia».
Et ei «Di questo a voi lascio il pensiero:
so ben ch’io cercherò se ferro o maglia
di così buona tempra oggi vestire,
che vi scampin di morte o di ferite.

173E ’ntendo vendicar l’ingiusta morte
ch’a quel buon cavalier che steso giace
donaste a tradimento e per vie torte,
come tristo guerrier nel male audace».
Or quel, che teme l’ultima sua sorte,
e vede pur che da buon senno face,
«Mercé,» grida «signor, ch’io vi assicuro
ch’io non l’offesi unquanco, e così giuro».

174Vero è che, pensando io che morto fosse,
volsi la spada tòrgli che mi piacque;
poi vedendo io ch’altero rivoltose,
d’avergli fatto oltraggio mi dispiacque».
«Chi adunque fu colui che lui percosse
sendo ei così sol fra l’erbe e l’acque?»,
gli domanda esso, e quel tosto risponde:
«Io non saprei dir certo il come e ’l donde,

175ma ben son io di certa opinione
ch’ei ciò facesse di sua istessa mano,
perché qui non ci vidi altre persone
che questa damigella e ben lontano;
la qual non avria forza e men cagione
d’aver atto commesso sì villano,
onde ardirei giurar sopra il battesmo
che la sua morte vien da se medesmo».

176«Or perché» Danain domanda appresso
«m’avete voi narrato a quella fonte
lì vicino al ferito e pure adesso
di questa bella donna sì grevi onte?».
Et ei, che ’l suo fallir vede già espresso,
tacito resta e bassa in giù la fronte,
poi c’ha pensato alquanto l’infelice
pur riprende la lena e così dice:

177«Perdonatemi, ohimè, caro signore,
né vogliate punir questo peccato,
che per vendetta e per fraterno amore
oggi vilmente nel mio petto è nato.
Io aveva un german solo e maggiore
che poi che lungamente fu serrato
da questa dam in prigion aspra e dura
finì con empia morte, acerba e dura.

178Questo feci io perché intendeva bene
che ’l Rosso Danain ha il cor sì alto
che date le ne avria sì fatte pene
ch’essempio fora a tutto Maloalto,
e perché a cavalieri non si conviene
contro a chi prega umil esser di smalto.
Vi supplico, o baron cortese e pio,
movetevi a pietà del fallir mio.

179E tanto più che ’l vero ho proprio detto
come in luogo sagrato mai si soglia».
«Ah,» disse Danain «tristo e ’mperfetto,
degno di mille morti e d’ogni doglia,
s’io non avessi al brando mio rispetto
che di cotal villan non cerca spoglia,
conoscer ti farei che pena merta
chi ’l disnor di tal donna a torto accerta».

180E senza altro parlar a basso scende,
lega il cavallo e te l’elmo alla testa;
vassene lieto ove la coppia attende
la fin del caso sbigottita e mesta.
Lì cade a terra e le ginocchia prende
del buon Giron piangendo e mai non resta,
dicendo: «O cortesissimo fratello,
non siate al pentir mio crudo o rubello.

181Deh mercé» gridò «all’alta mia follia
che amministrate m’ha l’aspre parole,
perdonate alla cieca gelosia
che fe’ di me quel che de gli altri suole.
Pietà vi prenda della sorte mia,
che mi face oggi odiar il giorno e ’l sole,
pensate a voi magnanimo e cortese,
non al mio fallo et all’ingiuste offese.

182Datemi qual volete penitenza,
ch’io l’accetto e d’averla vi ringrazio,
pur che non sia ch’io deggia viver senza
la vostra vista, ond’io non son mai sazio,
pur ch’io sia vostro e sia in vostra presenza
sia di me poi qual più vi piace strazio,
che s’io ricovrerò con morte amara
la vostra grazia, non mi costa cara».

183Quando scorge Girone il grande amico,
ch’assai più che se stesso amato ha sempre,
ch’a se medesmo fatto aspro nemico
par che nel pianto si distrugga e stempre,
lagrima anch’ei; ma, di poter mendico,
risponde in frale e dolorosa tempre:
«Voi mercé mi chiedete et io devrei
chieder a voi de i miei peccati rei.

184Ché senza dubbio alcuno il primo intento,
che non è in poter mio, fu contro a voi:
io pensava a disnore e tradimento,
se ben pentito mi punii da poi.
Io l’ho mertato, e bene era contento
d’uscir del mondo e dagli inganni suoi,
che con maggior vergogna e mio più danno
forse che ’l lascerò dopo qualch’anno.

185E la grazia miglior che faccia il Cielo
è di conceder qui soave morte
lodata al mondo, e con ardente zelo
della divina e desiata corte,
pria che manchin le forze e cange il pelo,
fuor di vecchiezza e si sua dubbia sorte.
Questa avea tutto e ci era da vantaggio
che per una tal mano era il passaggio.

186Or qui sia fine, e poi che piace a Dio
vivremo anco e più che mai congiunti».
Già perché vien la notte e ’l male è rio
e son da Maloalto assai disgiunti,
chiama la moglie sua lo sposo pio,
l’abbraccia, bacia e salva tutti i punti
ove l’offese, e pi consiglio fanno
di menar via Giron con meno affanno.

187E fu lor la fortuna amica tanto
che molti cavalier loro, uomini ligi,
erano ivi concorsi d’ogni canto
della fama seguendo i gran vestigi.
Chi Danaino avea, chi Giron pianto,
come s’ei fusser iti a i regni stigi.
Ivi già ne son molti e fan gran festa
mettendo in aiuto a quel che resta.

188Taglian de i rami e fabbricano in fretta,
il me’ che pon, di pali una lettica,
ove di frondi intorno si commetta
chi guardi l’aria alle piaghe inimica;
poi di due buon cavai fatta l’eletta
cercan la via che men la selva intrica.
Così tutta la notte camminaro
e ’n Maloalto all’alba si trovaro.

189Ivi quanti ha cerusici e dottori
per tutta la contrada son chiamati,
e che sia di periglio al tutto fuori
si son d’una sentenza concordati.
le medicine, i cibi, grati odori
son della bella donna ritrovati,
e con più onesta voglia i miglior core
ebbe Giron per sempre servitore.

Libro VII

ultimo agg. 13 Settembre 2015 9:03

Eliano, già Garzone di Girone e ora cavaliere, intrattiene Meliadusse con dei racconti: racconta di come è certo che Girone non sia morto, a differenza di quello che tutti credono (1-38)

1Ma il re Meliadusse, che rimaso
era soletto attender il re Laco,
che avvenuto gli fusse qualche caso
che ’l facesse tardar divien presago,
e perché il sol s’attuffa nell’Occaso
di spogliarsi e riposarsi vago,
cerca pur nel castel delle sue suore
commodo albergo e quanto può migliore.

2Poi ch’egli è disarmato e dato han loco
i prudenti scudieri al suo destriero,
la cena a comparir dimora poco;
mettesi a mensa, che n’avea mestiero,
un vecchio cavalier ch’era per gioco
venuto il giorno al torneamento fiero;
se gli presenta inanzi, il buon re prega
che compagnia gli tenga, esso no ’l nega.

3Cominciasi a parlar tra le vivande,
com’è l’usanza d’ogni nobil alma,
chi furo i cavalieri e di quai bande
chi tempesta menò, chi stette in calma;
e sopra tutti a i neri et al più grande
s’accordano a donar la prima palma.
Poi prega il cavalier che ’l re gli dica
qual parte ebbe contraria e quale amica.

4Domanda anco quali arme e sopra vesta
portasse il giorno, et esso gli risponde
che ben mise egli il dì la lancia in resta
ma i color per onor suo gli nasconde,
che fe’ sì mal che svergognato resta
nel suo giudizio e tutto si confonde.
«Come,» gli disse l’altro «un così bello
come voi sète è di valor rubello?».

5«Io vaglio bene un cavalier moderno»
rispose il re «quando il bisogno viene,
ma de i grandi come io pochi discerno
ch’al par de gli altri si dimostri bene».
Dissegli il cavalier: «Forse per scherno
e per gioco ciò dir vi si conviene,
ma molti ho visto della taglia vostra
ottimi nella spada e nella giostra.

6E fra i molti un che molto vi assimiglia,
di Lionese il re Meliadusse,
valoroso nell’arme a maraviglia
quanto altro mai ch’ai nostri tempi fusse».
il re, mostrando a lui turbate ciglia,
«Affezion più che dever v’indusse
a lodarlo,» dicea, «ché molti innanti
son da pregiar de i cavalieri erranti».

7«Io vi dirò se questo assai non fia»
disse il buon vecchio «un di maggior grandezza,
che non penso il miglior nel mondo sia
d’ardir e di possanza e di prodezza;
poi luce in lui sì rara cortesia,
tanta virtù, bontade e gentilezza
che sia pur ove vuole in guerra o ’n pace
lì di valore e qui d’onore è face».

8Diviene stupefatto a questi detti
il re, pensando a chi si voglia dire,
che de i guerrieri conosce i più perfetti
per pruova quanti son, non per udire,
né si può immaginar ove si getti
il suo giudizio, se non vuol mentire,
e disse: «Troppe insieme e belle cose
mettete tutte in un maravigliose».

9Risponde il cavalier tutto crucciato:
«Perché sentiate voi codardo e lento
ragion non è che ogni altro giudicato
sia da voi nel vostro pensamento,
ma quello ond’io vi parlo è più stimato
ch’io non vi so narrar per ognun cento
in tutte quelle lodi, in quelle parti
rischieste a mille Apolli, a mille Marti.

10E se voi il conosceste com’io chiaro,
ne direste più forse ch’io non dico».
Il re, che di saperlo aria più caro
ch’aver trionfo di ogni suo nemico,
«Deh non mi siate di scoprirlo avaro,
ch’io voglio esser di lui servo et amico»
disse al buon vecchio, et ei: «Sievi palese
l’onor del mondo: egli è Giron Cortese».

11Come Meliadusse il gran nome ode,
ch’egli adorava sopra ogni altro loco al mondo,
d’udirlo ricordar già seco gode
e n’è più che altro mai lieto e giocondo,
che sa ch’era guerrier di somma lode
e ch’a nessun che fusse era secondo;
ma per morto il tenea, tanto tempo era
che non ebbe di lui novella vera,

12e dice: «Io non sapea che fusse vivo,
per ciò d’udirvi maraviglia avia;
e se ’l mondo non è di tal uom privo
ben siam più ricchi assai ch’io non credia,
ch’io vi consento che sia fonte e rivo
del vero onore e di cavalleria.
Ma ditemi, vi prego, quel che voi
potete certo dir de i casi suoi».

13«Io vel dirò;» diss’egli «e’ non è molto
ch’io ’l vidi lieto e tutto sano,
quando il verno era più di ghiaccio involto
e c’ha il lume del sol breve e lontano.
E ch’io bene il conosca al pelo e ’l volto
non sia persona che ’l ritrovi strano,
perché mentre che ei visse in questo loco
non mi partii da lui molto né poco.

14Gli fui sempre scudiero e nel partire
mi fece cavalier, quantunque indegno.
Fui lungo tempo senza nuove udire
della sua vita in questo o in altro regno,
e per adempir or vostro desire
a raccontar com’’io l’ho visto vegno.
Io mi partii sei mesi sono intorno
di casa mia con un compagno adorno,

15adorno, armato, bello oltr’a misura
da far tremar il mondo e nulla vale.
Menava il verno la più gran freddura
come esso suol quando Aquilon l’assale;
trovammo in mezzo un bosco per ventura
ove la valle alla montagna sale,
disteso un padiglione, et alla porta
quattro ricchi scudier faceano scorta.

16I quai di noi dier nuove al lor signore,
sì ch’al nostro arrivar incontra viene
un cavalier che ’l viso dal calore
e dal freddo e dall’arme e dalle pene
avea di sì ferrigno e stran colore
che non l’avria riconosciuto bene
la madre istessa, non che i servi sui
che gran tempo lontan furon da lui.

17Avea seco una dama, la più bella
che vedesser di molto gli occhi miei,
e che seco restiam cortese appella
e ’l digiuno schivando e i freddi rei;
e che piacer faranne alla donzella
che non più tutta è sua ch’ei sia di lei.
il dever, il bisogno, il gielo estremo
fece accettarlo, e ’n terra discendemo.

18Quanto portar poteva il tempo e ’l loco,
pur da forti guerrier fummo trattati;
poi che di vin, di cibi e di buon fuoco
furono i nostri spirti ricreati
il mio compagno, il cavallier da poco,
il primo de i codardi e de gli ingrati,
si volge al buon signor, pregal che dica
se quella damigella era sua amica.

19Et ei cortese: – Mal non le voglio,
anzi le bramo onor, bene e contento,
e per conto d’altrui più che per mio
ch’io l’ho tolta a condurre a salvamento,
a chi molto amo e prego umile Dio
ch’aiuti in questo il giusto mio talento,
perché sempre sarò son pena e doglia
fin che ’l compagno mio non me ne spoglia -.

20Dunque dice costui: – Signor, vi pare
il menar una donna assai periglio? -.
– Sì (dice l’altro), ch’è molto da fare
tra ’l menar ben le mani e ’l buon consiglio:
s’un miglior cavalier vengo a incontrare
e che per mio dever la guerra piglio,
io cadrò in terra vinto et ella seco
piangendo andrà quando io la vorrei meco -.

21Al semplice parlar il mio compagno
seco sorride, e già disegna in seno
che questa era uom da far con lui guadagno,
e già d’amor verso la donna è pieno.
Parla aspro e grave, e fa l’occhio grifagno
da far tremar il ciel non che il terreno.
Tosto dopo mangiar, ché ’l giorno è breve,
montiam tutto a caval sopra la neve.

22Camminato non siam cinquanta passi
che l’indiscreto il suo cavallo sprona,
poscia il ritorna e ’ncontro all’altro fassi
et orgogliosamente gli ragiona:
– Convien che questa donna oggi mi lassi
o pruovi l’arme mia come sia buona -.
– Deh no (disse il guerrier), non fate cosa
ch’a gentil cavalier sia vergognosa.

23S’io non vi fui già mai se non cortese,
perché volete a me far villania? -.
L’altro, che il suo parlar per vil riprese,
ben crede certo allor che sua saria.
Io gli dissi ben pian (ma l’altro intese):
– Prendetela ora mai che vostra fia -;
tal ch’ei mi parla umil: – Sacciate certo
ch’anco questo da voi signor non merto.

24E vi fo fede, ancor che con ragione,
e con pace d’ogni uom guardarla ho voglia;
ma se bisogni pur farne quistione
forza mi fia, ma con estrema doglia,
e chi mi abbatta non avrà cagione
di dir che senza l’arme me ne spoglia -.
Il mio compagno, ch’ode le parole,
diventa fiero ancor più che non suole,

25e ’nvêr la damigella il passo ha volto,
e la pensa menar senza contesa.
Ride ella allor, e si fa lieta in volto
quando si scorge per la briglia presa,
e me tien senza senno e quello stolto
che ben sa il difensor suo quanto pesa.
Poscia ne dice: – Se voi fuste saggi
cerchereste per voi miglior viaggi.

26Non fate come quel che ben si truova
e va cercando il mal per medicina -.
Non sa parola dir che ne rimuova
dal van pensier ove follia ne ’nchina.
Il cavalier, che vede che non giova
per farci intender ben questa dottrina,
si fa dar il suo scudo e la sua lancia
per finir con nostra onta questa ciancia.

27E s’acconcia alla giostra, et io riguardo
che non ha l’elmo in testa e sì gliel dico;
egli a me volto con feroce sguardo
risponde: – Io vi ringrazio, come amico,
ma di esser a caval vile e codardo
mi tengo ancora e di valor mendico,
contra due soli a semplice battaglia
che non so l’uno e l’altro quanto vaglia -.

28Poi, rivolto a quell’altro, lieto in vista
gli dice: – E’ son passati oggi quattro anni
ch’io non ho rotta lancia buona o trista,
né provai d’arme gli onorati affanni.
Voi sète il primo alla novella lista
e guardatevi ben da i primi danni,
perché sì fresco e riposato sono
che non avrete usbergo che sia buono.

29E vi consiglio ancor che mi lassiate
in pace aver costei, che non è vostra -.
Ei, che le voglie avea più che ostinate,
no ’l vuol udir, e sol domanda giostra,
ma il buon guerrier, ch’avea molte fiate
e sopra maggior uom sua forza mostra,
con quanto può vigor sprona il cavallo
e ’l suo duro ferir non venne in fallo.

30Ché ’l suo destrieri e lui tutto in un monte
gittò per terra, e non gli valse usbergo,
ché gli passo la spalla e della fronte
stampò la neve e dell’armato tergo.
Troncosse l’asta e con parole pronte
quasi sdegnato co ’l celeste albergo,
disse: – O lancia infelice, rotta in vano
sopra un cavalier tristo e villano!

31Quanto più fortunata e d’altra forte
fu l’ultima ch’io ruppi e ch’io portai,
con la qual posi un cavalier a morte
de i più famosi che s’armasse mai!
Questo fu il franco Elionoro il forte -;
et io, che de i suoi detti m’avvisai,
conobbi ben che questo era Girone,
né mi potea fallir il suo sermone.

32Perch’io era in quei tempi suo scudiero
quando l’uccise, e mi trovai presente,
e mi venne in temenza, a dir il vero,
quando io mi vidi in man di sì possente.
Mi tirai in dietro, et ei che ’l mio pensiero
conobbe e la paura veramente,
mise mano alla spada per suo spasso
e ne vien verso me con ratto passo.

33Allor per riverenza e tema scendo
e gli lasciò il ginocchio e ’l piede abbraccio,
e non pur prigioniero a lui mi rendo
ma servo umil e schiavo me gli faccio.
M’accuso peccator, perdon chiedendo,
d’aver dato quel dì disturbo e ’mpaccio
a chi m’avea gran tempo nutricato
e, nel suo dipartir, troppo onorato.

34Resta ei meravigliato e mi richiede
ch’io gli racconti ch’io mi penso sia.
Rispondo: – Quel che più bontade e fede,
valor, senno, fortezza e cortesia
ch’ogni altro cavalier oggi possiede,
quell’anima gentil, ornata e pia
del mio primo maestro e gran padrone,
e per dir tutto in un sète Girone.

35Il vostro obligatissimo Eliano
son io, che v’ho seguito in ogni impresa,
che quattro anni ho cercato e monte e piano,
né di voi mai certa novella ho intesa.
Ringrazio il Cielo e ’l suo Motor sovrano
ch’io vi ho visto alla fine e non mi pesa
il morir più, da poi ch’io lasso in vita
chi è stato mia stella e calamita.

36Io fui già cavalier fatto da voi,
e da voi riconosco ogni mio bene -.
Egli sta alquanto, e mi risponde poi:
– Io non so qual Giron in cor vi viene;
un ne fu già che finì gli anni suoi
come per certo qui fra noi si tiene.
S’io vi fe’ cavalier troppo m’è caro
e vi prego a seguir cammin più raro.

37Né vogliate esser mai noioso e grave
ad uomo estran in questi o in quei confini.
Di Dio son figli e ’n sua difesa gli have
i poveri del mondo e i peregrini -.
Poi, come quel che d’udito esser pave,
cenno mi fa che più me gli avvicini,
e mi dice a l’orecchie: – Il restar senza
meco venir prendete a pazienza,

38ch’io me ne vo sì solo e sconosciuto
che di seguirmi voi vergogna fora.
Ma come il tempo buon sarà venuto
quel che mai fuste mi sarete allora -.
Così con cortesissimo rifiuto
il perdei il giorno e spero ad ora ad ora
di ritrovarlo tosto, s’a Dio piace,
e di mai non lassarlo in guerra o ’n pace».

Dell’apprendistato di Girone presso Galealto e di un’impresa di quest’ultimo (39-65)

39Qui finisce il suo dire, e ’l re, che presta
alle parole udite fede intera,
già nel suo cor assicurato resta
che l’un de i due che sopra l’arme nera
alla giostra portò la sopravesta,
ch’abbatté tutti da mattino a sera
è Giron senza fallo, che trovare
non gli parve mai forza a quella pare.

40E che l’altro compagno è Danaino,
per contrasegni assai seco ritruova.
Lieto n’è molto, e poi ch’egli è vicino
di Maloalto vuol mettersi in pruova,
di esser amico al cavalier divino
pria che d’indi e d’intorno il passo muova,
e di tal avventura ha più dolcezza
ch’avaro d’improvisa e gran ricchezza.

41E volto al cavalier molto il ringrazia
che sì buone novelle gli ha portate,
e di lodar Giron mai non si sazia
di cortesia, di forza e di bontate.
Poi gli domanda che gli faccia grazia
di raccontargli se di quella etate
che serviva Giron conobbe mai
Galealto lo Brun, ch’amava assai.

42E chi miglior teneva di lor due,
d’alta prodezza e di maggior possanza.
L’altro gli dice ch’alcun mai non fue
che ne possa il ver dir meglio a bastanza,
e ricomincia le parole sue:
«Un giudice sarebbe in gran dottanza
di chi devesse a l’un l’altro preporre,
e non dar troppo a quel né a questo tòrre.

43Perché fur cavalier così perfetti
che alla somma virtù mancò niente.
Ma Galealto con più grandi affetti
di maraviglia empié tutta la gente,
perché ne gli anni all’alte imprese eletti
era ei già giunto, e questo era apprendente
nell’età giovanile, ove la scorza
non amministra al cor sì ben la forza.

44E sendo domandato di Girone
rispondea Galealto ch’ancora era
non cavalier ma semplice garzone
di virtude incredibile et altera,
e quando fia nell’ottima stagione
avanzerà quel che di lui si spera,
«Non per compagno ma scolare il tegno
che vivendo di me sia stato degn».

45«Ben fu» rispose il re «soverchio ardito
chi di un tal cavalier così parlava,
e ch’aveva il suo core stabilito
che nessuno altro a lui si approssimava».
Esso replicava: «Egli era sì fornito
di quel che a buon guerrier più bisognava
che non disse mai cosa che poi l’opra
non restasse al suo dir sempre di sopra.

46E tra l’altre io ne vidi una cotale
ch’ogni nostra credenza vinta avrebbe:
sei mesi appresso del cristian natale,
che d’esser cavaliero il titol ebbe
il cortese Girone e sotto l’ale
di Galealto d’onoranza accrebbe,
l’un e l’altro di corte si partio
con una damigella, un altro et io.

47E cavalcando per sollazzo un giorno
giungemmo stanchi a piè d’un alto monte,
sudati tutti in florido soggiorno
ci riposammo al fine a piè d’un fonte.
Noi ci ad dormiamo, e i due signori intorno
là dove l’ombra difendea la fronte,
eran giti a diporto ma disgiunti,
secondo che ’l desio gli aveva giunti.

48Dentro una torre alla montagna in cima
d’un feroce gigante era l’albergo;
discende in basso e li ritrova in prima
la bella donna, e d’improviso a tergo
l’abbraccia, e di securo averla stima.
Grid’ella, io mi risveglio e la fronte ergo,
e veggione portar la nostra dama
ch’or questo or quel nel suo soccorso chiama.

49Noi seguiam l’altro et io di costui l’orme,
ma forze non aviam né quello ha tema.
Sente tosto Giron, perché non dorme,
corre ove noi gridiamo e quella trema;
domanda del gigante ch’io l’informe
et io gli narro la grandezza estrema,
ma ch’esso è disarmato; et ei che ’ntese
spogliò l’altre arme né la spada prese.

50Quanto può corre e sulla mezza costa
assai veloce il gran gigante arriva,
che la donna posando a lui s’acosta,
lo abbraccia, il scuote e ’l getta su la riva,
sì che rizzar non si puote a sua posta;
in questo torna alla fontana viva
il forte Galealto, e poi ch’egli ode
il caso tutto di furor si rode.

51Chiamami perché io ’l segua e ch’io lo scorga
ov’è il gigante e la sua preda insieme;
comanda poi che nullo aiuto porga
ché la vergogna più che ’l danno teme.
Vegnamo ove non par che più risorga
Giron, che faccia un uom cui morte preme,
l’ha percosso e gittato il monstro crudo
sotto un gran tronco, di pietade ignudo.

52Galealto che ’l vede forte grida:
– Lassa ir, villano, i debili garzoni,
riguarda un uom ch’a morte ti disfida,
che forse ti parrà per tre lioni -.
Se gli volge il gigante e par che rida,
schernendo altero i gravi suoi sermoni;
poi gli domanda: «Se sì forte sète,
ditemi il vostro nome se volete».

53- Non vi sarò di questo poco avaro;
io son (gli disse) Galealto il Bruno -.
L’altro risponde: – Io vi tengo anco caro,
né di vostra notizia son digiuno,
ma il padre vostro al terren nostro amaro
ho ben più conosciuto, e so ch’alcuno
non fu più forte mai né valoroso,
et io ciò pruovo e non ne son gioioso,

54ch’egli uccise mio padre e due fratelli
ch’allor aveva, et io sol scampai
per questi boschi, ch’ebbi i piè più snelli
che gli altri miei, che morti ritrovai.
Or poi che vendicar non posso quelli
contro ad Ettore il Brun, ch’è morto omai,
sopra voi sarà fatto, e ’l Ciel ringrazio
che mi vuol far di vostro sangue sazio -.

55Sorride Galealto, e poi gli dice:
– S’a scampar già del padre mio le mani
vi fu la sorte assai più che felice,
non scamperete omai le mie, ch’a i cani
non vi faccia oggi qui preda infelice,
come son degni vostri par villani -.
Poi s’apparecchia a guerra, et io che ’l veggio
pur andar senza spada una ne chieggio.

56E per onor e tema grido allora:
– Deh prendete, signor, questa mia spada,
che senza vostro danno il crudel mora,
né si buon cavaliero a rischio vada -.
Diss’ei cruccioso: – Or tacito dimora,
né mi mostrar in ciò l’ontosa strada:
non stimo il brando mio cotanto poco
ch’io ’l voglia insanguinar in sì vil loco.

57S’io non avessi ferito un tal villano
no ’l vorrei più portar né veder anco -.
Poi se gli avventa sopra a mano a mano
e ’l prende ove l’aggiunge a mezzo il fianco;
lo scuote e batte sì selvaggio e strano
che la lena e lo spirto gli vien manco,
e chi soleva abbatter otto o diece
per la forza d’un sol la sua fin fece.

58Cadde come un fanciul tenero e frale
disteso quanto egli è più lungo in terra.
Poi con un pugno che per mille vale
gli ha il cervel rotto e finita la guerra.
Indi va invêr Giron, ch’ancora ha male
sì che la vista e ’l capo gira et erra;
l’alza, l’aiuta, l’accarezza e cura,
come il buon padre che ’l figliuol procura.

59Poi gli disse: – Girone, or vi sovvegna
che voi non sète tal che vi stimate;
per esser cavalier convien che vegna
con la forza la pratica e l’etate.
In un giovine cor sovente regna
onorato desire e volontate,
ma il valor, la prodezza e ’l buon discorso
s’assembran soli in chi molti anni ha corso -.

60Sì sdegnato è Giron, sì mal contento
di quel che egli ode e che confessa certo
che lassar Galealto avea talento,
ma il buon signor il vieta a viso aperto.
Poi ’l conforta, e gli dice che spavento
di ciò non aggia, perché poi ch’esperto
sarà nell’arme alquanto ha fede in esso
che null’altro guerrier gli arrivi presso.

61E gli ricorda poi ch’a giovinetto
ben si convien lo sdegno alcuna volta,
ma non si tenga lungamente in petto
perché in biasmevol l’ira si rivolta.
E sopra tutto aver giusto rispetto
all’età vecchia, e saggio è chi l’ascolta,
che in un dì può insegnar quel che mill’anni
non c porrien mostrar con mille affanni.

62E che fugga l’error de gli altri tanti
ch’alle moderne cose dan sol fede,
né lodar sanno color che furo innanti
et a chi gli ricorda non si crede,
mille altri essempi producendo avanti
di quel che fra gli antichi esser si vede;
così facendo al giovane Girone
come all’invitto Achille il buon Chirone.

63Ammonendolo appresso ch’a vergogna
non si tenga or se vinto l’ha il gigante,
perché forz matura aver bisogna
per tener contro a tal salde le piante.
Ma venuto all’età che più si agogna,
che ’l mezzo giorno del mortal Levante
i sei passati intorno a i sette lustri,
tutti altri avanzerà possenti e ’ndustri.

64E ch’ei medesmo, ch’è di salda etade,
a pena contra lui seppe a bastanza
che ’n quelle prima e poi in altre contrade
trovata non avea simil possanza.
E ’n somma tanto fa che di rugiade
s’empion gli occhi a colui ch’ogni altro avanza;
perdon gli chiede, e servo a i detti suoi
ritornò sì che non partì da poi».

65Quando ha finito il re tacito resta,
tutto pensoso, e ’l cavalier domanda:
«Forse il mio ragionar già vi molesta?
Io no ’l noierò più se mel comanda».
Et egli, in guisa d’uom ch’allor si desta,
si scusa e quanto può si raccomanda
che non ne sia degnato, ché ’l dolore
di non aver mai visto un tal valore

Di una grande impresa di Galealto contro il Cavaliere Senza Paura e Meliadusse (66-98)

66era cagion che sì pensoso stesse,
e poi il riprega che gli piaccia ancora
di raccontargli, che giudicio fesse
de i giovin cavalier ch’erano allora
ove il re Pandragon soggiorno avesse,
i cui gran fatti tutto il mondo onora.
«Di quai mi dite voi?» soggiunse quello
«Per ch’eran molti nel reale ostello.

67Tra quai l’un di Benico era il re Bano,
l’altro dicean di Gave il re Boorte,
Senza Paura il Cavalier umano,
di Listenesse l’Amoratto forte,
di Gallia Faramonte il re sovrano,
il re Meliadusse d’alta sorte,
signor di Lionese, a lui vicino,
era poscia il re Laco e Danaino.

68Fuor che questi otto io non saprei contare
altro uom di pregio e di nomarsi degno».
«Di tutti questi or che solea parlare
il vostro Galealto e di quel regno?»,
il re domanda, et ei: «Molto lodare
che di tutti altri trapassasse il segno
l’Amoratto gli vidi, ma nondimeno
più che di forse, di buon core in seno.

69Dicea del Cavalier Senza Paura
questo medesmo, e maraviglia avea
di chi buono il chiamò senza misura,
perché qual sia valor poco intendea,
che chi forza non ha sopra natura
che buon guerrier non fusse gli parea,
che chi saldo have il core e fral la possa
spesso ha guasto il suo onor e rotte l’ossa.

70E ben il potea dire arditamente
ch’ei fu più che lion di forza assai;
io gli vidi pur far subitamente
due più bei colpi che saran già mai,
e le virtù vitai quasi già spente
erano a quel che prima le trovai».
Il re gli chiede allor che a contar questo
non gli sia più che l’altro anco molesto.

71«Io ’l dirò,» disse il vecchio «e quando fosse
e sopra chi, come l’udiste spesso:
il primo al franco re Meliadosse,
al Cavalier Senza Paura appresso».
Divennero al buon re le gote rosse
sentendo il danno e l’onta di se stesso,
pur ascolta intentissimo e colui
segue il suo conto e non riguarda in cui.

72«Nell’ultimo anno che cavalleria
Galealto perdé, ch’era il suo fiore
verso Norgalle, avea preso la via
per trovar una donna che nel core
già gli avea fissa di gran tempo pria
nobile, onesto e ben lodato amore,
né ben sano era ancor d’una ferita
che ’l tenne in gran pericol della vita,

73la quale a Roestotto al torneamento
ebbe, quando con essa ebbe vittoria.
Noi n’andavano insieme a passo lento,
di ciò che n’avvenia facendo istoria,
lodando or questo or quel com’è l’intento
di chi segue il cammin di vera gloria,
e stanco essendo pur volse riposo
prender sul giorno in luogo fresco, ombroso.

74Fa disarmarse, e mentre si rinfresca
vede passar un cavalier davanti
che par che dall’abisso e di morte esca,
tanto aveva dolor ne i suoi sembianti.
A Galealto par che ne rincresca,
ché troppo amava i cavalieri erranti;
lo squadra e guarda, et ei non vede noi
così pensoso va de i fatti suoi.

75Era grande e ben fatto et a maraviglia
e senza altro color tutto era verde.
Lodalo il mio signor, e piacer piglia
di veder il valor che si rinverde,
et a guerrier famoso l’assimiglia
se natura il suo dritto in lui non perde,
né di molto era ancor da noi passato
ch’uno scudier veggiam tutto affannato,

76e ne dice: – Signor che in ozio sète,
perché più bella e nobile battaglia
che fusse mai vedere or non volete
che qui molto vicina si travaglia,
tra due guerrier ch’io credo che direte
che l’uno e l’altro mille mondi vaglia? -.
– Troppe gran cose dite, pur io voglio
veder questo miracol ch’io non soglio -.

77Così rispose il Bruno, e fa portarse
l’arme e veloce sul caval rimonta.
Poco oltra va ch’a noi vicin mostrarse
un cavalier veggiam pien d’ira e d’onta,
ferito in petto sì che non può atarse,
ma va come colui che i passi conta,
sospirando, piangendo e pien di duolo
qual vecchia madre cui muore figliuolo.

78Salutal Galealto, e poi gli dice:
– Di che sète, signor, doglioso tanto?
Or non sapete voi che si disdice
a cavalier errante aver mai pianto?
Il caso avventuroso o l’infelice
non deve il cor cangiar mai tanto o quanto
a chi si cinge spada, e nulla sorte
ha da temer né pur l’istessa morte -.

79- Ah (disse il cavalier), se fusse noto
a voi com’a me troppo il mio gran danno
non mi terreste di virtù sì vòto
che qual uom femminil prendessi affanno;
se mai fuste ad Amor servo o divoto,
signor, vi risovvegna come stanno
quei che perdon l’amata, e non han via
di trarla fuor dell’altrui forza ria -.

80Il Brun gli replicò: – Vostra è la colpa
se non sapeste far per lei difesa.
Sovente il Cielo e la fortuna incolpa
tal che solo a se stesso ha fatta offesa -.
– Or (disse quel meschin) di ciò mi scolpa
la gran piaga ch’io porto, e che mi pesa,
perch’ucciso non m’ha; poi vi prometto
che chi l’ha fatta è cavallier perfetto -.

81- Or se la ricoverasse e dolce dono
un caro vostro amico ve ne fesse? -,
gli fece il Bruno, et egli: – In abbandono
sarei del tutto alle sue voglie stesse -.
E l’altro: – Andiamo, e proverò s’io sono
quel che ’l Cielo altra volta mi concesse.
Non v’incresca venire e veder meco
s’al disegnato fin l’impresa reco -.

82Così non molto lunge il piè movemo
che veggiamo attaccata una quistione
tra due che mostra lì valore estremo
et esser buon guerrier di paragone.
Fermasi il Brun, quando presenti semo,
che sembra sbigottito su l’arcione
ch’esamina la cosa, e quel si pensa
ch’allentata gli sia la voglia intensa.

83E mezzo in cruccio gli ragiona allora:
– Or ben veggio io quel ch’io pensava prima
quando un dal praticar lunge dimora:
spesso più del dever sue forze estima
ma poi che d’adoprarle è giunta l’ora
va in fondo speme e la temenza in cima.
S’omai di far più oltra non vi aggrada
il miglior fia ch’a medicarmi vada -.

84- Non (disse sorridendo Galealto)
troppo tosto di me mal giudicate;
io sono entrato in pensier dubbio et alto
per comprender chi ei sien, non per viltade,
ch’io non so la cagion di questo assalto
né saprei giudicarlo in veritate,
se non ch’io so che l’uno è tutto verde,
candido è l’altro sì che il late perde.

85Ditemi or voi chi sono i cavalieri
e perché fan battaglia in questo loco -.
– Chi sian non so, ma ben irati e feri
son per cagion di chi mi tiene in foco,
e chi mi tolse i miei diletti interi
è l’argentato, di statura un poco
minor che l’altro, et ella dentro stassi
nel padiglion con occhi molli e bassi.

86E se volete far quel che si è detto,
buona è l’occasion se ’l cor non manca -.
Così diss’egli, e ’l saggio Brun perfetto
con la persona pur piagata e stanca,
lassa il destrier dicendo: – Gran difetto,
poi ch’io veggio la parte verde e bianca
esser a piè, farei se a caval sendo
proponessi la guerra dov’io intendo -.

87Prende il suo scudo e ne va dritto a loro
e dice: – Signor miei, restate alquanto
se ci è in piacere, e ditemi quai foro
le differenze che n’affannan tanto -.
Al parlar realissimo e decoro,
i due guerrier si ritirar da canto;
poi gli risponde il candido signore:
– A questo travagliar ne ’nduce Amore,

88ch’una donzella ho io per virtù d’arme
contra un buon cavalli ero ora acquistata;
vien questo appresso che la vuol levarme,
io la difendo come cosa amata,
né porria, credo, tutto il mondo farme
forza cotal ch’ella mi sia levata
da chi non mi leva anco questa vita
ch’è d’onor solo e di valor nutrita -.

89Dice allor Galealto: – Amici miei,
or non sia più tra voi disputa in vano,
che restasse a qual vuole io l’averei
vincendo il vincitor con questa mano,
ch’io l’ho promessa, né mancar vorrei,
di ritornarla al cavaliero strano
da chi fu tolta; or la date voi
o la torrò mal grado di ambe duoi -.

90Quando colui che ’l scudo avea d’argento
ode così parlar, si pensa seco
che non sol ha di senno mancamento
ma folle in tutto e della mente cieco,
e risponde: – Signor, io non consento
che ’l mettiate ad effetto sol con meco,
non che con l’altro insieme, il quale stimo
tra i primi cavalier secondo o primo -.

91- S’io non potrò ciò far e con Dio sia
voi ’l vederete, e si difenda ogni uno,
ch’ove arbore miglior frutto non dia
vi pianta il buon cultor la siepe o ’l pruno -.
Così detto fra lor si fa la via
con la spada onorata il forte Bruno,
percuote il verde primo il più membruto
del maggior colpo ch’egli avesse avuto,

92sì che il riversa tramortito in terra,
né per un’ora almen ritornò vivo;
lo scudo e ’l brando in mezzo il cammino era
che dell’uno e dell’altro è fatto privo.
Sopra il secondo poi ratto si serra
che d’aspettarlo non si mostra schivo;
parte il scudo argentato e fu ben presso
a tagliargli la man quel colpo istesso.

93Quando si vide il bianco in questo stato,
si tira indietro per rifarsi ancora,
ma qual leone al toro abbandonato
s’avventa il Brun nella medesima ora,
prende l’elmo e tosto disarmato
gli ha il capo intorno, e della strada fuora
ben lunge il getta, e sì gli dice poi:
– Parmi finita la quistion fra noi;

94or ritrovarete omai l’altro compagno
e finite fra voi la lite vostra,
ma dovunque alla fin resti il guadagno
la damigella intendo che sia nostra,
et al suo primo amante l’accompagno -.
Poi ritrova ove colui la mostra
nel padiglione, e la gli dona e dice:
– Gite contenti pur, coppia felice -.

95Il ringrazia umilmente, e poi gli offerse
il cavaliero estran la propria vita.
La donzella di lagrime coperse
gli occhi, e la vaga guancia colorita;
vuol baciargli la man, ma no ’l sofferse
il Brun cortese, et ella c’ha impedita
per dolcezza la lingua alla fin pure
scioe tai parole semplicette e pure:

96- Mentre ch’Amor darà gioie e dolori
a i suoi servi fedei meschiate insieme,
mentre porrà ne gli impiagati cori
sommo gielo e calor, timore e speme,
mentre neve avrà il verno e l’april fiori,
cortesia quel che son di nobil seme,
sarò vostra, signor, vi avrò nell’alma
onorata, amorosa e chiara salma -.

97Indi rivolta al caro suo campione
l’abbraccia al collo e non sapea staccarse.
Domandal come stia, dagli ragione
de i suoi danni ove fu per disperarse.
Galealto di tutto ampia cagione
non potea pur da tal vista levarse,
ringrazia il Ciel divoto e ’l prega appresso
che sì belle avventure gli dia spesso.

98Così tosto partimmo e fu la sera
il nostro albergo un basso eremitaggio,
ove detto ne fu per cosa vera
come essi erano i due che narrato aggio:
Meliadusse la persona altera,
di Lionese il re possente e saggio,
e ’l forte Cavalier Senza Paura,
tesor del cielo e pregio di natura».

Dei racconti che un vecchio fece a Galealto e Girone su Ettore il Bruno e il suo amico Abdalone (99-161)

99Finito il suo narrar costui si tace,
e ’l re Meliadusse d’altro canto,
cui ben nella memoria tutto giace
che l’ha sentito e gli donava il vanto
in guerra di prodezza e nella pace
di cortese bontade, e ’n questo tanto
il buon vecchio gli dice: «L’ora è tarda
a chi il dormir più che ’l parlar riguarda».

100Vuol licenza pigliar, et è pregato
dal re con lui posarse; et ei s’accorda,
ché cavalier gli sembra assai pregiato
e dell’antica usanza si ricorda.
Ingombrato è ciascun dal sonno alato
e da nera oblianza cieca e sorda,
infin che vien l’aurora in bianca vesta
al cui sacro apparir ciascun si desta.

101Vuol partir pur il vecchio, il re di nuovo
ch’ancor sia seco un giorno lo scongiura,
e quel: «Sì ben con voi d’esser mi truovo
ch’un dì per un momento non mi dura;
ma infin che a ricercar non mi ripruovo
il mio primo signor ho troppa cura
dentro il cor sempre, e parmi ogni ora una anno
d’esser a Maloalto ove ei si tanno.

102Pur esso replicando al fin ottiene
ch’un giorno ancor gli tenga compagnia.
Il re dentro una camera si tiene
ch’esser riconosciuto non vorria,
poi ch’a le mense di vivande piene
han cacciata la fame ch’avean pria,
il re vago d’udir vie più che innanti
parlar de i primi cavalieri erranti,

103gli ridomanda pur s’ha conosciuto
di Galealto il padre, Ettore il forte.
Risponde allor che mai non l’ha veduto,
ma di lui molto udì parlare a sorte
nel reame d’Orcania, ove venuto
era per visitar la bella corte,
«E se non vi dispiace volentiere
vi narrerò di lui novelle vere».

104E ’ncominciò: «Nel tempo che seguiva
Galealto Giron come io v’ho detto,
spesso a ragionamento si veniva
che più il padre o ’l figliuol fusse perfetto,
e quando Ettore più pregiare udiva
venìa cruccioso il fero giovinetto,
dicendo: – Io penso che nessun mortale
fu né fia mai di Galealto eguale -.

105Et esso al suo parlar gli rispondea:
– Taci, ti prego, o semplice garzone,
che se veduto avessi quel che fea
saresti ben d’un’altra opinione.
Per dieci de i miei pari e più valea
e n’avria fatto abbandonar l’arcione,
che ciò ch’io seppi mai da lui si parte
né di mille apprendei sola una parte -.

106No ’l credeva Giron, pensando in seno
che cortesia più che ’l dever il faccia.
Occorse un giorno, essendo nel terreno
che ’l re d’Orcania con sue forze abbraccia,
ch’un vecchio cavalier sì d’anni pieno
c’ha rugosa e bianchissima la faccia,
che avea cento anni almeno e forse piue
lieto n’accolse nelle case sue.

107Avea già tutte inutili le membra,
me per i suoi servi ne fe’ chiamare.
Al nostro apparir sì lieto sembra
che cose non avea di noi più care,
che de gli anni più forti si rimembra
veggendo i due guerrier che non han pare.
Gli fa sedere a canto, gli accarezza
e di fargli immortai mostra vaghezza,

108dicendo: – Un tempo fui quel che voi veggio,
cortese cavalier quanto è richiesto;
del valor non dirò, ch’io fui de i peggio
ma pur nell’arme ammaestrato e desto.
Or che non posso aitarme altro non chieggio
che di veder qualche guerrier onesto
che vesta l’arme per bontà di core
per cortesia, per fame e per amore -.

109Dopo infinite grazie che rendeo
al suo benigno affetto Galealto,
– Se Dio vi guardi d’ogni caso reo
(disse) ora in terra e poi vi chiame in alto,
ditene: quanti il sol viaggi feo
mentre seguiste il marzial assalto? -.
Et ei: – Sacciate ben ch’a quello stento
fui sessanta anni e n’ho passati cento.

110Né torneamento fu, giostra o battaglia
ove io potessi gir ch’io non andassi;
ma per narrar il ver cosa che vaglia
non fei già mai né che mi contentassi,
ben ho sempre com’uom che assai travaglia
speso sangue, sudor, fatiche e passi,
e fei già cose che lodate furo
ma sempre al mio parer fui basso e scuro -.

111- Lasciam (rispose il Brun) che questo cade
nel nostro più che nel parer di voi,
ma ditemi, vi prego, in vostra etade
chi fu il più grande e ch’avanzasse altrui -.
Il vecchio cavalier dice: – Son rade
l’escellenza dell’arme, ma pur dui
ne conobbi perfetti, e quel nemico
un gran tempo mi fu, quest’altro amico.

112Ma quel nemico fu maggior assai
e tutti altri avanzò senza contesa;
mi tenne un tempo in molti affanni e guai
e più d’una mi fe’ mortale offesa.
Poi mi ritornò tal ch’io l’adorai
e si fece per me schermo e difesa,
sì che mi trasse al fin d’acerba sorte
di vita cruda e di villana morte.

113E questo ond’io vi parlo Ettore il Bruno
fu nominato, e tutto il mondo valse.
L’altro che dopo lui sopra ciascuno
di pregio, di valor più in alto sale,
e vinto di beltà fu da nessuno
tal che più d’una donna n’arse et alse,
era il bello Abdalon, ma di coraggio
e di forza ebbe l’altro assai vantaggio -.

114Il cortese Giron, che pur non vuole
creder di Galealto alcun paregge,
del buon vecchion riprende le parole
come colui che pensa che vanegge,
e dice: – Ragion è che s’ami e cole
il tempo ove si nasce e la sua legge,
ma non pensate voi ch’oggi ne sia
eguali a quei nella cavalleria? -.

115L’antico cavalier tosto risponde:
– Non certo, figliuol mio, non vi ingannate,
che la natura e ’l Ciel men forza infonde
e men virtù che nell’età passate.
Dieci oggi prenderei dove più abbonde
di valor, di prodezza e di bontate,
e crederei che i due ch’io vi ragiono
rompesse quei come le nubi il tuono.

116E ve ne potrei dir pruove infinite
maggior di questa e certo le vidi io,
le quai mi dotto quando avrete udite
m’avrete forse per bugiardo e rio,
e pur fia così vero il parlar mio
come di cose sante e stabilite -.
No ’l può soffrir Girone e si dibatte
come in chi il senso e la ragion combatte.

117Or Galealto, che Girone ha visto
che del buon cavaliero i detti sprezza,
onde l’altro ne vien cruccioso e tristo,
con quella più che sa mostrar dolcezza
gli dice: – Signor mio, gran senno acquisto
in sentirvi parlar di quella altezza
ch’ebbero in virtù d’arme i padri nostri,
però prego seguiate i parlar vostri,

118e ’l mio compagno, che per gioventude
ben che men paia all’ascoltar intento,
tanto amico è di gloria e di virtude
ch’avervi udito poi sarà contento -.
Or quel che quasi irato a Giron chiude
la canute sue labbia et alza il mento,
si volge al Brun dicendo: – Or sono io lieto,
ch’io vi veggio guerrier saggio e discreto.

119Né tenuto vi avrei di grande stima
se non vi compungeva onesta voglia
di cosa udir che mai né poi né prima
simile ad essa raccontar si soglia,
di prosa alta degnissima e di rima
ch’ogni antica eloquenza e senno accoglia;
e poi ch’avete di ascoltar desire
vi dirò proprio il ver senza mentire -.

120E ’ncomincia: – Signor, molto è ch’avenne
ch’Esovam, di Carmelide signore,
che gran titol di re sovra essa tenne,
fu congiunto a quei tempi in vero amore
al buon Ettore il Bruno, e seco venne
lassando indietro ogni reale onore
con due scudieri, e ’n brevi giorni corre
per sorte dietro il regno di Estrangorre.

121Cavalcando ivi in tutto punto armati
e con l’elmo alla testa ricontrarlo
il leggiadro Abdalon, ch’anch’ei lassati
tutti avea quei che già l’accompagnaro.
Seco una donna avea, di più lodati
sembianti e di tal viso bello e raro
ch’ella avanzò tutte altre de i suoi tempi,
sovrano essempio di celesti essempi.

122L’ama il bello Abdalon ch’una sola ora
non penseria di viver senza lei,
ove in viaggio va, dove dimora.
in guerra, in pace vuol presso costei.
E non pur esso ma se ne innamora
ogni uomo in terra e credo in Ciel gli dèi;
è veramente degna di colui,
che non ebbe in beltà simile a lui.

123Or quando Ettore il Brun la donna vede
come guerrier famoso e d’alto affare,
all’amorosa face il suo cuor cede
e gli prende desio costei menare,
e senza più pensar rivolge il piede
verso il guerrier che valoroso appare,
e gli dice: “Signor, per cortesia
ditemi se coi voi al donna sia”.

124“Sì,” disse l’altro, “ma per qual cagione
mi fate voi, signor, domanda tale?”.
Rispose Ettore: “Assai fuor di ragione,
e ch’a buon cavalier starebbe male
che ’n non far dispiacer sua cura pone
come voi, credo, e chi nell’armi vale,
ma come ciò s’appelli io voglio avella,
se non prendete voi l’armi per ella”.

125Ride Abdalon, e poi il riguarda in volto
e gli dice: “Varletto, se vorrete
donna menar vi affannerete molto
e ’n altra parte al fin vi provedrete,
o vi avvedrete almen d’essere stolto;
con tanto sangue ve la comprerete
e non vi basterebbe una ora sola:
sì ben m’apprendo quei della mia scuola”.

126“Come,” risponde Ettor “tal sète voi
ch’a difenderla meco avete spene?”.
Replicò l’altro: “Ei son dieci anni poi
ch’io provai d’arme l’onorate pene,
né ritrovai chi con gli arnesi suoi
si tenesse a caval mai così bene
che non cadesse e fusse egli una torre”.
“Tosto adunque il vedrem” gli dice Ettorre.

127Io, che mi venìa con Abdalon il bello,
mi facea di costui gran maraviglia,
et esso stupefatto era a vedello
né saziar puonne le crucciose ciglia,
ma quanto il mira più, più vago e snello
gli pare, e ch’ad uom prode si assimiglia.
Poi dolcemente gli domanda: “Come
siate appellato e quale è il vostro nome”.

128“Non ve ’l vo’ dir per ora” il Brun rispose,
“infin ch’io non vi mostri a lancia e spada
s’io son tralle persone valorose
degno d’andar per la più altera strada”.
“Or lassiam adunque andar tutte altre cose”,
gli dice il bel, “e così far vi aggrada”.
S’apparecchia alla giostra e correr lassa
l’uno incontro dell’altro e l’asta abbassa.

129Fu il ripercuoter del Brun sì grave e duro
che ’l caval d’Abdalon et esso insieme
cadde come veggiam talora un muro
che l’iberno torrente in alto preme.
Ruppe il collo al destriero et io vi giuro
ch’ogni volta ch’io ’l narro avvien ch’io treme.
Ciascun diria che fu folgore ardente
che gli fe’ allora cader veracemente.

130Sì drizzò tutto ontoso e disperato
il feroce Abdalon, ma il caval giace.
Tosto che ’l vide a terra dismontato,
Ettore il Brun, che non vuol anco pace,
trae fuor la spada et esso da un lato
si tira, e “Signor (dice), se vi piace
bastivi questo colpo infino a tanto
che con voi ragionato averò alquanto”.

131IL forte Brun cortese glielo accorda,
l’altro comincia: “S’io vi conoscea
com’or davanti non saria discordia,
mia voglia stata come allor parea.
D’avervi visto mai non mi ricorda
e vi conosco per mia sorte rea
avendo fatto più che mai nessuno,
ond’io dirò che sète Ettore il Bruno.

132Già son dieci anni che la prima nuova
di voi mi venne, e da ciascun fu detto
ce senza fallo voi per ogni pruova
erate in terra il cavalier perfetto,
e ch’a voi similiante non si truova
fuor ch’io, non men di voi da Marte eletto.
or ben veggio il contrario, e certo affermo
che miglior sète, più sicuro e fermo.

133Perch’io vi dico omai senza ritegno
che me medesmo e la ma donan cara
rimetto in vostra man, ch’ad uom sì degno
esser mai non devria persona avara”.
L’altro, che scorge a manifesto segno
che non si troverria virtù sì rara,
se non in un, fra sé dice: – Egli è questo
che val più sol che tutto insieme il resto -.

134“Io v’ho desiderato di vedere
quasi dal primo dì ch’io portai l’arme,”
gli risponde egli “o franco cavaliere,
e qual voi me di voi conoscer parme,
che s’a voi fu disgrazia di cadere
a me somma ventura di salvarme.
Il bello Abdalon sète e per un colpo
non me più onor né voi troppo incolpo.

135Torto saria ch’un solo incontro scuopra
la viltade o ’l valor ch’un in sé chiude.
Io non vi fei cader per mia buon’opra,
né voi cadeste a falta di virtude;
il vostro fral destrier vi cadde sopra,
il mio fu saldo come ferma incude.
Ma il voi rimetter e la donna vostra
tutto in mia man la vera altezza mostra.

136E ve ne rendo grazie senza fine,
quali a sì gran guerrier dovute sono,
e delle sue bellezze pellegrine
e del vostro valor vi faccio dono.
Ma poi c’han fatto le virtù divine
ch’io vi son parso a questa volta buono,
fatemi una sol grazia, qual io spero,
ch’onor vi tornerà lodato e vero”.

137“Domandatela pur” dice Abdalone,
“che se possibile è, fatta vi fia”.
Il Brun gli scuopre che sua intenzione
è di star seco sempre in compagnia,
né gli possa partir tempo o stagione,
né fortuna, quai vegna, buona o ria:
“Voi sète il miglior uom che lancia porte,
io sarò qual vorrà la nostra sorte”.

138Quando Abdalon la sua domanda udio,
si gittò tutto innanzi genuflesso,
e dice: “Testimon ne chiamo Dio
ch’io ho sempre bramato questo istesso;
voi scorta, voi fratel, voi signor mio
sempre m’avrete ove girete appresso,
e sì ricco oggi son ch’io non ho invidia
a quanti ebbe mai re Persia e Numidia.

139E ne ringrazio voi, signor cortese,
che di quel ch’io non son mi fate degno”.
E tal fra lor congiunzion si prese
che mai nulla in amor passò quel segno,
né mai nacque nascosa né palese
invidia, inimicizia, ira o disdegno.
E poi c’ho conto il lor fraterno amore
solo un saggio dirò del lor valore.

140Poi che stando così passàr due anni,
avvien che ’l re della Noromberlanda
tiene assediato in perigliosi affanni
un castel molto forte d’ogni banda,
e temendo il signor gli ultimi danni
al fratello Abdalon si raccomanda,
ei della Stretta marcia signor era,
che non voglia soffrir ch’a forza pèra.

141Al suo nobil compagno tutto conta
et egli mostra d’aver soverchia tema
che ’l suo german riporti o morte od onta
e venga il suo terreno all’ora estrema.
“Ah,” disse il Bruno “il vostro cor che monta
più su che Marte or s’avvilisce e trema?
Non al sommo valor del tutto poggia
chi pe cosa che sia paura alloggia.

142Or non sapete voi la vostra forza,
non sapete la mia, ch’è vostra sempre?
Se gli inimici fien d’umana scorza
e i nostri brandi avran l’usate tempre
non altrimenti l’onda il foco ammorza
o fa il sol che la neve si distempre
che noi farem di quei se fusser poi
tre volti tanti contro ad ambe duoi.

143Deh non si cerchi omai di nuova vita,
bastin queste due spade e queste mani
in cui più gran virtù ritruovo unita
che in altri quanto son pressi o lontani.
Sia l’alta impresa nostra stabilita,
oggi sia in punto e partirem domani
ch’a gli animosi casi l’intervallo
vien dannoso sovente senza fallo”.

144Si riconforta il Bello e fa risposta
che ben il riconosce senza apre,
e che l’invitta aita c’ha proposta
sendo presente lui non può mancare.
Già il sole al mezzo dì ratto s’accosta,
già si comincian l’arme a visitare,
già de i miglior cavai fanno al scelta
di possente persona, addritta e svelta.

145Fangli vòti menar perché poi sieno
al bisogno più snelli, freschi e forti.
Non molto van che già son nel terreno
che dal re ricevea gli oltraggi e i torti;
era l’ora di prima o poco meno,
quando si son de gli inimici accorti,
che fuor de i padiglioni avean fatto alto
per donar al castel l’ultimo assalto.

146Quando scorse la coppia il tutto in punto,
secondo l’onorato suo desire
ha di tanta allegrezza il cor compunto
che quasi non sapea che far né dire.
Ma il valoroso Bruno al suo congiunto
alto parlando gli raccresce ardire:
“Quelle insegne, quelle arme e quella gente
fieno in breve ora di sconfitte e spente.

147Or montiamo a cavallo e facciam mostra
se noi semo i guerrier che ’l mondo estima.
Altro fia ciò che torneamento o giostra
di più ferro è mestier, di più gran lima”.
Io mi fo innanzi e dico: “Della vostra
vorrei che fusse la mia lancia prima
a ferir tra costoro, e farò in guisa
che non, forse, sarà da voi derisa”.

148Guardami Ettore in viso e poi mi dice:
“Dunque d’esser fra noi vi fate ardito?,
che ben sapea ch’io non fui sì felice
com’essi in arme e cavalier compito,
pur m’avea visto far quanto più lice
a guerrier che non sia tristo e fallito;
e volete esser nosco a sì gran fatti
che chi poscia il saprà ne terrà matti?

149“Ah (diss’io), signor, mio nullo ha periglio
ove è la compagnia di Ettore il Bruno”.
Et ei ridendo e con gioioso ciglio:
“Di ciò sempre vi dèe lodar ciascuno;
poi che ’l bramate, or fate ormai vermiglio
l’audace ferro e senza dubbio alcuno
vittoria avrete e noi vi seguiremo
con l’aiuto del Ciel quanto potremo”.

150Quando io sentii l’altissime parole
del maggior cavalier che fusse mai,
mi confortai qual si ravviva al sole
rosa d’april poi ch’è piovuto assai,
e come al confortar del pastor suole
fero mastino al lupo me ne andai,
contro a tutto quell’oste, e mi parea
ce solo al mio venir fuggir devea.

151E spronando il destrier d’altere grida
empiei l’aria chiamando il Bruno Ettorre,
et al primo guerrier che ’l Ciel mi giuda
gli fei la testa sopra l’erba porre.
Getto appresso il secondo, che si affida
dell’altro vendicar e ’ncontro accorre;
pui oltra non fei, poi che m’interroppe
la lancia ch’io portava, che si roppe.

152Or chi porria narrar a cui sembrava
il valoroso Brun quando si mosse?
Non ha Libia o l’Ircania fera brava
che pigra e vile appo di lui non fosse;
ove più stretta una battaglia stava,
ivi al bel mezzo co ’l caval percosse,
ne gettò più di trenta sotto sopra,
tutti in un punto con mirabil opra.

153Rotta la lancia poi dà mano al brando
e ’l caval furioso intorno gira.
Tanti n’ancide quanti va toccando
il crudo ferro, che la morte spira.
Non fiacca arbori e rami il verno quando
il più forte Aquilon con noi s’adira
com’ei fa della gente sbigottita
ch’urta, abbatte, ferisce, ammacca e trita.

154Ma che deggio io più dir, se in un momento
tutto quello squadron si truova a terra?
Chi impiagato, chi morto, chi in istento
sotto un groppo de i suoi che ’l cor gli serra;
corre or di sangue tutto il pavimento
pria che sacciano ancor chi fa la guerra.
E poi che di questa ha vittoria intera
il passo addrizza verso un’altra schiera,

155ove il re stava, e ch’aveva già intesa
la mia voce o d’altrui che ’l Bruno è questo,
e disse: “Rotta omai tutta è l’impresa
poi ch’un tal cavalier ci vien molesto;
solo il tosto fuggir ne fia difesa,
ogni altra speme è nulla e vano il resto”.
Così sen fugge, e chi non se ne accorse
incontro Ettor per sua disgrazia corse.

156Ivi fece il medesmo, e peggio ancora
che più nel faticar più prende lena,
e se gli altri ha sconfitti in sì poca ora
questi disfece in men che non balena.
Abdalon stupefatto si dimora
e non ha l’agio di mirarlo a pena;
non ruppe lancia, che non fu mestiero,
e vuol che sia del brun l’onore intero.

157Della qual cortesia molto il ringrazia
Ettore appresso, e ne mostrò piacere.
L’altro di lui lodar mai non si sazie;
ma più il fratel, che già sceso a vedere
era fuor del castello, e tanta grazia
non sapea prima a chi devesse avere.
Poscia il gran bruno e Abdalone il bello
si riposàr più dì co ’l suo fratello -.

158Così finì il buon vecchio, e poi rivolto
a Galealto il Bruno et a Girone,
gli domandò con sicurato volto:
– Che trovereste voi d’ogni nazione
ch’oggi a far sì gran cose avesse tolto
come Ettor prima e poi il bello Abdalone? -.
Galealto Giron mirando fiso
che rispondesse a lui cennò col viso.

159Rispose vergognando il giovinetto
ch’a quel ch’avea di lui contare udito
ch’Ettor fu certo cavalier perfetto
in arme, in cortesia tutto compito,
e che quanto esso sol pose ad effetto
dieci oggi o venti non l’avrian finito.
Fa piacer al vecchion, ch’assai ne rise,
e dopo ciò le tavole fur mise».

160Or qui si tacque il saggio cavaliero
quando Meliadus, che troppo intento
era stato al parlar di Ettore il fero
si mostrò del silenzio mal contento,
e gli dice: «S’io stessi uno anno intero
a sentirvi parlar maggior talento
che nel principio assai n’avrei nel fine,
d’opre sì chiare, altere e pellegrine.

161Ma perché non è ancor sì tarda l’ora
che non si possa dir qualche bell’opra
del buon Ettor, che tutto il mondo adora
e che d’ogni guerrier tiene il disopra,
ditemi se contar sentiste allora
di lui fatto altro che già il tempo cuopra».
E ’l cavalier, che volentier divisa
di raccontarne un bel subbito avvisa.

Libro VIII

ultimo agg. 13 Settembre 2015 9:27

Eliano racconta un ultimo episodio dell’amicizia tra Abdalone e Ettore il Bruno (1-67)

1Incominciò: «Tre anni almeno innanti
che d’Abdalon il Bel venisse amico,
Ettore fu d’una sua suora amante
ch’ebbe nel nascer qui sì il Cielo amico
che passò di bellezza tutte quante
donne del nostro e d’ogni tempo antico,
la qual senza Abdalon dieci fratelli
ebbe com’ella et ei leggiadri e belli.

2Allora avea fidata compagnia
di Elianor, il Povero appellato,
che pel valore e la virtù ch’avia
era dal Brun come il suo core amato,
et esso ancor l’istessa malattia
nell’alma porta, ch’era innamorato
della donna medesma, ma nessuno
sa l’un dell’altro, e ’l cela a ciascheduno.

3Avviene un dì ch’un porta la novella
e ’l dice ad ambe due che insieme stanno
come l’amata lor, ch’era pulzella,
i suoi parenti per mogliera danno
al re d’Orcania, il qual per esser bella
domandata l’avea di più d’uno anno,
e le nozze ordinate eran lì presso
per dare effetto a ciò ch’avean promesso.

4Divennero i compagni sì smarriti
quando udiron la nuove, che certa era,
sì dolenti a veder, sì sbigottiti
com’uom ch sa che morir dèe la sera,
non son di ragionar fra loro arditi,
ascondendo di ciò la cagion vera,
ma Amor, che de i segreti è sol la chiave,
aperse al bruno il mal che l’amico have.

5E gli dice: – Fratello, a che pensate?
di che mostrate in voi sì acerba doglia? -.
E l’altro: – A voi, che quel medesmo fate,
qual è venuto mal più che si soglia?
con esser voi cotal cagion mi date
ch’ogni prima dolcezza l’alma spoglia -.
– Ah (disse Ettor) cagion non ne son io
ma sol Amor, quel faretrato dio -.

6Fecesi in volto rosso e vergognoso
Elianoro il Povero, e poi nega.
– Non (disse il Brun), non mi tenete ascoso
il mal che se medesmo scuopre e piega,
ditelo a chi di voi bene e riposo
più che ’l suo brama, e ve ne stringe e prega.
Chi è colei che vi conduce a tale
che sembrate un troncon, non uom mortale? -.

7- Contento son (Elianor rispose)
di scoprirvi ogni cosa, ma con patto
ch’a me diciate vostre pene ascose
così libero e ver come avrò fatto -.
S’accordò l’altro, e quel le sue dogliose
cure gli narra, tormentoso in atto,
dicendo: – Amor, come diceste,
tien le mie voglie disperate e meste.

8Vero è che pur assai mi riconforta
che da fiamma cotal viene il mio ardore
che sopra quante son la palma porta
di beltà, di virtù, di vero onore,
ma quel ch’a l’alma mia di doglia morta
e che mi fa cader la mente e ’l core
è la novella c’ho sentito adesso
che in altrui mani il mio tesor sia messo -.

9Ben riconobbe il Brun senz’altro udire
che dell’istesso amor piangeva seco,
e con irato suon comincia a dire:
– Ei vi conviene aver battaglia meco,
da poi che di bramar prendete ardire
quella ond’io vivo addolorato e cieco,
e l’antica amicizia vada altrove,
ché comportar rival non potrei Giove -.

10Già la crucciosa man mette alla spada,
né sa quasi il meschin quel che si faccia;
Elianor, che quel che men gli aggrada
sente parlar, ontoso alza la faccia,
e dice: – Signor mio, non così vada,
né sì tosto al dever si contrafaccia:
perché deve or venir fra noi discordia
s’aviamo in troppo amar troppa concordia?

11S’io non sappea di voi, né parimente
voi di me nulla pensavate ancora,
qual odio esser fra noi può drittamente
più che si fusse quando nacque allora
il nostro amore? e s’ora insiememente
ne siam privati, e ’n altrui man dimora,
senza profitto alcun guastato avremo
d’amicizia immortal l’esempio estremo.

12Né pur me sol, ma poi mille altri e mille
sète pur certo in ciò compagni avere,
ché troppo ardenti son l’alte faville
che in quei begli occhi si posson vedere,
e se voi fuste cento volte Achille
e cento volte il dì morto cadere
mi faceste appo voi, nulla fia fatto,
ma ritorla a chi l’ha sarebbe il fatto -.

13Al discreto parlar l’ira raffrena
Ettor il Bruno, e riconosce il vero,
magli domanda fede intera e piena
ch’a lei più non rivolga il suo pensiero.
L’altro, ridendo: – Ei no ’l farebbe a pena
il gran Motor c’ha di là su l’impero,
ch’io disponga del cor quel che a voi piace,
e tanto più s’al crudo Amor dispiace -.

14Or dopo il disputar restano amici
e s’accordan tra lor di ritrovarse
al giorno delle nozze e quai nemici
allo sposo nell’arme dimostarse.
In tanto diversissime pendici
ricercar ognun sol per disfogarse,
poi, secondo che ’l Ciel spirati gli aggia,
di tentar avventura quale accaggia.

15Partonsi adunque, e ’n qua e ’n là sen vanno
in lontan parti tra lor due remote,
di tori in guisa che con sangue e danno
perdute aggian le spose, e quanto puote
ciascun di lor mugghiando del suo affanno
empie le valli e le campagne vòte,
infin ch’Amor di nuovo gli assicura
di tornar a tentar nuova avventura.

16Delle invidiate nozze arriva il giorno,
già son le case di allegrezza piene.
Giovine bella né scudiero adorno
non resta indietro ch’alla festa viene.
A’ due guerrier, che girano all’intorno,
si raddoppia nel cor dispetto e pene,
e ciascun sconosciuto all’ora istessa
del destinato dì quivi s’appressa.

17Si conobber fra loro e si parlaro,
e ’l buon Ettore il bruno all’altro chiede
che non gli sia di discoprire avaro
della sua impresa che nel cor gli siede.
Quel gli fa noto il tutto aperto e chiaro
che come il re con la sua sposa vede
ch’a gir nel regno suo prenda la via
che vuol tutta assalir la compagnia.

18E seguane che vuol, che in ogni modo
se scamperà di là si darà morte.
Risponde il Brun: – Sì come da voi l’odo,
tentar voleva la medesma sorte,
ma, poi che ’l primo a dirlo, affermo e lodo
che andiate primo e Dio vi doni scorte.
Io sarò ben vicin, ma vi prometto
che nulla per mia mano vi sia disdetto -.

19Molto cortesemente Elianoro
gli rende grazie; e già la notte imbruna,
vanne ciascuno a ripigliar ristoro
del mal che gli apparecchia la fortuna,
né squilla ora sonò ch’ivi da loro
non fusse annoverata ad una ad una.
Ben si posan nel letto ma il discorso
va pel mondo volando a maggior corso.

20Ma più va quel el Brun, poi che la prima
pruova ha concessa al caro suo compagno.
Poi si conforta perché tal no ’l stima
ch’ei possa intero aver sì bel guadagno,
ché ’l suo valor tenea ch’andasse in cima
come fa il puro argento al basso stagno.
Pur nulla cosa Amor ci pon mai certa,
e ’l falso sovra il ver sovente inserta.

21Già del nuovo mattin risurge il sole
e ’l castel d’ogni parte intorno suona,
chi con canti, con danze o con parole
dolci amorose le muraglie intuona.
Elianor, che dorme come suole
chi dentro ha il fuoco ove sia l’esca buona,
dalla finestra fa la sentinella
fin che vide passar la damigella.

22Fassi dare il caval perch’armato era,
passa davanti alla sacrata chiesa,
ove il re giura che la donna altera
per legittima sposa aveva presa.
Ivi truova di giovini una schiera
che di giostrar fra lor faceano impresa;
quando veggion venire Elianoro
domandan che incontrar si voglia a loro.

23L’altro, che pensamento avea più duro,
rifiuta i colpi e vuole oltra passare.
Fannosi i cavalier riparo e muro
e dicon ch’ei convien lance spezzare.
Risponde il Pover, con sembiante oscuro:
– Poi che in voi discrezion non so trovare,
vi dimostrerò, forse a vostre spese,
quanto sia grande profitto esser scortese -.

24E senza più parlar sopra il primiero
si lascia andar così rabbioso e crudo
che di non ritrovare il cimitero
no ’l potero scampar usbergo e scudo.
Poi si volge al secondo cavaliero
e ’l passò tutto come fusse nudo.
E provàr quel che sia tener a bada
cui sproni Amor per disperata strada.

25Voleva ancor seguir, ma gli altri assai
fatti già saggi per l’altrui follie,
gli disser: – Cavalier, passate omai -,
e gli aperser non ch’una mille vie.
Ei, che sol pensa a gli amorosi rai,
lì non spende parole o buone o rie,
va innanzi un miglio o più, si riposa
nel gran cammin sotto una quercia ombrosa.

26Il valoroso Brun, che stava in parte,
che ’l tutto ha visto e poi la sua partenza,
aspetta miglior ora, e non si parte.
In questo viene a molti in conoscenza
ch’uno stran cavalier che pare un Marte
non potendo altrimenti aver licenza
in due colpi di lancia aveva morti
due de i miglior guerrier e de i più forti.

27Quattro de i lor parenti c’hanno inteso
fanno i cavai menar, s’armano in fretta,
che contra a chi il lor sangue aveva offeso
voglion far, se potran, giusta vendetta.
Ettor, ch’ad ogni cosa l’occhio ha teso,
come gli vede andar più non aspetta,
ma chiama i quattro ch’eran già montati,
e lor domanda ove sieno inviati.

28Dicon: – Cercando un cavaliero strano
che due nostri cugini ha quinci uccisi -.
– Ah (disse il Brun), che pensamento vano,
e come sète da ragion divisi!
Se cento come voi trovasse al piano
gli avria tutti in un’ora in pezzi misi,
e io ’l conosco, e se morir bramate
la disegnata impresa seguitate.

29E vi assicuro ben che ’l mondo tutto
non ha due cavalier di lui migliori -.
Essi restàr, ché di futuro lutto
s’avea fatti di già presaghi i cori.
E così l’arbor buon sempre buon frutto
produce, e di virtù sono i tesori,
le cortesie che s’usan ne gli amici
e ne i miglior se ben sieno inimici.

30Or fatti i giuramenti, i sacri altari
lassa la bella sposa, e ’n casa torna.
Ivi di cibi preziosi e rari
truovan la mensa riccamente adorna.
Chi va danzando, chi instrumenti vari
suona, e nessuno indarno si soggiorna.
Finiro il desinar cessano i balli
e ’n su le porte già sono i cavalli.

31Aveva il re cinquanta cavalieri
che sempre gli tenevan compagnia,
dei meglio addritti in arme e de’ più feri
ch’avesse il suo reame d’Orcanìa.
Poscia i dieci cognati animi alteri,
quantunque ad Abdalon par nessun sia,
armati in sella e con la lancia appresso
seguono il bel drappel quel giorno istesso.

32Or si mettono in via lieti cantando
rimettendo i cavalli indietro e ’nnanti.
Chi con l’asta alla coscia, chi co ’l brando
minaccia tutti i cavalieri erranti,
sì come avviene a i giovani, ch’in bando
hanno i gravi pensieri e ’n beffe e ’n vanti
spendono il tempo, e pensan non trovare
se non quando poi ’l provano a lor pare.

33Tosto che ’l buon Ettor da lunge mira
che già si dipartia la ricca schiera,
rimontato a cavallo in lungo gira
e ritorna per fianco dov’ella era.
Entra fra gli altri, e pare a chi ’l rimira
un della compagnia del re più vera.
Vaglia tutti squadrando e tiensi a pena
di non dar lor la disegnata pena.

34Ma la fé data al franco amico caro
gli contempra la voglia e l’ira insieme,
Or così men d’una ora camminaro
ch’al bosco sono ove aspettando freme
Elianoro, di lo sangue avaro,
e d’aver quella onde sospira e geme;
il quale incontinente si dimostra
ardito e fero apparecchiato in giostra.

35E con orribil voce altero grida:
– Fugga ciascun di voi che brama vita,
ché Marte tutti a morte vi disfida
per la mia lancia di sua man forbita -.
E sopra il primo che di sé si fida
ove la pancia vien co ’l petto unita
tutto passa a traverso, indi il secondo
e ’l terzo, e ’l quarto caccia fuor del mondo.

36Rotta ha già l’asta e, presa in man la spada,
in minaccioso orribile sembiante
ove la squadra più ristretta vada
spinge il cavallo e più si mette innante.
Con riversi e con dritti truova strada
e gli fa verso il sol volger le piante.
Ne gittò dieci in quattro colpi o sei
tutto in un punto, e furon i men rei.

37Ma quei diedi fratei ch’eran de i buoni
troppo han vergogna di veder un solo
che faccia a tanti abbandonar gli arcioni
dando alla suora lor temenza e duolo.
Si mosser tutti, e come venti e tuoni
corron rabbiosi in un medesmo stuolo
sopra il forte guerrier, che intanto stava
in altra banda, né di lor pensava.

38E da due ricevé piaghe mortali,
da gli altri a viva forza è miso in terra,
e ’n guisa sta che gli amorosi strali
non sente, et è per lui fatta la guerra.
Un di quei che volea gli avuti mali
vendicar de i parenti a lui si serra,
a piè disceso, e con la spada appresta
di tagliar impio l’onorata testa.

39Ma il buon Ettor, che interamente ha visto
le prodezze e ’l dannaggio dell’amico,
non si porria contar quanto sia tristo
perché di vita il tien omai mendico.
Con dolor d’ira e di pietà commisto
dice: – O fato crudel, de i buon nemico,
ben m’hai tolto un che di mille anni mai
il mondo, ahi lasso, non ristorerai.

40Ben sarei più crudel ch’aspro serpente
se in questo stato un tal non vendicassi,
vituperato e degno veramente
che mai più lancia o spada non toccassi -.
Così dicendo sprona incontinente
ov’ei senza spirar misero stassi,
getta steso lontan quel che volea
la testa in pegno di sua morte rea.

41Corre indi sopra i due che l’han ferito
e d’un colpo gli ha posti sottosopra,
che qual leon da i Libici assalito
miracolosamente intorno adopra
indi co ’l brando furiando è gito
ove d’Orcania il re par che si cuopra,
tra gente e gente, e lui percuote in guisa
che la fronte gli avria per mezzo incisa.

42Se non ch’al grave brando acconsentio
e ’n sul collo al destrier andar si lassa,
né si ritien, perciò che ’l colpo rio
il getta al prato con la testa bassa,
né per questo il buon Brun pone in oblio
gli altri che con lui son, ma oltre passa
ove i dieci fratei della donzella
s’eran ristretti e ben fermati in sella.

43Come affamato astor tra le pernici
verso la sera, ove il digiun più sprona,
tra lor si mette e ben come a nimici
di tutti insieme le cervella intuona.
E quei di lor più di fortuna amici
furo a cui chiaro Brun men piaga dona,
ma chi n’andò co ’l meglio ebbe le spalle
distorte o rotte dal sabbioso calle.

44Va verso gli altro poi, che restàr meno
contra lui sol che contro al foco paglia,:
chi è morto, chi fugge, a ch’il terreno
cacciato ha fin nell’ossa o piastra o maglia.
Già di sangue e di ferro il tutto è pieno,
resta a lui vinto il campo e la battaglia,
e ben mostrò quali aggian forze estreme
amor, pietà, valor congiunti insieme.

45Riguarda intorno e ’l passo addrizza poi
ov’è la preda sua che cotanto ama,
dolce l’accoglie e gli ragiona: – Voi
sète oggi mia non so prigiona o dama -.
Poscia in guardia la dà d’alcun de i suoi
scudier, ch’eran con lui di poca fama,
che la tenghin pel fren, e sen va dove
Elianoro è in terra e non si muove.

46Pensa fra se medesmo che sia morto,
né si porria narrar qual aggia doglia.
Pur, poi ch’ei fu vicin, prese conforto
ché gli par che si svegli e ’l fiato accoglia.
Dicegli allor, in parlar grato e corto:
– Caro fratel, come vi sta la voglia?
vi sentite ferito in parte alcuna,
o pur vi salvò in ciò l’aspra fortuna? -.

47Il Povero apre gli occhi e ’l vero amico
riconobbe ben tosto, e ’l capo leva,
ben che di sangue sia più che mendico,
e con quel poco spirto ch’egli aveva
risponde: – Il Ciel m’è stato sì nemico,
ché ’l viver più ch’ogni morir mi greva,
sendo io rimaso in questo mondo crudo
il più svergognato uom che porti scudo.

48Non mi consoli più, non mi conforti,
se non la tosta fin, chi m’amò mai.
Un colpo sol m’ha tolto a mille morti,
gli onor passati e m’ha lassato in guai.
Ma fieno i giorni miei sì scuri e corti
che non molto di me ti riderai,
secol maligno, incerto e disleale,
vòto d’ogni dolcior, pien d’ogni male.

49Et oltra il vero onor ho la speranza
perduta in tutto della donna mia,
per cui mi porse Amor troppa baldanza
perch’io cadessi al mezzo della via -.
Così dicendo, senza dimoranza
l’elmo si trae con quel poter ch’avia,
a terra il batte, e quel medesmo face
del forte scudo con rabbiosa face.

50Tratta la spada poi ragiona al Bruno:
– Signor, fatte ho con questa molte cose
che non pur nel giudicio di ciascuno
lodate son ma fur maravigliose.
Or tra mille bei colpi spero ch’uno
ancor ne faccia, ove il destin mio pose
d’ogni gloria il sigillo, e sarà ch’io
renda per opra sua questa alma a Dio.

51Non fu mai spada dal signor amata
quanto questa da me, per ciò l’eleggio
al bello ufficio, e poi nulla fiata
per l’avvenir mai più grazia le chieggio.
Ben prego voi che per cagion mia grata
l’aggiate sempre e gli doniate seggio
del mio amor degno e della sua bontade,
ché regina è da dir dell’altre spade -.

52E poi ch’ebbe finito il braccio stende
per cacciarsi la spada entro la gola,
ma il valoroso brun la man gli prende,
la ritien forte e dal morir l’invola.
E tal pioggia da gli occhi gli discende
che per pietà non sa formar parola;
pur, con la voce di sospir tremante,
così ragiona genuflesso avante:

53- O dolcissimo amico, e qual pensiero
lontan d’ogni dever oggi v’ingombra?
come esser può ch’un tanto cavaliero
ch’a tutti gli altri il vero onor disgombra,
così si arrenda allo infedele impero
della fortuna, che i miglior adombra?
e di sì poco mal sia sbigottito
com’un basso guerrier, tristo e fallito?

54Ch’avrei pensato mille morti e mille
non vi avesser condotto in tale stato -.
– Ah (disse Elianoro) le faville
troppo ardenti d’Amor m’hanno cangiato,
non son più quello ove virtù distille,
l’altro chiaro desir, ch’ora è mancato,
morir voglio io poi che perduto ho quella
che fu del viver mio timone e stella.

55Senza avere il mio onor, senza aver lei
che volete ch’io faccia più ne ’l mondo?
Vero è che s’io fui vinto ben potrei
dir che non sono il primo né ’l secondo,
e spesso de i miglior, non pur de i rei,
n’aggiam veduti in questa guisa al fondo,
non per difetto lor ma perché han presa,
come ho fatto io, troppo animosa impresa,

56ma privo del mio amor e ’n man vedello
a chi non ne fu mai più di me degno
mi fa del mondo e d’ogni ben rubello
e bramoso di andar nell’altro regno.
Voi dunque, onoratissimo fratello,
se mai di voi non mi teneste indegno,
datemi, prego, in ciò l’estrema aita,
o non mi sia per voi la via impedita -.

57- Ben (gli replicò il Bruno) e chi vi desse
quella donna gentil che tanto amate,
sarebber l’impie voglie in voi dismesse
di troncar la fiorita vostra etate? -.
– Sì (rispose ei) ma chi saria che ’l fesse
essendo possessor di tal beltate?
E chi non la possiede mal porria
la cosa ch’ei non ha farla esser mia -,

58ch’el meschin non sapea che fusse in mano
del buon Ettor la donna ch’ei tanto ama,
e sel sapesse dal sperar lontano
più ne saria, ch’ei sa quanto la brama.
Ora il cortese Brun, dolce et umano,
pietoso e liberale e d’alta fama
rispose: – S’ella essendo in mio potere
la vorreste anco voi da me tenere? -.

59- Io la vorrei più tosto aver da voi
che dal Ciel quasi, o guadagnarla io stesso
(rispose Elianoro), pur che poi
mi fusse esser con voi sempre concesso.
Ma che bisogna ragionar fra noi
di quel ch’esser non puote omai permesso?
Voi non l’avete, e se l’aveste bene
ne sarei, come or son, con poca spene -.

60- Ah (disse il chiaro Ettor), che poca fede
nel mio buon cuore e ne i miei detti avete!
Io qui l’ho meco fra le chiare prede
e vo’ che vostra sia, se la volete,
né cerco altra da coi vi ciò mercede
se non che ’l vero aperto mi direte,
se pensate ch’io l’ami e se l’aveste
se a me cortese don far ne vorreste -.

61Rispose arditamente il cavaliero:
– Io penso, signor mio, che vi sia cara
non men che a me di puro amor e vero,
qual più conviensi a cosa altera e rara;
e s’io l’avessi qui sotto il mio impero
confesso che la man n’avrei sì avara
che non pur ora a voi la negherei
ma credo a Giove e tutti gli altri dèi.

62E perciò mi lasciate uscir omai
di tanti affanni, e vi restate in pace.
Diavi il Cielo a goder quei santi rai
senza disturbo alcun quanto vi piace.
Io darò fine a gli infiniti guai
con morte spegnerò l’ardente face
dell’infelice amor, che m’ha condotto
all’infimo del male e vie più sotto -.

63Lagrimava ei, ma vie più il buono Ettorre
della pietà ch’aveva d’ambe duoi,
di sé, che si volea la donna tòrre,
che più cara gli fu che gli occhi suoi,
dell’altro, che si muor né può disporre
a creder quel di lui che vide poi.
E dentro sente amor e cortesia
ch’aspro assalto gli dan per varia via.

64Dicea la cortesia che per l’amico
non si dèe risparmiar la vita istessa;
amor che ’l diventar tristo e mendico
è per altri arricchir sciocchezza espressa.
Ma l’alto cor d’ogni viltà nemico
c’ha con chiara bontà virtude impressa,
caccia amore e desir per altre strade
e sol riceve onor, grazia e pietade.

65E dopo un gran sospir, che a dentro muove,
– Prendete ardire omai, fratel mio (disse),
rivesta l’alma in voi dolcezze nuove,
ché nessun più di voi felice visse,
e conoscerete oggi a certe pruove
quel che forse non mai si vide o scrisse,
dispogliar sé per rivestire altrui
dando altrui quel ch’ei non darebbe a lui.

66E l’alluogo sì ben ch’io credo certo
che mai meglio allogar non si potrebbe,
perché alcun non trovai di tanto merto
né cui cavalleria più al mondo debbe -.
Di poi con l’opre mostrò bene aperto
ch’al Bruno egual nessun mai secolo ebbe:
prende per man la donna il guerrier buono
e ne fece al compagno altero dono.

67Poi gli accommoda agiata tra due legni
una rozza lettica, indi il conduce
in un castel vicin ma fuor de i regni
di quello a cui fu tolta la sua luce.
Così fu il fior di tutti gli altri degno,
il grande Ettor, de i buoni speglio e duce,
mostrando ch’al valor esser devria
direttissima sposa cortesia».

Meliadusse parte per trovare Laco, incontra per via un cavaliere triste, Absalone, nipote di Ettore il Bruno, e si offre si aiutarlo (68-102)

68Qui fece fine il saggio cavaliero
al lungo ragionar di quei migliori,
quando il re leonese, che nel vero
quasi era andato di se stessi fuori,
risorto dal profondo suo pensiero
ch’avea la mente in mille vaghi errori,
traportata in questo ora et ora in quello
de i buon guerrier del secolo novello,

69disse: «Non ebbi mai gioia altrettanta
quanto oggi et ier delle parole vostre,
ov’ho riconosciuta virtù tanta
che ben fatta ha vergogna all’età nostre,
e de i famosi Brun quel che si canta
e ben più là che tornea menti o giostre
e le lor cortesia, l’altezza e l’arme
che fusser sopra umane al tutto parme».

70Mentre parlan così viene un valletto
dicendo: «Gran novelle signor miei
vi apporto, che pur or di certo ha detto
un che si è ritrovato a i casi rei
d’una alta donna di reale aspetto
degna in ciel del convito de gli dèi,
dico di Maloalto la signora
che si truova in prigion non so dove ora».

71E senza i nomi dir, ch’ei non sapea,
conta ogni caso che avvenuto gli era.
Quando Meliadusso l’intendea
meravigliato resta in gran maniera,
e ben pensò che nullo esser potea
che ’l suo re Laco la persona fera,
e fra sé dice: – S’egli ha fatto questo
ben vive oggi in periglio manifesto,

72ché Danain, d’alto valor fornito,
non vorrà sopportar tanta vergogna,
la vorrà vendicar come marito
e come quel che solo onore agogna.
Poi il gran Girone, il cavalier compito,
avrà fido compagno alla bisogna,
et ei si truova solo, onde io conchiudo
che poco gli varrà corazza o scudo -.

73Così dicea fra sé pietosamente
il re cortese, che ’l vorrebbe aitare,
ma non aveva inteso il rimanente
e ’l differente fin ch’ebbe l’affare.
Già di quattro ore è Febo in Occidente,
onde ne vanno il letto a ritrovare.
La mattina si leva in diligenza
e dallo estran campion piglia licenza.

74Cavalcò molti giorni, ch’ei non truova
cosa degna di conto o di scrittura.
Passato un mese o più che ’l canto innuova
ne gli augelletti lieti alla verdura,
un cavalier perfetto ad ogni pruova
incontra, il quale oppresso oltr’a misura
mostra d’esser di cosa a lui molesta,
sopra la strada, a canto a una foresta.

75Salutalo cortese, ei non risponde,
e par che esso disprezzi in prima vista.
il re, che pensa ben che ’l core asconde
cura cotal che l’anima gli attrista,
a lui ritorna, e gli domanda: «Donde
cosa vi vien di tanto amaro mista
che vi toglia il veder passarvi innanti
un che pur è dei cavalieri erranti?».

76L’altro, come svegliato d’un profondo
sonno, il riguarda, e fa dolce risposta:
«Non vi maravigliate, ch’oggi al mondo
nessun più al sommo d’ogni suol s’accosta
di me, ch’ogni speranza al basso fondo
d’aspra disperazion al tutto ho posta,
e ’l dirvi io la cagion sarebbe in vano
cotanto ogni rimedio aviam lontano».

77Rispose il re cortese: «Io vi concedo
che, poi che ’l dite, in tutto indarno sia,
pur vi supplico a dirmelo, ch’io credo
che in alcun modo nuocer non porria,
e la mia fede in testimon vi cedo
che la lancia, la spada e l’alma mia
quante esse più potran compagne avrete
ascoltar vosco con Caron in Lete».

78Il cavalier doglioso dice allora:
«Bench’io sol morte per aita attenda,
tale spirto gentil che ’n voi dimora
ben è ragion che mie querele intenda».
E ’ncominciò, com’uom che parlar e plora,
ma più che detti assai lagrime spenda:
«Il nipote di quel ch’oggi have il regno
di Scozia, valoroso in altro e degno,

79ma poco in amicizia, già molti anni
m’ha tenuto con lui compagno d’arme.
Comuni eran gli onor, comuni i danni,
che sempre al par di sé volse trattarme;
ma nell’ultimo poi per darmi affanni
gli nacque in cuor voglia impia di levarme
una donzella, ohimè, da me gradita
più che le luci e che l’istessa vita.

80Et io, che non potrei viver senz’ella,
ma in ogni modo intendo di morire,
l’aspetto in questo luogo armato in sella
là dove oggi o doman devrà venire.
Vo guadagnarla, e se fortuna fella
mi fia contraria, adempierò il desire
d’uscir del mondo, e non vedrò più almeno
il mio sommo tesoro in altrui seno.

81Egli ha trenta guerrieri armati seco,
cavalier onorati e d’alto affare,
et ei, quantunque sia di fede cieco,
è colmo di valor che non ha pare.
Et io, ch’altro non ho ch’Amor con meco
(è la ragion che tutto mi fa fare),
potete ben penare che certo sono
d’aver messo la vita in abbandono».

82Il re, che tal di lui prese pietade,
ch’a lui sol pensa e sé pone in oblio,
gli dice: «O cavalier di tal bontade,
non rifiutate in ciò l’aiuto mio,
ché se noi lo incontriam per queste strade
veder farovvi s’io son buono o rio;
e non vi sbigottite, ché speranza
reca miglior fortuna e più baldanza».

83Il cavalier discreto non volea
questo accettar, dicendogli: «O signore,
convenevol non è che a morte rea
venga per mia cagion tanto valore
quanto in voi scerno, e la ciprigna dea
vi ristori per me nel vostro amore.
Voi ne morreste certo, e doppio duolo
il mio sarebbe che s’io moro solo».

84Il re Meliadus, quasi cruccioso,
dice: «S’io vo’ morir perché ’l vietate,
bench’a più tosto il popol doloroso
farem che vi furò tanta beltate?».
Così parlando, per pigliar riposo,
ché già le stelle in ciel son allumate,
sen vanno al romitorio ivi vicino
aspettando l’aurora al buon mattino.

85La qual non giunta ancor nell’Oriente
surge e s’arma ciascun, truova il destriero
là dove dèe passar la scota gente.
Si ripongono insieme sul sentiero,
or il domanda il re cortesemente
della sua patria e del suo nome vero.
Gli risponde esso: «Ettore è ’l proprio nome,
poscia Absalon mi chiamo e non so come.

86E dal buon cavalier Ettore il Bruno
portato fui su la sacrata fonte».
Or gli replicò il re: «Certo nessuno
vi porria de la Scozia stare a fronte
se a lui sembraste che fu nel mondo uno,
e ben potreste vendicar vostre onte».
«Voi dite il vero,» il cavalier gli afferma
«ma possanza non ho sì rara e ferma.

87Pur non dimorerà ch’io non impieghi
ogni mia forza in ricovrar colei.
So ben ch’io ne morrò, ma il dorso pieghi
convien ciascun all’ordin de gli dèi,
né si può per fuggir per pianti o preghi
sempre cangiar in buoni i casi rei.
almen cadrò con l’arme e nel cospetto
del mio perfetto bene e mio diletto».

88Gli ritorna il re a dir che cosa stolta
è d’un quando si mette a tale impresa
non aver di timor l’anima sciolta
e dal Cielo e da sé sperar difesa:
«Quando sarete nella schiera folta
e che tutti verran per farvi offesa,
menate ben le man, sperate in voi
che giustizia e virtù sien lì per noi».

89«Io vi dico signor, e non per tema,
che della vita mia giunta è la fine,»
risponde il cavalier «né forza estrema
contrastar puote a volontà divine.
Il Ciel che già mi diè gioia supprema
e c’ha le rose mie converse in spine,
vuole oggi farme con crudele scempio
martir d’amore e d’alta fede esempio».

90Mentre parlan così senton nel bosco
gente venire, e ’l re tosto gli dice:
«Ecco costor venir che in mèle o tosco
v’apportan l’ora lieta o l’infelice.
Onorato guerriero, or vi conosco,
fate pur quel ch’al vostro nome lice.
Entriam senza altra cura arditi e franchi
loro aprendo animosi il petto e i fianchi».

91Vien tinto in volto di pallore smorto
il miser cavaliero, e ’l prega presso
che se gli brama dar gioia e conforto
un picciol don da lui gli sia concesso.
Risponde il re che a dritto o torto
tutto quel che vorrà gli fia permesso,
con questa condizion: che in ciò non sia
di rifiutarlo allora in compagnia.

92«Io vi prometto sì che non fia questo,
anzi vi prego pur d’esser presente
e che veggiate Amor quanto sia presto
a far un servo buon tristo e dolente.
Chieggiovi sol che non vi sia molesto
di sotterrarmi quinci incontinente,
solo scrivendo nel mio marmo fuore:
Absalon giace qui, martin d’Amore.

93Il re, che l’angosciose sue parole
ascolta, ne divien tristo e pensoso,
e del buon cavalier molto si duole,
presago al tutto del suo mal doglioso,
e gli dice: «Signor, quando altri vuole
morir espresso viene al Ciel noioso.
Forse il vostro temer sarà più vero
e prima ancor che non vi fia mestiero».

94«Sia pur che vuol » dice ei «perciò ch’io ’l bramo.
Di voi mi duol, che ’n travagliato intrico
per me sarete e per la donna ch’amo,
in mezzo a troppo stuol crudo e nemico.
io per me di cipresso cerco il ramo,
per voi di palma alla vittoria amico».
«Or lassiam questo gir,» il re risponde
«che Dio sa il tutto sol, ché ’l tutto infonde.

95Questo so ben: che quanto il viver dura
sarò con voi, vi serverò la fede».
In questo comparir per la verdura
un drappel disarmato già si vede.
Viene un valletto che con somma cura
dell’arcione e del braccio facea sede
ad un picciol cagniuol, ch’a pena visto
se ne mostra Absalon irato e tristo.

96E rivoltosi al re: «Signor,» dicea
«ben potete veder quello animale;
egli è molto più caro alla mia dea
che potesse esser qui cosa mortale.
Io solo in guardia aver sempre il solea,
et oggi in mano altrui il veggio, tale
ch’io no ’l posso soffrir, e mi conviene
dare a ch’il porta meritate pene».

97E si vuol avventar sopra il valletto,
se non che ’l re gli ha ritenuto il freno,
dicendo che faria troppo difetto
tale onorata impresa avendo in seno:
«A quel che dèe venir s’aggia rispetto,
che chi guadagna il più tiene anco il meno.
Quando la donna avrem, avrem ben poi
cani a cavalli e tutti arnesi suoi.

98Ove il romor correndo dell’assalto
fatto ad un servo gli farà più saggi,
s’aduneranno insieme, faranno alto,
prenderanno sopra noi tutti i vantaggi.
Aspettiam con silenzio ove lo smalto
è più impedito e più stretti i passaggi;
arte convienci, senno et ardimento,
ch’uno improviso colpo ne val cento.

99Mentre parlan così veggion venire
schiera grande di donne e cavalieri,
armati tutti e ’n ordin da ferire
bene a cavallo, e ne i sembianti feri.
Fra questi è ’l duce lor di grande ardire
ma con sospetto va per quei sentieri,
non già di lor ma d’un signor vicino,
tiranno e predator di quel confino.

100Già s’acconcian di tutto alla battaglia
i due bravi guerrier, e ’l re domanda:
«Fra quei coperti là di piastra e maglia
quale è colui che a tutti lor comanda?
Che di lui sol più che d’altrui ne caglia,
e drizziam l’arme nostre a quella banda,
ché s’abbatterlo il primo ne dà il Cielo
saran l’arme de gli altri carta e velo».

101Mostra Absalon da lungi insieme sei
che di pari armadura ivan coverti,
e dice: «Un di quegli è, ma non potrei
darne, sendo essi eguai, segni più certi».
«Or basta,» dice il re «dunque io direi
che noi non ci mostrassimo scoverti
fin che gli altri davanti sien passati
e solo i sei da noi sien ricercati.

102Or tosto, fratel mio, diam dentro omai
(seguita il re quando gli vede presso),
non vi fallisca il cor, ché importa assai
dar buon principio e ben seguire appresso.
O che noi darem lor dannaggio e guai
agevolmente in un momento stesso,
o ch’avrem troppe in noi fatiche e doglie,
ché ’l male incominciar vittorie toglie».

I due vengono a battaglia con un drappello di cavalieri scozzesi, Absalone muore e Meliadusse è fatto prigioniero (103-132)

103E così detto il caval urta innante
verso il primier c’ha rincontrato a sorte.
Colpisce al petto e tutto in uno stante
il riversa alla terra e ’l pone a morte.
Batte il secondo e di lui fa il sembiante;
non morì già, ma fu presso ale porte.
Quando l’altro il valor di lui rimira
vien tutto speme et a vittoria aspira.

104E senza dimorar la lancia abbassa
verso un di quelli, e ’l truova nello scudo,
che no ’l difese, ma tutto oltra passa
la corazza e l’usbergo il ferro crudo.
Ruppesi l’asta e morto a tutto il lassa,
va sopra gli altri poi co ’l brando nudo.
Ma quei de’ sei che tre rimasi sono
vanno avviliti e quasi in abbandono,

105che quantunque essi sien prodi et arditi,
l’improvisa battaglia e l’alte pruove
gli hanno al primo apparir impauriti
come colombi al grande uccel di Giove.
E ’l duce lor, che a simili partiti
s’era e più volte ritrovato altrove,
se medesmo riprende e riconforta
e spinge ove vendetta et ira il porta.

106Vassene dritto al re Meliadusse
che di più gran valor fornito stima,
e ’l riconosce ben, ch’esso percusse
troppo spietato la sua gente prima,
pensando in sé che se abbattuto fusse
tosto saria della vittoria in cima.
Ma il franco re che vede ch’a lui tende
con mirabil virtude il colpo attende.

107Il grande scoto, ch’era veramente
colmo di forza e di real prodezza,
il ferì di tal possa fieramente
che la fine armadura punge e spezza,
e gli fa piaga tal che se ne sente
gran tempo poi; ma l’infinita altezza
del cor il tiene in sella e non si mosse
più ch’aspro scoglio che Nettuno scosse.

108E qual tra i cacciator selvatico orso
che più piagato più vigor riprende,
con la spada alta al feritor è corso
e con tanto furor su l’elmo scende
ch’a quel grave colpir la lingua ha morso,
vien tramortito e più non si difende;
cade giù dal caval, né scorge intorno
sì che sapesse dir s’è notte o giorno.

109or ciascun cavalier ch’avea passato
più oltra delle donne in compagnia,
il gran romor in dietro ritornato
e trovato il signor in sorte ria,
per vendicarlo da diverso lato
sen vanno ove la coppia gli attendia,
e gridan: «Disleali, or sète morti,
se non sète del ferro assai più forti».

110Disse animoso il re: «Venite pure,
che tal forse morrà che ne minaccia.
Sono al venir le strade assai sicure,
a ritornar da noi chiusa è la traccia.
le membra aviam come adamante dure,
e chi no ’l crede esperienza faccia,
e ’l barri pur a chi verrà da poi
s’avrà la lingua intera o i membri suoi».

111Or qui s’addrizza la più orribil guerra
che mai possa narrar voce mortale.
Il valoroso re con lor si serra
come suol tra i mastin fero cinghiale;
or quello ancide or questo vivo atterra,
e ciaschedun di lor, che molto vale
e ch’è guerriero e cavaliero antico,
s’ei muor non lascia sano il suo nemico.

112Il re famoso la possente mano
ha sempre in alto, e i feri colpi addoppia.
La greve spada mai non scende in vano
ch’un fère al meno, et è spesso anco una coppia.
Beato quel che più gli sta lontano,
ché tutti i più vicini ancide o stroppia;
e ben bisogno gli è, ché gli altri fanno
a lui noia soverchia e spesso danno.

113E ragionan fra lor ch’un altro pare
non si porria trovar in quella etade,
poi che sol si difende e dà da fare
a tante insieme e sì famose spade,
e che bisogna stretti e fermi andare
né lassarlo posar fin ch’ei non cade,
ché, potendo ei riprender poca lena,
lor daria morte di vergogna piena.

114E ciò pensando fanno forza estrema
ma non tal ch’ei sì ben non si difenda,
doni aspro danno all’uno, all’altro tema,
a chi ’l braccio o l testa tagli o fenda.
Absalon il compagno ove più prema
la forte schiera e dove più l’offenda
ivi in mezzo si mette e batte e fère
e nobilmente fa quel ch’e devere.

115L’uno a l’altro di lor ben mille fiate
vede la morte sua vicina in volto;
non la degna guardar, ma tra l’armate
genti più va d’ogni timore sciolto.
Già si riduce a breve quanti tate
il popolo inimico che fu molto,
che di cinquanta o più ne restan venti,
son tutto gli altri o mal condotti o spenti.

116In questo mezzo il valoroso scoto,
già risentito con l’aiuto altrui,
sopra un caval rimonta, ch’era vòto
e nuova gente e fresca va con lui.
Come si fece a quella schiera noto,
addoppiò speme e cuore a tutti i sui,
come doppo gran sete all’erbe pioggia
quando l’ardente Can con Febo alloggia.

117Et egli al gran valor ond’era pieno
aggiunto sdegno e di vendetta ardore,
trae fuor la spada e grida: «Tosto fieno
apparecchiate a quel lor ultime ore»,
e voci spande colme di veleno
dicendo ai suoi: «Che grave disonore
è che due soli aggian durato tanto
contro a noi tutti, e datono onta e pianto!

118Or vendichiamo almen questa vergogna
con dar lor morte, che non possin poi
contar a tal che di biasmarci agogna
d’aver vinto un tal numero di noi».
Così parlando alla crudel bisogna
entra tutto cruccioso e spinge i suoi,
e quanto può con la possente spada
fère in testa Absalon, che ad altro bada,

119che ’l riconobbe, e pensa ch’a preghiera
di lui venuta sia questa battaglia.
Tal il percuote che convien che pèra,
che no ’l può contrastar ferro che vaglia.
Fende l’almo, la cuffia e la visiera,
arriva al teschio e tutto l’osso smaglia,
passa ove pensa alcun l’alma aggia sede,
che scacciata indi al duo Fattor si riede.

120Il miser batte il capo su l’arcione
allor ch’un altro da traverso arriva,
e ’n mezzo il cor la lancia gli ripone,
così per due gran piaghe è giunto a riva.
Ma la spada ch’amava oltr’a ragione
ritenne in man come persona viva,
e con le pugna strette e i piè battendo
finì il corso mortal con grido orrendo.

121il re compagno suo che pure allora
aveva un cavalier gittato a terra,
quando ciò vide si lamenta e plora
e come disperato gli occhi serra,
dicendo: «Un tal guerrier non vo’ che mora
senza vendetta», e si apparecchia a guerra
più ch’avesse ancor fatto, e si diria
che la forza accresciuta ancor gli sia.

122Da sinistra e da destra s’abbandona
senza ritegno alcun menando intorno
la gravissima spada più che buona,
la qual chi aspetta o n’ha dannaggio o scorno.
E se non che la piaga assai gli dona
travaglio e pena, avria mostrato il giorno
senza invidia d’alcuno a tutto il mondo
che a nessun che mai fusse era secondo.

123Ma il sangue che distilla a poco a poco
gli fa il spirto e la forza venir meno.
Non se ne accorge il misero pel foco,
per la pietà, per l’ira ch’egli ha in seno.
Gli altri l’han riserrato in breve loco
né gli lassan calcar molto terreno,
ma più ch’ogni altro lo scozzese duce
per malissima strada già il conduce,

124chiamando gli altri, e dice: «Resta un solo,
noi siam tanti guerrieri e sì perfetti
ch’a morte il doverem mandare a volo,
né so ciascun di voi che più s’aspetti».
Così parlando, fra disdegno e duolo,
con molti altri ch’avea seco ristretti
sopra l’elmo il batte d’un colpo tale
che in ogni altro che in lui saria mortale.

125E ben il posso io dir ch’ogni altro avrebbe
del tutto morto su la terra steso,
ma il gran Meliadusse, ch’estrema ebbe
e virtude e valor, sostenne il peso.
L’altro in tanta ira e ’n tanta rabbia crebbe
pensando pur ch’a pena l’aggia offeso
che la spada nel fodero rimette,
a lui s’avventa e tien le braccia strette.

126lo scuote quanto può, ma il re no ’l cura,
e ben mostro gli avria s’ei sa di lotta,
ma quattro cavalier che n’han paura,
né per ancor la lancia avevan rotta,
si metton tutti insieme ala sicura
e vanno a fare una medesma botta
sopra il caval del re, sì che a traverso
il passàr tutt e poserlo riverso.

127Così cadde egli ancora, e con la coscia
rimase sotto al suo destrier già morto.
Non gli fe’ mai la sorte prima o poscia
né guerriero inimico il più gran torto;
pur, con tutto quel peso e la sua angoscia,
a viva forza ancor saria risorto,
ma i medesimi quattro e ’l duca insieme
son già discesi e ciascheduno il preme.

128Hannogli il capo già dell’elmo sciolto,
e certi altri la man, ch’impedita era,
dopo averla percossa e stretta molto
la dspogliàr della sua spada altera.
Ivi era il popol già tutto raccolto
quai cani in caccia alla annodata fera,
né per quanto ei facesse vider mai
ch’ei s’arrendesse e non oprasse assai.

129Se ’l corpo era ferito, afflitto e stanco,
avea libero, sano e ’nvitto il core.
or mena il braccio destro or mena il manco,
e con lo sguardo sol fa lor timore.
Grida, minaccia e non può creder anco
che non si svegli in lui nuovo valore,
ma la piaga di prima e d’or la forza,
il poter natural in tutto ammorza.

130Songli addosso ben venti, e ’l più codardo
già la testa real tagliar volea,
ma il forte scoto alla virtù riguardo
ebbe, e lo scampa dalla morte rea,
dicendo che nessun mai più gagliardo
né pari a lui guerrier trovato avea.
Comanda torgli via l’arme e lo scudo
e gli leghin le man quando sia nudo.

131Fu fatto il tutto e ben con poco affanno
poi ch’è senz’arme, senza spirto quasi,
e sopra un vil ronzin portato l’hanno
d’un de i lor servitori ivi rimasi.
Indi di far le bare ordine danno
per quei portar che ne gli avversi casi
eran morti di lor, e son da trenta
tal che vive ancor se ne spaventa.

132Lasciar solo ivi il valoroso Ettorre
martir vero d’amor de’ corvi preda,
né si degnar di sassi al men comporre
tomba ove segno di pietà si veda.
Al re lionese ogni uomo accorre
e vede il suo poter né par che ’l creda,
e seguitan la via c’hanno espedita
con molti morti et un ch’è male in vita.

Libro IX

ultimo agg. 13 Settembre 2015 9:58

Girone parte da Maloalto, incontra un cavaliere che gli racconta le brutte imprese di un cavaliere villano, Serso (1-29,4)

1Or mentre questo avvenne, il buon Girone,
della piaga sanato che si porse,
errando andava, e sdegno era cagione
per un cruccio novel che appresso occorse
contro al suo Danain, ch’oltra ragione
gli tolse di nascoso e lunge scorse
una donna ch’amava, e ’n lui cercare
ebbe molte avventure altere e rare.

2Come di Maloalto è dipartito,
ad un guerriero il primo dì s’avviene
che portava lo scudo in due partito.
Lieto il raccoglie e compagnia gli tiene,
vannone insieme ov’è il cammin più trito
e ’l cavalier, poi ch’alla selva viene,
dice a Girone: «Ier sera qui trovai
il più discortese uom che fusse mai,

3il più crudo, maligno e disleale,
che vince ogni altro e vince ogni credenza,
nato per dilettarse in oprar male
et ottener in ciò somma eccellenza».
«Deh, se di compiacermi oggi vi cale
ditemi» fa Giron «di che presenza
è questo cavalier, e ch’arme ha in dosso,
che forse quanto voi parlar ne posso».

4«Ei porta l’arme sue divise in due,
non già come le mie ma d’altra foggia»,
rispose il cavaliero; e Giron fue
certo ch’esso era quel che nullo alloggia
che in quella notte per preghiere sue
sendo oscurato il ciel da vento e pioggia
non puoté indur che dentro l’accettasse
d’un padiglione e seco riposasse.

5E volentier s’accorda alle parole
del suo compagno, e pregalo ch’ei dica
quel che a lui fece, perché appresso vuole
parlar di sua natura all’uom nemica
più ch’altra che già mai vedesse il sole,
e che mette in oltraggi ogni fatica,
come un buon cavalier per mille vie
farebbe in virtù d’arme e ’n cortesie.

6Comincia il suo compagno adunque e dice:
«Ieri, a punto del dì fra vespro e nona,
qui stesso in la medesima pendice,
incontrai quel monstro e non persona,
che con rozzo parlar più che non lice
ingiuriosamente mi ragiona:
– Guardati, cavalier, che ti bisogna
meco giostrar e riportar vergogna -.

7Io, che ’l veggio ch’è già di tutto presto,
incontinente sprono, e non vo tardo.
Quando sono al ferir, venne molesto
al mio caval, quantunque sia gagliardo,
un sasso in terra e ’n quel che l’asta arresto
rovino in basso, in manco ch’uno sguardo.
Io rimasi di sotto e carco d’arme
ch’a gran pena così poteva aitarme.

8Fu il primo a ridrizzarse il mio destriero,
perché sopra era e caricato meno;
s’appressa il discortese cavaliero
senza parlarmi, e sì ’l pigliò pel freno.
Menal quanto più può fuor del sentiero,
tutto il dispoglia e getta sul terreno
e la briglia e la sella in varia parte,
e via caccia il caval, quindi si parte.

9Io, che ciò veggio e mi ritruovo a piede
e del cader ancor fiaccato alquanto,
resto com’uom che ’l suo dannaggio vede,
né gli truova rimedio tanto o quanto.
Prego il Ciel che gli dia giusta mercede
e sto maraviglioso d’altro canto,
che si possa trovar in uom, che sia,
sì poco amore e tal discortesia.

10Or mentre così penso, ecco ch’arriva
un cavalier su la medesma strada,
con una donna di bellezza diva,
che ’l volto avea di rose e di rugiada,
nobil ne gli atti, leggiadretta e schiva,
da seminar virtude ovunque vada.
Il cavalier villan tosto n’ha voglia,
più che per suo piacer per altrui doglia.

11E giunto ove venìa dice: – Signore,
troppo vi veggio bene accompagnato,
et io vo soletto a tutte l’ore;
aver vorrei questa donzella alato -.
L’altro, ch’è ben guerrier d’alto valore,
sorridendo risponde al domandato:
– Veramente la donna non darei
ad uom che sia, se non piacesse a lei.

12Ma s’avvenisse pur che a lei paresse
che di tanta beltade io fussi indegno,
forza saria ch’altrui si concedesse
perch’io vo’ sottoposto al suo gran regno,
non ella al mio, ch’alle sue voglie istesse
obbediscon le mie sì come è degno -.
L’altro invidioso, non istette molto
ma s’invia verso lei villano e stolto,

13e le dice: – Madonna, voi parete
tanto bella a mirarvi et avvenente
che d’avervi compagna avrei gran sete,
con patto di trattarvi nobilmente,
Rifiutate costui con chi voi sète,
e, come vaga fuor, sia il cor piacente,
che se ’l contrario fate io vi prometto
che per voi ne verrà dannoso effetto -.

14Quando l’onesta donna ode il villano,
con disdegnoso riso fa risposta:
– Se voi dite da ver mi pare strano
che faccia un cavalier simil proposta -.
L’altro cruccioso: – Io non vi parlo in vano,
e rispondete pur, che poco costa.
Ma pensatela ben, che dal rifiuto
vi potrà danno estremo esser venuto -.

15Dic’ella allor, con volto tutto irato:
– Voi sète il re della di scortesia,
bruttamente nutrito e peggio nato
a minacciar già mai donna che sia,
e vi rifiuto qual vituperato,
qual pien di codardigia e villania,
e vengane che vuol, che cruda morte
più tosto avrei che un uom di vostra sorte -.

16Quando ell’ebbe finito il discortese
si volge all’altro e dice: – Or ne conviene
ch’ella impari alle vostre e le sue spese,
e sien de gli error suoi per voi le pene.
Venite in giostra, e vi farò palese
che chi tal compagnia sì cara tiene
si tien caro il morir o tal vergogna
che più bella cercar non gli bisogna -.

17Così senz’altro dir del campo piglia,
così fa l’altro e vengono a trovarse;
ma incontro a quel ch’è buono a maraviglia
le forze del villan furono scarse,
sì che al fin gli conviene arcione e briglia
lassar del tutto e ’n terra abbandonarse.
Ma tosto si drizzò prendendo il freno
del suo caval, di mal talento pieno.

18Poi gli dice: – Io confesso, o cavaliero,
che nel primo giostrar son da voi vinto,
perché avete caval del mio più fero
e con troppo furor nel corso ha spinto,
ma se sète guerrier perfetto e vero
d’alto valor, come stimate, cinto,
discenderete ancor sopra la strada
alla pruova infallibil della spada -.

19Il buon signor che mena la donzella
ch’è forse de i miglior che vada intorno,
volenteroso scende della sella
e ’l caval lega ove l’adombra un orno.
in questo mezzo la persona fella
ch’avea pensato il disonesto scorno,
rimontato a caval è incontro gito
ov’esso altrove è volto e sta impedito.

20Urta di dietro e crudelmente il pone
con la percossa fronte a terra steso,
né di ciò sazio l’animo fellone
vuol ch’ancor senta del cavallo il peso.
Il calca, il pesta, né compassione
ha più di lui che d’un che l’aggia offeso
ne i parenti, figliuoi, ne ’l proprio sangue,
e quivi il lassa tramortito essangue.

21Ecco venir in quello un brutto nano
dicendogli: – Signor, or vi sovegna
d’un gran ben ch’io vi fei poco lontano
da queste bande, e ricompensa degna
ve ne chieggio io, né ’l mio pregar sia vano,
ma qual fra i veri amici si convegna -.
Rispose il discortese: – Io tel consento,
e darti guiderdon son ben contento -.

22Alla donna tristissima poi torna
e gli ricorda che ’l prezzò sì poco:
– E come in testa avessi mitra o corna
oltraggiato m’avete in questo loco.
Ma vi mostrerò con pena adorna
se de i simili a me si prende gioco;
mi seguirete omai dovunque io vada
a piè, come staffier che corra strada,

23il mio scudo portando e la mia lancia,
né mai vi vo’ lasciar infin ch’io truove
lo spietato Brevesso, ch’aggia a ciancia
quel ch’io v’ho fatto e maggior pene innuove -.
Così la poverella, che la guancia
bagna per più cagion d’amare pruove,
fa discendere a terra per menarla
allor che ’l rozzo nan tutto alto parla:

24- Come ben vi sovvien, signore, un dono
devete farmi, et è gran tempo omai -.
– Domanda (disse l’altro), perch’io sono
apparecchiato a farlo ove vorrai -.
Rispose il sozzo: – Io mi terrò per buono
d’aver costei ch’io veggio in tanti guai -.
Il villan che ’nproviso ciò l’assale,
vi pensa al quanto e fa risposta tale:

25- Io te la do, ma in questo convenente
che tu la meni giorno e notte a piede,
sì che sia riso e scherno della gente
e del suo poco senno faccia fede -.
Il nan s’accorda et esso incontinente
fa il brutto mostro di tal donna erede;
così via ne la mena, e quel villano
prende un altro cammin dal suo lontano.

26Poi che se ne sono iti, a trovar vegno
quel cavalier ch’avea sì mal trattato,
e per vedere s’avea di vita segno
gli allento l’elmo e l’arme d’ogni lato;
e si rileva alquanto, e co ’l sostegno,
domandol come sta. Dice affannato
che forte dentro e fuore impiagato era,
ma se riposo avrà guarire spera.

27E quando intende poi che a piè son io
che di già l’avventura gli avea conta,
mi supplica: – Or prendete il destrier mio
e per tutto ove il bosco scende e monta
cercate il vostro, e con l’affetto pio
che mostrate or ch’all’opre si confronta,
ritornerete a me quando l’avrete,
poi quel ch’a voi parrà di me farete -.

28Io montato a caval per la foresta
sono andato smarrito un pezzo errando;
non truovo il mio caval né dove resta
il miser cavalier vo immaginando.
Or guardate, signor, se pari a questa
fu già mai villania veduta, quando
i barbari nemici in una terra
entrati son dopo ostinata guerra.

29Or poi che raccontato ho del villano
la gran di scortesia finite voi
di lui narrar qualch’altro caso strano,
simiglianti o maggior de i fatti suoi».
Giron, che fu dolcissimo et umano,Girone e il compagno trovano Serso in prigione di un altro cavaliere: viene a questione perché si liberi il cavaliere villano (29,5-65)
disse: «Io n’avrei da dir, ma par che a noi,
che a lui contrari semo, si disdica
di prenderne a parlar nuova fatica.

30Però vi prego che mi disciogliate
della promessa e d’altro si ragioni».
Così s’accorda, e poi che son passate
tra lor parole de gli antichi e buoni,
ch’esso a gli arbori intorno e le pedate
riconosce ove il miser con gli sproni
lasciò senza caval che l’aspettasse,
né ’l ritrovando maraviglia fasse,

31dicendo: «Io ’l lasciai qui, nulla è più certo
e che partito sia miracol pare».
mentre parlan così dentro al diserto
veggion quattro guerrieri ivi arrivare,
ciascun d’arme onorate era coperto,
un nano et un scudiero han seco a pare.
Questo il scudo e la lancia in man si tiene,
sopra un bel palafreno il picciol viene.

32Et un uom ben legato mena appresso,
tutto scalzo e ’n camicia e nudo in fronte.
Conosce il cavalier, quando son presso,
il suo destriero alle fattezze pronte,
e mostralo Giron ch’egli è quell’esso
di chi gli aveva le novelle conte,
a cui gettò il villan la sella e briglia
e che ’l fece ire a piè di molte miglia.

33«E s’io non mi fallisco, chi gli è suso
è il cavalier medesmo ch’io cercai».
Disse Giron: «Così trall’arme chiuso
lo stimerei campion che vaglia assai,
e vorrei che fusse egli e fusse schiuso
d’infermitade e de gli avuti guai,
caro avrei di saperlo», e ’n quel che viene
se gli fa incontro e ’n tai parole il tiene:

34«Io vi prego, signor, che non vi spiaccia
di dirmi apertamente la cagione
che costui qui sì strettamente allaccia
e gir il fa così nudo e pedone».
«Contento son ch’a voi si sodisfaccia
(rispose il buon guerrier tosto a Girone):
costui fu cavalier, ma di tal sorte
ch’alla cavalleria fece onta e morte».

35«Ah,» rispose il Cortese «se vi è caro
che pur fu cavalier, qualunque sia,
come gli sète voi di tanto amaro
di condurlo in tal guisa per la via?
S’e fusse disleal, codardo, avaro,
pien d’ogni vizio e d’ogni villania
devreste aver rispetto non a lui
ma pure a voi medesmo e a tutti nui.

36Egli è pur cavalier, come noi semo,
c’ha di cavalleria l’ordine e ’l nome.
S’egli è di onore e di virtude scemo
carcato sia di più dicevol some».
Il cavalier, che n’ha dolore estremo,
si rivolge a Girone e dice: «Or come,
non hanno i cavalier possanza intera
di punir chi non va per la via vera?

37Non è l’uficio nostro aver la cura
di chi fa tradimenti, oltraggi e danni
a figlie, a donne, a quelli i quai natura
non ha condotti ancora a i perfetti anni?
e dar lor morte o penitenza dura
domar l’orgoglio, e quei che torti affanni
donano a i semplicetti cori umili,
che son peggio che lupi a i bassi ovili?».

38Gli risponde Giron: «Veracemente
voi parlate da dritto saggio e ’ntero,
e far dèe quanto dite ogni possente,
ogni discreto e nobil cavaliero».
«Adunque» disse l’altro «immantinente
io non vo fuor del cammin giusto e vero,
ch’egli ha fatto tal fallo in questo loco
ch’ogni mal cu’io gli fo vi parrà poco».

39E gli conta la cosa tutta a punto
come l’altro narrata glie l’avia.
ben sa il tutto Giron, ma in sé compunto
di pietà vien della fortuna ria
di quel, quantunque saccia ch’era aggiunto
al sommo fin di somma villania,
e ch’era quel che a mezza notte bruna
il serrò fuori al lume della luna.

40Il chiama adunque, e dolce poi domanda
s’altra volta ch’allor veduto l’abbia.
Quell’altro in atto se gli raccomanda,
e si fa in volto di color di sabbia:
«Io v’ho visto, mi credo, in altra banda
(al fin risponde con tremanti labbia),
non vi conosco molto, et ho ben fede
che sète un cavalier ch’ogni altro escede».

41«Non vi ricorda ben» Giron replica
«di quel che in questa notte mi faceste?».
«Sì (disse l’altro), e fei cosa nemica
a tutte virtuose genti oneste».
«Se m’accettavi con maniera mica
(disse Giron) a meglio or ne sareste:
io vi deliberrei da tante offese
perciò sempre è guadagno esser cortese».

42«Ah (disse il miserel) non par ragione
che la mia villania villan vi faccia.
S’io non v’accolsi dentro al padiglione
dritto non è che ’l bene oprar vi spiaccia.
Dell’uom cortese al giusto guiderdone
obligato è ciascun che satisfaccia,
e chi fa il suo dever non merta lode
ma chi mancasse ben faria gran frode.

43S’io fussi stato a voi qual esser deggio
non saria cortesia la vostra or meco;
tanto è più chiaro don quel ch’io vi chieggio,
quanto più indegno e peccator mi reco.
Nobiltade è giovar a chi fa peggio
e co ’l lume ch’altri ha condurre il cieco,
donar sempre, non vender la sua grazia
di che spirto gentil mai non si sazia.

44Ora il raro valor in voi si svegli,
faccia oggi quel che ’l vulgo far non usa,
aiti i suoi nimici, i suoi rubegli,
quel che per dispietato ogni uomo accusa.
Forse pria che mi imbianchino i capegli
scenderà grazia in me dal Cielo infusa
ch’io diverrò miglior, se nel mio scempio
di bontà date glorioso essempio.

45Mille ragion direi ch’oggi m’insegna
necessitade e ’l mio commesso errore,
per cui ben si vedria ch’opra più degna
non porria desiar uom di valore;
ma perché nobile alma si disdegna
ch’un gli mostri il sentier di vero onore,
ond’ella a lui notissimo cammina,
senza ricordi altrui preghi o dottrina,

46non dirò più, ma sol vi metto avanti
le miserie ove io sono e l’ardir vostro,
al qual mill’altri cavalieri erranti
tenuti son del territorio nostro.
E s’ei furo in virtù pregiati e santi
et io son di viltade orrido mostro,
più bella e rara gloria avrete in questo
che in tanti anni che fur di tutto il resto».

47Qui si tacque egli, e ’l buon Giron ridendo
gli dice: «O cavalier, come esser puote
ch’essendo voi fellon com’io ne ’ntendo
le strade de i miglior vi sien sì note?».
Gli risponde egli allor: «Tardi comprendo
or che fortuna in tutto mi percuote,
il ben dal mal, e ’l gran bisogno è guida
a pregar ben colui dove s’affida».

48Qui soggiunse il Cortese: «Volentieri
a liberarvi in forza mi porrei,
ma non vi penso tal che al tutto speri
che correggiate i vostri vizi rei,
e temo ancor che molti cavalieri
io non offenda ove giovar vorrei».
«Non,» disse quel «ch’io ho in modo imparato
che certo eleggerò contrario stato.

49Che fusse cortesia non sapea prima,
tutto il tempo allevato in vili imprese;
or la terrò d’ogni altra cosa in cima
essendo quella ch’oggi mi difese.
Dunque a voi sta ch’io l’aggia in somma stima
e ch’io d’empio e villan torni cortese,
ché se scampato son di questo inferno
mi farò nobilissimo in eterno».

50Alle parole sue, Giron rivolto
al cavalier che prigioniero il mena,
per esso il prega e lo scongiura molto
che lui deggia discior di questa pena,
e ch’al valor ch’esso ha nell’alma accolto
più ch’all’altrui natura impia e ripiena
di qual vizio è maggior deve guardare
un cavaliero intero e d’alto affare.

51«Signor,» rispose quello «io vel confesso,
e cortese sarò ma in tempo e loco
a lui fo per vendetta quello istesso
che alla mia donna fatto avea per gioco,
infin ch’io la ritrovi e quivi appresso
penserò meglio a quel ch’io deggio un poco.
Ma di così tenerlo oggi mi piace
e qualche giorno ancor con vostra pace».

52«Ah,» rispose Giron «posate alquanto
l’ira, e pensate bene al dever vostro.
Non è ingiuria qual fia che tanto o quanto
ci deggia far uscir del termin nostro.
Ogni virtuoso uom di pregio e vanto
dritto cammina al glorioso chiostro,
né si de’ vendicar l’altrui peccato
con peccato maggior di quel ch’è stato.

53Sempre ho sentito dir che la virtude
il vizio vince, e ’n voi contrario fia
se la bontà che ’n vostro cor si chiude
s’arrende all’altrui lorda villania.
Raddolcischinsi in voi le voglie crude
e ’n gentil alma la vendetta sia
l’aver potuto e lassar fare a Dio,
giusto compensator al buono e ’l rio».

54L’irato cavalier si cruccia al fine
né vuole a sue ragion dare udienza,
dicendo: «Io so che le virtù divine
de i difetti mortali han conoscenza,
ma quel che d’esso in alto si destine
anco io glie ne vo’ dar la penitenza,
ché la somma giustizia pur c’insegna
di donar premio e pena a i merti degna».

55Gli soggiunse il Cortese: «Io voglio ancora
pregarvi e che ’l pregar non vi dispiaccia,
che dell’ira che in voi per lui dimora
a i miei desir presente se ne faccia,
e che ’l traggiate di tai lacci fuora
e liber possa gir ove a lui piaccia».
Or quell’altro gli dice acerbo e corto
che no ’l vuol far, e che l’intenda scorto.

56Disse adunque Giron: «Pensate bene
o la forza o l’amor qual più vi piace,
perché un dei due sciorrà quelle catene
ma più cara mi fia la vostra pace».
Il cavalier, che ’l suo voler ritiene
dice: «Uom non so che quel che più mi spiace
m’induca a far già mai, fuss’ei d’acciaro
e cavalieri avesse un centinaro».

57«Io non son già d’acciaro, e sol mi truovo
e contra voi per lui chieggio quistione»,
grida il Cortese, e quel, che ingiusto e nuovo
gli pare il caso e fuor d’ogni ragione,
risponde: «A maraviglia assai mi muovo
che pel più traditore e rio campione
che portasse arme mai sopra la terra
meco senza cagion vogliate guerra».

58«Or se fusse tre volte, quattro e sei
più tristo e fusse la malizia stessa,
liberarlo di certo anco vorrei
sol per la cortesia c’ho in cuore impressa;
e poi che dispregiate i preghi miei
da questa lancia mi sarà concessa
la grazia ch’io domando. Or difendete
l’avarizia invêr me ch’usata avete».

59E così l’uno e l’altro dilungato
si ritorna a ferir con gran tempesta.
Giron, perché era alquanto corrucciato
gli pon la mira in mezzo della testa,
e co ’l medesmo colpo ha riversato
lui co ’l cavallo, e tutta la foresta
ne risonò d’intorno. Ei quivi il lassa,
e verso il prigionier più oltre passa.

60Il discioglie e gli rende libertade,
poscia il fa rivestir di nuovi panni,
facendol ricco d’altrui povertade
che spoglia un altro e ’l mette in pari affanni.
in questo è l’altro surto e con le spade
cerca di ricovrar gli avuti danni.
Va, ritruova Girone, altero grida
et a nuova battaglia anco il disfida,

61che ben d’alta prodezza era fornito,
non però tal che ’l suo nemico agguaglie.
Gli dice: «Io son da voi stato avvilito,
ma non scuopre un colpir quanto altrui vaglie.
Se di cavalleria sète compito
il mostrerete in nuove altre battaglie.
Difendetevi ben co ’l brando in mano
e poi sia vostro il cavalier villano.

62Se non di a voi lassarlo non intendo
se non vincente alla seconda pruova».
Dice Giron: «Per quel ch’in voi comprendo
voi ricercate ancor vergogna nuova.
Non è saggio colui che danno avendo
cerca di medicina e ’l mal rinnuova.
Io vi consiglierei che vi posasse
e per oggi tal onta vi bastasse».

63Come risponde quel: «Dunque sicuro
sète così di vostre forze estreme?
Or venitene pur, ch’io non vi curo,
ché se breve è il poter il cor non teme»,
e si avventa vêr lui spietato e duro
che come irato mar per rabbia freme.
Giron si tira a dietro e dice: Innanzi
facciamo i patti più chiari che dianzi.

64S’io vi abbatto di nuovo io vo’ che sia
d’ogni querela sciolto il prigioniero».
Risponde l’altro: «Se la virtù mia
come altra volta suol mi dice il vero,
a tutti a due farò la scortesia
ch’esso ha mertato, e voi troppo leggiero
cercando andate, e s’abbattuto io resto
lui vi consento e de i poltroni il resto».

65A queste alte parole il brando leva
l’animoso Giron, e proprio il coglie
sopra la fronte, e così ben l’aggreva
ch’ogni spirto e vigor toso gli toglie.
Non così caggion quando il verno neva
mosse dall’Aquilon le secche foglie,
com’esso un’altra volta cadde giue
e stette come morta una ora o piue.

Girone catechizza il cavaliere villano su come ben comportarsi (66-82)

66Poi verso il prigionier Giron ritorna,
e vuol di lui saper la patria e ’l nome.
L’altro ad aprirgli il tutto non soggiorna,
dice che Serso è detto, e narra come
d’Ettore ’l Brun l’alta progenie
era al sua di sangue e di cognome,
e Galealto il figlio veramente
ebbe amico strettissimo e parente.

67Giron si maraviglia e poi gli dice:
«Come possibil è che sendo voi
di casa che in virtù fu vincitrice
di chi mai nacque e nascerà da poi
siate al mondo sì povero e ’nfelice
ch’odiate lealtade e tutti i suoi,
né seguiate il camin ch’Ettore feo
ma quanto esso fu buon voi siate reo?».

68Rispose sospirando: «Nutritura
credo che cagion fu del mio difetto,
che più che ’l padre può, più che natura
come i saggi filosofi hanno detto.
Tennemi in casa e vissi alla sua cura
Bruno il fellon, là dove a mio dispetto
imparai d’esser crudo e disleale,
invido, impuro e vago d’ogni male.

69Ma vi prometto bene e do la fede
da quel che omai sarò non quel ch’io fui,
ché vostra cortesia mi farà fede
d’ogni virtù ch’io riconosco in vui.
E così Dio vi dia larga mercede
del buon voler che voi portate altrui,
come udirete tosto il vostro Serso
di quel ch’esser solea tutto il riverso.

70E potrete ben dire a tutto il mondo
d’aver fatto miracol così raro
quanto ne fusse mai primo o secondo
da tenervi fra noi pregiato e caro,
ch’io non avea desir, né ve lo ascondo,
che d’esser sempre a chi ben vive amaro,
e s’io non vi scontrava o non moriva
conduceva mill’alme a triste riva».

71Qui ripiglia Girone: «Et io vi lasso,
con questa condizion, del tutto sciolto:
che camminiate omai con giusto passo
verso Dio prima, ov’ogni bene è accolto,
poscia di vero onor non sia mai lasso
l’animo vostro alle gran lodi volto,
sì che possiate dire a viso aperto
vostro alto sangue, e sia creduto certo.

72E sappiate di ver che men fatica
è l’esser buon che ’l suo contrario assai.
Chi natura have de i miglior nemica
a sé dà più ch’a gli altri affanni e guai.
In quanti aspri travagli ognor s’intrica
un cor villano e non ha pace mai
s’egli ottien quel ch’ei vuol, vive di torti,
se no ’l puote ottenere ha mille morti.

73Qual tormento maggior fu in Siracusa
di quel che sente un uom che male adopre?
Ha dentro l’alma chi tutt’ora l’accusa
gli pone innanzi e biasma l’inique opre,
che se con gli altri fuor val qualche scusa
a se medesmo il miser no ’l ricuopre.
E che gli val se tutto il mondo inganna
se al fin se stessa coscienza danna?

74Ma qual piacer è quel d’un che si veggia
camminar dritto ove comanda il Cielo?
e che la virtù segue e non vaneggia
con vivo, assicurato, ardente zelo?
E se ben non ha sempre quanto chieggia
non ha maggior in sen caldo né gielo,
che chi sol per virtù la virtude ama
non cura chi beato il mondo chiama.

75Quanto ne veggiam noi poveri e nudi
che non portano invidia a i panni d’oro,
che più dolcezza a quei dan le virtudi
che le gemme e gli onor non fanno a loro?
Non son stampati tra mortali incudi
i merti della palma e dello alloro,
pria son mossi dal Cielo e vengon poi
là dove son pregiati a trovar noi.

76Che lodato tesoro è cortesia,
come amato, stimato, utile e caro?
Ella par ben che la radice sia
di quanto vien fra noi soave e raro,
e il vero cibo d’ogni anima pia
che mai non si trovò per tempo amaro
se medesma diletta, a gli altri giova
e tanto cresce più quanto è più in pruova.

77Quanto piace il pensar seco la sera:
– Molti ho servito e nessun oggi offesi,
questo e quel d’onta e di fortuna fera
co ’l proprio sangue mio giusto difesi;
il mio buon nome, la mia gloria altera
s’andrà spargendo in tanti bei paesi? -.
E s’ascosa anco fia non torna vòta
poi ch’a te stesso che l’oprasti è nota.

78Conviensi a ciaschedun ch’al mondo è nato
ma doppiamente all’uom di nobil prole;
egli essempio de gli altri e riputato
ch’ogni uomo il mira come Clizia il sole.
Quanto anco è vilipeso e vive odiato
chi fa il contrario che ’l suo padre suole,
e se gli possa dir: di lui possiede
i ben, non le virtù quel falso erede?

79Come a voi già, di ch’io mi meraviglio
che mille volte il dì non vi uccideste,
o senza far di voi ferro vermiglio
sol di vergogna morto non cadeste,
ricordandovi sol che indegno figlio
fuste di tal ch’avea le voglie preste
sempre più nell’altrui che nel suo bene,
e voi cercate in noi dolore e pene.

80Or io non dirò più, poi che m’avete
assicurato di cangiar la voglia,
la qual cosa se saggio manterrete
non avrete mai più periglio e doglia,
et io se vi vedrò d’onesta sete
farò per voi più che per gli altri soglia,
ch’un convertito al ben lassando il male
per cento nati buon sovente vale».

81Qui finisce Girone e dà licenza
al prigionier, ch’ove gli piace vada,
et egli allor con somma riverenza
gli soggiunge: «Signor, se ciò vi aggrada
di voi mi date vera conoscenza,
ch’io saccia almen quell’onorata spada
mi tornò in vita, e qual cortese lingua
fa che ’l torto cammin dal buon distingua».

82Gli risponde il Cortese: «A questa volta
non vel poss’io già dire, e ben vi prego
che villania non paia a chi mi ascolta
se domanda sì picciola vi nego,
ché senza essermi forza, e sia ben molta,
a scovrir il mio nome non mi piego».
Il lassa, e sol co ’l cavalier n’è gito
ch’avea lo scudo suo mezzo partito.

Libro X

ultimo agg. 13 Settembre 2015 10:16

Girone libera Meliadusse battendo gli Scozzesi (1-40,4)

1Vansene adunque in mezzo al foresta
ove impedito più segue il cammino,
né truovan cosa lor dolce o molesta,
che tutto solitario era il confino.
Sul mezzo giorno il buon Giron s’arresta
e gli par di sentir assai vicino
calpestar di cavai che ’l bosco preme
e già si scuopre molta gente insieme.

2Questo del re di Scozia era il nipote,
che con la compagnia restata in vita
più diligentemente ch’allor puote
cerca il suo albergo ch’a posar l’invita.
Vengon le bare innanzi assai remote
da gli altri che seguian la strada trita,
portando quei che ’l re Meliadusse
sì valorosamente a morte indusse.

3Dopo le bare i cavalieri armati
venivan presso, e po’ la damigella,
cagion che questi furono ammazzati
e che molti altri divotàr la sella.
Indi vien con le mani e i piè legati,
il re lionese, che sua stella
biasma in se stesso, e più si duol del caso
del suo compagno così mal rimaso.

4Come son più vicin, tra pianta e pianta
Giron e ’l cavalier rato s’asconde
per rimirar qual sia la schiera e quanta
e spiar di lor gire il dove e ’l d’onde.
Quando vede color che croce santa
portan sopra la cassa d’erbe e fronde
dice all’amico: «A quel ch’io ne riscontro
han trovato costor non buono incontro».

5Quando è passato ogni uom veggion venire
sopra un ronzino il re a guardia stava
di quattro rozzi arcier che ’l facean gire
e ciascun assai spesso il minacciava.
Ei va pensoso e tra disdegni et ire
mal volentieri a questo s’accordava.
Giron riguarda il portamento altero
e pensa in sé che sia buon cavaliero.

6E ’l dice all’altro, e quello: «Or che sia vuole,
villano o buon guerrier che a noi ne cale?».
Gli risponde Girone: «Ei me ne duole
e lassarlo così saia gran male ».
Et ei, cruccioso delle sue parole:
«Se ve ne incresce bene, a lui che vale?».
«Varragli sì, ché trarlo di prigione
in ogni modo vo’» disse Girone.

7E ’l suo scudo ad un ramo tosto appende,
la lancia appoggia in quel medesmo lato,
spinge poscia il cavallo e ’l passo stende
ove il re passa tutto addolorato.
Il saluta, il domanda e da lui intende
come era cavalier ma sventurato,
né così forte come allor bisogna
tal che di se medesmo avea vergogna.

8«Mio mancamento e mia tristizia» dice
«mi fan questo disnore e questo danno».
Allor un di sua guardia: «Tu, infelice,
t’hai procacciato stolto tanto affanno.
Non sai ben tu ch’al saggio si disdice
cose tentar che riuscir non sanno?
credesti esser un dio, che tutti noi
pensasti disfar co i colpi tuoi?».

9«Dunque» disse Girone «ha combattuto
con quanti sète qui costui sì solo?
e tanto danno avete ricevuto
quanto io veggio a i segnali e tanto duolo?».
Guardal poi meglio e l’ha riconosciuto,
e dice: «Questo è l’uom ch’onoro e colo,
il re Meliadusse, e ben son io
se no ’l so liberar codardo e rio».

10E ritorna volando ov’è rimaso
lo scudo, la sua lancia e ’l suo compagno,
e perché non si può quel ch’è nel vaso
veder, quando esso sia di argento o stagno,
il vuol tentar, e dice: «In altro caso,
caro fratel, se aveste mai guadagno
o se fuste prode uomo, in questo punto
ben vi è mestier, ché ’l gran bisogno è giunto».

11Rispose quello: «A dirvi il ver mai troppo
non valsi in arme, et oggi manco vaglio,
egli è ben ver che per un solo intoppo
a mezzan cavalier talor m’agguaglio,
e quando fugga più che di galoppo
il mio nemico allora io frappo e taglio,
ma là dove ei s’arresti e mostri il dente
penso al mio fatto e vo come prudente».

12«Oggi» dice Giron «disposto m’aggio
di farvi aver onor in sempiterno
e far veder di voi sì altero saggio
ch’ogni miglior guerrier avrete a scherno,
e che mandiate a vostro gran vantaggio
molte anime peccanti nell’Inferno,
e liberiate di prigione un degno
d’aver sopra i miglior lodato regno.

13Noi girem tutti soli, e voi et io,
contro a quei pochi che passati sono;
non può ben contrastare il buono al rio,
sì che tosto n’andranno in abbandono.
Onor di qua, di là merto da Dio
n’avremo, e ’l cavalier di ch’io ragiono
ci fia sempre obligato, e vo’ che vostra
sia senza il nome mio la gloria nostra.

14«Io non compro la gloria così cara»
risponde il cavalier, «ma vostra sia,
e se vi costerà la morte amara
dovuto guiderdone il Ciel vi dia,
ch’io non ebbi ancor mai la mente avara
di tentar cosa che certa è follia.
Andate tutto solo e fia la palma
del corpo vostro che serà senz’alma».

15Furo in contenzion per poco d’ora,
ma il buon Giron, che tutto fa per gioco,
gli dice che convien che quivi mora
per le sue man come guerrier da poco,
o che seco verrà. Quel si scolora
e per fuggir la brace entra nel foco;
per timor c’ha di lui di andar fa patto
ove pensa esser già vinto e disfatto,

16dicendo: «S’io ne scampo a questa volta
non vo’ compagno aver più di me ardito».
Vannosi adunque per la selva folta,
l’un tutto ardente e l’altro sbigottito.
Giungon correndo ov’è la schiera accolta
e ’l cavalier ch’avea preso partito,
e per disperazion fatto è sicuro,
grida da lunge in parlar alto e duro:

17«Io vi disfido, a morte or vi guardate,
cavalier, da queste arme ch’io vi porto».
Il primo che ritruova a gambe alzate
abbatte a terra in un momento morto.
Un altro che di quello ebbe pietate
getto sì ben che poi non è risorto.
Poi segue al resto quanto può più innante,
fatto migliore all’opre ch’al sembiante.

18Che tanta fede aveva nel valore
ch’ei vedeva in Giron ch’appresso viene
che non conosce più che sia timore
ma lion rapacissimo diviene.
E discorreva ben dentro al suo core
che a sì gran cavalier non si conviene
mettersi in perigliosa aspra avventura
se l’altrui forze e sue prime non misura.

19In questo che ciascun dubbioso resta
onde lor vegna l’improviso assalto,
ecco il fero Giron con lì’asta in resta
com’aquila venir che scenda d’alto
sopra cervetta lunge alla foresta
ove sia senza prun nudo lo smalto
con l’ali chiuse e con gli aperti artigli,
desïosa di fargli in lei vermigli.

20Ben si scorge il valor ch’ei porta in seno
a vederlo arrivar per ch’il rimira.
Il primo ch’ei ritruova sul terreno
pon di maniera che mai più non spira.
Fère il secondo e non gli nuoce meno
perch’addoppiando va la forza e l’ira,
ch’ei vede ben che son tai cavalieri
ch’oprar tutto il potere era mestieri.

21Dopo i due primi sopra il terzo spinge
ch’era del re di Scozia assai congiunto,
la grossa lancia del suo sangue tinge,
e gli toe l’alma in quel medesmo punto.
Roppesi l’asta et esso non s’infinge
ma, come quel ch’è di desir compunto,
già fuori ha tratta l’onorata spada
larga facendo e sanguinosa strada.

22Folgore il dì parea, tempesta e vento
dal ciel mandato per disfare il tutto.
Ivi non val fortezza o ardimento,
ché contra a tal guerrier non facea frutto.
Son molte selle vòte in un momento,
in un momento è pien di sangue e lutto
la terra e l’aria, e troppo taglia e pesa
il nobil brando a cui non val difesa.

23Quando vede lo scoto il duce loro
tanti colpi incredibili e tai pruove,
benché in arme non sia semplice e foro,
e grandissime guerra ha fatte altrove,
si maraviglia, e pallido come oro
per la pietà de i suoi pur dice: «O Giove,
è questo Marte, il fero tuo figliuolo,
che tanti uccide e si può dir ch’è solo?».

24Un de’ suoi cavalier che si fuggiva
e sente il suo signor che così dice:
«Rafferma e non ci fia persona viva
di quanta aviam con noi turba infelice
se noi non ricerchiam qualch’altra riva
che sia ben unge e nuova altra pendice,
e se noi fussim quattro volte o sei
più che non siam, l’istesso ne direi».

25Ben conosce egli in sé che ’l vero ha detto,
pur più che ’l danno la vergogna teme,
e pensa: – Troppo è sconcio e gran difetto
l’abbandonarsi alle disgrazie estreme -.
Tra fuor la spada e colmo di dispetto
ne va dove Giron la turba preme,
grida: «Voltati a me, lassa ire omai
gli altri, e forse tuo par ritroverai».

26No ’l rifiuta Giron, ma lieto e presto
ratto ne va dove appellar si sente,
e ben gli fa veder ch’a lui molesto
non men sarà che fusse alla sua gente,
ma con più forza che non fea nel resto
gli scaricò su l’elmo un tal fendente
nel suo proprio arrivar che piastra o maglia
contro a tanto furor non è che vaglia.

27Cade a terra stordito e non rinvenne
di gran tempo di poi; né lui riguarda
il buon guerrier, ma come avesse penne
sopra gli altri s’avventa e non ritarda.
Or nessun più la forza sua sostenne
quando il capo ch’avea per morto guarda;
fugge ciascuno e resta il campo solo
al feroce Giron rotto lo stuolo.

28Due sue donzelle e la dama penosa
e ’l re Meliadusse ancor legato
soli erano ivi, e l’altra turba odiosa
parte è fuggita e parte è morta al prato.
Giron con la sua spada sanguinosa
taglia le corde ond’era circondato
il famoso guerrier l’altere mani,
da i vicin già temute e da i lontani.

29Poi scende del cavallo e dolce il prega
che gli monte di sopra, e mostra doglia
della disgrazia avuta; esso no ’l nega,
accetta il don con amorosa voglia,
il ringrazia e la fronte in basso piega
come uom cortese che ’l dever suo scioglia.
Gli rispose Giron: «Se ’l poter nostro
fusse maggior, tutto sarebbe vostro,

30ché gran peccato par ch’ad un uom tale
altro già mai che gran ventura avvegna.
Ma che or libero siate d’ogni male
a Dio la gloria e non ma ne vegna;
il qual, sapendo quanto in alto sale
la virtù vostra e dell’onor ch’è degna,
non l’abbandona ove il bisogno chiede
dando a i merti di lei giusta mercede».

31E così detto sul picciol ronzino
onde era già disceso esso rimonta.
Il re, che ’l vede, riverente e ’nchino
gli dice: «O signor, mio troppa è grand’onta
ch’un cavalier sì raro e pellegrino,
al cui sommo valor nullo oggi monta,
cavalchi bestia tal, che nata appare
per far l’onor sovr’essa vergognare».

32«Perdonatemi pur,» dicea Girone
«ché vergogna altrui far non può cavallo
e sia vituperato oltra ragione
tutto pien d’ogni macchia e d’ogni fallo.
Sendovi stato sopra un tal campione
ch’avanzò ogn’altro, e tutto il mondo sallo,
anzi d’esserci io su mi pregio tanto
ch’eterno serverò l’onore e ’l vanto.

33Né compagnia potendo a voi tenere
in miglior grado almen la terrò io
nelle disgrazie, ché sovente avere
veggiamo i buon che cose piace a Dio;
e ’l mio caval vi supplico godere
infin che se ne truovi altro men rio».
Mentre parlan così con dolce riso
viene il guerrier che lo scudo ha diviso,

34e dice: «In mia malora vi scontrai,
per mia rovina sola e per mio danno!
Sopra me son caduti tutti i guai,
voi sète sano e costui fuor d’affanno.
Io mi truovo ferito e non fui mai
in peggio stato, e vissi pur qualch’anno.
Voi sète allegri insieme et io mi truovo
in antica sventura e dolor nuovo».

35«Or (rispose Girone lieto e cortese)
non restate perciò sì sbigottito
ch’un’atra volta a vie maggiori imprese
san resterete voi quand’io ferito;
e se ben questo è stato a vostre spese
ne sarete tenuto alto et ardito,
che si può dir ch’el vostro brando e voi
guadagnar l’avventura e salvar noi».

36Non si accorda sì bene il cavalliero
all’onorato dir, ma pur si tace.
Giron, che solo al re tiene il pensiero,
gli domanda: «Signor, s’ei non vi spiace
ditemi l’arme vostre in qual sentiero
lassaste, et ove il scudo e l’almo giace».
«Elle son là» diss’ei «dove disceso
fui come morto e poi legato e preso».

37Dismonta ei da cavallo e l’arme prende
d’un ch’era morto e tosto ne ricuopre
il re famoso, ch’ancor esso scende
ringraziandolo assai di sì care opre.
Poi, di cortesia pien, la vista stende
e squadra ben lo scudo ch’ivi adopre,
e gli dice: «Signor, vergogna parme
che voi portiate, ohimè, sì ignobili arme.

38Or voi portate un scudo abbietto e vile
che quei di Cornovaglia usano in guerra.
Non si conviene a cavalier gentile
che sì alta virtù nel petto serra».
Giron risponde: «Io non so quale stile
sia quel de gli altri, o chi ben face o erra;
questo so be, ch’assai forse onorato
si può dir ch’oggi sopra me sia stato».

39«Io ’l credo e l’ho ben visto,» il re replica
«pur io vi prego ch’el lassiate stare».
Giron, che ’n compiacergli s’affatica,
ad un arbor l’appende, ch’ivi appare.
Poi ne prende un della schiera nemica,
l’adatta al collo e se ne vuole andare.
Come il re appeso il vede il prende tosto
e sopra il petto suo se l’ha composto.

40«Come,» disse Giron «s’ei fa disnore
e perché voi medesmo ora il portate?».
Rispose il re: «Perché più grande onore
non ebbe scudo ancor per altra etate».
Rise il Cortese, e con benegno amoreGirone, Meliadusse e la donna di Absalone tornano sul luogo dove del primo scontro con gli Scozzesi, trovano Absalone morto e la donna muore anch’ella (40,5-84,4)
lui domanda: «Ove gir vi contentate?».
Et ei: «Dov’io lassai con disconforto
ferito il mio compagno e forse morto».

41E così detto verso la donzella
il passo addrizza, che dolente stava;
la racconsola e poi ricerca s’ella
di tornar a veder si contentava
che fusse di colui che la sua sella
sì gran pruove avea fatte e che l’amava
più che se stesso, et avea mostro segno
di non esser di lei campione indegno.

42Rispose ella piangendo: «S’a voi piace
di farmi ove offerite compagnia
maggior non posso aver dolcezza e pace
ch’esso vivo o morto sia;
e ben mi credo ch’amorosa face
non fusse ardente mai quanto la mia
verso di lui, né fede così pura
vide forse già mai tempo e natura».

43Così tutti il cammin prendono insieme,
e Giron del compagno alle preghiere
lassa il picciol ronzino e ’l dorso preme
al più forte destrier che puote avere
di quelli il cui signor è morto o geme,
che molti fur dell’abbattute schiere,
e si fa per la via contare il caso
per lo qual prigioniero è il re rimaso;

44e di quel cavaliero ha gran pietade
e brama assai di ritrovarlo in vita.
Ma la sentenza in altra parte cade
ch’al meschin l’età sua trovan finita.
Giaceva esangue e ’ntorno avea le strade
vermiglie sì che ben pareva uscita
con vendetta del cor la ben nata alma
che in una ora acquistò cipresso e palma.

45Di che tutti si fan dolenti e tristi,
ma più de gli altri la vezzosa figlia,
che con pianti e strida e sospir misti
a disperata cosa si assimiglia.
«Ahi cruda terra, perché non t’apristi»
dic’ella, e tiene in lui fisse le ciglia
«quando si spense il sol d’ogni virtude
fabbricato alto e da celeste incude?».

46Gettasi a terra e così gli altri fanno,
truovan ch’el volto avea di sangue pieno.
Ella con quel che può pensarsi affanno,
del lagrimar ond’avea colmo il seno
lava le piaghe, e co i capei che stanno
con Febo al par quando è più il dì sereno,
l’asciuga e netta, e poi gli dona baci
senza numero aver fidi e veraci,

47dicendo: «O vita, o speme, o desir mio,
troppo compraste, ohimè, l’amor mio caro.
Per me sempre mai pena e dolor rio
aveste in vita, et or fin troppo amaro.
Dolce, onesto, cortese, fido e pio
fuste vêr me, né mai vi vidi avaro,
se non in ubbedirmi ove il periglio
vi pregai di schivar con buon consiglio.

48Quanto il vedervi mio mi dava gioia
tanto il timor ch’avea m’era più doglia,
sempre par che d’altrui si fugga e muoia
quel che si brama più che far si soglia.
Sempre ha mille cagion di eterna noia
l’impia fortuna infin che al tutto spoglia
ogni bene a i miglior, d’essi nemica
troppo possente e de i peggior amica.

49Deh, come sul fiori di sì verdi anni
tanto valor fu secco e tal bontade?
Non porrà ricovrar gli avuti danni
il misero mondo in alcun’altra etate.
L’alta cavalleria sempre in affanni
esser devria, ch’è giunta in povertate.
Sian tutte l’arme insieme e i cavalieri
per lui sol vendicar crudeli e feri.

50Poi che per me perdeste voi, voi stesso,
che posso in cambio or io perder per voi,
che, se mancasse mille volte adesso,
non avria ben pagati i dever suoi?
Questo spietato spirto che sì presso
vedendo quello a cui prima né poi
non visse e non vivrà persona eguale
giacer così non spiega a fuggir l’ale.

51Io non sapeva pria che fusse amore,
ma come vidi voi ben lo imparai,
ben m’arse e m’arde et arderammi il core
foco più degno, ohimè, che fusse mai;
ma in breve ben lunghissimo dolore,
in poco dolce molto fel trovai.
e quando poi sperai più amica sorte
truovo il mal vivo e le speranze morte.

52Truovo morto il mio ben, truovo me viva
di che troppo ho vergogna e me ne duole.
Io vivo, ahi lassa, della vita priva,
priva di tutto, ohimè, priva del sole.
Son di questa alma e di me stessa schiva,
di questo spirto che fuggir non vuole;
non vuol forse fuggirsi infin che scerna
vicin voi seggio di virtude eterna.

53Ben scerne il seggio, ma la miglior parte,
me lassando soletta, in alto è gita,
ove onorata da Ciprigna e Marte
s’è col sommo Fattor per sempre unita.
Di me so che le incresce e forse parte
a sciorre il nodo e lei seguirmi invita,
il che tosto avverrà, ché senza lei
non pur qua giù ma in Ciel non resterei.

54Perché il mio paradiso e la mia pace
esser non può se non ov’essa sia,
se nulla al tutto fuor ch’ei sol mi piace
com’esser può che lunge mai ne stia?
Il cieco mondo misero e fallace
come poss’io pensar che ben mi dia
poi che piacque a chi ’l fe’ di rispogliarlo
e pover meco in sempiterno farlo?

55Io, fuor che voi, null’altra cosa bramo
e certo so che voi me sola amaste;
so che sentite con che duol vi chiamo,
con quale amore e con quai fiamme caste;
ch’ognor di pudicizia il verde ramo
mantenni intero e voi me ne lodaste,
mi stimaste da più, teneste in pregio
questo assai più che di beltate il fregio.

56Io ’l pensai sempre, e se n’avea dottanza
troppo me ne accertò questo impio giorno,
che per me non temeste la possanza
di tanti gran guerrieri aver intorno,
ché abbatter mille mondi have speranza
chi sia d’amor e di valor adorno,
e non senza ragion, ché la mia sorte
non la virtù d’altrui v’ha data morte».

57Così disse la donna, e poi si tacque,
dal dolor, da i sospir, dal pianto vinta.
Mirando quel che troppo, ohimè, le piacque,
e l’imagine sua senz’alma estinta,
di più calde rigando e più larghe acque
la bella faccia di pietà dipinta.
Ma poi ch’alquanto può ritrar la lena
al re parlava di cordoglio piena:

58«Deh ditemi, signor, s’al suo morire
o innanzi pur vi fece mai palese
ove deveste il corpo seppellire
in questo quinci o in altro stran paese».
Et ei contento fu del tutto dire
a parte a parte, quanto desso intese.
Quando l’ode Giron tener non puote
che non bagni di lagrime le gote,

59dicendo: «Ahi troppo danno ha il mondo avuto
di perder un tal uomo, e vorrei bene
aver per lui gran patre sostenuto
delle sue piaghe e di sì indegne pene,
o d’esser vosco a guerreggiar venuto
che forse non saria quel ch’or n’avviene
o che fatta gli avrei fida compagna,
che non sempre chi ’l pensa si guadagna».

60Dicegli il re: «Se voi l’aveste visto
e come fece ben nell’ore estreme,
più ne sareste ancor doglioso e tristo,
ché più valea che mezzo il mondo insieme,
e s’a torto di lui credenza acquisto
che ei fusse frutto buon d’ottimo seme,
vedete ch’ancor morto su la strada
tien come vivo in man la cara spada».

61Maraviglia ha Girone e poi s’abbassa
e truova che la tien sì forte stretta
ch’a pena il pugno aprir da lui si lassa,
come se brami ancor nuova vendetta.
La bella donna sazia no, ma lassa
di lagrimar, quando la spada eletta
piena di sangue in man vede a Girone
il prega, sì come era, ginocchione:

62«Deh, cortese guerrier, per quello Dio
che vi fa tale e per la virtù vostra,
fatemi don del brando che fu mio
mentre era in vita la dolcezza nostra.
io gliel donai nel giorno acerbo e rio
che cavalier fu fatto a degna giostra.
Ben poss’io dir che fu pessima l’ora
poi che con quello uscì di vita fuora.

63Or non mi sia negato, e mi rendete
il primo don che mai d’amor gli fei,
sì ch’io ’l possa bacciar, che n’ho più sete
che vi d’esser immortal non averei».
Disse Giron: «Se voi mi promettete
di non dar fine a i vostri giorni rei
con esso io vel darò, ch’io morrei poi
s’a mia sola cagion moriste voi».

64«Non» rispose la donna «io vi assicuro
ch’io non mi anciderò già mai con quello,
che vergogna n’avrei; così vi giuro
per che non mi saria morire onesto,
se di tanto mio danno il dolor puro
senza altra forza non mi ancide presto,
che dell’odiato mondo, s’io non erro,
me ne trarrà la doglia e non il ferro».

65Dagliel dunque Girone, et ella il prende
e con mille sospir trista il riguarda;
poi dolce il baccia e ’n questo mezzo scende
pioggia di lagrimar che ’l dir ritarda.
Indi che l’alma pur vigor riprende,
come chi dentro agghiacci e di fuor arda,
e che cerchi l’oscuro e fugga il sole
altamente dicea cotai parole:

66«Famosissima spada, eterno segno
dell’amor ch’io portava e porto sempre
a chi tener sovr’ogni cosa regno
devea per merto in disusate tempre,
a chi nel suo morir è stato degno
ch’ogni uom, non ch’io, di pianto si distempre,
a lui ti diedi, ahi lassa, e non pensai
d’averti in man ne i comun nostri guai.

67Non pensai questo, ohimè, ch’a miglior uso
sperai lassa che fussi, a miglior ore.
L’alma è fuggita e godesi or là suso,
noi lui piangiamo in questo cieco errore,
e del nostro chiamar tristo e confuso
resta, s’alberga in Ciel giusto dolore,
se del mal di quaggiù dritta pietade
si truova ove dimora ogni bontade.

68Con qual caro sembiante e con quai detti,
con che bel ringraziar da me ti prese?
qual ti fe’ poscia l’onor tra i più perfetti
prendendo dei miglior giuste difese?
quanti campioni e cavalieri eletti
sol per farti lodar a terra stese,
e più cara ti tenne e più gradita
che ’l core istesso e che l’istessa vita?

69Deh come andava io lieta et altera
d’aver campion così lodato e raro?
quante donne vid’io pianger la sera
di me invidiose pe corruccio amaro?
Et a me, il dirò pur, più dolce m’era
quanto alle mie compagne era men caro;
allor mi rallegrai del vinto stuolo,
ch’or farà quel ch’io feci del mio duolo.

70io sapea certo al men di non uscire
el suo buon cor mentre t’aveva a canto.
Io non temea se non di Giove l’ire
che mi nocesse mai tanto né quanto.
L’alta mia sicuranza era il suo ardire,
sotto il qual non provai che fusse pianto,
se non or, lassa, che ’l ritruovo tale
che per quanti mai fur tre doppi vale.

71Deh come veggio ben, spada onorata,
che dolcissima e cara eri al mio amante,
il qual per riavermi adoperata
contra una schiera t’ha così prestante,
e poi che morto fu non t’ha lassata
ma così ti tenea come fe’ innante,
ch’amor chiude la man, partita l’alma,
perché sola di me restassi salma.

72Tu fusti al suo morir sempre in sua mano,
e sarai nella mia, piacendo a Dio,
nell’estremo mio punto, che lontano
molto non è, che ben il conosco io.
Non fusti al mondo fabbricata in vano
poi che sei testimonia al giorno rio
della più fida coppia che in tal modo
legasse il cielo in amoroso modo».

73Così dicea la misera piangendo,
or la spada guardando or il suo amico,
or baccia questo or quella, e ’n grido orrendo
chiam il suo fato e ’l suo destin nemico.
Quinci parla al buon re: «Poi ch’io comprendo
che nessun cavalier moderno o antico
v’avanzò di valor, ardita sono
di domandarvi uno ultimo e gran dono:

74che mi diciate se intendete fare
quanto avanti al morir costui vi disse,
di farlo in questo luogo sotterrare
con l’epitafio proprio ch’ei descrisse».
Il re risponde: «Io penso di servare
quanto ho promesso a lui mentre che visse,
e pria ch’io muova il piè di questo loco
non fallirò al dever molto né poco».

75«Ben sarà ciò da cavalier leale,»
gli disse la donzella «e ’l don ch’io bramo
è che ’l mio corpo a quel medesmo eguale
mettiate, che ’l di lui ch’adoro et amo,
perché all’onta, all’onor, al bene, al male
sia con lui di cui serva mi chiamo».
«Come» soggiunge il re «deggio io far questo
s’ancor vivete, e Dio sa solo il resto?

76Voi sète giovinetta, e par devere
che più di me restiate in vita ancora».
«Ah (replica ella), il posso omai sapere
che mi sento appressar all’ultim’ora.
Voi mi vedrete qui tosto cadere
come la notte quando vien l’aurora.
E s’oggi io non morrò da voi non voglio
altra impromessa e ben ve ne discioglio».

77Maravigliasi il re, poi le conferma
che farà tutto quel che brama e chiede.
Ella il ringrazia, e già si sente inferma
già vicina la morte si prevede,
né cerca contra lei scudo né scherma
ma dolcemente alla fortuna cede.
Vanne ov’è il morto e se gli getta sopra
qual madre pia che ’l buon figliuol ricuopra.

78E se lo stringe con gran forza al petto
e la bocca alla bocca adatta in modo
che ciascun veramente avrebbe detto
che non si porria far più saldo nodo.
Così alquanto restata a suo diletto
con alta voce: «Io ti ringrazio e lodo,»
disse «o sommo Fattor», poi si ristrinse
dentro ogni spirto e di dolor s’estinse.

79Girone e ’l re, ch’allora intenti stanno
a spiar di costei che deggia uscire,
poi che tacita star veduta l’hanno
né senton più che pianga o che sospire,
se l’avvicinan con fraterno affanno,
ché di riconfortarla avean desire.
L’un la testa le prende e l’altro il braccio
e la truovan più fredda assai che ghiaccio.

80La rilevano a forza, e già la testa
cade, perch’era morta, su le spalle.
Immobile e pesante il corpo resta
e d’oscuro pallor son fatte gialle
le sue vermiglie guance, e manifesta
ogni suo membro ch’all’estremo calle
era giunta del mondo e ch’era andata
a ritrovar là su l’anima amata.

81Né perché morte le cadde in terra mai
la cara spada che servava in mano.
Poi che veggiono spenti i due bei rai
e lo spirto fuggente esser lontano,
l’uno e l’altro guerrier ne pianse assai;
indi che ogni argomento ivi era vano
dicean fra lor con lagrimose ciglia,
che non si può veder tal maraviglia.

82«E ben creder possiam che vero e puro
era di questi due d’amor l’esempio.
ben potea il cavalier andar sicuro
di lei, che fu di fede eterno tempio,
e meritato han ben che non sia scuro
al mondo che verrà l’altero scempio,
l’alta virtù non vista, l’alta fede
che in questi nobil petti avean la sede».

83Poi tutti insieme e ciaschedun procura
di quei luoghi vicin più chiari marmi
per dare ornata e degna sepoltura
e con lor del guerrier sotterran l’armi;
e di far l’epitafio dan la cura
ad uom ben dotto che scrisse in carmi:
Tessala con Ettor, martir d’Amore,
ucciso ha il ferro l’un, l’altra il dolore.

84E poi che i sacri ufici e i divi altari
in memoria di lor fur celebrati,
e gli trattàr come i più fidi e rari
che mai servi d’Amor si sien trovati,
disse Giron a i due compagni cari:Girone prende commiato da Meliadusse (84,5-98,4)
«Altri liti per me fien visitati,
e qui vi lasserò, pregando Dio
che a i vostri gran desir sia largo e pio».

85Quando il re intende che lasciar il vuole,
non fu mai ne’ suoi dì sì mal contento,
ché così sol restar troppo gli duole
e di mai non partir avria talento,
e prega con dolcissime parole
il buon Giron che cangi pensamento,
e gli acconsenta poi che l’ha trovato
che ’l possa seguitare in ogni lato,

86dicendogli: «E’ son già molti e molti anni
ch’io ho bramata vostra compagnia,
né per trovarla ho rifiutato affanni
e perigli infiniti e lunga via,
per esser sempre mai sotto i suoi vanni
né mai partimmi ovunque vada o stia,
e quando la fortuna un ben ne dona
troppo gran fallo fa chi l’abbandona».

87Risposegli Giron molto cortese
che gli doleva assai di non potere
esser con lui, perché ’n altro paese
e tutt sol volea cammin tenere,
e che non men di lui piacer si prese
d’incontrar lì sì nobil cavaliere
sì come era esso, che per tutto il mondo
a nessun buon guerriero il fea secondo.

88Ma che dove stringea necessitade
era forza inchinar le spalle e ’l fronte,
e che ben tosto le medesme strade
di ricalcar avea le voglie pronte.
L’altro, a cui par per dolor l’animo cade,
dolce gli dice: «O d’ogni gloria fonte,
se non vi è il nome mio palese ancora
come mi troverrete et a quale ora?».

89«Io vi conosco assai,» dicea Girone
«voi sète il nobil re Meliadusse,
che reggete l’armorico leone,
più famoso ch’alcuno in arme fusse».
«A lodarmi così non già ragione
ma vostra cortesia, signor, v’indusse,
e ben mi tengo or più pregiato e caro
da poi che mi consoce un uom sì raro».

90Così diceva il re, che tutto ardia
di desire e d’amore e di dolcezza,
soggiugnendo: «E sarà la sorte ria
ch’io mi parta da quello in cui prodezza,
in cui virtù, valor e cortesia,
carità, senno, onor e gentilezza
s’hanno fatto famoso e degno seggio,
sì come già il sentiva et ora il veggio?».

91Sentendo ivi di sé sì larghe lodi
ne divenne Giron tutto sdegnoso,
e gli rispose in troppi dolci modi:
«Mi fanno i vostri detti vergognoso,
e ben fatte a voi stesso inganni e frodi
se di creder di me tanto sète oso,
e tanto più che conosciuto innanti
da voi non son tra i cavalieri erranti».

92«Ah,» disse il re «non ascondete in vano
che troppo splende or qui la luce vostra;
non si truova guerrier presso o lontano
con spada a piede o con la lancia in giostra
che non conosca omai quel che sovrano
sopra ogni altro miglior fra noi si mostra,
quel che più in alto con la gloria intese
e che non truova par, Giron Cortese.

93Di Galealto l’onorato amico
che già mai no ’l lassò mentre era in vita,
et io son testimon di quanto dico
che la memoria ancor non mi è fallita,
ch’essendo io contro a voi del stuol nemico
venni vosco a battaglia mal partita,
e ’l primo fuste voi che su la strada
mi gettò l’elmo fuor con la sua spada».

94Quando ha visto Giron ch’egli è scoperto
e che ’l suo più celar niente vale,
«I’ son» disse al buon re «colui per certo
che voi pensate, ma non già cotale,
e se grazia da voi ricever merto
non parlate di me, né ben né male,
con altre genti, ché si crede scorto
che molti anni son già ch’io restai morto.

95Sì come anco di voi fu già creduto,
et io per un che molto duol mi diede».
«Io ’l farò,» disse il re «ben che tenuto
menzogner ne sarò di falsa fede,
che ’l nome vostro a tale è già venuto
che qual villa o castel quinci aggia sede
dell’opre vostre e di voi sol ragiona,
e tra i buon cavalier null’altro suona.

96E se non fusse che ’l cangiar sovente
arme, scudo e caval v’aiuta alquanto,
avreste intorno una infinita gente
di quelli oppressi che si stanno in pianto,
né ritruovan guerrier così possente
ch’addrizze i torti che gli nocquer tanto.
Pur io, poi che a voi piace, andrò celando
di giorno il sol quando ha le nubi in bando».

97Il ringrazia Giron senz’altri detti,
e prende il scudo d’un ch’ivi giacea.
Toglie il peggior, e lassa i più perfetti,
che ’l color giallo e non meschiato avea.
poscia piglia un caval de’ meno eletti,
montagli sopra e già il cammin prendea
co ’l cavalier che ’l scudo avea partito
poi che ’l re seco molti passi è gito.

98Indi il lascia soletto e poco appresso
dal cavaliero ancor si discompagnia,
ch’a Maloalto va, ch’era lì presso,
a guarirsi le piaghe ond’ei si lagna.
Poi che ha passato un folto bosco e spessoGirone incontra uno scozzese sopravvissuto, lo rimprovera aspramente (98,5-124)
e viene ove s’apriva la campagna,
truova due cavalier che assisi stanno
piangendo insieme il ricevuto danno.

99Gli conobbe a gli scudi, che l’uno era
bianco per tutto, et era quel guerriero
che avea seco parlato l’altra sera
e battuto l’avea d’un colpo fiero.
L’altro, che non tenea bianchezza intera
ma di verde mischiato avea il cimiero,
del chiaro re di Scozia era il nipote
ch’ancor si bagna l’amorose gote.

100Passando sconosciuto fu pregato
da quel c’ha l’arme candide ch’ei voglia
scender con loro a riposarsi al prato
e mitigar per cortesia la doglia
di quel meschin ch’è tanto disperato
che di saver e di ragion si spoglia.
Per cortesia discende e per piacere
il buon Girone e vuol tra lor sedere.

101Poi saluta il dolente, indi gli chiede
che del suo così star dia la cagione.
L’altro, piangendo: «Divenuto erede
son d’ogni male», e le sue pene espone,
dicendo: «Or non mi biasmi chi mi vede
lamentar forse fuor d’ogni ragione,
poi ch’oggi tolto m’ha sorte noiosa
l’onor, gli amici e la mia cara sposa.

102E di sì dure piaghe anco impedito
son ch’io mi sento assai debile e gramo,
ma quel che più mi fa tristo e smarrito
e che la morte per soccorso chiamo,
è ch’un buon cavalier prode et ardito
c’ho sovra ogni altro amato et ancor amo
ucciso ho di mia mano, e ’l Ciel non sazio
mi lascia in vita pe mio scempio e strazio.

103E ’nfino a ier di me fu più felice
nessuno al mondo, o fusse in guerra o pace,
or pruovo la sentenza che si dice
che di mille anni il bene un punto sface,
né beato può dirsi od infelice
persona mai fin che sotterra giace.
Io, ch’invidia ad alcun non ebbi in terra
vaso sono or che ogni miseria serra.

104E per più mal mi avvien che per un solo
ricevuta aggio l’ultima ruina;
un solo ha vinto tutto il nostro stuolo
come folgor che d’alto a noi cammina
con fatal danno, o buon falcon ch’a volo
viene affamato verso la mattina
dentro una schiera di colombe pure
che da gli assalti suoi givan sicure.

105Il che mi grava troppo e troppo pesa
perché prima impossibil ciò credea
ch’un solo a tanti far devesse offesa.
se ben lor fusse la fortuna rea».
«Ah,» rispose Giron «sì fatta impresa
ha pur gran tempo già ch’udito avea
che si potea condur, pur che ’l valore
trovasse in cavalier sapere e cuore».

106Come gli dice, l’altro: «Io vidi un giorno
ove il buon Cavalier Senza Paura
si trovò venti soli armati intorno
né poté superar quell’avventura,
anzi rimase con suo danno e scorno
com’un fanciul battuto alla verdura».
«Esser può questo ben» Giron rispose
«che non forse ivi ogni sua forza espose.

107Poi vi confesso ben che chi voi dite
è fornito di forza e d’alto affare
e d’altre assai virtù belle e gradite,
ma si potrebbe pur anco trovare
superior di lui, che di chiarite
non sono a noi le genti, come pare,
e tal ch’è di men fama spesso avviene
che sopra più nomati il seggio tiene.

108Or che sapete voi s’un altro od io
non conosciuti quasi in questa parte
avesser grazia più di lui da Dio,
di forza, di valor, di senno e d’arte?
Ciascuno ha mano e piè, ciascun desio
di agguagliarse potendo in cielo a Marte.
Non riesce ad ogni uom, ma non per questo
si dèe dar tutto ad un per torlo al resto.

109Conchiudo al fin che quel ch’è a lui disdetto
potrebbe a qualcun altro esser concesso.
Or non aggiate questo a gran dispetto,
ch’avvenir puote et avvenuto è spesso.
Or vi dirò quanto contato e detto
di tal mi fu che ’l conosceva espresso
che voi fuste un gran tempo il più cortese
e leal cavalier d’altro paese.

110E mentre cortesia regnò con voi,
tutto onor, tutto ben v’era incontrato,
ma come abbandonaste quella e i suoi
vostra sorte miglior vi avea lassato».
Alzò l’altro la vista e disse: «Poi
che mostrate saper tutto il mio stato,
quando fu ch’io lassai la dritta strada
di quella cortesia ch’a i buoni aggrada?».

111«Io vel dirò» Giron risponde allora
«e ben vi narrerò quel che sapete.
Voi la lassaste alla medesima ora
che ’l maggior vostro amico avendo sete
di sposar, come fa chi s’innamora,
quella donzella ch’or perduta avete
prometteste d’oprar di darla a lui
e, venendovi in man, restò per vui.

112Perché senza pensar all’onor vostro,
oltr’alla data fede la prendeste,
tradiste quel che tanto avea dimostro
in voi fidanza; e come far poteste
di versar così sicuro e lordo inchiostro
sopra la vesta candida ch’aveste,
e d’esser disleale a chi non meno
a voi credea ch’al cor ch’aveva in seno,

113ogni vostra virtù fu allora in bando,
l’alta cavalleria vi fu rubella,
né bastò questo ancor, ché ’l vostro brando
il gettò morto po’ fuor della sella.
or non vi andate adunque lamentando
più del Ciel crudo e di fortuna fella,
doletevi di voi, che chi male opra
mai d’impresa che sia vien al di sopra.

114Non vi avvenne poi, ben ne aggiate speme
ch’avvenir ve ne deggia e ve ne accerto,
non è la sorte che vi abbatte e preme
ma il sommo alto Motor che guarda al merto.
vedete ben che tanta gente insieme
quanta allor fuste all’orrido deserto
miseramente e per le man d’un solo
sosteneste onta, danno, morte e duolo.

115E non avete ancor quanto conviensi
alla gran fellonia di ch’io vi parlo
ma pria ch’aggia perduta l’arte e i sensi
il corpo vil, che devea innanzi farlo,
mille disgrazia, mille mali intensi
vi roderan qual legno vecchio tarlo,
perch’il vostro inaudito e fero scempio
di tutti i traditor sia chiaro essempio».

116Quinci il domanda il cavalier dolente:
«Deh ditemi, signor, se sì severo
contro un vostro compagno veramente
sareste e di giudicio così fero?».
Disse Giron: «Sien le mie forze spente,
e preda sien d’ogni altro cavaliero,
s’offendendo un amico di tal sorte
io non mi dessi di mia man la morte.

117Sapete ben ch’un uom di nobil alma
quando perde l’onore il tutto perde,
il qual non come uliva, lauro o palma
appassisce talor, talor rinverde,
ma come lassa l’onorata salma
non ha più bene in lui che resti verde,
tutto viene in eterno morto e secco
in dispregio d’ogni uom qual vile stecco.

118E s’io punissi me di questa guisa,
pensate ben s’un altro punirei».
«Ah,» disse il cavalier «ogni uom divisa
e sa lodar i buon biasmando i rei,
ma la natura, che ’l contrario avvisa,
spesso incorrer gli fa ne gli error miei,
né sète tal qual fors emi mostrate
ove l’occasion vi fusser date.

119Ch’io non penso ch’uom di tal virtute,
quale io vi stimo, fusse mai sì crudo
ch’al peccator amico la salute
non concedesse e se gli fusse scudo,
ché non son grazie a tutti concedute
l’esser perfetto e d’ogni vizio nudo,
né cosa è più che s’assimigli a Dio
che contro a gli offensor mostrarsi pio».

120«Io so» dicea Giron «chi già se stesso,
e per fallo minore, uccider volse,
e ’l facea sì se non correa lì presso
chi gli ritenne il braccio e ’l brando tolse;
il qual tra le sue coste avea già messo
e tanto sangue e tanto indi si sciolse
che maraviglia fu che ne scampasse,
ma così piacque al Ciel che ’n qua il ritrasse».

121«Io vel credo (diss’egli) e vi assicuro
ch’io non mi stimerei di esser cotale,
e ben può viver l’altro assai sicuro
d’un compagno sì fido e sì leale».
«Ah,» soggiunse Girone «et io vi giuro
che gli fu poi per ben renduto male,
che l’inganno medesimo gli feo
ch’al vostro voi quello spietato e reo».

122Allor quel che lo scudo avea d’argento
sottentrato al parlar dice a Girone:
«Danain, che di forza e d’ardimento
in questo regno ha poco paragone,
or non ha fatto un simil tradimento
ad un amico suo fuor di ragione?
Di cui il nome non so, ma certo sono
che di lui cavalier non è più buono.

123Costui, pregando adunque Danaino
ch’egli andasse a condurre una donzella,
v’andò di buon volere, e nel cammino
tanto la ritrovò leggiadra e belle
che d’amor vinto, in un castel vicino
ascosamente si fuggì con ella,
né di renderla udir parola vuole
ch’essa è l’anima sua, la vita e ’l sole.

124Or mi dite, signor, vorreste voi
che per cagion di donna, e qual si sia,
un sì gran cavaliero i giorni suoi
finir devesse mai per questa via?».
Giron si turba, e gli domanda poi:
«Io non so ben come la cosa stia»,
e per tentarlo che la conti il prega;
l’altro che ’l brama far non glie lo nega,

Un cavaliere racconta a Girone e allo scozzese dell’inganno di Danaino perpetrato a un suo amico (125-155,2)

125e dice: «Di narrar contento sono
questa novella, poi che non vi è nota,
ma sedetevi qui mentre ragiono
sopra questa erba dal sentier remota,
e forse udirla al cavalier fia buono
perché il soverchio duol del petto scuota,
et a voi forse, ch’imparar potrete
ad esser men crudel ch’oggi non sète.

126Voi devete saper che per un bosco
tre giorni son soletto camminava;
sul mezzo di venir per sentier chiuso
venni ad un fonte che nascoso stava;
la sua freschissima acqua riconosco,
altra volta assaggiata ove stillava.
Scendo da lei invitato, ivi m’asseggio,
mi guardo intorno et una donna veggio,

127che la più bella parse a gli occhi miei
che di gran tempo mai veduta avessi.
Ella dormiva e nel romor ch’io fei
si risvegliò come che in tema stessi.
Io la rimiro, e sol truovo con lei
un picciol nan tra quei virgulti spessi,
la prendo a riguardar e tal mi parse
che per fiamma minor più d’un cor arse.

128Mi parea di sognar sola vedendo
sì gran beltade in loco sì selvaggio,
che fusse qualche ninfa discorrendo
uscita lì di qualche abete o faggio.
Pur animosamente il passo stendo
ratto verso di lei, che desir aggio
di saver tutto, e le ritrovo il volto
tutto pien di dolor, di pianto involto.

129Pur graziosamente mi saluta
et io prego per lei buona avventura;
poi riman come prima trista e muta
né di meco parlar pigliava cura.
Io, con la riverenza a lei dovuta,
prego che non oltraggi la natura
in guastar co ’l dolor tanta bellezza,
ché gran fallo è di chi tal dote sprezza.

130- Or perché sète sì dogliosa in vista
di dirmel prego non aggiate a sdegno,
che talor carità con amor mista
aiuta il buon voler, desta l’ingegno,
e la vera pietà talora acquista
in nobile alma di virtude il regno,
ove prima non era, e in me porria
fare il medesmo, né miracol sia.

131Io non vi mancherò di quel consiglio
ch’a me proprio farei, né della aita,
infin ch’io sia di sangue sì vermiglio
che mi abbandoni l’anima e la vita -.
La donna allor con lagrimoso ciglio
e con tremante voce e sbigottita
mi risponde: «Signor, tal doglia porto
che consiglio non val, non val conforto.

132i quai troppo oggi son da me lontani
che così vuol la cruda mia fortuna,
né fu già mai tra i Tartari e gli Ircani
tradita più di me persona alcuna,
ch’essendo io capitata nelle mani
in chi più mi fidai sotto la luna,
mi sono a tal condotta che mi duole
d’esser più viva e rimirar il sole.

133Or sacciate, signor, ch’un cavaliero
di cui nome non so né ’l dar vorrei,
m’amava d’uno amor sì puro e vero
com’io lui, che per lui cerco morire.
Quanto fu dolce in pace, in arme fero
era, e gli vidi mille volte aprire
tutto sol grandi schiere, come face
di gregge senza can lupo rapace.

134Vivemmo un tempo che d’un giorno solo
non fummo l’un dall’altro mai divisi,
quai tortorelle che di volo in volo
van seguendo d’amor i dolci avvisi.
Tra noi non cadde mai sdegno né duolo
ch’erano i nostro cor due paradisi,
di farne invidia a questa etate
ma quasi in Cielo all’anime beate.

135Venne ch’un giorno pur la sorte volse
che gli convenne a Maloalto andare,
né me né servo alcun seco aver volse
per poter il cammin più di spicciare.
Con Danaino il Rosso si raccolse
che amato sempre aveva senza pare.
Stetter più giorni insieme e ’l guerrier mio
sendo ferito un dì per caso rio,

136e di me avendo riveder gran voglia,
né si potendo muover da giacere,
con quella sicurtà che far si soglia
tra i buon compagni e l’amicizie vere,
disse al suo Danain che s’alla doglia
ch’esso portava vuol pietade avere,
che sia contento gir ove lassata
m’aveva in un castello sconsolata.

137E gli mostra il cammino e ’l loco a punto,
l’accetta Danain come cortese.
Poi che con la credenza a me fu giunto.
il desio di colui mi fe’ palese;
io, che avea del medesmo il cor compunto,
per andarne con lui truovo ogni arnese.
Partiamo, e nel cammin conosco in esso
cangiar di volto e rimirarmi spesso.

138in certi ragionari entrar il veggio
che non molto a proposito parieno;
salta dell’un nell’altro e sempre in peggio
come di tema e di vergogna pieno.
In somma, in modo fa ch’io pur m’avveggio
ch’al suo onor pensa poco e molto meno
alla fé data al caro suo compagno,
e disegna di me nuovo guadagno.

139Non molto andò ch’Amor gli diè baldanza
pur con voce tremante, il tutto a dirme,
dando ragion ch’a lui furo a bastanza,
non già per me che tutta impallidirme
vide in un punto, e s’avea lì speranza
di poter fra gli sterpi indi fuggirme
e fera diventar fatto l’avrei,
prima ch’acconsentir a i desir rei.

140Pur, poi che far no ’l posso, dolcemente
riprendo ardire e tosto gli rispondo
che non devrebbe offender tristemente
il miglior cavalier ch’avesse il mondo,
che l’amò sempre mai sì caramente
ch’avea tutto e se stesso a lui secondo,
e non volesse dar simil mercede
all’avuta di lui sì larga fede.

141Soggiungendogli poi ch’un piacer breve
apporta al fin lunghissimo dolore;
e fuor era quel dannoso e greve
ch’a ciò il movea, non carità d’amore;
ch’una donna acquistar profitto è leve,
c’ha macchia eterna et ei passa in poche ore;
e che molte ne son che aver poria
senza far ivi a tanti villania.

142Et ch’a quello atto iniquo e vergognoso
tutte le donne quel medesmo sono:
“Ma l’animo e l’ingegno virtuoso
il non lassarsi a i vizi in abbandono,
è quel che in esse stima valoroso,
cavalier come voi leale e buono.
Il resto è sì comun con gli animali
che quei che ’l fan si fanno ad essi eguali”.

143Ei mi rispose allor, tutto crucciato
che non voleva aver meco dispute,
che quel che la natura have ordinato
poco saggio è chi no ’l stimò virtute.
E se ’l compagno suo sarà ingannato
per questo esser non dèe che mi rifiute,
perché il mondo da ben che simil pegno
fa passar di ragione a tutti il segno.

144Così parlando noi, fuor del sentiero
mi mena, ove or mi truovo a questa fonte,
e riservò con lui l’onor intero
che non mia ha fatto anco dannaggi od onta;
et in Dio prima e ’n sua bontade spero
che così netta un dì vedrò la fronte
del mio caro campion; pur in estrema
vivo sempre fra me dottanza e tema.

145E tanto più che forse per vergogna
ch’egli ha di questo, omai di bosco in bosco
mi va menando e di fuggire agogna
ogni altro cavaliere, e l’aer fosco
aspetta al camminar; e non bisogna
ch’alcun mai cavalier s’incontri nosco,
ché l’uccide o lo scaccia, e ’n lui fan guerra
il dever e ’l desir, che l’altro atterra.

146Né si ardisce tornare a Maloalto,
ché della gente sua teme il parlare,
ma menando mi va di salto in salto
come chi suol nella sua mente errare,
e forse il suo compagno di sì alto
cuore e valor ch’altrove non ha pare
d’aver offeso in core è mal contento,
et ha di ritrovarlo onta e spavento.

147E verso Ferolese in parte ascosa
secondo che dice ei tiene il camino».
In questo ch’ella parla trall’ombrosa
selva sento venir romor vicino,
volgomi indietro e ’n fronte minacciosa
veggio apparir il Rosso Danaino,
tutto a cavallo e l’arme nere avea,
lo scudo al collo e l’asta in man tenea.

148E come apparse grida di lontano:
– Guardatevi, signor, che morto sète,
se non vi stan sì ben l’armi alla mano
che possiate schivar la nostra rete -.
Io, che del caso inopinato e strano
mi ritrovai come pensar potete,
pur temendo risposi: – Ei fia gran fallo
se assalite uno a piè sendo a cavallo -.

149- Come (mi rispose ei) pensate voi
ch’alla cavalleria faccia tal torto?
Montate pure e vi avvedrete poi
come qui resterete o vinto o morto -.
io, che temea gli ascosi assalti suoi
e mi fidava in me, presi conforto,
e messo tutto in punto alla battaglia
gli dissi: – O cavalier, se Dio vi vaglia,

150ditemi il nome vostro -. Ei mi risponde:
– Tosto vel mostrerò con lancia o spada -,
e ’n questo mezzo fra le verdi fronde
presa avea per giostrar spaziosa strada.
“Ben (diss’io nel mio cor) poi che s’asconde
egli è colui che di mal far gli aggrada”.
Noi venimmo al colpirci e a dir il vero
io mi trovai riverso sul sentiero.

151E ben mi dimostrò ch’era maestro
di tutti quei che veramente sanno.
Io mi percossi in modo sì senestro
ch’io sento ancor del ricevuto danno.
Ruppimi quasi tutto il lato destro
e restai come morto in grande affanno
molte ore in terra, e quando men sovviene
d’esser qui vivo ancor non credo bene.

152Poi che fui risentito guardo intorno,
pensando riveder la donan e lui,
né alcuno appar, e quando assai rimiro
che dipartiti son truovo ambe dui.
Della partenza lor poco sospiro,
massimamente poi che certo fui
che ’l mio destriero all’arbore attaccato
come buon cavaliero avea lassato.

153Né di lor seppi poi certa novella,
se non ch’un cavalier ch’io rincontrai
mi disse come lui con la donzella
avea trovato ch’era giunto omai
in Ferolese, ove chi fu rubella
s’era con lui pacificata assai.
Questo so di lui dir, e con mio costo
poi che fui con tal danno in terra posto».

154Qui rispose Giron, mostrando fuore
di non dar al suo dir molta credenza:
«Io non saprei pensar che tanto errore
facesse un cavalier d’alta escellenza
qual Danain, ch’io che a tutte l’ore
visse sempre in onor né fu mai senza,
e tanto più verso uno amico, il quale
detto m’avete già che tanto vale».

155Dicegli l’altro: «Or sia come vi piace,
questo so pur: ch’io v’ho narrato il vero,
e ’n cambio ne vorrei, se non vi spiace,Girone abbatte a duello il cavaliere scozzese (155,3-176)
saper se conoscete un cavaliero
che si può dir che sia vario e fallace
perché nell’arme è valoroso e fero
quanto esser possa alcun e porta un scudo
di Cornovaglia d’ogni onore ignudo».

156«Perché cercate voi di quel contanza?»
disse Girone. E l’altro: «Io ricevei
da lui vergogna, e vivo in isperanza
che s’io ’l trovassi mi vendicherei».
«Come faceste voi cotal mancanza»
seguì Giron «che mentre ivi l’avei
non faceste di voi giusta vendetta?
forse se ne fuggi vie più che in fretta?».

157«Non,» disse il cavalier del scudo bianco
«ma con solenne onor si dipartio,
e perch’io mi sentia piagato il fianco
non mi ardì di compir il buon desio.
Or ch’io son ben sanato e meno stanco
gli penserei mostrar, piacendo a Dio,
ch’egli è più degno assai che non si crede
del vilipeso scudo esser erede».

158L’addolorato scoto, c’ha sentito
tutto il ragionar con gran diletto,
all’ultima domanda c’have udito
risponde, benché pien d’ira e dispetto:
«Che valoroso sia, che troppo ardito
ve ne poss’io far fede, vi prometto,
e sia pur quanto vuol di Cornovaglia
che a venti come voi daria battaglia.

159Io l’ho veduto pur troppo alla pruova
e lo scherniva al suo cominciamento,
opra poi fe’ maravigliosa e nuova
e ci sconfisse tutti in un momento.
Son ben certo che a lui par non ritruova
della nostra Brettagna il reggimento.
Io son per le sue man vile e distrutto
di vergogna ripien, colmo di lutto».

160«Come,» soggiunge il cavaliero «allora
dunque vi ha vinto quel di ch’io ragiono? ».
«Sì» disse il scoto «e tutto solo ancora
e di far più gran cose il tengo buono.
ben poss’io dir che venne alla malora
di Cornovaglia poi che fa ch’io sono
infermo, senza amici, senza moglie
e senza onore in sempiterne doglie».

161Tutto smarrito l’argentato resta
e ben cangia al veder l’opinione.
Allor tutto ridente alza la testa
e gli domanda poscia il buon Girone:
«Or che la sua virtù v’è manifesta,
vorreste voi tornare al paragone
dell’arme seco?». «No (l’altro gli giura),
ch’io la tengo ora impresa troppo dura.

162Anzi umil prego il Ciel che mi conceda
ch’io non riscontri mai simili a lui,
perché io son di quei che troppo creda
nelle mie forze e poco stimi altrui.
Diegli il Cielo altra gloria e altra preda
ch’io non sarò più stolto com’io fui,
e ben può dirsi del suo danno amico
chi compagno no ’l vuol più che nemico.

163Lassa lui star Girone, e poi si volta
al nipote cruccioso del re scoto,
e replica: «La mente cieca e stolta
aveste, e fuste di giustizia vòto,
la moglie avendo al vostro amico tolta,
ucciso chi vi fu fido e divoto,
poscia il miglior guerrier che sia mai nato
menaste qual ladron preso e legato.

164Questo era il nobil re di Leonese
Meliadusse, di virtude essempio,
e vi dolete poi se ’l Ciel vi offese,
e vi donò di voi devuto scempio?
ov’è la scuola dotta che vi apprese
ad esser disleale, iniquo et empio,
dispregiar la ragion, schernire Dio
e imbrattarse le man nel sangue pio?».

165Restò lo scoto tutto sbigottito
alle vere parole ch’egli udia,
ma più che d’altro ha l’animo smarrito
quando il suo prigionier sente che sia
Meliadusse il re tanto compito
che ’l fior tenea della cavalleria.
«Come,» diss’egli «è però ver che fusse
colui che m’assalì Meliadusse?».

166«Sì,» rispose Giron «fu quello istesso
che cominciò con voi primo la guerra,
e voi legato il menavate appresso
com’uom rio che tradita ha la sua terra.
Questo peccato sol merita adesso
che mille braccia al men fuste sotterra».
«Ah,» disse l’altro «s’io ’l sapeva certo
io gli rendeva ben più largo merto,

167che non saria scampato di mia mano
senza pagare il fio d’una vergogna
fatta ad un mio parente prossimano,
il qual la morte sua soverchio agogna».
«Ah,» gli disse Giron «sempre villano
sarete, se non vien quel che bisogna,
un ch’ogni vostro affar conduca a fine
sodisfacendo alle virtù divine».

168Rispose il cavalier: «Voi non sarete
per quel ch’io creda quel che far io possa ».
«S’io non sarò, qualche altro troverete
che avrà più di me ardui, valore e possa.
Questo so ben: che quel che fatto avete
a lui ch’un dì porria rompervi l’ossa,
s’a me fatto l’aveste io crederei
torvi del mondo o me ne ingegnerei».

169Così disse Girone, et ei cruccioso
più ch mai fusse si mostrò nel volto,
e «Chiamarmi uom malvagio voi sète oso,
con tanta ingiuria come fuste stolto»,
rispose. E l’altro: «Ben saria nascoso
il ver da me d’ogni ragione sciolto,
se cavalier famoso vi stimassi
che per la torta via drizzate i passi.

170Se voi fuste uom di cuore e di valore
non avreste sofferto ch’un uom solo
vi avesse il prigionier tolto e l’amore
di chi mostrate aver sì fatto duolo.
Massime cinto con reale onore
da cotanti guerrier, da tale stuolo,
né pur mostraste allor, come ora io veggio,
d’esser cattivo, ma d’ogni altro peggio.

171E tanto più ch’uscir n’udì di bocca
che conosciuto il re l’avreste ucciso.
Ben fu parola vil, crudele e sciocca
da chi sia pur d’ogni bruttura intriso,
che se non vergogna il cor mi tocca
di combatter un tal da i buon diviso
per sodisfar al mio devere in parte
lasserei qui di voi le membra sparte».

172Rabbioso e di furor tutto ripieno
al parlar di Giron lo scoto è fatto,
e senza altro parlar piglia nel freno
il suo destriero e ’l salto snello et atto
sopra vi monta, e dice: «L’armi sieno
giudicatrici nostre a questo tratto,
le quai forse diran che miglior sono
che non pensate, e voi non sète buono.

173E vi risovverrà per sempre forse
che a nessun cavalier dèe dirsi oltraggio».
Giron le luci irate in alto volse
e gli disse: «Signor, se sète saggio
prendete in grado le parole scorte,
che sarà più, credi io, vostro avvantaggio
ch’accompagnar vergogne all’altre tante
che non si pon contar avute innante.

174E se meco venir voleste in pruova
ben fia breve, credo io, la lite nostra».
L’altro, che fuor di sé quasi si truova,
e che già tutto presto era alla giostra,
risponde: «Il ragionar più non vi giova,
che penso che ’l cianciar sia l’arte vostra».
Quando il sente Giron subito monta
e senza altro più dir con lui s’affronta,

175e ’l ferisce d’un colpo così crudo
con la lancia durissima nel petto
che no ’l poté salvar usbergo o scudo
benché fusse finissimo e perfetto,
che no ’l passasse come fusse nudo;
né contra al grave peso in sella ha retto
ma in terra va con l’anima stordita,
di sangue pien, ma non perdé la vita.

176Ritrae l’asta Giron fuor della piaga
dicendo: «Ogni villan così ne vada,
e qualunque altro di far mal s’appaga
duri quanto al gran sol bianca rugiada».
Come cortese poi, che non s’indraga
dietro a chi fugga o ’n trista sorte cada,
senza lui più guardar né ’l suo compagno
va cercando d’onor nuovo guadagno.

Libro XI

ultimo agg. 13 Settembre 2015 13:10

Girone libera nuovamente Serso assieme a una donzella, battendo un cavaliere (1-42)

1Già vien la notte e le campagne intorno
il verde ascondon sotto fosco manto,
e scarco omai del luminoso giorno
il ciel, ratto imbrunito d’ogni canto,
si rivolgea di mille gemme adorno,
e già svegliava l’infelice canto,
dicendo oltraggio al dipartito sole
lo svergognato uccel ch’Atene cole,

2quando Girone, ove dimora fanno
santi religiosi a caso arriva.
Ivi, già vinto dal passato affanno,
scende e dell’arme le sue membra priva.
Poscia il destrier del ricevuto danno
di fien ristora e di fresca acqua viva,
e perch’al camminar più forte sia
si riposò due notti alla badia.

3All’apparir dell’alba il giorno terzo
soletto come suol in via si mette,
tristo in suo cor che non gli pare scherzo
d’esser privato di chi più dilette,
fra sé dicendo: – S’io non sprono e sferzo
per far d’oltraggio tal giuste vendette,
per cui far lo deggio io, che tradigione
non fu fatta già mai con men cagione? -.

4Così dicendo et altre cose assai
contro al buon Danain per la foresta.
Mezzo il dì va che non incontra mai
persona a lui piacevole o molesta;
poi quando Febo i suoi focosi rai
spiega più in alto dall’aurata testa
allor ritruova un cavalier armato
con due scudier che gli veniano a lato.

5L’uno è sopra un corsiero e porta in mano
l’asta e lo scudo del signor ch’è innanti,
l’altro pur a caval poco lontano
mena due ben dogliosi ne i sembianti.
una donzella ch’ivi piange in vano
discinta in treccia e nuda ambe le piante
a piede, e un cavalier con man legate
le facea compagnia con gran pietate.

6Era legata anch’essa ma le braccia
dietro el spalle avea, l’altro nel petto.
Giron da presso gli rimira in faccia
e di tal crudeltade avea dispetto;
di doglia e di pietade s’arde et agghiaccia,
ma saver la cagion vuole e l’effetto
di tutto il caso prima, e perciò sprona
verso il guerriero e lui saluti dona.

7L’altro le rende a lui cortesemente;
gli seguitò Giron: «Saper vorrei
perché avete legata questa gente
in quella guisa che si fanno i rei».
«La donna (rispose ei villanamente)
l’ha meritato, e più ch’io non direi.
Del cavalier non dico tanto innanti
pur è degno di questo e d’altri pianti».

8Giron guarda il guerrier ch’era prigione
e riconosce ben che quello è Serso,
che così discortese era e fellone
e ch’esser s’accordò tutto il riverso.
Per questo a lui s’appressa il buon Girone,
e gli domanda se cangiato ha verso
come ei promise, e se il contrario sia
non speri favor ch’ivi gli dia.

9Guardalo Serso allor come s’unquanco
non l’avesse veduto, e gli richiede:
«Chi sète voi, signor, che s’io vi manco
mi domandate della data fede?
Vi dico io ben che son di vita stanco
e che vorrei lassar la mortal sede,
poi che sendo io malvagio trovai bene
et or fatto miglior non ho che pene.

10Non son sei giorni ancor ch’io rincontrai
un cortese guerrier che par non have,
che mi scampò di crudi lacci e guai
ove incappai per mio peccato grave,
e perché nel mal far mi dilettai
più d’altro al mondo e m’era più soave,
il far danno altrui che ’l mio profitto
e ’l torto più che la ragione e ’l dritto,

11fui forzato a prometter a colui
che mi salvò di seguitar virtute.
E come io gli fe’ creder da poi fui,
ma mi sono sventure assai venute,
che son cagion ch’io brami i regni bui
o ch’io ritorni all’opre dissolute
ch’io solea far, perché in quel tempo al meno
mi mostrò sempre il Ciel volto sereno.

12E quanto or mi persegue aspra fortuna
tanto allor m’era ai miei desiri amica,
tal che di chi ci muove sole e luna
non so ben tra me stesso che mi dica,
perché quell’uom ch’ogni bontade aduna
e che ’n giovare altrui prende fatica
aver devrebbe in terra privilegi
ch’adeguasser fra noi signori e regi.

13E che sia ver udite che m’è nato
poi che di esser da ben presi partito,
e perch’io vo così preso e legato
com’un ch’abbia la patria e Dio tradito:
l’altr’ieri andando solo ho riscontrato
questo guerrier ch’è qui, prode et ardito,
che menava legata questa figlia
disonorata e vile a maraviglia.

14Io per la fede che donata avea
a chi m’avea scampato di esser tale,
domando il cavalier perché tenea
la giovinetta in guisa d’animale;
et ella verso me forte piangea
pregando m’increscesse del suo male,
e volessi per lei prender la spada
s’altra non ho di liberarla strada.

15Io richieggio costui, tutto cortese,
ch’ei la voglia lassar di questi lacci.
L’altro in corruccio le parole prese
e mi dice ch’io cerco troppo impacci.
Io gli protesto che ’nvêr me difese
prender tosto con l’arme si procacci
se non vagliono i preghi, et ei mi dice:
– Questa impresa per voi non fia felice.

16Or seguite, signor, vostro viaggio
e lassate costei come trovate,
che meco in arme troppo disvantaggio
avreste, e non si chiama caritate
difendere i nocenti, e non è saggio
colui che senza aver necessitate
prende guerra con un che non conosce
e ne deve aspettar dovute angosce.

17E vi prometto che movendo l’arme
pe queta disonesta damigella,
che s’al Ciel piace la vittoria darme
ch’io farò voi sì com’or faccio ad ella -.
Io gli rispondo allor: – Di spaventarme
non si pensi persona in su la sella,
avvegnami che può, ché in ogni modo
intendo trar costei di questo nodo -.

18Così venimmo insieme alla battaglia,
io fui gittato tostamente a terra.
O che il buon cavalier più di me vaglia
o che forse era ingiusta la mia guerra,
o che sia ch’a fortuna assai più caglia
de i più malvagi e di chi pecca et erra,
basta ch’io caddi, né giovò il pregare,
che così avvolto e nudo mi fa andare.

19Ond’io fo voto che s’io torno mai
per volontà del Cielo in libertade
voglio esser peggio ch’al principio assai
e lassar tutte di virtù le strade,
aiutare i peggiori e portar guai
a tutti quei che avran somma bontade».
Rise Giron in sé quando l’intese
e con chi l’ha legato a parlar prese,

20domandando: «È ben ver quel che costui
d’ogni peccato suo narrato m’have?
e che per questo sol seguita vui
sì nudo e vil sotto legame grave?».
Di sì rispose, e che non ha di lui
altra cagion che ’l suo corruccio aggrave.
«Ah,» Giron disse «troppo torto è il vostro
e troppo esser crudele avete mostro,

21di condurre una donna in cotal guisa
et un cavalier senza cagione.
ben è vera virtù da voi divisa
e fuggita del tutto la ragione.
Non dèe tanta vengianza esser commisa
se non vi avesser fatta tradigione;
questa la merta solo, et anco è vile,
oprar là in quel ch’è tuo prigione umile.

22Or tosto l’uno e l’altro disciogliete
se non ch’io purgherò vostro peccato».
L’altro torto il riguarda, e dice: «Avete
un vostro schiavo in loco mio trovato?
Meno ho di farlo che da prima sete,
e vedrete ogni laccio raddoppiato,
per ben farvi veder che nulla temo
le minaccie dell’uom c’ha il capo scemo».

23«Io non so quel ch’io sia, né voi conosco
se non per crudo, ingiusto et orgoglioso»
disse Giron «ma dentro a questo bosco
conoscer vi farò se furioso
e già del tutto d’intelletto losco
o se per la virtù sarò stato oso
di pigliar contro a voi sì giusta impresa
e per questi meschin la pia difesa.

24Prendete il campo pur, tornate il volto
e l’arme ci diran chi s’abbia il torto».
Disse il guerrier: «Voi v’affrettate molto,
come speraste avermi preso e morto.
Chi cerca in van quistione sciocco e stolto
e mal conduce la sua barca in porto».
Gli rispose Giron: «Tosto vedrassi
or mostriam pur ch’in arme non siam lassi».

25Replicò il cavalier: «Io non ho voglia
or di battaglia per cagione alcuna».
E l’altro: «Adunque il nodo si discioglia
senza tentar fra noi nuova fortuna.
Pur ch’io non giovi al mondo men ch’io soglia
né mia candida mente torni bruna
più che guerra amo pace, e che ’l ver dico
lassategli ire e sarò vostro amico».

26Soggiunge il cavalier: «Da poi ch’io veggio
ch’aver con voi quistion pur mi conviene,
voglio aver detto che se avrete il peggio
con lor porrovvi alle medesme pene».
E Giron: «Manco pena non ne chieggio
ma in ciò per male io vi vo render bene,
ch’avendo voi prigion vi darò a loro
con patti di non darvi altro martoro».

27Così detto fra lor all’arme viensi,
l’uno e l’altro è di lor forte guerriero,
ma d’aggualiarsi al par seco non pensi
al buon Giron quel crudo cavaliero;
il qual cadde all’incontro e tutti i sensi
dalle sue sedi in lui partenza fèro,
che giunto in terra fu tutto stordito;
pur si rileva assai tosto et ardito.

28Quando il vide Giron risurto in piede
gli fa domanda s’a novella pruova
vuol ritornar; et ei, che tal si vede
che rarissime volte si ritruova,
dice orgoglioso che per ciò non cede
infin che la sua palma non rinnuova:
«Ché molti nel giostrar caddero a terra
che con la spada poi vinser la guerra,

29il che ritenterò quanto più posso».
Questo accorda Giron cortesemente
e ’l dorso del cavallo ha di sé scosso,
e l’attacca ove stia sicuramente.
Poi con la spada in man vêr lui s’è mosso
ove non par che l’altro si spavente,
che co ’l scudo alla testa e ’l brando in alto
già presto è tutto a ritentar l’assalto.

30E va l’uno vêr l’altro in tal maniera
che ben mostran che sono ammaestrati.
Ma chi s’agguagli alla possanza altera
di chi vince i più grandi e i più lodati?
Parea Giron la più gagliarda fiera,
l’altro un monton perduto in selve o ’n prati,
e poi che pur avea durato alquanto
ben vide la vittoria all’altro canto.

31E ’ndietro cominciò tirare il passo
che aperto intende il suo disvantaggio.
Giron, che se ne accorge, e ’l truova lasso,
gli vuol paura far ma non dannaggio;
il gira intorno e mena or alto or basso,
temendo in sé di non gli fare oltraggio,
ma tanto l’ha condotto in questo verso
che di stanchezza al fin cadde riverso.

32Come il vide Girone a lui s’avventa
e gli trae tosto l’elmo dalla testa,
e con grida di morte lo spaventa
tanto che ’l miser sbigottito resta,
e già giudica in sé che, se non senta
la sua clemenza, l’ultima ora è questa,
e gli dice: «Mercé, signor, per Dio,
deh come valoroso siate pio».

33Gli risponde Giron: «S’io ho promessa
da voi di voler far quanto mi piace,
la vita vi sarà da me concessa,
et avrò sempre in amicizia e ’n pace».
L’altro il consente, e da la fede espressa
che quanto esser vorrà più non gli spiace.
Gli comanda egli adunque e dice: «Andate
e rendete a quei due la libertate.

34E di poi rimettete in la lor mano
la vita vostra e vostra morte».
Parve al vinto prigione il farlo strano,
pur si sommette alla dubbiosa sorte
dicendo: «Così va chi pruova in vano
la sua possanza con cui sia più forte».
E senza più parlar il primo scioglie
e si rende suggetto alle sue voglie.

35E Giron tutto aperto a Serso dice:
«Fate di lui quel che vi detta il cuore».
l’altro il ringrazia assai, che d’infelice
stato l’ha tratto e d’ignominia fuore:
«Ch’io stava peggio assai che la pernice
che ’n piè si truova d’affamato astore».
Gli domanda ei da poi s’opinione
cangiata avesse qual l’avea prigione,

36ciò è d’esser mai sempre discortese
ove trovata avea miglior natura.
«Non,» gli rispose Serso «anzi cortese
esser vo’ sempre e dolce oltr’a misura,
per ciò che cortesia certa e palese
m’ha due volte ritolto a sorte oscura,
e ben m’accerto che ’l più gran guadagno
e di sempre far bene al suo compagno.

37Ma sol disperazion giunta con ira
mi faceva parlar come m’udiste».
Giron soggiugne: «E vostra mente aspira
a render di costui le voglie triste?».
L’altro alquanto ripensa e poi ritira
dal core il vizio e «Nel bel far consiste
(rispondendo), io non voglio a cortesia
render per cambio lorda villania.

38Or se voi cortesissimo signore
m’avete per virtù fatto ben tale,
ragion mi mostra a creder che dolore
del suo n’avreste come del mio male,
et io c’ho il suo chiamato disonore
non vorrei farmi all’altrui copia eguale,
e l’alta esperienza chiamo sola,
di tutti quanti i buon maestra e scuola,

39sì ch’io perdono a lui, ma voglio innanti
che mi prometta al vostro gran cospetto
d’esser buon servo a i cavalieri erranti
né mai fare ad alcun onta e dispetto,
e quante donne son fide a gli amanti
e che d’onesto foco han caldo il petto
aggia in difesa sua, le scorga a porto
e doni aita lor e buon conforto».

40Allor sente Giron piacere interno
d’aver fatto un tal uom sì buono e prode
quando costui, che spirto era d’Inferno,
esser tal divenuto vede et ode.
Poi fa che l’altro senza danno o scherno
la perdonanza de i suoi falli gode,
data avendo la fede nel futuro
d’esser sempre leale, cortese e puro.

41Poi si volge Giron al guerrier vinto
e gli dice: «A me par che voi devreste
la donna che di lacci ha il corpo cinto
tòr da gli affanni in cui la riponeste».
Rispose ei, d’ira e di dolor dipinto:
«Al vostro dir son le mie voglie preste,
ma se sapeste i vizi ond’ella è piena
le vorreste più tosto accrescer pena.

42E s’io non vi pensassi infastidire
vi narrerei di questa opere orrende».
Giron, che di ascoltarlo avea desire,
disse: «Or seggiamo ove il sol poco offende,
che men voi grevi il dire e noi l’udire,
e ’ntanto passerem l’ora che incende
e caccerem la fame e poi la sete
co ’l vino e le vivande ch’ivi avete».

Il cavaliere battuto racconta gli inganni della donzella che conduceva prigione (43-128)

43Così dopo il mangiar comincia quello:
«Non che lei liberar io penso certo
che chi non sia d’ogni virtù rubello
se vorrà riguardar secondo il merto
la devria far gittar in Mongibello,
o se fuoco maggior gli fusse offerto,
più tosto che donare a lei perdono,
nata per onta e danno d’ogni buono.

44E ’n questa guisa disegnato avea
menar la disleale all’alta corte
ove Artus il magnanimo sedea
e ch’ei desse la fine alla sua sorte.
Ma sicuramente mi credea
che la men penitenza era la morte,
considerata in lui la gran bontate
e di costei le cose scellerate.

45E per contarvi il tutto, son due anni,
o quinci intorno, ch’io m’accompagnava
con un che sceso di reali scanni,
al re Ban di Benic aggiunto assai,
e de i suoi più temea che de’ miei danni,
sì fortemente e di buon cuor l’amai
pe le virtù che ’n lui trovai sì rare
ch’io tenni sempre e ’l tengo senza pare.

46Egli era sovra ogni altro ardito e franco,
valoroso oltr’a modo a lancia e spada,
ma sì cortese che non fu mai stanco
di compiacere altrui quando gli aggrada.
E s’io l’amava molto, esso non manco
con la vera amicizia fida e rada
mi teneva in suo cor, ch’io giureria
che compagno miglior non fu né fia.

47Poi che fummo così forse sei mesi
con la donna che qui dimenticato,
che la più bella fu di quei paesi,
non poteva esser senza in alcun lato,
io ’l dirò, ch’ella era tal ch’accesi
l’alma del volto chiaro e delicato,
e se ’l dever non era e ’l pio rispetto
servitor n’rea io fatto a mio dispetto.

48Ma Dio, che di sua grazia l’uomo infonde,
mi sostenne sì ben ch’io mi ritrassi.
Ma questa, a cui malizia non si asconde,
s’accorse in lei de i miei fuggenti passi,
e già non men che in fiamma arida fronde
avea incesi per me gli spirti lassi,
e quanto io più fuggiva et ella allora
più sentiva il desir che c’innamora.

49E m’era tutto il dì piangendo intorno
e pietà domandava del suo foco,
né mai poté col suo parlare adorno
muovere il mio pensier molto né poco,
che più tosto che fra sì brutto scorno
a quel che di fratello aveva in loco,
mille tormenti sostenuti avrei
e mille morti e mi fuggia da lei.

50Ond’ella, irata come serpe suole
c’ha la rabbia raccolta e ’l suo veneno,
nel polveroso luglio al caldo sole
che i fonti beve e fende ogni terreno,
m’assalì furiosa in tai parole:
– Poi che di crudeltà sète ripieno,
l’avermi rifiutata vi assicuro
vi darà tosto morte et io vel giuro -.

51Quando io l’udì parlar, e ben sapea
quanto in cor femminil possa lo sdegno,
e più che in altra in una donna rea
che già dell’onestà passato ha il segno,
l’arme mi vesto che vivine avea,
poscia al cavallo ascosamente vegno,
vi monto sopra e quella strada prendo
ch’all’occulto fuggir migliore intendo.

52Vien poco appresso il mio compagno caro
e truova lì la disleal donzella,
ch’umido il viso avea di pianto amaro
biasmando il fato e la sua sorte fella.
Ei, ch el’amava con la vita a paro,
domanda la cagion del tutto, et ella
mostrando di temere al quanto tace,
poi dice: – Io vel dirò, se pur vi piace.

53Sappiate, signor io, ch’io vi confesso
che non son degna più d’esser di voi,
nel quale ogni mio bene avea rimesso
come in superior de gli altri eroi,
e se dal terzo ciel m’era concesso
vole a mostrar al mondo e tutti i suoi
ch’a me forse non fu mai donna eguale,
suggetta, pura, umil, casta e leale.

54Ma il compagno di voi sotto la fede,
essendo io sola qui m’ha fatto forza,
ma non si può scusar donna che cede
se non si spoglia la terrena scorza,
ma che son viva e di tal onta erede
di chiamar degna la ragion mi sforza,
della vostra disgrazia, e della morte
e sia pur quando vuole e d’aspra sorte.

55Il disleale amico s’è fuggito
temendo il suo fallire e la vostra ira;
punite or prima me c’ho ben fallito,
dell’altro sia qualche ’l suo fato aspira -.
L’altro divien tremante e scolorito
e nel primo pensar piange e sospira,
che l’amò più che ’l core e le credea
più che a se stesso e a quel che innanzi avea.

56La riconforta molto e glie ne incresce
e loda e pregia la sua buona voglia.
Il dolore, lo sdegno irato mesce
contro a me solo e di pietà si spoglia.
Tosto monta a cavallo e di fuora esce
della mal nata e sventurata soglia,
e sprona in quella parte ove ha pensato
ch’io men sia gito, e non restò ingannato,

57che la furia e ’l desir lo spronò tale
che ’l giorno m’arrivò poco lontano.
Mi chiama ingannatore e disleale,
efferato e malvagio et inumano.
Io, ch’avea ben previsto tutto il male,
a lui mi volgo con sembiante umano,
e gli dico: – Signor e vero amico,
torto fia il vostro ad essermi nemico -.

58- Non giovan (risponde ei) buone parole
ove son più che triste state l’opre,
non bene ove splenda il chiaro sole
scurissima macchia si ricuopre -.
Io gli prometto e giuro che mi duole
ch’a torto in me l’aspro volere scuopre,
ma non so tanto dir ch’astretto fui
di venir a battaglia contro a lui.

59E, per dir tutto il vero, io sapea chiaro
che molto più di me valea nell’arme,
perché fu cavalier sì forte e raro
che non mi par di ciò troppo spregiarme.
Viensi alla giostra e non fu alcuno avaro
delle forze che avea, ch’io per salvarme
le misi tutte in opra, ei per lo sdegno
del solito poter trapassò il segno.

60Durò nostra quistion senza vantaggio
e tra dubbio e sperar passata una ora,
poi venne sopra me il primo dannaggio
ch’io fui ferito ove n’ho il segno ancora
sopra la testa; e non per questo caggio,
ma con più gran vigor raddoppio allora
i colpi, dubitando al fin che ’l sangue
ch’uscia mi rendesse al tutto esangue.

61Non devei molto perché a poco a poco
mi sentiva la forza venir manco,
e tanto più che appresso in altro loco
impiagata sentì la coscia e ’l fianco.
Così fine ebbe il doloroso gioco,
ch’io caddi a terra tramortito e stanco,
et ei disceso a piè l’elmo mi scioglie
dicendo: – Io vo’ di te l’ultime spoglie -.

62E per tormi la testa alzato ha il braccio;
io non mi aiuto più né parlo omai,
anzi aveva piacer d’uscir d’impaccio
e di dar fine a i non mertati guai,
quando ei s’accorge che sembiante faccio
di non curarlo; men crudele assai
mi disse: – A Dio non piaccia ch’io dia morte,
a sì buon cavalier ch’amai sì forte.

63Ma con altra maniera il tuo fallire
purgherò sì ch’a gli altri essempio sia -.
Una lettica tosto fa venire
mi vi pon dentro e fammi menar via
al suo castello, e senza nulla udire
vuol che ’n prigione eternamente sia.
Ma mi fa medicar e trattar bene
sì come a cor magnanimo conviene.

64Da poi che son guarito, eccoti un giorno
venir questa donzella alla prigione,
e con falso sembiante in vista adorno
torna a ridir sua torta intenzione.
Io, che con tutto il danno e tutto il scorno
non volli abbandonar mai la ragione,
pur con quei miglior detti che sapea
la riprendea della sua voglia rea.

65Né per promessa di mia libertade,
né per preghiera mai dissi altramente.
Ella, poi che non giovan queste strade,
in nuovi inganni rivolgea la mente,
dicendomi che in van tanta bontade
usava al mio compagno veramente,
poi che m’era sì crudo e sì villano
che ’n luogo mi tenea sì scuro e strano.

66- Or faccia que che vuol (rispondeva io),
ch’io farò quanto a me quel ch’è devere,
e mentre in vita sia fo voto a Dio
di non volervi in questo compiacere -.
Ella, ch’allor n’avea maggior desio,
stette alcun giorno e non mi vuol vedere;
poi dopo un mese la malvagia scorta
mostra d’avermi a dir cosa che importa.

67E finge una falsissima novella
d’un certo suo vicin, ch’arde per lei
e d’amor tutto giorno le favella
e gli promette ciò che puon gli dèi,
ma che quanto ama lei, tanto l’odia ella,
dicendo: – Mille volte il dì morrei
pria che far torto al mio compagno vero
che di me tiene in man lo scettro intero.

68Or quantunque io lo scacci ei torna pure
e mi dà mille assalti in un momento.
Insegnatemi or voi strade sicure
ove io tenga l’onore in salvamento -.
Io semplicetto con parole pure,
che mai pensato avrei tal tradimento,
la lodo interamente e la conforto
che ’l suo giusto desir conduca in porto.

69E che non voglia dar lunga udienza
di innamorata lingua alle parole,
perc’han troppa efficacia e violenza
ma far qual aspe a chi c’incanta suole,
e minacciosa in vista dia licenza
a i detti, alle ambasciate, all’altre fole
che san gli amanti dir, quando impiagati
d’amor senton gli spirti e ben legati.

70Comandogli appresso che non vegna
qui dentro mai se cara tien la vita,
che gli darete morte che sia degna
d’un ch’una casta a far peccati invita.
Ella, che delle ree port al’insegna,
pensa a malizia e da me fa partita,
e venti giorni a rivedermi a tende
e ’n questo mezzo al suo disegno intende.

71Ritorna più che mai trista e dogliosa
e mi dice che a peggio mai non fue
del suo vicin, che non la lassa in posa
con l’importune e spesse insidie sue,
e vien sovente in fronte minacciosa
in luogo dove sem soli ambe due.
Pensate s’io ne tremo e ’n quale stato
io mi ritruovi con tal peste a lato.

72E mi dice alla fin, voglia o non voglia,
che di me deve far quanto desia:
s’io ’l minaccio di morte o d’aspra doglia
dice che questo il suo contento sia,
ché s’ei non è più mio di quel che soglia
cerca dar fine alla sua sorte ria.
Così piangendo mi dicea la donna
di cui più micidial non porta gonna.

73Io per gli ’nganni suoi pietoso fatto,
di quanto io possa in ciò gli faccio offerta;
ella l’accetta, poi ch’a porre in atto
il suo disegno ha già la strada aperta,
e replica: – A me par che a questo matto
si mostri di ragion la via più certa,
e che noi l’uccidiamo ambe due insieme
per tòr di terra un sì malvagio seme.

74E se ’l marito mio, ch’ora è lontano,
andato ov’è il re Artus a Camelotto,
fusse qui in casa gli avrei fatto piano
il caso, et a far ciò l’avrei condotto;
ma non tornando, il cavalier villano
nessun di castigarlo fia più dotto
do voi, che benché siate ora in prigione
per me di farlo pur ci fia cagione.

75E quando altro non fusse per far chiaro
all’amico crudel vostra innocenza,
mostrando che ’l suo onor tenete caro
non men che ’l vostro in opre e ’n apparenza -.
Io, che di cortesie non sono avaro,
rimetto il tutto nella sua prudenza.
Così restiamo, et ella dice: – Quando
fia giunto il tempo a voi verrò volando -.

76Ritorna il dì medesmo su la sera,
che l’aria è fatta nuovamente scura,
e con lagrime assai questa Megera
sé maledice e sua disavventura,
dicendo: – Io non so dir come aperta era
o da lui pure o d’altrui poca cura
la porta della camera; esso entrato
oggi vi è dentro, e in letto s’è colcato.

77Delle mie damigelle per disgrazia
nessuna vi trovò che l’impedisse.
or se farete la promessa grazia
fien l’ore sue brevissime prefisse -.
E di ben confortarmi non si sazia
e mille volte poi mi benedisse.
Apremi la prigion, dammi una spada,
e con piè lento e cheto mi fa strada.

78Di verone in veron per man mi mena,
di sala in sala tanto ch’arriviamo
alla camera sua, che tosto piena
di giustissimo sangue, ohimè, facemo.
Io con la fronte allor lieta e serena
parendo farmi un beneficio estremo
al mio compagno, ch’anco allora amava
di costei le pedate seguitava.

79Mostrami il letto, ch’io riconoscea,
ove co ’l mio compagno giacer suole,
il qual ivi era, e la fortuna rea
che sa tutto condur quando ella vuole,
il feo dormir che molto altrui pareva.
Costei co i cenni e non con le parole
mi mostra il tutto, e quanto può mi caccia
che ’l più tosto che sia l’opera faccia.

80Io, che so che a tai cose ci bisogna
lo spirto pronto aver, ferma la mano,
mentre che ’l poverello in letto sogna
e si pensa ogni insidia aver lontano,
quando penso di torr’onta e vergogna
a quel ch’amava più che buon germano,
lasso, gli tolsi il fior de gli anni suoi,
sì che più lieto non mi fei da poi.

81L’uccisi, come ho detto, e ritornare
mi volea senza lei nella prigione,
e la sua spada in man le volea dare
per via levarle ogni suspicione,
quando io mi sento al collo circondare
le braccia infide, e dirmi: – Per ragione
e per vostra promessa or sète mio,
o che voi stesso ingannerete e Dio.

82Voi mi diceste, e sovvenir ven deve
che ma sareste mio mentre era vivo
il mio marito a voi compagno greve,
ch’esser pur vi devria nemico e schivo:
or son io de’ suoi lacci sciolta e leve,
poi che l’avete or voi di vita privo,
che quel ch’era in quel letto io vi fo certo
era egli stesso et ha dell’opre il merto.

83Né mi tegnate voi per ciò crudele
s’io ho fatta di voi giusta vendetta,
e se per donar fine alle querele,
alle voci e i sospir ch’Amor mi detta
ho levato del mondo un poco fele
ch’ogni dolcezza mi tenea disdetta,
voi di carcer traendo, me di duolo
per darmi a voi che solo adoro e colo.

84Per darmi a voi cui per esser serva
Clitennestra e Medea vincer vorrei.
Ogni buon cuor le sue promesse osserva,
et io so ben ch’avete in odio i rei -.
Ora io quando sentì questa proterva
nemica in tutto a gli uomini e gli dèi,
mi tremò in sen l’anima e ’l core,
e morir mi pensai del fero orrore.

85Io pensai di a me stesso donar morte,
ma prima uccider la spietata furia;
poi perdono al mio braccio, il qual la sorte
aspra condusse e non pensata ingiuria,
e perché il castello era chiuso e forte
sì che a punir la sua bestial lussuria
molto periglio aveva, a lei mi volto
di sdegno, d’ira e di pietade involto:

86- Come esser puote in voi, donzella acerba,
che sì lordo pensier trovasse loco? -.
Non mi lassò finir ch’aspra e superba
con parole alte e suon rabbioso e roco
mi disse: – In questo loco vi si serba
pena molto maggior che ferro e foco,
s’alla promessa vostra, al mio desire
vorrete oltr’a ragion contravvenire.

87Io alzerò di subito la voce
e darovvi ale guardie prigioniero -.
Io, che sapea per pruova quanto nuoce
lo sdegno suo più che d’un tigre fiero,
com’uom ch’un membro spesso taglia e cuoce
per aver san del corpo il resto intero,
massime avendo a mente la promessa
con lingua l’accordai tarda e sommessa.

88E mi fu forza il darle la fede
di mai non la lassar ovunque andassi.
Così di notte, quando alcun non vede,
drizzammo fuor di quel castello i passi
del cavallo, e dell’arme femmi erede
del morto amico che negletto stassi,
e prendemmo il cammin di compagnia
senza saper né qual né dove sia.

89E veramente che quando a lei piace
ha sì belle e cortesi le maniere
ch’io mi raccesi d’amorosa face
ch’altra più non potea che lei vedere.
Così durammo in dolce e buona pace
quanto una luna può di corso avere;
tosto poi ritornata al primo intento
mi fe’ più ch’ancor mai danno e tormento,

90ché poco appresso presi compagnia
d’un che Giretto il picciol si appellava,
di valor pieno e d’alta cortesia,
di lealtà tutti altra superava,
né da principio volontade avia
d’esser seco assai tempo e mi pensava
passar solo un viaggio perché accade
ch’un dolce amico agevola le strade.

91Ma poi ch’io l’ebbi conosciuto a pieno
di lui restai talmente innamorato
ch’io ’l pregai che senza venir meno
sempre andassimo insieme e ’n ogni lato,
et ei, che di bontà colmo have il seno,
non volse il mio desir fusse ingannato,
s’accordò di venire e fummo tali
fra noi ch’amici mai non vidi eguali.

92Così vivemmo in pace ricercando
le stran e nobilissime avventure
gran tempo poscia, et ei giva mostrando
le sue prodezze e le sue voglie pure,
talché per sua cagion dato avea bando
a tutte basse e fastidiose cure,
e d’esser seco mi pregiava tanto
ch’a Pilade et Oreste tolsi il vanto.

93Non passaron tre mesi che mi muove
un aspro et amichevole consiglio
dicendomi: – Vorrei lassaste altrove
questa donzella, che se ben ha il ciglio
da far arder in ciel Saturno e Giove,
e ’l gran lito troian rifar vermiglio,
la veggio tale in tutte l’opre sue
che ci farà gran danno ad ambe due.

94E credetemi pur, ch’io non vel dico
se non per dirvi quel ch’io stimo il vero -.
Io nel saggio parlar del caro amico
nella mente mi turbo e nel pensiero,
e come esser ciò possa gli replico,
che mi palesi il suo timore intero.
– Per or (mi rispose ei) bastivi questo,
discorreremo una altra volta il resto -,

95né per mio ripregar volse altro dire.
Pensate or voi se in dubbio mi restai:
combattea in me con l’obligo il desire
di non lassar questi amorosi rai.
A tal compagno mi pesò il disdire,
pur la fortuna, che più puote assai,
ne la nostra ragion mi fe’ sì cieco
ch’io seguitai condur tal fera meco.

96Per dir tutto il vero avea credenza,
come han tutti i suggetto dall’amore,
ch’ella m’amasse e non potesse senza
me star in vita per soverchio ardore
*** da poi per propria esperienza
*** non fusse di quel piagato il core
*** di lasciarla ei mi persuadesse
*** che senza me la possedesse.

97Or mentre irresoluto il caso resta
avvenne un dì, quando è maggior l’estate,
ch’essendo stanchi dentro una foresta
avean le membra all’ombra riposate
presso una fonte, che correndo desta
vaghe viole, fior, erbe odorate.
Ivi l’arme si spoglia il buon Giretto
per passar il calor con più diletto,

98et io lì presso un santo eremitoro
andai trovar per riportar vivande
ch’a tutti tre venissero a ristoro
della lassa stanchezza ch’era grande;
perché in quel tempo meco né con loro
ci trovammo scudiero in quelle bande
mi tocco questo uficio e, ritornato,
confortammo il digiun troppo durato.

99Già sen era ito il sole in Occidente
e tutte erano scure le campagne
quando vicin sentiam voce dolente
di damigella o cavalier che piagne.
Io corro verso quella incontinente
senza l’altro aspettar che mi accompagne,
il qual in riarmarsi perde tempo,
sì ch’io solo arrivati tutto e per tempo.

100Trovai presso uno stagno giacer morto
un povero guerrier quasi entro all’acque.
Pensate s’il veder sì crudo torto
come più si convien troppo mi spiacque,
e da poi che nessuno intorno ho scorto
truovo la spada sua, ch’assai mi piacque,
tal che poi che ebbe lui ridotto all’ombra
e disciolto da l’arme che l’ingombra,

101la portai meco, e ratto ritornato
al loco ove lassati gli altri avea,
lassai il cavallo all’arbore attaccato
ove a diporto suo lieto pascea.
Sì leggier vengo ch’io non son notato
d’alcun de i due, ch’altro pensier tenea,
mi fermo alquanto e sento ch’a quistione
insieme son, ne intendo la cagione.

102Se non che ascoso alquanto mi perviene
voce alle orecchie della donna mia,
la qual come a impudica si conviene
d’amor pregava assai la compagnia,
dicendo che per lui porta tai pene
ch’ella non sa talor ove si sia.
L’altro le rispondea che pria morire
vorrai ch’alle sue voglie consentire,

103perché sarebbe infido e disleale
se facesse questa onta al suo compagno.
Ella di me diceva tanto male
ch’a ricordarlo ancor troppo mi lagno,
e mi faceva al più vil uomo eguale
assicurandol che non è guadagno
contro una tal donzella esser crudele
per mostrarse a mio par troppo fedele.

104Ma non poteva in biasmo mio dir tanto
ch’esso non replicasse più in mia lode,
poi ch’io ebbi ascoltato cheto alquanto
d’aver sì vero amico il cor mi gode,
e ben gli diè la sera intero il vanto
di saggio cavalier, cortese e prode.
Indi torno al caval, sopra vi monto
e lo sprono vêr lor veloce e pronto,

105mostrando d’arrivar sola in quell’ora
senza aver pur udito il lor parlare.
Viemmi il mio compagno ad incontrar fuora
con bei saluti et accoglienze care.
Domanda il tutto, et io come dimora
il caso narro, ch’assai stran gli pare.
Così stemmo la notte, et io mostrai
miglior cera a costei ch’io fessi mai.

106Venuto il giorno d’indi ci partimo,
e perch’avea la spada di quel morto,
ad un ramo d’un arbore sublimo
la mia lassai che coste vide scorto,
la qual posto in oblio l’amor suo primo
sol il pensier avea di farmi torto.
Passiamo a canto al lago e solo il sangue
vi ritruoviam, ma non già il corpo essangue,

107che da i suoi cari amici e da i parenti
portato a sepellir fu lì vicino.
Più oltre andiam, né ’l cerchiamo altrimenti
e venuti del bosco al suo confino
veggiam un bel castel ove dolenti
stavano i popol tutti a capo chino.
Trovammo su l’entrata un vecchio antico
che ci saluta con sembiante amico.

108E tra la gente afflitta indi ci mena
ad un suo ricco e vago alloggiamento.
Dispogliam l’arme e la passata pena
ristoriamo, e il calor all’ombra e ’l vento.
Di poi, finita una soave cena,
ci muove il buon vecchion ragionamento,
e la disgrazia conta di colui
che ier fu anciso e non si sa da cui,

109dicendo ch’è fratel del signor loro,
e ne la divisa appuntamente il loco
ove fu giunto all’ultimo martoro
ch’or faceva il castel piangente e roco.
Il qual volea fatiche, argento et oro
quanto avea spender né si tòr dal gioco
fin che l’ucciditor trovin palese
e vendicar in lui l’ingiuste offese.

110Giretto et io, che ben veggiamo il caso
ch’era di quel ch’io ritrovai nel lago,
e sappiam come un popol persuaso,
contro a ragion ancor, peggio è che drago,
tacciamo, e, ’l suo narrar così rimaso,
ciascun si posa, di quiete vago;
sol di questa empia, infedel, piena d’inganni
sembiante fa di trarsi fuora i panni.

111Ma ci lascia in camera, e ritruova
il buon oste gentil ch’er partito,
e gli dice: – Il mal far già mai non giova
io son dogliosa di quel ch’è seguito
del vostro cavalier, che in ogni pruova
ho inteso quanto fu saggio e gradito,
che morto resta, ma il passato danno
non si può ricovrar con darsi affanno.

112Ben si può vendicar, et è ben dritto
per dare a i mal fattori eterno essempio,
e perc’ho gran pietà vedervi afflitto
vi vo’ narrar chi fe’ l’iniquo scempio,
così crudel ch’al caldo sol d’Egitto
crocodillo non fu tanto apro et empio
che di lagrime vere ritenesse
se quel c’ho veduto io veduto avesse.

113Perch’io ’l vidi cader di man de i due
ch’or son dormendo nell’albergo vostro;
a tradimento il primo colpo fue,
e per certificar che ’l ver vi mostro
posso portarvi qui dell’arme sue
senza muovere il piè di questo chiostro,
e vi metterò innanzi, se vi aggrada,
del morto cavalier l’istessa spada -.

114Ne la prega il vecchione, e poi gli dice
che la conosce e che l’ha vista spesso.
Da presso me la toe questa infelice,
a lui la porta e ne fa dono ad esso.
Ei non l’ha in mano a pena che felice
di ciò si tiene e ver si stima espresso
che di lei sia il parlar, et a ragione,
poi che ne dà sì chiaro testimone.

115Venne tosto al signor e ’l tutto conta,
poi dà la spada in manifesto segno.
Non si può dir se in lui ratto sormonta
di vendetta il desir, l’ira e lo sdegno,
Tosto con mille intorno a caval monta,
vienne all’albergo e qual ladrone indegno
fa che a ciascun di noi che dormiva anco
legati sieno i piè, le braccia e ’l fianco.

116Indi ci fece a lui menar davante
così la traditrice damigella,
e la domanda poi se ’l giorno innante
facemmo a tradigione opra sì fella
d’aver ucciso un cavaliere errante
de i valorosi che mai furo in sella,
suo fratel proprio, e degno a dire il verno
di tener sovra ogni altro eterno impero.

117Questa impia tigre con sicuro volto
da creder che mentir mai non porria
rispose: – Io non conosco poco o molto
vostro fratel, né saprei dir chi sia;
questo so ben: che dentro al bosco folto
in riva al stagno e ’n mezzo della riva
un cavalier ucciser quinci presso
e gli tolsero il brando, e questo è esso -.

118L’altro, ch’ascolta ciò, più non aspetta
d’intenderne da noi nuova risposta.
Dentro al carcer fa menarne in fretta
umida, scura e sotto terra posta.
la notte s’apparecchia alla vendetta
e come all’oriente il sol s’accosta
dà ordin di condurne ad un castello
ivi vicin che fu del suo fratello.

119Egli era armato et a ciascun di noi
pon quattro cavalier che guardia sieno,
e molti altri guerrier seguivan poi
del popol, contra a noi d’ira ripieno;
noi venivamo a piè tra tutti i suoi,
che due sozzi ladron n’avrebbon meno.
Così cacciati, ahi lassi, in questa sorte
n’andavam ratti a disonesta morte.

120Ma la giustizia e v buon voler divino
che mai non abbandona il dritto e ’l vero,
ne fa trovar in mezzo del cammino
un valoroso errante cavaliero,
ch’armato attraversava quel confino
e seco solo aveva uno scudiero,
che con gocciole di oro avea d’argento
lo scudo innanzi e ci rimira intento.

121Ne domanda chi semo e la cagione
dell’esser così male ivi arrivati,
e noi senza mentir nostra ragione
gli diciam tutta, e che fummo ingannati.
EI, punto l’alma di pietoso sprone,
dice a colui che ci tenea legati
o ch’ei ne lassi andar senza contesa
o di seco giostrar pigli l’impresa.

122L’altro, che si vedea con otto intorno
cavalier bene armati e d’alto affare,
risponde ch’ei n’avrà dannaggio e scorno
s’al proposto sentier non lascia andare.
Il cavalier d’ogni virtude adorno
non diè nuova risposta al suo parlare,
prende il scudo, la lancia e ’l caval muove
e mostrò ben che fu di tutte pruove,

123ch’egli il ferì di sì terribil urto
che come morto il getta assai ontano,
e lungamente poi non è risurto
né di tutto quello anno visse sano.
Indi volge il caval veloce e curto
e sopra gli altri va con l’asta in mano,
e ’l primo che trovò va morto in terra
e co i sette di poi si acconcia a guerra.

124Ma come due di lor caduti furo,
quelli altri in fuga si voltaro.
Restato il campo a lui vòto e sicuro
ci sciolse il buon guerrier ardito e raro.
io spoglio allor il mio nemico duro
che ’l lassò per far ben che gli fusse amaro,
ma ne fei forte intorno e ’l mio compagno
dell’arme dell’anciso fe’ guadagno.

125Lassonne il cavalier che n’avea tratti
di legami e di morte assai vicina.
il volevam seguire a tutti patti
come persona sacra e pellegrina,
ei ce lo vieta, e poi cortese in atti
n’abbraccia e sol con lo scudier s’inchina,
senza il suo nome dir, ma ne gli arnesi
che fusse il buon re Laco assai compresi.

126Il mio compagno contro a me sdegnoso
che prima abbandonar costei non volli,
volse a man dritta per un bosco ombroso.
Io soletto cercai diversi colli
e con l’anima trista e ’l cor doglioso,
con gli occhi spesso di troppa ira molli
molte giornate ricercando andai
questa crudel per darle eterni guai.

127E mi aiutò sì Dio ch’ad una fonte
la ritrovai con un guerrier a presso,
al qual con l’arme in man ruppi la fronte
e, guadagnata lei, penso in me stesso
come deo vendicar i danni e l’onte
e ’l gran periglio, in cui m’avea già messo.
Volsi la vita torle e poi, pentito,
avea preso di lei miglior partito,

128ch’io la menava all’onorata sede
di Artus il mio gran re dove dimora,
ché le facesse dar giusta mercede
in questa vita o trarnela di fuora.
Non è piaciuto a quel che tutto vede,
che forse a peggio la riserba ancora.
Io vi ho conto, signor, il tutto a punto,
senza aver nulla al ver levato o giunto».

Girone saluta Serso e gli rivela il proprio nome (129-147)

129Qui si tacque, e Giron, che ’ntento ascolta,
poi c’ha pensato alquanto gli risponde
che non fu mai tanta malizia accolta
ovunque scalda il sole o bagnam l’onde,
quanto in costei d’ogni bruttura involta,
che ci vien dall’Inferno e non d’altronde,
«E se prima io sapea sì atroci cose
non vi eran l’arme mie per lei noiose.

130Anzi pur era a i desir vostri aita
che le corte real la castigasse,
ma poi che la bisogna è così gita
onta sarebbe a chi la rilegasse.
Piacciavi che disciolta e che spedita
ove il suo fato vuole andar si lasse,
che i suoi peccati la merranno in loco
ove il manco ch’avrà sia laccio o foco».

131Poi si volge alla donne e: «Ben potete
libera andar omai, lieto disse
«ma se vita miglior non cangerete
l’impie voglie al mal tenendo fisse,
lo spietato Brevesso troverete
di cui nessun più gran nemico visse
q quante truova donne ma più a quelle
che di oneste virtù truova rubelle.

132Al parlar di Girone umilemente
la cruda damigella in piè si leva,
e lui ringrazia dolce e riverente
che da’ lacci penosi la disgreva,
e che se mai il rincontra largamente
farà che guiderdon da lei riceva,
e sì gran beneficio in care tempre
porterà dentro al core sculto sempre.

133Così diss’ella, e ’n vista sorridendo
le fe’ risposta il nobile Girone:
«Il buon vèr me voler in grando prendo
non già il promesso vostro guiderdone,
ma prego il Ciel che me ne guardi, avendo
in altrui vista vostra intenzione,
e ’n ogni stato più del vostro amore
che dell’odio d’ogni altra avrei timore».

134Sdegnosse ella in se stessa e si partio
tutta contro di lui di rabbia piena,
e fece voto mille volte a Dio
ch’altri ne porteria tosto la pena,
e d’aver sempre il cor malvagio e rio
verso ogni cosa e sia diva o terrena,
ma sopra a tutti a i cavalieri erranti
sempre andar procacciando morte e pianti.

135Giron, rimaso sol con gli altri duoi,
cortesissimamente lor ragiona:
«Da poi c’ho messa pace oggi fra voi,
non è più la dimora per me buona.
Adempia a ciascheduno i desir suoi
l’alto signor che in Ciel tien la corona».
Serso dolente allor il prende e dice
ch’avventurato sia sempre e felice.

136Ma che vorria d’avanti il suo partire
di dirgli il nome suo grazia gli faccia,
acciò che ’l possa a se medesmo dire
se pur poi con altrui vuol che si taccia.
E se non acconsente al gran desire
non potrà far che assai non gli dispiaccia
e che non dica che soverchio orgoglio
a tante sue virtù sia fatto scoglio,

137«E molto men cortese nel futuro
coi cavalieri erranti vi terrei».
«Ah,» gli disse Girone «io son sicuro
che no ’l fareste, et io me ne dorrei
perché d’essere a tutti amico e puro
mi prometteste il giorno ch’io vi fei
libero d’altri lacci, e ven sovviene
che servar l’impromessa si conviene.

138Il riconobbe allor più chiaro Serso,
e gli dice: «Signor, questo fu vero,
ma se voi, di cui par nell’universo
non si porria trovar mai cavaliero,
del mio giusto pregar fate il riverso,
s’io vi somiglierò perdono spero
trovar da tutti, e però non mi date
contrario essempio a quel che in me bramate.

139Ma se voi mi farete tanto onore
ch’io sappia chi voi sète, io vi prometto
che di quel ch’io pensai sarò migliore
e ’ngegnerommi al tutto esser perfetto».
Mossesi al buon parlar l’altero core
del buon Girone, e con benigno aspetto
gli disse: «Cavalier, per voi far voglio
quel che da molto in qua per pochi soglio.

140E vel dirò con questo convenente:
di non mai dirlo ad uom ch’al mondo viva».
il che l’altro gli giura veramente,
et ei sì basso che nessuno udiva,
nell’orecchia gli parla: «Tra la gente
che del gallo terren tengon la riva
nacqui, e Giron da lei chiamato sono
e ch’io sia morto omai volato è il suono.

141E quell’istesso son che pur l’altr’ieri
vi liberai d’un simigliante caso».
Quando udì Serso il fior de i cavalieri
e di somma virtù l’eletto vaso,
esser sì solo e ’n così stran sentieri,
che mai non se ’l sarebbe persuaso,
riverente il ginocchio e ’l capo inchina
e ’l bascia come cosa alta e divina,

142e dice: «Ben potea viver sicuro
poi che tal difensore il Ciel mi diede.
Or della vita mia più non mi curo
poi ch’io veggio colui cui il mondo cede,
e nuovamente vi prometto e giuro
con quella più divota e vera fede
ch’avendomi scampato il più cortese
ch’io ’l vorrei simigliar farò palese.

143E se così nell’arme e nel valore
vi potessi sembrar ben il farei,
che solo in rimirarve sento il core
spirato alzarse al regno de gli dèi.
E vi potrete dar vanto et onore
d’aver fatto migliore un de i più rei,
e scampata la vita e tolti pianti
a mille e mille cavalieri erranti.

144Perché se ben promesso già vi aveva
d’esser cotale, or mi si aggiunge sprone
tal che non più la morte greva
ch’a me faria l’andar contr’a ragione;
e ben la mia ventura il concedeva
avendo scontro il nobile Girone,
co ’l qual prego dal Ciel sia stabilita
sorte di consumar quanto ho di vita.

145E ben ringrazio Dio ch’a molti dire
sentito avea che ’l mondo di voi privo
era e gran tempo, onde n’avea martire
ogni spirto gentil ch’ancora è vivo».
Giron, che non vuol più sue lodi udire
e che del vano onor fu sempre schivo,
rompe il parlar, e dice: «Quale io sono
vi fo di me, signor, perpetuo dono,

146ma perché mi conviene andare altrove
con Dio vi lascio e seguo il mio cammino,
per voi pregando in Cielo il sommo Giove
che vi dia dolce e chiaro alto destino».
L’altro, tutto piangente, preghi muove
che seco il voglia aver sempre vicino;
rifiutalo il Cortese, e poi gli dice
che tosto il rivedrà lieto e felice.

147Poi senza altro parlar sopra il destriero
monta, e ’nvêr Forelese addrizza il passo.
Riman lì Serso e truova altro sentiero
co gli occhi lagrimosi e ’l capo basso,
lieto in sé d’aver visto il cavaliero
ch’onorò sovra tutti, e tristo e lasso
ch’a pena al sommo ben essendo giunto
che perduto l’avea solo in un punto.

Libro XII

ultimo agg. 13 Settembre 2015 13:27

La donzella malvagia incontra l’empio e misogino Breusso, che se ne innamora (1-25,5)

1Partita lor la cruda damigella,
lieta nel cor de gli scampati lacci
ma tutta disdegnosa, irata e fella,
un’orsa par che l’esca si procacci
con le furie infernai Plutone appella
che l’aiutin così che nuovi impacci
tessa contro a quei due, ch’eterna sia
la fama al mondo di sua villania.

2E mentre essa ne va discinta e scalza
cercando ove il cammino era più fosco,
la vista a caso dubitando inalza
e vede comparire al fin del bosco
un cavalier che la sassosa balza
scendeva armato, e «Ben il riconosco
all’argentato drago» disse allora,
e tosto del cammin si mette fuora.

3Ma quel, che l’avea già veduta pria,
del suo ratto fuggir tosto s’accorse,
sprona il cavallo et alla istessa via
ove ascosa sedea subito corse.
Poi che scoperta fu la donna ria
al nativo ingannar trista ricorse,
e con finti sospir, singulti e pianti
si raccomanda a lui per tutti i santi.

4E ben n’avea mestier, per ciò ch’esso era
lo spietato Breusso, quel ch’io dico
di cortesia, d’amor, di bontà vera
crudo avversario e perfido nemico,
e quante donne la persona fera
trovò ch’in vita il Cielo ebbero amico
in virtude, in beltade, in nobil sorte
senza alcuno pregiar condusse a morte.

5Or costei, che sapeva i suoi difetti,
e di lui conoscea l’iniqua usanza,
non si dèe dubitar se ’n fatti e ’n detti
si mostri umil, se ben non ha speranza;
ma come adopra il Ciel segreti effetti
e che sopra mortale ha la possanza,
e che ’l simile al simil piaccia sforza,
mostrando il cor sotto l’umana scorza,

6fe’ ch’al primo arrivar dello spietato
scorse, e non seppe che, ne gli occhi suoi
tal che s’è in un momento rimutato,
dolce l’appella e la domanda poi
come giunta era in sì misero stato,
et ella: «La fortuna, che può in noi
quanto ella vuol, dal più sublime loco
m’ha posta in grado ove il remedio è poco».

7E comincia a mentir, dicendo: «Io fui
di parenti chiarissimi produtta,
tal ch’invidia già mai non ebbi altrui,
ma bene a me la mia contrada tutta
perché mi diede il mondo de i ben sui
tanti ch’io fui per lor vinta e distrutta,
che come avvien tra le delizie molte
nascon voglie talor dannose e stolte.

8Tra gli infiniti servi avea mio padre
un povero scudier di bassa sorte,
ma di virtudi e parti alte, leggiadre
quante mai si trovaro in real corte,
e spesso si trovava ove mia madre
tra cortesi donzelle e dame accorte
dava udienza a’ cavalieri adorni
per passar tempo e spender bene i giorni.

9Io per quei tempi semplicetta e sciocca
non sapendo perché con questo solo
più volentier parlando apria la bocca,
e s’io non vel vedea n’aveva duolo,
né sapeva adoprar l’ago o la rocca,
né motto dir fra ’l femminile stuolo
ad alcun ch’ivi fusse, e al suo venire
mi facea lieta e non sapea partire.

10Né molto andò così ch’io cominciai
ad avvedermi pur ch’egli era amore,
già mi sentii scaldar da i santi rai
il pria gelato e mal discreto core,
et ei, che fintamente in simil guai
di trovarse per me mostrava fuore,
accrescea di dì in dì l’esca e ’l fucile
ch’arde assai presso un animo gentile.

11E vie più de i miei ben che di me vago
delle nozze infra noi parole mosse.
Io nel primo uscir non ben m’appago,
considerato ch’a me par non fosse,
et ei, che d’ottenermi era presago
per questa strada, il piè da me rimosse
per qualche giorno, e non tornava appresso
fin ch’io no ’l fei pregar per più d’un messo.

12Tornato al fin, tante ragioni allega
ch’io, che volea ingannarmi, gliel’ammetto,
perché ’l donnesco cor tosto si piega
in quella parte ove ha dolce e diletto,
e se ben la ragion talor cel nega,
Amor ci spinge poi con più dispetto,
e mostra ben che calcitrar non vale
contra il suo laccio, dardo, foco e strale.

13Basta ch’al suo voler mi rendei vinta
celandol sempre a tutti miei parenti,
poi da sciocco desir, lassa, sospinta,
con molte gemme i miei chiari ornamenti
di notte accolsi, et al partirmi accinta,
poi che già in casa i lumi erano spenti
e che dal sonno era ciascuno involto,
fuggii, tremando e pallidetta in volto.

14E scesi al basso dove il disleale
già m’attendeva fuor della mia porta,
mi pone in groppa poi ch’a caval sale
dolcemente mi bascia e mi conforta.
Poscia, sì come fusse vento o strale,
il destriero spronato via ci porta,
e camminati quattro vote un miglio
fummo al sicuro e fuor d’ogni periglio.

15Poi con men fretta, infin che apparse il giorno,
andiamo lietamente ragionando;
giunti in un pian ch’aveva un bosco intorno
ecco una damigella vien gridando:
– Dunque pensi, crudel, con tale scorno
pagar colei c’ha per te posto in bando
la sua patria, i suoi beni, il proprio onore
per dare ad altra lo a me tolto core?

16Non farai certo, et io te ne assicuro,
o che tu od io ci lascerai la vita -.
L’altro, che sente, mostra il ciglio oscuro
e gli divien la faccia scolorita,
perché di vero amore candido e puro
l’avea gran tempo amata e riverita,
né potea senza lei vivere un’ora
ond’ei si arresta e le risponde allora:

17- Io vi confesso, o dolce anima mia,
che fatto ho contro a voi grave peccato,
ma non per vostro oltraggio e villania
ho condotta costei c’ho qui da lato,
ma sol per ritrovar più larga via
di voi nutrire in più sublime stato
con l’oro e con le gemme ch’ella adduce
pensando ch’io le sia merito e duce.

18E non crediate che lassar vi voglia,
e s’io ’l volessi, ben che forza io n’aggia -.
L’altra, rabbiosa più che serpe soglia,
o fera qual più sia cruda e selvaggia
gli disse: – Or dunque questa trista spoglia
s’ogni sospetto vuoi ch’a terra caggia,
e la fai batter bene e poi la lassa,
secondo i merti suoi, cattiva e lassa -.

19Quello spietato non più oltre aspetta
ma mi spinge co ’l braccio e getta a terra.
poscia, sceso, mi spoglia e tutta stretta
con cinture ch’avea forte mi serra.
Indi come uom che tradigion commetta
per due scudier sentii molesta guerra
di corde e di baston, sì che le membra
divenner tai ch’ancor me ne rimembra.

20Pur mi fe’ tanto ben la donna rea
che dopo assai martir mi fece sciorre,
e questa vesta che di sotto avea
con la camicia intorno mi fe’ porre.
Restai piangendo, e pur morir volea,
ché morte solo a i miseri soccorre,
ma Dio no ’l volse, e così stata sono
molto tempo alle fere in abbandono».

21Come ebbe così detto, amara e folta
pioggia di lagrimar versando tacque.
Il fer Breusso volentier l’ascolta,
ché l’odiò tutte, e pur costei gli piacque,
e sentì in lui pietade a questa volta
che fu come se ’l foco ardesse l’acque,
e le disse: «Donzella, assai mi duole
di veder in tal grado un sì bel sole.

22E se qui fusse chi vi ha fatta tale,
e fuss’ei pur Ettorre e fusse Marte,
gli mostrerei con l’arme ch’ei fe’ male
e che dal vero e dall’onor si parte;
ma da poi che ’l preterito non vale
forza umana a distor, né ingegno od arte,
soffrir convienne, e vi assicuro ch’io
sarò quel ch’io non soglio e fido e pio.

23E compagnia farovvi in tal maniera
che di me ben lodar poi vi potrete,
e dentro un mio castel per questa sera,
e quanto piace ravvi, poserete.
Poi, volendo ire altrove, amica e vera
licenza e sicurtà meco avrete,
né in casa vostra a vostra madre in seno
stato avreste più dolce e più sereno».

24Allor la traditrice fe’ risposta
che, poi ch’era lontana al natio loco,
e che ’l sole al Marrocco omai s’accosta
sì che del giorno ci avanzava poco,
di seguirlo ove vuol s’era disposta,
se la volesse ancor condur nel foco,
ma che ’l pregava ben riguardo avere
all’onor suo da nobil cavaliere.

25Breusso adunque al suo scudier comanda
che le dia il suo caval, quantunque indegno.
Monta ella tosto, e vanno in quella banda
che lassa indietro di Norgalle il regno
e da man destra la Noromberlanda;
né molto camminarono a quel segnoBreusso viene a duello con un cavaliere e lo vince (25,6-64)
ch’un cavaliero armato riscontraro
ch’una vaga donzella aveva a paro.

26La quale un palafreno ornato e bello
aveva sotto e sen veni gioiosa.
Breusso il guarda, e poi si volge a quello
che la menava seco amica o sposa,
e gli dice: «Signor, se mai rubello
di cortesia non fuste in altra cosa,
or mi farete una grazia e vi prometto
ch’ella vi tornerà dolce e diletto».

27Rispose il cavalier tutto gentile:
«Poi che voi sète cavaliero errante,
vi mostrerò ch’io non ho l’alma vile
e ch’al mio l’altrui ben sempre ho davante,
pur che non sia fuor del dovuto stile:
la damigella di ch’io sono amante
ch’al gran re Pandragon non darei, questa,
poi tutto vostro fia quel che mi resta».

28Replicò lo spietato: «Grazie assai
del buon vostro voler, signor, vi rendo,
non vo’ la donna dei lucenti rai,
che d’averne una sola in grado prendo,
ma quel ch’io bramo più che nulla mai
è il palafren di lei, che ben comprendo
che caro esser gli dèe, ma grazia o dono
che non sia con suo sconcio non è buono.

29E la mia, ch’è più bella assai, più il merta
che qui la vostra, et ha sì mal cavallo».
Quel, che sua villania conosce aperta,
restò ben doloroso senza fallo,
perché ’l negarlo è romper fede certa
alla donna chiarissima, levallo
come ogni uom può pensar troppo gli pesa,
pur a lei più ch’al ver vuol far offesa.

30E si volge alla sua con dolce viso
dicendo: «Or discendete, anima cara,
che per salvar mia fede mi fia avviso
che non sarete d’un cavallo avara,
et ei se non sarà tutto diviso
dell’alma cortesia pregiata e cara
certo ve ’l renderà per non soffrire
di veder bella donna a piedi gire.

31Quella, che di piaccergli aveva voglia
e che forse il temea, ratta dismonta,
e sì mal volentier se ne dispoglia
che in corruccio grandissimo ne monta;
pur, come donna ammaestrata soglia,
dentro il ricuopre e prega danno et onta,
a *** fu cagion, l’altro lo prende
e ’n ringraziarla assai parole spende.

32Ma il cavaliero stran, poi che l’ha tolto
si rivolge a Breusso e gli ragiona:
«La vera cortesia stimata è molto
tra cavalieri, e quella e rara e buona
che presa essendo con allegro volto
larga poi ricompensa altrui ne dona,
però, signor, non vi sarà molesto
s’un picciol cambio vi domando a questo».

33Gli risponde Breusso: «Io son contento
sol che non rivogliate il palafreno,
nel resto adempierò vostro talento
e la fede vi do che non vien meno».
Et egli allora piglia ardimento
d’approssimarse alla malvagia al freno,
dicendo: «Io voglio aver costei da voi,
che sia compagna alla mia donna e noi.

34E le sarà co ’l camminare a piede
dolce rilevamento e fida scorta,
e voi del palafren sarete erede
che con acconcio passo agiato porta».
Quando Breusso esser gabbato vede
tanto sdegno ha ch’a pena si comporta,
dicendo: «Se vorrete damigella
ne cercherete un’altra, e mia fia quella».

35«Come,» soggiunge quello «e voi mancate
come mal cavalier del convenente?
Or adunque a quistion vi apparecchiate
o mia sarà la vostra incontinente».
«Ah,» diceva Breus «non minacciate
chi forse più di voi sarà possente,
e come vostro amico e ben verace
vi conforto a lassarla e starvi in pace».

36«Questo non farò già» costui replica
«ma senza fallo alcun resterà mia».
Breusso a ritenerlo s’affatica
dicendo che ’l miglior per lui saria
che l’uno e l’altro la sua cara amica
se ne menasse seco alla sua via,
ché dannosa è la speme troppo verde
e chi tutto vuol vender tutto perde.

37Non l’ascolta quell’altro e chiede pure
che venga all’arme o tenga l’impromessa
Breusso, al qual Amor le voglie impure
avea già spente e ’n cor gli aveva messa
l’ignota cortesia, fa ch’egli indure
d’aver al cavalier la sua concessa
per servar le parole, onde gli dice
«Sia dunque vostra e gitene felice».

38E glie la dona e glie la pone in mano,
poi dice: «Cavalier, troppo n’avete,
et io mi truovo povero e lontano
di quella onde ho novella ardente sete».
«Sì,» dice l’altro «e non vi paia strano
poi che voi stesso il donator ne sète».
Il confessa Breusso e poi gli afferma
che la sua possession fia frale e ’nferma,

39e gli avverrà come a chi tanto vuole
che non gli resta al fin quel ch’avea prima,
e che spesso dolerse a torto suole
chi le sue forze di soverchio stima,
ché i fatti differenti alle parole
sono, e tal è che pensa esser in cima
della fortuna e governar il mondo
che ’n manco d’un momento è posto al fondo.

40«Or adunque a tentar battaglia omai
vi apparecchiate, e che dichiarin l’arme
se voi sarete in questo caso assai
di così cara cosa a dispogliarmi,
o ch’a me donerete ontosi guai
o ch’io potrò da poi vanto donarme
d’aver questa in un’ora data e tolta
per rara cortesia, per virtù molta».

41Il cavalier allor risponde breve
che troppo si terria vituperato
se non facesse quanto guerrier deve
che vada di due donne accompagnato,
e senza oltre più dir veloce e leve
snello il forte destriero ha rivoltato;
fa il medesmo Breusso, e d’ira pieno
l’uno e l’altro s’incontra a largo freno.

42Era lo stran guerrier fero et ardito,
tenuto fra’ miglior d’alto valore;
Breusso era di forze più fornito,
di scienza nell’arme e di gran core,
e se non che fu sempre mal nutrito
ove mai non regnò pregio d’onore
ma sol la discortese crudeltade,
fu de i gran cavalier di quella etade.

43Or adunque, percossi a mezzo il corso,
non poté il duro colpo sostenere
l’altro baron, che del destriero il dorso
ben non ritenne, e gli convien cadere.
Breusso urtando qual cinghiale od orso
immobil quasi si potea vedere,
e poi che l’avversario in terra scorge
prende il caval che fugge e poi gliel porge.

44«Questo avrete da me per cortesia
ma non le damigelle, ch’a ragione
senza contrasto l’una e l’altra è mia,
e coi del vostro mal sète cagione».
Accettò altro questa cortesia
e rimontò di subito in arcione,
e confessava al vincitor aperto
che miglior cavaliero era di certo.

45«E per vostra virtù» dice «devreste
più nobil atto al vostro vinto usare,
ciò è di darmi al men l’una di queste
che perduta ho per mio troppo bramare».
«Ah,» risponde Breusso «se sapeste
che nessun uom già mai si può vantare
in questo istesso o nell’altrui paese
che io gli fussi amoroso né cortese,

46né fei cosa mai buone che per tema
o per necessitade o forza altrui».
L’altro soggiugne: «Or come venen scema
da questa parte la natura in vui,
ch’ove ardir pose e pose forza estrema
non volesse ancor por con questi dui
virtù sì chiara senza qual mi sembra
ch’è nulla il core o valorose membra?».

47Seguitava Breusso: «Or dite voi
qual cortesia da me vorreste ancora».
E l’altro: «Io sarei quel ch’aratro e buoi
adopra nella rena e ’n van lavora».
«Forse fia ver, ma noi il vedrem da poi,
ché lo stato mortal cangia in una ora;
ditemel pur» dice Breusso a quello,
et esso: «Io vel dirò, sì bramo havello.

48Altro da voi, signor, non domando io
che colei che per l’arme è fatta vostra».
Lo spietato gliel nega, e crudo e rio
più che mai fusse al cavalier si mostra,
il qual, maravigliando, chiama Dio,
dicendo: «Come uom facesti in giostra
un che in altro sia tal?». Poi lui domanda:
«Che sète voi campione? e di qual banda?».

49Et ei, ridendo: «Avete unquanco udito
ragionar di Breus senza pietade?».
E l’altro: «E’ son molti anni e ’n più d’un lito
ch’io sento già biasmar sua crudeltade».
«Or (replica egli) io fui da lui nutrito,
suo buon parente, e tralle sue contrade».
«Ben (disse il cavalier) gran danno fece
a macchiar sì gran cor di simil pece.

50E ben mal’erba è quella che fa danno
ad un ben coltivato e sì bello orto,
e gran peccato quei che ’l posson fanno
a no ’l sepellir prima che sia morto,
che tratto avrian di perilioso affanno
mille spirti gentil periti a torto.
O beata la mano e gloriosa
cui doni il Cielo un’opra sì famosa!».

51Allor domanda il fero dispietato:
«Se voi teneste qui Breusso in mano,
com’io voi tengo, e fusse ancor legato,
il lassereste voi fuggir lontano
e seguitar l’orrendo suo peccato,
o tutto il suo pregar sarebbe vano?».
Risponde l’altro allor: «Che ne farei?
Quel che si devria far di tutti i rei,

52ch della testa gli farei due parti
e ’l resto lasserei qui intorno appeso,
poi che fatto n’avessi quattro quarti
a i corvi impuri cibo vilipeso,
per insegnar all’uom che le buone arti
solo apprendesse e nessun fusse offeso
mai più dall’impia sua scelleratezza,
dell’altrui sangue di nutrirse avvezza».

53Poi seguita: «Signor, ancor di nuovo
vi prego a mi lassar la donna mia».
Disse Breusso: «Or vi dico io ch’io pruovo
che fia l’aver desio di cortesia,
e fuor del natural per voi mi muovo
a voler che costei la vostra sia,
e quel se a farvi tale io sono il primo
voi ne ringrazio e molto più m’estimo».

54Dagli adunque al figlia, e quella prende
tutto gioioso e dipartir si vuole,
me il fer Breusso, che di udire attende
i suoi gran biasmi pe le altrui parole,
poi che ’l tesoro suo largo gli rende,
il ridomanda, pur come far suole,
s’ei pensa che Breusso usato avesse
cortesia mai ch’a questa al pari stesse.

55Il riguarda il guerriero e poi gli dice:
«Volete voi che il Diavol dell’Inferno
faccia atto mai se non tristi e ’nfelice,
che sia danno a i miglior, dolore e scherno?
Mai non farà, se non quel che disdice
ad ogni alma gentil l’estate e ’l verno,
perché tanto è indurato in oprar male
ch’essempio o prego a rammendar non vale».

56«Or mi dite» il crudel da poi seguio
«se voi vi ritrovaste a lui presente
sì come or sète nel cospetto mio
per quanto gliel direste apertamente».
E ’l cavalier: «Di ciò mi guardi Dio,
ch’io sarei, lasso, morto incontinente».
Segue Breusso: «E se voi in man teneste
un che vi odiasse assai che ne fareste,

57quando voi fuste assicurato e certo
che voglia avesse di condurvi a morte?».
Risponde l’altro: «In mezzo d’un diserto
lui vorrei porre alla medesma sorte».
«Dunque» disse il crudel «per vostro merto
e per sentenza vostra l’ore corte
per le mie proprie man devreste avere,
s’io vi bramassi ben fare il devere,

58perché nemico mio del tutto sète».
«Non son,» disse il baron «né sarò mai,
anzi di farvi ben sempre avrò sete,
et a chi vi vuol mal far danno e guai,
perché tanto di ben fatto m’avete
ch’io non vi saprei render grazie assai,
e se m’avete ben vinto con l’arme
d’esservi più tenuto in tutto parme».

59«Non bisogna più dir,» l’altro soggiugne
«ché voi m’avete in dura opinione,
né devria vostra vita molto lunge
da me partir a far dritta ragione,
poi che torto desio vi scalda e pugne
di sotterarmi senza altra cagione».
Pensa alquanto il campion e disse poi:
«Lo spietato Breusso sète voi?».

60«Sì» rispose esso «e non vi celo il vero,
ch’io son quel proprio e me ne glorio ancora,
e vo’ punir il pensier vostro fero
che mi vuol morto e che mi disonora,
e poi che sète omai sotto al mio impero
dir vi potete star del mondo fuora».
Resta l’altro smarrito e non sa bene
che dirsi o farsi, e se ne truova in pene.

61Pur riprende coraggio e gli ragiona:
«Signor, direte pur quanto vi piace
ch’a voi medesmo e null’altra persona
non crederò che testimon verace
sia che voi siate quel ch’al mondo suona
per disleal, crudel, sozzo e fallace,
che se voi fuste quel già sarei morto
e pur son vivo ancor e mi conforto».

62Disse Breusso: «Allora io vi prometto
per l’alto segno di cavalleria
ch’io son quel propriamente ch’io v’ho detto,
né porria il mondo far che ciò non sia».
E quel: «Voi sète cavalier perfetto,
pien di fede, di onor, di cortesia,
et io per pruova il so, quell’altro è tale
che si puote appellar cosa infernale».

63Ridea Breusso, e poi gli fa donare
l’altro ronzin che fu del suo scudiere.
Ringrazialo esso, e segue di pregare
che gli conti di sé novelle vere.
Egli il rafferma, e sa pur tanto fare
che di credergli al fin venne in parere,
e disse: «Io vi prometto da qui innanti
combatter mille cavalieri erranti,

64e tutti gli altri poi che dir vorranno
che Breusso non sia prode e gentile,
nemico estremo d’altrui pena e danno,
ch’ama virtude e ’l vizio tiene a vile;
e prego il Ciel umil che d’ogni affanno
vi guardi e vi mantenga in questo stile,
e sì deggio io ciò far, da poi che solo
ricevo ben da voi, tutti altri duolo».

La donzella malvagia finge di ricambiare Breusso per attirarlo in una trappola: lo fa cadere in una spelonca (65-98,2)

65Indi si parte, e lì Breusso resta
con la sua damigella assiso alquanto;
poi verso il vespro lassa la foresta
e cerca il suo ricetto, ch’era a canto
d’una montagna, fuor della via pesta,
ove solea condur per morte e pianto
uomini o donne che prigioni avea,
per condannar e porre a morte rea.

66Or quella sua compagna, che certa era
d’ogni aspra condizion ch’avea Breusse,
pensosa in sé di fuor fa lieta cera
infin che ’l tempo di tradirlo fusse,
che s’egli un tigre fu, quella una fera,
a cui la Libia egual mai non produsse,
e per conchiuder breve era una coppia
maligna, disleale, iniqua e doppia.

67Poi che son giunto all’impio alloggiamento
con quello onor che puote l’accarezza,
e ’n se medesmo si tenea contento
del guadagno di lei, che molto prezza,
e ben l’amava allor di buon talento
quell’alma micidial di odiar avvezza,
ma l’altra ogni buon fatto, ogni buon detto
come usata ch’ella è prende a sospetto,

68dicendo nel suo cor: – S’occasione
mi darà il Ciel di tradirlo mai di vita
non la lasserò gir, ché da ragione
usandogli pietà farei partita -.
Quell’altro è di diversa opinione,
pensa sol che di lei resti compita
ogni voglia ch’avesse,e e riccamente
la veste d’oro e di caro ostro ardente.

69E moltiplica ognor l’avuta gioia
quanto la guarda più, quanto è più adorna.
Non sentì mai dell’amorosa noia
ch’or nel principio in allegrezza torna;
se non è con lei sempre par che muoia,
onde la notte e ’l dì quivi soggiorna,
Dio ringraziando che gustar gli face
sì dilettoso cibo e ’n tanta pace.

70E quella, che sa bene oprarlo a punto,
non si può dir come il raccende e tira:
mostra di aer il cor per lui compunto
quanto esser possa, e ’l guarda e poi sospira,
tiene il piè sempre a i passo suoi congiunto,
e s’ei mostra partir, dolce s’adira,
dicendogli: «Or ch’io v’amo oltr’a misura
so che nulla di me tenete cura,

71ma non è maraviglia, ché l’uom suole
sempre meno stimar chi troppo l’ama,
aver più in odio chi l’adora e cole,
seguir chi fugge e fuggir chi lui chiama.
Ma che gloria vi fia, sommo mio sole,
d’aver tradita semplicetta dama?
Ma sia pur come vuol, per voi morire
più tosto vo’ che con altrui gioire»,

72e poi mill’altre cose che dir sanno
tutte le donne ammaestrate in arte,
e chi provato ha il mondo più d’un anno
e che dal buon sentiero onesto parte,
il suo crudo amoroso sente affanno
del duol che mostra, e la conforta in parte,
dicendole: «Il mio ben, madonna, sète
e la mia vita, e sempre la sarete.

73E vi assicuro che i bei vostri lumi
m’hanno abbagliato sì ch’altro non veggio,
e felice sarei tra gli aspri dumi
pur ch’io fussi con voi, ch’altro non chieggio,
ché ne fate cangiar vita e costumi,
ch’oggi sono il miglior che già fui il peggio,
voi mi feste vestir vera virtude,
e spogliar le maniere ingiuste e crude».

74Così la scelerata coppia insieme
van ragionando, ma l’uno è ingannato,
l’altra, che ’l rio consiglio in petto preme,
aspetta il tempo all’opra accomodato.
Or venne un giorno, quando il caldo preme,
che ’l fero amante con la donna a lato
ben tre giornate lunge a suo diporto
andò dove fortuna l’avea scorto.

75Poi ch’ebber trapassata una campagna,
ritrovaro in un bosco una fontana
che distillava giù dalla montagna
altissima e di là poco lontana.
Ivi, appo un rivo dove l’acqua stagna
e poi corso riprende dolce e piana,
l’una e l’altro si posa e si rinfresca
dell’onde vive e della portata esca.

76Han dato fine alla lor mensa a pena
ch’una voce l’orecchie lor percuote
d’uomo o di donna che si truova in pena.
Corre Breusso alle ascoltate note,
pregando lei che la corrente vena
non abbandoni, e tosto quanto puote
ritornerebbe, et ella gliel promette;
esso in cammino a ricercar si mette.

77Come è partito l’impia damigella,
che sol pensa a i suoi danni, indi si muove,
va ricercando questa parte e quella
perché spera trovar, ma non sa dove,
modo che l’aspra odiosa anima fella
o con morte o con mal da sé rimuove.
Guarda nel monte or a sinistra or destra
se cosa vi ha per traboccarlo destra.

78Perch’ivi eran gran massi, sterpi e grotte,
profondi fossi da torrenti fatti,
ove nel mezzo dì, non pur di notte,
periti vi sarien le capre e i gatti.
Ivi esamina ben se a pien condotte
aver porria le voglie a i tristi fatti,
e le vien pur veduto nella fine
uno spiraglio ascoso tra le spine,

79il qual mostrava ch’artificio umano
l’avea fatto con ferri e con ingegno.
A lui s’appressa, e ben ferma la mano
che le sia dal cader fermo ritegno;
scorge là dentro un luminoso piano
che di casa real mostrava segno,
bella e vaga a mirar, con mille porte
che avean tutte davanti loggia e corte.

80Ben era profondissima la cava
sì che sembrava a colei gran maraviglia;
dirupate le mura onde s’entrava,
sì ch’a pozzo o cisterna si assimiglia.
Considerando ciò fra sé pensava
che cosa fusse, e poi partito piglia
di provar se Breusse per là entro
si porria traboccar infin nel centro.

81Poi guarda intorno se vede altra uscita
che le tornasse vano il suo pensiero,
né la trovando spera tutta ardita
che ’l mal disegno le riesca interno.
indi si parte e rattamente è gita
ove lassolla il suo compagno fero,
ivi si assiede come stava innante
che non appar che mosse abbia le piante.

82In questo ecco arrivar Breusso a lei,
senza dannaggio aver nella persona,
et ella: – Or fustu morto, o re de’ rei -,
nella sua mente tacita ragiona,
pur lieta dice: «Io rendo grazia a i dèi
che n’han data fortuna chiara e buona,
e vi prometto, ohimè, che in doglie e pene
sono stata per voi tra tema e spene.

83Deh, signor, per l’amor che tal vi porto,
non mi lassate in questa guisa mai
che infin che qui non vi riveggio scorto!
Non vi porria narrar s’io vivo in guai:
voi la mia gioia sète, il mio conforto,
la mia luce, il mio ben più caro assai
che l’istessa mia vita, che ’l mio core,
che l’alma propria, e così vuole Amore».

84E l’accoglie, racconsola e le dice
ch’ami ella quanto vuol, ch’ella è più amata,
e che si tien que dì più che felice
che a lei piú cosa far che torni grata,
e che da quivi innanzi ogni pendice
ch’ei cercherà con lui sarà menata.
Scende, l’elmo si cava e l’arme posa,
lassa il caval sopra la piaggia erbosa.

85«Or che trovaste voi» la donna chiede
«in quella parte là dove ne giste?».
L’altro risponde: «D’uno stagno al piede
due cavalier trovai, due donne triste,
ma belle assai, per quanto fuor si vede,
di alti sembianti e di leggiadre viste,
quelli altri ben guerniti a piastra e maglia
avevano infra lor dura battaglia.

86Perché l’un le due figlie aver volea,
l’altro sol che ciascun n’avesse l’una,
e per questa cagion la guerra fea
e la virtù tentava e la fortuna;
e davanti il mio arrivo già l’avea
battuto in terra e senza pietà alcuna
tratto poi l’elmo alla percossa testa
mentre che l’altro vinto e basso resta,

87e tòr voleagli il capo dalle spalle,
onde mercé gridava il poverello.
io, che lo vidi al periglioso calle,
in man dell’inimico empio e rubello,
con minacce alterissime la valle
empiei gridando, in modo tal che quello
gli perdonò, poi d’indi si partiro
con la sua donna ogni un come veniro».

88Qui si tacque Breusso, et ella allora
gli disse: «Signor mio, la vostra tale
strana avventura che n’è incontrata ora
non è da por alla mia quinci eguale;
e per mostrarvi ch’io non passo fuora
della ragion venite ove si sale
là in cima al monte e mostrerovvi cosa
ch’a ciascun sempre fia maravigliosa.

89Indi si muove, e l’altro l’arme prende,
e ratto di costei seguita il piede.
Alla finestra arrivan che discende
nell’aspra cava che là giù si vede,
la qual ben fatta in largo si distende
quadrata tutta e riccamente assiede.
Riguardala Breusso e tal gli piace
che se non va laggiù non truova pace.

90E quella disleal a ciò lo spinge
dicendogli: «Io ci vidi una donzella
che tal mi par che Citerea si pinge,
graziosa, leggiadra, vaga e bela.
Un sciamito vermiglio fascia e stringe
le bianche membra, et io vedendo quella
la chiamai forte e domandar volea
se donna era mortale o pure dea,

91e per saper ancor s’ivi altra entrata
si ritrovasse per andar là giuso.
Quando ella mi sentì, quasi crucciata,
non si degnò di rimirar in suso,
ma in quella porta ch’all’incontro guata
si mise tostamente, ond’io l’accuso
di cortesia, sì come di beltade
la lodo e pregio molto in veritade».

92Quando l’ode Breusso crede a lei
più che non si farebbe a gli occhi suoi,
le dice: «Ben codardo oggi sarei
da non chiamarmi cavalier da poi
s’io non andassi dove sta costei
e riportarne qui novelle a voi,
e ben veder se nobile avventura
trovar potessi in questa cava oscura».

93L’altra del suo periglio fa sembiante
ch’assai le doglia, e ne ’l conforta appresso.
Egli un grand’arbor, ch’era lì davante,
sfronda per tutto, poi ch’a terra è messo,
l’elmo, il scudo e l’usbergo getta innante
e le calze di ferro al modo istesso,
poi con quel tronco in man tosto s’avventa
sì ch’ei dal colpi primo lui sostenta.

94Ma non però sì ben che con la testa
non percotesse nel cadere in basso,
e tramortito per alquanto resta
che più non si movea che legno o sasso.
La cruda damigella non è mesta,
estimandol di vita privo e casso,
ma non già stette a rimirarlo molto
che d’ogni stordigion il vede sciolto.

95Duolsene ben, ma poi racquista speme
che non possa uscir mai di sì stran loco.
Il chiama adunque, e poi che più no ’l teme
scuopre la sua malizia e ’l prende in gioco:
«Voi costì sète e se ne spenga il seme,
e s’altrui v’assimiglia fia nel foco:
io ho di mille già vendetta fatta,
e posta in salvo la donnesca schiatta.

96Or voi mostrate di pregiarmi tanto
e per una costì solo in un punto
m’avete abbandonata? Ma nel pianto,
così com’io nel riso, sète giunto,
e se voi quella avrete d’altro canto
mi sarà il cor di nuovo amor compunto;
voi sarete sotterra, io qui nel mondo,
voi nell’oscuro stato, io nel giocondo».

97Disdegnoso Breusso non l’ascolta
e ch’un dì si ripenta in sé disegna.
Vassene a dentro e questa indietro volta
a caval monta d’allegrezza pregna,
dicendo. «Ben punita a questa volta
la vita è di costui d’ogni mal degna,
poi che faccendo a donne eterna guerra
per una donna vivo ito è sotterra».

98Così dicendo prende altro cammino
cercando in nuova parte il suo piacere.
Breusso solitario e peregrinoBreusso nella spelonca trova il sepolcro di Febo e dei suoi figli (98,3-138)
non sa che fine il capo possa avere;
vanne tutto pensoso a capo chino
ove una bella camera vedere
può quivi sì che l’architetto dotto
mai non la fece tale in Camelotto.

99Truova in mezzo di quella un ricco letto
di seta ricamato e d’oro e d’ostro,
e quando più di lui prendea diletto
vi scorge dentro un incredibil mostro,
ch’un morto ivi giacea che nell’aspetto
mostrava che gran tempo sciolse il chiostro
all’anima ch’avea per gire al Cielo,
ma non avea perduta carne o pelo,

100anzi era così bel che parea vivo
a rimirargli ben le mani e ’l viso.
Guardalo il cavalier, di tema privo,
e di veder un dio gli sembra avviso.
Di palma aveva, di lauro e d’ulivo
un cerchio in testa dottamente inciso,
coperto d’un ricchissimo mantello
con un fermaglio al collo vago e bello.

101Aveva l’elmo in testa et al costato
una spada ornatissima e l’usbergo,
e le calze di ferro all’altro lato,
a i piè lo scudo e la sua lancia al tergo.
Ma il brando rea oltr’a modo smisurato
sì che il fero Breusso: «Io mi sommergo
di maraviglia,» disse «e non pensai
che sì grande arme si trovasse mai».

102poi riguarda ben fiso il cavaliero
e s’accorda in suo cor ch’allor non fia
sì gran campione, e nel mirar sì fero,
ch’ogni uomo ardito ne spaventeria,
e che visso era in quel tempo primiero
che fu più in pregio la cavalleria,
e di far maggior membra la natura
che in questa ultima età metteva cura.

103Viengli nel riguardar visto ch’avea
serrata alquanto la sua destra mano;
va ricercando, e truova che tenea
un breve in essa, e non pareva in vano.
Disioso saver quel che dicea
senza offenderla pur l’apre pian piano,
spiega la carta chiusa in picciol nodo
e vede ch’er ascritta in cotal modo:

104Questa man che mi tiene in un sol giorno
vinse e distrusse le schiere Norgalle
e di Noromberlanda, e danno e scorno
fece egualmente alla gallese valle.
Così di lauro e palma il capo adorno
a tre gran regi fei voltar le spalle.
Fei cencinquanta colpi e per ciascuno
uccisi molti ’l minimo fu d’uno.

105Eran quindici mila armati in sella
quei ch’io disfeci, non vi fu contrasto,
e tutto per cagion della donzella
noromberlanda che di fuoco casto
m’ardea sì forte ch’io pigliai per ella
a far sì nobil gente a i corvi pasto.
Ella mi fece tal che con ragione
fui poi stimato l’ultimo Sansone.

106Febo sono io, non già chiamato a torto,
perciò che come il sol con la sua luce
fa restare ogni lume spento e morto
e nuovi raggi preziosi adduce,
tal io fu’ luce, lume e sole scorto
della cavalleria, d’ogni buon duce
ch’arme vestisse in questa o in quella parte,
e fei forse vergogna in cielo a Marte.

107E pur con tutto ciò vinto d’amore
fui lungamente, e poi di morte preda.
Or non sia dunque chi al terren valore
ponga lunga speranza o troppo creda;
sol si deve apprezzar il vero onore
in questa vita, e far che l’alma rieda
men macchiata che può dall’uman loto
al suo Fattor, né spender gli anni a vòto.

108Tal era scritto in quella carta breve
la qual già letta per più d’una fiata
sentì di tenerezza dolor greve;
e poscia al primo modo ripiegata
come a santa reliquia far si deve,
nella medesma man l’ha riposata,
e conoscendo il nome ancora il guarda
e par che di desire e d’amor arda,

109dicendo: «Maraviglia più non sia
ch’ei facesse a i suoi dì così grandi opre,
perch’io mi credo ben che poi né pria
quanto qui scalda il sol, quanto il ciel cuopre
fusse natura mai sì larga e pia
ovunque l’arte e ’l suo potere adopre
come fu per costui, ch’al veder solo
pur morto il temo, il riverisco e colo».

110Ragionando cotale il passo muove
per veder s’altra cosa degna ivi era.
Truova una cameretta tal ch’altrove
non vide mai di siile maniera,
e pensa allor fra sé che in alto giove
ove esso alloggia nella sesta sfera
esser mai non potesse veramente
o più bella o più ricca o più lucente.

111I palchi son di gemme, i muri d’oro
splendidissimi e fini oltr’a misura,
con mille intagli di sì bel lavoro
che l’arte avea fatta onta alla natura.
in mezzo un letticciuol che quanti foro
che di simiglianti opre ebber la cura
quando più le delizie amava il mondo
non ne vider più vago e più giocondo.

112Avea sopra ciascun de i quattro canti
un arbor d’oro e di smeraldi fronde,
et ogni ramo lor tre volte tanti
vaghi augelletti all’ombra sua nasconde,
e chi scuote la pianta in dolci canti,
sente armonia che tutto il luogo infonde,
che proprio sembra il più leggiadro aprile
che in essi infonda l’amoroso stile.

113Ivi dentro era ornatamente stesa
una morta donzella, che ben mostra
ch’angiola fusse già fra noi discesa,
nata lassù nelle stellanti chiostra,
né gli avea il tempo al volto fatto offesa
ma come viva ancor s’imperla e ’nostra,
che le labbra vermiglie e i bianchi denti
si facean rimirar vaghi e ridenti.

114Parean d’auro i biondi suoi capelli
sparsi intorno alle spalle, e crespi ancora
che ’nfin su’ piedi leggiadretti e snelli
faceano invidia alla più lieta aurora.
Breusso per miracol ferma in elli
la vista sola, e gli riguarda ancora;
scuote quelli arbor poscia, ove udir sente
mille varie canzoni dolcemente.

115E tanto ha forza in lui la vaga vista
di quella e v canto di mille augelletti
che l’alma, ch’avea già sdegnosa e trista,
par che in quei si conforti e gli diletti,
ché gran beltà con maraviglia mista
fa tali spesso e maggiori anco effetti,
e rende grazie al Ciel ch’ivi l’ha posto,
e sol gli graveria d’uscirne tosto.

116Della donzella poi mira la gonna
che di purpurea seta era contesta,
e la giudica tal che nulla donna
ebbre fra noi la simigliante a questa,
tal che, guardando, in guisa di colonna
sospeso, fermo e stupefatto resta.
Vedegli cinta una catena intorno
della qual non fu arnese mai più adorno.

117Guarda le belle mani e vede l’una
ch’è mezza chiusa e un breve aveva in essa.
L’apre e poi il legge, esamina ciascuna
parte ch’ivi era dottamente impressa,
che narrava di lei l’aspra fortuna
che d’alto luogo poi l’avea rimessa
in miser stato, e come i suoi peccati
eran d’ogni suo duol cagione stati.

118Adam (dicea) fu il nostro primo padre,
il qual di morte non fu fatto degno
in fin che per parole inique e ladre
d’Eva della ragion trapassò il segno.
Ella d’ogni miseria vera madre
ci diede in preda all’infernal suo regno,
tal di me avvenne con quel cavaliero
che di là giace e che meritò impero,

119ché, come quel di tutto il seme umano
fu sol principio e di cavalleria,
fu questo il capo, e con l’invitta mano
dimostrò al modo che prodezza sia,
l’altro, per un consiglio vile e vano
di donna, cadde in bassa sorte ria,
e questo a i detti miei prestando fede
fu di vergogna e d’aspra morte erede.

120Quel per Eva morì, per me costui,
ella il primo uomo et io il cavalier primo
con danno universal nostro e d’altrui
dal sommo grado conducemmo all’imo.
Vero è che del suo mal dogliosa fui
e ripentita sì che meco estimo
che come infino allora nessun crudele
fu più di me, nessun poi più fedele.

121E quanto in vita dopo lui restai,
giorno e notte lui piansi veramente,
e per far dopo me che pianto assai
fusse non sol dall’onorata gente,
ma che gli augelli ancor con dolci lai
facesser qui rintenerir la mente
di ciascun che gli ascolti, questo letto
fabbricai di mia mano a questo effetto.

122Queste parole a punto erano scritte
in sì doglioso stil com’io vi dico,
le quai fèro a Breus le voglie afflitte
quantunque di pietà fusse nemico.
E ben nell’alma sua le tien confitte
come chi sia di donne poco amico,
e perché n’have in sé novella pruova
e ch’udir biasmi lor non poco giova.

123Poscia ritorna ancor più di due volte
a scuoter quelle piante e ’l canto udire,
dubitando tra sé se ’l vero ascolte
o pur se ’l sogno gliel faccia sentire.
poi cerca tristo in quelle spoglie avvolte
se fusser brevi che sapesser dire
chi fu costei delle dorate chiome
e molto ne desia saper il nome.

124Ma no ’l può ritrovar, perché celato
l’avea la donna, per vergogna forse,
tanta e sì dura dopo il suo peccato
penitenza e dolor ne la rimorse.
Lo spietato Breus, come insensato,
di qua, di là poi ch’assai tempo corse
indi si parte, e truova un’altra stanza
in cui d’altro miracol ha speranza.

125Entravi dentro e la riguarda intorno:
ella era più dell’altre assai spaziosa,
ma non sì ricca e d’abito sì adorno;
pur era a riguardarla altera cosa.
Guarda ove più vi penetrava il giorno
e scerne sotto a quello smalto ascosa
gran quantità di ricche sepolture
di vari marmi ma di eguai misure.

126Intagliato era di ciascuna in cima
un cavaliero armato, et a i piè loro
scolpito il nome dall’antica lima.
molto argento vi luce e nulla d’oro,
descritto truova in quella che par prima
perch’era assisa in lato più decoro:
Limorse fui, del gran re Febo figlio,
ch’ogni altro superai di arme e consiglio.

127L’altra avea Naitas, quel senza pare,
e l’altra Altano aveva il bello e forte,
la quarta Siraoc, che in ogni affare
vinse ciascuno e poi lui vinse morte.
Poi quivi appresso sopra il muro appare
in porfiro descritto fra due porte:
Noi quattro figli, o tu che ne riguardi,
venimmo appresso il padre e poco tardi.

128Fu Febo il nostro padre, il vero lume
della virtude, e qui vicin si giace
sepulto no ma come vivo in piume,
però ch’al suo valor morte soggiace.
Noi qui, secondo il pubblico costume,
aggian sotterra il corpo e l’alma in pace,
e s’egli avanza i morti in grado tale
anco in vita avanzò ciascun mortale.

129E noi, quantunque cavalieri e prodi,
a lui non fummo di gran lunga eguali.
Esso ebbe qui divini onori e lodi,
non pur da noi ma da gli dèi immortali;
in guerre, in cortesie, con tutti i modi
spiegò di lui la fama le grandi ali.
Poi nel fin così nobile alto core
finì i suoi giorni per cagion d’amore.

130Perch’io, lettor, ti prego e ti consiglio
che s’aver vuoi pregiata e lunga vita
fuggi lontan l’amoroso periglio
che con inganni a i propri danni invita;
e poi che quel ch’a marte rassomiglio
fece del mondo aver sozza partita,
pensa quel che farà ne gli altri poi
più bassi ingegni e non maggior di noi.

131Così diceva il porfiro, il qual legge
molte volte Breusso, e seco dice:
– Questo mi risospinge alla mia legge
ch’or lassai, stolto, e che mi fea felice,
e fo voto a Colui che tutto regge
che dentr’al cor nell’ultima radice
avrò la notte e ’l dì queste parole
consegrate, scolpite, eterne e sole -.

132Indi guardando scorge un’altra porta
la qual era alla stanza assai vicina;
d’entrarvi il dubbioso animo conforta
e cercar s’ivi fia cosa divina,
e come chi del Ciel aggia la scorta
cotal sicuramente allor cammina;
pargli d’ogni altra pria maggiore alquanto
quadrata, e vede un letto in ogni canto.

133Di seta, d’oro e d’ostro era coperto
e dipinto a bellissime figure,
che celesti sembianze avevan certo
pur in maniere lagrimose e scure.
Lì sopra si vedea qual sole aperto
splendor di lucentissime armature,
né vi mancava scudo, lancia, spada
di cui sommo guerrier fornito vada,

134né trovar si potrebber le migliori,
e ben il cavalier le mira intento.
Gli scudi eran divisi in due colori
per lo lungo, uno azzurro e l’altro argento;
sì grandi son che quattro de i maggiori
c’oggi abbian arte, forza et ardimento
non gli avrebbero alzati pur da terra
non che portati in torneamento o in guerra.

135Poi ch’egli esaminato ha tutto bene,
entra in un’altra camera più grande,
perché di ritrovarvi ancora ha spene
di simili al suo cor degne vivande.
Vede che in mezzo riccamente tiene
un sacro altar che poco il giro spande,
ma coperto di veste aurate e belle
ove appariva il sol fra molte stelle.

136Sopra il qual vede star due ceri ardenti,
di che s’allegra, nel suo cor parlando:
– Qui si puote sperar ch’abitin genti
che ci venghin i lumi ristorando,
perciò che di ragion sarieno spenti
poi che il filo e la cera fusse in bando -.
E si rallegra tutto e si consola
di non trovar la ricca stanza sola.

137E benché fusse vòto di pietate
e sopra ogni mortal malvagio e crudo,
pur s’inginocchia e l’alta pia bontate
divoto adora e tiene il capo nudo.
prega per l’alme quivi trapassate,
per sé da poi, che gli sia scampo e scudo
contra il nemico uman per quelle cave
e di tornarlo al mondo non le grave.

138Indi in una gran sala muove il passo
che passava tutte altre di grandezza,
ma d’abito negletto, vile e basso
come di chi l’’umane cose sprezza.
Tre letti vi son nudi, et hanno un sasso
ciascun per origlier di alta durezza.
Quando vide sì povero ogni arnese
che romiti vi sien certezza prese.

Libro XIII

ultimo agg. 13 Settembre 2015 13:44

Breusse racconta a un vecchio che si trova nella spelonca chi sia il miglior cavaliere dei tempi moderni (1-40,4)

1Mentre intra sé pensava in questa guisa
vede un vecchissimo uom a punto entrare,
con una cotta bianca rotta e ’ncisa
tal ch’alla vista di mille anni appare;
la lunghissima barbar in due divisa
fino al ginocchio si vedea cascare,
candida più che in Apennin la neve
quando più l’Aquilon nel verno è greve.

2Del medesmo color inculta scende
della antica sua fronte alla cintura
la reverenda chioma, il corpo pende
stanco, incurvato vêr la terra dura.
Con tutto questo pur vi si comprende
che già sia stato grande oltr’a misura,
perché di molto ancor Breusso avanza
e gli altri poi della moderna usanza.

3Ben pareva a mirar caduco e frale
e non molto possente della vista,
ma presenza mostrava alta e reale,
non molto lieta, non del tutto trista.
A gli antichi profeti pare eguale,
c’hanno alla deità natura mista.
Passa oltre lento lento e di Breusse
non più s’accorge che s’altrove fusse.

4Ma il cavalier, ch’a canto lui si vede,
gli disse tutto umil: «Dio sia con voi».
Il buon vecchion, che solo esser si crede,
non ebbe tal timor prima né poi,
e se avesse sì pronto avuto il piede
com’egli ebbe altra volta a i desir suoi
si fuggia certo, dubbio tal l’ingombra
che non fusse lì scesa infernal ombra.

5Ma quel, che del timor suo s’era accorto,
tosto soggiunse: «O santo padre antico,
non dubitate no, che nessun torto
da me riceverete che d’amico.
Vesto le membra ancora e non son morto,
cavalier vivo all’opre rie nemico,
e qui dal mio destino scorto sono,
né so ben anco se malvagio o buono.

6Pur mi conforto assai poi che ci trovo
quel ch’io non mi credeva, uomini in vita».
Drizzò il vecchio la fronte al parlar nuovo,
e con voce tremante ma gradita:
«Signor,» disse «al dir vostro mi commuovo
più che di cosa c’ho gran tempo udita,
perché molti anni son che cavaliero
non vidi mai per questo stran sentiero,

7fuor che due soli che qui dentro stanno.
Per ciò vi prego per cavalleria
che non vi apporti il seder meco affanno,
e darmi nuove come il mondo stia,
chi sieno i cavalier ch’oggi il pregio hanno
e che van dritti all’onorata via.
Anch’io fui cavalier, ma troppo tempo
è ch’io lassai, né lo lassai per tempo.

8E se buona avventura mi dia il Cielo
più di cento anni son ch’io spogliai l’arme,
e ben aveva allor sì bianco il pelo,
sì frale il resto che de i membri aitarme
più non poteva, e poi che qui mi celo
non ho potuto ancor mai disfogarme
di ragionarne pur se non co i duoi
ch’io vi dissi davanti et or con voi.

9Però vago sarei, se ciò vi aggrada,
d’udir da voi di lor vere novelle,
chi con la cortesia, chi con la spada
fa più che ’l mondo d’oggi ne favelle,
perché mentre io seguì la vera strada
non feci già dell’opere più belle,
ma le feci pita tai ch’alcuna volta
non m’era de i miglior la palma tolta».

10Gli rispose Breusso: «Io son contento»,
e così insieme acconci s’assedero.
Ivi il domanda s’ha conoscimento
di che regga di Logre il sommo impero.
«Non,» disse il vecchio «e ben n’avrei talento»,
et egli: «Oggi n’è re, per dire il vero,
un che d’esser cotal ben è ragione,
il grande Artus figliuol di Pandragone».

11Rispose il vecchio: «Assai parlar udio
del buon re Pandragon, ma no ’l vidi unque,
e ch’era valoroso, saggio e pio,
e se questo il simiglia è tale adunque».
Gli conferma Breusso: «O signor mio,
quanto ricuopre il cielo e tutto ovunque
abiti seme umano in terra o ’n mare,
non si ritroverebbe al nostro pare.

12Il grande Artus la regia mano in prima
ha valorosa e forte, e ’l core ardito,
cortese e liberal, che tien la cima
d’ogni altro rege e ’mperador compito.
Solo il ben far non le ricchezze stima
tal che la fama corre in ogni lito».
«S’egli è qual dipignet» disse il vecchio
«veramente è del cielo essempio e specchio,

13e s’egli ha cavalieri a lui d’intorno
che ben sien degno della sua virtude
tosto avrà il capo di corona adorno
di quanto il ciel sotto il suo manto chiude.
Ma, senza avergli, tal dannaggio e scorno,
come chi nuoti in mar sopra una incude,
ritrarrà d’ogni impresa, ch’un sol uomo,
s’ei non ha buon compagni, tosto è domo ».

14Rispose allor Breusso: «Io vi prometto
che non gli manca ancor di questa altra parte
che dugento anni son che sì perfetto
non fu il nostro paese di buona arte».
Replica allora il vecchio: «Il vostro detto,
per quel ch’io pensi, da ragion si parte.
Or non pensate voi che molto meglio
fusse Marte in onor nel tempo veglio?

15E che fusser più grandi i cavalieri
e di più forza e di maggior ardire?
Ditemi, prego, se tra quei più feri
mi potreste il maggior o ’l minor dire».
Breusso, che in vero era un de i più alteri
e più membruti, disse: «A non mentire
io sono un de i più grandi e meglio aitanti
che sien là su tra i cavalieri erranti».

16Rispose il vecchio: «Adunque molto poco
posson valer quei ch’oggi al mondo sono?
Di breve esca non può nascer gran foco,
ma resta al cominciar in abbandono.
un picciol come voi mi sembra un gioco
da dargli in guerra ogni vantaggio in dono».
«Come,» disse Breusso «in un minore
non si truova sovente un maggior core?».

17«Sì» disse il vecchio, et egli: «Or non vi pare
che in voi più faccia il cor che tutto il resto?
Quel può sol l’uomo infino al cielo alzare,
terrestre, grave e di vil loto è questo;
questo ubbidire e quel dèe domandare,
questo cerca il riposo e quel l’onesto;
quello in somma è il signore e questo il servo,
tra la carne legato l’osso e ’l nerv».

18«Voi parlate come uom d’onor ripieno,»
soggiunse quel «ma dite se vi piace
se ’l cuor grande è soverchio e ’l corpo meno
può che ’l suo disegnar, come allor face?
Ragion mi par che di egual posse sieno,
se non sovente l’uno e l’altro giace,
e ’l bene incominciar per fornir male
è folle impresa che niente vale.

19Arditi esser ben pon ma di gran forza
non potrei creder qui ch’ei fusser mai,
e so che la midolla alla sua scorza
deve spesso donar soverchi guai,
e se i desiri il debil non ammorza
al giudicio di me fallisce assai
solo al bisogno estremo den provarsi
questi tali e nel resto essere scarsi.

20Io vidi un tempo i buon signor di guerra
sì feroci, sì arditi e sì possenti
che se fussero or tai saria la terra
sempre in pena, in periglio, in fiamme ardenti,
et ogni buon che non vaneggia et erra
deve Dio ringraziar che sieno spenti
perché a valor sì grande, a tai disegni
eran poco tre mondi e mille regni.

21Era un sol cavaliero ardito e spesso
d’assalir una grande oste e bene armato,
e la vittoria si restava ad esso
sì che da gli inimici era adorato,
e s’ei si fusse tutto il mondo appresso
visto all’incontra non avria voltato;
e ben potea di loro uscir tal frutto
perché egli eran guerrier compiti al tutto.

22Era forza incredibile la loro
a piedi et a caval, con lancia o brando,
o ’l cipresso portavano o l’alloro
d’ogni alta impresa, e ’l timor giva in bando.
Ma or qual far porrian sommo lavoro
i moderni campion?, che immaginando
vo quali e’ sian con la misura vostra
in lotta, in guerra, in torneamento o in giostra.

23Noi siam qui dentro di sì lunga etate
tre cavalier che ci reggiamo a pena,
con tutto ciò mi penso in veritate
ch’al più forte di voi daremo pena,
tanto mi par che alle stagion passare
ne creasse natura d’altra vena
e di nervo miglior e di più possa,
come ben il mostriamo a i membri e l’ossa».

24Sorridea molto forte in sé Breusse
delle parole del guerriero antico,
e gli parea che come vecchio fusse
del suo tempo passato troppo amico.
L’altro, che ’l vide in cruccio, si condusse
dicendo: «Io prego il Ciel mi sia nemico
s’io non vi mostro con parte pruove
che non follia ma il vero a ciò mi muove».

25Allor ride ei più forte, e gli soggiugne:
«Or vi stimate voi di me più forte
che giovin sono e voi non sète lunge
dall’ultima vecchiezza e debil sorte?».
L’altro, che or sente che sì dolce il punge,
dice: «Quantunque io sia vicino a morte
e ch’io sia curvo e basso, ancor sono io
di voi molto maggior al parer mio,

26e maggior forze assai di voi farei.
Non già snello e leggier porto le membra
sì come nel fiorir de i giorni miei,
d’esser quanto alcuno mi rimembra,
e menzogner del tutto mi terrei,
che peccato vilissimo mi sembra,
se d’avanti, signor, il partir vostro
non vi ho co i fatti ch’io sia tal dimostro.

27Pur questo sarà poi, ma in questo tanto
dite s’ora è fra voi guerrier perfetto,
che sopra tutti gli altri si dia vanto
d’esser nel mondo per migliore eletto».
Quando l’ode Breusso pensa alquanto
ch’all’onor d’altri e suo porta rispetto,
poi gli risponde: «Molti ne conosco
famosi cavalier che vivon nosco,

28ma se, mi salvi Dio, di chi sia tale
qual voi volete dir mal si porria,
se ciò non fusse pur un ch’ora eguale
là su non truova di cavalleria.
Questo ond’io vi ragiono in guisa vale
in ogni alta virtù che ’n pregio sia
che non ha pari e ’l vede apertamente
la gran Brettagna e tutta l’altra gente.

29Questo è perfetto sol, de gli altri dire
non ardirei il medesimo sì certo».
Risponde il vecchio: «Io ho sommo desire
che mi narrate il suo legnaggio aperto,
perch’un tal cavalier, di tale ardire
non devria il nome suo tener coverto».
Disse Breusso: «In vero io non so il nome,
né so d’onde si venne o quando o come.

30Né penso anco che in Logres sia chi ’l saccia,
tanto va sempre tacito e nascoso,
di gran persona, di gioconda faccia,
dolce, cortese, umano e grazioso,
e solo in operar cosa che piaccia
a tutto il mondo sempre è desioso.
Chi gli domanda il nome o non risponde
o che ’l suo ragionar rivolge altronde.

31Quando si truova a i principi in presenza
non fu più costumata mai donzella,
poco ragiona e dà grata udienza,
loda ciascun, di sé mai non favella,
nulla offende egli e porta a sofferenza
la gente ignara e di virtù ribella,
tal che chi no ’l conosce crederebbe
che più codardo il mondo mai non ebbe.

32Or chi ’l vede da poi con l’arme in mano
può ben dir di veder gran meraviglie.
Non libico leon, non tigre ircano
si porria immaginar che a lui simiglie.
Otto e dieci per colpo manda al piano,
né pensate che in ciò gloria si piglie,
com’ei l’arme si trae, l’ira si spoglia
perdonando a ciascun di lieta voglia.

33E s’io volessi a voi narrar a pieno
l’infinite virtù che sono in lui
prima il giorno ove siam verrebbe meno,
e seco ne trarrebbe anco altri dui,
tanta ha grandezza e nobiltade in seno
che simil mai non fu vista in altrui.
Ma come ho detto non sa poi persona
la schiatta sua, ma ben deve esser buona.

34Basta che ’l suo buon cor per mancamento
di fortezza e valor non ha vergogna.
Alto, membruto, nudrito allo stento,
fame, freddo, calor quando bisogna
non teme, e tra le pioggie, nevi e vento
così dormir alcuna volta agogna
come altri fa tra delicate piume,
e raro arme spogliar ha per costume.

35Poscia è di sì piacevole figura,
sì bel nel volto e tutto ben composto
che in lui se stessa vinse la natura
ch’a quanto nacquer mai l’ha ben preposto.
Dell’altrui ben più che del suo tien cura,
tardo al consiglio, allo aiutar è tosto,
e ’n somma al giudicar di tutto il mondo
uom non fu mai che non gli sia secondo».

36Maravigliando il vecchio allor gli dice:
«Chi puote esser costui ch’è senza nome?
troppo a tutti voi vivi si disdice
di non saper il quando, il d’onde e ’l come
venne un tal cavalier che fa felice
il secol vostro, e di sì rare some
carca il presente secol che d’invidia
empier devria la Scizia e la Numidia.

37Ma ditemi vi prego, se anni molti
passati son da poi che l’arme veste».
E quel: «Quindici almen già son rivolti
ch’esso già illustra quelle parti e queste».
E ’l buon vecchion: «Ben sète sciocchi e stolti
se in sì gran tempo lui non conosceste».
Disse Breusso: «Egli è che ben dieci anni
è stato imprigionato in mille affanni».

38L’altro, che l’ode, va pensando un poco,
e ridomanda appresso in mezzo il fronte
s’ha breve piaga, che par fatta a gioco
per render più le sue bellezze conte.
«Sì,» rispose Breusso «al proprio loco
cotai margine appar che in alto monte».
«Et io ’l conosco» adunque il vecchio accerta
«et è di luogo tal che lode merta.

39E ben avria, se ciò non fusse, il torto,
di sì gran cavalieri al mondo è nato:
il suo gran padre, a somma gloria morto,
visse sopra ciascun troppo onorato,
per ciò s’è valoroso, ardito, accorto
maraviglia non fia, né in questo lato
l’ho riveduto poi che giovinetto
mi fu portato, et era d’alto aspetto».

40Seguì Breus: «Se Dio vi guardi, allora
deh ditemi di lui tutto il legnaggio,
e ’l nome suo, che vince dall’aurora
fin sotto Irlanda ogni gentil paraggio».
Rispose quel: «Et io con la buon’oraIl vecchio è il nonno di Girone, che inizia un lungo racconto di vicende famigliari: dapprima narra la vicenda di Febo (ed elogio di Francesco I ed Enrico II di Francia) (40,5-66)
di tutto quel ch’io so vi farò saggio.
Il suo principio fu quel ch’ivi giace,
con le membra su ’l letto e l’alma in pace.

41Il qual fu di costui proprio bisavo,
e visse in terra con suprema lode.
io di questo son figlio e di quello avo.
Suo padre, mio figliuol, le inutil fronde
fuggì del mondo, e ’n questo loco cavo
tranquilla e quieta vita meco gode,
lassato avendo nel mortale agone
questo, onde noi parliam, detto Girone».

42Quando ode il nome allor ch’udito avea
mille fiate, al vecchio s’è rivolto
Breusso, e dice: «Mille volte avea
udito ragionar di costui molto,
ma che già fusse morto mi credea,
e più di un meco tale errore ha involto,
né potea cosa udir la più gradita
che saper sì gran nome e che sia in vita.

43E poi che infino a qui fuste cortese
non vi incresca a narrarmi ancora appresso
di che sangue sia nato, in qual paese,
se ignobile o gentil, lontano o presso».
Il vecchio, che di ciò diletto prese,
disse: «Signor, e ciò vi fia concesso,
e senza altro proemio dico in prima
che di gran nobiltade esso ha la cima.

44Or dovete saper che ’l più gran regno
che già mai fusse in terra e che mai fia
s’appartiene a Giron per dritto segno,
quando a lui fatta la ragion ne sia:
questo è ’l gallo terren che certo è degno
d’aver del mondo eterna monarchia,
perché a quel cavalier che morto vedi
esser si convenia tra i primi eredi.

45Ma perché ei nacque al mondo di tal cuore
e così grande fu con l’arme in mano
che pensando in tal modo esser maggiore,
donò quel regno al suo minor germano,
che ’l governò con senno e con valore,
crescendo il nome dell’onor cristiano.
Poi d’un mio figlio fu, di cui n’è stato
Giron, ch’or è da voi tanto pregiato.

46Ma quello ancor l’abbandonò in usa vita
e ’l rimesse in le man d’un suo nipote
per esser meco qui solo eremita
senza curar fortuna e l’empie ruote,
e l’altro al far dal corpo dipartita
lo scettro diè con amorose note
e consenso del popol ch’era a fronte
al cugin nostro, detto Faramonte.

47Il quale è veramente d’alto affare
e degno governar sì bel paese,
perc’oltre alle virtù pregiate e rare,
d’arme, di senno e di valor cortese,
sappiam certo fra noi che debbe fare
mille altere, onorate e belle imprese,
che faranno parlar mille anni e mille
più di lui, forse, ch’altri mai d’Achille.

48Ma questo è nulla al par di quei che denno
uscir di lui reggendo a i Franchi il seno;
taccia la Gallogrecia del suo Brenno,
e di molti altri che non furon meno,
che fecer all’onor ben picciol cenno
verso i futuri re che di lui fieno,
Carli, Pipini, Filippi e Luigi,
la cui fama non curi i regni stigi.

49Questi faran che l’alma Grecia e Roma
perderanno appo lor qual luna al sole,
salveranno al Pontefice la soma
delle chiavi e del manto che si cole,
coroneransi la vittrice chioma
di mille altre provincie egregie e sole,
e faran che di Cristo il sommo impero
conosceranno i più per santo e vero.

50Né ti voglio io parlar di molti, i quali
gloriosi saran, com’io ti dico,
ma d’un sol tu dirò, che tra i mortali
avrà nel nascer suo sì il Cielo amico
che la fama immortal con le sacre ali
tanto alto il porterà che ’l tempo antico
n’avrà vergogna, e ’l suo per lui lodato
fia sempiterno e detto poi beato.

51E ’l nome di costui non vo’ si taccia,
perché ’l mondo ch’ora è se ne rallegri
et a lui che verrà simil si faccia,
spogli i bassi pensier dannosi et egri
et ogni vil desir che l’alme impaccia,
di Dio servando i gran precetti integri,
imparando da lui che la virtude
ogni ben ch’esser può sola in sé chiude,

52questo detto sarà Francesco primo,
il qual dopo mille anni e poi dugento,
giovinetto nel regno alto e sublimo
farà tutti i miglior di sé contento
(e perdon chieggio se qualcun deprimo,
che di affermarlo pure aggio ardimento),
di tanto avanzerà chi avverso fia
quanto avanza il ben far la villania.

53Né l’insidiar d’alquanti suoi nemici,
né la fortuna ch’al ben far s’oppone
potrann’oprar che lunghi, alti e felici
non aggia gli anni e dolce la stagione,
e che gli ingegni di bontade amici
non l’adorino in terra a gran ragione,
e che cantin di lui penne sì dotte
che mai la luce sua non giunga a notte.

54E ben il devran far, perch’esso solo
nel nostro almo terreno e ’n altra parte
alzerà di sua mano il cielo a volo,
ogni sacra scienza e divina arte,
di povertà traendo il basso stuolo
che favorito sia da Febo o Marte,
o del saggio Mercurio o d’altro dio
che de i suoi doni altrui sia largo e pio.

55Quante carte onorate s’empieranno
di dottissimi inchiostri al suo gran nome,
in mille varie lingue che faranno
forse vergogna a mille Ateni e Rome!
E dall’Asia e di Grecia a lui verranno
quelle più illustri e preziose some
dell’alte antichità che in ogni lido
già mandaron di sé famoso il grido.

56Con altra sapienza, con altri modi
aperti fieno i nobili volumi
e sciolti i dubbi e inestricati nodi
che riserrano in sé leggi e costumi.
Per lui fien spente le dannose frodi
e mostreransi aperti i veri lumi,
infino al regno suo restati ascosi
per far i tempi bei più gloriosi.

57E ’l sermon che fra noi vedi or novello
di rozza antichità tutto macchiato,
sotto l’impero suo fia così bello
e di tutte le grazie sì beato
che ’l mondo ancor d’intenderlo e sapello
si vedrà pi che in altro affaticato,
e l’italico e ’l greco senza fallo
concederai la palma al nostro gallo.

58Il qual non sarà solo a donar vita
a i suoi merti reali e senza pari,
ma qualunque altra lingua sia gradita
vorrà del nome suo se stessa ornare,
e la misera Etruria che romita
oppressa sta tra l’Appennino e ’l mare
lasserà indietro un tempo ogni altra tema
sol per cantar la sua virtù suprema.

59E sol per amor suo non ne fu grave
di lassar ire il regno a Faramonte,
dal qual verrà sì grande e sì soave
pianta che presso al sol levi la fronte,
di cui frutto gentil che nulla pave
folgore, vento o pioggia che ’l sormonte
cagion sarà che della nostra schiatta
la memoria già mai non fia disfatta.

60Perché come magnanimo e cortese
e non ingrato dell’altrui buone opre,
farà lungi sonar più d’un paese
del nome nostro se oblianza il cuopre,
e ’n molte lingue renderà palese
quel ch’or da noi che ancor vivian s’adopre,
e sopra tutt il buon Giron fia tale
ch’ei passerà d’onore ogni mortale.

61Di Francesco, ond’io parlo, alto figliuolo
Enrico fia, che di secondo il nome
porterà sì, ma sarà primo e solo
a inghirlandarse le vittrici chiome
di verde lauro, poi che corsa a volo
avrà la terra et abbattute e dome
le nazioni infedeli e fatto acquisto
del nido universal sotto al suo Cristo.

62Al qual con tanta fede obbediente
e della legge santa osservatore
sarà ch’ogni vicina e strana gente
avrà di lui servir suppremo amore.
La più candida, pura e chiara mente
non aspirò già mai con tanto onore
alle cose divine come in quello
che farà il secol suo dorato e bello.

63Invittissimo fia, perché fortuna
tanto esso adorerà quanto odiò il padre,
e l’argentata sua felice luna
sormonterà Saturno e le leggiadre
luci che ’l cielo empireo in seno aduna,
tal che si mostreranno e basse et adre
le fiamme allor di tal che pensa seco
di far il sol tornar non ch’altro cieco.

64L’invidia vincerà de gli avversari
sì che cedere a lui saran contenti,
spireranno al suo sen soavi e chiari
tutti i migliori e più felici venti,
germi usciran di lui sì grandi e rari
che porrian comandar a gli elementi,
tal ch’ogni stil di virtù vera amico
stenderà in carte poi l’invitto Enrico.

65L’onor del tosco suo fiorito nido
congiunta avrà la chiara Caterina,
la qual fia detta tal ch’eterno il grido
ove il sol monta e dove il mar s’inchina,
ove ha più freddo, ove ha più caldo il nido
per tutto andrà di sua bontà divina,
di cui sì bella prole e larga fia
ch’ancor simile a lei non venne pria.

66Ma che direm della onorata suora
dell’alma preziosa Margherita,
di cui le Muse e chi Parnasso adora
sede non ebber mai così gradita?
Costei d’ogni virtù che ’l Cielo onora
sarà speglio e timone e calamita,
sì che ’l suo sangue altissimo e reale
sarà la dote in lei che manco vale.

Quindi narra della discendenza materna di Girone (67-74)

67Or io v’ho conto a punto quale e quanto
il sangue di Giron in alto saglia,
ma ben credi io ch’ei non ne sappia tanto
e sol dell’onor proprio oggi gli vaglia,
cercando in cortesie portare il vanto
di dolce in pace, di fero in battaglia,
di nobiltà tenendo il conto istesso
che di ben che fortuna gli ha concesso,

68il quale è da stimar veracemente
perché all’altre virtudi è degno fregio.
Ma chi troppo orgoglioso se ne sente
meriterebbe averne onta e dispregio,
che in molti spesso ha le radici spente
d’ogni altero desir di fatto egregio,
che parendogli assai la nobiltade
neghittosi sen van per fosche strade.

69e non sanno gli sciocchi che salire
convien a lor con più penoso passo
e mille volte il dì prima morire
che di bel faticar mostrarsi lasso.
Qual vergogna è maggior che spesso dire:
– I miei primi eran alti et io son basso? -.
E chi virtù non veste di lui degna
d’scura ignobiltà bramoso vegna.

70Sì che sotterra vivo si ritrove
ove manco sien visti i suoi difetti,
e nessun è ch’a maraviglia muove
perché di lui non par ch’altro s’aspetti.
Ma chi conta tra’ suoi Mercurio e Giove
se non avanza in tutto i più perfetti
non si fa più che onor danno e vergogna,
mentre il folle maggior mostrarsi agogna.

71Ma non così Giron, né ’l feci anch’io
mentre nel mondo fui, né tutti i nostri,
e s’io non fui maggior che ’l padre mio
fu il voler tal de gli stellanti chiostri,
ch’al men mi posi in pruova e non fui rio
come si può saper senza ch’io ’l mostri,
né tutti esser possiam Febi e Gironi,
sforziamci almen di comparir tra i buoni.

72E non far a gli antichi brutta piaga
che non possa guarir mai ferro o foco,
ma sempre s’affatica, anima vaga,
di lodi, e non si prende i biasmi in gioco,
né per l’erto e sassoso andar si smaga
fin ch’ell’arriva al disegnato loco,
e se pur in cammin montando muore
scusala il buon volere e ’l nobil cuore.

73E lassiam tutto andar, voi sapete ora
di Girone il legnaggio tutto a pieno,
il qual è nobilissimo, et ancora
dallo lato materno non è meno,
che d’Eliano il grosso venne fuora
che di Abarimizia, già d’anni pieno,
era nipote, e ’l mio figliuol suo padre
ha fatte molte al mondo opre leggiadre.

Infine della vicenda di Febo, vincitore dei tre re di Bretagna (75-150)

74Fu fortissimo un tempo e valoroso
ma non vel pensereste ora al vedere,
perché di poi che qui venne in riposo
tanto siam parci nel mangiare e bere
ch’ogni membro si fa greve e noioso
sì che possiamci a pena sostenere;
pur Dio n’aiuta, e sì farà da poi
ch’ei n’ha creati e ne ritien per suoi».

75Qui tacque il vecchio, e seguitò Breusse:
«Signor, più gran piacer non ebbi mai
che di udir il buon seme che produsse
tal frutto, ch’è miglior de gli altri assai;
e ben giurato avrei prima ch’ei fusse
di re venuto e di celesti rai,
tali ha parti illustrissime infinite
da gli uomini adorate e ’n Ciel gradite.

76Ma poi che voi mi feste tanto bene
di narrar di Giron quanto io chiedea,
ditemi ancor, se non si di sconviene,
del morto cavalier la sorte rea,
che ’n quella prima camera si tiene,
poi della donna sua, che pare dea,
e de i quattro guerrier più qua sepolti
come furon là su di vita tolti».

77Quando sente il buon vecchio le parole
dice: «Signor, e quando avrò finito?».
«Come,» fece Breusse «ancora il sole
il terzo del suo dì non ha compito;
poi tanto ha il cor piacer più che non suole
che quando fugga il lume in altro lito
passerò ben con voi questo altro giorno,
poi doman verso il vespro in alto torno».

78Qui riprese il gran vecchio sorridendo:
«S’oggi d’esser con noi vi prende voglia,
vi tratteremo in modo ch’io comprendo,
che doman a fuggirà qual vento soglia».
Allor Breusso: «Di ascoltarlo intendo,
prima ch’io lassi sì famosa soglia»;
et ei: «Poi che n’avete tal desire
contento sono» e gli comincia a dire.

79«Vera cosa è che cavalier sì raro
che di là giace morto sopra il letto
del re di Gallia figliuol primo e caro
fu, che Crudente da i maggior è detto;
il quale un n’ebbe ancor in arme raro
e ’n ogni altra virtù più che perfetto;
ma questo qui, che Febo è nominato,
sopra ciascun mortal visse onorato,

80et a chi per ragion si devea il regno,
ma fu sì grande e forte cavaliero
che d’altri governar si prese a sdegno,
e sol d’alto valor cercò l’impero.
Dietro al qual venne al più sublime segno
ch’altro duce già mai, rege o guerriero,
e lo scettro di Francia altero e bello
in man depose al suo minor fratello,

81dicendo ch’a vergogna si terrebbe
d’aver quel che gli vien di patria sorte,
ma che co ’l suo sudor sormonterebbe
con l’aiuto del Cielo e con sue scorte
in alto sì ch’al mondo mostrerebbe
che più gran dote è l’esser prode e forte
che mille regni aver, mille corone
che ti vengon per dritto e per ragione.

82E ben il potea dir, perciò che visse
fuor d’ogni invidia senza pare al mondo,
e venga pur Achille, Ettore, Ulisse,
ch’a pena gli saria terzo o secondo,
ché quanto sono in cielo erranti e fisse
stelle che sopra noi volgono in tondo
fur congiurate a far un uom cotale
che superasse appresso ogni mortale,

83sì che mai contro a lui durar poteo
uomini a piedi o caval con l’arme in mano,
leggerissimo poi che il tigre feo
pigro parer e se ’l lasso lontano.
Così poi che la Francia in man rendeo
tutta queta e pacifica al germano,
con quaranta compagni passò il mare
per il regno di Logres essaltare.

84Non erano in quei tempi ancor cristiani
quei della gran Brettagna come or sono,
ma servavan la legge de i pagani,
privi del lume e del celeste dono,
e quei ch’oggi son fatti tanto umani
e di cui corre al mondo sì gran suono,
dico in Norgalla et in Noromberlanda,
erano allor della contraria banda.

85Là giunto Febo, adunque, come intese
tutta al ver la ragion del suo venire,
gioco se ne prendea tutto il paese
che con sì poca gente il vedea gire.
Solo ivi un re trovò molto cortese
che già del suo valor udiva dire
che in casa l’accettò, ma tutto il resto
lo schernia come matto a lor molesto.

86Era quivi in quei tempi un negromante
in quell’arte dottissimo et esperto
ch’all’arrivar del cavaliero errante
assai danno predisse tosto e certo,
dicendo a quei gran re che tutte quante
armasser le lor genti se diserto
non volevan veder il regno loro
e le lor case all’ultimo martoro.

87Soggiunse: – Un cavaliero è già disceso
per far serva di lui la terra vostra,
et è di più possanza e di più peso
l’impresa sua che forse non dimostra.
Soli ha per compagnia quaranta preso
ma basta ei solo alla rovina nostra,
che il secondo Sansone il chiamerei,
che a noi peggio farà ch’a i Filistei -.

88Avieno allor tre re fratei carnali
Noromberlanda, Galese e Norgalle,
che intendendo predir sì fatti mali
da quel che rare volte o mai non falle,
ancor ch’ei si vedessero esser tali
da non dar a mille uomini le spalle,
quindici mila pur missero insieme
de i miglior cavalier del miglior seme.

89In questo arriva lor già vere nuove
che co i quaranta sol ch’io vi narrai
Febo è in Norgalle e fa mirabil pruove
più ch’altro buon guerrier che fusse mai,
e se non gli soccorrono o essi o Giove
tosto avran morte o servitude o guai.
A i tre fratelli ancora essendo avviso
che ciò menzogna sia, muovonsi a riso,

90dicendo: – Ben siam noi codardi e sciocchi
a creder di sì pochi tante cose,
temendo poi che sopra lor non scocchi,
quasi al lupo lacciuol che ’l pastor pose,
improvisa tempesta -. Apriron gli occhi,
e conducon le genti paurose
sol della fama già verso quel loco
ove attaccato allor sentono il foco.

91Non giunti a pena son ch’egli hanno udito
come Febo avea preso un lor castello
che fortissimo è tal d’arte e di sito
che nullo è inespugnabil presso a quello.
Non si può dir se resta sbigottito
di tal principio ciaschedun fratello,
ragionando fra lor: – Poca speranza,
poi ch’egli ha questo in man, del resto avanza -.

92Pur vanno tanto avanti che han trovato
Febo alloggiato con la compagnia
sopra un profondo fiume, cui da lato
siede una bella erbosa prateria.
Come sì grandi schiere ha riguardato
tra sé si ride della lor follia,
e manda ad essi a dir: – Tornate indietro
ch’a me sarete come al ferro vetro -.

93Pensarono ei che questo per timore
fusse mandato a dir che d’essi avesse,
rendon risposta a lui che pria che ’l cuore
non gli aggian tratto ciò non attendesse,
e che l’altro mattino alle fresche ore
per far battaglia in punto si mettesse.
Ei troppo volentier dice che ’l vuole,
poi si rivolge a i suoi con tai parole:

94- Or si vedrà doman vostra virtute,
valorosi compagni e cavalieri,
poi che sì belle genti son venute
per onorarne in questi stran sentieri -.
E quei, che desperar di lor salute
cominciavan di già, quantunque feri,
dimandan tutti il numer oche sieno
quei ch’a difesa son del suo terreno.

95Rispose Febo ardito: – Ei non son tanti
ch’un buon guerrier non gli rompesse solo,
non che noi tutti cavalieri erranti
che venti volte tal vorremmo stuolo.
Quindici mila son, né fien bastanti
a regger pur il nostro primo volo,
perché facendo noi nostro devere
non potran tanta forza sostenere -.

96Quando essi udiron tanta quantitade
non è fra lor sì ardito che non tema,
e risposer: – Signor, le nostre spade
se bene aggian virtute e forza estrema,
son poche a tanti, onde a cangiar strade
vi consigliamo, e la bontà suprema
in qualche miglior parte ne fia guida
che mai non lassa chi di lei si fida.

97Or non vegnamo a manifesta morte,
che troppa ne saria vergogna e danno.
Chi cerca e tenta l’impossibil sorte
fece il contrario che i discreti fanno.
Non si deve lodar per saggio e forte
chi per vinto restar si compra affanno.
Bene è gloria il combatter con periglio
ma vie più con ragione e con consiglio -.

98Non fu irato già mai come in quella ora
il guerrier senza pari, e lor ridice
che ben or si tenea del senno fuora
d’essersi già per lor detto felice,
quando credea che quanto onor dimora
nella paterna gallica pendice
fusse in lor tutto insieme, et or s’avvede
che ben lunge è l’effetto dalla fede.

99«Io mi pensai che sotto questa insegna
temer non vi farebbe il mondo tutto,
or veggio che in ciascun temenza regna
qual contro a sferza semplicetto putto,
onde nessun di voi più meco vegna,
ché sarebbe il mio onor macchiato e brutto.
Gitene a ritrovar le vostre case
ove donne a coi pari son rimase.

100Io non cercai di nuova regione
per rifiutar già mai qual sia battaglia,
o disputar che sia senno o ragione
mentre il braccio si muove e ’l brando taglia,
e s’io non metto solo a perdizione
tutto quell’oste là Dio non mi vaglia,
e voi contate a gli altri che la mia
d’ogni lancia che punga è la più ria.

101Or vene gite adunque, o femminelle,
che potreste perir sol di spavento;
lasciatemi soletto in preda a quelle
genti che del mio fine hanno talento.
Ma se nemiche in Ciel non fien le stelle
vi farò poi saper che l’ardimento
mena a porto talor tale avventura
che la terrebbe un vil sopra natura.

102Quando i compagni il lor buon duce udiro
ch’essi avevan per guida e per signore,
senza misura allor si sbigottiro
e ’l dever combatteva co ’l timore.
Non volevan ritornar onde partiro
senza il lor capitan con tal disnore,
e guadagnar tanto difficil pruova
impossibil ciascun per sé ritruova.

103Così mentre che stan taciti e ’n forse,
Febo un de i suoi scudier fece venire,
che lo scudo e la lancia in man gli porse;
et ei, ch’era a caval, cominciò a dire:
– Quando di Francia l’altro dì m’occorse
per cercar nuovi regni dipartire,
per migliori io vi elessi tra i migliori,
or tra’ peggior vi pruovo esser peggiori.

104E perché cari amici e buon parenti
mi siete tutti, e come il mio cor vi amo,
de i vostri vili e bassi portamenti
svergognato con voi di par mi chiamo,
né mi potrei purgar certo altrimenti
che per un modo sol ch’io lodo e bramo:
questo è che di mia man vi uccida tutti
per non veder mai più di voi tai frutti.

105So ben che nel fuggirvene ora in Francia
voi sareste assaliti o in mare o in terra,
e senza oprar, cred’io, spada né lancia
sareste quai montoni uccisi in guerra,
et io n’arrossirei troppo la guancia
e cadrebbe il disnor in chi non erra,
né morir del mio brando vi dolete
ch’anche di tal favor degni non sète.

106Anzi devreste così morti poi
renderne grazia a Dio ch’io fatto l’aggia,
che voi che pasto sète d’avvoltoi
e da lupo e da fera impia e selvaggia
avreste appresso per le man di noi
onorato sepulcro in questa piaggia,
senza scrittura pure, a fin che mora
l’onta e ’l nome di voi sola in un’ora.

107Or voi guardate omai che morti sète
né contro al poter mio sarà difesa,
perché l’arme d’uom vil come sapete
non punge o taglia né può far offesa,
né sendo ancor men rei campar potrete
ch’io già condussi a fin più grande impresa,
e doman spero quei tre re prigioni
menar legati in questi padiglioni -.

108Quando i quaranta suoi guardano il volto
di Febo senza par che getta foco,
restò ciascun di tanta tema involto
che fuggito saria s’avesse loco.
un suo cugin german, ch’era di molto
valor più d’altri, si pensò per gioco
fusser fatte da lui quelle minacce,
infin ch’interamente il ver ne sacce,

109e gli dice: – Signor, dite da vero
o schernendoci pur queste parole? -.
Rispose l’altro allor più che mai fero:
– Io l’ho detto per farlo e non mi duole,
se non che tutti omai nel cimitero
non vi ho serrati ove non luca il sole.
Difendetevi pur ch’io v’assicuro
che tosto andrete per cammino oscuro -.

110Tutto cortese replicò il cugino:
– Io dissi il mio parer ch’era cotale,
ma nel vostro voler tutto m’inchino.
Seguirol vivo e morto al bene, al male -.
L’altro stuol tutto ch’ivi era vicino
si fece seco di sentenza eguale,
e giurò d’obidir Febo in quel giorno
e ’n ogni tempo e loco essergli intorno.

111Così fatti d’accordo dismontaro
sopra l’erboso prato in riva al fiume,
di vivande e di vin si ristoraro,
in tanto Apollo lor tolse il suo lume.
Stan vigilanti el’arme non spogliaro
sì per ch’era de i buon lungo costume,
sì ch’avean sì vicino il nimico oste
c’han da temer di lui l’insidie poste.

112All’apparir del dì l’altra mattina
ecco i tre re che già in battaglia stanno
per passar la riviera a lor vicina
e dar a gl’inimici eterno danno.
Quei di Norgalle, al cui poter s’inchina
la provincia d’intorno, innanzi vanno;
son cinque mila e tutti cavalieri
nell’arme ammaestrati, arditi e feri.

113Tosto che son di qua la compagnia
di Febo senza par già muove il piede
per assalirgli e per disfargli pria
che gli altri ch’era poi cangiasser sede.
ma il duce lor, che vuol che intera sia
la vittoria e la gloria, no ’l concede,
dicendo: – Al valor nostro pochi sono
sì che d’attender gli altri sarà buono.

114E tanto più, ché s’ei che son rimasi
vedessero i compagni vinti e morti,
fatti saggi fra lor per gli altrui casi
si fuggirebber da paura scorti -.
Di tutti quei quaranta e nessun quasi
che in suo cor non gli doni mille morti,
pensando che ’l domargli a poco a poco
era più la ragion di questo gioco,

115ma temon sì di lui ch’alcuno ardito
non fu di contradire al suo parere.
In questo già passato al proprio lito
il re galese si potea vedere,
poscia il noromberlando ad essi unito
vien con altri tanti uomini e bandiere;
fan di lor tre battaglie e della prima
il famoso Norgallo avea la cima.

116Non altrimenti il nibbio a primavera
che tutto il giorno dimorò digiuno
che ritruova una chioccia vêr la sera
su i nudi campi fuor di tetto o pruno
che con roco cantar mena la schiera
de i suoi pulcini e scuopre esca a ciascuno,
che con adunco piè, con aperta ala
e co ’l becco mordente a quei si cala

117allor corre il gran Febo sopra questi
quanto può co ’l caval di furia acceso.
Beati quei che di fuggir son presti
né cercan sostener sì fatto peso.
Tra i primi ch’al suo gir truova molesti
fu il gran Norgallo, che per terra steso
passato dalla lancia morto cade,
poi con lui dieci insanguinàr le strade.

118Né prima si troncò l’asta famosa
ch’oltr’a questi di poi n’abbatte venti.
Co ’l brando appresso non rimane in posa
ch’una tempesta par di vari venti,
ch’ora una gran pino, or una quercia annosa
sveglie, ora una capanna con gli armenti
rivolge sotto sopra e ’n aria scaglia,
e contr’al cielo ancor s’arma a battaglia.

119Ei per traverso quattro volte corse
quello squadron gettando morti a terra,
poi tutto intorno ratto il ritrascorse
tal che d’essi nessun gli fa più guerra.
Gira in questa la vista e ben s’accorse
che ’l re galese quanto puote il serra;
lassa adunque costor distrutti e lassi
e dove son gli interi volge i passi.

120Vangli dietro i quaranta in quella forma
che i piccioli bracchetti al grande alano
poi che han scoperta per la schiera l’orme
e tratto il lupo nello aperto piano,
che sol latrando il seguitano in torma
fin ch’esso il giunge a qualche passo strano,
e per modo il ferisce, ch’essi ancora
sicuri vanno ad aiutar che mora.

121Con la medesma forza e d’avantaggio
i secondi nemici mette in caccia,
muore ivi ogni uom ch’all’altrui spese saggio
la salute co ’l piè non si procaccia;
poscia il gran re, ch’al nobile paraggio
venne animoso, come l’altro il caccia
morto tra i piè del propio suo cavallo,
e ’l fe’ compagno al suo fratel Norgallo.

122Tal che in men di tre ore a fin condusse
le due prime battaglie e fece in guisa
che ’l fiume ivi vicin parea che fusse
nuovo arabico seno a chi l’avvisa,
e sì gran tema ne i nemici indusse,
oltr’a la miglior parte ch’era ncisa,
che chi vivo si vede cerca scampo
et a i franchi guerrier lassano il campo.

123Dimora intera ancor la terza banda
a cui toccò per sorte il retro guardo,
ov’eran quei della Noromberlanda
sotto il lor re che fu prode e gagliardo;
il qual tutto doglioso a i suoi comanda
che nessun sia contr’a i nemici tardo
in vendicar la morte de i congiunti
a l’estrema vergogna e morte giunti.

124Ora il feroce Febo, che non pure
stanco non è ma più che mai disposto,
a i suoi compagni in voci alte e sicure
disse: – Andiamo a trovargli e facciam tosto
pria che tardanza tanto onor ne fure,
che Dio ci ha innanzi per suo grazia posto
sappiamlo ben usar, ché la fortuna
a chi soverchio indugia il volto imbruna -.

125Non è da domandar se quei quaranta
de i quai non era un sol ferito o morto,
che ben per pruova tutto il giorno quanta
virtude fusse in esso avieno scorto,
muovono allegri, e ciaschedun si vanta
di menar gli avversari a tristo porto
perché cosa non è ch’accresca il cuore
quanto il gustar sola una volta onore.

126Ne vanno adunque stretti e Febo innanzi
par tra i minori armenti sempre un toro,
che tutti gli altri della fronte avanzi
o tra i minor metalli appariva oro
forbito e dalle fiamme uscito dianzi
per dottissima man chiaro e decoro,
e percuote in tal guisa quelle schiere
che Marte non pur lor faria temere.

127E quanto quei per le vittorie arditi
tanto gli altri perdendo eran più vili,
quei fer leoni e questi sbigottiti
sembrano agnei lontani a i loro ovili.
Pesantissimi colpi et infiniti
mena il buon Febo e ben mille fucili
mostra aver nella spada tanto fuoco
fa di loro arme uscir per ogni loco.

128Dell’arme foco trae, de i corpi sangue
quello invitto guerriero, e ’ntorno mena
già mezzo il popol di paura esangue
traboccato si truova su la rena.
un’altra parte miserella langue
nella riviera di lor membri piena,
annegata fra l’onde e tutta insieme
per paura se stessa intrica e preme.

129Era sì colma d’arme e di cavalli
e di morti e di vivi il largo fiume
ch’eran serrati i suoi correnti calli
sì che l’onda stagnava oltr’al costume.
Delle grida e rumor suonan le valli
dell’alto polverio smarrito ha il lume
il biondo Apollo in ciel, e ’n ogni canto
pare uno inferno oscuro in duolo e ’n pianto.

130E per non esser lungo, in poco d’ora
si son tutti i nimici abbandonati,
a i Galli il campo libero dimora,
né quei che son fuggiti han seguitati.
Non resta ucciso il lor signore allora,
poi per dolor de i due fratelli amati
de i morti amici e dello esilio rio
gran maraviglia fu che non morio.

131Or fu sì grave l’alta di sconfitta
dell’oste de i tre re ch’io vi racconto
che restò la provincia derelitta
di cavalieri e uomini di conto.
Sol di vil turba vedova et afflitta
di popol basso e nel ben far mal pronto
fu gran tempo abitata, pur da poi
ritornò tosto a i primi tempi suoi.

132Già qui non resta il cavalier perfetto
ma con la compagnia quel fiume passa.
Truova poco oltre vago e bel boschetto
là dove un monte più le spalle abbassa;
lì, presso una fontana, a suo diletto
fa riposar la gente ch’era lassa,
ciascuno smonta e l’arme si dispoglia,
scaccian la fame e l’assetata voglia.

133Poi che son ristorati il guerrier franco
comincia a ragionar: – Diletti amici,
il Ciel, ch’alla bontà non vien mai manco,
ci ha di sua grazia oggi fatti felici,
ov’io lassava svergognato e stanco,
se creder vi volea queste pendici,
ricercando la Gallia dove eterno
sentito avreste dir mio biasmo e scherno.

134Ma la divina voglia e ’l mio buon cuore
e la vostra fedele e salda aita
n’han qual vedete dato un tale onore
che sempre gloriosa avrem la vita;
però non ritornate al vecchio errore
di temer troppo, e gir per la via trita
a schivando de i bassi le pedate
tentate cose escelse e ben oprate.

135E pensate pur certo che fortuna,
e ’l ciel che ne conduce e Dio che ’l muove,
mostra chiara la faccia o poco bruna
a chi si mette all’onorate pruove,
e se tutto è mortal sotto la luna
rivolgiamo i pensier in parte dove
non possa morte oprar, guardimo in suso
e sol quel ch’è divin mettiamo in uso.

136E qual è più divin, qual più simiglia
a chi qui ne creò che l’oprar bene?
che cerca cose altere a maraviglia
onde all’eternità ratto si viene?
Beato è quel che a questo s’assottiglia
e tutto il resto come fango tiene.
Questi piacer mondan, queste ricchezze
dolci alle genti fral le fere avvezze.

137Ma sopra tutto l’onorato e saggio
cavalier che l’altezza e virtù stima,
di codardigia l’ignobil paraggio
sotto i piè metta, e l’ardir porti in cima,
che sopra tutti gli altri ha gran vantaggio
chi mai non la conobbe appresso o prima,
e sappiate di ver che chi l’ha seco
è in questo mondo fral negletto e cieco.

138Pria che temenza, in noi la morte vegna,
la qual chi virtude ha curar non deve.
Seguiam del vero onor la sacra insegna
e per lui di morir non ci sia greve.
Seguitiam pur la strada dritta e degna
del nostro sangue in questo secol breve,
che lasciando quaggiù perpetua palma
gradita al suo Signor ritorni l’alma.

139Non parlo ciò perch’io di voi non pensi
ogni gran bene e già la pruova ho vista,
ma per farvi i desir più fermi e ’ntesi
di morir volentier dove s’acquista
vita più lunga e bella, che da i sensi
non ha, come ora aviam, la ragion mista,
ma tutta chiara, pura, alta, immortale,
do fortuna o di tempo non le cale -.

140Tale a i compagni suoi Febo parlava
quasi sdegnoso e gli ammoniva in parte,
come quel che formar desiderava
l’animo abietto lor con sì bella arte,
e per un’altra volta apparecchiava
che di voglia miglior seguisser Marte,
né finito have il ragionar a pena
ch’uno a lui presa una donzella mena.

141La qual del re Norgallo era figliuola,
ch’avendo inteso misera la fine
del buon padre e del zio da i suoi s’invola
tra folti boschi e tra pungenti spine,
e viene al campo ascosamente sola
trista disprezzando le beltà divine
per sotterran quei due, ché mal le sembra
lassar cibo d’uccei sì nobil membra.

142Ma i merti di pietà non potèr tanto
che non fusse in cammin trovata e presa,
e condotta ivi tra sospiri e pianto
al sommo vincitor dell’alta impresa.
Febo l’accoglie e la rimira al quanto
e di vederla in guai troppo gli pesa,
e domanda i poi la compagnia
s’alcun sapesse chi la donna sia.

143Un cavalier di quei della contrada
che ’l suo trionfator seguito avea,
ch’a i nimici anco la virtude aggrada,
sì ch’esser sempre seco omai volea,
disse: – Io non so, signor, per quale strada
l’ha qui condotta la sua sorte rea;
questo so ben, che la donzella è tale
che vien di sangue altissimo e reale.

144Ella è del re Norgallo amata figlia
ch’oggi in guerra morì per vostra mano -.
Febo cortese allor si maraviglia
come or sia quivi in questo modo strano.
Guarda il bel viso e le lucenti ciglia,
gli atti suavi e ’l bel sembiante umano,
e rispose: – Sia pur chi vuole il padre,
che maniere ha bellissime e leggiadre -.

145- Ah (disse il cavalier) se voi vedeste
la cugina di lei noromberlanda
Venere istessa la giudichereste
che venisse dal ciel, non d’altra banda.
L’alte fattezze, le parole oneste
ch’Amore in bocca di sua man le manda
trarrien certo, cred’io, fuoco del ghiaccio
et ogni suo risguardo è dardo e laccio -.

146Sente dentro al suo cor molto diletto
di sentir lei lodar che mai non vide,
e dice al cavalier che ciò gli ha detto:
– Io non so s’al parer di voi m’affide,
ché ’l tutto è di costei tanto perfetto
che primavera par quando più ride,
né creder so che si ritrovi al mondo
volto ch’a questo qui non sia secondo -.

147L’altro, quasi cruccioso, fa risposta:
– Or sacciate, signor, che come a voi
di prodezza e valor nessun s’accosta
nell’opra marzial di tutti noi,
così null’altra, e sia bella a sua posta,
s’agguaglia a quella et a i begli occhi suoi -.
Risponde Febo: «allor se vero è questo,
Dio mi dia grazia ch’io la veggia e presto».

148Alla norgalla poi lieto rivolto
le dice: – O figlia nobile e gentile,
che ben mostrate a gli atti, a i guardi, al volto
che non sète di gente abietta e vile,
come in questa miseria, ohimè, vi ha colto
fortuna iniqua e di cangiante stile?
Qual cagion in tal guisa oggi vi mena
per questi boschi di tristezza piena? -.

149Ella piangendo allor dice: – Signore,
la figlial pietade e ’l dever mio
per dar sepolcro e meritato onore
al mio buon padre ’l mio famoso zio.
E se voi porgerete il gran valore
di che sì largo onor vi ha fatto Dio,
non pur non ne sarò da voi schernita
ma mi darete ala farlo amica aita -.

150Tosto dice il buon Febo, e seco piagne
della pietà ch’avea: – Seguite l’opra -.
la fa disciorre e da chi l’accompagne
infin che quelli e chi vorrà ricuopra.
Ella, qual Filomela che si lagne,
va i corpi rivolgendo sotto sopra,
tanto che truova i due, seco gli porta
al suo castel vicin con buona scorta».

Libro XIV

ultimo agg. 13 Settembre 2015 13:57

Prosegue il racconto del vecchio: Febo assedia il terzo re, ottiene la mano della figlia (1-48)

1«Da poi che Febo di Norgalle il regno
ebbe recato all’ultima sua sorte,
ch’ogni guerriero e cavalier più degno
era condotto di sua mano a morte,
comincia a far fra sé nuovo disegno
che, poi che ’l Cielo aperte gli ha le porte,
sia suo il resto dell’isola intorno
e lo spera ben fare in breve giorno.

2Al gran re vien Noromberlando
con grandissima gente del paese,
ch’ogni buon cavaliero il segue, quando
di lui sì grandi e belle pruove intese,
la vicina contrada al suo comando
con mille ambasciador tosto si arrese,
et ei gli accetta, et usa cortesia
loro appresso domanda ove il re sia.

3Gli rispondon color che ben il sanno
che dentro ad un castel s’era fuggito,
che di genti e vivande per uno anno
ottimamente tutto avea fornito:
– Ove non può temer vergogna o danno
se da gli stessi suoi non fia tradito,
ch’ei sapeva di già ch’eri in camino
per occupare il resto del confino -.

4- Ah (rispose Febo), io ho credenza
ch’anco ciò no ’l terrà da me sicuro.
Vanne oltre adunque assai veloce senza
posar già mai nel chiaro o nell’oscuro -.
Nel quarto giorno arriva alla presenza
di quell’alto castel cinto di muro,
grosso e fore, e di larghi e fondi fossi
ove senza ali penetrar non puossi.

5Quando Febo il riguarda, e tale il truova
ben divenne in se stesse mal contento,
perch’ei conosce come umana pruova
era tutto in tal loco fumo e vento,
e risoluto al fin, ch’altro non giova,
tutto sdegnoso e pien di rio talento
l’assedia intorno, e ’n guisa tal il serra
che chi ’l crede soccorrer di lungo erra.

6Ricerca appresso da i vicini intorno
se dentro a quel castella figlia avea;
fugli affermato che co ’l padre il giorno
medesmo entrò quella terrena dea.
Chiama egli allor un cavalier più adorno
e più saggio tra’ suoi che conoscea,
comando gli ch’al re sen deggia gire
e poi gli narra quanto egli abbia a dire.

7Vanne l’ambasciador, e fugli aperta
la porta, et al lor re tosto menato;
quel cortese l’accoglie, e mostra certa
assai converso chi l’ha mandato.
L’altro con fronte umile e discoperta,
con riverenze degne all’alto stato
comincia: – O re della Noromberlanda,
Febo il gran mio signor a voi mi manda,

8Febo il più prode e degno cavaliero
che montasse destrier, ch’arme vestisse,
che di vostre onte e vostri danni altero
qui vuol finir le incominciate risse;
vi fa saper che s’al suo sacro impero
oggi o doman questo castel venisse,
per vostro buon voler, che dolce amico
esser vi vuol, se non aspro nemico.

9E se voi no ’l farete vi protesta
che l’avrà in terzo giorno a forza viva,
che basta tutto sol, signor, a questa
e via impresa maggior condurre a riva.
Or se vi cal la real vostra testa
salvar, ché del suo tronco non sia priva,
arrendetevi ad esso e non aggiate
nel vostro et altri mal voglie ostinate.

10Or pensateci bene, e fate tosta
resoluzione in voi di tanto affare,
che dalla vostra o buona o ria risposta
vita o morte crudel può derivare -.
Quando il dubbioso re l’alta proposta
con parole cotai si sente fare,
s’ei temea prima or ha sì gran timore
ch’a rispondergli sol gli trema il core.

11Pur di gesti reali ornato il volto
diceva: – Ambasciador, quanto si vaglia
il vostro re per pruova o ben raccolto
e con molto mio danno alla battaglia,
ma, lasso, mi pensai ch’avermi tolto
l’un e l’altro german che Marte agguaglia
gli devesse bastar, non invidiarme
un sì picciol castel per riposarme.

12Ma poi che così vuol il Cielo et esso
sarò co i miei più saggi ora in consiglio,
e doman poi per sicurato messo
saprà partito certo ch’io ne piglio -.
L’altro sen torna, e narragli il processo
del suo messaggio, e con turbato ciglio
sdegnoso in sé gli diè Febo udienza,
pur al fin per un giorno ha pazienza.

13L’altro re intanto i suoi fedeli aduna,
e consiglia con lor che da far sia.
Cede ciascun aperto alla fortuna
che toglie il senno all’uom quand’essa è ria:
ogni varia sentenza cade in una
ch’a discrezion di lui tutto si dia.
S’accorda anco ei, che più de gli altri teme
e che morti i fratei non ha più speme.

14Ma però che da molti aveva udito
che Febo volentier parla e sovente
della sua figlia, seco ha stabilito
di mandar lei che cerchi amicamente
d’addolcir, se potrà, l’aspro appettito
che contr’alla sua vita o la sua gente
aver potesse, e se non l’è rubello
che le chiavi gli dia di quel castello.

15Chiama adunque la figlia, e l’apre il tutto,
e le comanda poi che a lui ne vada.
La poverella il suo bel viso asciutto
tosto bagnò di semplice rugiada,
dicendo: – Padre, nell’eterno lutto
più presto andrei per la dannosa strada,
che esporre il corpo mio mondo e pudico
in man d’un sì feroce e sì nemico,

16in man di chi due re tanto congiunti
a voi, signore, e me l’altr’ieri uccise -.
Ben furo i sensi da ragion compunti
del buon parente, e quasi si divise
dal voler primo, e poi tutti riassunti
i danni che temea per mille guise
pur piangendo con lei: – Figlia (le dice),
nulla in necessità mai si disdice.

17Tu ’l fai per questa gente, per tuo padre,
per questa regione e per te stessa,
e se ben delle membra tue leggiadre
l’immagine aggia nel suo core impressa,
non stimo io che già mai sì sconce et adre
voglie aggia, e così l’anima depressa
da i malvagi costumi ch’ei non saccia
quanta di scortesia nel Ciel dispiaccia.

18Poscia il più delle volte gran virtude,
quale io conobbi ier con l’arme in lui,
castitate e modestia in sé rinchiude,
giustiziai, umanità, pietà d’altrui,
che non si fanno in sì nobile incude
crudezza, tradimenti e gli altri sui.
Va’ dunque, o figlia mia, ch’all’opre pie
aiuta sempre Dio per mille vie -.

19A i comandi del padre al fin consente
la semplicetta figlia, e seco prende
due donne per compagne, e ’ncontinente
là dove è Febo vergognosa scende.
Corron molti vèr lui subitamente
e fanno sì che sua venuta intende,
e domandano appresso s’a lui piace
che la lassin venir con buona pace.

20Quando egli ascolta quel che di che desio
nel core avea più d’ogni altra cosa,
umilemente rende grazie a Dio,
poi dice a quei che la figlia famosa
sia ben servata d’ogni caso rio,
e condotta onorata ov’ei riposa.
Poi fra sé dice: – Cortesia richiede
che in contra vada -, e già si leva in piede.

21Chiama tre cavalieri e dice: – Andiamo
a trovar questa vaga damigella,
ch’io sento dir che poi che venne Adamo
non fu mai vista più leggiadra e bella,
e ben villano e senza cor mi chiamo
se vincitor non mi do in preda ad ella -.
Così ratto si move, e poco lunge
ove pensosa vien con lei si aggiunge.

22Ella, ch’ancor già mai visto non l’have,
al suo primo apparir l’ha conosciuto,
alle fattezze, alla maniera grave,
all’esser più di tutti alto e membruto,
e Febo al portamento suo soave
lei conosce anco, e dice: – Io ho veduto
aperto il cielo e le più chiare stelle,
l’onor, la gloria de le donne belle -.

23Com’ella adunque il cavaliero scorse,
genuflessa si getta a lui davanti,
et ei tutto sdegnato la man porse
e la minaccia di non gir più innanti,
tanto ch’obbediente ella risorse,
e con dolci amorevoli sembianti
il saluta, l’inchina, et esso a lei
fa quello onor che si pon fare a i dèi.

24Poi le dice: – Signora, quei che m’hanno
la vostra alma beltà talor narrata,
forse mi disser men di quel che sanno,
poi che molto maggior l’ho ritrovata.
Fur troppo scarsi al ***
alla natura, al ciel che ***
per far fede fra noi del suo potere
e far cose incredibili vedere.

25Il più bramato onor che fusse mai
fu quando ebbi ordin di cavalleria,
or maggior il vedervi stimo assai
ch’altrove non mi stimo io che sia,
e vi giuro, almo sol de i santi rai,
che comendiate sol, e fatto fia
tutto senza indugiar, perch’io non aggio
cosa che non sia vostra e d’avantaggio -.

26Quando la bella donna il parlare ode
e ben s’accorge omai che non è finto,
si riconforta alquanto, e seco gode
che già il suo vincitor si renda vinto.
«Signor (risponde), le soverchie lode
che date a me da cortesia sospinto
care mi son, ch’io stimo più che ’l vero
dolce schernir d’un tanto cavaliero,

27e vi rendo da poi grazie infinite
della promessa offerta, e sol vi chieggio
che liberiate dall’ingiusta lite
questo castello, e non facciate peggio.
Bastivi fatte aver sole e romite
le nostre piagge e ’l nostro antico seggio;
almen mio padre et io liberi insieme
sciolti siam di timor come di speme -.

28Non ebbe il suo parlar compito a pena
che ’l buon Febo le disse: – Io son contento
ch’a voi sì bella e di tal grazia piena
di dar l’istessa vita avrei talento -.
Et ella in vista più che ’l sol serena
lieta il ringrazia, et egli appresso intento
umil la prega che gli voglia dire
s’egli ha tutto accompito il suo desire.

29La donna riverente di sì dice,
ond’ei con accortissimo sermone:
– Adunque in caso tal non si disdice
ch’io vi domandi un picciol guiderdone -.
Et ella: – Io mi terrò troppo felice
s’io posso cosa far che fia ragione
a casta voluntà già mia per voi.
e non mi curerei di morir poi -.

30Dicele Febo allor: – Sol vi domando
che mi facciate don del vostro amore,
e come vostro servo vada errando
che ne sarò, credo io, molto migliore -.
Ella arrossisce, e vaga riguardando
dice: – Io ’l vorrei, ma che vi fia, signore,
che sète peregrin, sète cristiano,
e ’l mio seme e mio padre è pur pagano?

31D’un’altra cosa poi non vi sovviene,
a me sì bene e sempre fia nell’alma
che ’l vostro ferro entrò dentro alle vene
di quei due re di cui portate palma,
il galese e ’l norgallo, che sì bene
tenner comun co ’l padre mio la salma,
i quai fur suoi fratelli, e s’amàr tanto
che ’l vecchio mio parente muor di pianto.

32Voi d’alto stato poi messa m’avete
in maggior povertà ch’esser mai possa;
la vostra man, la vostra ardente sete
del dominar d’ogni mio ben m’ha scossa.
Or dunque, cavalier, come volete
che d’amar voi con zelo oggi sia mossa?
La volontà con le sue mobil rote,
la fortuna cangiar già mai non puote? -.

33Ivi il gran Febo, che l’amava in prima
come fa chi per fama s’innamora,
poi l’ha trovata più d’ogni sua stima
leggiadra e bella come estiva aurora,
sentesi al cor aver doppia la lima
d’Amor, che in lei gli strali aguzza e ’ndora.
Già si è proposto o di venirle in grazia,
o farla tosto di sua morte sazia,

34e risponde: – Alma stella mattutina,
da cui sol può venir la mia salute,
se queste dure man che ’l Cielo inchina
a combatter per gloria e per virtute
han condotta, ignoranti, tal ruina
la vostra regine e sian perdute
per lor di quei due re l’acerbe vite,
sian l’empie e peccatrici omai punite.

35Sian punite le mani, e non il core,
che vostro è sempre stato e sempre fia,
che fallito non ha, non fece errore,
né contro a voi pensò mai villania.
Perdonate a lui sol, se ’l resto muore
pur ch’a voi, donna, di servizio sia,
non me ne cal, vi giuro, e son contento
sopportar vivo e morto ogni tormento.

36Non rifiutate, donna, i preghi miei,
né mentir fate la bellezza vostra,
che fatta in Ciel di man di tutti dèi
che pietade albergate fuor ne mostra.
Crediate pur che volentier farei
se tanto andasse in là la forza nostra
con la mia vita istessa che quelle alme
rivestisser tra noi l’antiche salme.

37Ma poi ch’esser non può, caggia in oblio
l’odio che mi portate a tutti i torti,
sì come ho volentier deposto il mio
contro al parente vostro, e si conforti
ch’io ho sì grande di mostrar desio
la servitù ch’al vostro sangue porti
ch’io non gli feci mai sì grave male
che maggior non sia il bene o almeno eguale.

38Datemi il vostro amor, non mi sia tolto
ciò che al mio buon voler dovuto appare,
voi mi farete allor miglior di molto,
ché Venere è cagion dell’opre rare -.
La vaga donna, asserenato il volto,
dolce risponde: – E chi vi puote alzare
più di quel che voi sète, che natura
in farvi senza par pose ogni cura?

39Non porria il Ciel, non che bellezza umana
farvi, signor, maggior di quel che sète,
Scacciate pur questa credenza vana
e di cose impossibili la sete,
che me fanciulla semplicetta e strana
di schernir e di far gran torto avete,
né si convien a cavalier pregiato
verso una prigioniera in tale stato -.

40Or esso, dentro al qual si accresce il foco
come per la secca esca in la fornace,
risponde: – Damigella, non per gioco
domando vostra grazia e vostra pace,
e giuro al Ciel che fia molto, non poco,
l’alto valor e quello onor verace
che venir mi potrà dal darmi voi
il vostro amor, che mai non manchi poi.

41Lealissimamente adunque vegna
da voi risposta che men faccia dono -.
Et ella, sorridendo: – Benché indegna,
di concederl’a voi contenta sono,
pur che la trionfante vostra insegna
difenda e guardi il real nostro trono -.
Il promette egli e la ringrazia e parte,
essa torna al castello et ei si parte.

42Ritrovato il suo re lieto gli conta
il grande acquisto, e ’l fa già suo prigione.
Quel dal dolore in allegrezza monta,
e dice: – Di star lieti aviam cagione,
costui d’ardire e di valor sormonta
ogni re, cavalier, duce e barone.
S’egli è cotal per noi ciascun ci teme,
e d’aver meglio un dì portiamo speme.

43Perché in un giorno sol con la sua spada
ci può riguadagnar più che non tolse,
e darci in signoria nuova contrada
se per noi vuol quel per altro volse.
Fate pur quanto ei brama e che gli aggrada,
serrate il laccio dove Amor l’accolse,
servando il vostro onor, che castitate
fa durare il desio più lunga etate.

44Non pensi donna mai ch’esser cortese
di quel che non si dèe sia forte accetto;
ben per un tempo tien le voglie accese
d’un servitor il micidial diletto,
ma poi si sente uscir di mese in mese
l’appetito già stanco, e vien negletto,
apronsi gli occhi allora, e ben si vede
che ’l puro amor non vuol lorda mercede.

45E là dove ei s’amavan di buon zelo
in odio s’han, ché la ragione il mostra,
però che i detti dispregiando al Cielo
e l’onore offendendo e legge nostra,
lassi, han vergogna che ’l terrestre velo
greve, macchiato e vil ha vinto in giostra
l’anima divinis sima, e si fanno
inimici tra lor del comun danno -.

46Ascolta e nota la sua saggia figlia
i ricordi paterni, e gli consente,
poscia un fermaglio de i più cari piglia
che d’infinite gemme era lucente,
di bella guisa e ricco a maraviglia
una vaga cintura parimente,
e con licenza di suo padre manda
a Febo entrambi, e sé gli raccomanda.

47Portogli una donzella ammaestrata
che ben seppe narrar quanto ella disse.
Febo accetta i bei doni e l’imbasciata,
e mille baci nel fermaglio affisse;
ponselo al collo, alla cintura ornata
adattò il brando, e poi mentre che visse
per mal che’ella gli fesse o beffe o scorno
non se gli volle mai levar d’intorno.

48Anzi all’ultimo dì ch’a morte venne
comandò che con quei sotterra andasse
com’or vedete, e ’n questo modo avvenne
della donzella che là dentro stasse.
Or vi ho conto, signor, come sostenne
l’alta cavalleria, come passasse
Febo di forza ogni uomo, e da lui scende
Giron, ch’al mondo d’agguagliarlo intende».

Tuttavia la donzella lo odia, e cerca di ucciderlo chiedendogli prove impossibili: lui cattura il re d’Orcania (49-76,4)

49Qui taceva il buon vecchio, ma Breusse
quanto può il stringe con preghiera umile
che voglia dir ancor quale il fin fusse
tra lor del nuovo amor raro e gentile,
e come a morte poscia si condusse
quell’alto re ch’ebbe ogni vizio a vile,
perché d’averne voglie ha ben ragione
poi che del sangue suo nacque Girone.

50«Deh ditemel,» dicea «ditemi ancora
la bella damigella ove morio,
e dove ebbero i quattro l’ultim’ora,
e come echi quaggiù li sepellio,
e voi quando eleggeste tal dimora,
e perché ’l vostro figlio vi seguio,
che troppo veramente avrei pe male
di non saper il fin d’un conto tale».

51Quando intende il buon uom che pure il vuole
disse cortesemente: «Io vi prometto
che pria partito e ritornato il sole
sarà ch’io v’abbia tutto il caso detto».
L’altro: «Di star tre giorni non mi duole
perch’aver non potrei maggior diletto».
E ’l vecchio: «Se vi piace ora ascoltate,
ch’io vi narrerò tutto in veritate».

52E seguitò: «Da poi che tutto lieto
quanto mai fusse Febo di quei doni
si partì dal castel, mandò secreto
un messaggier de i suoi che a lei ragioni
che non avrebbe mai l’animo quieto
né si terrebbe un servitor de’ buoni
se per lei qualche prova non facesse
ond’ella il suo buon zel riconoscesse,

53e che fusse contenta comandare
che non rifiuterà danno o periglio,
e quanto scalda il sole e bagna il mare
farà pe lei du sangue uman vermiglio.
Ella, che l’odia forte e no ’l può amare,
subito contro a lui truova consiglio,
e risponde al mandato: – Or gli direte
che poi che di piacermi ha tanta sete,

54ch’egli avrà l’amor mio saldo e sicuro
s’ei vuol d’un mio fratel far la vendetta,
che ’l re d’Orcania il micidiale, impuro
uccise a torto in una valle stretta;
e se ’l mena alla morte allor gli giuro
che d’amarlo ad ognor sarò constretta.
or per me faccia una tal pruova ardita
che mai simile a lei non fusse udita -.

55Ritorna il messo e porta le imbasciate
di che Febo ebbe sopra modo gioia,
né pensa il miserel che sien mandate
da quella aspra donzella a fin che muoia,
ma per provar le forze sue nomate
e vendicar la ricevuta noia.
Si muove allor con poca compagnia
e ’nvêr Orcania già prende la via.

56Non era ancor cristian tutto quel regno,
ma ven eran pagan la maggior parte;
ei con sei soli segu il suo disegno
a gli altri dice che l’attendan, parte
in un castel che per uman ingegno
e per natura poi congiunta all’arte
fortissimo era, ch’acquistato avea
nella Norgalla ch’esso possedea.

57Entrato adunque presto e così solo
nel reame d’Orcania, quivi intende
che ’l re, ch’è detto Orcan, con grande stuolo
di tener ricca corte tosto attende.
Apparecchiato il core a dargli duolo,
un suo varletto de i più saggi prende:
– Va (dice) al re d’Orcania, e narra appresso
quel che vuol che per lui racconti ad esso -.

58Vanne adunque costui, quel re ritruova
dentro il palazzo a i suoi baroni in mezzo,
e gli dice: – Un guerrier di tutta prova
d’inaudito valor, di sommo prezzo,
sagratissimo re, prima che muova
della vostra provincia il passo sezzo
vi fa intender per me che morte acerba
nella punta del brando vi riserba.

59E ’l farà per punir l’onta e l’oltraggio
che gli feste altra volta, e vi assicura
che non vi può scampar forza o vantaggio,
non lo schermo, non l’arte o l’armadura,
ch’egli è di tal possanza e tal coraggio
che contro a quel che vuol niente dura,
né vi brama assaltar in minor sorte,
ma nel gran dì che voi terrete corte.

60E ’n mezzo a gli altri vostri cavalieri
spera a dispetto lor la vita torvi,
e negarvi sepolcri e cimiteri,
ma farvi esca di lupi, cani e corvi.
Ora io come i fidati messaggieri
non vorrei tòrre all’imbisciata o porvi,
vi dirò pur che gran miracol fora
se vivo di sue mani usciste fuora -.

61L’ardito re d’Orcania, ch’era in vero
grande, ardito e possente a maraviglia,
di trovar uom tanto orgoglioso e fero
che sì forte il minacci ha maraviglia.
Dice al varletto poi: – Da qual sentiero
vien or costui che tal baldanza piglia
di disfidar un re tal qual io sono,
che contro un Marte ancor mi terrei buono? -.

62Gli rispose egli allor: – Sacciate, sire,
che colui che mi manda è di tal forza
da dar effetto a maggior suo desire
e non val contro a lui l’umana scorza -.
Il re, ridendo: – Or piacevi di dire
il nome suo che tutto il mondo sforza -.
L’altro gli replicò: – Poi che ’l volete,
or tutto il vero a punto intenderete.

63Questo è quel cavalier c’ha miso al basso
Noromberlanda, Galese e Norgalle,
due re condusse all’ultimo lor passo,
al terzo rivoltar fece el spalle,
pur con quaranta soli, e non è lasso,
anzi cerca la gloria in ogni calle.
Questo adunque verrà, questo è colui
che quanto a gli altri fe’ vuol fare a nui -.

64Quando ha chi sia il guerrieri quel re compreso,
dice: – Or va’, dunque, e narra al tuo signore
che bench’io aggi di più luoghi inteso
lodar la sua prodezza e ’l suo valore,
pur temenza non ho d’esser offeso
da lui qui dentro, o in altra parte fuore,
sì che vegna a sua posta, ch’io l’aspetto,
né lascierò la corte e ’l mio diletto.

65E gli risponderò di modo tale
che forse riportar ne potrebbe onta -.
Vanne il buon messaggiero, e mette l’ale
e tutto il fatto al suo signor racconta.
Già s’apparecchia a festa reale
quando sceso l’aprile il maggio monta,
e fu in una città famosa e bella
e ricca, ch’Esenon da lui s’appella.

66Ivi concorron tutti i suoi vicini,
i suggetti, gli amici e i conoscenti.
Non resta cavaliero in quei confini
che quanto ornato può non si presenti.
EI coperto di perle e di rubini
d’adamanti e di gemme più lucenti,
con la corona in testa e tutto adorno
muove per onorar l’eletto giorno.

67Con ricca e numerosa compagnia
dal suo ricco palazzo al tempio viene,
poi sen torna per la istessa via
e venti cavalier armati tiene.
Comanda che ciascun li presso stia
perché della minaccia gli sovviene
che da parte di Febo avea sentita
e teme o dell’onore o della vita.

68Or mentre vuole entrar dentro alla porta
ove tutte le tavole eran poste,
ecco Febo arrivar con poca scorta,
che sol di sei guerrieri avea fato oste.
Era ben a caval, ma poche porta
arme d’intorno, rozze e mal composte,
fra gente e gente il passo al re distende
e con ambe le braccia a forza il prende,

69e gli grida: – Re Orcan, se quinci armato
staman vi ritrovava io vi uccideva,
ma perch’è biasmo contro un disarmato,
vi perdono per or la morte rea -.
Alzal così da terra, e per costato
mentre innanzi l’arcion se ’l riponea,
si leva intorno spaventoso grido
de i suoi guerrieri e del suo popol fido.

70I quai deliberati a tutto corso
per salvar il signor gli muovon guerra.
I sei compagni vengono al soccorso
di Febo, e ’ntorno a lui ciascun si serra,
mentre esso al suo caval girando il morso
cerca il cammin d’uscir fuor della terra,
e quei con lento passo a poco a poco
van sostenendo sì ch’ei vinse il gioco.

71E ’nsieme co i compagni uscito è fuora
di quella villa, e trovasi in un piano
ove è largo il paese, e pone allora
il re prigion de i suoi compagni in mano,
e lor dice: – Restate, a me tocca ora
a gastigare il popol rozzo e strano.
Voi sète stanchi, et io mi sento in forma
da cacciar tosto indietro una tal torma -.

72E con la spada in man ad essi sprona
come aspra serpe all’innocenti anguille,
sopra questo elmo e sopra quel risuona
mandando in ciel le nubi di faville.
N’ammazzò mille o più, tal che persona
più non l’attende, e si fuggieno a mille,
et ei lor grida appresso ardito e forte:
– Fugga ciascun di voi che non vuol morte -.

73E quei che ne vedean la certa pruova,
tutti obbediva più che volentieri,
né il padre aspetta il figlio o no ’l ritruova,
ma cerca un de i brevissimi sentieri,
e dicean poi – Che cosa invitta e nuova
che insiem abbatte gli uomini e i destrieri
è questa che veggiamo? Uom non è certo,
ma miracol del Cielo chiaro et aperto -.

74Così prese quel re nella presenza
di diecimila armati e d’avantaggio,
et ei da lor se en ritrasse senza
né di sé né de i suoi piaga o dannaggio.
Qui si può ben notar l’alta escellenza
del suo valore e ’l nobile coraggio,
né credo che novella o vecchia istoria
di sì bella opra mai fesse memoria.

75Or dunque con tal re lieto riviene
ove lasciò la donna al suo castello.
Mandal per un de i suoi legato bene,
che a quella il doni nel paterno ostello;
ella ne faccia quanto più conviene,
per ch’ei, che di virtù non è rubello,
avendo lui senza arme vinto e preso
troppo onta si terria d’averlo offeso.

76Ben si meravigliaro ella e suo padre,
e domandano il re come ciò fosse.
Ei contò tutto, e come le sue squadre
quasi un folgor di ciel vinse e percosse.
Poi delle sue miserie estreme et adreFebo si reca in incognito alla corte aperta di Bretagna, dove uccide due giganti (76,5-159)
ragionando a pietà la donna mosse,
la qual del don di fuor si mostrò lieta,
ma dentro al cor n’aveva ira secreta,

77ch’ancor che volentier veggia il prigione,
che sia Febo scampato assai gli spiace,
temendo al fin che non le sia cagione
di guastarle ogni bene et ogni pace,
ché ’l saper com’egli è d’altra nazione
e di contraria fede non le piace,
e va seco pensando nuovo avviso
di dargli impresa dove resti ucciso.

78Era in quei tempi tra i pagan costume
all’ultimo di maggio un certo giorno
si facean ricchi doni al santo lume
di Citerea, più di tutti altri adorno,
là presso una montagna in riva un fiume
ove poco abitato avea d’intorno,
era un tempio di lei santi e divoto
ove tutti i vicini ivan per voto.

79Il re noromberlando, che sicuro
per la pace con Febo ha il suo paese,
fa per tutto bandir ch’al chiaro e scuro
nessun de i suoi vassalli tema offese,
ma con l’alma contraria e co ’l cor puro,
adorno e cinto d’onorato arnese
venga il dì detto di Ciprigna al tempio
a ringraziarla del scampato scempio.

80Non restò adunque allor picciol né grande
che molto volentier non concorresse.
La lieta nuova già per tutto spande
la fama alata con sue voci spesse.
Apparecchia ciascun veste e vivande
le delicate più che in casa avesse,
e con dolce letizia già s’invia
d’ogni grado uomo o donna che si sia.

81Febo, ch’era in Norgalle ritornato,
cercando un che fortissimo era detto,
mentre che molto in van si è faticato
sente queste novelle ch’un varletto
gli conta a caso, et hallo assicurato
che la sua donna del divino aspetto
vi saria senza fallo, ond’ei disposto
d’andar prende il cammin quanto può tosto,

82dicendo a i suoi compagni: – Io ho perduto
di rincontrar costui, ché troppi semo,
et ei forse in suo cor avrà creduto
d’aver con tanti il suo valore scemo.
Ma s’io mi parto solo e sconosciuto
di deverlo trovar punto non temo.
Restate adunque voi diletti amici,
che tosto tornerò in queste pendici -.

83Pare strano a ciascun, e lui consiglia
che qualcun meni e se stesso appresenta;
ei nega tutti, e poi partito piglia
tal che forza è che ciaschedun consenta.
Sopra il caval veloce a maraviglia
montato, di poche arme si contenta,
che per far più cammin tutto leggieri
va d’ogni soma, e via sprona il destrieri.

84Come fu nel paese ad un castello
truova il pagano, e dolce gli domanda
s’è ver che tutto il lor reale ostello
del buon paese di Noromberlanda
vadino al tempio sì famoso e bello
che l’amorosa Venere inghirlanda.
Gliel conferma esso, e poi soggiunge: – Anch’io
son mosso a questo fin, se piace a Dio -.

85Chiedegli Febo allor se cavaliero
fusse, o pur divers’arte esercitava,
e l’altr come un povero guerriero
era stato, et ancor gli raccontava,
e Febo: – Volentieri, a dirne il vero,
vosco (dice) verrei -, poi ne ’l pregava,
e quel del suo desire il ricorregge
poi ch’egli era al veder d’un’altra legge.

86Mostragli poi che in gran periglio e greve
se da lor fusse conosciuto o visto
sé metterebbe, ché nessun là deve
esser che della setta sia di Cristo.
Febo gli dice che fia cosa leve
quando con l’altro popol sarà misto
di star ascoso: – Tal che sarò colto
per un degli altri che d’uomo hanno il volto -.

87Questo dicea per che temeva poco
tutta Noromberlanda insieme e i suoi.
Il pagan, che pigliar no ’l vuole in gioco,
dice: – Noi sarem morti ivi ambe duoi,
ma pria che noi partiam di questo loco
del medesmo che me vestirò voi,
e così se vorrete andrem celati
da gli uomini parvi e da i maligni agguati,

88ch’assai più volentier la propria morte
che la vostra vedrei, se ’n compagnia
mi vi avesse donato caso o sorte,
sendo voi peregrin e ’n questa via -.
Febo, ch nota le parole accorte
e che di leale fé stima che sia,
s’accorda al suo voler, resta la sera
albergar seco con allegra cera.

89Era costui, ch’Arsano aveva nome,
nobilissimo e ricco et onorato,
ma carco il cor di dolorose some
si dimostrava in poverello stato.
Febo il conosce, e gli domanda come
così tacito sta, se sia malato.
Risponde: «Io non son sano, anzi ferito
e di amare disgrazie assai fornito.

90Voi devete saper ch’alla battaglia
che i tre gran re in un giorno di sconfisse,
rompendomi ogni piastra, scudo e maglia
una punta di spada mi trafisse
al destra spalla, e non truovo or che vaglia,
sì son le stelle al mio dannaggio fisse,
a farmi risanar, e poscia molti
ivi amici e parenti mi fur tolti.

91Questi fan ch’io non son quel ch’esser soglio,
e che la vita mia par proprio morte -.
Poi si conforta, e dice: – In tale scoglio
dà spesso il legno dell’umana sorte,
ma chi fu la cagione ond’io mi doglio
è veramente tanto ardito e forte
ch’almen mi glorio, se ben fu cristiano,
ch’esser mai non porria più degna mano.

92Ma voi dite, vi prego: vi trovaste
alla fera battaglia ch’io vi dico? -.
– Sì (disse Febo), tra le minori aste
feci quanto potei contro al nemico -.
Et ei: – Qual armi fur che ivi portaste,
ditel senza sospetto e come amico -.
– Perch’io son di tutti ultimo (rispose
Febo) fien l’arme mie per ora ascose -.

93Rise Febo tra sé, poscia discorso
tra lor di quella guerra una gran parte
avean cenato, e già nel mezzo al corso
era la notte con sue stelle sparte.
Vannosi a riposar lo stanco dorso
ove il buon cavaliero adopra ogni arte
d’accarezzarlo assai, ch’un gentil core
anco a i nemici buoni ha grande amore.

94Allo spuntar del giorno nell’aurora
surgono, e veston d’un’egual maniera;
la spada ascosamente si dimora
sotto il gran lembo d’una veste nera,
ché non voglion senza essa nessuna ora
passar i buon guerrieri di mane o sera.
Partonsi insieme, e truovan tosto un bosco
di sacri arbori antichi ombroso e fosco.

95Una famosa tomba era all’entrata,
ricca e bella a veder, ove un gigante
una spalla tenea tutta appoggiata
e dritto sta sopra una delle piante.
L’altra tien alta mazza avviticchiata
al gran ginocchio, e con crudel sembiante
guarda per la foresta, e tiene intorno
di dieci armati un bel drappello adorno.

96Quando Arsan, c’ha veduto ch’altra volta
l’avea già conosciuto, sbigottio,
e per fuggirsi a dietro si rivolta,
colmo di tema, e si accomanda a Dio,
ma ’l fer gigante, ch’el romore ascolta,
così tosto lui scorse che l’udio,
e vedendol tornar – Fermati – grida,
chiama, minaccia et a battaglia il sfida.

97Il miserel, che vede ch’è scoperto
e che scampo cercar sarebbe vano,
si volge a Febo, e dicegli: – Di certo
uccisi siam da questo gran villano;
dogliomi poi che crederete aperto
ch’io sol v’abbia condotto alla ria mano,
ma Dio sa il vero, e voi vedrete appresso
ch’avrò tradito più che voi me stesso -.

98Mentre parlan fra loro ecco arrivare
il gigante feroce e d’ira pieno.
Comanda a quei che deggino smontare
e la man stende per pigliargli al freno.
Dice Arsan pauroso: – Il convien fare -,
discende tosto, e Febo non fa meno;
attaccano i cavalli ove eran quelli
di molti altri ivi presi e miserelli.

99Vanne verso il pagan cruccioso, dice:
– Tu sei, per quanto io so, mio prigioniero -.
Rispose quel: – Nessun ciò vi disdice,
ch’io non vo’ contrastare al vostro impero.
Fatemi or voi felice od infelice,
come vi aggrada, ma il migliore spero -.
– Tu speri ben (diss’egli), e ti assicuro
già della vita, e tel prometto e giuro.

100Ma dimmi se tu ’l sai chi sia costui
che dentro a questa tomba ornata giace -.
Et ei, che ’l sa, risponde: – Egli è colui
che di Femor fu re, persona audace,
e ne i suoi dì chi s’agguagliasse a lui
non poté mai trovar in guerra o ’n pace -.
Disse il gigante: – E questo è quel ch’io voglio,
e che sia morto sol troppo mi doglio,

101ch’io vorrei di mia man la vita tòrre
a questo scellerato e disleale,
che qui proprio mio padre venne a corre
per tradimento crudo e micidiale.
L’ancise, e ’l corpo suo poi fede porre
esca di qual più sia lordo animale,
ma poi ch’altro non posso, son contento
di trarlo fuori e farne il mio talento.

102Io ’l farò strascinar per queste piagge
fin che disgiunte sian d’un miglio l’ossa,
tal che i lupi e le fere aspre e selvagge
né can mangiarne lungamente possa -,
e perché il suo parlar effetto n’agge
comanda a quei che son sotto sua possa
ch’alzin la pietra, et essi vanno all’opra
ma in van ciascun tutte sue forze adopra.

103Il gran gigante, che ciò far rimira
tutti gli prende al collo et alle braccia,
e per forza indi a dietro gli ritira
e sì come villan lor sputa in faccia,
dicendo appresso con parole d’ira:
– Il ciel di voi secondo i merti faccia -.
Prende ei la pietra, e pensa agevolmente
portarla altrove, et a se stesso mente,

104ché con molta fatica non la mosse
pur brevemente onde cangiò sentenza,
e con le guance di vergogna rosse
disse: – Nessun della mortal semenza
potrebbe questa in mille e mille scosse
far di crollarla pur poca apparenza,
se ciò non fusse per divino incanto,
da poi ch’io non la scuoto o tanto o quanto -.

105Dice allor Feo, quando questo intende:
– Parla per te, che troppo debil sei,
ma so ben tal che se l’impresa prende
che la leverà tosto giurerei -.
Il gigante il riguarda, e si raccende
più che mai fusse, e disse: – Tu chi sei
ch’ardisci di parlar, dimmi il tuo nome
e d’onde sei qui giunti e quando e come -.

106- Io sono un cavalier come tu vedi
(rispose Febo) più grande che grosso,
né persona ho trovata, e tu no ’l credi
più di me forte, e mantener il posso -.
Disse il gigante a lui: – Sopra i miei piedi
n’hai trovato uno, e romperatti ogni osso -.
– E perché (Febo gli domanda allora)
s’io no nt’offesi mai vuoi tu ch’io moia? -.

107- Per mostrarti (diss’ei) che forte sono
più di te molto -, e l’altro ne sorride,
dicendogli con beffe: – E saria buono
prima, signor, che tu a morte mi guide
che di tanta ora almen mi faccia dono
ch’io mostri quel che l’occhio tuo non vide -.
Vanne dritto alla pietra, e dice: – S’io
l’alzo da terra sarà il vanto mio? -.

108- Sì sì (gli afferma il gigante) e son contento
di chiamarvi di me sempre più forte -.
Pigliò Febo il gran marmo e ’n un momento
come un villan che un picciol fascio porta,
sopra il collo sel pone, e lento lento,
quasi uom che passeggiando si conforte,
il portò lunge assai fuor del cammino,
poi tornò in dietro, e ’l pose ivi vicino.

109E gli soggiugne poscia: – Or puoi vedere
come hai bramato chi tuo padre uccise -.
Vien il gigante, e le due luci fere
dentro alla bassa tomba tenne fise.
Ivi era adorno un uom di veste altere
con la corona e con real divise,
la spada a canto, l’arme appresso avea,
l’elmo d’oro alla fronte ancor tenea.

110Seguitò Febo: – Poi che alquanto aspetta
or c’hai guardato assai chi offeso t’have,
tempo è che ’l coverchio si rimetta,
ché peccato sarebbe troppo grave
ch’io ti lasciassi far brutta vendetta
sopra un ch’è tal che più non spera o pave,
e che re visse in sì onorata foggia
lassar preda del vento e della pioggia -.

111E così detto ratto il ricoperse,
poi si volge al gigante ragionando:
– Tu di parole d’arroganza asperse
mi sei gito la morte minacciando,
ma chi tuo dir bestial allor sofferse
or ti face saper che posta in bando
ogni pietà ch’avea, vuol quello stesso
di te dispor ch’avevi a lui promesso.

112Ei ti convien morir, crudele -, ’n questa
trae di sotto il mantel la forte spada,
mostrala a quel crudel, che così resta
smarrito che non sa s’ei vegna o vada;
pur, come l’uom che per romor si desta,
la guarda intorno e senza fin gli aggrada,
che mai non vide altrove la migliore
disse, e di tòrla a lui si pose in cuore.

113Lodala adunque, e dolce poscia il prega
che gliela lassi alquanto, et ei cortese,
che mai grazia ad alcun, ch’ei possa, nega,
la porge allegro; ei con due man la prese,
tirasi indietro e poi ragioni allega
ch’ei porria far con essa troppe offese,
e che per sé la vuol, e vuol con ella
che dal corpo di lui l’alma si svella.

114S’adirò Febo, e pur con lieto viso
disse: – Or m’avveggio io ben che folle sei,
e d’esser tosto di mia mano ucciso
brami assai più ch’io non mi penserei -.
Poi fe’ leve in un salto all’improviso
più che molti altri non farieno in sei,
s’avventò sopra, e ’l prende per la gola
sì che non può spirar né dir parola.

115Fagli la lingua trarre un palmo fuora,
onde il brando di man per duol gli uscio,
prendelo il cavalier, e dice allora:
– tu sei troppo villan, sei troppo rio,
però non vuo’ che a nessun modo mora
una bestia sì vil del ferro mio -,
ma con la man che disarmata resta
il percuote d’un pugno nella testa,

116di che fece due parti, e le cervella
cadder per tutta la vicina terra,
e così via n’andò l’anima fella
che avea fatto a i miglior già lunga guerra.
L’un l’altro in questo caso non appella
di quei che seco son, ciascun si serra
fuggendo quanto può pel bosco folto,
di timor e di duol pallido il volto.

117Vassene Febo poscia verso Arsano,
e dice: – Andiam, che n’è ben tempo omai;
noi siam qui stati a perder tempo in vano,
più ch’io non mi pensava e pur assai -.
Non gli sa che risponder il pagano
meravigliato più ch’uom fusse mai,
e non sa s’ei si sveglia o s’ei si dorme
vedendo cose fuor d’umane forme.

118Al fin lieto rispose: – Veramente
ben ce ne posiamo ir, vostra mercede,
poi ch’avete le forze quinci spente
del gigante crudel, come si vede,
e fatto un colpo che la mortal gente,
che ancor cosa minor spesso non crede,
non penserà già mai che fusse vero
e ch’il dirà fia detto menzognero.

119E per questo miracol c’ho veduto
e pel vostro valor ch’è senza pare,
vi prego a far che da me sia saputo
il vostro nome, e più on mel celare,
ch’io ’l possa sempre mai, com’è dovuto,
alzar al ciel con l’opre sue preclare,
le quali han fatto ch’io son vivo e fuori
di prigion, di miserie e di dolori -.

120E Febo allora: – Amico, assai mi doglio
ch’io non vi posso dir se non ch’io sia
peregrin cavalier, né per orgoglio
né perch’io stimi assai la virtù mia
vi nego il nome, e d’ogni cosa soglio
fuor che di questo usar la cortesia -.
L’altro, che no ’l vorrebbe infastidire,
si acqueta, e seguel poi senza altro dire.

121Non molto van ch’arrivan proprio al loco
ove il tempio e la festa era solenne,
ivi fra canti, danze, suoni e gioco
ogni maggior della contrada venne.
Ciascun mostrava il dì quel molto o poco,
secondo pur che ’l grado suo sostenne,
ch’ei possedeva, e quanto il pian si stende
era di padiglion carco e di tende.

122Non molto stan che con la vaga figlia
discende il re fra l’infinita gente,
ella era adorna e bella a maraviglia,
ch’arte a natura pur giova sovente.
Là corre il popol tutto, e seggio piglia
onde possa veder quel sol lucente,
ma sopra gli altri Febo la riguarda
com’uom che di desio s’avvampi et arda.

123Entron nel tempio alla divina offerta
a i santi sagrifici, al modo antico,
van poscia ove la tavola è coperta
sotto aurati e bei panni in luogo aprico.
Ivi resta la turba all’aria aperta,
Febo si posa co ’l suo fido amico,
sotto un arbor ascoso, in modo pure
ch’ei potea vagheggiar le luci pure.

124Mentre che son così tutti d’avanti
ecco lontan, di cima all’alto monte,
due feroci fratei, ch’eran giganti,
venire in basso con superba fronte.
Questi eran tai ch’a i cavalieri erranti
fatto avean danno spesso, a i vicini onte,
tanto che per timor in quei confini
avean tributi assai da i lor vicini.

125E nel giorno medesmo ciascuno anno
dal re noromberlando avea presenti
di dieci robe ch’a lor guisa fanno
di seta intere et altri vestimenti
di sciamito vermiglio, ma il gran danno
che i paesan facea troppo dolenti
era che sei garzoni e sei pulzelle
tenuto era a dar lor delle più belle.

126Il qual tributo in vero era fondato
sopra il valor di questi e la prodezza,
perch’essi avean d morte liberato
questo re proprio, ch’or tanto gli prezza.
Quando essi scorge il popolo adunato
ciascun di riguardarli avea vaghezza,
uno scudier ove il re mangia assiso
della venuta lor porta l’avviso.

127Rallegrasi egli, e gioia ne dimostra,
dicendo: – Sì fedei trovati oggi aggio
che sempre chiari alla presenza nostra
verran come fratelli e d’avvantaggio,
e tal de i nostri ben s’indora e inostra,
che portato n’avria morte o dannaggio
s’eran meco quel dì che fummo rotti
da i cristiani spietati e mal condotti -.

128Queste parole subito rapporte
furon tutte ad Arsan, dove Febo era,
il qual ricerca con preghiere accorte
perché il re ragionava in tal maniera.
Fugli risposto che tenea sì forte
ciascun di quelli e di lor tanto spera
ch’ei pensa che i cristiani uccisi avria
s’aveva i due giganti in compagnia.

129- Come (domanda Febo), or son ei tali
che si possa di lor tal fede avere?
Ditemi voi se sono a quello eguali
che con un pugno sol feci cadere -.
Gli risponde il pagan che fra i mortali
cosa maggior non si porria vedere,
e che ’l minor de i due più vale assai
di quel che uccise e di quai vide mai.

130Mentre parlan così già su la strada
l’uno e l’altro è di lor, ricco vestito;
perché son cavalier portan la spada,
tal che ciascun ne resta sbigottito.
Febo più in quelle, ch’a nullo altro bada,
et ha co i circostanti acconsentito
che le più lunghe e larghe mai non vide,
ma le dispregia e nel suo cor ne ride.

131Giunti costor, con somma riverenza
salutano il lor re, l’altro gli accoglie
amicamente, e nella sua presenza
seder gli face, al fin contro a lor voglie.
Muove il parlar appresso, ma non senza
mostrar ira nel cor, disdegni e doglie,
dicendo: – Io credo ben che vi sia noto
com’io sia qui d’ogni dolcezza vòto:

132i due cari fratei perduti ho in tutto,
in tutto il lor paese, e ’l mio bel regno
parte mi è tolto, e parte n’è distrutto,
tal che di sì gran re servo divegno,
ripien di danno, ohimè, d’onta e di lutto,
e di mai rimontar non veggio segno,
ché quando la fortuna un uom percuote
tutto il mondo l’offende quanto puote.

133Fuste voi stati almeno in questa parte
(che nel vostro valore ho tanta fede),
che per le vostre man quel gallo Marte
avea del troppo ardir giusta mercede,
pur il mio cor si riconforta in parte
che voi, signor, in buono stato vede,
perché in voi soli spero, appresso Dio,
che possin vendicar l’oltraggio mio -.

134Con lagrimoso volto al suo parlare
dando il re fine, un di quei due giganti
risponde: – O sacro re, se l’opre rare,
se il gran valor de i cavalieri erranti
forza avessero in vita di tornare
quei che son morti qualche tempo innanti,
noi faremmo venir con queste mani
i due vostri fratei viventi e sani.

135Ma poich’esser non può, n’aggia quel duolo
ch’aver si può maggior; dell’altro danno
vi promettiamo alto ristoro a volo,
e darvi i vincitor ch’offeso vi hanno,
e non pur contro a pochi e contr’a un solo,
ma contro a gli infiniti se verranno
tal vendetta faremo in breve giorno
che sopra lor ricaggia il vostro scorno.

136E se ci fate intender ove pose
chi vi ha condotto a tal c’ha tanto nome,
vel renderemo in queste piagge ombrose
strascinandolo in terra per le chiome,
e le sue genti afflitte e sanguinose
sotto nostre catene avrete dome,
né diremo altri più, ché chi far vuole
non ha troppo mestier d’assai parole -.

137Qui tacque, e riverente si ripone
ove avanti sedea nel proprio loco.
Già finito il mangiar, chi cante e suone,
chi danzi e chi piacer ha in altro gioco
si rappresenta al prato, altre persone
ch’avanzar credon tutti o molto o poco
di destrezza, di forza o d’arco trarre,
di levar pesi e di avventare sbarre

138si fanno innanzi, e mostra ivi ciascuno
alla donna ch’egli ama sua virtude.
Ma la figlia real, c’ha il cor digiuno
d’ogni dolcezza, in un canton si chiude;
ivi si addorme, e non riguarda alcuno,
che per lei quivi s’affatiche e sude.
Febo, che gli occhi suoi non può gioire,
con l’amico ch’avea comincia a dire:

139- Ché non andate voi, compagno caro,
a mostrar là qualc’onorata pruova? -.
– Ah (risposegli Arsan) ove uom sì raro
come voi qui presente si ritruova,
chi non è stolto deve esser avaro
(se co ’l suo poco oprar alcun non giova)
di far sua vergogna altrui diletto,
e resti ascoso chi non sia perfetto.

140Vi dico io ben, che pria ch’io vi vedessi
far quel salto staman, che di destrezza
mi tenea raro, et honne vinti spessi,
e so che questo re non me ne sprezza;
ma voi che fra i lontan popoli e pressi
il suppremo tenete d’ogni altezza,
vi devreste provar e far le ciglia
a mille alzar di nuova maraviglia -.

141Al fin del ragionar vien un pagano
ch’era ivi del re lor stretto parente,
ch’una palla dorata aveva in mano
e ’nvita al corso la vicina gente,
dicendo che gettar la vuol con mano
tre volte, e poi ricorla leggiermente,
e con tutto ciò far spera guadagno
della velocità co ’l suo compagno.

142Fassi uno avanti che leggier si tiene,
ma restò vinto nella prima giunta,
vinto resta il secondo ch’a lui viene,
e ’l terzo nel medesmo si raggiunta.
Un de i giganti allor non si contiene,
ch’a provar corre, e la vittoria spunta,
perch’ei giunse la palla al primo getto
e passollo oltre, e vincitor fu detto.

143Il gigante ritorna insuperbito,
e gli altri ch’ivi sono al corso chiama,
ma nessun di risponder truova ardito,
perch’egli era tra lor di troppa fama.
Febo, che volentier terria l’invito
e di fargli vergogna al tutto brama,
tacito stava pure allor ch’egli ode
il re dare a colui divine lode,

144dicendo: – Or non prendete altra fatica
che non ritrovereste pari al mondo.
Avesse fatto la fortuna amica
che ’l dì della battaglia mal secondo
fusse con voi, che la nemica
schiera so ben che non poneva in fondo! -.
Non si può dir se Febo monte in ira
e l’amico pagan da canto tira.

145E ’l prega quanto può che correr voglia
co ’l vincitor, e se per sorte è vinto
ch’esso gli ritorrà la tolta spoglia.
S’accordò quel, dalle promesse spinto,
chiama il gigante, e parte si dispoglia,
mostrasi tutto alla quistione accinto.
Restò qual gli altri, e tutto ontoso torna
ove era Febo, che ciascun lo scorna.

146E gli dice: – Signor, ben mel credea,
pur con la mia vergogna v’ho contento -.
Il cavalier allegro ne ridea,
dicendo: – A vendicarvi corro intento -,
getta lontan la giubba ch’egli avea
e si presenta innanzi in un momento,
chiama il gigante, e dice: – Tu sei stolto
a pensar in destrezza valer molto.

147Quando vinto m’avria ben potrai dire
d’esser forte e leggiero oltr’a misura -.
Maravigliato que del suo venire,
gli domanda: – Chi sei, che prendi cura
d’una impresa sì strana et hai desire
di gran vergogna, e ben l’avrai sicura? -.
– Son un uom (disse Febo), come vedi,
ma sarò ben miglior che tu non credi -.

148Parla il gigante, che ’l dispregia troppo:
– Vientene adunque -, e la sua palla getta;
corregli appresso più che di galoppo
né che ’l nemico si raccoglia aspetta.
Febo, che ’l vede e vuole al primo intoppo
del suo compagno far larga vendetta,
ferma il piè destro sopra il duro smalto
e dietro a lui s’avventa con un salto,

149e con quello i raggiunge, e nelle spalle
gli diede in colpo tanto che ’l trabocca,
come agnel lupo in solitario calle,
sì che gli fa del fronte e della bocca
stampar la rena alla riposta valle;
poi segue, come stral ch’esca di cocca,
prende la palla, indietro torna, a lui
dicendo: – Chi leggier fu più di nui? -.

150Il gigante, ch’è dritto, gli confessa
ch’essi sia più fornito di destrezza,
ma che deggia attenergli la promessa
d’esser al paragon della fortezza,
e Febo a lui: – Di pari onta istessa,
che di questa dell’altra hai pur vaghezza,
contento sono, or prendimi ove vuoi,
e sol muovimi alquanto se tu puoi -.

151Quando sente il gigante tale offerta,
– Troppo (diss’ei) ti vanti a questa volta,
che s’io no ’l posso terrò cosa certa
che la forza da incanto mi sia tolta -.
L’abbraccia in mezzo i fianchi, e pensa all’erta
alzarlo tutto, e senza pena molta,
ma tanto il muove quanto Borea un masso,
onde si rende vinto poi ch’è lasso.

152Febo allor, che aspettato aveva alquanto,
si tornò indietro, e per le braccia il prende,
e ’l gittò steso a terra tutto quanto,
poscia il ritorna dritto, e non l’offende.
Sol gli ragiona: – Or vedi ben che ’l vanto
di forza, di destrezza il ver mi rende -.
Il confessa il gigante, e pien di duolo
si ripone a seder afflitto e solo.

153Il fratel, che ciò vede, né soffrire
può del sangue comun l’alta vergogna,
mette mano alla spada e dipartire
la testa in due del cavaliero agogna.
Febo, che ’l vede contra sé venire,
l’aspetta, e si apparecchia alla bisogna,
senza il suo brando aver, ma il tempo apposta
quando l’altro alza il braccio e se gli accosta.

154E d’un pugno il percuote nella tempia
sì che sel fece a i piè morto cadere;
ove il naso e la bocca di sangue empia
toglie la spada, e con parole altere
dice: – O gran re, non so come si adempia
la vostra opinion del suo valere,
vedetel morto là non altrimenti
ch’un picciol garzoncel che metta i denti -.

155Ben era tutto il popol di sé fuora,
né sa che dir, per maraviglia nuova.
L’altro fratel, che si dispera e plora,
per vendicarlo la battaglia innuova,
gettò Febo la spada, e non dimora
anzi veloce va dove ei si truova,
e co ’l colpo medesmo al proprio stato
l’ha co ’l primo gigante accompagnato.

156Il re, dell’avventura doloroso,
quasi creder non puote a gli occhi suoi,
poi fra sé dice: – Certo il valoroso
Febo è costui, venuto oggi fra noi -.
Di quel che deggia far resta dubbioso,
volentier l’ucciderebbe, ma da poi
ch’ei pensa ciò impossibil si risolve
d’accarezzarlo, e ’nverso lui si volve,

157dicendo a lui: – Famoso cavaliero,
venite a riposarvi, se vi piace,
che ben devete averne buon mistiero
poi che per vostra man tal coppia giace.
In questo popol non sia più sì fiero
ch’amicizia con voi non voglia e pace,
deh venite, vi prego, che ben degno
di palma più ch’altr’uomo oggi vi tegno -.

158L’accetta il cavaliero, e lì s’asside
ove il gran re l’accoglie e l’accarezza.
In questo arrivan le due luci fide
che ’l buon campion più che se stesso apprezza,
drizzasi Febo in piè quando le vide,
e le disse: – O mirabile bellezza,
or potete veder se ’l vostro amore
ogni giorno in virtù mi fa maggiore.

159E se a voi piacerà, questo è niente
a quel ch’io spero far un dì per lei,
pur che vi piaccia solo avermi in mente
tra i suoi servi minor com’io vorrei -,
e, così detto, umile e riverente
saluta il re, la man bacia a costei,
dicendo: – Forza mi è d’andare altrove,
e vi accomando a Dio -, poi il passo muove.

La donzella lo manda in una spelonca dove egli uccide facilmente quattro giganti, ma poi muore di consunzione amorosa a causa di un inganno dell’amata (160-191)

160Restato solo, il re dice alla figlia
che d’amar il suo Febo la conforta,
– Però che sendo forte a maraviglia
esser potrà di noi sicura scorta -.
Ella gliel nega, e con bagnate ciglia
dice ch’esser porria più tosto morta
ch’amar costui, né dice altra ragione
se non la feminile opinione.

161- Ben farò (soggiugn’ella) ne i sembianti
mostra d’amarlo assai più che me stessa,
e mette rollo in tai perigli e tanti
che la sua fin dal Ciel mi fia concessa -.
E così come s’usa a i veri amanti,
or accetta i suoi doni or ne manda essa,
e l’intrattiene in guisa per più modi,
ch’ogni dì gli accrescea catene e chiodi.

162Or ripensando seco le sovviene
che quattro gran giganti de i maggiori
che mai calcasser le mortali arene,
di forza e di destrezza al tutto fuori
d’ogni credenza, e nati sol per pene
de gli uomini onorati e de i migliori,
stavano in questa cava ove noi semo,
da lor murata con sudore estremo.

163Manda vêr Febo adunque un suo varletto
ch’a lui la raccomandi senza fine,
e che gli dica qual danno o dispetto
l’han questi fatto et ultime ruine.
Minaccian al suo regno, e c’hanno detto,
giurando quante son forze divine,
che violar la vogliono, e far tanto
ch’erede sia di sempiterno pianto.

164- E s’io non ho da lui qualche soccorso
ben sarà breve e misera mia vita,
ma tal è il suo valor, ch’al primo occorso
sarà da lui questa opera finita;
ma che si voglia sol metter al corso
molto impresa maggior ha già fornita -,
e che molto pregar sa non bisogna
colui, ch’amando di servire agogna.

165Vanne il buon messaggiero, e l’ambasciata
rapporta a Febo, et ei ne fu gioioso
più che se nuova a lui fusse portata
che del mondo saria vittorioso.
Poi disse: – Dite alla mia donna amata,
in cui giace il mio bene e ’l mio riposo,
ch’io la ringrazio che si degni farme
per sua difesa e ben oprar queste arme,

166e che in breve n’avrà risposta tale
che ben conoscerà quanto io l’adoro -.
monta in questo a cavallo, e vorrebbe ale
aver per accompir tosto il lavoro.
Sol mena un cavalier che poco vale
et un solo scudier che serva loro.
Venne qui proprio, e mentre egli cercava
all’entrar gli rincontra della cava.

167Trovagli tutti armati e tutti insieme
che sopra un cavalier givano il giorno.
di qui vicin, ch’en altro di lor seme
aveva ucciso e fatto a loro scorno.
Com’essi il veggion che la soglia preme
con poca compagnia, ma d’arme adorno,
l’un si fa innanzi, e – Chi sei tu – dimanda
– che vien senza rispetto in questa banda? -.

168- Io sono un cavalier (Febo risponde)
che vengo a darvi a tutti quattro morte -.
Ridon essi tra lor dicendo: – D’onde
arriva questo matto e ’n questa sorte? -.
Poi gli dicon: – Se l’opra corrisponde
al tuo buon senno, tu sei poco forte -.
E Febo a loro: – O saggio o vano o stolto,
voi non starete certo a morir molto -.

169E senza più parlar discese a terra
(perch’ancora i giganti erano a piede).
Il compagno ch’avea, quando la guerra
s’ perigliosa pel suo duce vede,
nel braccio il piglia, e ginocchion s’atterra,
pregando: – Aggiate, ohimè, di voi mercede,
non vi mettete a perdita sì chiara
che vi porria costar la morte amara -.

170Febo il riguarda tutto irato in viso,
di poi domanda s’egli avea paura
come ei mostrava, e quel dice: – M’è avviso
che troppo fate oltraggio alla natura
ad esser tale, e star tanto diviso
dalla ragion di che i più saggi han cura
che voi pensiate vincer sendo solo
di sì fatti giganti un tale stuolo -.

171- Or dunque (disse Febo), se temete
mai più per cavalier io non vi tegno,
e gitene pur via dove volete,
che di mia compagnia vi stimo indegno -.
poi ritorna a’ giganti con gran sete
di mostrar lor della sua forza il segno,
pone al brando la mano, e l’un gli dice
– E perché fai tu ciò tristo e ’nfelice,

172che vedi pur ch’ancor nessun di noi
s’apparecchia d’aver la guerra teco? -.
– Io ’l fo (diss’ei) per dimostrare a voi
come devete far battaglia meco -,
e così detto a lor s’avventa poi,
fra tutti quattro nell’ombroso speco,
e mena un colpo a quel ch’el truova prima,
e ’nfino a i piedi il fende dalla cima,

173Va furiando poi sopra il secondo,
che sbigottito di quell’altro resta,
gettalo come l’altro moribondo,
che dalle spalle gli ha tolta la testa.
Così fa al terzo e ’l quarto, e tutto il mondo
avrebbe spento non pur quella gesta,
e ’ncontinente alla sua donna scrive
che nessun de i giganti oggi più vive.

174Et ancor gli comandi, se le aggrada,
ma cosa meno agevole e maggiore,
non quel che in quattro sol colpi di spada
si conduca alla fine e ’n sì poche ore.
Ella il ringrazia, e che tosto la strada
per ristorarlo e fargli largo onore
prenderia, poi il riprega che l’attenda
ivi, né in altra parte il passo stenda.

175L’obbedisce egli, e con maggior desio
ch’aspetti un’alma il ciel più dì l’attese,
ma poi che di lei nuove non udio
di lungo tempo tal dolor ne prese
che cadde in mal così penoso e rio
che la sua morte già vider palese
i suoi compagni venuti a trovarlo,
e non fur tardi a lei significarlo,

176dicendole: – Madonna, il fido servo
che vi ama più che i cor, infermo giace,
e senza voi via più che tigre o cervo
sarà la vita sua leve e fugace.
Non gli resta altro omai che l’osso e ’l nervo,
e sol in chiamar voi ritrova pace -.
Ella no ’l crede, e manda un messaggiero
che tornò tosto e l’accertò del vero.

177Quella donna crudel tardi pentita
pur di tal cavalier pietade assale,
e con gran compagnia ratta partita
vien, se puote, a soccorrer il suo male.
Giunta ella addolorata e sbigottita
il truova tal che nulla aita vale,
et ei quando arrivò la mira fiso,
né sa gli occhi levar dal suo bel viso.

178Quinci con debolissima favella
dice: – Ben sia venuto il mio bel sole,
venga or la morte, ch’io non curo d’ella,
né di lassar il mondo più mi duole -.
Poi che stretta l’abbrace prega quella,
et essa lagrimando il tutto vuole,
e se gli getta al collo e ’n tale stato
parve a Febo il morir più che beato.

179E così la più grande e famosa alma
che scendesse dal Cielo in questo chiostro,
che tenne sopra ogni altra lauro e palma
della passata età, del tempo nostro,
lassò la più possente e forte salma
che la cavalleria n’aggia dimostro,
e restò il mondo di tal gloria privo
che non pregiò mai più null’altro vivo.

180Quanti furo ivi re, quanti guerrieri,
quanti gran duci et onorata gente!
Vennero ad onorarlo in panni neri
con lagrimoso volto e cor dolente,
lui richiamando il fior de i cavalieri,
più cortese, più ardito e più possente,
e ciascun gli donava nel suo grado
più bel presente che gli fusse a grado.

181Quando l’ebber riposto in questo loco
sopra il letto reale ove il vedete,
il re noromberlando afflitto e fioco
avea per la pietà del morir sete,
né gli parea d’aver perduto poco
avendo già le sue provincie quete
con l’aiuto di lui, poi n’avea speme
qual di genero, figlio e duce insieme.

182Pur fatti i pianti e del dovuto onore
già satisfatto al debito e la voglia,
dice alla figlia, carca di dolore
che tempo è ritrovar la patria soglia,
et ella allor con l’ostinato core
risponde: – Mentre avrò l’umana spoglia
non mi trarrà di qui persona alcuna,
non pianeta che sia, tempo o fortuna,

183ché, poi che ’l maggior uom del mondo è morto,
come certo si sa, per l’amor mio,
et io gli ho fatto in vita oltraggio e torto
quanto più si mostrò fedele e pio,
non vo’ mai più nel mondo altro conforto,
ma sol purgar il gran peccato rio
co ’l non partir già mai d’intorno a lui,
contraria essendo a quel che prima fui.

184Et ho certa speranza esser accetta
a lui sì come in vita, in questo stato,
che certa son ch’a quella anima eletta
il vedermi cotal sia più che grato;
e s’io potessi far maggior vendetta
sopra me stessa del volere ingrato,
e far più bene a lui certo il farei,
e di ciò testimon mi sien gli dèi.

185E poi ch’a me verrà quella ultima ora
per levarmi di qui, che tosto fia,
non lunge al letticciuol dove dimora
vo’ che l’albergo e ’l mio sepolcro sia.
E la legge miglior che Cristo adora
per lui confesso, e lasso questa ria
acciò che ’l tardo mio divoto zelo,
se no ’l conobbe in terra, il goda in Cielo -.

186Il vecchio re, che le parole ascolta,
le dice: – Or che di’ tu, cara figliuola?
Venir convienti, e ben mi pari stolta,
nel regno nostro ch’a te resta sola -.
Et ella: – O padre mio, se mi fia tolta
da voi per forza ch’io non l’ami e cola,
stando vicina ad esso avrò più corte
l’ore, ché di mia man mi darò morte -.

187L’altro piangendo pur replica e prega
pel suo paterno amor, per la vecchiezza,
et ella più che mai di farlo nega
ond’esso alla nativa tenerezza,
dopo un lungo provar, l’animo piega,
e qui lasciolla in squallida bassezza,
ove molti anni visse, e morì poi
di vera sanitade essempio a’ suoi.

188Io, che in quei tempi il diciottesimo anno
compiva a pena, quattro frati avea,
de’ quai ciascuno il marzial affanno
con grandissime lodi sostenea.
Inteso in Francia il gran paterno danno
e ’l colpo crudo di fortuna rea,
passato il mar con lor, qui venni insieme
per dare al morto le parole estreme.

189Già morta era la donna, e ’n questa guisa
giacea come si vede nel presente.
Restaron qui, né già mai poi divisa
fu la vista di lor dal buon parente.
Io, giovinetto, come chi si avvisa
di provar pur il mondo e l’altra gente
mi partî d’essi, e vissi quattro lustri
tra duci e cavalier chiari et illustri.

190Di poi che intesi fuor d’essi la fine,
qui ritornato non partî già mai,
tutto volto con l’alma alle divine
virtù celesti, et a i suoi santi rai.
il mio caro figliuol venne alla fine
del cui venir io me ne dolsi assai,
né potei tanto far che mai tornasse
al mondo e travagliar che meco stasse.

191Venner molti altri ancor del sangue nostro
che si moriron qui, tanto che soli
siamo oramai vivuti in questo chiostro
né di tutti ci sono altri figliuoli
ce ’l mio franco nipote, Giron vostro,
ch’io prego il Ciel che tardi ne lo involi.
Or v’ho contro, signor, tutta l’istoria,
del sangue nostro, e la passata gloria».

Finito il racconto, giungono alla spelonca in padre e lo zio di Girone, Breusse parte e giura di raccontare a Girone dei suoi avi, poi manifesta propositi misogini (192-211)

192Avea finito il sacro vecchio a pena
ch’arrivano ivi sue d’alta presenza,
ma dal digiun disfatti e dalla pena
mostran che di cader abbian temenza.
Breusse, in voce di stupor ripiena,
chi sian dimanda e della lor semenza.
Rispose ei: «Di Girone è padre l’uno,
l’altro è germano, e questo e quello è Bruno.

193Fu l’un re di Gallia, come io v’ho detto,
l’altro di Gavve, e d’esso è il re Boorte
venuto al mondo, e di questo perfetto
Ban di Benicco, il re famoso e forte».
Breusse allor con bel cortese aspetto
lor dice: «Dio vi dia bramata sorte»,
e ringraziando in lui ferman le ciglia
che di vederlo quivi han maraviglia.

194Poi domandan chi sia, come discese,
et esso alle domande sodisface,
e quei su del brittannico paese
ricercan come stia, s’ha guerra o pace.
Poi di Artus, il buon re saggio e cortese,
de gli altri cavalieri et ei non tace
cosa che di saver aggian desire,
quando il gran vecchio all’un comincia a dire:

195«Ei ti porta, o mio figlio, alte novelle
del tuo figliuol, che non vedesti unquanco,
et ei, che troppo brama d’udir quelle,
dice a Breusse: «Or mi narrate al manco
quel ch’or ne sia». Risponde: «Altere e belle
opre fa tutto il giorno, e già mai stanco
non è nell’arme, e vi assicuro al vero
ch’egli avanza ogni duce e cavaliero».

196Se ne rallegra il buon padre, e dice appresso:
«S’ei non fusse cotal, gran torto avrebbe:
di tal sangue è venuto e sente spesso
de gli antichi il valor che ’n fin qui crebbe,
e beato colui cui vien concesso
uscir di stirpe buona, e ch’avanti ebbe
essempi de i maggior che a tutti i buoni
sono i più dolci e più pungenti sproni».

197Or mentre stan così la notte oscura
già del negro sentier è giunta al mezzo,
senza bere o mangiar ciascun procura
di por le membra com’egli era avvezzo
sopra vil paglia, et una pietra dura
era il lor origlier di più gran prezzo.
Si corcan lieti e ’l feri Breusse
a penitenza far l’animo indusse.

198L’altro giorno, che fu verso l’aurora,
ecco un vecchio onorato sacerdote
che co i suoi sacri detti il Cielo adora,
e mena verso Dio l’alme divote,
poscia acqua e pan, che ’l secol primo onora,
fu il lor convito, e con gioiose note
cacciar la fame così dolcemente
come con mille cibi la vil gente.

199Venuto il fin, Breusse sorridendo
all’avol di Giron rivolto disse:
«Che le promesse mi serviate intendo,
che da ier infin qui nel capo ho fisse.
Voi contaste il valor alto e stupendo
ch’ebbe il vostro figliuol mentre che visse
al mondo cavalier lodato e degno,
e che qui ancor me ne darebbe segno,

200ora io ’l veggio sì magro e sì distrutto
che di lui cosa tal non crederei».
Rise l’antico vecchio, e dice «Al tutto
farò vedervi ch’io non mentirei»,
e vicino una tomba l’ha condutto
ch’una massa di bronzo ha sopra lei
di peso inestimabile, e ’l d’intorno
era di ricco argento e d’oro adorno.

201La mostra egli a Breusso, e dice poi:
«La credereste voi portar con mano
là sopra in alto e ricondurla a noi?
Provate alquanto, e gite ben lontano».
Guarda esso bene, e gli risponde: «Voi
mi fareste adoprar mie forze in vano,
ma pur per soddisfarvi son contento»,
e ne va verso ov’era a passo lento.

202Prendela con due man, mette ogni possa,
allarga i piedi e ben gli ferma a terra,
né con tutto il suo cor far l’ha punto mossa
della sua sede, che circonda e serra.
Tornasi in dietro, e con la guancia rossa
afferma e giura che vaneggia et erra
chi la pensa indi sveller, – Né credo oggi
che cavalier che ’l fesse il mondo alloggi -.

203Chiama allora il filiuolo il padre antico
dicendo: «Or il fa tu, che mi sovviene
che Menabino, il fero tuo nemico,
te ne fu già per dare eterne pene;
ma l’uccidesti, e ti fu il Cielo amico».
Fassi avanti il figliuol, che ’ntende bene
qual sia la forza sua; l’un braccio stende
e leggiermente con la man la prende.

204Alzala indi, e contr’una muraglia
l’appoggia agevolissima, sì come
faria d’un picciol peso chi travaglia
e pasce la sua vita in portar some,
o qual picciol fanciullo a cui non caglia
di palleggiar un mal maturo pome.
Non si potrebbe dir come Breusse
di vista tal meravigliato fusse.

205Né sa che deggia dir, quando il buon vecchio
già domanda di ciò quel che gli pare,
et egli: «Dico che mi ha fatto specchio
la forza sua dell’antiche opre e chiare,
et ei creder del tutto mi apparecchio
che simil oggi non si pon trovare,
e penso che Giron, che tutti passa,
a gran pena alzeria sì greve massa».

206«Dunque,» disse il prod’uomo «non ha tanto
di forza quanto il padre, ch’altra volta
avrebbe più di ciò fatto altro tanto
prima che da i digiun le fusse tolta»;
e poi ch’egli ebbe ragionato alquanto
e di più raccontar la voglia ha sciolta,
soggiugne ivi a Breusse che vorria
che gli fesse una grazia che desia,

207«La qual è di non dar di noi novelle
là sopra a quei ch’ancor al mondo stanno,
ché la memoria non si rinovelle
in quei che tra i passati conti ci hanno,
che poi non venghin qui gente di quelle
parti a vederci che ci porti affanno.
A Giron sol vorrei che si dicesse,
e del padre e dell’avo il ver sapesse».

208Gliel promise Breusse, e poi gli dice
che d’ogni cortesia grazia gli rende,
che partir vuol, e che resti felice.
Allora il santo vecchio il cammin prende.
molto erto e stretto verso la radice
d’un monte ombroso che di sopra pende,
e perch’egli era stretto gli fa scorta
fin che truova una ascosa e bassa porta.

209Quell’apre di sua man, poi l’accomanda
al vero Salvator di noi cristiani;
l’altro rende il saluto, e ’n quella banda
ove gli è mostro va con piedi e mani.
Uscito fuor per una verde landa
il passo addrizza ove più il colle spiani,
e ricerca con gli occhi se la trista
femmina traditrice gli vien vista.

210Ma perché non sapea dove esser possa
va spiando a trovar l’alta finestra
per onde entrando quasi ruppe l’ossa
e si volge or a manca ora a sinestra.
Ma la fortuna, ch’a pietà s’è mossa,
se gli mostrò ne’ suoi bisogni destra,
fagliela al fin trovare, e ritruova anco
l’arme e ’l caval da poi ch’assai fu stanco.

211Armasi lieto, e sul destrier suo monta
e va per un cammin ma non sa dove,
poi pensa a vendicarse e ’n ira monta
contra le donne, e giura il sommo Giove
ch’a tutto il sesso far dannaggio et onta
metterà il suo potere in mille pruove,
e sia pur quanto vuole ornata o diva,
ch’una non gli uscirà dall’unghie viva.

Libro XV

ultimo agg. 13 Settembre 2015 14:17

Girone incontra Abilano, che gli racconta di esser stato battuto a duello da Danaino (1-14)

1Dall’altra parte avvien che ’l buon Girone,
da poi che fu da Serso dipartito,
che salvo avea da laccio e da prigione,
va pur seguendo il solitario lito,
cercando Danain, ch’era cagione
d’ogni sua doglia e che l’avea tradito,
dicendo a lui menar la donna amata
e per sé ingiustamente l’ha furata.

2Solo avea per compagno uno scudiero
però che conosciuto esser non vuole;
avea preso lo scudo bianco e nero
e lassato da parte quel ch’ei suole.
Or questo cangia or quel novel pensiero,
e trenta volte ascender vide il sole
senza mai ritrovar pedate o nuove
di Danain, che si ascondeva altrove.

3Cavalcando pensoso pur un giorno
riscontra un cavalier ch’era a i sembianti
ripien d’alto valor e d’arme adorno,
il qual era un de i cavalieri erranti,
e ’n corte del re Artus facea soggiorno
et onorato lì da tutti quanti,
Abilan di Estrangorre aveva nome,
e carco anch’ei di dolorose some.

4Accompagnarsi insieme et a lui chiede
Giron, pregando che ’l suo stato dica.
«Sono un» diss’ei «ch’al mondo amore e fede
assai più truovo che fortuna amica.
Di contrada in contrada muovo il piede
e ’l Cielo avverso i miei disegni intrica,
ch’io non posso trovar quel ch’io vorrei
per vendicarmi de gli oltraggi rei,

5che un cavalier non molto fa mi fece».
Ricerca allor Giron chi fu colui,
et esso: «A dirvi il ver di ciò non lece,
ch’io no ’l conosco, ma per detti altrui
è tal che in arme oprar val otto o diece,
et io del suo valor testimon fui
che alla pruova restai troppo vicino,
et è chiamato il Rosso Danaino».

6Seguita allor Girone: «Adunque è stato
poco fa Danaino in questa parte?».
«Sì (disse l’altro), e ben me n’è gravato
ch’io n’ho vergogna avuta e danno in parte,
e s’io non vi pensassi aver noiato
vel conterei brevissimo e senz’arte,
perché quando mi fe’ quaggiù natura
più in farmi far che dir pose sua cura».

7Il Cortese Giron, che ciò desia
quanto si possa più, prega che ’l conte,
e l’altro: «Un mese fa ch’io me ne gia
tutto soletto al piè di questo monte
una giovin trovai, ch’io penso sia
o Ciprigna o Diana a piè d’un fonte,
e spargea, lassa lei, sì largo pianto
ch’avanzò l’onda che stillava a canto.

8Or voi sapete bene in donna bella
quanto muovin pietà lagrime chiare,
aggiunta la dolcissima favella
che farian gir gli scogli e i fiumi stare.
io ratto scendo, e m’avvicino ad ella,
e comincio cortese a domandare:
– Ditemi, o bella donna, anzi alta dea,
in che v’affligge la fortuna rea?

9Ditemelo, di grazia, e vi prometto
che di favor, di aiuto e di consiglio
non mancherò più che fratel diletto
e farò il capo mio per lei vermiglio -.
Ella di doppie lagrime il bel petto
irriga tutto, e poi con dolce ciglio
riguardando vêr me: – Trista e ’nfelice
la poca fede altrui m’ha fatto (dice).

10Insidie e tradimento disleale
son le radici d’ogni mio dolore -.
– Or chi fu al cagion di tanto male? -,
le soggiuns’io, che mi agghiacciava il core.
Et ella mi rispose: – Egli è cotale
et è sì ben fornito di valore
ch’egli è peccato estremo ch’oggi sia
entrato in lui desir di fellonia -.

11Mentre così parliamo ecco apparire
quel cavalier di cui si chiama offesa.
Come ella il vide mi comincia a dire:
– Fuggitevi, signor -, di giel compresa,
– ché s’ei vi vede vi farà morire,
e fia vana vèr lui tutta difesa -.
Io mi rivolgo in dietro e scerno presso
che già m’ha visto quel guerriero istesso.

12Sopra un destrieri grossissimo e possente,
serrato l’elmo e con la lancia in mano,
lo scudo aveva al collo suo pendente
e vienne furiando di lontano.
Io surgo in piede, e monto incontinente
sul mio caval, che mi pareva strano
d’aspettarlo ivi a piè, che tal vantaggio
avesse per mi far onta e dannaggio.

13Allor colui cruccioso chiama e grida:
– Difenditi, guerrier, se tu potrai -,
et orgogliosamente mi disfida
e mi presenta sangue, morte e guai.
io, quanto posso più, nell’arme fida
mi strinsi, e coraggioso incontra andai,
ma tutta a dirne il ver mi valse poco,
ch’ei mi gittò riverso ivi in quel loco.

14Né mi salvò l’usbergo né la maglia,
che mezzo il petto allor non mi passasse,
né fu finita a pena la battaglia
ch’ei se n’andò d’avanti io mi levassi,
né diligenza fe’ che assai mi vaglia
a ritrovar ove la coppia andasse,
né spiar seppi il nome, se non quanto
n’ho sentito parlar da più d’un canto».

Insieme trovano Sagramoro, che ha appena fallito l’avventura di Passo Periglioso (15-28)

15Qui finì il cavaliero, e prega poi
Giron ch’anch’ei di sé l’essere scuopra,
e quel cortese: «Una partita a voi
ne sia narrata, un’altra se ne cuopra;
io sono un cavalier qual sète voi,
e quel che vorrei mettere in opra
l’istesso Danain cercando vado,
né so trovar chi mi addirizzi al vado.

16E ben vi affermo che di peggior sorte
offeso m’ha che non ha voi di questo».
Risponde il cavaliero: «Egli è sì forte
che poco altri o pur voi gli fia molesto ».
E Girone: «Io confesso ch’esso porte
il vanto tra’ miglior di tutto il resto,
ma sia pur qual ei vuol, ch’ancor pens’io
con lui provarmi se un dì piace a Dio».

17Così parlando e cavalcando insieme
giungono ove una torbida palude
la terra intorno assai profonda preme,
e lungo spazio nel suo ventre chiude.
Ivi un buon cavaliero che plora e geme,
ch’accusa il Cielo e le sue stelle crude
trovano a piè, ferito, e d’arme scosso,
sì che a pietà ciascun si saria mosso.

18Arriva questa coppia e ’l miserello
tanto l’aggrava il duol che non la vede.
Parlan i due tra lor mirando quello
e Giron qual e’ sia tosto s’avvede,
perché l’ha conosciuto nel castello
delle due suore ove di palma erede
nel vespro che si fe’ del torneamento
s’era partito e dell’onor contento.

19E disse ad Abilan sì com’egli era
errante cavaliero e della scuola
d’Artus il re sovrano che vola altera
sopra ogni altra che sia nel mondo sola.
Poi, disiando aver novella vera
di quel che sia ch’ogni piacer gli ’nvola,
s’appressa, e ’l chiama, e «Sagramoro, amico,
qual v’ha caso mandato il Ciel nemico?».

20Allor drizza ei la testa, e gli risponde:
«Ditemi, cavalier, chi sète voi »,
e ’l buon Giron: «Un che per l’acque e l’onde
andria sicuro se pensasse poi
sanarvi dal dolor che in voi s’asconde».
Et esso: «Artus a pena e tutti i suoi
mi porian vendicar l’onta e i gran danni
che ’n via ora ho portommi migliaia d’anni».

21Segue Giron: «Io son certo tale
che secondo il voler ch’avete e ’l mio
medicar posa in tutto il vostro male;
pur né farei l’assaggio o buono o rio,
però vi prego, se ’l pregar vi vale,
che in ciò tutto adempiate il mio desio,
di dirmi ove vi avvenne la sventura
che vi ha messa nel cor sì acerba cura».

22E Sagramoro allor: «Perché mi pare
che siate cavalier d’alta prodezza,
la cagion vi dirò che mi fa stare
in tanta e incomparabile tristezza.
Chi va poco oltre la porta trovare
tra ’l monte e ’l lago qui lunga strettezza:
ivi un forte castello il passo serra,
ch’è certo inespugnabile per guerra,

23ove qualunque errante cavaliero,
o sia pur altri, a forza gli conviene
con altri venti, e in arme ciascun fero,
di far battaglia, e s’al dì su ne viene
co ’l signor d’indi forte, fresco e ’ntero
provar si deve, e s’a caval si tiene
può libero passar, ma s’è battuto
è lungamente per prigione avuto.

24E chi non vuol giostrar e che seco aggia
una donzella gli è subito tolta,
così l’arme e ’l caval, e per la piaggia
onde ei vi venne a piè fa in dietro volta;
quel c’hanno fatto a me, ch’or la selvaggia
strada ricerco più penosa e folta,
perduta avendo, ohimè, donna sì rara
che mai non mi fia più la vita cara.

25Chiamasi questo il Passo Periglioso,
e ben è periglioso a non mentire».
Allora il buon Giron, tutto pietoso
dell’aspro caso che gli sente dire,
risponde: «O Sagramoro, alto e famoso
vie più che non pensate avrei desire
di vendicarvi, e se tornar volete
almeno il buon voler conoscerete».

26«Ahi,» disse Sagramoro «a questa speme
non voglio muover già di quinci il passo,
ch’io so ben che ciascun dell’uman seme
prigion fia fatto, o fia di vita casso».
Giron, tutti i suoi detti accolti insieme,
gli risovvien che questo è il proprio passo
che Galealto il Brun già gli dicea
che ’l più duro varcar allor tenea.

27E comincia a pensar quel che far deggia
come l’uom saggio e che la gloria brama,
et Abilan, che ’l vede, a lui motteggia
e dice: «O cavalier di vera fama,
fate che ’l mondo la prodezza veggia
e quel valor che fra i miglior più s’ama,
che sì caldo eravate, or par che il gelo
v’aggia fatto nell’alma un freddo velo».

28«Maraviglia non sia s’io ne spavento»,
gli rispose Giron, «che assai fiate
un cavalier d’altissimo ardimento
m’ha le medesme cose raccontate.
Or tutto quel che dite vi acconsento,
né son tal come già vi pensate.
Vero è che se voi gir volete il primo
vi seguirò, se ben mie forze stimo».

I due arrivano a Passo Periglioso, Abilano tenta la prova ma fallisce (29-55)

29Gliel accorda Abilan, né più dimora
e seguendol Giron il passo muove;
null’altra compagnia menano allora,
per strettissimo calle vanno dove
può ben perir chi mette il piè di fuora:
lì d’ogni canto tien l’acqua che piove
dal cielo, o che vien giù dalla montagna
larga e profonda, e ’n quella valle stagna.

30Lo spazio vi è per un cavallo a pena,
vanne Abilano innanzi molto ardito,
né curar puote in sé cosa terrena,
e vinto crede aver l’invitto sito.
Il buon Giron non alza gli occhi a pena
pare a chi no ’l conosce sbigottito,
perché quel che si sente forte all’opre
raro in sembiante il suo buon cor discuopre.

31Van così camminando molte miglia,
trovando sempre mai più angusta strada;
scuoprono al fin ornata a maraviglia
una torre, che par ch’al ciel ne vada,
grossa nel basso e ’n altro s’assottiglia
d’architettura in quelle parti rada.
Come Abilan la scorge, a Giron volto
gli cominciò con sollazzavol volto:

32«Or la vedete voi, compagno caro,
ben si può dir che inespugnabil sia;
or si vedrà di noi chi vien più avaro
di cosa far che eterna gloria dia».
Così fra lor parlando s’incontraro
ch’attraversava il mezzo della via
di marmo una piramide intagliata,
di morte e belle lettere stampata.

33L’uno e l’altro s’appressa, e cura pone,
e ’l vede che di quelle una gran parte
eran di novellissima stagione,
altra par tratta dall’antiche carte;
che cavalier (dicevan) né barone
può sicuro passar per questa parte,
se a venti cavalier non resti a pruova
né si farà già mai legge altra nuova.

34Infin che quattro erranti cavalieri
non si saran passati a virtù d’armi,
di poi sicuri fien questi sentieri,
poco di sotto è scritto in chiari carmi:
Il primo che già mai con atti feri
passasse a questa torre, a questi marmi
fu Galealto il Bruno, e sotto appresso
il Rosso Danain fe’ quello istesso.

35Letto c’hanno a Giron parla Abilano:
«Per quanto io veggio due passati sono
qui dentro soli, e d’un che fu sovrano,
tra gli arditi guerrieri ardito e buono.
Maraviglia non ho, ma bene strano
mi par che quel secondo aggia egual dono
con quel di sopra, che di cor più alto
era pur di questo altro Galealto.

36Né veramente avrei pensato mai
che tanto oggi valesse Danaino,
ma poi ché pur così mi duole assai
perché la mia vergogna m’indovino,
che, cercand’io vendetta, nuovi guai
portar potrei se più mi gli avvicino,
che dir mai non saprei d’altrui menzogna
maggior forze con lui certo bisogna».

37«Non si porria negar» Giron soggiugne,
«che non sia Danain di gran valore,
e che d’ogni virtude al sommo giugne
ben addritta la mano, ardito il core,
e di spada e di lancia taglia e pugne
sì che n’ha riportato largo onore
per molte pruove, e questa è stata tale
che merta da ciascun lode immortale.

38Ma lassiam questo andar, e voi mi dite
qual sia l’animo vostro in questa pruova».
Et ei, ben c’ha le voglie meno ardite
e ch’assai più che pria freddo si truova,
rispose: «Io devessi mille vite
perder non fia che ’l passo in dietro muova,
et è ben ver che perigliosa troppo
è l’avventura dove diam di intoppo.

39Ben consiglierei voi di far ritorno,
né dalla mia follia prendere esempio,
ch’almen ve ne può nascer grande scorno
e prigion forse, e vie maggiore scempio».
A lui Giron: «Per quel c’ha fatto il giorno
e che si adora nel sacrato tempio,
mi consigliate voi ch’io faccia questo?».
Et Abilan di sì gli afferma presto.

40«Perch’a voi fia di troppo gran periglio»,
gli soggiugne il Cortese, «e perché voi
non seguiate il proprio buon sconsiglio
che con sì caro zelo date a noi?».
Et esso allor, con più turbato ciglio:
«Perché a me ciò saria grande onta poi»;
«Et io per la medesima cagione
non me ne vo’ fuggir», dicea Girone.

41Lo sdegnoso Abilan non può soffrire
ch’a lui voglia Girone assimigliarse,
e segue: «Or voi volete adunque dire
che farci eguali alla natura parse?».
«Sì,» gli afferma il Cortese, «a non mentire»,
e comincia anco appresso a comandarse,
sol per far lui crucciar, che seco stima
di tutti i cavalier tener la cima.

42Or dice l’altro: «Qualunque noi semo,
non vo’ più disputar, ma ben mi pare
ch’essendo dentro un tal periglio estremo
che ’l miglior di noi due deggia tentare,
e per chiarir chi fia combatteremo,
e ’l perditor sen deggia ritornare».
«Questo non consento io, che gran follia»
gli risponde Giron «certo saria.

43Perché se l’un di noi ferito fosse
come poi sostener potrebbe i venti?
Anzi in pruova mettiam le nostre posse
contro a quei che vi son, non altrimenti».
L’un dopo l’altro e ’n tale accordo mosse
la coppia i piedi, alla grand’opra intenti,
vanno poco coltre e trovano un gran legno
posto al traverso a i peregrin ritegno.

44A gran pena ivi son ch’un servo viene,
apre la sbarra e con piacevol volto
disse: «Entrar qua dentro s’appartiene
a colui che di voi sarà più stolto:
di farlo ad ambo insieme non sostiene
la nostra legge, ch’onorata è molto».
Giron sta muto, et Abilano audace
risponde: «Io sarò il primo, s’a voi piace».

45«Dunque sète il più folle, e senza fallo»
dice il varletto, e gli apre allor la porta.
L’altro, animoso, là spinge il cavallo
e quanto può sperando si conforta,
ché ben s’accorge in che dubbioso ballo
il sé troppo pregiar là entro il porta.
Resta di fuor Girone e quasi ha gioia
di veder il compagno in questa noia.

46Sta d’avanti una torre una isoletta
dalla fonda palude inghirlandata,
ritonda tutta, nel principio stretta,
larga poi dentro più che doppia arcata,
ben ferma e secca, e, per battaglia eletta,
con diligente cura era spianata,
là dove intorno adornamente stesi
son quattro naviglio con ricchi arnesi.

47Giunto Abilano in campo vede uscire
i venti cavalier già della torre.
Un viene avanti e gli comincia a dire
s’ei si vorrà con tutti in pruova porre?
«Sì (rispose egli), e se con lor venire
mille ancor veggia, e fia ciascuno Ettorre,
non vi potrei temer». E l’altro allora:
«Non sia più del giostrar fra noi dimora».

48Prende il campo ciascun, ciascuno sprona
l’un invêr l’altro, e ’l suo valor dimostra.
Gran numero di popolo abbandona
la forte torre per mirar la giostra.
Già si ritruovan quei, già tutta suona
la gran palude e le montane chiostra
dell’incontro de i due, che fu cotale
ch’a l’uno e l’altro egual fece onta e male,

49perché di sopra i loro gran destrieri,
quasi tocchi dal ciel, cadder riversi.
Rimaser tramortiti su i sentieri
un grande spazio e lunga piaga fèrsi;
poi, ritornati i sensi vivi e ’nteri,
risurgon ratti di lor sangue aspersi;
metton mano alle spade e colpi dansi
gravi e ’nfiniti, e molte piaghe fansi.

50Ma pur quel della torre è duramente
caricato dal batter d’Abilano,
in tanto che forzato è finalmente
di cader in ginocchie sopra il piano,
e sì stordita e smarrita ha la mente
ch’ei non adopra più braccia né mano.
Abilan, che l’ha visto, non si arresta,
ma gli trae l’elmo a forza dalla testa.

51Riviene al cavalier l’alma fuggita
e si vede in periglio d’aspra morte;
s’arrende al vincitor, chiede la vita,
e quel, mosso a pietà della sua sorte,
gliela consente, e legge ha stabilita
che mai più contro a lui l’arme non porte.
Gliel promette il prigione, e ’n tanto viene
chi ’l suo cavallo ad Abilan rimene.

52E gli dice: «Or pigliate, e’ ben ci fia
davanti che ’l dì parta assai da fare».
Rimontato esso in sella ha chi gli dia
nuova lancia pel secondo affare.
Un nuovo cavaliero ivi apparia
che voleva il compagno vendicare,
ma non puote adempir il suo disegno
perché contro Abilan non ha ritegno.

53Vien dunque il terzo, il qual in veritade
di tutti gli altri venti era il migliore,
e colpisce Abilan tanto che cade
senza scampo trovar di sella fuore.
Resta ferito, e quel senza pietade
a terra scende, e ’n mezzo al uso dolore
gli trae l’almo di testa, e gli percuote
co ’l pomo della spada or tempie or gote.

54Si risente Abilan troppo, e cruccioso,
e dice al vincitor: «Vile e codardo,
che sopì a un quasi morto e doloroso,
crudel ti vuoi mostrar, prode e gagliardo,
ancidimi oggi e ne sarai famoso,
né del mio acerbo fin prendi riguardo,
che più presto la vita perder voglio
che non l’aver lodata com’io soglio.

55Il cavaliero stran, pietoso fatto,
dice: «Non piaccia a Dio che ci m’avvegna»;
mille sergenti là sono in un tratto,
che dentro una prigione oscura e ’ndegna
con parole oltraggiose l’hanno tratto,
e ’l popol tutto che là dentro regna
grida: «Il nostro campion riporta palma,
e l’altro di vergogna eterna salma».

Girone comincia la prova: sconfigge i primi venti cavalieri (56-76)

56In tanto un corno dalla torre suona,
che segno dà che sia la sbarra aperta.
Viene uno usciero, e con Giron ragiona
se di venir là dentro ha voglia certa,
e poi che sente il sì, «Perché persona
mi parete» diss’ei «non molto esperta
in questa nostra legge, vi replìco
che poco sète al viver vostro amico.

57Or non avete voi di costì visto
quel che dell’altro vostro è divenuto,
che svergognato, incatenato e tristo
ha per premio prigione e pene avuto,
e troppo periglioso è questo acquisto
che qui senza ragion vi è in cor venuto?
Gran cosa è pur di creder che in un giorno
possiate a venti far dannoso scorno.

58E se ben tutto il dì con gran fatica
n’aveste pur i diciannove vinti,
e per fortuna a voi non troppo amica
avesse il sole allor i raggi estinti,
la schiera tutta l’altro dì nemica
ritorna intera, e sono i venti accinti
a rifar nuova guerra insieme vosco
infin che ’l nuovo sol si arrenda al fosco».

59Quel che deggia avvenir Giron rafferma,
che la pruova di ciò brama vedere.
Apre l’usciero, et esso non si ferma,
ma sprona ardito alle nemiche schiere,
né mostra in vista aver la mano inferma,
ma d’invitto valore e gran potere,
e nel primo arrivar è disfidato
da colui ch’Abilano ha mal trattato.

60No ’l rifiuta Giron, ma spazio preso
com’un folgore al maggio ivi si getta,
percuotel sì che del soverchio peso
l’ha posto in terra, e dalla spalla destra
ruppe il grand’osso, e ’l lascia ivi disteso
dicendo: «Fatta ho già giusta vendetta
del mio compagno, e con la lancia intera
chiama or quegli altri alla battaglia fera.

61Quando hanno ciò veduto i circunstanti,
che ’l miglior giostrator ch’ivi entro fosse
rovinato è cotal, a tutti quanti
di maraviglia e tema il cor si mosse.
Ivi un nuovo guerrier par che si vanti
di far l’arme a Giron di sangue rosse,
ma il contrario n’avvien di quel c’ha detto,
perch’un palmo di lancia in mezzo il petto

62gli ficca il fero gallo, e ’n terra il pone,
poi con la lancia salda oltre trapassa.
Già s’appresenta il terzo alla quistione,
ma come gli altri anch’ei cader si lassa.
Va sopra il quarto il nobile Girone,
e lo scudo e l’usbergo gli fracassa,
e per le rene fuor riuscì l’asta
sì che a farlo morir quel colpo basta.

63Ruppe la lancia allor, né ciò l’affrena,
ma tutto furioso ha in man la spada.
Vorria la piazza aver di armati piena,
e tutto sol con lei far empia strada.
Il cavalier, che la sua sorte mena
alla quinta battaglia, e ch’a ciò bada,
gli dice: «O cavaliero, adunque voi
non volete giostrar anco con noi?».

64Gli risponde Giron: «Da lancia o brando,
signor, non faccio differenza alcuna,
tutti di vita o di buon nome in bando
se non vi è più ch’amica la fortuna,
metter vi deggio veramente quando
sì cruda iniquitate in voi s’aduna».
Come disse, il guerriero: «Or vi sentite
da far l’opre sì grandi che voi dite?».

65«Io non mi vuo’ chiamar cavalier buono»
disse il gran gallo, né possente e prode,
ma spero ben in Dio qualunque io sono
di riportar di qui pregiata lode,
e di mettermi solo in abbandono
contro a voi insieme alto desio mi rode.
Ditemi in cortesia se ciò può farsi,
se non bisogna tosto dispacciarsi».

66«Ben si può far,» il cavalier risponde,
«ma di sì gran follia non vi consiglio,
ché la man spesso al cor non corrisponde
quando fuor di ragion tenta il periglio».
Giron, che ’l suo valor lì non asconde,
a lui si volge con turbato ciglio:
«Or vi guardate voi che sète il primo,
e vedrem se soverchio poi mi stimo».

67E sopra il scudo gli dà incontro tale
che tutto come carta l’ha divisa,
e sopra il capo va il colpo mortale
sì che di veder fiamme gli era avviso.
Cadde stordito, che non sente il male,
e di sangue ha rigato intorno il viso,
poi dov’è l’altra schiera l’occhio stende
e che deggia temer tosto comprende.

68E ben comprese il ver, ch’essi eran fuora
quasi di se medesmi a veder ivi
in cinque colpi cinque in sì breve ora
feriti in terra e della vita privi,
sì che ciascun avrebbe detto allora
ch’eran di marmo e non uomini vivi.
Ei che l’occasion mostrar si vede
di pigliarla pel crin tosto provede.

69Sprona addosso il cavallo a tutti insieme
con alte, orrende e minacciose grida.
Il primo che ei ritruova in modo preme
che gli fece gittar l’ultime strida.
Tutto il restante, che soverchio teme,
e del valor disgiunto si disfida,
si stringe, e mette in un la lancia in resta,
e chi al petto gli addrizza e chi alla testa.

70Ben han speranza che l’arena stampi
con le robuste spalle e con la fronte,
Al ciel ne van mille faville e vampi
da i ferri aguti, et ei qual scoglio o monte
tra i venti combattuto quando avvampi
Eolo di rabbia e più le voglie ha pronte
ch’a pena scuote pur le frondi e l’erbe,
tal fu Girone alle percosse acerbe.

71Ma immobil su la sella si ritiene,
vanno via tutti quegli oltre passando,
et egli appresso furiando viene
e gira in tondo lo spietato brando.
Taglia le membra a questo, a quel le vene
apre del petto, e l’anima va in bando,
e la ferza che Marte gli amministra
ora a destra si sfoga ora a sinistra.

72Ma i nemici che stanno e vanno uniti
ben gli donan percosse aspre e mortali,
che quantunque ne sien morti e feriti
e ch’a lui di valor sien diseguali,
son tanti ancor che spesso a mal partiti
l’avean condotto, e i membri spiritali
a pena ritirar posson la lena
tanto è in lui l’alma di stanchezza piena.

73Era il miser piagato in più d’un loco,
il che scorgendo e rimirando il sangue
tutto crudel divenne, tutto foco,
come al più caldo sol pestifero angue,
e vede ben che se durasse il gioco
forse alla fin ne resterebbe essangue,
e lo sdegno e ’l gran dubbio in modo accoppia
che la forza e ’l furor se ne raddoppia.

74Lascia il scudo da canto e con due mani
prende la greve e micidiale spada,
tal che chi ben da lui non si allontani
può sicuro tener ch’a morte vada.
Un leon par tra cacciatori e cani
che si fan percotendo aprir la strada.
Or quinci torna or quindi, or sotto or sopra,
e quanto aggia poter li mette in opra.

75Non gli fu tratto il dì di sangue gotta
che non costasse lor mille per una.
Ha la schiera inimica a tal condotta
che non la scamperebbe la fortuna,
pur resistono ancor, e vanno in frotta,
ma la sorte per lor contraria e bruna
n’ha già di venti i dieci posti a terra,
e quattro fatti inutili alla guerra.

76I sei, per tema e per necessitade,
dopo alquanto resister si voltaro
nella torre fugendo, e fur serrate
le porte dentro, e con gran duolo amaro
quando egli ebbe le genti conquistate
e che liberi i campi gli restaro,
parla ad un cavalier che vicin vede
ch’a guardar era, disarmato, a piede,

Viene a duello con l’ultimo, visto che cala la sera chiede di poter riprendere il giorno seguente e ospitalità al signore del luogo (77-124,5)

77e gli domanda s’altro resta a fare.
«Sì (risponde il buono uomo), e questo fia
che co ’l signor di qui convien provare
chi di voi due miglior ne l’arme sia».
Il ricerca Giron d’ogni suo affare,
e che piena di lui notizia dia.
«Egli è signor» diss’ei «di valor pieno
et ha ventitre anni e forse meno».

78Quando l’ode Giron, dice: «Io vorrei
poi ch’esser così dèe, venire al fatto,
che volentier più lunge me n’andrei
poi ch’al costume avessi sodisfatto».
«Ah,» disse il cavalier «io vi direi
volentier cosa che non fia da matto».
Giron il prega a dirlo, et esso allora:
«Pria che voi non vorreste uscirà fuora.

79E vi darà da far più che quei venti
e ch’altri tanto poi congiunti ad essi».
Maraviglia ha Giron non altrimenti
ch’un ch’a cosa incredibile s’appressi,
e pregal pur che i suoi desir contenti
di far che ’l nome di costui sapessi.
Gli dice il cavalier: «Ciò non faraggio,
basta che sopra ogni uom sempre ha vantaggio».

80Or gli dice Giron: «Non fu l’altr’ieri
ch’un cavalier passò per forza d’armi?».
«Sì (rispos’ei), ma in questi suoi sentieri
non era allor costui che Marte parmi.
Combatté solo i venti, e fur sì fieri
che bisogno gli fu d’erbe e di carmi
a sanar le ferite ch’ebbe tante,
ch’a gran pena poteo più gire avante.

81Ma v’assicuro ben che s’alla pruova
qui co ’l nostro signor veniva a sorte,
perché contra al suo brando nulla giova,
solo in due colpi se n’andava a morte».
Mentre parlan così veggion chi muova
della gran torre le ferrate porte:
escene un cavalier senz’arme in dosso,
ma sopra un bel destrier possente e grosso.

82E senza altro parlar guarda Girone,
e l’esamina poi tutto d’intorno tutto.
L’altro, ch’al suo guardar ben cura pone,
pensa ch’ei cerchi se sia bello o brutto,
et a colui domanda la cagione.
Rispose il cavalier: «Per vostro frutto
ch’io vegno per veder se sète sano,
o s’avete impiagato braccio o mano.

83E veggio ben che assai ferito sète,
e vollo a riferir al mio signore,
per dirgli sol che tante piaghe avete
che ’l trovarse con voi saria disnore».
Giron, che di combatter solo ha sète,
soggiugne: «Or dite pur che vegna fuore,
e ch’io son più che mai sano e gagliardo,
e si guardi pur ei d’esser codardo,

84ch’io mi stimo cotal che poco male
non mi fa rifiutar già mai battaglia.
Non truovi scusa, e pruovi quanto vale
questo brando ch’io porto e come taglia,
e forse il troverà sì grave e tale
ch’io spero che mai più non gli caglia
di contender la strada a i peregrini,
tiranneggiando qui questi confini».

85«Voi non sète, signor, certo sì saggio»
rispose il cavalier «come devreste,
ché s’intendeste ben quanto ha vantaggio
voi medesmo la pace chiedereste».
«Io ho» disse Giron «questo passaggio
ricerco dopo tante e tai foreste
per menar oggi a fin questa avventura,
e sol di lei tentar, non d’altro ho cura.

86E gli narrate pur ch’io non l’apprezzo
ben che sul fior si truovi de i begli anni,
ma gli farò veder ch’io sono avvezzo
a star sempre fra l’arme in molti affanni,
ch’altro mi par che star tra piume al rezzo
procacciando a chi vien disagi e danni,
e s’io non sono assai peggio ch’io soglio
gli porrò in basso il giovinetto orgoglio».

87Partesi il cavaliero, e poco appresso
ritorna, e ’l buon Giron di nuovo prega
per patre del signor che sia concesso
tempo alla lor quistion, e ch’a ciò ’l piega
l’onor suo proprio, e ’l buon devere istessi
e ch’egli ha torto in tutto se ciò nega
tanto che sia guarito e vegna poi
a contentar nell’arme i desir suoi.

88Quasi irato Giron gli fa risposta
che ad altro tempo attender più non vuole,
ma che s’avanzi perché omai s’accosta
all’Occidente l’inchinato sole,
né si dèe perder tempo, ch’a sua posta
non si può ricovrar con le parole.
Quando il buon cavalier sì duro il sente
al suo signor ritorna incontinente.

89Né molto stan che dalla torre un corno
con orribil romor nell’aria suona.
Ecco apparir sopra un cavallo adorno
che ’l ferrato suo ponte andando intuona
un cavalier con lucide arme intorno,
tutto ben fatto e grande di persona,
forte e snello al veder, vago e decoro,
e senz’altro color lo scudo ha d’oro.

90Giron, che ’l cavalier vede venire
maravigliosamente il loda e pregia,
e comincia a pensar che voglia dire
lo scudo d’or ch’altro color non fregia,
e ben s’avvisa come deggia uscire
di antico sangue e di progenie egregia,
perché poi che ’l portava Ettore il Bruno
sol Giron l’ebbe, e dopo lui nessuno.

91E ’l cavalier, che ’l buon Giron rimira,
come ornato a caval e bel si mostra,
sì le fattezze e ’l suo sembiante ammira
ch’ei pensa: – Questo è il fior de l’età nostra:
in ogni membro Morte e Marte spira,
né gran fatto mi par se solo in giostra
aggia i venti abbattuti, ch’io direi
che gli avria vintiquattro volte e sei -.

92Quando son più vicini a Giron dice:
«Quel della torre, o franco cavaliero,
essendo voi ferito a me disdice
combatter vosco, e vi confesso il vero».
Gli risponde Giron: «Nessun felice
fu tanto mai, signor, a tal mestiero,
che non gli avvegna tal, ma come io sono
da far più ch’io non fei mi sento buono».

93«Voi avete ben mostro» l’altro aggiunge,
«ch’anco già fuste in guerra in altro loco».
E Giron, cui desir di quistion punge,
del suo lodar ch’ei fa tien poco conto,
e dice: «Or sète quello o pur è lunge
colui che dar dèe fine al nostro gioco».
«Io son quel,» rispos’ei «vegniamo al punto
pria che sia il sole all’Occidente giunto.

94Così prendono il campo e ’ncontra vansi
come animosi tori in mezzo un prato,
e sì gran colpo l’un e l’altro dansi
che ’l caval di ciascun si è riversato
sopra il lor ventre, e vuole il Ciel che fansi
poco di danno all’uno o all’altro lato,
ma non si porria dir qual dolor s’abbia
Giron, che d’ira si consuma e rabbia,

95ché gran tempo era che non più gli avvenne
così nel primo colpo un caso tale.
Ma in piè risurse, e come avesse penne
ne va verso il campion ch’ancor non vale
d’uscir sotto al destrieri ch’addosso il tenne
tutto, e stordito, ad una pietra eguale,
pur si leva alla fin, ma frale quanto,
e Giron il riguarda e sta da canto.

96E vede ben che leggiermente avria
dato al nemico suo sicura morte,
ma più tosto se stesso ancideria
che sì buon cavaliero in quella sorte.
L’altro, ch’a poco a poco rivenia,
vede il franco Giron ch’ardito e forte
gli è sopra in modo che porria piagarlo
e per gran cortesia non degna farlo.

97E pien di buon voler, della cagione
di ciò domanda, e quel che più si attenda.
Risponde il cortesissimo Girone:
«Volete voi ch’uno indormito offenda?
Or che vi sento fuor di stordigione
ragion mi par che la mia spada stenda».
Il cavaliero assai si maraviglia
e bene a gran guerriero il rassimiglia,

98e dice: «O cavalier, ben or conosco
che non è più di voi signor cortese».
Giron risponde: «Il mondo si fa fosco,
omai tempo è finir nostre contese».
Replicò l’altro: «Et io m’accordo vosco»,
e la mano alla spada ardito stese,
e Giron, che già in ordine si truova,
muove il piè ratto alla seconda pruova.

99E fu il primo a ferirlo nello scudo,
di che la maggior parte cadde a terra.
Quel, che dal colpo suo sì grave e crudo
già smarito rimane, in sé si serra,
dicendo: – Ei non è già di forza nudo,
bench’aggia avuta pria sì lunga guerra -.
Così detto, a Giron su l’elmo fère,
ch’ei d’averlo sì buon gli fu mestiere.

100Resta aggravato e ’l passi indietro gira
e quel, pensando che ne senta doglia,
si avventa innanzi, e nuovo colpo tira,
ma Giron non men destro che si soglia
porge lo scudo ove il suo brando mira,
perché in luogo scoperto esso no coglia,
e quel là dentro più che mezzo passa
in guisa tal che riaver no ’l lassa.

101Né per tirar ch’ei faccia ebbe mai forza
di trar d’indi, e ’l gran Giron, che ’l vede,
tira il suo scudo, e di lassare sforza
la spada al cavalier che mal provede,
e bench’assai si scherma a poggia et orza
d’esserne al tutto privo al fin gli cede.
Giron, che disarmata gli ha la mano,
getta il suo scudo e quella assai lontano.

102Quinci a lui parla: «O cavalier gradito
or privo voi sète di vostra spada».
«Sì,» disse l’altro «e voi poco fornito
di scudo sète, ch’è in mezzo la strada».
«Ah,» replica Giron «poi che partito
v’avrò lo scudo ch’alla terra vada,
non avendo arme voi che mi moleste
vi taglierei non ch’una, mille teste».

103«Tutte vostre minacce» il guerrier dice,
«non mi faran, signor, già mai paura.
Menate pur le man poi ch’a voi lice,
che di quanto avverrà non tengo cura.
Tanto a dar su lo scudo si disdice
quanto sopra un vil legno alla verdura,
e quanti colpi sopra me darete
tante vergognose onte a voi farete».

104Giron, che dell’onor troppo è geloso,
gli dice: «A questa volta confess’io
ch’assai vi deggio, o cavalier famoso,
poi che mi rimostrate il dever mio».
S’abbassa a terra, e tutto vergognoso
di quel ch’allor passò il termine pio,
trae del scudo la spada, e ponla in mano
all’avversario con sembiante umano.

105Poi riprende il suo scudo, e s’apparecchia
a ritentar di nuovo la battaglia.
Menagli un colpo su la destra orecchia
sì che del ferro una gran parte taglia.
L’altro, c’ha giovin forza e mente vecchia,
al brando cede, ché sa quanto vaglia,
e rende il guiderdon d’un man diritto
che quasi mezzo l’elmo gli ha trafitto.

106Ma di Giron la forza e la virtude
non per sì poca cosa altrui s’arrende.
Si maraviglia quel che dall’avute
percosse tai nessun dannaggio scende,
e quante esser porrian parti compiute
nella cavalleria tutte comprende
esser in esso, l’assalir feroce
e ’l nobil ritirarsi da chi nuoce.

107E sopra tutto ha maraviglia poi
che di forza che sia cura niente,
e che avendo di marmo i membri suoi
non sarebbe e più duro o più possente.
D’altra parte Giron par che s’annoi
che non aggia abbattuto incontinente
un giovinetto tale, e seco stima
ch’ei porti de i suoi par la palma prima.

108Eran ancor sì pari infino allora
che mal si scerneria chi il miglior have:
picciola parte al collo già dimora
all’uno e l’altro del buon scudo grave;
mille percosse a gli elmi mostran fuora
come ciascun di loro ha il brando grave;
son gli usberghi smagliati in mille parti,
van cadendo l’altr’armi a quarti a quarti.

109Pur alla fin il buon Giron ne viene
alta avvantaggio, e tosto se ne accorge,
e sente ben ch’aperte gli ha le vene
ch’al suo brandi arrossito se ne scorge;
il qual riguarda, e delle date pene
al suo nemico gran pietà gli sorge.
Il cavalier, ch’a questa cosa bada,
domanda a qual cagion miri la spada.

110«Perché forse il mio sangue vi trovate?
Anch’io certo del vostro ho nella mia,
ma d’aver avvantaggio non pensate,
che Dio sol può saper qual fin ne sia.
E questo dico sol per veritate,
non per dirvi dispregio o villania».
E ’l Cortese Giron: «Io vi confesso
che noi siam tutti pari infino adesso.

111Ben mantenuto avete il vostro onore
non sia già che pensar dell’avvenire».
E ’l cavaliero a lui: «Non fien lunghe ore
quelle che cel sapran del tutto dire.
Ben mi ragiona la speranza in core
ch’io ne deggia il disegno omai compire»,
e dopo questo dir con maggior forza
l’un sopra l’altro di acquistar si sforza.

112Ambe due son leggieri, ambe son forti,
ambe due son nell’arme ammaestrati,
ambe non temerebber mille morti,
non mille Marti nei lor danni armati,
ma in assalir più saggiamente accorti
ambe son fatti, poi ch’ei s’han provati.
Ei pregia assai Girone e Giron lui,
ch’a lor spese hanno appreso e non d’altrui.

113Van misurando i colpi loro in guisa
che senza danno grande il tardo sole
già vuol colcarsi, e tosto avrà divisa
la lor quistion, che a Giron pesa e duole
di non aver la lite ancor decisa.
Tirasi indietro, e muove tai parole:
«Ditemi, o cavalier, se in questa sera
non ho finito la battaglia intera,

114e che ci passe questa notte in mezzo,
s’ei mi convien doman con altri venti
rifar, o sol con voi che sète il mezzo,
senza fatica prendermi altrimenti».
Il cavalier, ch’è nobilmente avvezzo
e c’ha desiri all’onor solo intenti,
ritenendo il ferir, «Signor,» risponde
«gran danno vi sarà se ’l sol s’asconde

115e che non sia finita vostra impresa,
perché doman di nuovo è stabilito
che da venti altri ancor vi venga offesa,
e da me poscia a questo tal partito,
et io con patto tal la torre ho presa,
e servar deggio quanto avete udito,
e solo un ci è passato in dritta forma,
l’altro sol combatté la prima torma.

116Il qual, perch’io non ci era, non molto ebbe
fatica, e fu l’altri’ier ch’avvenne questo.
Il primo, qual leon cervo farenne,
vinse il signor qua entro e tutto il resto.
Or dunque a voi doman bisognerebbe
il giorno aver com’oggi aspro e molesto».
Quando l’ode Giron pensa in se stesso
tacito alquanto, e gli domanda appresso:

117«Ditemi, cavaliero, in caso pure
ch’io lassassi la guerra e bisognasse
passar qua dentro le stagioni oscure,
se qui fia chi sicuro m’alloggiasse».
E quel, come chi il ben d’altrui procure,
c’ha tutte le voglie altissime e non basse
dice: «Perché lassar volete noi
la guerra a mezzo per rifarla poi?

118Oggi sì lungamente travagliaste
con quei venti di prima e poscia meco,
che poco omai credo che baste
a dar la fin pria che ’l dì resti cieco.
Doman che ritentiate altri venti aste
e la mia poscia a grand’onta mi reco,
ch?, essendo freddo allor, sì vinto e stanco
sareste ch’ogni forza verria manco».

119«Ah,» disse Giron «questo non fia
ch’accostumato sono e giorno e notte
di sempre esercitar cavaleria,
e ricever e dar ferite e botte,
e spesso avviemmi che ’l medesmo sia
né le membra aggia affaticate e rotte,
e sol che di riposo senta un’ora
vie più fresco che mai ritorno fuora.

120Doman sarò il medesmo, anzi più forte,
non mi trovando aver gran piaghe intorno,
e se non mi è contraria assai la sorte
avrò tutto spedito al mezzo giorno.
Ma voi, nutrito dentro a queste porte,
tra feste e giuochi e piacevol soggiorno,
membro allor non avrete che non doglia,
et io ne porterò di voi la spoglia:

121però vorrei lassar questa battaglia»,
e qui facendo fin si ride e tace.
Risponde il cavalier: «Fuoco di paglia
sarà il vostro disegno, e non tenace:
il corpo mio di poco non travaglia
benché voi lo stimate avvezzo in pace,
et ora ho di combatter più desire
ch’io non aveva al primo mio venire».

122«Or mi chiarite pur» dice Girone,
«s’io mi posso partir, per convenenza
di rinnovar doman questa quistione
e vinti quelli e voi far dipartenza».
Il cavalier: «La vostra intenzione
sia fatta» disse «e che non resti senza
cortesia ritrovar intra queste acque
la quale a’ miei maggior più che altra piacque.

123Et ancor sendo affaticato tanto
nella battaglia che con gli altri feste,
mi porria poca aver vittoria e vanto
da poi che a me prigion vi rendereste,
e bench’io sia ferito in più d’un canto,
e qui si veggian molte braccia e teste
de gli uccisi da voi, sicur non meno
sarete nosco che de i vostri in seno.

124E farò tanto, se impetrare io ’l posso,
che non deggiate far la prima pruova,
per non avervi poi di forze scosso
allor che contro a voi la lancia muova».
«Se voi feste così saria rimosso
il costume ch’or tal ci si ritruova»,
dicea Girone, e ’l cavalier soggiunge:
«Più l’onor mio che ’l vostro ben mi punge,

125ch’io non vi vo’ lassare scusa alcuna
di lassezza, di sangue o d’altro danno,
però vi giuro per chi fe’ la luna
che sol meco domani avrete affanno».
Così d’accordo ove già l’aria imbrunaGirone cena con il proprio avversario, che gli cela la propria identità: Girone chiede al cavaliere che lo accompagna di raccontargli nottetempo la storia del luogo e del suo signore (124,6-144)
le sanguinose spade riposte hanno,
e tratti gli elmi fuori e son montati
di sopra i lor destrieri ivi menati.

126E van dentro alla torre, la qual era
cinta d’intorno di magioni ornate,
et ella superbissima et altera
guarda sull’onde chiare ivi stagnate,
ch’escon d’una bellissima riviera
ricca di neve per quei monti nate,
et ha prati e foreste intorno molte
piene di fere e cacce verdi e folte.

127I cittadin di dentro obbedienti
eran quanto più puosse al lor signore.
Vengon incontro già lieti e ridenti,
dipingendo nel volto il lor buon cuore,
e riguardan Giron, che tra i valenti
sembra a ciascun ch’ei porti il sommo onore,
e benché molti avesse d’essi morti
non vi è però chi in grado no ’l comporti.

128Entrati adunque dentro ritrovaro
una sala di seta e d’or coverta,
ove al lume di torce era sì chiaro
che vi parea la quarta sfera aperta.
Allegramente i due si disarmaro
restando in pura cotta discoverta,
e riguardando ben trovano al vero
più di Giron ferito il cavaliero.

129Ma in ver le piaghe c’han non eran tali
che devesser dar loro impedimento;
poco profonde son, non che mortali,
di che ciascun si mostra assai contento.
Poi, versando acque lor vasi reali,
si lavaron le man, la fronte e ’l mento,
che di sudore e d’arme segno avieno
e di sangue d’altrui forse non meno.

130E d’un caldo mantel di ricca pelle
per non si raffreddar cuopre le membra.
S’asseggon poi sopra dorate selle
u’ di guerrier gran numero s’assembra,
che di Giron l’alte fattezze e snelle
van riguardando et a ciascun risembra
non aver visto pur già mai nessuno
sì bel com’esso e Galealto il Bruno.

131Ben lodan molto il lor signore ancora,
ma come assai più frale e giovinetto,
e fan seco giudicio che lunga ora
non gli potrebbe stare in guerra a petto.
Si maraviglian ben mirando allora
come infino a quel punto avesse retto,
né per miracol han se i venti vinse,
ché più bel mai di lui spada non cinse.

132E troppo avrien desio, s’esser potesse,
che non tornasse più seco alla guerra,
ch’impossibil lor par ch’ei non potesse
a i colpi più che morto in terra.
Ben han ferma speranza, s’ei potesse
venire a ferma età, che ’l miglior serra,
ch’ei devrebbe far cose leggiadre
massimamente uscito di tal padre.

133Così parlan tra loro, e ’l buon Girone
non sa gli occhi levar dalla sua vista.
Pargli veder sovr’ogni paragone
e valor e fortezza mai non vista,
e sopra tutto poi n’era cagione
il veder tutta in lui distinta e mista
la maniera e ’l parlar soave et alto
del suo maestro e parente Galealto.

134Il giovin, che di ciò cura si prende,
domanda la cagion del suo mirare,
e se ciò da troppo odio in lui depende
e gran desio di dargli pene amare.
Ride Girone, e poi risposta rende:
«Nulla cosa di queste mel fa fare,
ma sol perché mi par che somigliate
il miglior cavalier di nostra etate.

135Né pensar posso, a rimirarvi bene,
che non aggiate grado alcun con lui,
e se ’l di fuore al dentro si conviene
non so ben dir quel che saria di nui,
anzi assai mi prometto affanni e pene
prima ch’io resti vencitor di vui».
S’allegra il cavalier, e poi domanda:
«Chi è quel ch’io simiglio? di qual banda?».

136«Fu Galealto il Brun,» Giron risponde,
«il più forte guerrier dell’età nostra».
L’altro, che di dolcezza si confonde,
e ben in arrossir di fuori il mostra,
confessa parte e parte gli nasconde
dicendo: «Vera è la credenza vostra,
che ’l miglior cavalier di lui non nacque
a quel ch’io n’ho sentito», e qui si tacque.

137«Deh ditemi, signor,» Giron il prega,
«se di sangue con voi fosse congiunto».
L’altro di dirlo allor aperto nega,
ma ben gli dice innanzi che sia giunto
il termine al partirse, che si lega
con promessa leal che ’l tutto a punto
manifesto gli fia, se ’l Ciel gli dona
l’armi vincenti e sana la persona.

138Qui finisce il parlar, e ’n questo tanto
son le tavole preste e le vivande.
Lì si lavan le mani, e d’ogni canto
vede di cavalier numero grande.
Assisi appresso l’uno all’altro a canto
tra loro il ragionar tutto si spande,
del valor troppo che Girone avea
e di lor morti e di lor sorte rea.

139E maladicon tutti la fortuna,
che l’aveva indiritto a quella parte,
che ben intendon ch’a maniera alcuna
no ’l porrieno avanzar di forza e d’arte,
che mai non fu cotal sotto la luna,
e più tosto c’un uom lo stiman Marte,
e quasi piangon tutti l’altro giorno
dubitando a battaglia far ritorno.

140Or finito il mangiare, il pio signore
prende al franco Giron la destra mano,
e menalo ove giace in gran dolore
il compagno prigion, dico Abilano,
il qual Giron con fraternale amore
va confortando, e dice che fia sano
fra breve tempo e libero et allegro,
come al presente sta smarrito et egro.

141Indi sen va parlando a quella stanza
pur co ’l signor ove posar si deve,
il qual null’altra li fa dimoranza,
salutal dolcemente e vassen leve.
Ma molti cavalier, com’è l’usanza,
restàr con lui, ma tutti quanti in breve
gli licenziò cortese, e solo un volse,
e ’l più vecchio e parlante scelse e tòrse.

142E questo fe’ perch’egli avea desio
d’intender di là entro istoria vera.
Fallo adunque seder, e dicegli: «Io
una grazia da voi bramo stasera».
E quel: «Quanto si stenda il poter mio
prontissima sarà la voglia e ’ntera».
Il ringrazia Giron, e chiede poi
di quel castello e de gli antichi suoi.

143E come stabilito fu il passaggio,
e perche sia chiamato Periglioso.
Il cavalier, cortese in tutto e saggio,
gli risponde: «O signor, troppo noioso
vi fia, che mezza notte e da vantaggio
sarà passata pria che a buon riposo
vi possiate colcar, se voi voleste
tutte saper le cose manifeste.

144E poi che vi convien nuova quistione,
sì com’io penso, all’apparir del sole,
dico tanto vegliar non par ragione
ascoltando da me lunghe parole».
«Chiaro signor,» soggiugne allor Girone,
«non vi caglia di ciò, ch’a me non duole».
Et esso: «Poi ch’a voi pur così piace
vi dirò tutto il conto, e fia verace».

Libro XVI

ultimo agg. 14 Settembre 2015 17:56

Il cavaliere racconta la storia di Passo Periglioso e della sua legge: il signore locale ha istituito tale legge per impedire a un misterioso cavaliere di vincerlo di nuovo a duello (1-14,4)

1«Era di questa terra già signore
un cavalier che nessun par avea,
di bontà, d’ardimento e di valore
e di assai gran paese il fren tenea,
e s’aggiunse per sorte a tanto onore
ce sposa avea che vinse Citerea,
di beltade e di grazia sopra umana
e di casti pensier Palla e Diana.

2Fu il nome di costui Diodenasso,
il qual un dì, per onorar il sito,
e per dar a’ vicini onesto spasso
fece bandire un publico convito,
ove dopo il mangiar, su questo passo,
fu ricco torneamento stabilito,
né restò di venirci d’ogni intorno
donzella vaga o cavaliero adorno.

3Né sol per contemplare il dì festivo
tutti vien, ma per mirar in parte
di questa il volto grazioso e divo
ch’avria fatto ogni uom vil tornar un Marte,
e di basso pensier restava privo
ogni cor rozzo, e lassava in disparte
i suoi villan desir, e quella etade
d’accordo l’appellò passa Beltade.

4Ora il padron di qua con l’arme in mano
fece in quel dì maravigliose pruove,
qualunque uomo incontrò distese al piano,
e la vittoria in tutto ebbe da Giove.
Fu lì tra gli altri un cavaliero strano,
che mentre questo e quello il destrier muove
sempre stette a mirar la donna in volto,
tacito e fermo e ’n maraviglia avvolto.

5E tanto avea di tutto quel sentito
com’uom che fusse in ben lontan paese,
quando altri vien che dice esser finito
il torneamento, e ’l tutto fe’ palese,
rimase egli sdegnoso e sbigottito,
e ’n se medesmo alta vergogna prese,
dicendo: – Benché alcun non mi conosca
pur tenerò fortuna o chiara o fosca,

6né soffrirò che senza altrui vendetta
sian tanti cavalier caduti a terra -.
Prende il suo scudo, e con furor si getta
ove sta il vincitore, e ’l chiama a guerra,
e come soglia far vento o saetta
che gli arbori , capanne e case atterra,
ferì questo signor di tanta possa
che non sostenne ben l’aspra percossa.

7Anzi cadde lontan più di sei braccia,
né il cavaliero stran molto dimostra
va sopra gli altri e teste, gambe e braccia
rompe a quanti vi sono, e ’n poco d’ora
chi non era caduto avea la caccia,
e fuggito era già del campo fuora.
Ma il buon Diodenasso già risorto
non può trovar in sé pace o conforto,

8ma rimonta a cavallo e innanzi sprona
e vuol di nuovo ritentar la spada.
l’altro superbamente gli ragiona:
– La vita vostra omai poco vi aggrada -,
poi con un colpo tal l’elmo gli ’ntuona,
onde convien che ancor per terra vada
ferito nella testa in tal maniera
che giunse quasi a notte innanzi sera.

9Fu dentro al scudo suo qui riportato
e al non conosciuto dato il vanto,
il qual, pria che prendesse altro commiato
alla donna mandò ch’ei pregiò tanto,
dicendo che per lei s’era mostrato
cotal qual ella vide d’ogni canto,
e del suo faticar parea ragione
di riportarne un picciol guiderdone.

10E la pregava che gli desse un segno
di cortesia verso il suo gran valore.
Arse la donna di soverchio sdegno,
perché solo il suo sposo aveva in core,
e che ’l vedea caduto in loco indegno
ove sempre solea portar onore,
sì ch’irata rispose al messaggiero
– Fate risposta al signor vostro altero

11ch’assai vien guiderdone in nobil alma
e che pregia l’onor sovr’ogni bene
di riportar de’ suoi nemici palma,
e che più ricercar non si conviene,
e ch’ogni altro che brama e lorda salma,
ch’ingannato tien l’uom di lorda speme,
e sé contro al dever pur il volesse
in altra parte i passi suoi volgesse,

12ch’ella non era tal ch’a sconosciuto
e basso cavalier doni mercede,
ch’al suo marito sol non fa rifiuto,
il qual ha sempre in cor con somma fede.
Quell’è il signor e ’l suo campion dovuto,
né più chiaro tesor il sol non vede -.
Ritorna il messo a lui, le nuove conta,
che l’empièr d’ira e di dispetto et onta.

13E senza spene e tutto discontento
si ritornò lontano al suo paese,
pur co ’l cor sempre alla beltade intento
che in un sol guardo l’anima gli accese.
La donna verso lui di mal talento
al suo marito il tutto fe’ palese,
il qual della sua forza essendo esperto
viver non volse del rivale incerto,

14e fe’ là nel principio de lo stagno
far la barra e ’l passaggio saldo e forte,
sì che pochi o nessun fe’ poi guadagno
di quella impresa, e molti giro a morte.
Dopo alcun tempo poi con un compagnoIl signore locale ritrova il cavaliere ferito, lo cura, ma costui sembra pazzo: si dice tale perché follemente innamorato della moglie del signore (14,5-28,2)
andando un giorno a diportarsi a sorte,
trovò vicin ad una chiara fonte
il cavaliero stran ferito in fronte,

15che come morto in terra si giacea,
tutto aveva perduto sangue omai.
Pianse il signor di sua sventura rea,
ch’era di alma e di cor pietoso assai,
scende e l’altro anco seco discendea,
e lui confortan de gli avuti guai,
poscia il me’ che potero e con più agio
il riportò qui dentro al suo palagio.

16Ivi, alla bella sposa in guardia dato,
fu guarito da lei solennemente,
che ben di medicar avea imparato
piaghe e percosse dal suo gran parente,
che di quella arte fu più che dotato,
tanto che di lontan venia la gente
a lui, che senza ferro e senza impiastro
con l’incanto guaria, qual Zoroastro.

17San ritornato, sì grande era e bello
che tutto il mondo a lui veder venia,
né si pensava alcun che fusse quello
che l’alto pregio della giostra avia,
ma sì salvatico era e sì rubello
ch’a nessun che domandi rispondia,
e ricercato come nome avesse
parea che scioccamente si ridesse.

18Né mai volle parlare una sol volta,
tal che ogni uom si pensò che la ferita
gli avesse il senno e la memoria tolta,
e gli restasse l’anima impedita.
Or venne un giorno che gran gente accolta
fu in questa torre assai chiara e gradita,
ove ogni cavaliero et ogni dama
siede e ragiona, con cui pregia et ama,

19e ’l cavalier istran si pone innanti
alla donna gentil tutto pensoso,
senza far motto alcun, ma se i sembianti
ben si mostrò di lei più che amoroso.
Il signor nostro, che di mille amanti
più tosto che di lui saria geloso,
guarda ridendo la sua sposa e dice:
– Domandate, che vuol questo infelice? -.

20Ella risponde allor che volentieri,
e volta ad esso con soavi accenti
dice: – Signor, quai son gli alti pensieri
ch’al mirarmi così vi fanno intenti? -.
Disse ei: – Quei che dell’uom son santi e veri
soli o da morte e da viltade spenti -.
– Quai dunque son (soggiunse)? -, e quei: – Soli
ond’Amore empie il ciel, le stelle e i poli -.

21Et ella vergognosa dice: – Or come
sentite voi, signor, d’Amor la forza? -.
Et ei: – Gli occhi seren, le bionde chiome
vostre hanno fatto che quel dio mi sforza,
e mi han scarcato sì delle altre some
che non più sento la terrena scorza,
ma in ascoltarvi e rimirarvi fiso
lassato ho il mondo e sono in Paradiso.

22E ben per vostro mezzo maggiore opra
ha fatta in me che mai facesse giove,
che ’l senno mio rivolto sotto sopra
a concetti divini indrizza e muove.
Voi sète seco quella che l’adopra
con celesti fattezze altere e nuove,
e bene avete al mondo alta avantaggio
a far retore un muto, un folle saggio.

23Anzi, a dir meglio il ver, faceste muto
chi ben parlava e chi fu saggio stolto,
d’un prode un di valore sprovveduto,
di un troppo ardito un di timore involto,
tal ch’io posso oggi dir di aver veduto
cosa maggior che di Medusa il volto,
perch’io son da voi fatto, ohimè lasso,
d’un sasso un uomo e poi di uno uomo un sasso -.

24Qui s’ella e l’altre donne ch’avea seco
ridesser molto dir non si potrebbe,
e veramente della mente cieco
dicean tra lor che ’l mondo tal non ebbe.
Poi soggiuns’essa: – A biasmo assai mi reco
il vostro dir, come il maggior si debbe,
e voi forse per *** ciò mi dite,
onde nascer fra noi vedrassi lite -.

25- Deh non (disse ei), madonna, ch’io vorrei
morir più tosto che con voi quistione.
Ben affermo io che molti effetti rei
ch’io provo in me mi dan giusta cagione
di parlar tal, ma certo giurerei,
e di certo giurar avrei ragione,
che in me tutto i contrario far potreste
con le maniere altissime et oneste.

26Ma se al mal cominciaste, io cominciai
le parole di voi dal male ancora -.
Ella ridente, in amorosi rai,
disse: – Signor cortese, ditemi ora:
come potrei ricompensarvi mai
del mal che in voi per mio fallir dimora? -.
Et ei: – Perché il dirò, che aperto veggio
che no ’l vorreste e mi fareste peggio? -.

27Et ella: – No ’l farei; pur, se vi spiace,
ditemi al men il ben che in voi fu pria -.
Et esso: – Io vel dirò: mentre la face
per voi d’amor nell’alma non sentia,
fui sì forte guerrier, e sia con pace
detto di tutta la cavaleria,
che nessun contro a me durar potea,
or son fatto il contrario ch’io solea -.

28Prese ella il tutto pienamente in gioco,
e finì il suo parlar per quella sera.
Il signor di qua entro d’ivi a pocoPer provarlo partecipa a una giostra e fa chiaro il suo valore: il signore lo fa mettere il prigione (28,2-38,6)
fe’ bandir una giostra, ma non era,
come la prima, qui, ma in altro loco
fuor dello stagno, a canto alla riviera.
Là sen giro i miglior, e sol rimase
la donna e ’l forestiero in queste case.

29Quand’ella, ch’ancor pur teneva a mente
di quei giorni passato il suo vantarse,
lui domanda: – Signor, se sì valente
sète qual mi diceste, e perché scarse
le voglie avete a gir ove la gente
più fiorita che sia deve assembrase?
Vergogna par d’un uom così formoso
per codardigia sol cercar riposo -.

30- Ah (disse ei), donna, mai non mi biasmate
se non vedeste pur la pruova in prima.
Fate ch’arme e caval mi sian prestate,
e m’avrete poi forse in altra estima,
che mi vedrete far cose pregiate
e di molti de i buon restar in cima -.
Et ella: – Io vi prometto, o folle o saggio,
che per me non starà mostrarne il saggio -.

31E quantunque ella avesse poca fede
alle promesse sue, pur tutta ascosa
di buon cavallo e d’arme lui provvede,
et in simile affar d’ogni altra cosa,
e fa sì ben ch’alcun non se n’avvede;
indi con dolce voce et amorosa
disse: – O folle campion, gitene pure
ch’a i vostri par le strade son sicure -.

32Ei la ringrazia, e dice: – Queste arme
date dalla più cara e bella mano
che fusse al mondo mai penso mostrarme,
tal che ’l grido n’andrà presso e lontano,
sì che potrete poi credenza darme
ch’io divenni per voi stolto e villano,
e per voi parimente son tornato
più che viva oggi alcun prode e pregiato -.

33Vassene dunque, e l’arme avea vermiglie,
e coperto il caval di par colore,
e ’n poco d’ora fe’ tai meraviglie
ch’ebbe senza contrasto il primo onore,
braccia e spalle rompendo, fronti e ciglie,
ond’ogni uom si fuggì dal suo furore,
e, già vòta la piazza, cheto e solo
si tornò qui dall’abbattuto stuolo.

34Rende l’arme alla donna e domandato
come il fatto era gito, le risponde
che lodar se medesmo è gran peccato,
ma che la verità verrà d’altronde.
Vienne la notte, e ’l sposo, ritornato,
cerca novelle, et ei non gliel’asconde,
anzi le afferma: – Un cavaliero strano
fatt’oggi ha cose ch’io no ’l tengo umano.

35Io vi assicuro ben che ’l mondo tutto
oggi non ha, né mai forse ebbe pare.
Egli ha fatto a ciascun vergogna e lutto,
né poté mai nessun lui contro stare.
Io ’l pensava di abbatter, né fei frutto,
ma come gli altri mi convenne andare.
Vermiglia l’arme e senza fregio porta,
e mi cred’io che Marte gli sia scorta -.

36Ben conobbe la donna chi questo era,
e maraviglia n’have et allegrezza.
Quinci narra al marito ch’ella spera
tosto costui mostrar ch’ei tanto prezza.
Ei ne la prega, et essa a lui per vera
cosa gli disse: – Quel che ogni uomo sprezza
in casa vostra e tiene stolto e vile
è il cavalier che dite alto e gentile -.

37E gli racconta il tutto come era ito,
e gli mostra il cavallo e l’arme poi.
Già il ver conosce l’invido marito,
e rabbioso ne vien ne i pensier suoi,
dicendo: – Poi ch’un uom così gradito
abita simulato oggi fra noi,
più che per onor mio vien per vergogna
onde farne vendetta mi bisogna -.

38E senza altro parlar la notte istessa
quando più forte e più sicur dormiva,
legar il fece, e vita gli ha concessa
ma in oscura prigion di lume priva.
Il fe’ crudo serrar, dicendo: – D’essa
non uscirà mai più mentre che viva -.
La bella donna di sua dura sorteLa moglie del signore se ne innamora e lor libera, lui le svela di essere Galealto (38,7-55,2)
sentì tal doglia che minor è morte.

39E dove mai pensier non pose innanti
allor il pose e sì d’amor s’accese
che mille e mille i più focosi amanti
non ebber fiamma quale in lei s’apprese,
ma il celò ben ne gli atti e ne i sembianti,
perché danno saria l’esser palese.
Stette il miser così tra mille stenti
senza alcun mai veder da giorni venti,

40dopo i quai trovò pur la donna modo
d’ascosamente alquanto parlar seco,
e gli disse: – Signor, il torto frodo
che vi ha condotto in questo carcer cieco
corregger voglio, e dicovi che ’l nodo
d’Amor mai non sentito alloggia meco,
e m’avvegna che vuol, vedrete ch’io
ho di farvi ogni ben sommo desio -.

41Se le rendesse grazie e lieto stesse
il cavaliero stran non potrei dire,
né molto andò che ’l ciel nell’alma messe
voglia al signor di qui di altrove gire
ad un castel, per certo suo interesse
di una gran lite che volea finire.
Non lassa ella passar l’occasione
ma incontinente corre alla prigione,

42e dice: – Il tempo è giunto, o mio signore,
di ritornar in vostra libertade.
io v’apro l’uscio, e poi che di qui fuore
sarete, vi fien libere le strade -.
– Ahi (rispose egli), or non consenta Amore
che già mai senza speme io me ne vada
di rivedervi: or mi avvisare come
ritrovar possa il bel volto e le chiome

43vostre, ch’eternamente mi han legato,
senza le quai mia vita sarà morte- .
– Ben (rispose ella) ciò vi fia negato,
che subito vedrem tutte le porte
con diligenza chiuse, e ben guardato
questo castel ch’alcun non fia sì forte
che si possa appressar; ma che voi fia?
Basti ch’avrete ognor la grazia mia -.

44- Questo è molto (diss’ei), ma vi assicuro
ch’io vo’ qui rimaner s’esser ciò deve,
e d’esser prigionier manco mi curo
che di starvi lontan per tempo breve,
e pur ch’io stia dentro al medesmo muro,
ogni pena per voi mi sarà leve,
e ben sapete quanto tempo fui
stolto e muto e sol per vui.

45Meno avrò pena a star serrato eterno
ch’io non ho avuto a simularmi tale -.
Sentì la donna un alto foco interno
considerando seco a quanto male
s’era ei sommesso, e dice: – Io ben discerno
ch’amor forse non fu co ’l vostro eguale,
e poi che sì mi amate fate almeno
ch’io sappia il nome vostro e ’l tenga in seno -.

46Diss’egli: – Il nome mio sì basso e vile
vi parrà forse che vergogna avrete,
ma per servar il mio dovuto stile
di mai sempre ubbidirvi, voi ’l saprete:
son Galealto il Brun, che vostro umile
servo oggi son, come veder potete -.
Di quella al suon delle parole il volto
fu di vergogna e maraviglia involto,

47ché già per mille lingue udito avea
com’era cavalier vie più ch’umano,
e che ciascun d’altezza esso vincea
come il gran Pelio di Tessaglia il piano,
e somme riverenze gli facea
dicendo: – Ahi lassa, o mio signor sovrano,
come esser può che a sorte così bruna
metta un cavalier l’impia fortuna?

48Che s’io sapeva chi voi fuste prima
non vi lassava far dannaggio e scorno,
anzi v’avea d’ogni mia cura in cima
come il più gran guerrier che vada a torno,
degno ch’ogni alta piuma in prosa e ’n rima
volar vi faccia in ciel dall’Austro al Corno.
Pur s’io ne son dolente Dio se ’l vede,
e ne chieggio perdon, grido mercede.

49E tanto più di andarne vi consiglio,
ché se ’l mio sposo il risapesse mai,
del vostro sangue si faria vermiglio,
da voi temendo aver vergogna o guai -.
Ma il cavalier, con più turbato ciglio,
– Donna (risponde), più non dite omai,
ch’io non mi vo’ partir lassando voi,
ma ben devremmo gircene ambe duoi,

50ché s’ho l’arme e ’l caval del torneamento,
e voi montiate sovr’un palafreno,
di mezzo il mondo non avrò spavento
e sicuro ne fia tutto il terreno.
D’esser sempre con voi sarò contento
infin che ’l viver mio non venga meno,
voi sola avrò per mia signora e sposa,
cara e pregiata più d’ogni altra cosa -.

51La bella donna di desire accesa
ripensò alquanto, e poi rispose a lui:
– Se in ciò non fusse l’onestate offesa,
dolce assai mi seria non men ch’a voi.
Troppo fora per me biasmata impresa
et io vo’ ch’a me piacer altrui,
e più che suo diletto a noi bisogna
in cor aver la femminil vergogna -.

52A Galealto la risposta spiacque,
ma il pudico voler molto ebbe caro,
perché qual ei nell’arme unico nacque
tale in ogni virtù fu più che raro,
e dolcemente, poi ch’ella si tacque,
disse: – Io non son del mio piacer sì avaro
ch’io non preponga a lui le voglie caste
ch’ora e sempre madonna mi mostraste.

53Io me ne andrò di qui poi che a voi piace,
in Dio sperando prima e ’n questa mano
ch’amor ch’io sento in me puro e verace
non sarà lungo tempo a voi lontano,
ch’io vi racquisterò per guerra o pace
sì che l’onor di voi resterà sano,
o ch’almen fia che con lodata sorte
non potendo aver coi troverò morte -.

54Più detto avrebbe, ma i sospiri e ’l pianto
la lingua gli legàr, tolser il suono.
Il medesmo avvenia dall’altro canto
a lei, che al duol si lascia in abbandono.
Restansi muti entrambi, e ’n questo tanto
ascosamente un destrier bello e buono
fatto ha trovar, e d’arme l’ha vestito,
e gli ha mostrato il più sicuro lito

55onde ei possa passar senza contesa,
e senza esser lì dentro conosciuto.
Non ha quasi il guerrier la strada presaLa donna finisce in prigione, Galealto la libera battendo il signore e mantenendo la legge del passo, e con lei fa un figlio, Febo (55,3-88)
che ’l signor di qua entro era venuto.
La novella sentì ch’assai gli pesa
come il fero prigion avea perduto,
duolsene senza fin, e in ira monta
contro alla donna sua, che gliel racconta,

56dicendo: – Certo son che tutto è stato
il consiglio e l’aiuto e ’l voler vostro,
ma nella vece sua, per tal peccato,
starete, o infida, nell’oscuro chiostro,
infin ch’io non riveggia in questo lato
lui ritornar sotto l’arbitrio nostro -.
Né fu longe dal dir l’opra, ch’ei messe
subito lei nelle prigioni stesse.

57Volò la fama in breve per l’intorno
della non par sentita crudeltade,
che diede al cavalier più doglia e scorno
che s’avesse nel cor ben mille spade.
Chiama un compagno nel medesmo giorno
e dritto vien per l’imparate strade
infin là dove il passo serrato era,
e gli dimostra il mondo e la maniera

58ch’ei venga in questa terra imbasciadore,
e l’ammaestra ben ciò che dir dèe.
Vien disarmato, a piè, tutto in sudore,
perché a caval non ci poté venire;
giunge, e senza salute o fargli onore
comincia sì ch’ogni uom poteva udire:
– Gran vergogna è, crudel Diodenasso,
che tu d’ogni virtù sua privo e casso,

59e gran danno è che un sì codardo e vile
in dispregio de i buon rimanga in vita,
onta villana al sangue tuo gentile
d’ogni vizio mortal ria calamita,
che non saria nel dir sì grave stile
che non avesse la virtù smarrita
in narrar tutti i biasmi che tu merti
e negar non si pon tanto son certi -.

60Restò Diodenasso sbigottito
quando il superbo dir di costui intende,
ma poi che di parlar prese partito
a lui si volge, e di rossor si accende,
e dice: – Quello è stolto e non ardito
che in casa propria un cavalier offende,
e tanto più quanto egli ’l face a torto,
come voi fate leggiermente accorto -.

61Rispose il messaggier: – Chi dice il vero
può arditamente dir quanto gli aggrada.
Ben altra volta fusti cavaliero
de i miglior che cingesse allora spada,
or dice ogni uom che cangiato hai sentiero
e che nessuno innanzi è che ti vada
di codardigia e di pensier villani
tra i guerrier più vicini e tra gli strani.

62e che ciò sia per tema d’un uom solo
hai fatta imprigionar la propria moglie,
che non ha par d al’uno e l’altro polo
e la tien rilegata in pianti e ’n doglie.
Or come non vuoi tu che vada a volo
l’infamia tua, che di ogni onor ti spoglie,
poi ch’infra tante spade e ’n questa torre
ti temi che un guerrier la poss tòrre?

63Tutto il mondo ti scherne, e ’nfra gli altri uno
ch’io ho lassato qua fuor della porta
mia ha detto che ti tien così digiuno
d’ogni valor che sol si riconforta
te con venti altri armati, ben ciascuno
de i miglior cavalier de la tua scorta,
tutti o morti o feriti o por per terra
e ’n men d’un mezzo dì finir la guerra.

64E nessuno altro ha seco in compagnia,
fuor ch’una onesta e vaga damigella,
ch’egli ama più che cosa altra che sia,
e dritto è ben, tanto è leggiadra e belle,
e forse ch’appo lei vergogna avria
la donna tua, se ben par una stella,
et è contento farne il paragone
e farti confessare ch’egli ha ragione.

65Menala adunque teco, e questa pruova
prima far vuol delle costor bellezze,
quinci fra i venti poi l’arme si muova
e si vedrà se a torto ti disprezze -.
Qui si tacque egli, e l’altro si ritrova
per le parole sue primiere e sezze
sì fuor del già nativo sentimento
ch’ei rispose cruccioso e ’n mal talento:

66- Io vi prometto, o folle ambasciatore,
che chi vi manda qui di senno è privo,
ch’io non penso ch’uom sia di tal valore
ch’uscir potesse a tal impresa vivo.
Ma prender non saprei senza disnore
la fatta offerta, di cui sono schivo -.
– Ah (disse il messaggier), tanta vergogna
vi sarà ciò che più non ne bisogna

67a far creder di voi quel ch’ogni uom dice,
che nessun più codardo alberga in terra.
S’ei più di sé promette che non lice,
mostrate in arme ch’ei vaneggia et erra.
Quanto più agevol vien, tanto felice
viene, e sicura più l’avuta guerra,
e discuopre d’altrui la gran follia
come a voi contro a lui venir potria.

68Tanto è che ’l vostro peggio è rifiutare
che ’l mettersi oggi in sì sicura impresa -.
Diodenasso allor, dopo il pensare,
non trovando al suo dir giusta difesa,
risponde: – O bene o male io ’l vo’ provare,
poi che senza cagion mi fece offesa.
Venga adunque il guerriero, e meni seco
la sua donzella per combatter meco,

69che ben gli mostrerò ch’io non son tale
quale esso pensa, ma miglior assai -.
Ritorna il messaggier com’avesse ale
a Galealto, che sta troppo omai,
ond’ei veloce a far leone eguale
vicino a gregge cui minacce guai,
come armato attendeva salta in sella
e seco ha per compagna una donzella.

70Del cavalier messaggio amica cara,
ch’ella, virtù di lui, largo la diede,
che ben provato aveva tanto rara
che la maggior del mondo esser la crede,
vienne alla sbarra, et ivi si ripara
infin che giunto il suo nemico vede
con venti cavalier intorno armati,
e la bella mogliera in atti ornati.

71No ’l vide a pena che ’l cavallo sprona,
né il signor nostro all’incontrar fu tardo,
ma tale il colpo fu ch’egli abbandona
gli arcion per forza, e non come codardo.
Questo abbattuto, sopra gli altri dona
snello e veloce più che leopardo,
e senza romper l’asta due n’uccise,
poi la mano alla spada ardito mise.

72E sopra l’altra schiera di quei venti
fece cose mirabili in un’ora.
Gli ruppe, gli scacciò non altrimenti
che lievi piume la mattutina òra.
Al fin n’andò con atti riverenti
verso la sua vaga donna, che dimora
di dolcezza ripiena, e del periglio
del suo servo e di sé il viso ha vermiglio,

73e dice: – O mia signora, ora nostra sète,
anzi io son vostro -, et ella il consentio;
– e perché con ragion so che temete
il vostro sposo in voi fellone e rio,
in paese lontan meco verrete,
ove prometto a coi, prometto a Dio,
che vostra castità sicura fia
come proprio la vita e l’alma mia -.

74Così di qui partisse, e servò tutto
il giuramento fatto e la promessa.
Ma il signor nostro in cotal doglia e lutto
cadde, e poi in febbre così calda e spessa,
che medicina o fisico alcun frutto
fra non poteo, e in quella estate stessa
senza prender già mai speme o conforto
nelle braccia di noi vedemmo morto.

75Mandammo a Galealto le novelle
che nel regno di Logre era con lei.
Venne a noi tosto, e nozze vaghe e belle
fur fatte con legittimi imenei
dentro di questa torre, e tal le stelle
furo a lui favorite e gli altri dèi
che ne nacque il figliuol ch’oggi vedete
con cui la guerra aveste e forse avrete.

76MA perché cara avea la vaga moglie
e ch’una profezia trovò tra noi
ch’un altro cavalier per queste soglie
passar deveva a forza poco poi,
di molti buon guerrier la guardia toglie
de i più forti e miglior ch’eran de’ suoi,
e ne fece giurar a tutti insieme
d’esser fedeli insino all’ore estreme,

77dicendo: – E’ mi par ben ch’una tal donna
merti invitta difesa nel futuro.
Io sarò sempre a lei fida colonna,
con la man, co ’l consiglio e co ’l cor puro,
ma perché qual più voglia in arme o in gonna
possa il tempo menar lieto e sicuro,
sì come io ritrovai tutti altri voglio
ch’aggino al qui passar simile scoglio.

78Né qui mai possa entrar chi venti prima
non abbatta di voi con lancia e spada,
e se di questa impresa arrive in cima
sopra il corpo di me poi faccia strada,
e se fia cavalier di tanta stima
ch’ei vinca il tutto, a suo diporto vada
qui dentro ove vorrà, ch’è ben ragione
ch’egli aggia al fin dovuto guiderdone.

79E tanto più ch’un cavaliero strano
d’entrar per forza qui si dona vanto,
vedrem s’avrà così possente mano
contro a voi venti e me dall’altro canto.
Né vo’ che l’ordin mio ritorni vano
ma si mantenga intero infino a tanto
che tre altri com’io non sian passati,
e sien là fuori in marmo i nomi ornati -.

80Né molto stette che la pruova venne
ch’un forte cavalier detto Elizero
de i primi venti poco conto tenne,
che quattro ad uno ad un luogo gli fèro.
Grida egli ad alta voce, e dice: – Or viene
che ben ti attendo, o franco cavaliero;
te solo appello, e tutti gli altri lasso
poi che tu solo il primo apristi il passo -.

81Or Galealto, ch’era ivi assai presso,
al chiamar minaccioso a caval monta,
né dir gli vuol ch’a terra non ha messo
i venti ancor, che d’allegarlo have onta,
ma spronando il caval corre sovr’esso
e quel getta lontan dove si affronta,
il qual caduto in basso a terra scende,
imbraccia il scuro, e la sua spada prende.

82E ’n testa al cavalier, ch’era risurto,
con grandissima forza ripercuote,
e ’l colpo accompagnò di sì grand’urto
che gli fe’ far pria che cader due ruote.
Lassalo appresso star, che non di furto
ma mostrar vuol palese quel che puote.
Torna in piedi Elizero, e Galealto
già si apparecchia al terzo nuovo assalto,

83quand’ei gli parla: – O cavalier ardito,
prima che ritentar altra battaglia,
vi prego che da voi resti essaudito
d’una sol grazia che per mille vaglia:
ditemi il vostro nome, ch’uom compito
come voi non portò mai piastra e maglia -.
Et ei cortese a lui disse: – Ciascuno
oggi m’appella Galealto il Bruno -.

84Come udì il buon guerrier l’altero nome,
gettò ratto la spada e ’l forte scudo,
e disse: – Io tengo le mie forze dome,
mi arrendo in vostre mani umile e nudo;
son vostro prigioniero, e non so come
m’aggia condotto il rio mio fato e crudo
a combatter con voi, ch’adoro e colo,
poi ch’io vesto arme sopra ogni altro e solo -.

85Risponde Galealto: «E perché questo,
che fresco sète alla battaglia ancora?».
Et egli a lui: – Che sarà poi del resto
se ’l vostro nome pur mi discolora?
A voi mi dono, e sia dolce o molesto
il voler vostro, che ’n voi sol dimora.
Oggi ogni mia fortuna, ogni mia sorte,
mio ben, mio male e mia vita e mia morte -.

86Qui Galealto, ch’era più che umano,
gli disse: – O signor mio, mi spiace molto
ch’io ho giurato ogni guerriero strano
cui qui fallisca il suo disegno sciolto
far morir tosto, o in luogo sotterrano
tener mai sempre in tenebre sepolto,
pur voi non uccidrò, siatene certo,
perché sète campion di troppo merto.

87Ben vi farò cortese compagnia,
ma d’uscir mai di qui vi fugga spene
fin ch’uno altro guerrier sì forte sia
di me scacciar e voi cavar di pene -.
Così seco rimase , et il tenia
come proprio fratel al male e ’l bene,
ch’esso avea proprio e libero e sicuro
tal che ’l qui sempre star non gli era duro.

88Né andò molto che Galealto poi
il figliuol ch’io contai vide esser nato,
questo che fece ier guerra con voi,
e fu Febo al battesmo nominato.
Il qual cresciuto, avuti ha tutti noi
quali ebbe il padre e nel medesimo stato.
Or questo è tutto quel di cui desire
aveste udir e ch’io vi posso dire».

Girone all’alba riveste l’armatura e abbatte i venti (88-107)

89Qui finisce il buon vecchio, e ’l pio Girone,
che intentissimamante udito l’have,
gli disse: «Io vi ringrazio, alto barone,
del conto fatto a me troppo soave,
e tutta ho da voi presa la cagione
di così perigliosa e dura chiave
di questo passo e ’l nome del signore
mi fa ben lieto, et hogli grand’amore,

90ché Febo antico, a maraviglia forte,
grazioso, gentil, saggio e cortese,
fu cavalier al mondo di tal sorte
che di par a lui mai qui non s’intese,
e Galealto, poi che venne a morte
l’altro, un simile a quel farne palese
volle, e per quel ch’io pruovo direi bene
che giovin non fu mai di tanta spene.

91Così gli doni Dio buona avventura
come un dì fia si quello antico equale.
Or perché passa omai la notte oscura
mezzo il viaggio suo con le negre ale,
tempo mi par di porre ogni altra cura
sotto le piume, dove il sonno assale
l’umana gente, e fa co i pensier tregua
e le disagguaglianze nostre adegua».

92Vassene adunque il vecchio, e Giron posa
tutt ala notte, che n’avea mestiero.
L’alba apparita, fresca e rugiadosa,
entra, ch’ancor giaceva, uno scudiero,
porta una veste adorna e preziosa,
degna d’errante e raro cavaliero;
l’accetta egli e la veste, e poi domanda
l’arme, e se ne ricuopre d’ogni banda.

93Venne il signor di quel passaggio appresso,
dolce il saluta, e gli domanda quale
aggia la notte avuta, ch’egli stesso
s’era sentito pure alquanto male.
Giron risponde: «Come avviene spesso
a i miglior cavalier trovasi tale
il medesmo mi occorre, pur ho spene
di non far men che ier mio dever bene.

94E ’l sentiranno i vostri cavalieri,
i quai vi prego che facciate armare».
Disse il campione: «Ei son già su i sentieri
tutti in punto a caval per vi aspettare;
scendete pure»; e l’altro: «Volentieri
ch’a simil gioco non mi fo pregare».
Domanda l’elmo, e ’l cavalier che guarda
par che di sua virtù dentro al cor arda.

95Poi tutto dolce gli comincia a dire:
«Ben conosco io, signor, quanto valete,
che di combatter tutti avete ardire
così stanco e battuto come sète,
et io, che biasmo non vorrei venire,
anzi di vero onor sempre ebbi sete,
vorrei combatter solo, e gli altri venti
non vi donin fastidio oggi altrimenti.

96E se vincete me libero lasso
trionfator andar dove vi piace,
della torre signor, signor del passo
per mai sempre farovvi in buona pace».
«Ah (rispose Giron), non ho sì basso
il poter mio come il cor vostro face.
Vo’ la legge servar, e vo’ provarmi
di superar quei venti e voi con l’armi.

97Non accetto in battaglia cortesia,
ma in amor e ’n onor ben volentieri:
la vostra antica legge in piede stia,
venghino avanti i debiti guerrieri.
Non è quel ch’è di patto villania,
né a voi di vergognarse fia mestieri,
ben sarebbe onta a me s’altri dicesse
che per me tale usanza si rompesse.

98E vo’ dir tanto allo avantaggio vostro
che di venti, quai sien, mi curo poco,
ma vincer il valor ch’avete mostro
il meno agevol fia di questo gioco.
Or gimo adunque a far il dever nostro,
ch’io possa tosto uscir del chiuso bosco».
«Ah,» dice Febo a lui «cotal periglio
schivate, e vi attenete al mio consiglio.

99Ma se pur di far tutto non vi aggrada
facciamo oggi il contrario che si suole,
che la prima a provar sia la mia spada,
la qual, vinta da voi lucendo il sole,
sia sopra gli altri la seconda strada,
perché di avervi stanco assai mi duole».
«E questo anco» Giron disse «rifiuto»,
e s’invia vêr la piazza altero e muto.

100Ei montato a caval fuor della porta
la scudo ha al collo e la sua lancia in mano.
De i venti appar la trepidante scorta,
ch’avendo visto il suo poter sovrano
non muove passo, e tutta si sconforta,
e già stima vêr lui lo sforzo vano.
Tien li occhi fissi in alto e stretta insieme
si raccomanda al Ciel, attende e teme.

101Ma il guerrier valoroso, com’è in punto
a lor si volge in minacciosi detti:
«Più che mai per voi fusse il tempo è giunto
di mostrar come sète oggi perfetti,
ch’io di vergogna mi terrò compunto
se la terza ora un di voi solo aspetti
che non resti prigion, morto o fuggito,
sì ch’io parta signor di questo lito.

102Difendetevi adunque», e detto questo
con estremo furor punge il destriero.
Tre ne abbatte i primieri, e contro al resto,
rotta la lancia, va più che mai fero
co ’l brando nudo, e gli sbaraglia presto,
sì che molti di lor le spalle diero.
Pur di tutti una parte e la migliore
rifecer testa, e assicuraro il cuore.

103Era fra i cavalieri allor vergogna
di correr sopra un sol insieme due,
sol quando era importante la bisogna
ferir ad un ad un lecito fue
da grande squadra ch’atterrar agogna
qualcun noioso alle compagne sue,
pur tanto han di Giron questi paura
che di biasmo o di lode han nulla cura,

104e quattro ratti insieme s’accordaro
di andar sopra di lui con l’aste basse.
Aspettò tutto, e lui tanto crollaro
quanto un monte fa l’aura che ’l mar passe.
Ben ciò fece egli a lor costar più caro,
che nessun fu ch’a terra non andasse,
perché con due riversi e due man dritti
due morte ne gettò, due troppo afflitti.

105E perche vide ch’ogni cortesia
nel combatterli seco hanno lassata,
fa come lioncel ch’in mezzo sia
giuocandosi tra i can qualche fiata
in casa del signor che ’l tolse pria
di nascoso alla madre allontanata,
che, domestico fatto, la nativa
fierezza spoglia, e di mal far si priva,

106che poi c’ha visto di un di questi il dente
che gli ha passato il petto e fatto rosso,
tutto altero e cruccioso a lor si avvente,
squarciando ratto in una la carne e l’osso,
tale il prode Giron subitamente
crudel fatto a ragion da i quattro, scosso
di maniera fra gli altri ripercuote
ch’in un momento dieci selle ha vòte.

107Chi va supin, chi verso terra ha il volto,
chi ha manco la man, ch’il braccio rotto;
lì di sangue e di polve resta involto
chi fuggito non è più che di trotto.
Ben allor dimostrò che in lui raccolto
fu il valor tutto che la luna ha sotto,
e che a lui prima e poi non vide pare
quanto sostien la terra e cinge il mare.

Abbatte Febo, poi gli svela la sua identità e si riconcilia con lui: riparte (108-132)

108Già restato ei signor di quel passaggio
poi ch’avea cominciato in men d’un’ora,
ferma il caval, ch’all’altro suo paraggio
non sia del tutto della lena fuora,
che ben vedea quale ha maggior vantaggio
chi fresco e ’ntero alla battaglia fora
contra un destrier non pur lasso e ’mpedito
ma che forte in due luoghi sia ferito.

109In questa un cavalier ch’è disarmato
dice a Giron: «Signor, io vi prometto
ch’oggi gran maraviglia avete oprato,
sì come alto guerrier più che perfetto,
ma ci resta il più a far, poi che smontato
fia della torre il buon campion eletto».
«Voi dite il ver,» dice Giron «ma Dio,
forse se lui fe’ buon, me non fe’ rio,

110ch’in lui sol giace ogni virtù mortale,
e quanto qui facciam da lui ci viene:
chi va sen’esso indarno spiega l’ale,
e gli torna sovente in mal il bene;
chi più si affida in lui più sempre sale,
come il contrario nel contrario avviene.
Vedrem adunque quel ch’Egli ha disposto,
quando il fine della guerra avremo imposto.

111Confesso, sì, che ’l giovine conosco
tal che di contro andargli assai mi doglio,
né mi saria più grave il bever tosco
o con vento gravoso dar in scoglio,
e sarei sempre seco al chiaro e ’l fosco
quel che co i miei frategli esser mai soglio»,
e ciò dicea perché anco aveva in core
di Galealto il padre il vero amore.

112Ma colui, che pensò che per viltade
ciò gli dicesse, a raccontarlo corre
a Febo armato, ch’è già su le strade
pe venirlo a trovar fuor della torre.
Ma il giovin, che sapea l’alta bontade
di Giron, ciò non vuol per vero tòrre,
e risponde: «Io no ’l credo, perch’ei solo
non temeria de i nostri pari un stuolo».

113Così detto va innanzi, e Giron truova,
il qual con molto amor il guarda fiso,
e la memoria di suo padre innuova
con cui non ebbe mai proprio o diviso,
ch’amicissimi fur di tutta pruova
e quasi alme congiunte in Paradiso,
che dentro a cavalier di tal virtude
infinita bontà sempre si chiude.

114E dicea pur fra sé: – Come potrei
combatter contro ad un ch’amo qual figlio?
Più volentier prigion me gli darei
che far il brando mio di lui vermiglio -.
Così pensando, a quel dice: «Io vorrei,
signor, che vi appigliaste al mio consiglio,
che non fusse fra noi nuova quistione,
e si lasciasse eguale il paragone.

115Voi potete veder qual sia la fine
de i vostri cavalier che io ho disfatti».
Rispose Febo: «Ciò che ’l Ciel destine
romper non si porria co i nostri fatti:
a lui convien che tutto il mondo inchine
che ne condusse qui con questi patti.
Ben vi afferm’io che cavalier migliore
di voi non vive, né *** gran cuore».

116«Se conoscete ciò,» Giron risponde,
«che vi muove da me non voler pace?
Deh, rivolgete l’arme vostre altronde,
e lassa temi andar dove mi piace,
che se l’alto valor che in voi s’asconde
ier conoscea com’or, spegnea la face
d’ira vêr voi, né mai traeva spada
contro un tal cavalier che sì mi aggrada».

117L’altro, che crede al fin che per temenza
il cortese parlar di Giron sia,
più s’accende a quistione, e dice: «Senza
battaglia non sarà la lancia mia.
Or prendete il futuro in pazienza
sol ch’oggi dritta questa legge stia».
Duolsi di ciò Giron, e sta pensoso
di quel che ne divien più coraggioso.

118E replica: «Ora in van vi affaticate
ch’un di noi vincitor restar conviene,
sen avrete il miglior vittoria aggiate,
se non, sarete in vergognose pene».
L’altro: «E se pur in voi son ostinate
le voglie, Dio, che sa chi ’l torto tiene,
giudice sia», ma più niente ascolta
Febo, e già s’è slungato e dato volta.

119Fa il medesmo Giron, quasi sdegnato,
e tornansi a incontrar terribilmente.
Percosso il giovin fu dal destro lato
d’un colpo ch’a lui par troppo possente,
perché tosto riverso sopra il prato
cadde stordito, e più non si risente.
Giron, che ’l vede, mal contento resta,
né mai vide vittoria più molesta,

120dubitando che ’l mal fusse mortale,
il che gli duol quanto la istessa morte.
Scende subito a terra, e se aggi amale
ratto ricerca, e piange la sua sorte.
Chiamalo, e muovel poi, ma nulla vale,
che la sua stordigione è troppo forte.
Pur dopo alquanto tempo risentito,
aperse gli occhi al ciel, tutto smarrito.

121E, rinvenuto in sé poscia del tutto,
più che fusse già mai terribil torna,
e disse: «A voi sarà dannaggio e lutto
la palma che di me troppo v’adorna,
che se fuor di stagion l’arbor fa frutto
viene a suo danno, e poco tal soggiorna,
e vi farò veder che la fortuna
vi ha fatto tale e non virtude alcuna».

122non l’ascolta Giron, ma tutto pio
come si sente gli domanda umile.
Et ei, superbo: «Duolmi il caso rio
ch’oggi mi avvien fuor dell’usato stile,
ma vie più mi duol l’onta, e sallo Dio,
che sola offende l’animo gentile.
Difendetevi pur, di voi vi caglia,
che più mortal l’avrete la battaglia».

123Or Giron, che la guerra aperta vede,
e null’altro che pace aver vorria,
quanto più puote or treguea or patti chiede,
e vuol ch’amico l’uno a l’altro sia;
e Febo giura a lui sopra la fede
ch’ogn istrada chiusa è di cortesia,
«Né partirem di qui, che non sia certo
chi di noi di vittoria acquiste merto».

124Quando scorge Giron l’alta durezza
tutto di lagrimar bagnato il seno,
supplica e prega per la gentilezza
che in chiaro cavalier non vien mai meno,
che non voglia quistion con chi lui prezza
più che se stesso e ch’è d’amor ripieno
vêr lui, come del figlio il padre deve,
e che per lui morir non avria greve.

125Febo, che n’ha veduto tante pruove
ch’omai che sia timor creder non puote,
dal suo dolce pregar al fin si muove,
e gli offerisce con meno aspre note:
«Se ’l nome vostro dite e dite dove
nasceste, in parti prossime o remote,
salvata del passaggio ogni ragione,
di far quanto vorrete avrò cagione».

126Giron gli dice allor, tutto cortese:
«Io son, signor, un cavalier errante
nato assai lunge in gallico paese,
guerrier mal fortunato e peggio amante,
d’oscura condizion, sì che palese
non è il suon basso che va poco avante.
Giron mi chiamo, e questo nome forse
tal qual io vi racconto qui non corse».

127Come udì quel gran nome il giovinetto,
che già noto gli fu mille anni prima,
gettò lo scudo via, gettò l’elmetto,
gettò la spada che già nulla estima,
e ’nginocchiato dice: «O solo eletto
campion dal Ciel per ottener la cima
di valor, di bontà, di cortesia,
essempio e specchio di cavaleria,

128voi quel Giron Cortese adunque sète
che ’l mondo tutto sopra ogn’altri adora?».
«Cotal già ma’appellò, credo il sapete,
Galealto il miglior che fusse allora,»
disse Giron piangendo, e per la sete
che di abbracciarlo avea muto dimora.
Il solleva da terra, e mille e mille
volte baciollo qual Patroclo Achille.

129Or qual fu il lagrimar, quai le parole
no ’l porrebber narrar le lingue umane.
L’uno e l’altro di lor troppo si duole
d’aver le mani avute impie e villane
per offender colui ch’egli ama e cole,
ma più dell’altro in voci umili e piane
ne piangeva Girone, e lui domanda
se si truova ferito in qualche banda.

130«Ben son» Febo dicea «piagato alquanto,
ma mi è poco costato un tal guadagno,
che in molti doppi avrei sangue altro tanto
speso per un tal padre e tal compagno,
e tanto più ch’invero io non mi vanto
d’esser privo per me su questo stagno,
che troppo amica avuta avrei la sorte
s’io poteva fuggir braccio sì forte.

131Anzi voi sol ringrazio di esta vita,
la vostra cortesia salvata l’have.
Ma nulla è questo a lei, che più gradita
opra ha già fatta, più lodata e grave:
ben mille volte onde nel ciel salita
n’è immortal fama che ’l morir non pave».
Ma il cortese Giron, pien di vergogna
impon silenzio, e di altro dir agogna.

132Però che dispiacer maggior non sente
che di udirsi lodar in parte alcuna.
Or qui finisce Febo, e dolcemente
seguita: «O cavalier, l’aria s’imbruna,
rimontiamo a caval e ’ncontinente
cerchiam l’albergo, io con miglior fortuna
ch’avea quando n’uscì, voi con più gloria,
poi che via ha dato Dio doppia vittoria».

Libro XVII

ultimo agg. 14 Settembre 2015 18:08

Girone e Febo alloggiano in una sala dov’è appesa la spada di Galealto (1-12)

1Vansene dunque lieti ove a gran festa
nel palazzo real son ricevuti,
uomo o donna o fanciullo ivi non resta
che la coppia a incontrar non fien venuti,
e come a tutto il popol fu molesta
l’impia battaglia de’ baron compiuti
tanto or d’intorno l’onorata pace
a quanti have il castel diletto e piace.

2Tutti gridan là entro: «Eterno viva
il miglior cavalier che mai nascesse,
il Cortese Giron, e la man diva
di palme tutta piena altere e spesse».
Con questi onor la rara coppia arriva
in freschissima sala ove son messe
già le tavole in punto da coloro
ch’alle fatiche dar cercan ristoro.

3Ivi si spoglian l’arme, et hanno cura
chi sia di lor ferito, e si ritruova
una piaga nel petto, ma sicura
di morte, a Febo, che non gli era nuova,
perciò ch’avea sentito oltr’a misura
sangue versar in sen, ma tanto giova
il medico che ivi era che ’l dolore
cessa, e ristagna il sangue ch’uscia fuore.

4Rinfrescati da poi con cibi e vini
e ragionato assai di molte cose,
per la calca fuggir de i cittadini
sen van con pochi in camere più ascose.
Ivi sopra due letti assai vicini
le lasse membra l’uno e l’altro pose,
Giron riguarda tutto il muro intorno
ch’era da cavalier di onor adorno.

5Lì non erano i panni d’ostro e d’oro,
non di persi trapunti o d’indi sete,
am di ferro e di acciaro era il lavoro,
perché tutte lucean le sue parete
di forbite armi e nobili, che foro
già di mille trionfi ricche e liete,
e fra le altre nel mezzo era una spada
che assai può dimostrar che punga e rada.

6Ella era larga e lunga a maraviglia
e per quel che parea dura e pesante,
tal che di esser stata si assimiglia
di qualche forte altissimo gigante.
In essa il buon Giron ferma le ciglia
e pensoso si face nel sembiante,
che ben la riconobbe al primo intoppo
che l’avea vista e praticata troppo.

7Imperò ch’ella fu mentre che visse
del suo più car amico Galealto,
e lagrimando e sospirando disse,
quanto più allor poté pietoso et alto:
«O gloriosa spada, in quante risse
t’ho già veduta, ahi lassa, e quanto smalto
già di sangue hai dipinto in man di quello
che, benché nascesse uom, divin appello?

8Come devresti, ohimè, pianger qui meco,
poi c’hai perduto il tuo tesor e mio!
E che vuoi tu più far nel mondo cieco,
s’ogni ben t’ha furato il tempo rio?
quanto fusti onorata al mondo seco?
quanto già difendesti il popol pio?
quanto abbassasti già l’orgoglio a quelli
che fur d’onore e di ben far rubelli?

9Troppo ebbe danno la cavaleria
del suo morir, che vedova rimase,
valore, ardir, bontade e cortesia
perder le vere lor paterne case.
Non fu simile a lui poscia né pria
e taccia chi il contrario persuase:
chi Galealto il Brun conobbe in terra
conobbe il vero lume e ’l dio di guerra».

10Il giovinetto Febo, che l’ascolta
e con troppo piacer parlar il sente,
gli occhi ingombrati di pioggia folta
pe la memoria del suo gran parente,
e conferma a Giron: «Certo fu molta
perdita e grave dell’umana gente,
ma ditemi, signor, se ciò vi aggrada,
come vi sovien di questa spada?».

11«Come (gli rispose ei)? Ch’a sua cagione
gli vidi fa quel che incredibil pare».
E Febo: «Nobilissimo Girone,
se mai cosa per me bramaste fare,
non vi grave il narrarlo, ch’a ragione
cosa tal da tal uom deggio spiare,
ch’un generoso cor troppo ha diletto
di onorar il suo padre in fatto o in detto».

12E Giron, che l’amò non men di lui,
e di ciò raccontar non meno ha voglia,
risponde: «Volentier, perch’io ne fui
de i miglior testimon che aver si soglia,
ch’era presente, come or son da vui
pregato ch’a narrar la lingua scioglia».
Poi dopo un gran sospir si tacque alquanto,
indi ricominciò dall’altro canto:

Girone narra di come Galealto, innamorato di una bella dama, se l’era fatta sottrarre, e l’aveva recuperata dal re di Scozia compiendo grandi imprese (13-48)

13«Prima che ’l gran guerrier di ch’io ragiono
di compagno menarmi onor mi fesse,
m’era io dato in amor in abbandono
alla più bella donna ch’ivi avesse,
né quella, qual io fussi o tristo o buono,
mostrò ch’in mala parte l’offendesse;
or viene un dì ch’al suo castell’io sento
far si devea un ricco torneamento.

14Muovomi per andarvi e nel camino
raggiungo a sorte Galealto il Bruno;
gimone insieme, ch’era assai vicino
e troviam che assembrato era ciascuno.
Non giunti a pena, il bel volto divino
al cavaliero, allor d’amor digiuno,
piacque in maniera che di lei s’accende,
ma il grosso mio veder mal il comprende,

15ch’ancor era inesperto giovinetto,
e sol davanti a lei prendeva cura
d’esercitarmi in arme, e vi prometto
(ch’e’ fusse allor virtude o pur ventura)
fui per quel giorno il vincitor eletto,
et ella mi scorgea dalle sue mura,
e mi pens’io che volentier vedea
l’altro pregio e la lode ch’io n’avea.

16Ma il guerrier valoroso erasi fiso
a riguardar colei che altro non vide,
aveva il cor e l’alma in Paradiso,
né mai l’occhio e ’l pensier da lei divide.
Il popol ch’era intorno a scherno e riso
il prende, e guarda, poi che se avvide,
et ei nulla sentiva, divenuto
immobile in quel giorno, cieco e muto.

17Né me ne accorsi anch’io, che troppo inteso
era alla guerra e ’n guadagnar onore.
Or poi che fu gran tempo vilipeso
com’uom che fusse d’intelletto fuore,
un vil varletto, ch’a beffarlo ha impreso,
a lui s’accosta, e senza alcun romore
gli toe di man la lancia destramente,
sì che via ne la porta che no ’l sente.

18All’essempio del primo un altro viene
e gli fura dal collo il forte scudo;
del brando appresso quel medesmo avviene
che gliel discinse un più di tutti crudo.
Così, mentre che ’l sguardo in alto tiene,
si ritruova il guerrier di ogni arme nudo,
né mai se ne risente, infin ch’arrivo
e che ’l ritruovo ancor che non par vivo,

19e gli dico: – Signor, gimone omai,
che finita è pur già questa giornata -.
tanto mi rispose ei quanto se mai
non mi avesse veduto altra fiata.
Io ’l prendo alfin nel braccio, e lo crollai
tal che parve destarsi, e poi mi guata
di maraviglia e di stupore involto,
e ’ncomincia a parlar, cruccioso molto:

20«Perché m’avete voi, signor, levato
da sì dolce pensier che mi nutria?
Il vostro qui venir cagione è stato
di tòrmi al tutto ogni dolcezza mia -.
Et io soggiungo a lui: – Tutto è passato,
e tempo è ch’a tornar prendiam la via».
– Come (diss’ei), dunque è finito il tutto? -.
– Sì (gli rispondo), et io ne ho colto il frutto -.

21Resta forte smarrito, et io gli dico:
– Ov’è lo scudo che voi qui portaste? -.
Ei guarda intorno, e mentre ch’io ’l replico,
vede ch’anco ha perduto il brando e l’aste,
e ben doglioso dice: – O dolce amico,
come così furarmi ci lasciaste? -.
io gli dimostro ch’occupato altrove
era in quel tempo in perigliose pruove.

22- Io ho perduto mi giura egli allora)
la cosa che mi fu più cara al mondo:
il mio brando fedel troppo m’accora
a cui qualunque sia sarà secondo.
Ma chi furato l’ha no ’l mostri fuora,
che saria lui miglior nel basso fondo
ritrovarsi d’abisso nell’Inferno
ch’avermi fatto un sì dannoso scherno -.

23S’io me ne dolsi assai non potrei dire,
ch’io pensai ben che se ’l trovasse in mano
d’un che fusse tra mille, acconsentire
non vorria che ’l portasse più lontano,
e di quindi menarlo avea desire;
gli dico: – Signor mio, tutto ora è vano
il darsene dolor, ma spero in breve
ch’a voi tornar il nobil brando deve -.

24Ragionando così partimmo insieme,
e quivi assai vicin l’albergo fue.
Più giorni appresso co ’l dolor che ’l preme
senza rincontrar uom fummo ambedue,
e sì come colui che nulla teme
non volse mai sopra l’altre arme sue
spada altra aver, ma bene scudo e lancia
che tutto il mondo reputava ciancia.

25E quando io l’ammuniva alcuna volta
che portar ne devrebbe, rispondea:
– Quella che porti tu m’è guardia molta
in ogni alta ventura, e sia pur rea,
c’hai cotanta virtù nell’alma accolta
ch’ambe difenderai (poi sorridea),
e se far no ’l potrai già non rifiuto
con la tua se vorrai donarne aiuto.

26E s’io d’ogni periglio non ne scampo,
non mi tener mai più buon cavaliero -.
Io, che sentiva di vergogna un vampo,
più non ne gli parlai; così il sentiero
tenendo noi per lo scozzese campo,
ne fu detto che ’l re c’ha lì l’impero
tenea gran corte, dove un suo fratello
facea quel giorno cavalier novello.

27Là rivolgiam privatamente il passo,
da due soli scudieri accompagnati.
Io, giovinetto allora, oscuro e basso,
non era noto a i cavalier nomati,
l’ordine avea novello, e passo passo
cercava di seguir quei più lodati.
Or arriviam in somma a questa corte
ove il re nella chiesa andava a sorte.

28Una corona d’oro aveva in testa,
perché in quel giorno già successe al regno,
e per solennità di una tal festa
gli gia d’avanti uno scudier più degno
la sua spada portando, et era questa
ch’a Galealto fu troppo gran pegno.
Poi davanti e di dietro ornati e feri
eran due mila o più buon cavalieri,

29armati e ’n punto ad onorar il giorno
sopra eletti corsier con l’aste in mano.
Come il gran Galealto mira intorno
riconosce il suo brando di lontano,
m’appella, e dice: – Il nostro re si è adorno
di arnese onde il disegno suo fia vano,
che vedrà ben prima ch’una ora sia
che così degna spada è stata mia -.

30E perché eram senza arme ivi ambe duoi,
ch’all’albergo vicin lassate avemo,
sotto il braccio mi prende, e mena poi
per la gran calca con furore estremo.
Ritroviam gli scudier ch’eran con noi
dentro alle soglie dove già scendemo;
fa sellare i cavai, l’arme si veste
con la fretta maggior che mai vedeste.

31Io pensai ben, ma creder non potea,
ch’ei volesse tentar sì gran periglio;
pur, con la confidenza ch’io n’avea,
di cercar quel ch’ei fa partito piglio,
et ei tosto – Il vedrai – mi rispondea,
– quando farò questo terren vermiglio
e correr sangue tutta questa strada
se tornata non m’è l’ottima spada -.

32Resto smarrito a l’alte sue parole,
e dall’impresa molto il disconforto:
– Aspettiam miglior tempo come suole
far sempre il saggio, valoroso, accorto -.
Et ei cruccioso: – Per chi muove il sole
ti giuro ch’assai più bramo esser morto
che, poi che l’ho veduta, esser contento
d’aver lunge quell’arme un sol momento.

33Ma da codardo e rio mi consigliate,
ond’io mi meraviglio in che maniera
vi fur la palma e le gran lodi date
del ricco torneamento in quella sera.
Ma mi pens’io che l’aste eran forate,
frali i cavalli e debile la schiera,
però ch’a quel che avete riferito
di cor vil sète e d’animo fallito.

34E per questo io vi vieto il venir meco,
perché mel recherei troppo a vergogna -.
Così detto, et armato, come cieco
prende il cammino ove battaglia agogna.
Io taccio, e m’armo tosto, e ne vo seco
temendo alquanto (io non vuo’ dir menzogna),
e penitenza aveva di aver detto
cotai parole a tal guerrier perfetto.

35Quando ei mi sente appresso – Or dunque – dice
– malvagio cavaliero, prendeste core
di me seguir, o misero e ’nfelice,
che potreste morir sol di timore -.
Io, che sapea ch’a giovine non lice
risponder s’ei riprende al suo maggiore,
tacito il seguo, e il re troviam tornato
già dal bel tempio e nel palazzo entrato.

36Smontati da caval la sala grande
tosto troviam di cavalier ripiena,
ch’a ricca mensa e carca di vivande
prendea vigor per la futura pena.
In altissimo seggio ove si spande
tra gemme e perle una dorata scena
sedea superbo il re, dove innanzi era
il baron che tenea la spada altera.

37Vien Galealto, e senza riverenza,
tacito allo scudier toe la cintura,
quella si adatta nella sua presenza,
poi toglie il brando senza aver paura.
I primi ch’a tal caso hanno avvertenza
l’stiman folle, ché l’onor non cura,
e poi c’ha il tutto in mano, al re rivolto
tal gli parlava in minaccioso volto:

38- Se voi vorrete, o sire, spada avere,
di un’altra ricercarne vi conviene,
perché questa voglio io, né possedere
tale a chi val sì poco si conviene.
Se ben sète gran re, le lodi vere,
non la ricchezza, ma virtù ritiene -.
E come ebbe ciò detto per la folta
plebe cammina, e a lui spalle volta.

39Il re, che vede alfin ch’ei fa da senno
a quei ch’intorno stanno chiama e grida,
a gli altri più lontan con man fa cenno
che ritoglino al matto l’arme fida.
Tutto il comandamento tosto fenno
ma più d’altri un guerrier ch’assai si fida
nel favor del padrone, e già nel braccio
ha preso Galealto e dagli impaccio.

40Ma il possente guerrier tosto s’arresta
e ’l riguarda cruccioso da traverso,
dicendo: – Non pensar ch’io voglia in questa
vil pelle c’hai macchiar ferro sì terso -,
e con un pugno il batte nella testa
sì che il misero morto andò riverso.
Poi prende il corpo, e con due mani il getta
sopra la ornata real mensa eletta,

41dicendo: – O folle re, dunque tu pensi
di ritenermi a forza alla tua corte?
Lassami andar sì ch’io non ricompensi
della mia spada in te le ingiurie torte,
che se dai la ragione in preda a i sensi
non te ne può venir men mal che morte -.
Così dicendo già scendiam le scale
e di noi l’uno e l’altro a caval sale.

42Il romor, il gridar in modo cresce
de i circunstanti quivi – All’arme, all’arme -,
che ’l popol tutto fuor delle case esce,
onde mi parse tempo di accostarme
a Galealto, ch’ira e furor mesce
sì che si degna a pena di ascoltarme;
pur gli dico: – Signor, tempo è spronare
che ’l popol non ci possa qui serrare -.

43Egli, irato, a me volto allor risponde:
– Ch’io fugga solo se di loro ho tema,
che s’ei più fusse che in Ircinia fronde,
non dubita ch’alcun l’onor gli prema -,
e co ’l passo a i suoi detti corrisponde,
ch’ei van pian piano, e fa ch’ogni uom ne trema,
e del castello alla porta arrivati
dieci mila troviam guerrieri armati,

44che ci minaccian tutti morte o guerra.
Allor il cavalier s’allegra in viso,
e dice: – O popol che vaneggia et erra,
come sei tu dalla ragion diviso?
che in breve tempo i corpi avrai sotterra
per questa spada e l’alme in Paradiso,
in Paradiso dico se perdono
a te darai di tristo, a me di buono – .

45Poscia ridendo a me dice: – O compagno,
volete voi veder l’ignobil gente
tosto distrutta come piombo o stagno
dentro un vaso di ferro al foco ardente?
Guardate or me che per onor mi lagno
ch’al mio disio fia poca veramente -,
e così detto con la franca spada
spinge il destrier fra loro e fassi strada.

46Tigre o leone o fulgure celeste
son poco a comparare al suo furore,
non abbatton sì tosto le tempeste
biade mature nel più gran calore.
Io vidi cento braccia e cento testo
e cento uomini uscir di sella fuore
per ogni colpo suo, crediatel certo
ch’io ’l vidi, che veder me ’l parve aperto.

47Alcun vi fu più ardito e di più forza
che volle contrastar, ma il peggio feo,
che poca acqua gran fiamma non ammorza
e ’l rende contro a lor più crudo e reo,
ma non molto durò la poggia e l’orza,
ch’ogni uom fuggendo vinto si rendeo,
e chi dietro venìa sopra le spalle
de i primi andava, e ristringeva il calle.

48Or già più non nocea la gente morta
al voler noi passar e l’abbattuta,
che quando tutta ardita a fare scorta
al suo re vilipeso era venuta.
Al fin per la più larga e la più corta
strada n’andammo, che nessun rifiuta,
e vi so dir che ’l torneamento il giorno
fu per lor mal felice e poco adorno».

Nonostante le insistenze di Febo, riparte (49-59)

49Qui si tacque Girone, e poi seguio:
«Cotal vid’io questo onorato brando
oprar in man di chi fu in terra dio
d’arme, ch’ogni virtude ebbe a comando».
In questa i cavalier, c’hanno disio
di far che ’l lor signor si posi, quando
già la notte s’inchina all’Occidente
entran là dentro, e dicon dolcemente:

50«Tempo a ciascun che vi ama par omai
che devreste trovar le piume e ’l letto,
e dar quiete a i ricevuti guai
così di Febo allo stampato petto».
Se n’accorda la coppia, benché assai,
di così ragionar han più diletto.
Pur lì resta Giron, l’altro si parte,
e vanne alla sua stanza in altra parte.

51E co i suoi ragionando lieto dice:
«Troppo lodar mi deo di tal ventura,
che ben posso chiamarmi oggi felice,
e dir che ’l Ciel di me tenuto ha cura,
poi che contro al maggior ch’altra pendice
già mai vedesse o fesse mai natura
potuto ho sostener più d’uno assalto,
ond’io me ne terrò famoso et alto.

52Poi non potea guadagno far maggiore
che veder l’uom ch’io ho bramato tanto,
compagno antico e c’ha portato amore
più che frate e figliuol in ogni canto
al mio buon padre, e che con tal onore
celebra il suo gran nome invitto e santo,
sì che nel cor mi fo lieto sì forte
ch’io l’avrei ben comprato con la morte».

53Così dicendo a i suon lieto si spoglia
e quei con maraviglia stanno intenti.
Già corcato ciascun lassa la soglia,
fuor che due stretti e fidi suoi serventi.
Tornato il giorno, con la istessa voglia
parlansi insieme i cavalier possenti,
sol ragionando di valor e d’armi,
d’imprese degne di celesti carmi.

54E sempre il buon Giron qualch’alto essempio
de gli antichi o de’ suoi gli pone innanti,
loda il cortese oprare e biasma l’empio,
esalta il Ciel gli onesti e fidi amanti.
Narra qualche vergogna, qualche scempio
di quei più tristi cavalier erranti,
figura in mille forme, in mille modi
quanto sien dolci a i buon le vere lodi.

55E ’l giovinetto, ch’è di buona prole,
non si può dir se volentier l’accosta:
non vorria mai dall’un all’altro sole
ch’ei si tacesse pur una sol volta.
or fra queste dottissime parole
già il quindecimo giorno il ciel rivolta,
ma il buon Giron, che d’altro avea desire,
prende da lui congedo e sen vuol gire,

56affermando ch’avrà come suo figlio
lui sempre caro, e di servirlo brama,
e che voglia nell’arme e nel consiglio
del padre suo seguir la chiara fama.
Ma l’altro a lui, con lagrimoso ciglio,
vedendo dipartir chi cole et ama,
diceva: «O signor mio, deh non mi sia
tolta da voi sì chiara compagnia,

57che, s’andar ne volete, io venga almeno
come a voi sembrerà servo o figliuolo,
e mi parrà felice esser non meno
di chi possegga quanto vede il polo».
Giron risponde: «Un’altra volta a pieno
v’esaudirò, ma nel presente solo
esser conviemmi, e basta ch’ov’io vada
sempre per voi farò quanto vi aggrada».

58Così dicendo e lagrimoso insieme,
sol con uno scudier truova il cammino,
rivolge ratto il passo ove aggia speme
di ritrovar il Rosso Danaino.
Già venìa la stagion che ’l freddo preme
il verde, e pruinoso era il mattino
e che dello Scorpion il sol vestito
crudo minaccia di Nettuno il lito.

59Ma innanzi ch’ei partisse avea richiesto,
e promesso gli fu con giuramento,
ch’il nome suo da lor non fusse intesto
del gran pilone l sacro pavimento,
perché non giudicò che fusse onesto
di posseder sì indebito ornamento,
perché non ha il signor vinto all’assalto
qual già fece il famoso Galealto.

Trova Danaino e viene con lui a duello (60-81,4)

60Or seguendo egli adunque il suo sentiero,
a piè d’una montagna, in uno speco
vide lontan giacere un cavaliero
di tutto armato, ch’una donna ha seco
ad un arbor legato era il destriero,
tosto il geloso Amor, ch’è per sé cieco,
ma fa più che cervier veder altrui,
al buon Giron mostrò chi fu costui.

61Mostrò ch’è Danaino, e la donzella
che del suo ricercar era cagione,
ma poco appresso il buon guerrier et ella
conobbero altresì certo Girone.
Alla vista terribile e novella
si cangiò Danaino, e dallo sprone
di conscienza l’animo compunto
venne tremante e frigido in un punto.

62Chi mai vide mastin co ’l lupo al bosco
scontrarsi a caso in solitario loco,
a lor gli assembreria, che ’l guardo ha fosco,
crudele il volto e gli occhi un vivo foco.
«Or già s’appressa l’ultimo tuo tosco,
or di vita mortal ti resta poco,
traditor, disleal «grida da lunge
il possente Girone, e ’l caval punge.

63Qui benché Danain temesse alquanto,
pur, come cavalier di somma altezza,
già montato a caval, che gli era a canto,
mostra di fuor ch’ogni suo detto sprezza
rispondendo: «Giron, te stimo io tanto
quanto pardo o leon cervetta prezza;
or non sai tu che Danaino io sono,
che nessun mai di me trovai più buono?

64Non sai ch’io non temei, né temo unquanco,
cosa che sia, né pur l’istessa morte,
che quando il corpo sia del tutto manco
ancor viverà il cor invitto e forte?
ma ben troppo sarai piagato e stanco
pria che mi conduca a simil sorte;
di te stesso difender prendi cura
più che di far a me danno o paura».

65«Ah,» risponde Giron «ben tempo fue
che cavalier ti vidi senza pare,
or che son disleal l’opere tue
come può alcun valor teco albergare?
Assai più contro all’aquila può il grue
che tu contro di me potrai durare.
Ove entra tradigion virtù si fugge,
come al venir del sol neve si strugge.

66A combatter omai qui ti apparecchia
e vedrai che le mani avrai legate.
Punizion nuova della colpa vecchia,
meschin, farai fra l’anime mal nate».
Qui mostra Danain sorda l’orecchia
ontoso in sé di tanta falsitade,
sol dice: «Se pur vuoi battaglia avere
troppa n’avrai», poi volge il suo destriere.

67Or qui mi aiuti l’onorata Clio,
le sue sorelle e ’l lucido fratello,
che poi che Marte fu mai non s’udio
più grave e memorabile duello
tra’ miglior cavalieri, onde il più rio
superò tutti quei che nel flagello
fur vinti o vincitor intorno a Troia,
o quei che a Tebe fèr paura e noia.

68Fu Giron così forte e tanto ardito
che menzogner parrebbe chi ’l narrasse,
fu Danain dal mondo riverito
per più fero campion ch’arme portasse,
l’uno all’altro amicissimo e gradito
fu più ch’un altro par che mai s’amasse:
giusta cagion che l’odio era poi tale
che fu tra lor allor più che mortale.

69Come tra l’Aquilone et Austro suole
quando al più freddo verno hanno quistione
nascer romor che fa scurare il sole
e tremar la propinqua regione,
e co ’l furore stesso par che vole
di qua il buon Danain, di là Girone,
che in mezzo il corso ritrovati insieme
d’incredibil poter l’un l’altro preme.

70Non sentì alcun di lor colpo più grave
di quel, né ’l sentì poi credo già mai.
Ciascun caval dell’urto che riceve
cadde per terra in disusati guai;
ambe seco i signor, ma in tempo breve,
ambe si rilevàr più presti assai
che leggier veltro c’ha vicin la lepre
e l’ha fatto inciampar cespuglio o vepre.

71Trovasi ognun di lor ferito e ’nfranto
nella spalla, nel fianco e nella testa,
ma nel ver Danain, drizzato alquanto,
più mal trattato e ’nvillupato resta;
ma non avvenne allor che del suo pianto
ne potesse Giron far molta festa,
ché sì stordito anch’ei se ne risente
che non fu forse mai così dolente.

72Ei ben pensa fra sé che pari al mondo
l’alto avversario suo molti non ebbe,
e se ’l primo sé fa, lui fa secondo,
e d’averlo assaggiato anco gli increbbe.
Danain d’altra parte al crudo pondo
non soggiace co ’l cor, ma in tutto crebbe
e senza ivi pensar quel è il suo stato
mette alla spada man tutto infiammato.

73Vanne verso Girone, e gli domanda:
«Che ti pare ora mai di questa giostra?
Pur, quel che raro accade, oggi alla banda
sei gito, e l’elmo polveroso il mostra.
Or questa spada vien che vo’ che spanda
tanto tuo sangue che la gloria nostra
ne vada infino al cielo, e dica ogni uomo
che ’l più franco guerrier del mondo ho domo.

74Tu hai trovato al fin quel Danaino
ch’a molti cavalier frenò l’orgoglio
come anco a te farà, se ’l mio destino
non mi fa qui peggior di quel ch’io soglio».
Tace Giron pensoso, a capo chino,
dicendo nel suo cor: – Parlar non voglio
perché ha ragione, et io me stesso incolpo
poi che ho ucciso non l’ho co ’l primo colpo -.

75E con questo pensier ratto l’assale,
e vuol ferirlo quanto puote in fronte.
Ma l’altro, che ben sa quel che esso vale
ebbe lo scudo e le sue forze pronte,
sì che ben lo intronò, ben gli fe’ male
il colpo che abbattuto avrebbe un monte;
pur in piè si ritenne con gran pena
e ’l ciel veder gli par quando balena.

76Ma non per questo sta, ma si apparecchia
a farne assai lodevole vendetta,
e gli ferì sopra alla manca orecchia
il famoso elmo che faville getta.
Sentì Giron quel suon che fa la pecchia
spesso all’april per la fiorita erbetta,
il qual il mette in tanto sdegno et ira
che le forze addoppiando un colpo tira.

77Il più grande cred’io che fusse mai,
e s’a pieno il prendea bene il sentia
il Rosso Danain, ch’ultimi guai
provava in terra e l’anima fuggiva.
Ma come quel ch’al gioco vale assai
e ch’al bisogno suo ben gli occhi apriva,
si tirò indietro, e ’l braccio innanzi porse,
né però tutto il colpo indarno corse,

78ché del scudo ch’avea la maggior parte
con rovina inaudita cadde in terra.
Or Danain, che più spera nell’arte
che nella sua possanza in questa guerra,
quando sconcio de i piedi il vede in parte
con l’urto e con la spada a lui si serra,
e spera nel suo cor gettarlo in basso
ma più duro il trovò ch’alpestre sasso.

79Ben si contorse alla percossa alquanto,
ma tosto più che mai fermo si truova.
Il fero Danaino in questo tanto
due colpi alla visiera gli rinnuova;
allora il buon Giron, posto d acanto
lo schermire e ’l coprirse, estrema pruova
vuol far, e diffidi l’alta bisogna
che di tanto durar prende vergogna.

80E mille colpi dona in un momento
su le spalle, su l’elmo e su le braccia,
sopra il petto talor gli pone il mento,
or maglia fine, or piastra fende e traccia.
Nell’autunno par rabbioso vento
che frondi, frutti e rami a terra caccia,
ma sta senza crollarsi il fermo piede:
tal Danaino a quel ferir si vede.

81Lascia l’ira sfogar, i colpi schiva,
sta ben ristretto e fère anch’ei talvolta,
e gli fa confessar che non sia priva
di virtù la sua man e che pur n’ha molta.
Poi che Giron non così tosto arrivaNel riprendere fiato, discorrono del tradimento di Danaino (81,5-96)
al fine, e questa selva e vie più folta
che pria non si pensò, dietro si tira,
e così ragionando alto sospira:

82«O Dio del Ciel, che greve danno è questo?
E qui si tacque; l’altro, che l’intende,
«Dimmi,» disse «Giron, che ti è molesto,
or più che prima e chi così ti offende?».
Et egli a lui, con un sembiante mesto:
«troppo estremo dolor l’alma m’incende
che ’l miglior cavalier ch’al mondo sia
alberghi tradimento e villania.

83io mi pensai ben che già ch’alto valore
e forza fusse in te con molto ardire,
or la truovo alla pruova assai maggiore
di quel che l’uom non pensa, e ch’io non saprei dire,
e quando io mi ricordo dell’errore
mortualissimo tuo, del tuo fallire,
pe la cavalleria che in terra colo
sappi ch’in vece tua moro di duolo».

84«Ah,» disse Danaino «io non potrei
dir mai che contro a te non ho fallito,
ma credo che perdono io troverei
e scusa da ciascun d’Amor perito,
ma tu, che legno, piombo e marmo sei,
né mai sentisti il cor da lui ferito,
se non di ottuso strale e ’n picciol foco,
non sai che in corte sua ragion val poco.

85Non sai quanto può in uom somma beltate
di donna leggiadrissima e cortese,
e come tra le stoppe riscaldate
facil la fiamma sempre mai s’apprese.
Cavalier non fu in altra o in questa etate
che non ti fesse le medesme offese
che t’ho fatte io, se in vuardia avesse quella
faccia che or vedi là lucente e bella.

86Qual saggio fia che folle non tornasse?
qual avria loco in ciò più ferma fede?
qual così puro cor che no ’l macchiasse
desio di altrui furar sì ricche prede?
Più volte il rigettai prima ch’entrasse
in me lordo pensier ch’or punge e fiede,
e se tu saggio sei d’ogni mia colpa
non me, signor, ma te medesmo incolpa.

87Or non vedesti bene in che periglio
mettesti, ahi lasso, il tuo più caro amico?
Or non sapevi allor ch’al buon consiglio
Amor è crudelissimo nemico?
Io n’ho doglioso il core, umido il ciglio,
né per tema ch’io n’aggia anco tel dico,
che se sapessi il duol che me n’accade
in vece d’odio ti verria pietade».

88Risponde a i detti suoi tutto cruccioso
più che mai fusse ancora il buon Girone:
«Taci, che più ti fai tristi e noioso
quanto più di’ la falsa tua ragione.
Un cavalier leale e valoroso
non puote al mal oprar aver cagione,
non amor, non ricchezza, gloria o regno
il deve o può condurre ad atto indegno.

89Al guerrier lealtade e cortesia,
al villan si convien l’opra villana,
e se dell’altrui fé ti sovvenia
usata in verso te più che sovrana,
digiun saresti di tale esca ria,
la qual a distornar tua forza è vana,
e puoi conoscer ben che l’altra è tale
che nel tutto di questa assai più vale».

90«Or non rimproverar,» risponde allora
alle vere parole Danaino,
«quel che facesti in lei, perché eri fuora
de i legami d’amor a cui m’inchino.
Prigion mi rendo, e sento che divora
l’anima dentro il suo poter divino,
e senza dubbio ancor questo vantaggio
hai ch’io son folle e tu più d’altro saggio.

91E poi con tutto questo non mi posso
pentir di tale error, benché io ’l confessi:
ben n’ho quando ne parlo il volto rosso,
ma dentro porto quei desiri stessi,
però ch’al tutto m’ha spronato e mosso
la più bella cagion ch’io mai vedessi,
che mai fusse qui bassa e forse in cielo
figlia e sorella del signor di Delo.

92E mi terrò d’aver buona avventura
quando io mi truovi per amarla a morte,
né di te, né del mondo non ho cura,
né con voi cangerei sì dolce sorte,
né tu devresti aver sì rozza e dura
l’anima, e traviata alle vie torte,
che a così grave biasimo mi rechi
fallo che i migliori occhi fe’ già ciechi.

93Come, ciechi diss’io, che dir devrei
che di ciechi fur fatti lincei et Arghi?
Amor fa divenir ottimi i rei,
gli avari e i vili generosi e larghi,
e s’io negassi certo mentirei
che di vere virtudi non mi sparghi
mille semi nel cor, che fan ch’io sono
vie più che non solea cortese e buono.

94E chi il fallo medesimo commetta,
com’io già contro a te, contro a me stesso,
già mai non cercherò da lui vendetta,
ma come fido amico il vorrò presso.
In te, cred’io, che tal disdegno metta
invidia sola, che fa danno spesso
all’anime gentili in simili opre,
che i difetti appalesa e ’l ben ricuopre».

95Alle parole dette in ira monta
Giron più che mai fusse, e gli replica:
«Non farai co ’l tuo dir ch’una tal onta
prenda per cosa di ben far amica,
ma chi sol ne i piaceri ha l’alma pronta
in difender i torti s’affatica,
com’or tu, disleal; ma tosto fia
sotterra teco la tua colpa ria».

96Dice allor Danain: «Quale è maggiore
colpa oggi della tua, duro e spiettato,
procacciar morte a cavalier d’onore,
ch’amico congiuntissimo sia stato,
che più che gli occhi suoi, più che ’l suo core
t’ha riverito sempre, anzi adorato?
e per cagion di donna che non era
tua sorella, tua figlia o tua mogliera?».

Il duello riprende, Girone abbatte il nemico e lo risparmia (97-124)

97Non risponde Giron, se non: «Omai
troppo è durato il folle parlamento;
già del sol vanno in Occidente i rai,
né noi diamo all’impresa compimento».
Così detto, fero più che mai,
s’addrizza verso l’altro, che sta intento,
e s’apparecchia a sostener la guerra
con lo scudo alto e ’l piè ben saldo a terra.

98Ma Giron di tal forza i colpi mena
che di molte arme l’avversario spoglia,
il qual, mirando già la terra piena
di chi pria ’l difendea, troppo s’addoglia;
pur si ripara ancor, ma doppia ha pena,
doppio sbigottimento e doppia doglia,
allor ch’ei vide di pietà dipinto
del suo sangue a Girone il brando tinto.

99Pur come generoso il cor non perde,
anzi con più vigor si studia e sforza,
se medesmo conforta e più rinverde
l’alma ove manda la terrena scorza,
ch’ei sente ben che troppo sen disperde,
e via ne porta la nativa forza.
non si ricuopre più, ma il tempo spende
solo in ferir, né cura chi l’offende.

100Non di sua vita più, ma d’altrui morte
troppo animosamente è fatto avaro;
or punge, or taglia sì pesante e forte
che spesso al buon Giron tornava amaro,
il qual co ’l piede e con le luci accorte
si va schermendo tal che ’l truova raro
che del suo disperar saggio s’accorge,
e gli spirti mancar co ’l sangue scorge.

101E immagina fra sé che poi che alquanto
si fusse affaticato oltre a misura,
resteria fuor di lena e debil tanto
che verria innanzi serra a notte oscura.
Pur talor il percuote tanto o quanto
ove più di vital formò natura,
ma mentre ch’egli il mena, a tal partito
si sente in più d’un luogo anco ei ferito.

102E gli par men che pria vigore avere,
e vede l’altro ancor c’ha forza molta,
talché non vuol tai colpi sostenere
ma all’assalirlo più che mai si volta.
Or chi potesse questi due vedere
aspramente combatter, diria folta
pioggia venir di grandine all’estate
sopra i frutti e le biade già dorate.

103Vedeansi in alto l’onorate spade
di lucente rossor dare splendore,
quai solar raggi quando Febo cade
in mar dopo la pioggia alle tarde ore,
velato il volto di sottili e rade
nubi, che gli fan pallido il colore,
e nessuna di due non torna in alto
senza di sangue o ferro empir lo smalto.

104Ogni scherno han lassato, ogni ragione,
qui sol la forza è da lor messa in opra.
Talor per Danain, talor Girone,
della fera battaglia star di sopra,
or poi che va sì lunga quistione
e che quasi egualmente ognuno adopra,
Giron, che a pruova il suo nemico estima
per un ben mille ch’ei facesse prima,

105si tira in dietro, e grida ad alta voce:
«O sacro santo Dio, che danno grave?».
Resta anco Danain né più gli nuoce
anzi il prega che dica quel ch’egli have.
E ’l Cortese Giron: «Troppo mi cuoce
come ancor forse te, credo, che aggrave
che qui non sia gran popol a mirare
uno assalto sì bel ch’è senza pare,

106e che sian testimon della virtute
che potrebbe veder in ambe noi,
sì che sien le nostre opre conosciute
per la lor bocca a i secoli da poi,
ch’io penso che mai non fur vedute
ovunque abbracci il mar i liti suoi
due tali spade, né due man sì ardite,
né mai s’ perigliosa e fera lite».

107A ciò disse ridendo Danaino:
«Che più gran testimon bramar devemo,
se ’l maggior uom del mondo è qui vicino,
e tu sei quel, che tutti il concedemo?
Vero è che ’l tuo mal fato e ’l tuo destino
t’ha condotto oggi quinci al giorno estremo
per le mie mani, e senza fallo fia
se la sorte non mi è vie più che ria».

108Non si turbò Giron, ma gli replica
che si spera veder tutto il riverso:
«E se tu fresco e fuor d’ogni fatica
et io fussi nel sudor sommerso,
scampar non ti porria stella più amica
ch’io non ti veggia in cenere converso,
che dopo Galealto, il fero Bruno,
mai più forte di me trovai nessuno.

109Or sia tosto principio all’atto terzo
della nostra tragedia cominciata,
che sarà tal che gli altri furo scherzo
come il fin mostrerà della giornata.
Già ti difendi, che me stesso sferzo
assai più che non fei l’altra fiata».
Poi sopra il fronte il maggior colpo dona
che desse o ricevesse unque persona.

110E ben il dimostrò, che ’n terra steso
tutto stordito il cavalier si truova,
né potendo ei portar sì duro peso,
a i detti che schernì crede alla pruova.
Li s’avventa Girone, et hallo preso,
a fin che disarmato indi si muova,
ad ambe man per l’elmo, e gliel dislaccia,
poi la cuffia d’acciaro in basso caccia.

111Non sente il cavalier, ma poco appresso
ritornato il vigor, sopra si scorge
minacciante Giron, che ’l brando messo
gli ha nella vista, e quanto può gli porge
della morte timor, dicendo ad esso:
«Se ora hai speranza alcuna ti risorge
di potere scampar fallir ti debbe,
perché pietade in me follia sarebbe».

112Risponde Danain con sommo ardire:
«Né tu né ’l mondo mai mi farà tema,
e s’io morraggio, al men si potrà dire
c’ho per ottima man la vita scema,
né diran ch’io sia giunto al mio morire
come donzella vil che piange e trema.
Sommi sempre difeso ardito e franco,
poi come alto guerrier venuto manco.

113Or perché m’hai, non è già molto, detto
che per tua man morir mi convenia?».
Dicea Girone, et ei: «Perché il perfetto
guerrier deve sperar quel ch’ei desia,
ben talor del contrario ebbi sospetto,
ma la fortuna e ’l Ciel mai non faria
che io prendessi o paura o disconforto,
e non fussi il medesmo ancor che morto.

114Ma se tu sei colui ch’esser solevi,
da poi che ’l Ciel e tua virtude il face
ch’io sia caduto e più non mi rilevi,
e ch’in tua man mia vita e morte giace,
fa’ che omai tosto un de i tuoi colpi grevi
ponga il corpo sotterra e l’alma in pace
di quell’uom che t’amò più del suo core,
e di quanto peccò n’accusa Amore».

115Il Cortese Giron quando l’ascolta
piange dentro il buon elmo ascosamente,
tutta in pietà la crudeltà rivolta,
tutta in dolcior la velenosa mente,
e che prima che offenderlo una volta
morir mille vorria veracemente
per non privar d’un cavaliero il mondo
ch’a null’altro che a lui giva secondo.

116Pur, per provar il suo valor in tutto,
di farlo ivi morir facea sembiante,
e quel, con volto intrepido et asciutto,
«Dunque non sei tu più chi fusti avante?
dunque in una ora di mill’anni il frutto
perdi, e vorrai di cavaliero errante
venir brutto omicida et assassino
del tuo famoso e nobil Danaino?

117Dio sa che del morir m’incresce poco,
che farlo io non potrei di miglior mano,
dogliomi ben che tu sarai da poco
tenuto, e di cor pessimo e villano».
Giron, che ’l vero intende, non per gioco
il prende, e dice a lui con atto umano:
«Non piaccia a Dio che questa giusta spada
in sì famoso corpo a torto vada.

118Non a me, Danain, grazie ne renda,
ma alla cavaleria, ch’a ciò mi mena,
che di due pria in un sol dì s’intenda
cui pari al mondo si ritruova a pena,
che se or fa l’ira che vendetta prenda
sì che al tuo fallo egual venga la pena,
tu sarai morto, io nella vita resto
disonorato sempre, afflitto e mesto.

119Né mi vorrei più cinger arme intorno
né lassarmi veder se non da fere».
E detto questo, senza danno o scorno
far al misero più, ponsi a sedere.
Ripon la spada, e maladice il giorno
ch’a sì buon cavalier fece piacere
sì fuor d’ogni ragion colei ch’egli have
del core e de i pensier tolta la chiave.

120Or se qui Danain di morte sciolto
fusse lieto intra sé dir non porrei.
Loda il franco Giron, ringrazial molto,
e che ogni ben gli dien prega gli dèi;
poscia il domanda con allegro volto
come si senta, et egli: «Io non potrei
di me teco parlar, anzi ti giuro
di mai più non ti amar, siane sicuro».

121Poi si volge alla donna, che si stava
tra timore e speranza ivi in disparte,
ma non con quel buon occhio la mirava
come fe’ per l’addietro in altra parte,
ch’esser stata d’altrui si ricordava
e ch’ell’era cagion che si diparte
da colui che gli fu più caro amico
ch’altro del nostro tempo o dell’antico.

122Pur di lei dolcemente cerca nuova
et essa lagrimando glie ne dice,
ch’assai vie più che morta è stata altrove
e più ch’alma infernal trista e ’nfelice,
e che assai rende grazie al sommo Giove
ch’in questo caso almen fe’ lei felice
in averla servata intera e casta
ne la scorza, né l’anima esser guasta.

123mostral creder Giron, ma poco bada
che del gran Danain pur ha pietade,
e manda il suo scudier, che sa la strada
ove genti devote stan serrate
dentro una chiesa, e tosto torni e vada
portando bara o cose accomodate
per là condur l’amico, che giacea
né di pur rilevarse forza avea.

124Ritornò tosto, e i monaci pietosi
a tale ufficio far l’accompagnaro.
Disarman Danain, fan che si posi
sopra frasche e troncon che gli additaro.
Seguel Giron, con occhi lagrimosi,
e tutti in men d’un’ora si trovaro
in quel sacro convento, e dentro un letto
fu posto Danain con dolce affetto.

Libro XVIII

ultimo agg. 14 Settembre 2015 18:58

Girone si allontana, quindi libera un cavaliere e lo stesso Danaino rapiti da un gigante (1-38)

1Il pietoso Giron piangendo mira
le crudei piaghe di sua stessa mano,
che, passato il furor, quetata l’ira,
vorria tal esser per veder lui sano;
ma cela il tutto, e ’n dietro si ritira
mostrando il volto crudo et inumano,
come colui che a sé sol nota sia
vuol sua nativa e rara cortesia.

2Fagli il sangue stagnar con sacri detti
che Galealto il Brun gli avea mostrato,
poi quegli impiastri e medicami eletti
che necessari son gli have applicati,
e già d’altrui morir tolti i sospetti
ritorna a sé ferito in molti lati,
fassi il medesmo, e già la notte oscura
lui ciba e sé, poi di dormir procura.

3Già viene il giorno, et ei levato in piede,
che di lungo riposo era nemico,
soletto va dove più folto vede
d’arbori e spini il santo bosco antico,
in cui, mentre a diporto all’ombra siede,
sente venir, donde è più il loco aprico,
una voce che par di doglia piena
d’un che si truove in gran temenza o pena,

4Di cui mosso a pietà, senza arme avere,
fuor che la spada sola ivi s’invia.
Non molto va ch’ei può presso vedere
una donzella che sua sorte ria
lamentando accusava e l’alte spere
del mal che indegnamente sostenia.
A lei s’appressa, e la domanda donde
vien il suo danno e le piangevoli onde.

5Ella cortese a lui risposta rende
ch’aveva un cavaliero ivi perduto,
miglior che veggia il sole ovunque splende;
di lui pruove infinite ha già veduto,
e per amor di lui partito prende
di pianger sempre il mal caso avvenuto,
«E perché io penso che ’l vorreste udire,
signor, se forza avrò vel muovo a dire.

6Noi ci eravam discesi a rinfrescare
alla bella fontana che vedete;
ecco un fero gigante ivi arrivare,
tratto dal destin nostro e dalla sete;
tosto veduti noi, senza parlare,
come bracco un uccel preso alla rete
prende il mio dolce amico, e su le spalle
il portò via correndo in questa valle.

7Non penso che mai fusse maggior mostro
e portava per arme un tal troncone,
che quattro uomin, cred’io, dell’esser vostro
no ’l porrien sostener lunga stagione.
or questa è, cavalier, del pianger nostro
la propria e ben degnissima cagione».
Destati al buon Giron udendo questo
il generoso suo desir onesto.

8E si fece informar proprio in qual parte
sperar più deggia che trovar il possa,
et ella ad esso, lagrimando in parte:
«Ciò saria ricercar l’ultima fossa,
ch’io stimo e certo so che ingegno od arte,
o quanta fu mai qui terrena possa
sarien contro a lui vane, e bene a vui
verrà quel che avvenir vidi ora altrui».

9«Sarà» disse Giron «quel ch’a Dio piace,
so ben che l’avventura provar voglio,
senza la quale il cor non avrei in pace
né d’esser mi parria più quel ch’io soglio.
Non ha virtù, non ha bontà verace
chi lascia il navigar temendo scoglio,
ma dove è più periglio è maggior gloria,
né si deve stimar facil vittoria».

10Et ella: «Poi che ’l cor a ciò v’invita,
prenderete il cammin della man destra»,
et ei con la cortese anima ardita,
a cui sovente la fortuna è destra,
cerca or il bosco chiuso or la via trita,
or la più dritta banda or la sinestra,
e no ’l trovando al fine il passo torna
ove lassata avea la donna adorna.

11La qual domanda se di poi novelle
avea del cavaliero o del gigante.
Le dice essa che no, se non pur quella
che gli avea detto poco tempo innante.
Mentre parlan così, fino alle stelle
sentono un grida andar che par sembiante
a gente addolorata, che si truove
sorpresa e cinta da miserie nuove.

12E gli par ciò venir di verso il loco
là dove è la sua donna e Danaino.
Già il passo affretta, e poi c’ha corso un poco
vede fuggirsi incontra a capo chino
i pover fraticei, ch’in pianto roco
nuove gli dan che ’l misero e meschino
che nel letto lassò ferito e nudo
ne l’ha portato un fer gigante crudo.

13Che sbattuta ha la porta, ch’a forza viva
quel tolse solo, e non fece altra offesa.
Or se in Giron l’alta virtù s’avviva
e s’ei s’accinga all’onorata impresa
pensilo ogni alma che si truovi priva
di pensier vili alle grandi opre intesa,
ch’or più faria per tal nemico solo
che per padre altri fesse o per figliuolo.

14E Dio ringrazia, che mostrar qui puote
ch’egli amò Danaino, odiò il suo fallo.
Dice al scudiero in affrettanti note
che tosto in punto li meno il cavallo.
Sopra vi monta, e ’n guisa il punge e scuote
ne i fianchi, che in brevissimo intervallo
truova il gigante che si posa all’ombra
con Danain che par fantastica ombra.

15Quando vede il crudel presso Girone
comincia a minacciar in alte grida:
«Qualunque tu sia rozzo campione,
più tua follia che tuo saver ti guida,
che senza mio voler la regione
calchi, che è sola a me suggetta e fida,
ma il mio baston gastigator di matti
ti punirà de gli oltraggiosi fatti».

16Non risponde Girone a i detti suoi,
né vêr lui, ma sopra un picciol monte
sprona il destriero, e ne discende poi,
e tutto a piè viene al nemico a fronte.
Allor gli dice quel: «Che fate voi,
che mortal danno vi cercate et onte?».
Gli risponde il Cortese: «E tu ’l vedrai,
che mai vivo di qui non partirai».

17Allor l’impio gigante ripien d’ira
gli corre incontro, et alza il gran bastone;
quando ciò scorge, in alto si ritira
nel collicello il provido Girone,
indi, ché più vicin venuto il mira,
ratto come destrier punto da sprone
si spinge innanzi, e l’ha d’un colpo giunto
che gli arrivò nelle ginocchie a punto.

18A punto alle ginocchia gli dà l’urto
quanto più il può di tutta la persona.
L’altro, c’ha in aria il piè colto di furto
per forza e per dolor già si abandona,
riverso cadde, e della botta è surto
romor che ’l bosco e quella valle intuona.
Il suo duro baston gli uscì di mano,
e ’n terra si posò molto lontano.

19Non vuole il cavalier saltargli addosso,
che della forza altrui pur ha paura,
ma prende il suo baston pesante e grosso
oltr’a umana credenza, oltra misura,
che molti insieme non l’avrebber mosso
di quei ch’oggi produce la natura,
et egli il maneggiò così leggiero
come fa il brando ogni altro cavaliero.

20E ricorre vêr lui ch’era già dritto
e che del suo cader troppo si lagna,
alza il baston a dargli un man diritto,
ma l’altro, che mostrate ha le calcagna,
fuggendo il schiva, onde che in terra è fitto
cadendo a vòto in mezzo la campagna.
Il rileva Girone e ’n pochi passi
raggiunsel che fuggia tra sterpi e sassi.

21E lui ferisce in mezzo della schiena,
sì che di nuovo in terra anco il ricaccia,
ove co ’l dente morder può l’arena
poi gli va sopra e quanto può il minaccia,
che se non vuol sentir l’ultima pena
al suo desir convien che satisfaccia
di rendergli il campion ch’avea furato
quel giorno stesso ad una donna a lato.

22Il gigante per tema gliel promesse,
poi dice: «Come vuoi ch’io faccia questo,
c’ho sì le membra debili e oppresse
che per la forza tua stroppiato resto?».
Allor tema maggior Giron gli messe,
dicendo: «A me sarà adunque più onesto
e più pietoso ucciderti oggi affatto,
che qui lassarti inutile e rattratto?»,

23e trae fuor tosto la famosa spada;
quando ’l vede il gigante, grida forte:
«Alto signor, per quel che più vi aggrada,
fatemi grazia ch’io non corra a morte,
e vi dimostrerò la vera strada
per trar di lacci e di noiosa sorte
il cavalier che dite», e poi gl’insegna
in che parte rivolgersi convegna.

24«Passato» dice «il colle troverete
liti arenosi e da’ miei piè stampati,
e quegli un miglio e mezzo seguirete,
infin che spechi a dentro assai cavati
sotto a sassose grotte vederete,
ma da mole gravissime serrati:
levate quelle, e ben n’avrete possa,
per quel che giudicarne in me ne possa,

25