Il Costante

di Francesco Bolognetti

Edito una prima volta nel 1565, in otto libri, probabilmente per saggiare il mercato librario e in maniera concreta il giudizio del mondo intellettuale, il Costante ebbe una seconda edizione a distanza di un anno, stavolta in sedici libri. L’incremento, non dappoco, tuttavia non fu sufficiente a portare a compimento l’opera, la cui vicenda compositiva ha il suo momento conclusivo nei venti canti conservati manoscritti alla Biblioteca Capitolare di Toledo.
Nella versione veneziana, di cui si è tenuto conto in questa sede, il poema appare come una lunghissima dilazione di quello che dovrebbe essere il contenuto principale, sarebbe a dire la liberazione dell’imperatore Valeriano, prigioniero di Sapore re di Persia, da parte di Ceonio Alboino, detto Costante: basti pensare che la spedizione tocca le coste dell’Asia all’inizio del canto XV, il penultimo. Sul modello del Girone di Alamanni, il tessuto narrativo viene farcito con episodi, connessi al filo principale in maniera labile e per lo più secondo tipologie cavalleresche, di tipo edificante e precettistico, nei quali in particolare si esalta il protagonista come nuovo Alcide uccisore di tiranni ed eroe civilizzatore. Il rapporto tra Costante ed Ercole, sottolineato più volte in maniera esplicita e implicita (l’uccisione del tiranno Mena, custode dei terribili cavalli di Diomede ne è forse l’esempio più lampante), fa del testo l’allegoria di un progetto etico e politico comune con l’Ercole di Giraldi, che pone l’accento sull’eliminazione del «mostro» dell’assolutismo.
Il poema di Bolognetti, complice anche l’incompiutezza, accese intorno a sé discussione molto limitata (se ne trovano brevi accenni nei Discorsi tassiani, in merito all’angelologia, mentre un più vivo interesse si registra nel contesto municipale, dove godette anche di un commento), pur essendo ricco di spunti non solo per la tradizione più prossima (Tasso) ma ancora per il Seicento, con Marino che ne farà un uso discreto nel suo Adone.

Bibliografia

Prefazione e tavola storica

ultimo agg. 10 Luglio 2015 9:12

A i dotti e giudiciosi lettori

Solevano anticamente gli abitatori della provincia di Babilonia esponere in publico i loro infermi, acciò che da quegli che passavano fosse loro insegnato rimedio onde potessero consolarsi. Il medesimo ancor io mi sono risoluto di fare, perché trovandomi questo mio parto colmo di mille infirmità e di mille imperfezioni, ho voluto esporlo in publico, acciò che da voi mi sia insegnato rimedio per ridurlo, se non in tutto, a sanità e perfezione, cosa ch’io veggio ben non esser possibile, almeno a tal termine ch’egli possa comparir fra la gente. Vi prego adunque, per la benignità e cortesia vostra, che non vogliate né in publico né in provato lacerarlo, come usano di far molti per mostrarsi intelligenti e galant’uomini, ma i difetti che troverete in questo mio povero infermo vi prego a volerli scoprire amorevolmente a me, o a bocca o in scritto, cosa che non solo mi sarà sopramodo grata, ma ve ne avrò obligo perpetuo e vi prometto nell’altra edizione di corregermi.
E state sani.
Di Bologna, a i 24 di dicembre 1565.

 

Tavola storica

Nella CCLVIII Olimpiade, l’anno dalla edificazione di Roma 1006, e dalla natività di Cristo nostro salvatore 266, con grandissima speranza e desiderio non pur del Senato e del popolo romano, ma quasi di tutto il mondo, fu da i soldati di Germania eletto imperator Cornelio Licinio Valeriano, uomo e per nobiltà di sangue e per costumi lodevoli e per infinite altre virtù, in quella età sopra tutti gli altri chiarissimo. E perché in breve spazio di tempo molti suoi predecessori nell’imperio erano stati uccisi di morte violenta, mentre la repubblica romana sotto il governo di così saggio e moderato principe tenea maggior speranza di riposarsi e di prender ristoro de gli avuti danni, incorse nel più grave pericolo ch’ella facesse giamai per tempo alcuno, perciocché il re di Persia, antico emulo de l’Imperio romano, veduto quello per la occisione di tanti principi posto in grandissimo disordine, divenuto insolente e temerario, ragunò un grande e poderoso essercito, e passato il Tigre facea gravissimi danni nella Mesopotamia; alla qual cosa volendo riparare Valeriano: con grandissimo numero di soldati anch’egli, per raffrenar l’impeto del re barbaro, si mosse contra di lui. Ma, tradito da i suoi familiari medesimi, con perdita di quasi tutto l’essercito, divenne prigione del re di Persia, appresso del quale visse qualche tempo in servitù crudelissimamente trattato.
Tra gli altri nobili romani in questo conflitto si trovò presente Ceionio Albino, nobilissimo sopra tutti gli altri, imperoché della stirpe sua, parte innanzi a lui e parte dopo, sono stati sette imperatori augusti, e tre che solo ebbero il nome di Cesare, oltra tanti altri dotati di somma ricchezza e di sommo valore. Et egli fu figliuolo di quel Ceionio Albino che, essendo prefetto di Roma, era chiamato padre da Valeriano Augusto; costui, per la felicità sua, che sempre tutte le cose gli riuscirono in bene, fu addimandato Eutropio. Finalmente, di poi, questo Ceionio Albino suo figliuolo, dal quale il presente poema riceve e nome e materia, fu onorato di diversi nomi: i gentili furono Nummio Ceionio Albino; ereditò anco dal padre il nome d’Eutropio; e per la bellissima forma del corpo e venustà del volto suo fu detto Calisto; per la pietà usata in diverse maniere verso di Valeriano Augusto suo signor prigione e per la costanza e fortezza contra tanti e diversi assalti della fortuna avversa fu addimandato e Pio e Costante, il qual nome passò ne’ suoi posteri, essendo tutti gli altri quasi posti del tutto in disuetudine.
Egli lasciò un figliuolo unico, il qual fu addimandato Nummio Ceionio Albino Eutropio Costante, ma il nome d’Eutropio fu il più frequentato di tutti gli altri, così in bocca delle genti al tempo suo come poi da gli scrittori. Similmente, avendo questo Eutropio lasciato un figliuolo unico, fu addimandato Costante, overo Costantino Cloro; e, dall’avo suo, da alcuni fu detto Pio, tacendo tutti gli altri nomi; e questo fu imperatore augusto e padre di Costantino Magno, che portò la fede de l’Imperio in Tracia dentro da Bisanzio, e la nomino da lui. Da Costantino discesero poi Costante e Costanzo e Costantino, che dopo lui tutti furono imperatori augusti.
Costante Pio, adunque, lasciando ogni altro nome da parte, come si può vedere per autorità da molti storici autentici discese per linea retta da Enea, e per conseguente da Venere, parlando poeticamente. E ritrovatosi presente al fatto d’arme quando Valeriano Augusto suo signore fu fatto prigione, dopo ch’egli ebbe operato tutto ciò che per lui si poteva, vedendo non esser bastante a poter riparare che non seguisse il caso, dolente sopra modo, ancor che fosse alquanto ferito nel volto, se n’andò a Roma con sì gran velocità che prevenne la fama di questo caso; e, fattone in secreto consapevole Galeno, figliuolo di Valeriano, gli diè aiuto e consiglio in stabilir l’Imperio. E fatto questo lo dispose a voler con grandissimo essercito mandare alla ricuperazione del padre; del quale essercito costituì Costante capitano in suo loco, non gli parendo cosa sicura ch’egli in quei frangenti abbandonasse Roma.
E mentre Costante adunava l’essercito per andar con gran celerità all’impresa, secondo che la necessità ricercava, Galeno, che infino allora si era mostrato savio e modesto e pietoso verso suo patre, come agitato dalle Furie in un subito si mutò di volere, e preso gran sospetto di Costante, per vederlo così grato al popolo romano et alle provincie, non pur non volse più ch’egli andasse alla ricuperazione del padre imperator dell’essercito in Oriente ma disciolse l’essercito e cercò con inganno di uccider lui; del che avedutosi, Costante fu constretto a fuggirsene.
Galeno rimase in Roma, e datosi in preda ad ogni sorta di vizi fu peggior di Caligula, di Nerone, di Domiziano, di Comodo e d’Eliogabalo, talché tutti quegli ch’erano stati posti da Valeriano suo patre al governo delle provincie si ribellarono a lui; e, gridati da i loro esserciti imperatori et augusti, Roma si trovò in un tempo medesimo in diversi lochi aver trenta imperatori, tra i quali furono due donne, ciascuna di loro illustre quanto altra antica e moderna di cui si abbia memoria, cioè Zenobia e Vittoria: quella fu imperatrice d’Oriente, e Vittoria dominò tutte le parti settentrionali, come Francia, Fiandra, Scozia, Ibernia e Inghilterra, con altri lochi et isole adiacenti; questa divenne moglie di Costante, come si vedrà nel poema di parte in parte.
L’autore intende allegoricamente di mostrare che Dio privò gli imperatori gentili dell’Imperio di Roma per la impietà loro e per molti altri vizi ne i quali erano del tutto immersi, e in vece loro vi pose i pontefici cristiani adorni d’altrettanta pietà e d’ogni altra virtù.

Libro I

ultimo agg. 10 Luglio 2015 9:20

Argomento
Giunse a Roma Costante, e con diversi
partiti rende facilmente il figlio
Galeno pronto a trar fuor di periglio
suo padre Augusto, ch’è prigion de’ Persi.

Proemio (1-3)

1La pietà d’un guerrier vero splendore
di Roma e vera eterna gloria io canto,
di cui via più che d’altro suo maggiore
può gir quella superba e darsi vanto,
poi ch’egli allor che più di speme fuore
giacea percossa abbandonata in pianto,
non pur la sollevò, non pur difese,
ma il già perduto onor tutto le rese.

2E l’adornò d’eterne palme e d’alti
trofei vittorioso, e contra tante
lunghe fatiche e perigliosi assalti
di fortuna ognor fu saldo e costante;
e tinse in Media e in Persia i verdi smalti
del barbarico sangue, onde egli avante
né dopo ebbe mai pari ovunque stende
l’ampie sue braccia Teti o Febo splende.

3Figlie di Giove, Urania, Euterpe e Clio,
che lasciando talor l’aonie rive,
da l’alto seggio del superno Iddio,
scorgete il tutto, e gloriose e dive,
date vi prego al debil canto mio
forza ch’ove il desir s’inalza arrive,
e per la lingua mia scoprite voi
molt’opre ascose de gli antichi eroi.

Costante, rimasto da solo sul campo di battaglia, viene raggiunto da Venere e trasportato a Roma su un carro volante (4-21)

4Poi che il romano Augusto in Oriente
restò prigion del re di Persia, e morta
la maggior parte de la nostra gente
sol per cagion d’una fallace scorta,
Ceionio Albin, che si trovò presente,
restò con faccia lagrimosa e smorta
veduto il suo signor preso, e veduto
ch’arte o forza non giova in dargli aiuto.

5Questo è quel buon roman sì forte e saggio,
sì di virtù, sì di costumi adorno
che pari a lui non ha quanto col raggio
scopre scorrendo il sol la terra intorno;
ma perché troppo grande era il vantaggio
che i Persi in ogni guisa ebber quel giorno,
non valse a riparar che non seguisse
quel che ab eterno il Sommo Padre fisse.

6E sì pietoso ognor mostrossi verso
d’Augusto preso, e sì costante e forte
per liberarlo in ogni caso avverso,
gran tempo avuta in ciò contraria sorte,
mentre quasi per tutto l’universo
vagò più volte a rischio de la morte,
che il nome suo primier posto in oblio
detto poi sempre fu Costante Pio.

7Ben ch’egli allor che scorse il crudo e fero
perso ch’Augusto crudelmente avvinse,
per liberarlo e per salvar l’Impero,
pien d’ira e di furor la spada strinse,
e qual leone orribilmente altero
tutto nel sangue barbaro si tinse,
e ne portò ferito un braccio e il volto,
già morto essendo ogni altro o in fuga volto.

8E benché in sé mancar senta la forza
non riman però mai d’animo privo,
pria che il suo re lasciar la mortal scorza
desia, che senza a lui non può star vivo.
L’alta pietà, l’intenso amor lo sforza
d’aver la vita totalmente a schivo,
e rotte l’armi fora, essangue e solo,
caduto in mezzo del nemico stuolo.

9Ma Venere, ch’ognor pronta si prese
di Roma cura e de i romani eroi,
Costante, che del seme alto discese
d’Enea, d’Ascanio e de i nepoti suoi,
con maggior cura a render salvo intese,
tosto adunque dal cielo a i regni eoi,
dov’era il caro suo nepote giunse,
per tema e per pietà che il cor le punse.

10E quel di sangue ostil visto le mani
e fino a l’elsa aver la spada tinta,
e d’ogni intorno i monti per quei piani
visti di gente orribilmente estinta,
per soverchio dolor de i suoi Romani,
tutta nel viso di pallor dipinta,
giunta dov’era altero ancor Costante
se gli fermò col carro suo davante;

11cui disse: «O cavalier, ripon la spada,
che indarno qui facendo ogni tua prova
conchiuso è in Ciel che a Roma oggi tu vada,
là dove il figlio del tuo re si trova;
e giunto a fin di così lunga strada
per te Galeno tosto abbia la nuova,
quanto più si potrà secretamente,
del caso ch’è successo in Oriente».

12Per questo a l’improvisto allor mostrarsi
la dea, smarrito si restò il guerriero,
ch’ogni pelo sentì tosto arricciarsi
e cade in terra quasi dal destriero.
Pur dopo mille e più sospiri sparsi,
riconosciuto il divin lume vero,
disse, tenendo il guardo in terra volto,
che gli occhi alzar non le potea nel volto:

13«O sacra dea, de la Romana gente
principio e seme, adunque patir puoi
che sia sconfitto e morto in Oriente
Valerian con tanti illustri eroi?
E tu, che a l’empia strage sei presente,
d’aiuto in vece consigliar mi vuoi
che al vincitor, come codardo, io renda
l’armi, e la fuga in verso Esperia prenda?

14Come possibil fia giamai ch’io viva
restando in Persia Augusto o morto o preso?
Ma se tu brami di salvarmi, o diva,
deh, fa’ ch’ei sia per la mia man difeso,
ch’altrimenti convien d’Averno in riva
ch’oggi mi trovi, a morir solo inteso».
Dir non poté altro più, tanto lo punse
doglia e spavento; allor la dea soggiunse:

15«Se per impedir ciò stato bastante
fosse d’alcun mortal l’opra o il valore,
degno te sol fra tanto, o Pio Costante,
fatto avria il Ciel di così largo onore;
fermati, e non passar più dunque inante;
mitiga l’ira omai, spegni l’ardore,
ché quanto oggi è successo ne l’interna
sua mente fisse il Re che il Ciel governa.

16Né voler senza il tuo signor la morte
bramar, né tanto in odio aver la vita,
ma riprendi il primiero animo forte,
e da te resti ogni viltà sbandita,
che il Ciel ti serba a più felice sorte,
e vuol che quinci facci oggi partita,
per gir veloce a Roma, acciò che il figlio
d’Augusto esca per te fuor di periglio.

17Ché se prima di te giungesse certo
romor del caso a Roma, ove può tanto
l’invidia e l’odio, ancor che stia coperto
mentre l’occasion s’attende in tanto,
quei potenti che l’occhio han sempre aperto
potrian l’imperial corona e il manto
vestirsi, e lui cacciar fuor de le porte
o dargli insieme col fratel la morte.

18L’ardir dunque e la forza a tanti e tali
toglier volendo, pria che l’ombra oscura
la notte apporti, a te giungendo l’ali
di Roma ti porrò dentro a le mura.
Quivi a ciascun, fuor che a Galeno, i mali
successi ascondi, e quivi opra e procura
sì ch’egli al seggio imperiale ascenda,
pria che Roma d’Augusto il caso intenda».

19Così detto la dea stese la mano
dov’ei ferito aspro dolor sofferse,
e fatto quel già d’ogni piaga sano,
con nube oscura subito il coperse;
per ciò, reso il furor del tutto vano,
e la gran rabbia de le genti perse,
montar lo fe’ sul carro e verso Roma
carchi andaron gli augei di doppia soma.

20Tanto andò in alto, e sì veloce corse
Costante, e sì vicino al febeo lume,
che, per guardar che stesse in giù, non scorse
mai dove fosse mar, terra né fiume;
dal dritto calle unqua la man non torse
l’accorta Citerea, finché le piume
tese gli augei calàr sopra una sponda
là dove il Tebro i sette colli inonda.

21Com’aquila talor ch’audace scende
verso i raggi del sol puro e lucente,
donde scorta la preda altera scende
subito in terra, e sì presta e repente
percuote l’aria, e in guisa l’apre e fende
che il fischio e il rombo di lontan si sente,
così, al grand’uopo le veloci penne
gli augei spiegando, il cavalier sen venne.

Costante informa Galeno della cattura del padre per mano dei Persiani e assicura la sua successione al trono, poi rincuora il popolo (22-36)

22E giunto a Roma andò tosto a Galeno,
ancor che stanco e dal disagio vinto,
cui fe’ saper del miser padre a pieno
dal rio Sipario in duri lacci avvinto,
e che del roman sangue era il terreno
molle e l’Eufrate orribilmente tinto,
tal che d’ogni altro giorno atro e funesto
stato era lor via più infelice questo.

23Poi, con intenso e con paterno affetto,
Costante l’essortò che il caso atroce
si voglia riserbar nascoso in petto
acciò che fuor non se ne sparga voce,
perché d’alcun potente aver sospetto
si de’, cui rode invidia, ira arde e cuoce;
onde in breve cagion di gran tumulto
esser potria se non fia il caso occulto.

24«Facil ti fia nasconderlo almen tanto
che tu nel regno abbia fermato il piede,
di doni essendo al popol largo in tanto,
come a i soldati ancor d’ampia mercede,
e publicar facendo in ogni canto
te successor del padre e vero erede:
non ritrovando a farti offesa loco
né tempo, quei potran nuocerti poco».

25Galeno, il caso da Costante inteso,
restò afflitto e smarrito in volto,
sì colmo di pietà, sì d’ira acceso,
e in un sol punto in sì gran cure involto
ch’un ceppo a i piedi, un giogo al collo, un peso
su gli omeri aver pargli, ch’esser tolto
mai non gli possa, e per soverchia doglia
piangendo si squarciò l’aurata spoglia.

26Pur, visto il grave e subito periglio
dove incorrea se il caso era palese,
di Costante osservò l’util consiglio,
che sì gran piaga a coprir sempre intese;
ma ciò non val che un tacito bisbiglio
serpe d’intorno, ché l’insidie ha tese
contra i Romani l’empio re fallace,
ch’Augusto è preso o ch’egli estinto giace.

27Venir visto Costante, e la ragione
di ciò nessun potendo imaginarsi,
bisbigli or qua or là fra le persone
diversamente in Roma erano sparsi.
Che sia Valerian morto o prigione,
visto in occulto i donativi darsi,
non sol presume ogni un ma tien per certa
la cosa, e se ne parla a la scoperta.

28Ma tai del saggio cavalier son l’opre
nel proveder dove il periglio scorge,
e sì la tema con l’audacia copre
e tal rimedio ad ogni cosa porge
ch’ogni un mira da parte e non si scopre,
che nulla omai di poter far s’accorge:
già ne l’imperio sì Galeno è fermo
ch’alcun bisogno più non ha di schermo.

29E per mostrar ch’essi timor non hanno,
o sia la strage occulta o sia palese,
dinanzi a i rostri ove le turbe stanno
publicar fe’ le mal successe imprese.
Scorto il pianto il guerrier, scorto l’affanno
del popol tutto allor che il caso intese,
parlò in tal guisa, in alto loco salito,
per esser visto e ben da tutti udito:

30«Se per valor de i Persi o per virtute
fosse tal caso, e non per fraude occorso,
d’Augusto disperando la salute
solo al pianto anch’io vosco avrei ricorso;
ma perché l’arti lor son conosciute
e quel che dianzi a nostro danno e scorso,
di cui si attribuiscon tanta lode,
non fu per lor virtù ma per lor frode.

31Deh, non vi date in preda al troppo affanno,
lasciate il pianto, il sospirar, la noia,
cose che alcun ristoro a voi non danno
ma che a i nemici vostri accrescon gioia;
perché alteri non sian di tanto inganno,
perché in lor man l’imperator non muoia,
deposto il duol, di roman spirto indegno,
sfoghiam con l’arme il generoso sdegno.

32Perché restando in ozio a guardar, come
non tocchi a noi punir torto sì espresso,
l’alto Imperio roman con gravi some
saria da più d’un rio tiranno oppresso,
e disprezzata Roma, il cui sol nome
tremar fe’ Medi, Arabi e Sciti spesso;
e da Sipario il Campidoglio vinto
la bella Ausonia e il latin nome estinto.

33Quando il Perso avrà nuova esser già posto
nel seggio imperial d’Augusto il figlio,
e che sia il padre a liberar disposto,
ricco di forza e ricco di consiglio,
la temeraria impresa lasciar tosto
vedrassi, e non voler porre in periglio
l’ampio suo regno, poi che tocca e vede
quanto e di forza e di ragion ne cede.

34Fu preso Augusto, ma però né terra,
né villa pur da noi si è ribellata,
né re confederato a farci guerra
si è mosso, ogni un la fede ha conservata.
Molt’oro ne l’erario oggi si serra,
navi e gran gente abbiam per tutto armata,
e come chiar si vede a più d’un segno
gli dèi contra di noi non han più sdegno.

35Se ne i perigli e ne le sorti estreme
fossero stati i nostri padri lenti,
e che perduta avessero la speme,
sarian d’oscura morte in tutto spenti.
Perché discesi noi dunque dal seme
illustre lor non ci mostriamo ardenti
di seguir l’orme e d’imitar quell’opre,
cui mai tempo non spegne o marmo copre?».

36E così detto il cavalier discese
da l’alto seggio; il cui parlar con tanto
piacer fu accolto, e sì gli animi accese
del popol che, lasciato a dietro il pianto,
con lieto grido il cor fecer palese,
risonandone l’aria in ogni canto.
Poscia tutti (ch’un sol non vi rimase)
l’accompagnaro a le paterne case.

Galeno incarica Costante di organizzare e comandare la spedizione di soccorso a Valeriano, si raccoglie un immenso esercito (37-43)

37Costante in pace con prudenza pose
l’Impero, a che sol pria volse la mente,
e gli successer così ben le cose
ch’ei per tutto acquetar fece ogni gente;
poscia Galeno a vendicar dispose
il padre, e a far l’impresa d’Oriente;
e questo ancor, trovatolo disposto
già prima, ottenne facilmente e tosto.

38Anzi l’autorità tutta a lui diede
di fare, e d’ordinar ciò che volea,
scorgendo oltra il valore, oltra la fede,
che sol per sua cagion l’impero avea;
e volendol pagar d’ampia mercede,
poi che securo allora non gli parea
ch’ambi Roma lasciassero, in sua vece
di tutta l’oste imperator lo fece.

39Fatto duce il guerrier di tanta impresa,
patrizi e cavalieri e senatori
tutti corrono a lui con l’alma accesa,
di fuor mostrando i loro interni ardori;
ciascun la mente ha con gran speme intesa
che acquisti Roma i già perduti onori
e che de i danni suoi prenda ristoro,
tornando il cavalier cinto d’alloro.

40Onde Costante diece legioni
raccolse tosto, e seco erano misti
trent’altri mila fanti esperti e buoni
quanto d’Italia uscir mai fosser visti;
nessun di lor bisogno avea di sproni
perché l’onor perduto si racquisti.
Tredici mila cavalier poi scelti
da lui furo Aquitani e Belgi e Celti.

41Oltra sì bello essercito e sì grande,
corre a Costante ognor gente infinita,
mentre veloce l’ali altera spande
la chiara fama sua per tutto udita.
Se ben devesser quei d’erba e di ghiande
con gran fatica sostentar la vita,
pronti a seguirlo sempre in ogni loco
son tutti, ancor ch’entrar voglia nel foco.

42Se per gran nobiltà, per gran ricchezza,
in Roma o fuor ne le provincie esterne
alcun risplende, ogni altra cosa sprezza,
né il commodo né l’agio suo discerne
pur che segua il guerrier, cui tal prontezza
diletta e gran piacer mostra d’averne;
né giorno passa mai che da costoro
non riceva in gran copia argento et oro.

43Talché, senza che il publico s’aggravi,
in Ostia e in Pisa, e in molti lochi altrove,
si fan condur con sommo studio travi,
pur che appresso o lontan se ne ritrove,
non sol per racconciar le vecchie navi
ma per farne anco a varie foggie nove;
d’Europa e d’Asia e d’Africa già tutti
i più eccellenti mastri eran condutti.

Costante riceve la visita dell’amico Sereno, che gli narra come è scampato al massacro dei Persiani (44-63)

44Mentre ciò fassi, e che le turbe intente
d’armi e di veste provedeansi tutte,
la notte e il giorno il cavalier dolente
tener potea le luci a pena asciutte,
tanto più che sforzato era sovente
da le persone in casa sua ridutte
a raccontar di parte in parte il caso,
come Augusto prigion fosse rimaso.

45Diece volte alcun giorno e più convenne
tutto il fatto narrar con sua gran pena,
come il rio tradimento avea Perenne
ordito e con Fraorte e con Surena,
fin che in man di Sipario Augusto venne,
ch’avvinto lo tenea d’aspra catena,
e com’ei salvo per voler divino
stanco a Roma drizzò tosto il camino.

46O quante volte un pian da monti cinto
descrisse, e dimostrò là dove Augusto
fu preso, e dove Pompeiano estinto,
dove cadde Giustin col fratel Giusto;
qui Cabora correa gonfiato e tinto
di sangue, e il letto suo divenne angusto,
dicea mostrando ognor che l’empia guerra
ben mille volte avea segnata in terra.

47Quest’esser tutto il dì contra sua voglia
sempre il medesmo a replicar costretto,
era cagion che l’aspra intensa doglia
si rinnovasse ognor dentro al suo petto:
perché il concorso adunque da sé toglia,
talor si stava in camera soletto,
da i suoi liberti essendo in prima sparte
le voci ch’era uscito in altra parte.

48Stando egli adunque solo in casa un giorno,
Sereno ivi arrivò, nobil romano,
che in quel punto facea di là ritorno
dove restò prigion Valeriano;
di palme e di trofei Sereno adorno;
prudente, accorto, valoroso, umano,
di Costante fratel fu de la madre,
ma l’onorava e lo tenea qual padre.

49Subito i servi e tutta la famiglia
corsero a darne nuova al lor signore,
che insieme e piacer n’ebbe e meraviglia,
sendo stato per lui sempre in timore;
gli venne incontro, e con serene ciglia,
raffrenando in gran parte il fier dolore,
scontrati al collo, strette ambe le braccia
si gettàr tosto, e si basciaro in faccia.

50Posti quivi a seder poi ragionaro
tra lor del caso occorso lungamente,
e le fatiche avute si narraro
l’un l’altro nel partirsi d’Oriente.
Costante pria com’egli a paro a paro
sen venne de la dea verso Occidente,
e ciò che fatto avea poi che fu giunto
in Roma, gli narrò fino a quel punto.

51Soggiunse allor Seren: «Tu dei sapere
che trar visto prigion Valeriano,
e, rotte e morte le romane schiere,
già tutto rosseggiar di sangue il piano,
da parte mi tirai perché vedere
mi parea tutto il nostro sforzo vano;
molti altri insieme ancor s’erano uniti
meco sul monte a destra man saliti.

52E proponendo quei vari e diversi
partiti, e stando in gran confusione,
molti eran di parer che in man de i Persi
rese l’armi si desse ogni un prigione;
ma, questo inteso avendo, io non soffersi
che vil tanto e codarda opinione
mai prevalesse, onde tal modo qualsi
già conchiuso a lasciar gli prevalsi,

53dicendo: – Adunque o miseri, o meschini,
presi e venduti schiavi esser volete?
e che il barbaro crudo se Latini
cheggia e compagni, o se Romani sète?
non fia meglio cader quai cittadini
di Roma, come tanti oggi vedete,
ch’onorati morir, pria s’hanno eletto
che vivi dar mai di viltà sospetto?

54Mentre il giorno ancor luce, e mentre intenti
son gli inimici d’ogn’intorno sparti,
rubando a dispogliar le morte genti,
e che perciò fan risse Ircani e Parti,
per mezzo il campo a gir non siam noi lenti,
le forze usando sol, deposte l’arti,
ch’aver la speme già total perduta
ne i casi estremi ancor sovente aiuta.

55Con forza e con audacia ogni un la spada
stringendo, poi ch’ogni altro aiuto è vano,
facciasi dar da i barbari la strada,
ch’esser vuol degno cittadin romano -.
Piaciuto il detto mio, non stero a bada
ma tutti, preso il ferro acuto in mano,
e me lor duce avendo eletto, verso
l’Eufrate a mira andai sempre a traverso.

56Nessun, di tanti ch’eran meco, stanco
mostrossi, ma ciascun tutto infiammato
feroce apparve e valoroso e franco,
più che non era in tutto il giorno stato;
tosto gli scudi ogni un dal lato manco
levossi, e si coperse il destro lato,
ch’aperta e molto esposta quella parte
stava a gli strali de le genti parte.

57Uccidendo e ferendo, e dimostrando
tutti gran cor, da me condutti furo
contra i barbari, d’ira fulminando,
fuor di periglio in loco alto e sicuro;
un grande armato innanzi a gli altri andando
scorsi, col manto sopra l’armi oscuro,
che d’intorno girando una gran spada
sempre a noi fece spaziosa strada.

58E giunto essendo a quello angusto calle
che i Persi chiuso avean l’istesso giorno,
acciò che Augusto uscir fuor de la valle,
né far potesse indietro mai ritorno,
l’aperse a forza e, sempre a noi le spalle
volgendo, né pur mai guardando intorno,
da lontano e per vie non anco usate
ci fe’ la scorta ognor fino a l’Eufrate.

59Dove giunto, adoprar navi né ponte
non volse, ma con l’armi e col destriero,
l’acque trovate a sostenerlo pronte,
su l’altra sponda se n’andò leggiero;
quindi verso di noi volta la fronte,
fe’ cenno ove più destro era il sentiero.
Poi, fatto ciò, dentro una nube parve
ch’entrasse, e quindi subito disparve.

60Da noi passato adunque essendo il fiume,
che si varcò senza trovar contesa,
e quella strada che il celeste nume
già mostrata n’avea subito presa,
l’altra mattina, sorto il nuovo lume,
tutta avendo la mente a Roma intesa,
cura diedi a Neron di quei soldati
ch’eran de i Persi del furor scampati.

61Et io la notte e il giorno ognor veloce
venuto son con diligenza grande,
temendo che di me prima la voce
non giungesse del caso in queste bande;
ma d’Aratto venuto a l’ampia foce
fin dove, senza ch’altri ne dimande,
s’ode il tuo nome, inteso ch’eri giunto,
restai d’ogni timor privo in quel punto.

62Quivi seppi non men che da te posto
nel seggio imperial d’Augusto il figlio
l’avevi il padre a liberar disposto,
che di morte prigion stava in periglio;
e che palesemente o di nascosto
nessun più, con la forza o col consiglio,
turbar potea quell’ordine che stato
da te con tal prudenza era ordinato.

63Con gran letizia intesi finalmente
che, imperator già tu de l’oste eletto,
sì gran concorso avevi ognor di gente
che in Roma quelle a pena avean ricetto;
ma con gli occhi miei propri ora presente,
del grido assai maggior vedo l’effetto,
talché già spero che fra pochi giorni
libero Augusto al seggio suo ritorni».

Costante temendo qualche frode a proprio danno decide di allontanarsi temporaneamente verso Ostia: passeggiando un giorno trova un giovane che lo conduce a un palazzo pieno di piaceri, Costante rifiuta di fermarvisi (64-86)

64Soggiunse allor Costante: «Ciò che inteso
fu in Epiro da voi, tutto fu vero;
però sappiate ancor che m’è conteso,
né so perché, d’aver queto il pensiero.
Fin che in Siria non sono, e fin che preso
non ho di Persia il più dritto sentiero,
starò sempre in timor che non si ordisca
fraude che il mio viaggio anco impedisca.

65Ma perché di molestia ognor son pieno
quinci desio d’allontanarmi un poco,
e voi lasciando in vece mia, Sereno,
desio mutar per qualche giorno loco;
fate ch’ogni giornata un duce almeno,
per trastullo servendovi e per gioco,
veder tutti vi faccia i suoi soldati
in campo Marzio in ordinanza armati».

66Ciò detto la medesima giornata
andò verso Ostia, ove fermossi tanto
che in ordine fe’ por tutta l’armata,
cosa ch’ivi indugiar lo fece alquanto;
e mentre da i ministri apparecchiata
quell’era, afflitto e con lugubre manto,
talor solo, Costante se ne giva
passeggiando del mar lungo la riva.

67Onde, senza avvedersi, dal pensiero
tanto fu trasportato innanzi un giorno
che a mal suo grado, uscito dal sentiero,
girando andò per molto spazio intorno,
e quasi consumò quel giorno intero,
ché far non seppe indietro mai ritorno.
ma per gran nebbia essendo l’aer fosco
si trovò dentro un intricato bosco.

68Di su, di giù, di qua, di là Costante
sen giva errando, e tutto pien di doglie,
ch’altro mai non trovò che dumi e piante,
e sterpi e balzi e sassi e rami e foglie.
Un giovenetto al fin di bel sembiante
scontrò, vestito d’onorate spoglie,
che benigno e cortese salutollo,
e lui preso per man seco guidollo.

69Tosto che l’ebbe quel preso per mano,
de l’intricato bosco il trasse fuori,
e giunse dentro un dilettoso piano
tutto coperto d’odorati fiori.
Vedeasi, a risguardar quindi lontano,
d’oro e d’argento e d’altri bei colori
sì vagamente un gran palagio adorno
che molte miglia risplendea d’intorno.

70Quivi guidollo ognor fermando il piede
sopra i bei fiori, e sopra l’erba molle:
dal palazzo a guardar tutto si vede
quel vago piano, essendo sopra un colle
che però poco la pianura eccede,
e poco in alto il giogo ameno estolle;
sì dolcemente sopra quel si ascende,
che la salita pur non si comprende.

71Costante, entrato nel palagio, vide
per tutto sol delicie e sol piaceri:
quivi ogni un balla e suona e canta e ride,
sempre scacciando i più gravi pensieri;
si veggon compagnie d’amanti fide
per ogni stanza, e donne e cavalieri;
letti e mense e pitture, e in ogni parte
son tavolieri e scacchi e dadi e carte.

72Disse quel giovenetto: «Se tu vuoi
gir per le vie ch’io mostrerotti piane,
tutti avrai quei piacer ch’abbiam qui noi,
stando le cure ognor da te lontane;
de la mestizia e de gli effetti suoi
saran contra di te le forze vane,
vivendo in gran piacer molti e molti anni,
privo di doglie ognor, privo d’affanni».

73«Dimmi (rispose allor Costante), s’io
seguirò questa tua piacevol strada,
potrò vendetta far del mio signore?
potrò per liberarlo oprar la spada?
Perché sol regna in me tanto desio,
questo sol bramo e questo sol m’aggrada;
e nel far questo sempre ogni fatica
mi fia riposo et ogni cura amica».

74«Non ti risolver, cavalier, sì tosto»
soggiunse il giovenetto, e immantinente
per man presol di nuovo, in un riposto
loco guidollo, ov’era molta gente.
Quel nudo in bagno e questo in letto posto
scherzar vedeasi a gara dolcemente,
e per tutto era un uom sempre e una donna
che a nessun manto si vedea né gonna.

75Poi lo condusse in una stanza piena
di gente, pur de l’uno e l’altro sesso,
che sedean parte ad una lauta cena
stand’un uom sempre ad una donna appresso,
parte con suoni e canti ogni aspra pena
del petto avrian levata al duolo istesso,
parte a quegli servìa che in gioia immensa
stavan ridendo e motteggiando a mensa.

76Poscia un altro non men piacevol loco
quindi partiti ancor gli fe’ vedere,
dove uomini e pur donne intorno al foco
con largo giro stavano a sedere,
e facendo or a questo ora quel gioco
dispensavano il tempo in gran piacere,
qual dando in pegno il manto ond’era involto,
di carbon tinto qual mostrando il volto

77Sentiasi di costor da lunge il riso,
vedendo ignudo alcun quasi spogliarsi,
e tinte di carbon le donne il viso
quivi non men che gli uomini mostrarsi.
Da questo un altro loco poi diviso
mostrogli, ove per tutto erano sparsi
danari e gemme in copia, e si potea
torne quanto ciascun voglia n’avea.

78Quindi poi lo guidò dentr’un giardino
pien di fiori e di maturi frutti,
ch’un barco da man destra avea vicino
dove assai capri e cervi eran ridutti,
lepri e conigli, e un fonte cristallino
chiudea nel mezzo, i cui spessi acquedutti
quattro peschiere empian con chiare vene,
tutte di pesci d i più sorti piene.

79Tendean per tutto quivi e lacci e reti
giovani e donne, e poi con cani e strali
givan cercando, indi cacciando lieti
verso di quelle i timidi animali,
su l’erbe che a veder parean tapeti
pe i fiori a l’oro, al minio, a l’ostro eguali,
con gli ami e l’esca intorno a le peschiere
sedean molti, e fuggir vedean le fiere.

80Stava di man sinistra un altro barco
di mura cinto altissime d’intorno,
di coturnici e d’altri augelli carco,
che di continuo vi facean soggiorno,
tal che le reti e il visco e i lacci e l’arco
quivi adoprar quanto era lungo il giorno
potean uomini e donne, e con gran gioia
da sé in tal guisa allontanar la noia.

81Ma quivi dir non si potrian mai quanti
s’avea piaceri: il vago loco, adorno
di seta e d’or, chiudea sol risi e canti
e suoni e giochi e balli, e notte e giorno,
sì buoni e i vini e i cibi erano, e tanti
che fora meglio il far quivi soggiorno
che il far soggiorno in quelle parti dove
siede Marte, Mercurio, Apollo e Giove.

82Però Costante ogni piacere, ogni agio
sprezzando a lui dal giovenetto offerto,
con fretta si partì fuor del palagio,
tornando là dov’era in quel deserto.
Ritornar prima al loco aspro e malvagio
volse il guerrier, del camin vero incerto,
che uscir di quella speme in tutto fuora
ch’avea di liberar Licinio ancora.

83Né giova che gli dica il giovenetto:
«Ch’animo è il tuo di far, stolto guerriero?
perché l’agio e il piacer perdi, e il diletto,
che sempre avrai seguendo il mio sentiero?
perché d’espor non cessi in guerra il petto
contra del Parto impetuoso e fero?
Stando avrai meco ognor posa e quiete,
né giamai fame patirai né sete.

84Del Cancro nuocer, qui stando, l’ardore
non ti potrà, né de la bruma il gielo;
di morte non starai sempre in timore,
né dormirai sotto l’aperto cielo,
ma gli anni avrai tranquilli e i giorni e l’ore,
per lunga età facendo bianco il pelo.
A chi mi segue in somma unqua non ponno
romper né trombe né tamburi il sonno.

85Oh quante belle cose ha fatte Iddio
sol per nostro piacer, sol per nostr’uso,
che dopo morte avendone desio
l’uom chiama indarno e ne rimane escluso.
Prendi, o Costante, il buon consiglio mio,
se in tutto al fin restar non vuoi deluso,
ch’alcun, poi che dal fato gli vien tolta
la vita, non rinasce un’altra volta».

86Pregato in guisa tal dal giovenetto,
Costante ad ascoltar punto non bada,
ma via più sempre quel piacevol tetto
fugge, né vuol passar per la sua strada;
d’ogni offerto piacer, d’ogni diletto
si annoia, e solo il travagliar gli aggrada,
pur che in servigio del signor suo spenda
gli anni e la vita, e libertà gli renda.

Nel bosco incontra un vecchio che lo conduce per un erto monte ad un palazzo, dove si esercitano molti guerrieri, e lo incoraggia a proseguire l’impresa (87-104,4)

87Tornato adunque dentro al folto bosco,
dov’era in prima or qua or là smarrito,
l’aer di nuovo ancor tornato fosco,
del Tirreno arrivar non potea al lito.
Scontrato un vecchio al fin ch’era, qual tosco
sacerdote, di brun tutto vestito,
pregollo che volesse in cortesia
del mar mostrargli la più dritta via.

88Rispose il vecchio allor: «Caro mio figlio,
di mostrarti la via contento sono,
né vuo’ d’aiuto mai né di consiglio
mancarti, pur ch’io sia nel darlo buono.
S’al non vero camin trovo in periglio
d’appigliarsi alcun mai non l’abbandono,
ma di continuo vien quel da me scorto
fin ch’egli arriva di salute al porto».

89E così detto il saggio vecchio prese
per man Costante, e verso un alto monte
guidollo, e l’aiutò fin che l’ascese,
cadendogli il sudor giù da la fronte.
Trovaro rupi e balzi, onde il cortese
vecchio, perché il guerrier sopra vi monte
con più facilità, sempre gli porse
la man per tutto, ove il bisogno scorse.

90Al fin con gran sudor, con gran fatica,
per sassi e spine andato ognor, Costante
trovossi aver sopra una piaggia aprica
un gran palazzo a l’improviso inante.
L’architettura, ancor che fosse antica,
però d’arte agguagliar poteasi a quante
trovar si ponno in qual si voglia clima,
né punto a quel cedea dov’ei fu prima.

91Trovò dentro al palazzo in una stanza
molti e tutti, a veder d’aspetto, gravi,
né stavan come i primi in gioco e in danza,
né fra cibi a seder, lauti e soavi,
ma di discorrer sempre aveano usanza,
come trovar d’altre maniere navi,
come salvar, come espugnare terre,
gli esserciti ordinar, vincer le guerre.

92Sempre dinanzi avean quei libri e carte,
a mostrar di continuo il sito pronti
de la terra abitata, e in ogni parte
dove sian mari e fiumi e valli e monti;
tutti eran d’insegnar disposti l’arte
del far steccati, fossi, argini e ponti,
e come un duce in guerra accorto e saggio
vegghiar deve aspirando al suo vantaggio.

93Dal saggio vecchio innanzi ancor guidato,
trovaro una onorata compagnia
di cavalieri, ch’ogni un d’essi armato
a piè si essercitavan tutta via.
Di quella stanza entrò poscia in un prato,
dove con gran destrezza e leggiadria
molti altri armati ancor sopra i destrieri
si essercitavan coraggiosi e feri.

94Fuor di quel prato in due piccioli fiumi
molti si vanno essercitando a nuoto;
altri con fochi e con notturni lumi
fanno il bisogno lor da lunge noto;
per rive e per spelonche altri, e per dumi,
perché l’ostil pensier d’effetto vòto
rimanga, di celar gente fan prova
da gli occhi altrui, con qualche astuzia nova.

95Qui si essercita, in somma, e qui s’impara
ciò che fa di saper bisogno in guerra;
ne le battaglie ogni persona rara
di forza e di saper quel loco serra;
come a gli aguati ostili si ripara,
come in mar si combatte e come in terra,
qui chiar si mostra, e come si difende
se stesso, mentre il suo rival s’offende.

96Porser molto al guerrier maggior diletto
le fatiche, il vegghiar, l’aver disagio
che di sua volontà, non già costretto
del vecchio, prende ogni un dentro al palagio,
che non fece a veder del giovenetto
l’ozio e i piaceri e le delicie e l’agio.
Già prima il vecchio con suo gran conforto
dove inchina il guerrier ben s’era accorto;

97cui disse: «Quanto, o nobil cavaliero,
d’alto animo ti mostri oggi e prudente,
poi che sì piano e facile sentiero
seguir non vuoi tra sì corrotta gente!
Sappi che solo il mio sì trova il vero,
se in preda a i sensi alcun non da la mente;
sol chi mi segue arriva a vera gloria
lasciando eterna al fin di sé memoria.

98Per questa via ch’io ti mostro caminaro
Teseo, Giasonne, Achille e gli altri eroi,
che le fatiche e vigilie amàro,
sprezzando l’ozio e i vani effetti suoi;
per questa Bacco tanto al padre caro,
che l’India scorso in fino a i liti eoi,
coronato di pampini la fronte
sul carro a trarlo fur le tigri pronte.

99Per questa Alcide, che il corporeo velo
dato in preda a le fiamme in cima d’Eta,
colmo di gloria andò con l’alma al cielo,
posta in Esperia a i naviganti meta;
per questa ebbero in terra e caldo e gielo
quei due gemelli, ond’oggi ancor s’acqueta
la gran procella ch’Austro adduce e Coro,
tosto che appar la chiara luce loro.

100Ma che direm del gran padre Quirino,
che Amulio, Acrone e tanti armati estinse?
che del gran Scipion, seme divino,
che del sangue african la terra tinse?
che, in somma, di quel fulmine latino,
Cesar, che altero e venne e vide e vinse?
che d’altri ancor, de i cui gran nomi è piena
la terra sì, che può capirgli a pena?

101Che di te finalmente, o mio Costante,
che per quel ch’io ti mostro aspro sentiero,
volgendo ognor con gran sudor le piante,
solleverai questo caduto Impero,
e contra i Persi armato anco in Levante,
dove hai sol volto e sol fermo il pensiero,
farai sì con la forza e col valore
che acquisterai sovra ogni antico onore?».

102«Padre,» rispose il gran guerrier romano,
«sempre a seguirvi avrò le voglie pronte,
e sprezzando il sentier facile e piano
vuo’ salir vosco il faticoso monte,
tanto più s’io potrò con questa mano
gli oltraggi vendicar, gli scherni e l’onte
ch’ognor son fatte da Sipario ingiusto
contra Valeria Cesare August«».

103«Convien» soggiunse il vecchio «ch’io ti dica
qual sia del giovenetto il nome e il mio:
sappi ch’io sono il dio de la fatica,
sì come quel de le delicie è il dio.
Chi segue noi lascia memoria antica
di sé; chi quel, va subito in oblio».
Gettosse in terra allor quivi Costante
con riverenza, e gli basciò le piante.

104Questo fatto il guerrier, quel vecchio saggio
con tenerezza stretto ivi abbracciollo;
poi del Tirreno in ripa al suo viaggio
ch’egli smarrito avea, tosto guidollo.
Giunto in Ostia il guerrier ch’a punto il raggioCostante ritorna ad Ostia e provvede a compiti di logistica (104,5-108)
d’Esperia nascondea ne l’onde Apollo,
del suo tanto indugiar trovò la gente
tutta per gran timor trista e dolente.

105Ma la tristizia in gioia si converse,
visto salvo tornar Costante e sano.
Tosto poi l’altro dì che si scoperse
la vaga aurora dal balcon sovrano,
quei che per mezzo de le schiere perse
scampò Seren di Cabora sul piano
e che in governo poi diede a Nerone
giunser, ch’eran tre mila e più persone.

106Costante al duce lor fe’ grande onore,
e lo volse alloggiar ne la sua stanza;
e salutò dal minimo al maggiore
mentre gli altri passaro in ordinanza.
L’armata poi, ch’avea sempre nel core,
d’ogni bisogno già sendo abastanza
provista, in porto a Roma l’altro giorno,
tolto seco Neron, fece ritorno.

107Non si potria narrar quanto piacere
del suo ritorno il popol tutto avesse:
Roma piena di faci e di lumiere
parea che tutta d’ogn’intorno ardesse;
le genti al suo palagio, a schiere a schiere,
pronte correan per visitarlo spesse;
e quando fuori uscia tal volta un poco
non potea darsi per le strade loco.

108Ma benché le migliaia d’ogn’intorno
d’uomini avesse ognor, però gentile
tanto mostrossi e di modestia adorno,
ché più verso d’ogni uom fu sempre umile.
Del suo partir poi fatto noto il giorno,
che a mezzo fu del già vicino aprile,
piccioli e grandi in guisa si allegraro
che per letizia i gridi al ciel mandaro.

Giunone per odio verso i Romani chiede a Megera di infettare il cuore di Galeno con i peggiori vizi (109-132)

109Giunse il grido a Giunon, che dentro al petto
l’antico sdegno ancor tenea nascosto,
onde già fuor del sacro e natio tetto
con Remo fu dal zio Romulo esposto,
poi con sì crudo e scelerato effetto
di dar la morte a l’un l’altro disposto,
ad Allia, a Trebbia, a Canne e altrove molli
fe’ del sangue roman campagne e colli.

110L’ardente ira gran tempo e il fero sdegno
contra i romani eroi la dea nascose,
sì come a Veio ne mostrò già segno,
che a Roma andar sì volentier rispose;
di ciò il popol cagion fu, ch’ogni ingegno
sempre in placarla et ogni cura pose,
ne i tempi tra gli altari i sacerdoti
sempre chiamando il nome suo devoti.

111Ma poi che la republica romana
fu d’un principe sol posta al governo,
successer molti appresso cui fu vana
l’antica legge, e l’ebber sempre a scherno;
altri con empio cor, con mente insana
sprezzaro il Ciel col sommo padre eterno:
tra questi fur Tiberio e Gaio e l’empio
Neron, di crudeltà sì raro esempio.

112Di cerimonie al fin rimaser vòte
le chiese, e senza il divin culto pio,
poi che Vario Antonin, che sacerdote
fu ne l’imperio di un straniero iddio,
da i tempi lor furo le più devote
statue, mosso da strano empio desio,
per farne un dio non conosciuto adorno,
fece a quei de la patria oltraggio e scorno.

113Di Campidoglio e d’Aventino questa
celeste dea con gran dispregio mosse,
talché al nome roman cruda e funesta
la rese più che per l’adietro fosse;
ma pria contra lui proprio manifesta
l’ira, e l’odio mostrò che la commosse,
che quello insieme con l’augusta madre
uccider fe’ da le pretorie squadre.

114Né qui fermossi ancor l’ira e lo sdegno,
che Alessandro e Mammea la matre uccise:
giusto era questi, e d’ogni laude degno,
né mai peccato in contra il Ciel commise;
Gordian, padre e figlio ambi sostegno
di Roma, e seme del figliuol d’Anchise,
con Massimin d’alta perfidia pieno,
morti furo, e Balbino e Pueno.

115Non l’innocenza al terzo Giordano,
non la fraude a scampar gli Arabi giova,
né per virtute al fin Decio Traiano
col figlio appo Giunon pietà ritrova;
Vibio, col padre rio Treboniano,
mal grado suo, l’ira celeste prova,
com’anco avvenne al valoroso Mauro,
che dato avria a l’Impero ampio restauro.

116Ma che direm del pio Licinio e giusto,
che di virtù fu specchio al mondo e norma,
e giunto al seggio imperial d’Augusto
seguia di Marco e d’Antonio l’orma?
Nondimen di Giunon lo sdegno ingiusto
lo fe’ prigion de la nemica torma,
e spesso aver su gli omeri la soma
del re, per far sì grave scorno a Roma.

117Dunque la dea, ch’aver già dato effetto
al suo pensier credea, visto Costante
con sì fiorito essercito ch’eletto
s’avea, disposto a gir presto in Levante,
colma di doglia, anzi di rabbia il petto,
sospira e geme e nel divin sembiante
si muta in guisa che potria, a guardarla,
porger spavento, e in tal maniera parla:

118«Dunque d’Anfitrion, dunque d’Almena
forz’ebbe il figlio la potizia gente
d’estinguer tutta, e con severa pena
d’Appio render le luci oscure e spente?
E la diva infernal di furor piena,
per gli avuti tesori arditamente
contra Pirro e Pleminio fe’ palese
l’ira che a vendicar il cor gli accese?

119Ma taccio lor, che di celeste lume
nacquero, e l’una affrena il grande inferno,
siede l’altro con noi ne le supreme
parti d’Olimpo, e sederà in eterno;
ma quel che più mi cruccia e più mi preme,
e fa che il poter mio debil discerno,
l’Austro mio servo un regno tutto pote
per cagion spegner che non son pur note.

120Et io che de gli dèi men vo regina,
e del sommo rettor moglie e sorella,
gran tempo indarno cerco la ruina
di questa gente a me tanto rubella.
Quai fian più che Giunon chiamin divina,
o ch’entrin più nel tempio mio con quella
pietà primiera, o più m’ergan devoti
statue, o mi faccian sacrifici o voti?

121Già fu contra d’Enea mia forza in vano,
or ecco di quel seme un saggio, un forte
che di far prove tenta, onde il romano
valor s’estenda oltra le caspie porte;
che valmi a tanti l’aver posto in mano
lo scettro, e tosto poi datogli morte,
con speme in breve il fin veder di questo
Impero, a me sì grave e sì molesto?

122Che da Sipario fosse Augusto preso
per mia cagion che val s’or da Costante
vinta rimango, e che sol tutto il peso
voglia portar questo novello Atlante?
Ma poi ch’io veggio che dal Ciel conteso
m’è il vendicarmi de le ingiurie tante,
spero di ritrovar l’Erinni pronte,
e di mover Cocito e Flegetonte».

123Colma di sdegno, così disse, e tosto
scese Giunon da l’alte luci eterne,
dove a l’incontro di Cirene è posto
Tenaro ombroso, onde a le parti inferne
del cieco abisso a nessun lume esposto
si va per antri oscuri e per caverne.
Quindi scender chi vuol notte e dì puote,
sendo aperte a ciascun le strade e note.

124Ma non veng’a mortal che v’entri poi
nuovo desir di ritornar di sopra,
ché indarno al fin tanti dissegni suoi
e saria indarno e la fatica e l’opra.
Concesse il Ciel già questo a molti eroi,
perché il suo lume ancor là giù si scopra:
prima si passa per un folto bosco
pien d’orror sempre, e tenebroso e fosco.

125Fuor di quel bosco, pria che a la palude
stigia s’arrive che l’inferno serra,
vide gran turba gir con membra ignude,
parte scorrendo, e giacer parte in terra;
quel tutto che qua su con aspre e crude
pene l’uom cruccia, e sempre in lite e ʼn guerra
gli tien l’animo e il corpo, o vegghia o dorma,
trovò là giù con varia orribil forma.

126Cure, affanni, dolor, febri, e la schiera
chiudea quell’empia che interrompe il lutto;
chi d’Arpia forma avea, chi di Chimera,
chi d’altro mostro, ogni un pallido e brutto.
Tra quei godea con l’altre due Megera,
de le miserie altrui, de l’altrui lutto,
cui tosto che la dea da lunge scorse,
con fretta il piè verso la Furia torse.

127E con mano accennando ad alta voce
chiamolla sì che ne tremò l’inferno.
Col capo chino allor quella feroce
gli angui leccar facea l’acque d’Averno;
lascia l’onde pestifere e veloce
corre a Giunon la Furia, e il foco interno
spira per gli occhi, e il viperino crine
stridendo vibra, e par che il Ciel ruine.

128Giunse a la dea l’orribil mostro tinto
di fumo e di caligine la faccia,
di colubri la testa e il collo avvinto,
d’aspi e d’idre e di vipere le braccia;
chi s’erge e chi s’asconde, e un labirinto
fanno intricati, e chi soffia e chi minaccia;
quel s’annoda e quel serpe, e ciascun pieno
dentro era d’atro e di mortal veneno.

129Disse a quella Giunon: «Tu, cui l’oscure
ombre lasciando, o figlia d’Acheronte,
l’Invidia e l’Odio e l’altre infernai cure
sempre sono a seguir per tutto pronte;
e ch’empi di sospetti e di paure
l’umane menti, e d’ogni mal sei fonte,
la fama e l’onor mio, ch’oggi è caduto,
chieder mi sforza a queste parti aiuto.

130Ma più che a gli altri a te, che sei di Marte
ministra, e del riposo e de la pace
nemica, e puoi la terra a parte a parte
tutta infiammar con questa ardente face,
tra padri e figli e tra fratelli ad arte
poni odio e guerra, e ovunque vai ti piace
sol di veder sospir, lagrime e morte,
dunqu’esci fuor de le tartaree porte,

131dunqu’entra in Roma, e sia per te Galeno
contra Costante colmo d’odio, e tanto
instilla nel suo cor del tuo veneno
che a lui si dia d’ira e di rabbia il vanto;
fa’ che di sangue uman tinto il terreno
veggia, e dal cielo oda i sospiri e il pianto;
l’un muoia e l’altro, e posto in doglia e in lutto
Roma e l’Impero sia guasto e distrutto.

132Fa’ che in tanto Galeno abbia più cura
d’ogni vil fronda ch’Austro aggira e scuote
che del suo padre che in gravosa e dura
prigion si sta, con lagrimose gote.
Infondi in lui perversa e ria natura,
fallo avaro e crudel più ch’esser puote,
perfido e falso, e che gli affligga il petto
la notte e il giorno invidia, odio e sospetto».

Megera infetta Galeno, che si trasforma in crudele tiranno: la città cade nel caos (133-147)

133Non pose indugio a quel parlar Megera,
ma fu sul Tebro in un momento, in Roma,
e quivi ascesa il Campidoglio altera,
trattosi un serpe da l’orribil chioma,
quello in man tolse, e notte essendo, ov’era
Galeno andò, che de i pensier la soma
deposta, allor dormia soletto e nudo,
sopra cui pose il fero serpe e crudo-

134E d’un liquor che dal tartareo regno
portò, tutto lo sparse indritto al core:
ira, sospetto, rabbia, odio e disdegno
questo in lui generò, tema e furore.
Con spessi gridi poi la Furia segno
diede a Giunon de l’angue e del liquore,
onde a Galeno avea subito infetto
di tartareo venen la lingua e il petto.

135Nulla il misero vede e nulla sente,
da grave sogno sopragiunto allora,
che gli infuse nel cor l’aspro serpente
mentre col morso rio l’ange e l’accora:
parea che sopra un gran destrier corrente
per la porta Capena uscisse fuora
di Roma, indosso avendo il manto d’oro,
lo scettro in mano e il crin cinto d’alloro,

136e che uscito il destrier di Roma a pena
ruppe co’ denti vaneggiando il morso,
tal ch’ei trovossi a piè sopra l’arena
chiamando in van da chi seguia soccorso;
parve al fin che Costante con gran lena,
poi che dietro al destrier molto ebbe corso,
su vi salisse col medesmo manto
ch’egli avea prima. E risvegliosse in tanto.

137Subito desto si gettò dal letto,
come lo sforza l’infernal Megera,
che pien gli avea d’amaro tosco il petto,
onde convien che a mal suo grado pèra.
Ma pria, colmo d’invidia e di sospetto,
tra se stesso volgea con qual maniera
levar potesse il cavalier di vita;
né vuol che al padre suo più doni aita.

138Tanto il popol amar pargli Costante,
e sì ciascun ne l’alma averlo impresso,
che da l’imperial seggio bastante
lo giudica a levarlo ove l’ha messo;
non vuol che duce più vada in Levante,
dicendo: «Io fo’ perché mi resti appresso».
Ma tanto era il venen da l’aspe infuso
dentro al suo cor, che non potea star chiuso.

139Convien che scopra il perfido tiranno
l’ira infernal ch’ognor l’arde e l’incende:
s’officio o grado amici o parenti hanno
del pio Costante, o s’altri da lui pende,
non resta mai con fraude e con inganno
di far sì che a la rete al fin gli prende,
ponendo a morte sol per fargli scorno,
quindeci e venti e cento ancor tal giorno.

140Né sol Costante ha in odio o sol lui teme,
e s’altri scorge o ricco o saggio o forte,
ma ch’un sol capo il mondo unito insieme
non abbia par ch’aspro dolor gli apporte,
perché vorrebbe a tutto l’uman seme
poter con un sol colpo dar la morte;
e gli uomini e gli dèi già tolti a scherno,
sprezza di par la terra, il Ciel, l’Inferno.

141Non pur come devria cura non prende
di far che il padre in servitù non mora,
ma se ne parla alcun tanto l’offende
che lo persegue in fino a morte ognora.
Solo a sangue, a rapine, a stupri attende,
e mentre ogni più vil prezzando onora,
a prefetture inalza e a più sublimi
gradi istrioni e parassiti e mimi.

142S’avien che saggio o ricco alcun si trove,
in qual si voglia loco in Roma o fuori,
tutti morir gli fa con false prove,
per non commessi e non pensati errori;
né per altra cagion l’empio si muove,
se non perché gli par che sian censori
d’ogni suo fatto gli uomini prudenti,
sol per la robba sono i ricchi spenti.

143E de l’Imperio il capo essendo tale,
ciascun seguia de le sue piante l’orma,
ché l’uom di sua natura ognor col male,
ma col bene rare volte si conforma;
Roma per questo in breve giunse a tale
che di città più non avendo forma,
la bella Astrea da lei fuggir convenne,
e in vece sua l’empia Megera venne.

144Se bel giardin, palazzo, o gemma o moglie
qualcun possede, o cosa tal per sorte,
soverchio peso da portar si toglie
se non gli cede a i satrapi di corte,
e dopo mille affronti e mille doglie,
per strada occulta al fin giunge a la morte.
E con tal fraude or questo or quello estinto,
sempre si scopre il testamento finto.

145È in guisa tal cresciuta la licenza
che in tutto si procede a la scoperta:
da mezzogiorno andar la violenza
senza la benda ognor si vede aperta,
senza temer più magistratti o senza
rossor, la porta avendo Augusto aperta,
d’entrar per quella ogni un pronto si sforza,
che in tutto la ragion cede a la forza.

146Città contra il suo re fatta rubella
mai, sia per forza o per assedio presa,
da i nemici non fu con tal facella
con qual da i figli suoi fu Roma accesa;
l’altero aspetto suo, la forma bella,
per la già tanto rinovata offesa,
contraria è tanto a quel ch’apparea inante
che più non serba di città sembiante.

147Stupri, rapine, sacrilegi e tutti
gli altri vizi più gravi in tal maniera
facean Roma deforme, e furo i frutti
questi del seme sparso di Megera,
talché sospiri, omei, querele e lutti,
mentre il popol si cruccia e si dispera,
e di donne e di vecchi e d’innocenti
fanciulli al ciel sen van strida e lamenti.

Libro II

ultimo agg. 16 Luglio 2015 19:30

Argomento
Non vuol che l’oste più vada in Levante,
da le Furie agitato, il rio Galeno;
ma d’ira e di venen tartareo pieno
di porre a morte ancor cerca Costante.

Giove raduna il consiglio celeste, si rammarica della rovina morale di Roma e ne decreta per questo la caduta, lasciando a uno solo dei suoi abitanti il compito di risollevarla temporaneamente e di ridurla in mano alla Chiesa (1-15)

1Mentre il serpe ch’uscì dal crudo Inferno
spargea mortal venen la notte e il giorno,
de gli alti dèi l’alto rettor superno,
dal sommo Olimpo riguardando intorno
vide la gran città cui diè governo
de l’universo con suo grave scorno
d’ogni scelerità ricetto e nido,
e de i sudditi udì per tutto il grido.

2Onde nel più sublime illustre trono,
di ricche gemme e di purissim’oro,
dentro a cui le stelle risplendenti sono,
stando egli in maestà con gran decoro,
tosto quivi chiamar fece col suono
gli alti dèi tutti del superno coro,
col suon che s’usa allor che chiamar Giove
gli fa per cose e d’importanza e nove.

3Stan giù basso più gradi, e sempre i primi,
tanto a sinistra quanto a destra mano,
più son de gli altri adorni e più sublimi;
e van calando in giù poscia pian piano,
talché più basso quel sedea ne gl’imi
gradi che a Giove più sedea lontano,
più stava in alto e più vicino al lume
del trono eccelso ogni più antico nume.

4L’Eternitate altera e Giano e Celo
stava, e Saturno e Berecinzia e Rea
Vesta in quei gradi, e Polo e Pane e Belo,
Opi e Tellure e Cibele sedea;
i figli poi del gran rettor del Cielo,
che d’ogni sesso quantità n’avea;
quei che immortali onori ebber divini
su gli altri seggi a i primi eran vicini.

5Tra questa schiera sì onorata e bella,
Minerva e Bacco e Venere si asside,
Apollo con la sua nobil sorella,
le Muse con Mercurio e con Alcide;
di gradi poi nuov’ordine da quella
schiera la terza compagnia divide:
tesse ghirlande ognor tra questi Flora,
e d’ostro e d’oro il crin s’orna l’Aurora.

6Tra queste due nel mezzo era Pomona,
stava in quei seggi e Cerere e Vulcano,
Temide, Adrastia, il fier Marte e Bellona;
poi la Fortuna che si fugge in vano,
ma via più sempre a quel propizia e bona
si mostra che di mente appar men sano;
molti son questi e gli altri seggi poi
più bassi le virtuti hanno e gli eroi.

7Tutti gli eroi da man sinistra insieme,
ciascun davante ogni virtù si vede:
Pietà, Prudenza qui dimora e Speme,
Concordia, Verità, Giustizia e Fede;
di minacciar qui Libertà non teme;
Pace, Bontà, Religion qui siede;
tra questa schiera, Onor, tu regni altero,
fama, gloria, salute e piacer vero.

8Gli ultimi gradi poi tengon confusi
i semidei, chiamati nuovamente
dal suon ch’udiron, d’abitar send’usi
la maggior parte in fra l’umana gente;
da l’Austro al Borea questi ognor diffusi
sen vanno, e da l’Esperia a l’Oriente.
Ma qual potrebbe lingua esprimer tanti
geni e lari e cureti e coribanti?

9Ne la reggia sublime ove devea
farsi l’universal divin consiglio,
l’un l’altro ne l’orecchio si vedea
parlarsi, onde per tutto era bisbiglio.
Su l’alto seggio in tanto allor sedea,
tremendo in vista, di Saturno il figlio,
che quando tempo esser gli parve stese
la mano, e cheti ad ascoltar gli rese.

10Poi con voce sonora e con parole
sì gravi ch’ognor sta fermo il suo detto,
e di quel tutto ch’ei comanda e vòle,
convien che segua necessario effetto,
parlò in tal guisa: «O dèi, quanto mi dole,
con ramarico mio, d’esser costretto
di far che Roma, di tutte le genti
regina, in breve ancor serva diventi.

11Chi non conosce i pensier nuovi e strani,
gli enormi vizi e l’impietà di Roma?
Mercé di questi Cesari profani,
del mondo eletti a sostener la soma,
convien che tai pensier riescan vani,
convien che sia tanta superbia doma;
de gli innocenti il sangue ch’ogni un vede
per terra sparso, in Ciel vendetta chiede.

12Già son di fabricar fulmini e strali
stanchi i Ciclopi, e d’aventargli anch’io,
sforzato ognor da tante ingiurie e tali,
contra l’intento e il desiderio mio.
Quando mai fur sì perfidi mortali
qual sì corrotta età, secol sì rio?
Gli Atrei, gli Edipi, i Tantali e i Tiesti
non fur mai d’impietà simili a questi.

13Secondo il gusto mio, solo un Romano
fra tanti sceglierò che giusto sia,
per dar l’Impero a i suoi nepoti in mano;
ma vuo’ quel ne i travagli affinar pria,
poi farò sì che Roma di lontano,
tra i barbari vedrà la monarchia,
e sì tosto avverrà quant’io ragiono,
che molti anco il vedran nati ch’or sono.

14Quante volte ho brusciati intorno i monti,
e fatte sì gonfiar del Tebro l’onde
che al Tirreno i sepolcri e i tempi e i ponti
traea superbo, e gli argini e le sponde;
or piover sangue et or sudarne i fonti;
parlare i buoi, di mostri esser feconde
le greggie; ardere il ciel la notte oscura,
e i lupi urlando gir dentro a le mura?

15Sì tristi auguri pur devean dar segno,
se in quei religion fosse o timore,
de la giust’ira mia, del giusto sdegno,
ch’essi ogni giorno far cercan maggiore.
Dunque omai priva di sì nobil regno
sia Roma, e del barbarico furore
preda, scorrendo incendan colli e piani
Unni, Vandali, Gotti, Eruli, Alani».

Giunone si rallegra delle parole di Giove e chiede che la città venga abbattuta all’istante, Venere al contrario implora che si salvi il trono e lo si dia a Costante: Giove conferma il suo editto (16-30)

16Nel teatro divin l’onnipotente
Padre, rettor del Ciel, parlò in tal guisa.
Cui rispose Giunon, ch’era presente
sopra il medesmo trono in alto assisa:
«Signor, quanto di far t’hai fisso in mente,
e la final sentenza che recisa
non puote esser giamai, mi dan tal gioia
che ugual non ebbi al ruinar di Troia.

17Ciascun tuo fatto, a chi ben scorge il vero,
convien lodar sì, e tutti ognor lodiamo;
ma questo pur dirò: se il grande Impero
di Roma avessi posto in Argo o in Samo,
non fora sì distratto il tuo pensiero,
né sì turbati noi com’ora siamo;
Birsa destrutta e volta in cener giacque,
tanto Roma essaltar sempre ti piacque.

18Ecco i Latini tuoi che chiamar fanno
barbari gli altri e d’ogni legge privi;
ecco i romani Augusti che si fanno
far tempi, altari e statue, e chiamar divi;
che del mondo e del Ciel timor non hanno,
come de la prudenza lor derivi
la grazia e il ben che tu dal sommo coro
sì largo infondi ognor sopra di loro.

19Gli uccisi padri tanti, e da l’istesso
figlio aperto quel ventre ond’egli è nato;
e gli uomini cangiati in altro sesso,
contrario a quel che tu, signor, gli hai dato;
figli e frati e nepoti aver sì spesso
tratti con fame a l’ultimo lor fato;
or sorelle, or matrigne farsi spose,
vergini sacre, e simili altre cose,

20anzi cose più rie, che d’alto loco
gli emuli tuoi dardi avventando e strali,
misti con tuoni e con lampi di foco,
han tratti a morte i miseri mortali,
rispetto al folle ardir son nulla o poco,
ch’esser non contenti a Giove uguali,
benché sia tanto il tuo gran regno in alto,
quei dato in breve ancor t’avriano assalto.

21Né credo che fra tanti un sol si trovi,
anzi dir posso di saperlo certo,
per cui l’antico onor Roma rinovi,
che in terra alcun non è più di tal merto;
poi che la fellonia sua dunque provi,
e che in lei scorgi il grande orgoglio aperto
svelta sia l’empia omai da la radice,
ché più tal fasto al Ciel patir non lice».

22Colma d’alta pietà Venere allora
dal seggio alzata, mesta e riverente,
disse: «O Rettor del Ciel, cui tanto onora
tutta l’umana e la divina gente,
benché il dolor non basti a far ch’io mora,
per esser dea, però triste e dolente
sempre sarò, con passion sì forte
che assai men doglia mi saria la morte.

23Sapendo ogni un che scorgi e sai più cose,
onde il giudicio tuo solo è verace,
che le istesse a noi tutte essendo ascose
fan sì che il nostro è debole e fallace,
quel che di far tua maestà propose
piacendo a Giove a gli altri ancora piace,
perché molte cagioni a te son note
ch’altri comprender né saper le puote;

24ma parlando però con quel rispetto
che a me, tua figlia e serva, conviensi,
non mi può già capir ne l’intelletto
questo esser ben che far di Roma pensi.
S’ogni vizio Galeno ha chiuso in petto,
se in lui corrotti son l’anima e i sensi,
punisci quel, castiga quel severo,
non per lui sol tutto il romano Impero.

25Per uno, o diciam trenta, cento ingiusti,
perché tante migliaia, anzi infiniti
che si ritrovan senza colpa e giusti
devrian de gli altrui falli esser puniti?
Termini già ti parver troppo angusti
per Roma il Tigre e i gaditani liti,
Siene e Tile, et or per così poco
d’error vuoi che sia posto a ferro, a foco?

26Non ti devria bastar che gli innocenti
popoli ognor sian de i tiranni preda?
Qual è quel dio che i lor gridi e lamenti
non oda, e il sangue lor sparso non veda?
Sian dunque gli empi Augusti, o Giove, spenti;
fa’ che a Galeno un giusto, un buon succeda;
con morte acerba questi mostri affrena,
ma non de i falli lor dia il giusto pena».

27Così detto, Ciprigna si ripose
nel seggio suo, di cui l’opinione
molti seguiro, e fur diverse cose
or dette in favor d’essa or di Giunone;
Giove al fin con la man silenzio impose,
poi disse: «Di chiamar voi la cagione
non fu sopra di ciò per darmi voto,
ma perché il mio voler vi fosse noto.

28Non vi chiamai per chiedervi consiglio,
disposto essendo a far quant’io v’ho detto.
Del suo sangue il terren farà vermiglio
Galeno, e tosto sen vedrà l’effetto;
quel sì giusto e sì pio, d’Eutropio il figlio,
sarà da me fino a principe eletto,
che in lui sol chiuso ogni roman valore
renderà a Roma il già perduto onore.

29Il merto suo, con la mia grazia misto,
di ciò ben degno il rende, il merto tante
volte dal Ciel sì chiaramente visto,
che sempre a gli occhi mi starà davante;
non più Ceionio Albin, non più Callisto,
ma fia per l’avvenir detto Costante,
e per l’alta pietà ch’egli ha del rio
caso d’Augusto, ancor sia detto Pio.

30Dopo Galeno ad un forte, ad un severo
ch’avrà d’ogni bontà la mente piena,
sarà concesso non dirò l’Impero,
ma più tosto dirò, mostrato a pena
col seme suo congiunto il seme altero
del Pio Costante, il mondo uscir di pena
vedrassi, e fiorir lieta in Oriente
più che in Esperia la romana gente».

Giunone chiede a Marte di spargere il desiderio di guerra nei Romani: Marte si appresta ad eseguire il compito, ma Venere lo ferma e viene rassicurata sul destino di Roma (31-58,6)

31Tacque ciò detto e giù da l’alto seggio
disceso, gli altri tosto si levaro.
Ma Giunon che desia di veder peggio,
né questo ultimo dir punto ebbe caro,
dicea tra sé medesma: – Or ben m’avveggio
che al mio dolor non troverò riparo.
Che mi val se di Roma esce lontano
l’Impero, e sia l’imperator romano?

32S’avran del mondo ancor la monarchia
questi nemici miei, che sarà poi?
Se da Costante nominata fia
la città capo, o da i nepoti suoi,
che oprato avrà tanta fatica mia,
se in ciel nuovi dèi sempre e nuovi eroi
salir vedransi, e nuove dive insieme
di questo da me tanto odiato seme? -.

33E come al fianco avesse acuti sproni,
calò veloce e con forma divina
là dove i sette gelidi Trioni
mandan sì spesso e nevi e ghiaccio e brina,
e fra due monti altissimi, che tòni
non senton mai, né mai se gli avvicina
fulmine o lampo per antica usanza,
di Marte suo figliuol trovò la stanza.

34Quivi di terso ferro e rilucente
son porte, archi, colonne e tetti e mura,
teatri e loggie tinti orribilmente
di sangue, onde a Giunon nacque paura;
per tutto anco apparir vista gran gente
di strana e spaventevole figura,
Strida, Pianto, Dolor, Tema e Martiro
contr’a Giunon fuor de le porte usciro.

35Ma poi che giunta fu dentro a le porte,
l’Ira trovò, lo Sdegno e la Vendetta,
l’Odio e l’Insidie aver con faccie smorte
sempre il coltel nascosto e la saetta.
Le Minaccie, il Furor vide, e la Morte,
e quel che occasion mai non aspetta,
l’Impeto, e con l’Inganno e con la Frode
la Cura, che sé stessa e gli altri rode.

36La Licenza sen va scorrendo intorno,
sta la Discordia lieta e il Tradimento;
fan di lor stessi un ricco tempio adorno
molti, ch’ogni color nel viso spento,
di nodi e ceppi involti, e notte e giorno
mandando sempre al ciel flebil lamento,
dan chiaro indizio che fur presi in guerra,
col corpo stesi orribilmente in terra.

37De i miseri per forza in guerra presi
l’arme son rotte alteramente e vòte,
e, quasi trofei, vessilli in alto appesi,
scale, arieti, uncini e corde e ruote,
lancie, spade, saette, archi non tesi,
con ciò che in guerra adoperar si puote,
e di Marte apparian con brevi carmi
tutte scolpite l’alte imprese in marmi.

38Giunon severa a quelle turbe chiese
dov’era il figlio e, spartasi la voce
de la venuta sua, Marte l’intese,
dal Ciel pur dianzi anch’ei giunto veloce;
e incontro a quella uscì grato e cortese,
non come a gli altri turbido e feroce,
d’arme guernito, in capo una corona,
avea di ferro, e indietro era Bellona.

39Quivi, non senza sua gran meraviglia,
scorse Giunon sotto lugubre velo
starsi tra questa marzial famiglia
molti di quei che stan sovente in Cielo:
tristo l’Onor tenea basse le ciglia,
e la Giustizia con l’acuto telo
seguia Marte severa, e la Vittoria
con l’ali aperte, e dopo lei la Gloria.

40Disse a Marte Giunone: «Ecco al fin ch’io
son giunta, o figlio, in questa parte, dove
giamai non ebbi d’arrivar desio;
ma tu sai la cagion ch’ora mi muove,
tu sai quanto sia grande il dolor mio
per quel che in Ciel pur dianzi affermò Giove:
da prima il parlar suo tutta m’accese
di gioia, come allor mostrai palese,

41ma veggio poi, se ben fia Roma preda
d’Unni e di Gotti e d’Eruli e d’Alani,
e che di nuovo un’altra Roma io veda
retta pur da i medesimi romani,
dove con mitra d’or superbo seda
de i prossimi al governo e de i lontani
Costante, overo alcun de i suoi nepoti,
che fian d’effetto i miei disegni vòti.

42Però ti prego, o caro figlio, ascendi
sopra il tuo carro e con l’usata face
d’ogni duce roman l’animo accendi,
talché non regni in alcun loco pace.
Di Giove a le parole omai comprendi
ch’ogni virtute in un ridur gli piace,
per far sì che resti in un sol corpo chiuso
quel valor che fra tanti era diffuso.

43Fa’ dunque, o figlio, in guisa che quel possa
essercitar queste virtù sue tante,
Fa’ che del roman sangue appaia rossa
la terra, ovunque fermerà le piante.
Sia la sua mente sì agitata e scossa,
che ben gli giovi al fin d’esser costante.
Fa’ sì che Augusto trar di prigionia
d’ogni altra impresa la più facil sia».

44E Giunon seguì molt’altre cose, e Marte,
contra il solito umil tutto, rispose
che pronto era per quella in ogni parte
di gir sempre, e di far tutte le cose.
Poscia a l’auriga sua, ch’era in disparte,
che presta il carro conducesse impose,
onde colei, che Pertinacia è detta,
partissi e ritornò col carro in fretta.

45Di ferro è il carro, e quel quattro destrieri
tiran, che ritrovar non puon mai loco,
qual fiamma rossi, a i riguardanti fieri,
e da le nari spiran sempre il foco.
Salse Gradivo e i gioghi orridi alteri
di Rodope curando e d’Emo poco,
scorrea d’intorno, e sangue e strida e morte
convien che ovunque va per tutto apporte.

46Corni, timpani ognor, tamburi e trombe
senza numer intorno al carro sono,
onde convien che in fino al ciel rimbombe
l’aria d’orrendo e formidabil suono.
E mentre or vibra spada, or dardi or frombe
Marte adopra, e nessun trova perdono,
Venere in fretta, poi che ciò comprese,
verso di lui sdegnosa il camin prese.

47E ricontrollo a punto ove Peneo,
che di sua figlia ancor mestizia prende,
l’amena Tempe inonda, e in vèr l’Egeo,
cinto d’allor il crin, placido scende;
Ciprigna in contro al carro i destrier feo,
con quel lume che in terra e in ciel risplende,
ritrarsi alquanto indietro, e di sì oscura
vista non ebbe a risguardar paura.

48Anzi mentre i destrier mordendo il freno
si fermaro inchinati a lei davante,
montò sul carro, e sopra il duro seno
di Marte, afflitta e mesta nel sembiante,
fermò quel viso limpido e sereno
a lui sì caro, e quelle luci sante,
poscia a dir cominciò con fioca voce:
«Dove, o perfido, vai tanto feroce?

49Tu dunque nuovo incendio, e mandar vuoi
nuovi tumulti? e con sì crudo scempio
far sì che Roma e i cittadini suoi
sian nuovo e raro di miseria esempio?
Non sai che questi sono nepoti tuoi?
non sai che essendo Rea chiusa nel tempio
seco giacesti, onde quel seme nacque,
che poi tanto aggrandir sempre ti piacque?

50Ma se di questo pur non ti sovviene,
se in te vien la pietà dal furor vinta,
di ferro almen le reti e le catene,
ond’io per tua cagion rimasi avvinta,
faccian che il furor cieco omai s’affrene
che t’ha di crudeltà l’anima cinta.
Per l’onor mio, c’ho già per te perduto,
ti chieggio a tempo al gran bisogno aiuto.

51Questi ardenti sospiri, onde il dolore
c’ho dentro al petto si dimostra fuora,
quella intensa pietà, quel grande amore
che a compiacerti mi costrinse allora,
devrian pur render molle il duro core,
cagion ch’io mi consumo e rodo ognora;
né perché tu mi debba escluder veggio,
del comun seme la salute io chieggio».

52Marte allor per pietà, per tenerezza,
lasciatasi cader l’asta e la face,
abbracciando basciò con gran dolcezza
colei più volte che a lui sola piace;
poi disse: «O dea del ciel, grazia e bellezza,
ristoro del mio cor, quiete e pace,
raffrenar l’arme e i destrier miei tu sola
co i cenni puoi, con l’unica parola.

53S’obliar pur volessi il mio diletto
seme, tuo seme ancor, sì caro a noi,
come entrar mai l’oblio mi potria in petto
di quei sì dolci abbracciamenti tuoi?
Ma convien sempre che stia fermo il detto
del gran padre, e servar gli ordini suoi,
che l’Imperio roman sia posto altrove
fisse ab eterno in se medesmo Giove.

54So che da te, come da gli altri udita
fu la final sentenza, ond’esser Roma
convien, per la superbia sua infinita,
priva d’Impero e travagliata e doma.
Ma ti giuro però, mio cor, mia vita,
per gli occhi vaghi tuoi, per l’aurea chioma
ch’arso e legato m’han più volte il core,
che il roman seme ancor vedrai maggiore.

55Ma sopra ogni altro fia Costante quello
che il carico n’avrà tutto e la cura,
e, qual Scipio contr’Africa o Marcello,
da i barbari farà Roma sicura;
poi giunto il tempo, acciò che il gran flagello
percuota sol teatri e case e mura,
per molte imprese un suo nepote altero
lunge da Roma portarà l’Impero.

56E fiorirà quest’onorato seme
del tuo Costante e de i nepoti suoi,
talché del mondo esser vedrem l’estreme
parti adorne per lui d’illustri eroi;
riprendi adunque, o bella dea, la speme,
e rasserena i dolci lumi tuoi,
pur che sia salva la romana gente
fermi in Esperia il seggio o in Oriente».

57La dea rispose: «A me questo ancor Giove
privatamente già fece palese,
perciò soccorsi allor Costante dove
Sipario a tradimento Augusto prese;
cui, detto che sarian l’alte sue prove
del tutto vane, sul mio carro ascese
e scampò salvo; ma il tuo gran furore
già pien m’avea di nuova tema il core».

58Poi che in tal guisa ebbe Ciprigna detto,
con quell’occhio ch’avea da prima usanza
risguardò Marte, quel timor concetto
cangiato avendo già tutto in speranza;
poi, colma dentro al cor d’alto diletto,
sul carro andò volando a la sua stanza.
Seguia Galeno pien di rabbia in tanto,Galeno prosegue nelle sue scelleratezze, e non si cura dei poteri personali che si affermano in tutto l’Impero (58,7-67)
di tener Roma e tutta Europa in pianto.

59Oltra che notte e dì serpendo l’angue
nel suo palagio, ove il gettò Megera,
sol rapine vedeansi e furti e sangue,
stupri, adulteri, e gli altri vizi a schiera.
Mentre Roma non sol misera langue,
ché di potersi più salvar non spera,
ma che in tal guisa è tutto l’universo,
Galeno sta ne le delizie immerso.

60Stanze di rose e torri alte e castella
di pome ad aver tutto era ognor volto,
e fichi freschi il verno, uva novella
con ciascun frutto allor da l’arbor colto,
la mensa d’oro avea coperta, e in quella
di gran valuta e d’artificio molto
risplendean gemme vaghe e pellegrine,
e si spargea d’oro limato il crine.

61Se non di gemme e d’or posto avria in opra
mai vaso alcuno, e le solenni feste
così di sotto avea come di sopra,
d’ostro a foggiar barbarica la veste;
e perché a gli occhi altrui meglio si scopra
lucean le gioie in quelle parti e in queste,
talché al manto istrion come a la chioma
parea, non già l’imperator di Roma.

62Di gemme e gambe e piedi e mani e braccia
porta ognor cinte, e spesso e collo e chiome,
e mentre ruba, uccide, arde e minaccia,
e da lui son tutte le genti dome,
per far cosa onde a molti ancora piaccia,
quattro monete o sei d’or del suo nome
dona a quelle matrone che la mano
vanno a lasciargli, e se le mostra umano.

63Donna alcuna giamai più d’una volta,
né volse un vin due volte ad una cena,
quando a gli orti suoi giva ognor la molta
copia di donne, in quei capiva a pena;
e di toga viril ciascuna involta,
mentre l’Europa era d’incendio piena,
l’una il consul dicea, l’altra il pretore,
questa il prefetto suo, quella il questore.

64De i magistrati, in somma, e de gli offici
di Roma eran co i nomi allor chiamate
dal saggio imperator le meretrici,
e le curriali sedie a quelle date;
con lor si consigliava, eran gli amici
d’Augusto queste, a lui più ch’altri grate;
parea proprio quel re che per trastulli
e per giuochi talor fanno i fanciulli.

65Questo veduto da i più chiari eroi
ch’avean governo in questa e in quella parte,
spinti dal lezzo de i costumi suoi,
e dentro accesi dal furor di Marte,
fèr sì che in tutto il mondo, prima o poi,
non vide il sol giamai tant’armi sparte:
per tutto uscian tiranni ognor, per tutto
s’udian sospir, s’udian querele e lutto.

66Ma Galeno, a cui sol l’ozio diletta,
né dolor n’ha, né si dimostra ardente
di farne, in parte almen, sì gran vendetta
che resti essempio a tutta l’altra gente,
anzi co i vizi suoi sempre più affretta
gli altri a ciò far, non pur fatto il consente,
la notte e il giorno sol tien l’occhio fiso
come Costante ancor rimanga ucciso.

67Solo in un dì, che da più mesi intese
di Scizia già discesa una gran schiera,
dopo molte provincie in Asia prese,
voler passar d’Europa a i danni altera;
e che l’Illiria e il gallico paese,
con la Pannonia ribellato s’era,
rise, né dimostrò d’ira o di sdegno,
né di timor, né di mestizia segno.

Costante, perso l’appoggio dell’imperatore, convoca i suoi generali e chiede loro consiglio: prima Montio e poi Marzio gli consigliano di uccidere Galeno e poi decidere che fare dell’impero, ma Costante rifiuta la via del tirannicidio (68-89)

68Ma Costante se ben l’animo scorge
del rio Galeno, pur di vana spene
pasciuto, che il desio sempre gli porge,
nasconde il duol che dentro al cor sostiene;
ma che farà, che in breve ancor si accorge
che se non fosse che il timor lo tiene,
vistol munito sì d’amici e forte
posto avria lui già mille volte a morte?

69Dunque il leal, che per soverchia fede
sì gran spazio di terra in breve ha scorso,
senza mai chiuder occhio o fermar piede
ma via più sempre accelerando il corso,
con suo grave cordoglio al fin si avvede
ch’uopo a Cesare fia d’altro soccorso,
perché il rio figlio avrà a diletto e gioia
che il miser padre in prigion viva e muoia.

70Onde pensò di gir là dove i feri
Persi, di ceppi e di catene avvinto,
tenuto avean già quattro mesi interi
il suo signore, e più di mezzo il quinto;
non già che di prigion mai trarlo speri,
ma brama di cadergli appresso estinto,
acciò che al mondo almen quest’ultim’opra
l’amor suo, la pietà, la fede scopra.

71E sconsolato essendo, e in tal maniera
pien di travaglio e di dolor la mente,
Neron chiamossi in camera una sera
(quel che i soldati scorse d’Oriente):
Pollion seco, e seco Montio, e v’era
Marzio, accorto ciascun, fido e prudente,
illustre ogni un per mille altere imprese
e in tal maniera a quei consiglio chiese:

72«Cari amici e compagni, omai scorgete
qual si debban sortir le nostre imprese,
e quanto aver possiam le menti liete
che Roma e le provincie sian difese;
le reti che solea tender secrete
Galeno, adesso in publico son tese,
e già per farci aperto danno e scorno
si fan consulte ognor la notte e il giorno.

73Come potremo trar fuor di periglio
Licinio e liberarlo di prigione,
sendo privi d’aiuto e di consiglio,
onde salvar possiam noi le persone?
Per fuggir dunque il dispietato artiglio
di sì rio mostro, ogni un l’opinione
sua dica, per veder se gli è compenso
che sanar possa il dolor nostro immenso».

74Tacque Costante così detto e volto,
sol con la mente a sospirar disposta,
a risguardare or l’uno or l’altro in volto,
parea che gli invitasse a la risposta.
Montio, che discorrendo in tra sé molto,
sopra la destra con la guancia posta
stato era in fino allor, levolla, e fisse
tenendo al cavalier le luci, disse:

75«Parmi, o signor, che tanto il nostro male
sia scorso innanzi ch’uopo abbia già poco
d’erbe o d’incanti o di rimedio tale,
ma che il taglio adoprar bisogni e il foco;
per sanar questa piaga omai non vale
usar di latte impiastro e men di croco,
ma sì rimedio violento e forte,
se non vogliam che ci conduca a morte.

76Vuo’ dir ch’altro rimedio al nostro danno
non mi so imaginar dentro al pensiero
che dar la morte al perfido tiranno,
e te monarca far di tanto Impero;
così potrai poi vendicar l’inganno
per cui tanto sen va Sipario altero,
e quando il tuo signor libero fia,
ritornar quel ne l’alta monarchia.

77Benché i soldati ch’eran qui raccolti
pur dianzi per gir teco in Oriente,
si siano altrove in varie parti volti,
vista che di Galeno hanno la mente,
però dentro da Roma ancor n’ha molti,
né può mancarti a questo effetto gente,
send’egli da ciascun tanto odiato
quanto al contrario tu da tutti amato.

78Non vedi che in te sol ferma lo sguardo
ciascun, come a te sol tocchi l’impresa,
e nel cor suo ti accusa d’esser tardo
che tanto indugio al popol tutto pesa?
Sei detto pusillanimo e codardo
nel troppo sopportar sì grave offesa;
sol basta che ti scopri e mostri un cenno,
che poi gli altri sapran quel che far denno.

79Prima in seguirti avran tutti di freno
bisogno, che di stimoli o di sproni,
e Roma tutta ogni contento a pieno
di questo avrà, ma più d’ogni altro i buoni.
Forse che su i riguardi sta Galeno?
forse che mancaranno occasioni
la notte e il giorno, a tuo piacer, di trarlo
a morte, pur che ti disponghi a farlo?».

80Poi ch’ebbe Montio così detto, stette
volgendo ogni un tra sé questo consiglio,
pensoso alquanto e con le labbra strette,
con fronte crespa e con arcato ciglio;
ma perché in dubbio la sua fede mette
Costante, se d’Augusto uccide il figlio,
cui ciò che puote deve, si risolse
di non farlo, e così la lingua sciolse:

81«Montio, non vuo’ già dir che non sia buono
questo consiglio che primier tu dai,
ch’errar forse potrei, ma ch’io non sono
ben ti dirò per accettarlo mai:
poi che dal mio signor conosco in dono
l’aver l’onor, la vita, come sai,
non comporta il dever ch’io mai l’offenda,
ma sì contra d’ogni un ch’io lo difenda.

82Non saria questa, o Montio, grave offesa
dando morte al maggior suo caro figlio,
mentre il terren devrei per lor difesa
del proprio sangue mio render vermiglio?
Tu dunque indarno facil questa impresa
dimostri, che al parer tuo non m’appiglio;
vuo’ poter sempre gir dove mi piaccia,
senz’aver di rossor tinta la faccia».

83Marzio, che stava a la sinistra mano
di Costante, soggiunse: «O mio signore,
se pur t’offende il farti del romano
Impero in tal maniera possessore,
non rimaner però questo sì strano
mostro di cacciar dal mondo fuore,
e sia Valerian giovane tosto
poi nel suo seggio, o Salonino posto.

84Nel seggio imperial d’esso il fratello
poi visto o il figlio, o l’uno e l’altro insieme,
sospetto non darai di pensier fello,
cosa che tanto e con ragion ti preme.
Quando l’animo abbiam candido e bello,
mal fa quel che del vulgo il grido teme;
che nuoce a me s’alcun lunge dal vero
mi biasma, avendo il cor puro e sincero?

85L’animo avendo ognor tutto rivolto
al grande Augusto a liberarlo intento,
s’ogni ostacol t’avrai dinanzi tolto,
che in ciò recar ti possa impedimento,
perché non puoi senza rossor nel volto
per tutto andar, se ben di tradimento
fosti a torto incolpato da la gente,
restando retto il cor, pura la mente?».

86«O Marzio, parmi assai palese errore
questo,» rispose allor Costante tosto,
«ché invisibil la mente essendo, e il core
standoci dentro al petto ognor nascosto,
né scoprendosi a gli occhi altrui mai fuore,
non basta il dir “l’ho buon, l’ho ben disposto”,
ma tal bontà convien che nel cospetto
del mondo appaia ancor con buon effetto.

87Ben so che d’ambedue l’opinione
con somma e vera lealtà vien detta,
e so che ancor la vostra intenzione
più desiar non si potria perfetta,
ma conviensi anco al dir de le persone
rispetto aver: veggiam che si diletta
d’aprir la bocca il vulgo e l’uom più tosto
di creder mal che ben sempre disposto.

88La mia difficultà non sta nel tòrre
per me l’Impero, perché darlo altrui
sempre si puote; e quel poter deporre,
liberando Licinio, e darlo a lui;
potrei nel seggio imperial riporre
suo figlio o suo nepote o tutti dui,
mostrando al mondo tutto chiaramente
quanto in me retta e pia fosse la mente;

89ma la difficultà consiste solo
se a Galeno pur dar debbo la morte,
mio signor per sé prima, e poi figliuolo
del mio signor non pur, ma suo consorte,
di quel per cui mi struggo in pianto e in duolo,
che sia condutto a sì malvagia sorte.
Tra me medesmo quanto più rivolvo
questo, più di fuggirlo io mi risolvo».

Pollione consiglia di imprigionare Galeno ripristinare la democrazia, Nerone si oppone sostenendo l’impraticabilità di una tale forma di governo e consiglia a Costante di allontanarsi da Roma per organizzare un esercito senza incappare nelle insidie dell’imperatore (90-108)

90Pollion poi, ch’era grave e severo
talché agguagliava in gravità ciascuno,
disse: «Questo è pur certo, o cavaliero,
né mai sarà che me lo neghi alcuno:
fin che sta di Galeno in man l’Impero
non fia rimedio al mal nostro opportuno.
Sia da te preso adunque e in prigion vivo
serbato quel, ma non di vita privo.

91Dubbio non è che farlo agevolmente
potrai tu sempre, se pur far lo vuoi,
ché in Roma e in Campidoglio avrai la gente
tutta in favor, fino a i liberti suoi,
che a dargli morte invitano sovente
con cenni aperti non sol te ma noi.
Stia d’ogni cosa in prigion poi fornito
da gran signor, come solea, servito.

92Mai, fuor che del partir la libertade,
nulla gli manchi fin che stia prigione;
quinci vedrà ciascun la tua pietade
verso il padre del tutto esser cagione.
Fatto questo al Senato, a la cittade
acciò che la tua retta intenzione
meglio si scopra e l’animo sincero,
reso libero sia l’antico Impero.

93Non sai ch’ogni gran fatto, ogni alta impresa
fe’ Roma sotto il publico governo,
che tutto essendo a vera gloria intesa
sempre allor prese ogni vil cosa a scherno?
Né s’avrà da temer che l’aspra offesa
del tuo signor con raro essempio eterno
non resti vendicata, se deposta
la servitù fia in libertà riposta.

94Tutto il Senato e il popolo romano,
per la grandezza tua, per la virtute,
dubbio non è che allor fora in tua mano
come verace autor di sua salute.
Dunque al mal nostro ogni rimedio è vano,
restando Roma inferma e in servitute,
ma da la sua ciascun chiaro comprende
che ancor la nostra sanità depende».

95Benché Costante udito ciò tacesse,
volgendo cose assai dentro a la mente,
però chinando il capo ch’ei facesse
cenno, parve a ciascun ch’era presente,
onde che tal sentenza gli piacesse
compreser da quest’atto chiaramente;
Neron perciò, cui non piacean le cose
dette da Pollion, così rispose.

96«Poi che saper d’ogni uom l’opinione
brami, come da te, mio signor, odo,
sappi che quanto ha detto Pollione
pur dianzi non mi piace in alcun modo.
Che preso e che serbato poi prigione
Galeno sia non biasmo e meno lodo,
che meglio fosse il dargli morte credo;
ma poi che far nol vuoi ciò pur concedo.

97Con gran difficultà questo, o signore,
pur ti concedo; ma che al popol reso
l’Impero sia mi par sì grande errore,
che sarai sempre con ragion ripreso.
Di gir là dove il nostro imperatore
vive prigion ti fora allora conteso,
ché più nessuno in sì corrotta etade
si trova ch’usi ben la libertade.

98Quando avrai morto o fatto prigioniero
mostro sì rio sotto sembiante umano,
nel porre in podestà tutto l’Impero
del Senato e del popolo romano,
o che la cosa tu farai da vero,
o che il governo a te serbando in mano,
Roma di nome sol libera sia,
restando in tuo poter la monarchia.

99Se non fia di maniera al mondo aperta
tal libertà, ché appaia chiaramente,
ma che rimanga sotto nube incerta
benché in te sia perfetta e sana mente,
ciascun dirà che sotto tal coperta
voluto abbi ingannar tutta la gente,
e che, libera sol di nome Roma,
sopporti ancor di servitù la soma.

100Ma se libera ancor da te fia resa
la libertade al popolo, al Senato,
non sperar mai per vendicar l’offesa
che in Persia pur si mandi un solo armato,
non che si faccia, qual si de’, l’impresa,
non che Valerian sia liberato;
e ciò ch’io dico credo, anzi son certo,
che da gli effetti più vedrassi aperto.

101La città nostra è come una gran nave
di merci carca, e di più genti piena,
che mentre spira Zefiro soave
sicura in porto si conduce a pena,
ma s’Austro soffia impetuoso e grave,
e che faccia oscurar l’aria serena
gonfiando il mar, bisogno allor d’accorto
nocchier le fa che la conduca in porto.

102Ma se da tal nocchier, negletta, viene
lasciata in preda a l’Austro, a la tempesta,
or verso il cielo et or verso le arene
sen va percossa in quella parte e in questa,
talché al fin stanca al mar ceder conviene,
e nel profondo al fin sommersa resta.
Poni adunque, o guerrier, che sottospora
Roma non vada ogni tuo studio, ogni opra.

103Mentre Tito reggea, Nerva e Traiano,
d’aver bonaccia a Roma era concesso,
però di ruinar l’alto romano
Imperio allor stette in periglio spesso;
più volte dal cader non fu lontano,
da la sua propria e grave mole oppresso,
fatte contra gli fur, da varie genti,
guerre, assalti e congiure e tradimenti.

104Se allor mentr’era in tal bonaccia Roma
d’affondarsi fu spesso in gran periglio,
stand’ora oppressa da sì grave soma
d’aiuto ha più bisogno e di consiglio:
perché non sia del tutto, o guerrier, doma
del tuo signor dà morte a l’empio figlio.
Tu sol nocchier salvar puoi questa barca
di varie genti e di più merci carca.

105Ma poi che di non farlo risoluto
ti veggio al fermo, esci di Roma almeno,
acciò, se a darti non è pronto aiuto,
che impedimento non ti dia Galeno.
Quando a Roma di Siria io son venuto
con quelle genti che mi diè Sereno,
io so ben quel che da ciascun prefetto
fummi al passar per le provincie detto.

106Non dubito, o signor, che se vorrai
a fatti grandi aver la mente intesa,
via più che non dissegni ancor farai,
e facil ti sarà sempre ogni impresa;
per contrario, al sicuro incapperai
in qualche rete di nascosto tesa
qui stando, ove tua forza ognor riesce
minore, e quella di Galeno cresce.

107Quel credito ch’avevi e quel favore
dentro da Roma e fuor ne gli altrui regni,
di giorno in giorno diventar minore
già ciascun vede a manifesti segni.
Ma non prima sarai di Roma fuore
che, da gran duci e da soldati degni
seguito, adunerai da varie bande
del primo un altro essercito più grande.

108Non sarai tanto fuor di Roma esposto
a gli aguati, a le insidie del tiranno:
da Roma ti convien gir sì discosto,
ché non ti arrivi di costui l’inganno.
Tutti siam pronti a seguitarti tosto,
e questo anco infiniti altri faranno;
ma tempo fia, se non ti parti adesso,
che il partir poi non ti sarà concesso».

Costante opta per recarsi in Grecia e in Egitto, dove ricostruire l’esercito (109-114)

109Molt’altre cose quei dissero ancora,
mossi da puro e da sincero affetto;
non si risolse a cosa alcuna allora,
ma se le chiuse il guerrier tutte in petto.
Poi già la notte essendo e tarda l’ora
licenziò ciascun che andasse a letto;
spogliossi anch’ei, ma loco in lui non ponno
mai dar le cure né gli affanni al sonno.

110Volgendosi tra sé più volte in mente
quei consigli il guerrier, di doglia pieno,
sol d’appigliarsi a quel pensò sovente
che l’essortava a dar morte a Galeno:
vedea non sol tal cosa il mal presente
poterne sanar, ma tutti gli altri a pieno.
Questo rimedio sol, questa sol cura
sanava ancor l’infirmità futura.

111Ma poi scacciava questa opinione,
ché d’offender Licinio avea timore,
e d’esser disleal da le persone
chiamato, e detto infame e traditore.
Così adunque or dal freno or da lo sprone
fermato e spinto, ognor colmo d’orrore,
sospirando si strugge a poco a poco
la notte e il dì, né ritrovar può loco.

112Così candida egli ha l’anima e pura
ch’ogni lieve timor gli ingombra il petto,
né di pensar mai cosa si assicura
che possi addur d’infideltà sospetto,
come vergine saggia che procura
fuggire il nome rio con ogni effetto,
perché non giova aver casto il pensiero
se il grido popolar nasconde il vero.

113Ma poi che tra se stesso assai rivolse,
pensoso, or queste et or quell’altre cose,
di prender quel partito si risolse,
che in ultimo Neron fedel propose;
dar morte al figlio del suo re non volse
per modo alcun, ma tosto si dispose
d’uscir da Roma, e con prestezza al dritto
gir de l’Acaia, e poi quindi in Egitto.

114D’Egitto Emilian, Varro l’impero
d’Acaia avea, ciascun d’esso parente:
l’uno e l’altro animoso e buon guerriero
e l’uno e l’altro imperator prudente.
Così conchiuso ogni altro suo pensiero,
levossi tosto il cavalier di mente,
come il dì nasca verso Acaia a volo
già d’uscir fermo e sconosciuto e solo.

Giunone compare in sogno a Costante con le spoglie di Sereno e lo esorta a tentare di persuadere Galeno prima di partire, poi chiede all’Invidia di infettare i cuori dei consiglieri di Galeno (115-128)

115Ma Giunon, ch’ognor pensa e cerca ogniora
che dal tiranno sia Costante ucciso,
vede che uscendo quel di Roma fuora
non le potria poi riuscir l’avviso,
dunque per far che l’innocente mora
l’abito si cangiò, la voce e il viso,
e di Sereno presa ogni sembianza
tosto andollo a trovar ne la sua stanza.

116Questi più ch’altri grato era a Costante,
di somma autorità, d’alto consiglio,
che a Roma giunto essendo di Levante
dove di morte anch’ei stette in periglio,
lieto il guerrier trovò ch’avea già tante
schiere raccolte, e che benigno il figlio
d’Augusto, per condurle in Oriente,
fatto capo l’avea sopra ogni gente.

117Ma vistol poi da quel voler primiero
cangiato, e le cagioni avendo ignote,
stava la notte e il giorno in gran pensiero,
per timor di se stesso e del nipote;
visto ancor chiara del romano Impero
la gran ruina, e che aiutar nol puote,
talor conforto al pio guerrier porgea,
se ben bisogno al par di lui n’avea.

118Dunque Giunon la costui forma tolta,
come usava di far Sereno spesso
andò al guerrier che in gran travaglio involta
la mente avea, da grave doglia oppresso,
e con severo ciglio a lui rivolta
disse: «O Costante, indarno omai te stesso
misero affliggi ognor, visto per prova
che al tuo signor nulla il dolersi giova.

119Fa’ che indietro per te prova non resti
per disponer Galeno a questa impresa,
acciò che al mondo almen si manifesti
quanto la sorte del tuo re ti pesa;
tenta ogni strada usando or quelli or questi
modi, e s’avvien che pur ti sia contesa
sì nobil opra, allor pria che vilmente
morir, meglio è che vada in Oriente.

120Meglio è che sol contra Sipario vada
dando al tuo re, fin ch’avrai forza, aita,
ché per fede osservar s’avvien ch’uom cada
morir non è, ma cangiar morte in vita.
Con la tua voglio anch’io por la mia spada,
ma prima che facciam quinci partita,
usar si de’ col figlio ogni maniera
per far che aiuti il padre, onde non pèra.

121Ben so che per pietà, so che per doglia
ch’abbia di lui, non muterà natura,
né perché il giusto o il debito lo voglia,
né perché de l’onor si prenda cura;
ma forse il tempo l’ostinata voglia
cangiando, romperà sua mente dura.
Tentare anch’io (dicea) vuo’ se i miei prieghi
potran far sì che in parte almen si pieghi».

122Sparve ciò detto indi Giunon, ma prima
fe’ sì che fu dal sonno il guerrier vinto;
poi d’un gran monte alpestre a la part’ima
volò, deposto quel sembiante finto,
dove l’Invidia ognor si rode e lima,
che sempre in fronte il duol portò dipinto
dal dì che giù ne le tartaree grotte
nacque, d’Erebo figlia e de la Notte.

123L’infelice ha per stanza un antro oscuro,
dov’aura mai non spira o sol risplende;
nitro e muffa per tutto occupa il muro;
le reti sue per tutto Aracne tende;
foco non v’entra mai, che chiaro e puro
l’aer faccia, ma il freddo ognor l’offende;
fumo e nebbia e caligine lo speco,
ch’è per natura, ancor più rendon cieco.

124La dea di Samo entro l’orribil porta
non volse entrar che a nessun mai si chiude.
Colei già vista con la faccia smorta,
di fele sparsa l’atre membra ignude,
che ne la destra avea una serpe morta
e si pascea di quelle carni crude,
tosto indietro Giunon la faccia torse
che il rio mostro infernal sì brutto scorse.

125Pien di rugine ha i denti, ha torto il guardo,
sparsa la lingua di mortal veneno,
sospira e piange, e, come al petto un dardo
le sia, vien quasi allor per doglia meno
che saggio scorge alcun, ricco o gagliardo,
e ch’ogni suo desir succeda a pieno.
Ride allor, per contrario, che ria sorte
turba altrui, preme doglia, uccide morte.

126Vigila sempre e sempre ordisce frode,
colma di rabbia e d’infernal furore;
né men che a Tizio ognor le punge e rode
col duro rostro un avoltorio il core;
qual medico più degno e di gran lode
non potria mitigar l’aspro dolore,
non che sanarlo, onde il tormento interno
convien che sia, sì come immenso, eterno.

127Non poté far che non versasse amaro
pianto da gli occhi d’Erebo la figlia,
visto il leggiadro portamento raro,
vista la faccia candida e vermiglia
de la gran dea, che al brutto mostro avaro
con alta voce e con turbate ciglia
disse, tenendo al ciel lo sguardo fiso,
sì l’odia, che mirar nol puote in viso:

128«Tutti color che son d’Augusto al figlio
via più d’ogni altro cari e più diletti,
di cui più prezza e più segue il consiglio,
subito sian del tuo venen infetti».
Tacque ciò detto, e in tacito bisbiglio
lasciando il mostro, a i più sublimi tetti
salse del Ciel, cui Giove lieto accolse;
onde indarno colei pianse e si dolse.

L’Invidia colpisce al cuore due consiglieri di Galeno, Teodoto e Paterno, i quali, incontratisi, decidono di screditare Costante agli occhi dell’imperatore (129-142)

129E preso un suo baston torto e d’intorno
cinto di spine, con lo sguardo bieco,
d’atra nube coperta a mezzo il giorno,
invisibile uscì fuor de lo speco.
Fraude, Insidie e Mestizia, che soggiorno
fan quasi sempre, ove dimora, seco,
la seguìr tosto con più d’altri cento
Sospir, Miseria, Doglia, Odio e Tormento.

130Per tutto ovunque il piè l’empia e superba
volge le fronde e i fiori e i semi addugge,
né sol col fiato rende arida l’erba,
ma le più dure piante arde e distrugge;
tra se stessa ella pria con pena acerba
si cruccia, e qual leon rabbioso rugge,
poi manda a gli altri il duol, né le riesce
che il suo però si scemi, anzi ognor cresce.

131Giunse a Roma e trovò ch’appo Galeno
due tenean d’amistà grado primiero,
che a voglia lor sempre il volgean, non meno
che si volga col fren facil destriero,
Teodoto e Paterno, il cui sereno
ciglio nasconde ognor fosco pensiero;
ambo in disagio e in povertà nudriti,
ambo pur dianzi del teatro usciti.

132Sola cagion era Urbanilla moglie,
che in grazia del signor fosse Paterno
a cui non pur de gli occhi il lume toglie,
ma de la mente ogni discorso interno:
qual prive s’ogni umor l’erbe e le foglie
restan per lo spirar di Borea il verno,
tal con lo sguardo di dolcezza pieno
privò costei d’ogni ragion Galeno.

133Di Paterno per tutto era già noto,
che de la moglie al re fosse cortese;
per diferente strada Teodoto
da libertino a quell’altezza ascese,
ch’essendo omai l’erario in tutto vòto
per sì soverchie e sì continue spese,
questi in gravar popoli e terre nuova
maniera, sempre a ciò pensando, trova.

134La Furia e questo e quel con fredda mano
strinse, e mentre dormian securi in letto
nel cor gli infuse atro venen pian piano,
d’ami e di spine gli traffisse il petto.
Sparto il tosco per l’ossa indi lontano,
lieto omai che al pensier segua l’effetto
volò d’Erebo il mostro in ripa a l’acque,
dove abita sovente e dove nacque.

135Quei, che pur dianzi avean creduto un breve
sonno in pace dormir, furon costretti
destarsi dal tormento acerbo e greve
che il rio mostro serrò dentro a i lor petti;
come al sol ghiaccio e come a l’Austro neve
giù stillarsi veggiam da gli alti tetti,
così di Teodoto e di Paterno
si struggean l’ossa al chiuso foco interno.

136Come avesser di ferro o di diamante
mill’aspre punte al cor sempre d’intorno,
del letto si levàr gran pezzo inante
che vicin fosse a scacciar l’ombra il giorno.
Con finte larve il mostro allor Costante
fatto apparir, di lucid’armi adorno,
dinanzi a gli occhi a quei lo pose ond’abbia
cibo, acciò che il martir cresca e la rabbia.

137Volgendosi tra lor quei dunque in mente
le virtuti e il valor del cavaliero,
del cavalier ch’esser parea presente,
vestito di regale abito altero,
e quanto saggio in toga era e prudente
e quanto in arme valoroso e fero,
questo via più che fiamme e strali e nodi
par che il cor gli arda e gli trafigga e annodi.

138Vedeanlo, il crin di più corone ornato,
Roma a sostegno tener, l’Imperio a freno,
e che da tutti reverito, amato
era, e temuto assai più che Galeno;
per contrario vedean quanto sprezzato
ciascun fosse di lor; quinci il veneno
gonfiar sentono in guisa e con tal forza
che a sospirar, che a lagrimar gli sforza.

139E sendo ambi conformi di natura,
d’amistà grande eran congiunti ancora;
l’un dunque e l’altro per la notte oscura,
senza attender che pur nasca l’aurora,
di casa usciro acciò che l’aspra e dura
pena, che sì gli afligge e sì gli accora,
sfogar possan tra lor parlando insieme
che l’un di trovar l’altro in letto ha speme.

140Credea ciascun di trovar l’altro in letto,
con tal credenza adunque se n’andaro,
spinti dal chiuso ardor ch’avean nel petto,
ma per la strada insieme si scontraro,
e giunti l’un de l’altro ambi al cospetto,
colmi di rabbia e di veneno amaro,
molto insieme si dolsero di tante
doti e virtù dal Ciel date a Costante

141dicendo: «Ancor che Augusto mostri aperto
verso noi del continuo il suo favore,
pur di Costante in guisa è noto il merto,
del nostro (e vaglia a dire il ver) maggiore
che il grado ov’ora siam può dirsi incerto,
e di caderne stiam sempre in timore,
poi che di donna e di signor la voglia
facil si volge come al vento foglia».

142Né quindi in somma si partìr che diero
fermo ordine di far con ogni inganno
che il misero innocente cavaliero
fosse o cacciato o morto dal tiranno,
con speme di poter, Roma e l’Impero
reggendo, fare oltraggio a molti e danno.
Così conchiuso a casa fèr ritorno,
pria che spuntasse in Oriente il giorno.

Libro III

ultimo agg. 16 Luglio 2015 19:37

Argomento
Fugge, caduto il suo palagio, e in riva
del mare audace Proteo assale e prende,
da cui la vita sua futura intende;
sol cento uccide; a Populonio arriva.

Costante reputando l’apparizione di Sereno un messaggio divino risolve di non partire da Roma (1-11,4)

1Già di Titon la vaga, altera figlia,
col crin di rose e di viole adorno,
e con la faccia candida e vermiglia
fuor de l’indico mar scorto avea il giorno,
allor che alzando il cavalier le ciglia,
sciolto dal sonno, e riguardando intorno
più non vide la dea che dianzi tolto
l’abito avea del buon Sereno e il volto.

2E ripensando a ciò che gli avea detto,
si dispose di farlo; e perché fuore
da gli occhi vaghi e dal leggiadro petto
sì chiaro lume e sì soave odore
sempre mandò mentr’era al suo cospetto,
forte si dolse del suo preso errore
creduto avendo che Sereno fosse,
né ad inchinarla come dea si mosse.

3E dicea tra se stesso: – Or mi conviene
seguir ciò che dio vuol, ciò che m’impone,
ch’esser non può se non perfetto bene
quanto s’ordina in Cielo e si dispone;
parmi che si rinovi in me la spene,
che il timor manchi, e forse la cagione
fia che, mosso a pietà, Giove omai voglia
che si soccorra Augusto e ch’ei si scioglia.

4Ben cieco fui, ch’io non conobbi quella
divinità che assimigliò Sereno!
Potea il volto ingannarmi e la favella,
ma non l’odor ch’uscia dal divin seno,
non lo splendor che a guisa d’una stella
quasi venir fe’ la mia luce meno.
Quel non fu sonno che m’assalse e vinse,
ma forza occulta che a posar mi strinse.

5D’uscir d’Italia avea già fisso in mente,
ma quinci più non vuo’ muovere i passi,
ché il mutar voglia è cosa da prudente
quando però di bene in meglio vassi;
per far che il figlio armato in Oriente
con l’oste a liberar suo padre passi
far voglio quanto il Ciel mi mostra e insegna,
e il mal che venir può tutto ne vegna.

6Deh come, o cavalier, chiaro si vede
in te quel che in altrui si è visto pria,
che spera sempre ogni mortale e crede
che avvenir debba sol quel ch’ei desia;
con mille prove aver già fatto fede
devria il crudel di mente ingrata e ria,
talché trar sen potea certo argomento
che getti e l’opra e le parole al vento.

7Sì come il gran mauritano Atlante,
che su gli omeri il Ciel forte sostiene,
immobili tener veggiam le piante,
di Libia ne le salse aride arene,
contra Zefiro e Borea, e contra tante
onde allor che Nettuno irato viene
ad assalirlo, e con crudel procella
sempre a ferirlo in questa parte e in quella,

8così l’ampio tiranno avrà la mente
immobil sempre, avrà di pietra il core.
Contra quei tanti prieghi, onde sì ardente
l’assali or quinci or quindi a tutte l’ore,
contra i caldi sospir, da cui sovente
trarre indizio potria del tuo dolore,
veggiol d’infernal foco il petto acceso
e solo a i danni tuoi dì e notte inteso.

9Colei che di Seren pur dianzi prese
la forma fu ben dea, ma non già quella
che in Oriente giù dal ciel discese
per liberarti da la gente fella;
questa è Giunon, che già superba accese
l’antica Troia con crudel facella,
e ch’or nemica al seme tuo procura
che sia tua vita breve e fama oscura.

10Ella è venuta sotto umana scorza
perché di trarre a fin brama tua vita;
ma tu non l’obedir, che il Ciel non sforza
contra sua voglia alcun, ma solo invita.
Esci di Roma, usa il valor, la forza
per dare al signor tuo, Costante, aita:
così volevi pria che nuova strada
Giunon t’aprisse, a cui tua morte aggrada -.

11Queste parole al cavalier sovente
tacita voce dentro al cor dicea;
ma quei già di seguir la ferma mente
dovunque il guida il suo destino avea.
Rimase adunque in Roma e fu presenteTeodoto e Paterno screditano Costante usando un pretesto, Galeno ordina che lo uccidano (11,5-23)
a i giochi fatti a la gran matre Idea,
con pompa fuor d’ogni uso e d’ogni stima,
cosa ordinata dal tiranno in prima.

12Con regal manto un istrion quel giorno,
d’aspra catena tra molti altri avvinto,
guidato al maggior cerchio era d’intorno,
come per forza in guerra preso e vinto;
Parea Sipario, al manto ond’era adorno,
com’anco al volto, così ben l’ha finto;
quegli altri Persi ancor tutti sembraro,
quand’ecco molti che tra loro entraro.

13I quai guardando or questo or quello in viso,
come cercando alcun che non si trove,
mosser la plebe e tutti gli altri a riso
con atti strani e con maniere nuove;
Galeno allor, che s’era appresso assiso,
chieder fe’ la cagion che a ciò gli move:
risposer quei che tra le perse squadre
cercando gian Valerian suo padre.

14Non così tosto mai polve s’accese
ch’esperto mastro a simil uso faccia,
come il tiranno allor che sì palese
scorno far da color si vide in faccia:
freme di rabbia, e sì quel dir l’offese
ch’indi si parte e con furor minaccia,
grida, e quanto più alzar puote la voce,
comanda che sian presi e posti in croce.

15Presa l’occasion quei due, cui poco
prima l’Invidia morse e di veneno
sì il cor gli empì che non trovàr mai loco,
e venian di dolor, di rabbia meno,
giungendo sempre aride legne al foco
l’ira maggior facean ch’ardea Galeno,
tutta la mente avendo e il cor rivolto
a far che sia di vita il guerrier tolto.

16Et or con nuova fraude e nuovo inganno,
visto il re pien di nuovo sdegno il petto,
toccando or quinci or quindi a tempo il vanno
per far che di Costante abbia sospetto.
Più tosto re, dicean, ch’egli e tiranno
dir si potea di Roma che prefetto,
dove, mostrando aver desio che aiuto
diasi a Licinio, in fretta era venuto.

17E ch’ei pur dianzi quella trama ordita
in suo dispregio avea sol con dissegno
di concitar la plebe ché la vita
gli toglia, e ch’ei di Roma usurpi il regno.
«Fa’ che torni la colpa ond’ella è uscita»
dice Paterno, «e fa’, com’egli è degno,
che il traditor per l’avvenire apporte
a gli altri essempio con tormenti e morte.

18Quel modo che sovente in parlar tiene
(l’empio dicea) per farsi al popol grato,
da cupidigia e da gran sete viene
d’essere a l’alta monarchia levato;
vuol che gente raguni e d’aver spene
mostra che il padre tuo sia liberato,
ma finge, poi che sol per tal maniera
di potersi levar tal sete spera».

19«Se innanzi a gli occhi tuoi Costante prese
ardir» soggiunse Teodoto avaro
«di farti un scorno in faccia sì palese,
omai di sua perfidia esser dei chiaro;
temo che a l’or vorrai punir l’offese
che fia il rimedio van, tardo il riparo;
temo, e dio faccia che il tuo servo fida
menta, udirne lo scoppio in breve e il grido».

20E tanta forza ebbe quel dir che senza
tenerne altra certezza il rio Galeno,
dando al mentir di quei ferma credenza,
cominciò a vomitar fuore il veneno,
e diede allor allor questa sentenza:
che di fé, di pietà Costante pieno
chiuso et arso la notte entro il suo tetto
fosse, mentre dormia sicuro in letto.

21Di porlo a morte il tempo e la maniera
pensando e rivolgendo con gran cura,
tra l’altre a questa si appigliàr, perch’era
da riuscir più cauta e più sicura.
L’ordine fu che la medesma sera
del suo palagio a circondar le mura
s’andasse al tardi acciò che, acceso il foco,
non trovi onde scampar Costante loco.

22Col tosco fora o con la spada stato
quasi impossibil di condurlo a morte,
perché, sospetto avendo, accompagnato
sempre sen giva, ben provisto e forte;
di far col foco adunque hanno ordinato,
con speme che di ciò resti la sorte
sola incolpata di sì grave danno,
senza porger sospetto alcun d’inganno.

23Perché se il popol, che l’amava quanto
si puote amar signor, sen fosse accorto,
non si fora di ciò mai dato vanto
Galeno, ché l’avrian subito morto.
Dunque il tiranno e gli altri due con tanto
rispetto van, ché il lor periglio han scorto,
facendo ogni opra acciò che resti occulto
l’inganno lor, per non destar tumulto.

I due emissari piazzano una carica di polvere esplosiva sotto casa di Costante, che però viene avvertito in sogno da Mercurio e riesce a fuggire (24-46,4)

24Dunque il rio Teodoto e il rio Paterno,
con molti lor seguaci in una schiera,
per far che il cavalier dorma in eterno
cheti al palazzo suo sen gir la sera;
e d’una polve che dal cieco Inferno
seco portata avea l’empia Megera,
di sotto empiro una ristretta e chiusa
cella, ch’era Falerno a serbar usa.

25Mentre alquanto lontan l’un fa la scorta
con quelle genti e che il compagno aspetta,
per un picciol spiraglio ch’entro porta
la luce, l’altro in giù la polve getta;
il che fatto, e sapendo che la porta
de la stanza era di ferro e chiusa stretta,
posto ivi un fune ch’entra ne la stanza
con l’un de i capi e di fuor l’altro avanza,

26e chiuso lo spiraglio, in tal maniera
ch’entrar né potea uscir l’aria in quel lato,
al sottil fune, che giungea dov’era
la polve e che abbrusciava a poco a poco,
di cui fu l’inventrice ancor Megera,
dal capo ch’uscia fuori accese il foco;
poi si ritrasse dal periglio tosto
dove il compagno l’attendea discosto.

27Ma l’alma dea, che fu del roman seme
principio, acciò che i rei meglio discerna,
perché del suo fedel Costante teme,
mossa da l’alta providenza eterna,
salita era già prima a le supreme
parti d’Olimpo al re ch’ivi governa;
a cui di ciò fe’ la cagion, con mesta
voce, a tempo in tal guisa manifesta:

28«Padre del Ciel, che sol col cenno e solo
col volger d’occhi, non il seme umano
ma il divin reggi, e l’uno e l’altro polo
volgi e governi con potente mano,
dal gran periglio ond’io mi cruccio in duolo,
difendi, o patre, il gran guerrier romano,
per la cui stirpe anni infiniti e lustri
chiara l’Europa fia d’uomini illustri.

29Pregoti, o Padre eterno, che il consiglio
fatto da gli empi contra il Pio si scopra,
verso lui con pietà volgendo il ciglio
c’ha l’alma intenta a sì lodevol opra;
ma contra l’empio e scelerato figlio
d’Augusto l’armi tue, severo, adopra,
acciò che il rio con miserabil scempio
rimanga a gli altri sempiterno essempio».

30Quel dio che, stando nel suo antico regno,
d’oscura mole, pria confusa e densa,
compose il mondo (e fu l’ordine degno
d’alto pensier, di meraviglia immensa),
sempre de l’amor suo, per certo segno,
di colmar noi d’ogni sua grazia pensa,
e con eterna providenza porge
dal Cielo aiuto ovunque il merto scorge;0

31dDubbio adunque non è che di Costante
non sia l’alta virtù quivi gradita.
Ma vistasi giacer la dea davante,
le diè, cortese, nel levar aita;
poi disse: «Oltra i gran prieghi, oltra le tante
tue querele il guerrier, figlia, m’invita
co i propri merti a dargli aiuto, e giuro,
per l’onde stigie, trarlo indi sicuro.

32E da gli empi a mal grado condurrollo,
benché al principio avrà travaglio e pena,
dove potrà, come desia, dal collo
scuoter del suo signor l’aspra catena;
e farò sì dovunque lascia Apollo
l’oscura notte e il chiaro giorno mena,
nel sommo Cielo e nel profondo Inferno,
che il nome fia del pio Costante eterno.

33Punita fia l’alta perfidia ancora
di Galeno crudel come si deve,
di che ab eterno abbiam prescritta l’ora,
ch’or già s’appressa, e l’intervallo è breve;
ma, quando pur tardasse alquanto, fora
maggior tormento in lui, pena più greve,
che l’ordine fatal romper non puote
fortuna con l’instabili sue rote».

34Così detto chiamò di Maia il figlio
l’eterno Padre, a cui severo impose
che, traendo il guerrier fuor di periglio,
lo serbi ad alte imprese e gloriose.
Quegli, oprando al bisogno arte e consiglio
per ubidir, l’imagin propria ascose,
e d’un morto fanciul, con finte larve
presa la forma, al pio Costante apparve.

35Di Galeno il fanciullo era fratello,
il qual di gioventù giunto a i primi anni,
qual nuovo Scipion, nuovo Marcello
chiaro spiegava d’ogni intorno i vanni;
ma tanto del tiranno iniquo e fello
valse l’invidia e valsero gli inganni,
che il giovenetto crudelmente a torto
stato quel giorno era in Etolia morto.

36Ne l’ora fu che a i suoi destrieri Apollo,
poi che son giunti a la prescritta meta,
l’ardente giogo fa levar dal collo,
stando egli in parte in fino al dì secreta,
e che di cibo ogni animal satollo
prende riposo, e in terra ogni un s’acqueta;
quando verso il guerrier volgendo l’orme,
Mercurio andò sotto mentite forme.

37E lo trovò che doloroso e mesto
dal sonno stato era assalito e vinto;
a cui mostrossi in abito funesto,
pallido in faccia e d’atro sangue tinto;
quindi Costante scorse manifesto
ch’ei fu di morte violenta estinto,
onde volse gridar, ma in guisa atroce
la doglia fu che gli mancò la voce.

38Pur con fatica da l’estrema parte
del tristo cor tratto un sospiro ardente,
cominciò a dir (benché infinite sparte
lagrime l’interroppero sovente):
«Misero me, qual forza, ohimè, qual arte
giamai fia che acquetar possa mia mente?
Certo so ben che incontro a tanta offesa
fia del mio spirto indarno ogni difesa».

39Seguir volea, per chieder forse dove
cadd’egli e quando e chi gli fece insulto,
ma la voce, che in van fe’ mille prove,
vinta restò dal pianto e dal singulto.
Questo veduto il messaggier di Giove,
a cui chiuso pensier non resta occulto,
di lagrime spargendo le gote
risponde a quel, ch’ei dir vorria né puote,

40dicendogli: «Tu sai che tra Valente
e Pison gran discordia, o guerrier, nacque,
talché gran parte de la miglior gente
del nostro Impero estinta in breve giacque;
al che per riparar verso Oriente
n’andai, come al fratel malvagio piacque,
dove nel sen termaico altero infonde
del sangue lor Peneo tinte ancor l’onde.

41E ritrovai che di Pison la morte
poste avea l’armi a tutta Grecia in mano,
e che non pur Valente audace e forte
ma ne divenne temerario e vano,
che, non contento ancor di tanta sorte,
fe’ salutarsi imperator romano;
ma giunto essendo io quivi a l’improviso
l’empio restò da i suoi medesmi ucciso.

42Talch’io potea ben dir, con quel veloce
folgor romano: io venni e vidi e vinsi,
ché da l’ambracio mar fino a la foce
del bel Peneo l’acceso foco estinsi;
ma perché rimbombando troppo alta voce
forse di me, col proprio sangue tinsi,
al tornar, d’Acheloo la riva, e tosto
morto fra sterpi fui quivi nascosto.

43O che il fratel da prima a questo effetto
posto m’avesse in così gran periglio,
o poi colmo d’invidia e di sospetto
del valor mio, prendesse altro consiglio,
comunque sia, traffitto i fianchi e il petto,
resto dal mondo in sempiterno essiglio,
e di ciò fede a gli occhi tuoi ne faccia
lo sparto sangue e la smarrita faccia.

44E subito ch’io fui dal mortal peso
scarco, volando a te men venni in fretta,
per dirti come ancora il laccio ha teso
contra di te quella malvagia setta.
Ecco di rabbia il rio Paterno acceso,
che per darti la morte oggi si affretta,
con Teodoto a lui distante poco;
e vien con l’esca l’un, l’altro col foco.

45Deh fuggi, ohimè, le scelerate mura,
fuggi la crudel patria e il rio paese,
ch’avrà di te Giove benigno cura,
e fia tua scorta in mille e mille imprese;
svegliati adunque, e con mente sicura,
poi che fuggite avrai l’insidie tese,
prendi la strada ove il destin ti chiama,
ch’onor dormendo non si acquista o fama».

46E così detto il pronto messaggiero,
tosto Costante in densa nube involse;
poi quindi a guisa d’un vapor leggiero
disparve, e verso il Ciel ratto si volse.
Restò dal sonno sciolto il cavaliero,Galeno manda una squadra ad uccidere Costante sulla strada per l’Etruria (46,5-54)
che di tal caso in fino al cor si dolse;
e stando mesto in grave doglia e in lutto,
gli parve udir genti e romper per tutto.

47Onde, smarrito, si gettò dal letto,
sopra cui s’era con l’usbergo posto,
e fuggì fuor del periglioso tetto,
tra i suoi nemici entro la nube ascosto;
né molto andò che innanzi al suo cospetto,
come il tutto già gli empi avean disposto,
svelto il palazzo suo da l’alta cima
ruinò a terra in fino a la part’ima.

48Con tal fragor, con strepito sì fiero
che paventoso e privo di conforto
Costante s’inviò per un sentiero,
ch’or alto or basso, or giva dritto or torto.
Galeno e gli altri due ch’ivi il guerriero
sepolto esser credean prima che morto,
quel giorno istesso ebber da molti spia
che verso Etruria e tristo e sol sen gìa.

49Onde avendo il cor pien di tosco amaro,
di cento cavalier fatta una schiera,
guerniti d’armi in fretta gli mandaro
dietro a Costante la medesma sera;
ma perché non si sappia gli ordinaro
che, lasciando a sinistra la riviera,
debban sopra i destrier correr sì presti
ch’ei sendo a piedi e stanco indietro resti.

50Col duce Orfito due d’alto valore
tra gli altri andaro, e di virtute ornati,
Caro e Carin, che in ogni impresa onore
sempre acquistaro, ambi ad un parto nati;
questi, ch’avean sincero e puro il core,
sotto pretesto tal furon mandati:
che al suo signore inganno avesse ordito
Costante, e senza effetto esser fuggito.

51Creder gli fe’ Paterno che tiranno
farsi volendo del romano Impero,
e che visto scoperto esser l’inganno
e riuscito van sì rio pensiero,
di rabbia colmo per soverchio affanno
con molti avea del mar preso il sentiero,
e che salvi arrivando in qualche loco
lo scoppio s’udiria, vedriasi il foco.

52Spinti adunque ambedue da manifesta
colera, e colmi già d’aperto sdegno,
poi che a Galeno innanzi fur, con questa
credenza alquanto trappassaro il segno,
e gli promiser di portar la testa
del pio Costante, di lor fede pegno;
e ciò giurato avendo ambi si uniro
con l’altra schiera, e fuor di Roma usciro.

53Sapendo adunque Orfito a punto il dritto
dove Costante esser potea, che solo
se ne venìa rammaricando, afflitto
del caso occorso e pien di duolo,
giunse con fretta al loco a lor prescritto,
e fe’ quivi fermar tutto lo stuolo
fra due colli che un monte alto di sopra
par che ad arte ambedue con l’ombra copra.

54Sol per insidie il loco da natura
fatto parea con giri e cave e sponde;
quivi si stero in fino a notte oscura,
tra rami ascosi e tra virgulti e fronde,
gir lasciando i destrier scarchi in pastura,
d’alto intesi a le parti più profonde,
dove, per un sentier tra dumi e piante,
devea per forza capitar Costante.

Costante in solitudine sta per suicidarsi, viene fermato da un intervento divino e condotto alla grotta di Proteo (55-72)

55Il qual venìa sì pien di doglia in tanto,
e sì di speme e di conforto privo,
che tutto volto in lagrimoso pianto
sul petto gli cadea da gli occhi un rivo,
dicendo: «Ahimè, perché non caddi a canto
al mio signor? perché rimasi io vivo
nel gran conflitto a Cabora, quel giorno
che tanti Persi armati ebbi d’intorno?

56Perché dal terzo ciel scendesti allora
tu, dea, sol per salvarmi da una morte,
se mille morti provar debbo ognora,
senza aver chi mi aiuti o mi conforte?
Lasso, a qual fin da nascente aurora,
in un momento a le romane porte
sul carro fui da i cigni tuoi condutto,
se partir men devea senz’alcun frutto?

57Anzi, con grave infamia e con palese
danno fuggirne, e con mio scorno aperto!
Ecco le insidie che il tiranno ha tese
contra di me, che men d’ogni altro il merto.
O diva, ahimè, quante onte e quante offese,
e quanto aggio per te dolor sofferto,
ch’ognor mi fu, da che mi desti aita,
il viver morte e fora il morir vita?

58In quanto io sia per dare aiuto buono
al mio signor, come n’ho il petto acceso,
bramo la vita, ché altrimenti sono
sopra la terra un grave inutil peso:
voglio di questo a lui far dunque un dono».
Così dicendo il ferro avea già preso
per darsi morte, ma il lamento e il grido
porto Favonio a la gran dea di Gnido.

59La qual tosto che afflitto e sconsolato
sentì Costante in tanto error caduto,
rivolta a Pasitea c’ha sempre a lato
«Qui» disse «proveder convien d’aiuto,
poi che da l’esser suo tutto cangiato,
e in disperazion quasi venuto
del Tebro il buon roman giace a la foce».
E così detto al Ciel salì veloce.

60E per dar nuova forza e nuova speme
al misero, con dolce e con leggiadre
parole, disse a due virtù, che insieme
stan sempre appresso al sommo eterno Padre:
«O dive, onde le menti a l’uman seme
vòte di cure nubilose et adre
s’empion di speme in guisa e di fortezza
ch’ogni altra cosa per l’onor disprezza,

61date aiuto a Costante, onde non pèra
quei da cui Roma alto soccorso aspetta».
Questo udito le dèe, ch’una Cratera
e l’altra Elpidia da i mortali è detta,
ambe del Tebro in su la ripa, ov’era
dolente il cavalier, scesero in fretta.
A cui disse Cratera: «Ahi, qual ria sorte
ti sforza a darti, o vil guerrier, la morte?

62Quel Giove che ti diè, nascendo, o figlio,
somma costanza, onde n’acquisti il nome,
e che ti ornò di forza e di consiglio
più ch’altro illustre antico oggi si nome,
acciò che esca per te fuor di periglio
Roma, e le genti barbare sian dome,
sol per tentar come il tuo cor sia verso
di lui, scorrer lasciò tal caso avverso.

63E te cader sì strabocchevolmente
visto nel grave error di darti morte,
pensato avea tra la perduta gente
chiuderti dentro a le tartaree porte;
pur di Venere i prieghi al fin la mente
di quel fermaro, ma cangiato hai sorte:
dov’eri al fin d’ogni travaglio giunto
nel principio di quei ti trovi a punto».

64Pien di vergogna il cavalier romano
non ardia di mirar Cratera in viso,
ma giunta insieme e l’una e l’altra mano,
e quelle alzate e in Ciel guardando fiso,
con parlar le rispose umile e piano,
da quel primier pensier tutto diviso:
«Meraviglia non è ch’uom pecchi, ond’io
spero trovar pietà del fallir mio».

65Così diss’egli perché Elpidia in tanto
dal suo lume divin gli infuse un raggio,
talché, riposta ogni viltà da canto,
ritorno forte più che prima e saggio.
Poi costei disse: «Guarda, o figlio, quanto
Giove benigno sia, che il grande oltraggio
fattogli ti rimette, e nel primiero
stato ripone a liberar l’Impero.

66Ma perché a Proteo sei di gir costretto,
sol per purgarti del commesso errore,
oggi è ben di mestier che dentro al petto
serbi un invitto, un animoso core
pigliar colui devendo, e tener stretto,
che di forma si cangia e di colore,
ch’or divien orso or tigre or cervo or drago,
prendendo or questa et or quell’altra imago.

67Non men che del presente e del passato
Proteo presago, e del futuro ancora,
così Nettuno vuol, cui tanto è grato
ch’ogni un soggetto al regno suo l’onora,
e gli ha in governo il marin gregge dato,
ch’ei sotto l’onde va pascendo ognora
con somma cura; ma talor pur scende
in terra e, stanco, alcun riposo prende.

68In Carpato dimora egli sovente,
e ne la bella sua patria Pallene;
quinci molto non è lunge al presente,
ch’ei viene a riveder l’onde tirrene:
prima che il sol si attuffi in Occidente
questo con lacci prender ti conviene.
E benché a tale e tanta impresa molta
fatica avrai, ti fia ogni colpa tolta.

69Un altro utile ancor trarrai da questo,
ch’oltra il restar d’ogni tua macchia puro,
ti farà Proteo chiaro e manifesto
tutto ciò ch’avvenir t’ha nel futuro;
ma la man pronta aver convienti e presto
il piede, e l’occhio aperto e il cor securo;
quivi ambe noi teco saremo ognora,
senza cui forza indarno e saper fora.

70Tosto che Febo a mezzogiorno asceso,
l’ombra è grata a gli armenti e l’erbe han sete,
si ripara in un antro, ove disteso
prende al suo faticar posa e quiete;
quivi, prima ch’ei sia dal sonno preso,
salvo ti condurrem per vie secrete,
così potrai quello assalir con molto
più tuo vantaggio in grave sonno involto.

71Ma da te prima non fia tocco, o figlio,
ch’ei muterà sua forma immantinente,
sembrando or orso con acuto artiglio,
fulvo leon, squammoso atro serpente,
talor gigante con superbo ciglio,
griffo, tigre, pantera e fiamma ardente,
ché di prender sovente ha per costume
da ferir l’unghie e da volar le piume.

72Ma quanto più quello in diverse e strane
forme cangiar vedrai, tanto più audace
stringi le reti e i lacci tuoi, che vane
l’arti saran del marin dio fallace;
né seco, in fin ch’ei non riprenda umane
sembianze, aver giamai tregua né pace,
né gli levar dal collo o da le braccia
nodo se pria non ha l’usata faccia».

Imprigiona il dio e ne ottiene una profezia: riuscirà a salvare l’imperatore e darà vita ad un florido ramo famigliare con una regina (73-90)

73E così detto ambe le dive insieme,
dentro ad un speco il cavalier guidaro,
fatto del monte ne le rupi estreme;
poi dolce odor d’ambrosia in lui spiraro,
talché l’una fortezza e l’altra speme
infusogli nel cor quivi il lasciaro.
Né molto indugio fe’ che Proteo venne,
ma stanco, onde giacer tosto convenne.

74Era allor che più forza e più vigore
del gran leon Nemeo Febo riceve,
e che paion sì tarde al passar l’ore,
e che da i monti vien l’ombra più breve,
l’ombra sì da la greggia e dal pastore
cercata, cui la sete e il caldo è greve,
mentre Apollo con fronte alta e superba
rende fervida l’acqua, arida l’erba.

75Quando il pastor del marin gregge uscito
de l’onde, e molti mostri avendo intorno,
ne l’antro ov’era il cavalier, che ardito
e tacito attendea, fece ritorno.
Ecco i seguaci suoi molli sul lito
giacere a l’ombra o d’elce o d’alno o d’orno;
Proteo prima a contar l’armento attese,
poi sopra un letto umil d’alga si stese.

76Costante allor con forti lacci in mano,
visto il vecchio giacer, corse e l’assalse;
ma quel tosto cangiò sembiante umano
prendendo varie e strane forme false:
foco, acqua, leon, serpe; ma al fin vano
fu il tutto, e nulla fuggir gli valse;
ond’ei, ripreso già il primier suo volto,
parlò in tal guisa al cavalier rivolto:

77- O stolto e temerario, qual consiglio
fu quel che di venir ti persuase,
con tal fatica e con sì gran periglio,
ad assalirmi ne le proprie case? –
E ciò gli disse con sì orribil ciglio,
che smarrito il guerrier tra sé rimase;
ma non però gli sciolse mai dal collo
il nodo, sì che dar potesse un crollo.

78E gli rispose: – O saggio alto pastore
de i salsi armenti, a te pur noto è ch’io
né per temerità né per errore
men venni a te, ma per voler di Dio;
cessa omai di tentarmi, e se trar fuore
debbo di man de’ Persi il signor mio
dimmi, e la via più breve e più sicura
mostrami, poi che sol di questo ho cura -.

79Così detto Costante, in lui contorse
gli ardenti occhi il pastor, che sì nel volto
feroce apparve, e con tal rabbia morse
la fune, onde avea stretto il collo involto,
che di tenerlo o di lasciarlo in forse
quei di nuovo restò pauroso molto;
pur lo ritenne, e Proteo al fin depose
l’orgoglio, e fatto umil così rispose:

80- Come in Italia e come a Troia Enea
contra le schiere greche e contra Turno
fatica ebbe e travaglio, che di Rea
così piacque a la figlia e di Saturno;
e come il diede ancor l’istessa dea
in preda a Borea, a Zefiro, a Volturno,
talché in disagio e colmo ognior d’affanni
passò la vita in fino a gli ultimi anni

81(né di ciò tanto fu l’ira la cagione,
che da la sua beltà negletta nacque,
quanto che il seme suo, che di ragione
signoreggiar devea la terra e l’acque,
cui li scettri e le mitre e le corone
tutte ubidir devea, come al Ciel piacque,
mandasse uscendo di terre sì culto
arbore immensa e non picciol virgulto),

82così farai tu ancor, del cui felice
seme nascer non de’ men nobil frutto,
e da la tua non men stabil radice
fiori da empirne Europa e il mondo tutto.
Né stando in ozio con piacer ti lice
tanto acquistar, ma con fatica in lutto,
né di Giunon questo avverrà per sdegno,
ma sol di tanto onor per farti degno.

83Non vuo’ già dir che in odio ella non t’abbia,
col seme tuo, per nuovo e sdegno antico,
ma se mancasse in lei l’ira e la rabbia
per forza avresti un altro dio nemico;
or quel che saper vuoi, con queste labbia
che non mentiron mai, chiaro ti dico:
dopo molta fatica e dopo molto
travaglio, il tuo signor fia da te sciolto.

84Ancor che sol per te non sarai degno
di tanto onor, ch’una et un’altra donna,
di senno illustri, di valor, d’ingegno,
e del romano Impero ambe colonna,
t’inalzeran di pari a questo segno,
che non di gemme ornate in treccia o in gonna
ma d’armi cinte in sul destrier, disperse
faran più volte andar le schiere perse.

85L’una il governo ha in man de l’Oriente;
e l’altra il boreal paese affrena:
questa nel cor ti manderà sì ardente
fiamma, e sì dolce e sì soave pena
che in tutto quasi ti uscirà di mente
l’alta pietà che in Persia ora ti mena;
ma di nodo legitimo al fin seco
congiunto, questa avrai più giorni teco.

86E ti sarà per mille casi avversi,
per mille passi perigliosi e strani
fida compagna, e de i fallaci Persi
nel sangue tinger assi ambe le mani.
Del tuo seme e di lei veggio diversi
nepoti uscir, che i prossimi e i ontani
lochi possederai, non pur la terra
nobil ch’Adria e il Tirreno e l’Alpe serra.

87Ma poi ch’avrai, lor mercé, dando aita
a Licinio acquistato eterna palma,
quei tosto in morte cangierà la vita,
deposta de i pensier la grave salma;
né dopo molto ancor, tu, d’infinita
doglia empiendo la terra, a Giove l’alma
sovra il Ciel manderai, dove in eterno
felice avrai glia anni, e la morte a scherno -.

88E così detto Proteo in mezzo l’onde
saltò veloce; allora ciascuna diva
Costante coronò con doppia fronde
di verde lauro, e di pallente oliva;
poi disse Elpidia: – Dietro a queste sponde
ecco il sentier che a Populonio arriva;
a quel t’appiglia, – e gli accennò col dito,
– né mai ti allontanar, figlio, dal lito.

89E ti sarà da molti a mezza strada
fatto improviso e periglioso assalto;
ma tutti caderan per la tua spada,
del sangue lor tingendo il verde smalto;
quando a fermar poi t’abbi e in qual contrada,
l’alma Ciprigna tua dea, scesa da l’alto
seggio, ti farà noto a punto allora
che uscir vorrai di Populonio fuora.

90Ma perch’io so c’hai di saper desio
quai siano state le tue scorte fide,
io sono Elpidia, e Giove è il padre mio,
questa Cratera, et è figlia d’Alcide;
ambe stiam nel cospetto ognior di Dio
ma, perché lunge da ragion ti vide
già scorso, ne mandò per darti aiuto:
or di tornare a lui tempo è venuto -.

Costante è aggredito dalla squadra di Galeno, li uccide tutti meno uno, Caro, a cui affida un messaggio per l’imperatore (91-121,4)

91E così detto al Cielo ambedue insieme
saliro; e quivi solo il cavaliero
restò, pien di costanza e pien di speme,
seguendo lungo il mar sempre il sentiero;
e d’un gran bosco ne le parti estreme
già solo entrato, e scorto dal pensiero,
veder gli parve lancie, usberghi e scudi
per dove i rami eran di fronde ignudi.

92E ricordassi quel che da la diva
gli fu detto al partirsi onde, la mano
su l’elsa posta de la spada, giva
guardandosi d’intorno accorto e piano,
quando incontra gli uscì sopra una riva
un che in vista gli parve esser romano;
molti altri seco avea, che tutti a paro
con torto sguardo il cavalier guardaro.

93Color Costante salutò cortese,
essendogli al passar giunto al cospetto;
ma visto che il saluto non gli rese
alcun di lor, pigliò maggior sospetto.
Tosto in tanto il lor duce Orfito prese
l’asta e lanciolla al cavalier nel petto;
ma, non sendo il fatal suo dì, la sorte
sola in quel puntolo scampò da morte.

94Ma però, con gran forza l’armatura
l’asta passata, sdrucciolò nel fianco;
il sangue allor, per subita paura
correndo al cor, lasciollo in viso bianco.
Pur visto quivi un loco per natura
forte e levato, ancor che afflitto e stanco,
sopra vi ascese, onde poi meglio d’alto
schivar potea l’impetuoso assalto.

95Non men sicuro fu, preso quel passo,
che ne le spalle alcun ferir nol puote.
Quindi adunque avventando un duro sasso,
con quel rompe a Torranio ambe le gote;
con quel medesmo, nel cader più a basso,
Fausto sul capo in guisa tal percuote
che, fuor da gli occhi e da l’orecchie il sangue
versando, e questo e quel rimane essangue.

96Già de lo scoglio essendo a mezzo sceso
d’essi un drappello ardito, e con gran lena,
Costante in fretta un sì gran sasso preso,
che potea con due man levarlo a pena,
con quel cader, l’un presso a l’altro steso,
quattro fe’ di color sopra l’arena;
questo a gli altri spavento in guisa diede,
ch’indi ritrasser lor mal grado il piede.

97Sì come da pastori orso assalito,
che tra due quercie fermo arditamente,
nessun si mostra d’appressarsi ardito
quel sì ben visto adoprar l’unghia e il dente,
così ciascun di quei, tristo e smarrito,
d’esser qui giunto al fin tardi si pente;
ciascun, ch’ogni sua forza meglio pesa,
vorrebbe esser digiun di questa impresa.

98Già tutta da lui sol fuggia la schiera,
ma Firmian, figliuol di Teodoto,
che al guerrier di sua man dar morte spera,
d’appender l’armi fe’ nel tempio voto,
e ritornò sotto la rupe altera;
ma riuscì d’effetto il pensier vuoto,
d’un sasso in guisa colto da Costante
che andò col capo ove tenea le piante.

99Ciò visto il duce de la turba Orfito,
ch’amava Firmian qual proprio figlio,
salse la pietra minacciando ardito,
ma Costante il ferì nel destro ciglio;
non fu il colpo mortal, ma ben stordito,
del proprio sangue il volto e il sen vermiglio,
diede in terra al cader sì gran percossa
che si stracciaro i nervi e rupper l’ossa.

100Talché gli altri o per doglia e per paura,
morto il duce, lasciar volean l’impresa:
già senza fren ciascun, senza misura,
solo a salvarsi avea la mente intesa.
Ma di voltargli indietro Apronio cura
si tolse, tanto di veder gli pesa
da un sol parte cacciata e in parte uccisa
tutta la schiera, onde parlò in tal guisa:

101- Deh, soldati e fratei, per qual cagione
non volgete ad un sol guerrier la faccia?
Ne i vostri piè l’imperator non pone
la speme sua, ma ne le vostre braccia:
questo, e l’onor, sia in voi bastante sprone
per dare altrui, non per ricever caccia.
Voi sète pur nati e nutriti in Roma,
c’ha l’Africa e l’Europa e l’Asia doma.

102Ma se sprezzate il debito e l’onore
per giunger solo al viver vostro un giorno,
di questa fragil vita almen l’amore
freno al fuggir vi sia sprone al ritorno,
ch’Augusto pien di sdegno e di furore,
di voi lasciando al mondo infamia e scorno,
darà con strazio al timido la morte;
n’avrà a premio a l’incontro e gloria il forte.

103Per questo dir d’Apronio si fermaro
dal fuggir gli altri, e volto indietro il passo
correndo in fretta uniti ritornaro
dove Costante in cima era del sasso.
Quei, non sendo al suo scampo altro riparo,
pietre sempre gettando in copia a basso,
dicea: – Dunque sì grosso e fresco stuolo
d’armati vien contra me stanco e solo?

104Venga pur, gente vil, ch’io solo aspetto
s’alcun tra voi si vuol mostrar gagliardo -.
Ma da Pallante a pena così detto,
gli fu lanciato con gran forza un dardo,
che piastra rotto e maglia, e il ventre e il petto
scopertogli; non fu Costante tardo,
ma sceso in terra e colto audace un scudo,
con quel coprissi e petto e ventre ignudo.

105E fuor tratta la spada arditamente,
or contra questo or contra quel veloce
ridusse in picciol numero la gente,
che in tal guisa pur dianzi era feroce,
di sangue tinto il campo orribilmente
lasciando, in fino al ciel giungea la voce
de i miseri condotti a sì rea sorte,
che aiuto in van chiedean, feriti a morte.

106Fuggian di nuovo quei, di nuovo Apronio
cercava pur di ritenergli a freno
gridando: – Queste, son Tito e Scribonio,
le imprimesse da voi fatte a Galeno?
Che fia quel tu Pallante e tu Feronio,
che creder possa mai tal fatto a pieno?
Io, che presente e con questi occhi il veggio,
di sognar temo e con fatica il creggio.

107Mentr’era Apronio a fermar gli altri intento,
Costante un stral fuor del suo scudo tolto,
che dentro impressi ve n’avea ben cento,
lanciatolo a ferir l’andò nel volto;
e l’infelice tra la bocca e il mento,
per più sciagura a punto avendol colto,
cadde, parlando in tutto d’alma voto,
e la lingua gli andò nel sangue a nuoto.

108Trasse fuor de lo scudo un altro strale,
e nel ventre il cacciò tutto a Pallante;
ferì Turio col brando in guisa tale
che morto allor allor gli cadde inante;
fuggian gli altri ma indarno, ancor che l’ale
avute in loco avessero di piante,
fatto in modo pur dianzi da Cratera
forte il guerrier, ch’ogni un convien che pèra.

109Già tutta estinta era la turba eccetto
quattro, che sen fuggian per quella valle:
m Costante ferì Carin nel petto
d’uno strale, e Soran dietro a le spalle;
Numerio fu, mal grado suo, costretto
fuggendo per un torto angusto calle,
sì come cervo colto al varco in faccia,
di ritrovarsi di Costante a faccia,

110e da la forza l’infelice spinto,
che il fuggir né l’ascondersi gli valse,
trasse il coltel con furia ch’avea cinto,
e primo il cavalier feroce assalse;
quel già ferito avendo in faccia, e tinto
di sangue visto in tal superbia salse,
che tosto il colpo raddoppiò ma il forte
scudo d’acciaio lo scampò da morte.

111Sentitosi bagnar di sangue il viso
Costante, e così fier Numerio scorto,
sopra l’elmo il ferì talché diviso
col capo, a piè cader sel fece morto;
Caro sopra il fratel Carino ucciso,
traffitto dal dolor, languido e smorto,
fendea di strida in tanto e di querele
l’aria, chiamando il suo destin crudele.

112Costante andò là dove a piè del monte
ritrovò Caro, misero e meschino,
di lagrime versar per gli occhi un fonte,
sopra il già morto suo fratel Carino,
né da quei lumi estinti alzar la fronte
potea, ma giunto il cavalier vicino
subito a quel s’ingenocchiò davante,
non men che il fratel suo, morto al sembiante.

113- Signor, – dicendo – ancor che questa mia
temerità merti ogni fiero insulto,
per quella eterna fama onde non fia
del mondo in loco alcun quest’atto occulto,
deh, non mi uccider fin ch’arso non sia
il mio fratello, e il cener suo sepulto.
Carilla ad un sol parto, oggi ancor viva,
produsse ambe duo noi d’Aufido in riva.

114Del venusin poeta unico seme
Carilla, e d’essa eravam noi, che in sette
lustri siam stati e notte e giorno insieme,
né mai l’un senza l’altro un punto stette;
de la vedova matre e vecchia speme,
che in mente sua gran cose ha già concette
del viver nostro, e grave il caso inteso
le sarà sì ch’opprimeralla il peso.

115Ma poi ch’avrò sepolto il fratel mio,
debito ufficio al nostro immenso amore,
ti prego ben per quello eterno Iddio
che ti concede sopr’uman valore,
a voler trar di questo carcer rio
la miser’alma e travagliata fuore,
perch’io sarò, sì gran dolor sopporto,
vivo morendo, e son vivendo morto.

116Costante in dubbio fu sendo successo,
com’era il suo desir, tal fatto a pieno,
di tornar dentro a Roma il giorno istesso
carco di spoglie, e d’assalir Galeno;
ma da Minerva, ch’avea sempre appresso,
a sì folle pensier fu posto il freno,
onde rispose a Caro: – Io so ch’onesto
è ciò ch’or m’hai con tanti prieghi chiesto.

117Ma per contrario so che al vostro Augusto
prometteste e giuraste anco ambedui,
morto ch’io fossi, di troncar dal busto
questa mia testa e di portarla a lui;
s’onesto adunque è ciò ch’or chiedi e giusto,
se di ragion non si negasse altrui
potriasi a te negarlo, ma non voglio:
basta d’entrambi aver spento l’orgoglio -.

118- Non vuo’ negarti – allor soggiunse Caro -,
che al mio signor non promettessi questo;
ma gli empi suoi liberti m’ingannaro
sotto spezie di ben, d’util, d’onesto,
quando me col fratel Carin mandaro
per farti oltraggio aperto e manifesto,
talch’esser di pensier tutto e di mente
giudicato da te debbo innocente.

119Per l’innocenza mia, per la bontade
che in te regna, ti prego a perdonarmi,
col morto mio fratel, cui sol pietade
verso il nostro signor fe’ prender l’armi;
la miser’ombra sua per queste strade
veder, dovunque io mi rivolgo, parmi -.
Rispose allor Costante: – Io vi perdono
non pur, ma d’ambi satisfatto sono.

120Tu sol fra tanti adunque indietro porta
questo a Galeno: che d’un sol per mano
rimasa essendo tanta turba morta,
l’avviso loro è riuscito vano;
e che Dio, che mi fa per tutto scorta,
salvo mi guida a Populonio e sano;
e che il medesmo a lui torrà quel regno
di ch’ei si mostra a mille prove indegno -.

121E detto ciò salì sopra un destriero
di quei che gian pascendo a selle vuote,
scelto d’Etruria il più dritto sentiero,
ché tutte gli eran quelle strade note.
Caro, il duol che chiudea dentro al pensiero,Caro seppellisce il fratello e poi si reca da Galeno, nel riferirgli il messaggio di Costante lo ingiuria e poi si uccide, di seguito anche sua madre si suicida (121,5-136)
col rigarsi di lagrime le gote
scoprendo in tanto, di sua man compose
la pira, e sopra il suo fratel vi pose.

122Poi con tremante mano acceso il foco,
e in cenere il cadavero ridutto,
sotterra il pose indi lontano poco,
tra dure scorze, e infuso il cener tutto;
e perché quanti andassero in quel loco
sapesser la cagion del suo gran lutto,
d’un orno appresso a l’urna il coltel fisse
dentro la scorza, e in tal maniera scrisse:

123«Carin qui giace, che ad un parto istesso
meco già nacque, e sette lustri a punto
sempre siam stati l’uno a l’altro appresso,
né l’un da l’altro mai divisi un punto,
perché di star n’avea Giove concesso
io sempre seco e meco esso congiunto,
tenendo in vita una sol’alma dui
corpi, che in me quel vivo io stava in lui.

124Rimaso adunque lui pur dianzi ucciso
per man d’un cavalier costante e forte,
io, che da l’alma mia resto diviso,
non posso far ch’oggi non giunga a morte.
Deh, non tener di pianto asciutto il viso
tu che leggi il mio caso e la mia sorte;
io Caro, esso Carino, e fu la madre
nostra Carilla, e Caride mio padre».

125Poi ch’ebbe Caro in tal maniera scritto
sopra il sepolcro in viva scorza d’orno,
verso Roma il sentier prese più dritto,
di strida empiendo l’aria d’ogn’intorno.
Come pastor veggiam per doglia afflitto
far da la mandra al signor suo ritorno,
allor che il gregge a sé commesso veda
di lupo o di leon rimaso in preda,

126così nel volto di pallor dipinto
Caro venia di doglia e d’ira pieno,
non già contra il guerrier che l’avea vinto
ma contra di Paterno e di Galeno.
E là dove attendea con viso finto
quei, per saper tutto il successo a pieno,
se n’andò ratto; al cui cospetto giunto
senza inchinarlo o riverirlo punto,

127disse ardito in tal guisa immantinente,
per disperazion già troppo audace:
– Per man d’un sol guerrier tutta la gente
che ad assalirlo andò nel bosco giace,
mercé de la tua dura e falsa mente
che tanto annoia Iddio, tanto gli spiace,
sendo a colui sì perfido e crudele
ch’è sì pietoso al tuo padre e fedele.

128Né pensar che si fermi a questo segno
l’ira di Dio, ché a vendicarsi volto,
mosso dal giusto e ben concetto sdegno
sol per vederti ognior ne i vizi involto,
l’Impero, di cui t’ha scoperto indegno,
ti sarà con la vita in breve tolto;
e quel che tanti uccise di sua mano
vassene vivo a Populonio e sano.

129E in testimonio de i compagni chiamo
l’ombre, che tutte a noi d’intorno sono,
che in vita punto più di star non bramo,
né quella riportai con prieghi in dono;
ma se la vita ho in odio over s’io l’amo,
se falso o vero sia quant’io ragiono,
nel tuo cospetto or or farò con nuova
maniera sì che ne vedrai tu prova -.

130A pena avea queste parole detto,
ch’empiendo i circostanti di stupore,
tratta la spada fuor subito il petto
si traffisse, e passò per mezzo il core,
dicendo: – O giorno d’ogni mio diletto,
vero principio e fin d’ogni dolore,
voglio, o compagni, anch’io seguir quel fato
che di seguir mi fu con voi negato -.

131Sì stupido e sì attonito Galeno
riman, che statua immobile assimiglia,
di sdegno da l’un canto e d’ira pieno,
da l’altro di stupor, di meraviglia,
vistosi Caro innanzi venir meno
e far la terra intorno a lui vermiglia,
mentre alternando il misero trabocca
or per la piaga il sangue, or per la bocca.

132Di così nobil fatto ecco la voce
volar d’intorno, e da Carilla udita;
corse dov’era il suo figliuol veloce
da turba innumerabile seguita,
e mentre il rio Galeno agghiaccia e coce,
or questo affetto or quel la matre ardita,
disse verso di lui con gli occhi asciutti:
– De la tua crudeltà questi son frutti -.

133Segno maggior, più manifesto segno
non ebber mai, né mai gli uomini avranno
che Iddio contra di lor sia mosso a sdegno,
di questo avendo il principe tiranno.
Tu che non sei di tanto Imperio degno,
sol per travaglio de le genti e danno,
sol per castigo d’ogni nostro errore
fosti essaltato a sì sublime onore.

134Poi sanguinoso de la piaga tratto
il coltello, e rivolta a i circostanti:
– Deh, non vogliate questo illustre fatto –
disse – oscurar con lagrime e con pianti;
anzi, del grande acquisto ch’abbiam fatto,
meco si allegri ogni un, gioisca e canti;
d’uom veggio il figliuol mio caduco e frale
farsi a Dio sol per questa morte uguale -.

135Soggiunse poi levando ambe le mani
congiunte, e verso il Ciel la faccia volta:
– O Dio, ch’ognior riserbi a i preghi umani
l’orecchie aperte, i miei benigno ascolta:
deh, sciogli omai fra tanti pensier vani
questa infelice e miser’alma involta;
e lei con quella del mio Caro unita,
raccogli a goder sempiterna vita -.

136E così detto a Dio subito l’alma
mandò, schernendo il miser mondo e cieco,
cader la sciando la corporea salma
presso al suo Caro, e fu sepolta seco.
Diva Carilla, qual trionfo o palma
riportò mai duce romano e greco
che tu nol merti? Essempio antico o novo
d’altri che agguagli il tuo valor non trovo.

La popolazione si reca sul luogo dell’agguato, le donne si disperano (137-150)

137Sì raro caso avea diverso effetto,
dolor, colera, sdegno, odio e paura,
nel popol tutto in guisa tal concetto
ch’ogni un veloce uscia fuor de le mura,
dove innanzi al morir Caro avea detto
ch’un sol guerrier feroce oltra misura
di cento armati interi una coorte,
eccetto il messo, avea condotti a morte.

138Mogli e figli e fratelli ecco e parenti,
de i miseri che fur pur dianzi morti,
correndo al ciel mandar strida e lamenti,
per pietà, per dolor languidi e smorti;
seguia gran turba di lor, parte intenti
ch’or questo or quel si acqueti e si conforti,
parte con gli occhi per mirar le prove
d’un sol guerrier meravigliose e nove.

139Ma giunti al bosco ove successe il fatto,
come tacciuto in fino allor si fosse,
lo strido rinforzàr tanto ad un tratto
ch’augelli e fere a gran pietà commosse;
ciascun rassembra furioso e matto,
visto al primo apparir di sangue rosse
le frondi e molle orribilmente l’erba,
tutti rinovan l’aspra doglia acerba.

140Toccan le piaghe e co i ginocchi in terra
meste le donne, e volta in giù la faccia,
maledicendo chi trovò la guerra,
giungono i corpi a le spiccate braccia:
chi capo tronco in tra le man si serra,
basciandol spesso, e il busto essangue abbraccia,
chi con la scure a tagliar rami attende,
chi quei raccoglie e chi la pira incende.

141Ma che direm de la gentile e bella
Drusilla, di Carin diletta sposa,
lucida più che mattutina stella,
bianca e vermiglia qual giaccinto e rosa?,
che come il cor dal petto se le svella,
dolente e scapigliata e lagrimosa,
cercando gia tra quelle genti morti
col capo chino il dolce suo consorte.

142Sciogliendo se ne va da quelle teste
gli elmi, e ferma lo sguardo in tutto fiso,
prima asciugando con le ricche veste
il sangue, acciò che meglio appaia il viso;
né trovando Carin fa le foreste
tremar col grido, e giunta a l’improviso
dove Caro ne l’orno il tutto scrisse,
gli occhi per sorte in quel, stupida, fisse.

143E letto avendo in quel ruvido stelo
ch’ivi era il cener di Carin sepolto,
con impeto maggior le strida al cielo
mandando, si graffiò con l’unghie il volto,
e stracciatosi il bel candido velo
e il crin leggiadramente al capo involto,
di senso priva al fin cadde per forza
tra il cener caro e quella scritta scorza.

144A quelle strida, a quei sospir concorso
gran popol d’ogni sesso era in quel loco,
che a la fanciulla per donar soccorso,
subito acceso, essendo fredda, il foco,
or col tirarle il crine, ora col morso,
et or con le punture, a poco a poco
dandole in ciò che potean quivi aita,
ritornar fecer la virtù smarrita.

145Ma ritornata in sé gli occhi rivolse
d’intorno a chi ricoverolle il senso,
e seco sdegno setta si condolse
d’averle tolto un refrigerio immenso,
dicendo: – In braccio il mio Carin mi raccolse
da me quest’alma uscita, e quand’io penso
d’esserne al tutto in fin ch’io muoia priva,
veggio ch’ogni mio mal da voi deriva -.

146E detto ciò, di nuovo ancor l’assalse
con impeto più fier l’aspro dolore,
tal che né prego né conforto valse
per far che in parte almen fosse minore;
anzi mostrò che ad altra più non calse,
né passion provo più grave al core
d’essa giamai, del caro sposo morto,
né fu più lunge dal trovar conforto.

147Poi che attonito ogni un stando e confuso,
di quei che allor presenti si trovaro,
scoperta l’urna ov’era il cener chiuso
del suo Carin, ch’avea sepolto Caro,
e in un gran vaso quel pien d’acqua infuso
ch’ivi sorgea d’un vivo fonte chiaro,
lo bevve tutto e disse: – Urna men degna
parmi che al mio signor non si convegna -.

148Mentre costei con lagrimoso ciglio
del suo corpo a Carin fa sepoltura,
cercando Ortensia Firmian suo figlio,
sen va tra quei cadaveri sicura,
e ritrovato quel tutto vermiglio
di sangue, e sì cangiato di figura,
l’aria fendea di strida e di querele,
falso il mondo chiamando e il Ciel crudele.

149- Dolce figlio, – dicea – dov’è la speme
ch’avea di te gran tempo già concetta?
Ne i giorni estremi, anzi ne l’ore estreme,
vedova vecchia qual conforto aspetta,
vistosi al fin de l’unico suo seme
priva, in tanto dolor restar soletta?
ben segno al tuo partir, lassa, men diede
da te percosso il limitar col piede -.

150Ma chi dir potesse d’ogni madre o moglie
che allor priva restò d’ogni sua spene,
le lagrime contar tutte e le doglia,
gli aspri martiri e le soverchie pene,
potria d’ogni gran selva ancor le foglie,
e del Tirreno annoverar le arene.
S’udia di strida risonar d’intorno
l’aria, e i sospir rendean torbido il giorno.

Libro IV

ultimo agg. 16 Luglio 2015 19:40

Argomento
Narra Argeo che fortuna ebbe rubella
Zenobia, e in quai perigli fu sovente
fin che a l’Impero acese d’Oriente;
scioglie Eolo i venti e fa crudel procella.

Costante raggiunge Populonia e organizza una flotta per partire verso l’Egitto, Venere lo sconsiglia visti i rivolgimenti politici che ci sono stati in Africa e gli prescrive di recarsi dalla regina di Palmira, Zenobia (1-13,5)

1Giunto Costante a Populonio in tanto,
con gran piacer fu da ciascun raccolto.
Quivi si giacque con la febre alquanto
per la ferita ch’egli avea nel volto,
ma perché fu dal roman popol pianto,
credendol sotto al tetto suo sepolto,
da Roma e d’altri lochi ivi d’intorno
concorso a lui di gente era ogni giorno.

2E la Toscana e la Liguria tutta,
fatte a Galeno in subito ribelle,
che l’una e l’altra avendo omai destrutta,
con gli aggravi dal petto il cor le svelle,
si rimisero a lui, che già ridutta
di reggimento nuova forma in quelle,
solo un’armata ch’era quivi tolse
per suo bisogno, né da lor più volse.

3Tosto in copia venir fe’ d’ogni parte
mastri, e quella apprestar con molta fretta;
la qual poi ch’egli a remi, a vele, a sarte
fornita vide, e ch’altro non aspetta,
di quanti eran con lui già quella parte
che più gli parve al suo bisogno eletta,
publicar fe’ che il terzo dì prescritto
termine avea per gir verso l’Egitto.

4Di ciò tal grido nacque in un momento,
che ratto in fino al ciel l’aria fendea,
e sì ne fu ciascun lieto e contento,
ch’un giorno a tutti un anno esser parea;
ma quel che un anno a gli altri, a lui par cento,
ché dentro al cor maggior pietà chiudea;
e per partirsi al termine provede
or qua or là dove il bisogno vede.

5Tra l’altre cose andar di vettovaglia
fornito in abondanza avea gran cura,
e di vari tormenti da battaglia,
d’affondar navi e da combatter mura;
e perché al ritornar che non l’assaglia
con vantaggio Galeno avea paura,
sopra l’armata in copia adunar fece
d’ogni sorte armi e solfo e nitro e pece.

6La sera inanzi al giorno ch’ei devea
volger le spalle a i liti d’Occidente,
scesa da l’alto seggio, Citerea
sen venne a lui, come solea sovente;
la forma istessa aver quivi parea,
che serba in Ciel tra la beata gente,
di porpora le guancie e d’or le chiome
spiranti ambrosia, e lo chiamò per nome,

7dicendo: «Io veggio, o cavalier romano,
di gir tua mente verso Egitto intesa,
con speme che di gente Emiliano
t’aiuti, e che ti segua a tanta impresa;
ma il tuo sperar sarà fallace e vano,
ché il fido amico tuo, senza difesa
poter far contra l’altrui frode, a punto
quand’io qui giunsi a crudel morte è giunto.

8Ma Dio, che del tuo amor, de la tua fede
tien sempre cura, e innanzi al cui cospetto
vanno i prieghi devoti, oggi provede
che il giusto desir tuo venga ad effetto:
Zenobia illustre, a cui natura diede
tutte le doti, e nel candido petto
felice chiude ogni virtù più rara,
di far guerra a Sipario si prepara.

9Questa, con Odenato suo consorte,
communicò l’Imperio d’Oriente,
né di Palmira uscir fuor de le porte
disposti son con tutta la sua gente,
fin che il messo di te nuova non porte,
da lor mandato a posta diligente;
e pria ch’oggi tu parta un palmireno
ti conterà tutto il successo a pieno.

10Pria che dal lito i legni scioglia, un messo
da lor mandato a ricercarti in fretta
d’ambi ti narrerà tutto il successo,
perché d’Augusto far voglion vendetta;
questo al prescritto tempo ha lor promesso
d’essere in Siria, ove ciascun l’aspetta,
per te pensoso e con mente sospesa
se lasciare o seguir debban l’impresa.

11Tu segui il messo, e fa’ ch’ei ti sia guida
verso Palmira, e lascia il destro lito
che a questa impresa aver scorta più fida
non potrai di Zenobia, e del marito;
benché per strada sentirai le strida
che l’innocente imperator tradito
fia da l’ingrato cugino e morto,
pria che tu giunga a Miriandro in porto».

12Sparve ciò detto, e il cavalier, sparita
la dea, surse dal letto, a cui la sorte
d’Emilian recò doglia infinita
che in mezzo del fiorir sia giunto a morte.
Ma perché vuol ch’abbia Licinio aita
di Siria il messo attende, che gli apporte
de la regina l’ambasciata, e tosto
di seguirlo in Palmira era disposto.

13E perché sa che de la dea non manca
promessa mai che non riesca vera,
uccise al dio de’ venti un’agna bianca,
et una al dio de la tempesta nera,
un toro a te, Nettuno; e da man stancaGiunge un messo di Zenobia, lo informa che la regina lo sta aspettando per portare guerra a Sipario (13,5-22)
ecco in tanto apparir presta e leggiera
la nave, e il messaggier, come benigna
predetto a lui pur dianzi avea Ciprigna.

14Né molto indugio fe’, che il porto prese
la nave, e si accostò subito al lito;
e quivi in terra un cavalier discese
che di porpora e d’oro era vestito;
l’usbergo avea, con tutto l’altro arnese,
sì adorno che valean prezzo infinito
l’armi sue, sparte con sottil lavoro
di ricche gemme e di purissim’oro.

15Sembrava in vista il guerrier siro o perso,
che molti servi adorni in tal guis’anco
d’abito avea, ma di color diverso,
giallo, verde, morello, azzurro e bianco.
Sparto il grido per tutto, il popol verso
la nave corre, e giunge anelo e stanco
tanto ciascun desia mirar vicino
l’abito lor superbo e pellegrino.

16Costante allor, ch’avea l’animo intento
se il messo di Palmira omai venìa,
sperando che sia quel, con più di cento
cavalieri e patrizi in compagnia
vèr lui mosse, a grave passo e lento,
talché scontrati e con gran cortesia
fatte belle accoglienze, a lui primiero
parlò in tal guisa il cavalier straniero:

17«Costante, gloria de l’Ausonio nome,
di cui non ha più valoroso e saggio
dovunque spiega le dorate chiome
l’aurora, e scorge l’apollineo raggio,
né Giove a te sotto corporee some
produsse mai, né produrrà paraggio,
ché di rara pietà, d’alto consiglio,
d’Anchise avanzi e di Laerte il figlio,

18Zenobia, a cui fu d’Oriente il regno
dal Ciel per l’alta sua virtù concesso,
col marito Odenato, ambi sostegno
del vostro Impero in ogni parte oppresso,
contra Sipario rio, colmi di sdegno,
grande essercito insieme avendo messo,
tardi, per quel che Giove ha detto, vanno,
mentre mandato a ricercarti m’hanno.

19Quel dio cui diede l’africana arena
per tutto il nome sì famoso e chiaro,
rispose in guisa che s’intese a pena:
– Non avrai contra i barbari riparo,
né trar potrai Licinio di catena,
né fuor de l’empia man del Perso avaro:
indarno fian quest’armi e indarno tante
schiere, se teco non avrai Costante -.

20Dunque, o signor, poi che il dolor ti preme
d’Augusto tanto e la salute aggrada,
soccorri a tempo il popol nostro, e insieme
il signor tuo, con l’onorata spada;
senza il tuo braccio ogni un pauroso teme
verso Oriente di pigliar la strada,
ché, intesa avendo la fatal risposta,
ogni lor speme hanno in te sol già posta».

21D’Argeo Costante le parole intese,
ch’era così chiamato il messaggiero,
d’ardor più vivo ancor tutto si accese
di gir là dove il Ciel gli apre il sentiero;
ma come quel che umano era e cortese,
con parlar saggio e pien d’affetto vero,
«Troppo gran premio oggi m’avete offerto»
disse «rispetto al mio sì picciol merto.

22Che Ammonio per risposta o ch’altro dio
parli di me, non so donde m’avegna,
non conoscendo il debil valor mio,
né parte alcuna in me che ne sia degna;
ma però tutti andiam, perché desio
di Zenobia seguir l’altera insegna,
che a par del sol per tutto illustre splende,
sì che a la gloria ogni fredd’alma incende».

La flotta prende il mare, il messo Argeo racconta la storia di Zenobia, cacciata dal regno del padre dal feroce zio, il sanguinario tiranno Artemio, e richiamatavi dal saggio Odenato, a cui poi è andata in sposa (23-131)

23Cortesemente il saggio palmireno,
reso grazie a Costante a paro a paro,
sendo l’onda tranquilla e il ciel sereno,
tosto sopra l’armata ambi montaro;
e di Liguria il vago lito ameno
lasciando a dietro, ne l’Etrusco entraro,
stando il nocchier la notte e il giorno intento
al suo camin, poi c’ha secondo il vento.

24Temuto in prima avea Costante molto
che a la scoperta ancor l’empio tiranno
l’avesse ad assalir, vistosi tolto
d’usar la fraude solita e l’inganno,
ma già d’ogni timor libero e sciolto,
non teme oltraggio più, non teme danno,
che il Tebro a dietro resta, e che veloce
l’armata è giunta ove il Vulturno ha foce.

25Già innanzi a gli occhi lor vicina siede
l’alta e gentil città, cui la sirena
quivi sepolta il nome antico diede,
d’amor, di leggiadria più ch’altra piena;
ma per fuggir quel mostruoso piede,
che sotto faccia limpida e serena
Scilla nasconde, e di Cariddi il morso
torcendo gian verso man destra il corso.

26Verso Merigge da man destra alquanto,
volti fendean del gran Tirreno l’onda,
sendo il sol chiaro e l’aria in ogni canto,
l’aura spirando al lor desio seconda;
Costante allor, perché non vuol che in tanto
si getti il tempo in ozio, con gioconda
faccia ad Argeo rivolto «O signor mio»
disse «da voi saper bramo e desio

27in qual guisa Zenobia il fero artiglio
d’Artemio prima e poi d’Artemidoro
fuggisse, e con qual forza o qual consiglio
consegua a i danni suoi tanto ristoro,
che, vivendo pur dianzi in duro essiglio,
or di scettro regal, di mitra d’oro
adorna, a tante nazioni e strane
genti comanda, indomite e lontane».

28De la romana nobiltà gran parte
seguia Costante a l’onorata impresa:
chi per sdegno da Roma e chi sen parte
per tema, e qual per ricevuta offesa;
altri al suo re per satisfare in parte
di espor la vita è pronto in sua difesa,
come lo sforza il debito e la fede
conoscendo da lui ciò ch’ei possede;

29costor che di Costante eran presenti
a le parole e ne la istessa nave,
tacquero tutti a la risposta intenti,
cui di saper par ch’ogni indugio aggrave.
Dunque Argeo, che i suoi re tra i più prudenti
eletto il primo avean, con saggio e grave
parlar, visto d’ogni uom le luci fisse
fermate in lui, così rispose, e disse:

30«Benché, o signor, sian per l’adietro gli anni
stati infelici di Zenobia molto,
cui fu dal zio con fraude e con inganni
la madre e il padre in pochi giorni tolto,
pur già, visto in riposo i lunghi affanni
e il gran dolore in gran piacer rivolto,
narrarvi il tutto a pien non mi fia noia,
anzi, pensando al fin, letizia e gioia.

31Ne la più vaga e dilettosa parte
siede la patria mia de l’Oriente,
nel cui bel sito, più che altrove, ogni arte
pose natura in farlo diligente;
questa, non men che Roma, il vostro Marte
da le forze barbariche sovente
difese, ond’ella il gran dominio intero
sempre servò tra l’uno e l’altro impero.

32Di questa illustre e gloriosa terra
pervenne Artemio al sommo magistrato,
che saggio essendo, e forte in pace e in guerra,
e di fortuna d’ogni ben dotato,
fu da la plebe instabile, che atterra
spesso le leggi, in vita confirmato;
ma tenne in parte il grave error nascosto
l’aversi in man d’uom sì prudente posto.

33Con modestia, con arte e con destrezza
si fece Artemio i palmireni grati,
talché, salito a quella somma altezza,
regnò con grazia ancor de gli ottimati.
Gli accrebbe anco, non men che la ricchezza,
la nobiltà favor, sendo già nati
gli antichi padri suoi de i re d’Egitto;
e ristorò l’Imperio nostro afflitto.

34Fu giusto tanto e liberal che degno
d’assai maggior Impero anco apparea.
Spinto Artoserse a tòr la vita e il regno
al parto re, che insidie a lui tendea,
pose concordia e levò il fiero sdegno
che tra quel nacque e il figlio di Mammea;
e grande Impero al palmireno aggiunto,
diece lustri regnò felice a punto.

35Lasciò due figli, Artemio et Aristarco,
de’ quali Artemio era d’età maggiore,
ma di perfidia e di viltà sì carco,
come il fratel di fede e di valore;
onde, per esser d’ogni tema scarco,
visto rivolto il popolar favore
verso Aristarco, come di più merto,
l’avelenò per man d’un suo liberto.

36Morto Aristarco, il crudo Artemio in breve
l’ardente ira sfogò che dentro l’arse:
con crudeltà, per cagion falsa o lieve,
d’ogni amico fraterno il sangue sparse.
Per questa tirannia sì dura e greve
la paterna bontà più chiara apparse;
sol di mort’era e di tormenti vago,
qual tigre ircana o qual libico drago.

37L’infelice Aristarco avea lasciate
Zenobia, figlia, e Teocrena, moglie:
con questa furo i prieghi e forze usate
dal tiranno per trarla a le sue voglie;
ma lei, che il petto armato d’onestate
dal suo fermo proposito non toglie,
prima disposto avea darsi la morte
che fare oltraggio al suo fedel consorte.

38Dopo mille repulse, egro e dolente,
come lo sdegno e il furor cieco mena,
già l’amorose fiamme avendo spente,
d’adulterio accusar fe’ Teocreana;
poi lapidar la misera innocente
fino a la morte, ahimè, con grave pena:
contra ogni donna che non sia pudica
questo osserviam per nostra legge antica.

39Ma più solennità prima si fanno
che a morte sia dannata alcuna rea;
contra lei valse più che il ver l’inganno,
poi che a l’empio signor così piacea.
Non tenne Artemio il regno a pena un anno,
che deserto in gran parte esser parea;
molti elesser più tosto eterno essiglio,
che di morte restar sempre in periglio.

40Né gli bastava che pur dianzi l’empio
l’armi avea d’ogni sorte a ciascun tolte,
e quelle chiuse in un capace tempio,
anzi più tosto si può dir sepolte,
ch’esser di tirannia volendo esempio,
più cose in mente sua prima rivolte,
mentre la gioventù far molle ordiva,
di nervo, di valor, d’animo priva.

41Fe’ questa legge e tosto in uso
pose: ch’ogni fanciul fino a i venti anni
si essercitasse a i balli, a l’ago, al fuso,
con veste d’oro e di purpurei panni
che gli arrivasser fino in terra giuso,
sedendo tra le donne in bassi scanni,
con varie reti in treccie il crin involto,
di gemme adorno il sen, di liscio il volto.

42Penne acconcie con arte avean la state,
e il verno pelli preziose in mano,
d’oro adorne e di gemme, a lor portate
da questo e da quel loco indi lontano.
Ma quei che nacquer prima in libertate
da gli occhi tutti si levò pian piano:
parte uccise e sforzò, parte con legge
a coltivar le campagne, a pascer gregge.

43Fece ogni servo libero che a i suoi
signori desse occultamente morte,
spingendogli a sposar per forza poi
de i miseri o le figlie o la consorte,
con dir: – Le donne io lascio in preda a voi,
pur che la robba a me tutta si porte -;
questa ognor tolta altrui con varie frodi,
de la persona sua dava i custodi.

44Cento e più ricchi un dì senza cagione
fatti morir, per torgli ogni tesoro,
vista non riuscir l’opinione,
madri e sorelle e mogli e figlie loro
fe’ subito cacciar tutte in prigione,
dubitando che ascoso avesser l’oro;
e stato essendo a i preghi e duro e sordo
gran tempo, al fin con lor fe’ questo accordo:

45che, pagata gran somma di danari,
uscisser di Palmira il quarto giorno
con le gemme e co i panni a lor più cari,
per quella porta ch’esce a mezzogiorno.
L’empio tiranno e i suoi ministri avari,
per farle oltra il gran danno ancor più scorno,
con gran misterio avean prescritta l’ora
che tutte insieme uscir devesser fora.

46Credendo ogni una adunque andar sicura,
le cose avean di maggior prezzo tolte,
e quelle accomodate con gran cura
nel seno, in grembo, o in qualche tasca involte;
le giovani, vezzose per natura,
con reti d’or le treccie avean raccolte,
e il collo di monili e il capo adorno,
con l’oro a i piedi et a le braccia intorno.

47Ma non sì tosto il quarto giorno unite
giunsero per uscir fuor de la porta
che fur da quelle genti empie assalite
che far (di patto) le dovean da scorta;
per questo assalto afflitte e sbigottite
ne rimase di lor gran parte morta,
che non sapendo, misere, che farsi
s’eran volte a fuggir sol per salvarsi.

48Tosto ignude spogliate, e crudelmente
di nuovo tutte imprigionate furo;
ma si diè morte alcuna arditamente,
ch’altro partito non trovò sicuro;
onde quell’empia e maledetta gente,
poste subito l’altre il loco oscuro,
con ceppi e nodi le acconciaro in guisa
che la strada a fuggir fu lor precisa.

49Dal carnefice poi furo in gran strazio
tenute alquanto, e finalmente appese;
ma trecento e più sendo in minor spazio
non si poté espedir l’empio d’un mese.
Molti che Artemio esser credean già sazio,
e spente in lui trovàr le voglie accese,
gli disser, per salvar quattro polzelle,
di seme illustri, a meraviglia belle:

50- Vergine dal carnefice aver morte
non può per legge e per nostr’uso antico -.
L’empio rispose: – Una medesma sorte
con l’altre avran; ma quanto a l’uso io dico,
de l’oscura prigion dentro a le porte
il carnefice, fatto a quelle amico,
piacer seco amoroso in prima prenda,
né più vergini poi loro anco appenda -.

51Così fu fatto; e videsi quel giorno
tosto il sole apparir di chiaro oscuro,
e indietro far dal suo camin ritorno,
che non volse mirar caso sì duro.
Dunque in tal guisa e l’unghia e il dente e il corno,
per far la vita e il suo regno sicuro
quel mostro insanguinassi, che l’Inferno
tal mai non ebbe e non avrà in eterno.

52Sola Zenobia rimanea fra tanti,
d’Aristarco e d’Artemio unico seme,
di rare doti e di costumi santi
ornata, e di virtù chiare e supreme,
talché il mondo di lei par che si vanti
più che di tutte l’altre unite insieme,
e il sesso feminil per sì chiar’alma
tra noi riporta di valor la palma.

53Fornito avea Zenobia un lustro a pena
quando fortuna sì crudel l’assalse,
ché fur morti Aristarco e Teocrena
parenti suoi, né la innocenza valse:
quei d’ascoso col tosco e con gran pena,
questa in publico sol per prove false.
L’infanzia e il sesso di Zenobia forse
di sé pietate al crudo Artemio porse;

54o che de l’empio zio l’ingorda voglia
già fosse in parte, e il furor grave spento;
o ch’ei nel cor tormento avesse e doglia,
e del fraterno spirto ombra e spavento;
o che l’eterna providenza toglia
l’intelletto a i mortali e l’ardimento,
perché ad effetto il fatal corso vegna
non quanto l’uom tra sé volge e dissegna.

55Questa fanciulla il sommo Padre eterno
serbava ad alte e gloriose imprese,
e datole ab eterno avea il governo
di tante genti e di sì gran paese.
Del zio contra lei dunque l’odio interno
fu vano ognor, ch’ognor Dio la difese,
benché restasse in man del mostro fero
dopo il caso materno un lustro interno.

56Quella tenera età, quel fragil sesso
d’Artemio prima avea ogni dubbio tolto,
ma poi, scorto il valor sì saldo impresso,
e il popol tutto a lei sola rivolto,
come a gli animi vili accade spesso
riman per tema in gran travaglio involto,
sì ch’altro mai non pensa e non discorre
che lei di vita occultamente tòrre.

57L’empio crede dopo Aristarco estinto
e Teocrena al viver regio avvezza,
dopo aver morto o fuor del regno spinto
qual più splendea per nobiltà o ricchezza,
securo in pace (essendo giunto al quinto
lustro due volte omai) starsi in vecchiezza:
or di Zenobia inerme orfana teme,
tal coscienza il cor gli punge e preme.

58Era in Rodi a quel tempo, assai potente,
Adrasto, in terra e in mar di guerra esperto,
da cui servito Artemio lungamente
con fede ancor gli avea renduto il merto,
dunque l’empio a costui si pose in mente
di far l’occulto suo pensiero aperto.
Così tra sé questo conchiuso, scrisse
che per cosa importante a lui venisse.

59E sparse in tanto voce che volea
mandar Zenobia a star più giorni seco,
poi che a prender disposta la vedea
le discipline e l’idioma greco;
di questo il popol gran letizia avea,
dal desio fatto e da la speme cieco,
né pensa che il tiranno ognor nasconde
l’aspe crudel sotto fiorite fronde.

60Ma poi che in Siria giunto il rodiano
e di Palmira fu dentro a le porte,
cortesemente e con sembiante umano
l’accolse Artemio, et onorollo in corte;
poi trattolo in secreto un dì per mano,
lo costrinse a giurar con modo forte
di far quanto vorrebbe, e ch’ei non manco
di servir lui non si vedria mai stanco.

61Soggiunse poi, turbato in vista molto,
che per timor, per gelosia di stato
contra il proprio fratel s’era rivolto,
di ragion vera e di giust’odio armato;
né per averlo al fin di vita tolto
s’era il sospetto in lui punto scemato
per una figlia sua, da cui prendea
tal forza quel, ch’ognor dentro il rodea.

62- E perché ritrovar non so, per trarla
a morte, via più occulta e più sicura,
teco – l’empio dicea – voglio mandarla,
con patto che nel mar debbi gettarla,
così da me fia tolta ogni paura,
scrivendo indietro poi come sommersa
sia per la tempesta e per fortuna avversa -.

63Stupido Adrasto a le parole intento,
pien d’ira e di dolor la faccia tinse,
e dentro al cor l’assalse aspro tormento,
ma tristo al fin ne gli omeri si strinse,
poi che a l’incauto il forte giuramento
la libertà del voler proprio estinse,
onde, sforzato il parricidio atroce,
disse di far però con bassa voce.

64Quindi poi si partir che il rio tiranno
gli diè Zenobia, e del camin più corto
notizia avuta, a gran giornate vanno,
fin che di Lodicea giunsero al porto;
dove, imbarcati per soverchio affanno,
rimase Adrasto isbigottito e smorto,
poi che il mar vide a lui prescritto, dove
far si devean le scelerate prove.

65Giunto a Cipro il nocchier dal destro canto,
costeggia di Cilicia la riviera;
lascia indietro Panfilia, Olimpo e Xanto,
ch’apre dal mar l’acqua profonda e nera;
già vicina è la nave a Rodi tanto
che il dì medesmo d’arrivarvi spera;
già la terra si mostra e scopre il lito,
né trova Adrasto al suo dolor partito.

66Quinci religion, quindi pietade
gli fan con ugual forza impeto al core;
questa vuol che riguardo abbia a l’etade
de la fanciulla che innocente muore,
quella gli ricorda e persuade
che il mancar di sua fé sia grave errore;
dar morte a chi non l’abbia offeso è grave,
romper la fede e il giuramento pave.

67Deh, quanto è falsa in quei l’opinione
che nel romper la fé timidi stanno,
la fé data a colui che intenzione
mala e fondata tien sopra l’inganno,
perché l’uom che in servarla fia cagione
non pur di morte ma d’altrui men danno
commette error, né si può in alcun modo
stringere a ciò, con qual si voglia nodo.

68Rimaso era tra sé gran pezzo in forse
l’afflitto Adrasto, e dal travaglio oppresso,
quando un util rimedio al fin gli occorse,
come dal Ciel per gran pietà concesso;
con questo aiuto a la fanciulla porse
senza mancar di quanto avea promesso:
fece un seggio acconciar, sopra cui salse
Zenobia, e l’attuffò ne l’onde salse.

69D’asse con pece il seggio era ben chiuso
d’intorno sì ch’entrar non potea l’onda,
poi con funi apprestate a sì fatto uso
de la nave appiccato ad una sponda,
la fe’ calar con pesi gravi giuso
pian pian, fin che nel mar tutta s’asconda,
poi quindi trar, ché satisfatto vede
con la pietade a l’obligata fede.

70Giunsero in tanto a Rodi e la donzella
tenne Adrasto nascosta con gran cura,
perché il zio non n’udisse altra novella,
e da gli inganni suoi fosse sicura;
scritto gli avea che per crudel procella,
sì come piacque a l’empia sorte dura,
s’era sommersa, e quasi ogni altro morto,
tra il Xanto in Licia e di Telmezzo il porto.

71Ma perché star nascosta in Rodi vieta
de’ Siri il conversar troppo frequente,
fra pochi giorni la condusse in Creta,
a Filocrate Isauro suo parente;
il qual l’accolse con la faccia lieta,
ma ben nel cor per lei gran doglia sente.
Poi quindi a lui, sendo a partir costretto,
raccomandolla con paterno affetto.

72Subito Adrasto in Rodi fe’ ritorno,
e Zenobia lasciò con Filocràte,
presso a cui poi gran tempo ebbe soggiorno,
raro essempio di grazia e d’onestate.
Fioriano in lei virtù di giorno in giorno:
senno e prudenza oltra la verde etade,
valor bontà, forza, destrezza e fede,
che sol fu di virtù del padre erede.

73D’ogni arte liberal, d’ogni idioma
sì studiosa fu, sì piacer n’ebbe
che al suo dir puro e grave Atene e Roma,
cui gloria accresce, al par d’ogni altro ebbe;
Marte ornolla di lauro ancor la chioma,
e fu (ma chi parlarne a pien potrebbe?)
ne i giochi o di palestra o d’altra sorte
con feminil decoro e destra e forte.

74Non solo in continenza imitatrice
fu de la diva di Latona figlia,
ma di selvagge fere cacciatrice,
del cui sangue facea vermiglia l’erba.
Non rupe o bosco, non antro o pendice
al suo corso leggier poser mai briglia,
mentre più franca ognor con lancia o dardo
seguiva or capro or damma or cervo or pardo.

75Prima solea con maraviglia molta
vincer nel corso ogni animal veloce,
e quei cacciava ognor leggiera e sciolta,
al duro ghiaccio e quando più il sol coce;
cominciò poi per l’aspra selva incolta
ad affrontarsi col cinghial feroce,
e con l’orso e col tigre e col leone,
onde ne riportò palme e corone.

76Di queste fere già per tutto inopia
ne l’isola di Creta esser solea,
ma ne l’Imperio d’Antonin già copia
Marzio pretor condotto ivi n’avea,
che di Scizia e d’Arabia e d’Etiopia
portar ne fece quante più potea;
godeasi quei l’universal bonaccia
del vostro Impero in giochi e in feste e in caccia.

77Da indi innanzi ognor ne fu abondante
la nobil Creta quanto ogni altra parte.
Ne gia per campi o selve indarno errante
d’Aristarco la figlia, anzi di Marte,
che tra i virgulti spesso e tra le piante,
d’un vel succinta e con le freccie sparte,
dormia appoggiando il capo a pietra o stelo
la state, il verno, a la rugiada, al gielo.

78Oltra che di bontà Zenobia è piena
di senno, d’onestade e di valore:
sembra donna celeste, anzi terrena
dea nel bel viso ove s’annida amore;
quivi come a lui par scalda e raffrena
ogni più duro et agghiacciato core;
la donna a rimirar gli occhi e le ciglia
s’empie d’invidia, e l’uom di meraviglia.

79Ben fu Tomiri in arme illustre, e quella
regina nota a la cantata chioma,
in castità colei che a sé rubella
diè morte e liberò dal giogo Roma,
tra le muse fu Saffo, e in esser bella
la greca, onde restò la Frigia doma;
ma questa il pregio a tutte l’altre ha tolto,
sendo in lei sola ogni valor raccolto.

80Publicata la nova Artemio in tanto
dal vero, a mal suo grado, avea diversa,
e già sparto era il grido in ogni canto
che la fanciulla in mar giacque sommersa;
quinci nacque dolor, mestizia e pianto,
che il popol tutto da un sol occhio versa;
quindi ad alto salian strida e querele:
chi ingiusto il Ciel dicea, chi il mar crudele.

81Ma fatto il caso avea contrario effetto
nel falso re, che lo credea per vero,
perché s’altri sospira ei n’ha diletto,
s’altri si dole ei va di gioia altero,
benché per simular quel ch’avea in petto
si vestì con lugubre abito nero,
ma non sì ben pone l’astuzia in opra
che l’interno piacer non si discopra.

82Perché sì come egli è difficil cosa
finger con mente afflitta il gioco e il riso,
così non può l’alta letizia ascosa
restar sotto fallace e finto viso;
vorria l’empio mostrar mente dogliosa
e ch’abbia da se stesso il cor diviso,
ma far nol può perch’al fin sempre è forza
che il ver di fizzion rompa la scorza.

83Tenuto avea già fino al settim’anno
l’empio a Palmira il giogo e i ceppi e il morso
dal dì che il popol con sì grave affanno
pianse il naufragio che non era occorso,
quando il Padre superno, a cui sen vanno
de’ giusti i preghi, non tardò soccorso,
sendo ognor pronto con mortal saetta
castigar gli empi, allor che men si aspetta.

84Molti di quei che il rio sotto pretesto
d’arar campi cacciati avea in essiglio,
scorto a più veri indizi manifesto
soprastargli maggior sempre il periglio,
ché Artemio non contento ancor di questo,
come uccidergli ognor chiedea consiglio,
fatti per la total perduta speme
audaci e forti s’adunaro insieme.

85E questa cosa da principio lieve
stimata fu, ma poi da varie parti
vi si ridusser tante genti in breve,
Siri, Armeni, Fenici, Arabi e Parti,
ch’oltra ogni creder riuscita greve,
Artemio i suoi soldati prima sparti
raccoglier fe’ dentro a Palmira tosto
severo a castigar color disposto.

86E pensando tra sé come ad effetto
mandar potesse quel sì rio pensiero,
ecco arrivargli un giovene al cospetto,
ignudo e tutto di percosse nero,
co i segni a i piedi, onde parea che stretto
stato in catena fosse un mese intero;
e giunto afflitto e smorto nel sembiante,
prostrato a i piè se gli gettò davante,

87simulando fuggir da i suoi ribelli,
che l’avrian crudelmente a torto ucciso,
gli disse ove sarian la notte quelli,
l’un da l’altro senz’ordin diviso,
talché a la rete aver non men che augelli
potea tutti a man salva a l’improviso;
e in somma oprò che Artemio allora allora
seco i soldati uscir fe’ tutti fuora.

88Questo era Ermippo, figlio d’Andronoro,
che fu con gli altri dal tiranno spento,
allor che per levargli ogni tesoro
n’uccise a torto in un sol giorno cento.
Cauto Ermippo guidò sempre costoro,
del padre morto a vendicarsi intento,
per lochi inculti ove altro non si vede
che sabbia, né si può fermarvi il piede.

89Con circa trenta in tanto Alceste ardito,
il cui padre ebbe ancor quel giorno morte,
con pelli da pastor ciascun vestito,
entraro a quattro a sei per varie porte;
ma poi che il giorno in tutto fu partito,
raccolti insieme, ogni un sicuro e forte,
giunto per altra via con l’oste Artode,
gli apriro, ucciso prima ogni custode.

90Di quei prescritti figlio Artode ancora,
con diece mila ch’egli avea raccolti,
dentro a Palmira entrò proprio in quell’ora
che stan nel sonno gli uomini sepolti,
chiusa con tanta astuzia avendo fuora
del tiranno i soldati, a cercar volti
l’orme lor, mentre Ermippo per l’arena
più lunge ognor da la città gli mena.

91Stato era il giorno innanzi di Derceto
solenne festa, in simil giorno ogni uno
mangia e beve assai più del consueto,
e questo a i nostri fu molto opportuno,
ché Artode se n’andò presto e secreto
con quelle genti, essendo l’aer bruno,
del tiranno al palazzo e su la porta
trovò dormir quei che facean la scorta.

92Sendo ebri e di vin colmi in fino in gola
gli diero a tutti immantinente morte,
talché senza udir grido, anzi parola,
si fe’ il medesmo a tutte l’altre porte;
giunsero al fin dove nel letto sola,
col tiranno giacea la sua consorte,
per figli aver da lui pur dianzi tolta,
dotata di beltà, di grazia molta.

93Ma non raffrenò grazia né beltade
l’impeto lor, né punto alcun commosse
a prender de la misera pietade,
per timor ch’ella già gravida fosse:
cento lancie in un punto e cento spade
del sangue d’ambedue rimaser rosse.
Poi quindi fuor mandando al ciel le voci,
scorser per tutta la città feroci.

94Gli amici del tiranno crudelmente
morti fur, poste a sacco, arse le case,
e in tal tumulto alcun ch’era innocente
colto in error quel dì spento rimase;
ciò visto Artode, il duce lor prudente,
a depor l’arme il popol persuase,
d’Artemio esposto tra deserte rupi
il cadavero in preda a i corvi, a i lupi.

95Dunque per opra del prudente duce
l’armi posate, era ogni cosa queta.
Ma l’ozio, che a discordia spesso induce
l’instabil vulgo che non serva meta,
per timor de la legge che produce
gli ordini tutti e la licenza vieta,
cagion fu quasi che in ruina andasse
Palmira, e d’uom più rio serva restasse.

96Fornito ancor non era intero un anno
da che in Palmira Artemio ebbe la morte,
ch’Artemidor cugin di quel tiranno
scorse de la città fino a le porte;
con fraude il re di Persia e con inganno
lo fe’ di gente e di danari forte,
con speme d’acquistar per quella strada
regno sì bel senza oprar lancia o spada.

97Dentro a la terra ecco il tumulto grande,
d’amici essendo Artemidor potente;
corron gli armati da diverse bande,
come i rivi per pioggia al lor torrente,
né di quei primi alcuno appar, che mande
(non ch’egli vada) ove il periglio sente,
perché a se stesso ogni un pauroso attende,
né donde esca il rumor vede o comprende.

98La congiura però non ebbe effetto
(così van senza capo ognor l’imprese):
la turba vil per natural difetto
a vendicar l’onte private attese,
ond’ebbe tempo un saggio duce eletto,
per tal cagion di porsi a le difese,
ragunar genti armate e con gran cura
chiuder le porte, e circondar le mura.

99Ma poi che usciti fur del gran periglio
d’Artemidor, ch’abbandonò l’impresa,
e ch’ebber morto over posto in essiglio
chi dentro avea la parte sua difesa,
il Senato ordinò, visto il consiglio
del re perso e la mente sua compresa,
che de l’ordine loro un si eleggesse
a cui l’impero, come pria, si desse.

100Perché nel tempo tempestoso e fero
lo stato popolar non è opportuno,
ma quel perfetto può chiamarsi e vero
governo, il qual sia posto in man sol d’uno,
pur ch’ei segua d’Astrea sempre il sentiero,
né mai riguardo in questo abbia ad alcuno,
raffreni il senso e sprezzi l’oro e ceda
a la ragione, e che il tutto oda e veda.

101Questo decreto adunque stabilito
da i padri, e da la plebe confirmato,
fu con giudicio intero anco adempito
quel dì, ché a tale effetto era ordinato,
poi che ogni un d’essi di volere unito
monarca elesse e principe Odenato,
e sì ugualmente a tutti il nome aggrada
che ne risuona intorno ogni contrada.

102Era Odenato figlio d’Arismarte,
disceso da Seleuco, illustre seme,
grato a Minerva e non men grato a Marte,
di virtù rara e d’infallibil speme;
qual, per fuggir la civil guerra, in parte
ritratto s’era, ove di nulla teme,
col pensier volto ad ogni cosa, eccetto
che ad esser re de la sua patria eletto.

103Dunque non era ivi presente allora
quando il suo nome risonar s’udia,
che spendea il tempo di Palmira fuora
in caccie e in studi e in far sol cortesia;
non fèro i padri e il popolo dimora,
per dar lor stessi e il regno in sua balia,
ma tutti usciro, ond’era in guisa piena
la strada che potea capirgli a pena.

104Contra sua voglia fu Odenato in tutto
rimosso da quel viver sì tranquillo,
e con trionfo a la città condutto,
sicura omai sotto sì bel vessillo;
così de i merti suoi l’intero frutto
ebbe dal Ciel, che a tanto onor sortillo;
e d’aurea mitra e d’aureo manto adorno
dava legge a le genti ivi d’intorno.

105Ma volse in tanto a la ventura il Cielo
di Zenobia innocente aprir la porta
da i palmireni rimuovendo il velo
de l’ignoranza, onde l’avean per morta.
Però mentr’ella con ardente zelo
di virtù segue l’onorata scorta,
giunse la nuova ch’era Artemio morto,
ond’ebbe Adrasto al cor gioia e conforto.

106Anzi era sparta questa voce intorno
ch’ei ne fosse cagion stato in gran parte,
per far vendetta di quel grave scorno
quando egli strinse a giurar lui con arte;
e se presente non trovosse il giorno
che l’ossa fur del rio tiranno sparte,
di sé sospetto dar non volea forse;
ma fosse o no, così la fama scorse.

107Né così tosto dopo il caso occorso
si mosse a far Zenobia manifesta,
d’Artemidoro inteso ch’era scorso,
e che a tumulto avea la plebe desta;
e che l’averli dato il re soccorso
più rendea la città turbata e mesta,
vedutosi nemico al fin scoperto
sì gran re, sì vicin, sì d’armi esperto.

108Ma poi saputo che a l’Imperio loro
felicemente era Odenato asceso,
per cui d’ogni lor danno ampio ristoro
scarchi prendean d’insopportabil peso,
con Sipario schernendo Artemidoro,
visto il re nuovo a la vendetta inteso,
tempo gli parve da non star più a bada,
ma che a Palmira egli in persona vada.

109Così fe’ dunque, e quivi tosto giunto
appresentossi al nobil Palmirarco,
e gli narrò com’era il tutto a punto
de l’innocente figlia d’Aristarco:
com’ei giurò, come di duol compunto
la salvò poi dal periglioso varco;
e d’ogni cosa in somma il fa capace
mentr’ei pien di stupor lo guarda e tace.

110Come Egeo quando rimirò presente
starsi Teseo suo nobil figlio e d’Etra,
conosciuto a la spada incontinente
chiusa da lui sotto la grave pietra,
di meraviglia e di letizia in mente
colmo restò, che morte oscura e tetra
temea, né di lasciar frutto che il seme
d’esso illustrasse, avea punto di speme,

111così Odenato, che in gravosa pena
fu per Zenobia, ch’ogni un morta crede,
ora al parlar del caro amico a pena,
che sì verace tien, prestar può fede;
ma d’alta gioia al fin con l’alma piena,
poi che al piacer la meraviglia cede,
rivolto al rodian lieto e cortese
grazie, non senza lagrimar, gli rese.

112Poi divulgar fe’ la medesma sera,
là dove il popol tutto si raguna,
ciò ch’avea inteso di Zenobia: ch’era
viva, ma in quale stato e in qual fortuna;
chi la scampò da l’onde e in qual maniera,
e l’altre cose tutte ad una ad una;
e che fanciulla in arme e in studi a quante
donne illustri fur mai già passa inante.

113Ciascun rassembra attonito e diviso
da se medesmo, e con la mente astratto,
né gli è d’udir ma di sognarsi avviso,
quel che pur ode apertamente in fatto;
tacito guarda l’uno a l’altro in viso,
quando ecco un gran bisbiglio, indi ad un tratto
con impeto sì forte, un grido fende,
l’aria che in fino al ciel veloce ascende.

114Simile a quel che alzato in Lilibeo
fu da la gente in Libia poi condutta
dal buon roman, che tributaria feo
la gran città ch’or giace arsa e distrutta;
overo allor nel ludicro Nemeo,
che a la gente di Grecia ivi ridutta,
Quinto dopo sì belle e rare imprese
fu de l’amata libertà cortese.

115E sì tal caso al popol tutto piace
che più frequente ognor la lingua scioglie;
brama ciascun che d’Imeneo la face
si accenda, e che fian quei marito e moglie;
la più vil turba non si ferma o tace,
ma grida e tutta insieme si raccoglie,
poi quinci e quindi or corre or torna or gira,
com’onda in mar quando Austro e Borea spira.

116Ma poi che il grido alquanto fu cessato
del popol, che passò per gioia il segno,
con quei più vecchi e saggi del Senato,
di cui solea più commendar l’ingegno,
questo conchiuse il principe Odenato:
che per ridur Zenobia al suo bel regno
vada onorata e bella compagnia,
di cui signore e capo Adrasto sia.

117Un altro ancor mandò col rodiano
che per invidia si consuma e rode,
Meonio detto, suo cugin germano,
perfido e colmo dentro al cor di frode;
e benché il copra sotto viso umano,
e con parlar di cui più bel non s’ode,
però guardar con l’animo disposto
non può il fratel nel regal seggio posto.

118Et or che d’altri vede a questa impresa
soggetto farsi, tal dolor ne sente
che fu, sì l’alto sdegno al cor gli pesa,
un giunger cera o pece al foco ardente.
La via di Creta in tanto Adrasto presa
avea con molta ed onorata gente:
questi a l’armata in Miriandro andaro,
quivi apprestata, e il golfo issico entraro.

119Zenobia in Creta nuova e Filocràte
ebbero sempre a pien d’ogni successo,
talché in Gortina, ricca e gran cittate,
fu d’alloggiar ciascun l’ordine messo.
Cortesie quivi e gran carezze usate
a i duci fur, con tutti gli altri appresso;
poi seco andàr fino al carpazio seno,
tranquillo essendo il mar, l’aer sereno.

120Rodi, che il nome d’Aristarco onora,
con pompa ad incontrar sua figlia venne;
così d’intorno isole e terre ancora
tal modo in farle onor ciascuna tenne.
Si fe’ quel giorno in Carpato dimora;
l’altro, con trionfal pompa solenne,
giunser di Rodi a l’isola famosa,
in studi e in arme illustre e gloriosa.

121Adrasto sempre ad onorarla intento
già preparato avea ne le salse onde
una nave, i cui remi eran d’argento,
la poppa d’oro e d’ebeno le sponde,
di porpora le vele, e d’ornamento
a queste parti ogni altra corrisponde;
tal Cleopatra, del cui seme nacque
Zenobia, navigò del Cidno l’acque.

122Sotto un purpureo padiglione, adorno
di fregi e di ricami e di compassi,
di gemme e d’oro, in mezzo e d’ogn’intorno,
Zenobia altera sopra un seggio stassi,
l’arco e gli strali avea qual Cinzia e il corno;
poi quinci e quindi, assise in seggi bassi,
le donne sue d’un velo eran succinte
quai ninfe, e i piè d’aurei coturni avvinte.

123Al suon d’arpe e di cetre e di stromenti
diversi a tempo mossi erano i remi,
con voci umane in sì soavi accenti
che, d’ogni rabbia e d’ogni orgoglio scemi,
fermi per ascoltar restaro i venti;
Giove con gli altri dèi da i più supremi
seggi porser le orecchie al gran concento,
e ciascun dio del mar fermossi intento.

124A Cipro in tanto era Odenato giunto,
ché già per fama di Zenobia ardea;
dove ornò tempi e coprì strade a punto,
come a tal donna e tanta esser devea;
quel regno con molti altri al suo congiunto,
per forza d’arme il primo Artemio avea:
dunque Odenato chiama da ogni banda
i magistrati e ciò che vuol comanda.

125Volse che in Cipro fosse più che altrove
con sommo onor raccolta, onde archi e ponti
sopra le mura fèr per tutto dove
passar devea, quei cittadini pronti;
molti altri ancor, con più stupende prove,
le valli alzaro et abbassaro i monti,
perché l’alta regina lor non vada
giamai per erta e men per china strada.

126Giunse da Paffo a Salamina in diece
giorni, e l’onor fu in ciascun loco immenso,
dove molte città libere fece
del tutto, e molte alleggerì del censo;
Filocrate al partir lasciò in sua vece,
che per l’affetto a lei mostrato intenso
di doni e d’altri privilegi ornollo,
e con gran potestà quivi lasciollo.

127Poi su la bella e ricca nave ascese,
che di tre giorni prima era nel porto,
e per mano Odenato al salir prese
già piagato nel cor, nel viso smorto;
ma, non facendo il dolor suo palese,
non era alcun che se ne fosse accorto,
e mentre ch’ei la notte e il dì sospira,
giunsero a Miriandro; indi a Palmira.

128Quivi Odenato di Zenobia acceso
foggie straniere e nuovi giochi trova,
e sì soave il giogo e lieve il peso
pargli d’amor ch’ogni martir gli giova.
Ne l’entrar la cittade a piè disceso
segue colei, che il secol d’or rinova,
e con gran pompa e con trionfo raro
de la dea Siria al maggior tempio andaro;

129quindi al palazzo, ma trovò contrasto
nel voler dare al matrimonio effetto,
perché Zenobia il viver puro e casto
s’avea tra sé fino a la morte eletto,
ma tanto oprò con l’eloquenza Adrasto,
con preghi ardenti e con paterno affetto,
a cui ragion tanto efficace aggiunse
che d’un nodo immortale ambi congiunse.

130E da che son nel regal seggio assisi,
d’autoritate e di potenza pari,
non fur mai di voler punto divisi,
ambi ugualmente a i lor soggetti cari,
perché sì grati e sì benigni visi
sempr’hanno, e contra de i ministri avari
l’uno e l’altro è sì rigido e severo
ch’ogni uom si sottopone al loro impero.

131Ciò ch’è tra il mar di Licia e il grande Eusino,
tra l’Eufrate superbo e l’onda egea
diessi a lor, visto il gran regno latino
che senza alcun sostegno omai cadea;
de l’Asia il rimanente a quei vicino
già soggiogato il re di Persia avea,
fuori che i Siri e gli Armeni e quella parte
d’Arabia cui l’arena incide e parte.

L’invidioso Meonio, cugino di Zenobia, ha però tramato una congiura con Sipario: Zenobia lo è venuta a sapere da Argeo e ora attende Costante per sbaragliare i nemici (132-143)

132E già tre volte di purpureo manto
ricamato di fior, d’erbe e di foglie
s’era il terren vestito, et altrettanto
cangiate in bianche avea le verdi spoglie,
quando Meonio, a cui può darsi il vanto
d’invidia, stava in angosciose doglie
ch’ogni favor fatto al frattel dal Cielo
gli era al cor grave e velenoso telo.

133Costui, che vince e di perfidia e d’arte
Zopiro e Polinnestore e Sinone,
tratto i re nostri un dì soli da parte,
mostrò con verisimile ragione
che il Perso raccogliea le schiere sparte,
d’entrare in Siria avendo intenzione;
– E se da voi non è – dicea – prevento,
d’orror m’empio a pensarvi e di spavento -.

134Chi detto non avria che a buona strada
Meonio andasse allor, visto per prova
che più la guerra nuoce in sua contrada
che non fa quando ne l’altrui si trova?
Tanto più ch’era ver che il Perso, a bada
non restando, attendea la stagion nuova
per assalirgli da più parti in fretta,
con cento milia e più di gente eletta.

135Ma sotto il rio consiglio in apparenza
buono, mortal veneno era coperto,
ch’ei de l’uno e de l’altro per l’assenza
di restare in lor vece era ben certo,
talché allor senza impedimento e senza
contrasto alcun sfogare il duol sofferto
gran tempo già potrebbe, e il foco ch’arso
l’ha tutto omai per le midolle sparso.

136E già del re di Persia a questo effetto
fattosi amico, e già più volte a i Persi
dato in Palmira il perfido ricetto,
con quei ragionamenti ebbe diversi,
finché tra lor con giuramento stretto
questi partiti occultamente fersi,
ch’entro a Palmira abbia Meonio a tòrre
Sipario, e il regno tutto in sua man porre.

137Ma ch’egli in cambio a lui di Media il regno
dia, tra i confin di Persia e il mare Ircano,
e ben fora successo ogni dissegno
l’un figlio e l’altro a quel lasciando in mano
de la gran fede lor palese pegno,
tanto il sospetto era da quei lontano.
Ahi troppo ingorda fame, ahi sete ardente
d’impero, a che non sforzi umana mente?

138Erenniano e Timolao duo figli
già di Zenobia trovasi Odenato.
Questi del mostro rio ne i crudi artigli
lasciava, e tutto il palmireno stato;
ma di sì stretti e taciti consigli
sospetto ebb’io, che prima avea notato
con vestir finto uscir de le sue porte
spesso de i primi c’ha Sipario in corte.

139Dunque al re venni e quel con la regina
persuasi ch’essendo questa impresa
di Siria o la salute o la ruina,
esser devea con destro augurio presa;
e per chiaro saper se a la divina
magiestà piaccia o se ne resti offesa
dovevano, o se il fin suo sia buono o reo,
consultar Pizia, Ammonio o Dodoneo.

140Ancor ch’io fossi tra me stesso certo
di Meonio che i Persi occulti tenne,
pur non avendo alcuno indizio aperto,
né potendone far prova solenne,
tacqui, di sua eloquenza prima esperto,
a cui ceder ciascun sempre convenne,
ché il falso a lui più che ad ogni altro il vero
si crede, e fa parer bianco per nero.

141Quest’altra via da me dunque proposta
con speme fu, ché a ritardargli alquanto
non dovesse gran tempo star nascosta
la fraude, e che potria scoprirsi in tanto.
Piacque il mio aviso, e s’ebbe tal risposta
d’Ammonio, involta sotto oscuro manto:
– Sia col favor commesso il legno a l’onda
di costante aura, al tuo desir seconda -.

142Auruspici e caldei chiamati furo,
e di Telmesso ogni indovin più raro,
per intender di Giove il detto oscuro,
cui fe’ d’Etruria un sacerdote chiaro:
– Sarà – disse – in Palmira ogni un sicuro,
ma se d’uscirne ancor vi sarà caro,
quando Costante non vi faccia scorta,
la gente vostra fia sconfitta e morta -.

143Sendo, o signor, tua nobiltà, tua fede
sì note, fu di te subito inteso,
talché Zenobia di trovarti diede
la cura a me, che il desir n’ebbi acceso;
io volsi in fretta verso Esperia il piede,
visto in Palmira a te con speme atteso
da i re, da i padri e da tutta la plebe,
com’era Anfiarao per gire a Tebe».

Giunone di concerto con Eolo provoca una terribile tempesta, la flotta ne viene investita (144-168)

144Così, stando a lui sol ciascuno intento,
narrava Argeo de la sua donna i casi;
ma tacque al fin, visto cangiarsi il vento
e smarriti i nocchier tutti rimasi
che senza darne segno, in un momento,
di sì tranquillo il mari si turbi, quasi
ch’Eolo spinto da i preghi di Giunone
esser non possa d’ogni mal cagione.

145Perché visto la dea che di Megera
stato era ogni opra et ogni sforzo vano,
e che il fato non vuol che cada e pèra
ma che risorga il gran nome romano,
colma di doglia e per gran sdegno altera,
stringendo insieme e l’una e l’altra mano,
con gli occhi alzati e con l’immote labbia,
chiusa nel cor tenea l’ardente rabbia.

146Talché nel viso or pallida or vermiglia,
secondo che più l’ira o il duol crescea,
«Di Licaone e d’Inaco la figlia
sol per dispregio mio» dunque dicea,
«nel ciel risplende l’una, e tante miglia
scorsa l’altra per mar d’Egitto è dea,
oltra che Alcide e Bacco e Ganimede
immortal nosco a l’alta mensa siede.

147Ma non fia però mai, notte né giorno,
spenta in me la giust’ira in fin ch’io veda
Costante morto e Roma, con gran scorno
di tal ch’ella sdegnò per servo, preda;
over che chiara stella al Polo intorno
girar vedrollo, o tra i figliuoi di Leda
chiaro apparendo in quelle parti e in quelle,
acquetar venti e mitigar procelle.

148Volgendo tai cose adunque in mente
con tutte l’altre, l’infiammata diva
rinova l’odio e, di grave ira ardente,
riman d’ogni pietade in tutto priva;
e d’Argo volta a gir verso Occidente
fra monti alpestri e inabitati arriva,
dove non si vedean virgulti o fronde,
ma scogli alpestri e dirupate sponde.

149Sopra il maggior di quegli, erto e sassoso,
e lubrico a salir via più che il vetro,
dentro una grotta stava Eolo nascoso,
che i venti or spinge innanzi or tira indietro;
e perché alcun non sia di scorrer oso,
gli tien rinchiusi in cavo loco e tetro,
talor gli scioglie, d’ira e d’ardor pieno,
poi gli rimette ancor placato il freno.

150Il Padre eterno allor che si dispose
di dare ordine e forma a gli elementi,
acciò che fosser le create cose
tutte al servigio de l’umane genti,
compreso atto costui, cura gli impose
d’imponer legge e d’affrenar i venti,
ché quei lasciando nel primier lor uso
nel gran caos il mondo avrian confuso.

151Eolo, poi ch’ebbe l’alta impresa tolta
di regger quella turba orrenda e fera,
che pria solea d’ogni legame sciolta
scorrendo andar per tutto il mondo altera,
usò grand’arte, usò destrezza molta
non riposando mai mattina e sera,
fin che non ebbe quei, sparti e diffusi,
tutti ridotti in stretto speco e chiusi.

152Sopra cui poste e moli e monti serra
l’antro, e lega ciascun di laccio forte,
che strepito e romor fanno sotterra
da spaventar Tisifone e la Morte;
par che il Ciel tremi e caggia, e che la terra
s’apra, e si spezzin le tartaree porte,
mormoran monti, scogli, antri e caverne
al fremer lor tra quelle grotte interne.

153Sopra il seggio regale Eolo dimora,
e mitiga il furor temprando l’ira,
a quei rallenta il duro fren talora,
e talor anco a sé la man ritira.
A questo adunque andò Giunone allora,
spinta dal grave duol per cui sospira;
e con voce dolente e con pietose
parole, il suo desir così gli espose:

154«Eolo, a cui diede il sommo eterno Giove,
re de le dive e de l’umane genti,
d’acquetar l’onde e in ogni parte dove
t’aggrada, d’inalzar per l’aria i venti,
contra i nemici miei l’alte tue prove
usa, e per te sian suffocati e spenti,
che dopo avermi tante volte offesa
la via securi han d’Oriente presa.

155Ben puoi vedere in me quanto e qual sia
l’alto dolor, che in gravi cure involta
venir, per aspra e per solinga via,
mi sforza a te già la seconda volta;
quinci anco appar più la miseria mia,
ch’ogni altra strada a vendicar m’è tolta,
contra di lor mill’onte antiche e nove
sendoti noto e come e quando e dove.

156E perché il seme fu di Deiopea
cagion del grave tuo martir, che allora
non pur con man sì cruda ti premea
ma che la notte e il dì ti preme ancora,
con più felice nodo o ninfa o dea
teco a tua scelta avrai senza dimora,
se ben mia figlia chiedi, che al dispetto
d’Alcide, osservarò quant’io prometto».

157Eolo rispose: «Alta regina, molto
potrei di te dolermi e con ragione,
che essendo stato tra gli dèi raccolto
non per mio merto ma per tua cagione,
e per te Giove ad essaltarmi volto
me sol prepose ad ogni regione:
e tu con doni aver cerchi e con preghi
quel che il giusto non vuol che ti si neghi.

158Per te fra gli altri dèi sono potente
di muover tuoni e di eccitar tempeste,
e mandar posso la sfrenata gente
a me soggetta in quelle parti e in queste,
e d’Apollo adombrar l’empia e lucente
faccia con nubi tenebrose e meste,
e per te in mar, dove or tua mente intende,
via più che altrove il poter mio s’estende».

159Così dicendo, un’asta in man già tolta,
percosse in guisa il cavernoso monte
che risonando aprissi, et ecco molta
turba, con forze a gli altrui danni pronte,
scorrer per tutto, e d’atra nube folta
coprirsi in un momento l’orizzonte,
e con folgori spessi e d’orror pieni
tuoni e pioggie apparir, lampi e baleni.

160In poco d’ora in quella parte tutti
che prescritta gli fu dal re crudele,
con maggior sforzo i venti ecco ridutti,
ecco strida, sospir, pianti e querele;
chi fu che gli occhi aver potesse asciutti,
visto cadute sarte, arbori e vele,
con strana e con orribile figura
farsi del sol la chiara luce oscura?

161Scorre e rimbomba in questa e in quella parte
soffiando il vento, e l’onda or gonfia or preme;
romper d’antenne e fracassar di sarte
per tutto s’ode, e il mar mormora e freme;
non giova di nocchier la forza o l’arte,
già di scampar ciascun perde la speme;
si van d’intorno percotendo l’onde
e i sassi e gli antri e l’arenose sponde.

162Già tolto il lume e d’ogn’intorno steso
avean le nubi un tenebroso velo;
spesso dal folgorar de i lampi acceso
parea per tutto orribilmente il cielo
quando, a i ripari sol Costante inteso,
scorrer sentissi per le membra un gelo,
onde al fin visto ogni rimedio vano
levò al ciel gli occhi, e l’una e l’altra mano,

163dicendo: «O mille volte e più beati
voi, che con tanto avventurosa sorte
dinnanzi al vostro imperatore armati
per sua difesa riceveste morte;
O Tisaferne, ahimè!, quai crudi fati
qual rio destin sì ne’ miei danni forte
quel giorno ti vietàr di poter l’alma
cacciar da questa grave inutil salma?

164Là dove giace il forte Aurelio, e dove
Sergio, Giusto, Scribonio e Pompeiano,
con tutti gli altri che per chiare prove
moriron degni del nome romano,
dove Cabora ancor volgendo move
con l’onde tinte e porta indi lontano
non pur armi romane e scudi e veste
ma corpi interi e tronche braccia e teste».

165Così dicendo ecco da Borea spinta
crescer con più stridor l’aspra procella;
rompe l’antenna, i remi spezza, e vinta
caccia la nave in questa parte e in quella;
Africo in contro a quel la tien respinta,
e par che il mar da l’ima parte svella:
per l’uno al ciel montar l’onda conviene,
l’altro scoprir fa le più basse arene.

166Una nave a cui dentro eran d’Etruria
molti con Fausto al cavalier sì caro,
dinanzi a gli occhi suoi, per far l’ingiuria
più grave, essendo ambe le navi a paro,
tre volte o quattro un turbo con tal furia
rotò, che indarno usando ogni riparo
cadde al fin vinta su la destra sponda,
e in giù col capo andò il nocchier ne l’onda.

167Contra d’un scoglio un’altra Euro sospinse,
dov’era Montio e il buon Sereno fido,
e tre Favonio d’alta arena cinse
fuori de l’acque, ma lontan dal lido;
dolor, tema e pietate ogni uom vinse,
che al ciel ne van l’alte querele e il grido:
chi face a Teti e chi a Nettuno voto,
e molti se ne gian per l’onde a nuoto.

168De’ quai ciascun per dritto e per traverso
già stanco spinto e con furor sì grave,
giù nel profondo al fin riman sommerso,
che alcun rimedio onde scampar non have;
Or più che mai rabbioso il vento avverso
caccia l’onda superba entro ogni nave,
e già l’ingordo mar per tutto accoglie
l’armi e le veste e le più ricche spoglie.

Libro V

ultimo agg. 16 Luglio 2015 19:44

Argomento
I venti scaccia e il mar tranquillo rende
Nettuno, onde smarrito al fin Costante
giunge a Vittoria, ch’è a pietà di tante
sue pene mossa; ambi Cupido incende.

Nettuno placa la tempesta, Costante prende porto con i resti della flotta presso Marsiglia (1-15)

1Nettuno in tanto giù da le profonde
parti del mar, da le più basse arene
sentito il grido e il mormorar de l’onde
con tanto orror, di tal spavento piene,
e scorrer gli Austri da tutte le sponde
senza che alcun tanta licenza affrene,
contra quei gravemente si commosse
e con pietate a risguardar si mosse.

2Talché benigno fuor col capo uscito,
e di Costante il gran periglio scorto,
ch’altro più non potea che sbigottito
mirar le navi sue, languido e smorto,
da la fortuna ria lunge dal lito
sbattute e rotte e quasi ogni un già morto,
ben chiar conobbe allor tanta procella
nascer da l’odio sol de la sorella.

3Onde il suo carro incontinente ascese,
d’un manto del color de l’onde adorno,
e cento ninfe, ad ubidirlo intese,
sopra cento delfini avea d’intorno,
oltra i Glauci e i Tritoni, onde l’imprese
d’Eolo fur vane e riportonne scorno.
Così Nettuno a i mostri il freno allenta,
calca il mar, l’onde acqueta, Eolo spaventa.

4Chiama a sé i venti e grida acerbo e duro:
«Qual ardir, qual fiducia o qual dissegno
vi trasse fuor d’un picciol antro oscuro,
o vil gente, a turbar l’ampio mio regno?
Qual trovar si potria loco sicuro
contra la forza mia, contra il mio sdegno?
Destri e con fretta in fuga, o rei, volti,
dite a chi v’ha per mio dispregio sciolti,

5che il tridente e de l’acque il grand’impero
a me fu dato, e non ad altri in sorte;
de gli erti sassi egli ha il dominio intero:
quivi apra e chiuda a suo piacer le porte,
quivi si stia senza altrui invidia altero,
né più la tempesta nel mio regno apporte».
Così dicendo d’ogn’intorno scaccia
l’oscure nubi, e il mar torna in bonaccia.

6Come allor che il roman popolo ardente
contra i soldati, e che non meno
quei, pien di rabbia e di furor la mente,
di sdegno il cor gonfiati e di veneno,
con l’arme in mano or questo or quel dolente
facean, d’ogni timor già rotto il freno,
volavan dardi e pietre e strali e foco,
né in tutta Roma era sicuro loco,

7ma come prima l’onorato seme
di Gordiano al lor cospetto apparve,
l’ira, lo sdegno, il furor, l’odio e insieme
la rabbia e quinci e quindi in fretta sparve,
chi più dianzi audace ora più teme,
e par più dolce chi più acerbo parve,
tal di Saturno apparso il figlio e in questa
parte e in quella cessò l’aspra tempesta,

8visto de l’acque il gran rettor sereno
il ciel, tranquillo il mar, sparito il verno,
volgendo a i mostri suoi marini il freno,
verso Tenaro andò, pago e contento.
Onde il guerrier, che in prima il petto pieno
di tema avea, di doglia e di spavento,
or visto il sol far co’ bei raggi fede
di pace, sta confuso e a pena il crede.

9Ma stato alquanto timido e smarrito,
tosto riprese il suo vigor primiero,
e commandò che al più vicino lito
si devesse accostar ciascun nocchiero.
Siede in Narbona un dilettevol sito,
contrario al loco ov’egli avea pensiero,
ché volto il suo camin contr’Euro a punto
si ritrovò presso a Marsiglia giunto.

10Con sette navi il cavaliero a pena
smontò là dove un fiume altero ha foce,
che giù da l’alpi scende e rode e mena
seco le ripe, e il mar fende veloce.
Questo ogni sponda avea fiorita e piena
di verdi allori, ove con lieta voce
gli augei volando d’una in altra fronde
salutavan gli dèi ch’eran ne l’onde.

11Stando i romani in sì piacevol loco
ancor che stanchi e sian colmi di doglie,
parte cerca ne i sassi ascoso il foco,
parte con secchi ramoscelli e foglie
fa suscitar gran fiamma a poco a poco,
altri port’acqua, ed altri erbette accoglie;
chi sopra il lito giace afflitto e smorto,
chi ’l fratel piange e chi ’l compagno morto.

12Costante un scoglio in tanto che d’intorno
scopria di Gallia e di Liguria il seno,
ascese a risguardar s’omai ritorno
Neron far veggia o il forte Arrio o Caleno,
o se di Celso il candido alicorno,
o se le tracce d’or del buon Sereno
splendean ne l’alta poppa, ma schernito
del suo pensier scese, e tornò sul lito.

13Tornò dove pur dianzi avea lasciato
que’ suoi fidi compagni che la cena
dentro un bosco apprestàr, cui d’ogni lato
chiare fonti scorrean con larga vena.
Chiudea questo nel mezzo un verde prato,
d’intorno a cui dì e notte Filomena,
con dolce pianto, la sua doglia acerba
facea palese a i fonti, al bosco, a l’erba.

14Quivi Costante, ancor che mesto il core
fra il timor abbia e fra la speme posto,
e che la speme già ceda al timore,
sendo a temer più che a sperar disposto,
quanto era in suo poter lieto di fuore
si dimostrava, e il duol tenea nascosto,
per trar d’affanno lor cui tanto incresce
la noia sua; ma chiuso il duol più cresce.

15Con grato viso e con parlar cortese
fece il travaglio lor parer men grave;
indi, postosi a mensa, il cibo prese,
che poco al gusto suo trovò soave;
né sapendo in qual terra o in qual paese
spinto abbia il vento la smarrita nave,
più ch’altra mai la notte ebbe molesta,
tra sé volgendo or quella cosa or questa.

Venere si reca da Nettuno, chiede che conceda mare tranquillo per la prossima traversata (16-46)

16Venere in tanto, che d’Eutropio il figlio
dal Ciel vide solcar l’onda tirrena,
poi scorto indi ad un tratto, per consiglio
di Giunon, l’aria d’atri nembi piena,
e che Nettuno fuor d’ogni periglio
tratto il guerrier la ritorno serena,
e ch’egli allor, benché d’acerba e dura
passion colmo, in parte era sicura,

17pensando tra sé già, timida e mesta,
ch’ei gir devendo a forza in Oriente
saria costretto a capitar per questa
strada del mar, né far potea altrimente,
onde contra di lui nuova tempesta
Giunon potrebbe concitar sovente,
e in tanto del fratel, che non le neghi
questa grazia, impetrar con dolci preghi.

18E stando in tal pensier desio le nacque
di voler tosto prevenir Giunone;
calando in fretta al gran rettor de l’acque,
sopra gli omeri assisa di Tritone;
e supplicarlo, poi che ognor gli piacque
d’inalzar tanto il dritto e la ragione,
ch’un cavalier sì buon sì pio, sì saggio
dentro al suo regno non riceva oltraggio.

19Onde a i suoi bianchi augei spiegar le penne
fe’ subito, e veloce più che il vento
non lunge da Citera il camin tenne,
talché a Tenaro giunse in un momento;
seco d’Amori una gran schiera venne,
ciascuno a gara ad ubidirla intento,
a cui Ciprigna volta disse: «O cari
figli, scorrete d’ogn’intorno i mari,

20e tosto ritrovate ove si asconde
Tritone, o rimbombar faccia col suono
l’egeo mare o il carpazio, o in Libia l’onde
rompa, e fatel venir qui dov’io sono,
ché sopra lui vuo’ gir ne le profonde
arene, ove convien ch’io chieggia un dono;
del qual so ben, s’altri primier no ’l chiese,
che me ne fia quel re largo e cortese.

21E prometto a colui che primo il trova
una saetta d’or, d’avorio un arco».
Sparsi adunque gli Amori usciro a prova,
l’onde cercando ogni un leggiero e scarco.
Chi qua, chi là con gran desio si prova,
fu visto al fin Triton, che attendea al varco
Gimotoe bella dentro al mar mirtoo,
tra Claro e Mindo e l’onorata Cloo.

22«Ecco» gridò l’Amor che ’l vide in fretta,
«che i suoi furti coprir non posson l’onde!
Vieni a portar la nostra dea che aspetta
per calarsi a le arene più profonde,
che in premio avrai, se tanto ti diletta,
colei ch’or da te fugge e si nasconde».
Lieto Triton tosto che udì tal voce
si mosse, e giunse alla gran dea veloce.

23Sopra cui tosto ella a seder si pose,
che se le accomodò destro e cortese;
col crin dunque di mirto ella e di rose
cinto, nel fondo giù del mar discese;
non pur l’acqua il piacer suo non ascose,
ma per farlo più chiaro e più palese
quinci e quindi s’aperse e le fe’ strada
per cui la dea co’ suoi seguaci vada.

24Sparta la voce che Ciprigna scende
sopra Triton de l’acque a la part’ima,
ecco i marini dèi ch’ogni un contende
di gire a lei da questo e da quel clima:
Melite, Acasta, Evarne in fretta fende
l’onde, e ciascuna esser desia la prima;
ecco Anfitrite, Spio, Glauce e Nesea,
Nemerte, Urania, Psamate e Petrea.

25Ecco Nereo che sopra un’orca viene,
e sopra una testugine vien Niso,
chi foce, chi vitelli e chi balene
calca, e chi sta sopra un delfin assiso;
s’udian venir cantando le Sirene,
c’han di donzella e treccie e mani e viso,
Teti e Climene e Prinno e Xante a nuoto
ecco venire, e Polidora e Doto.

26Del mar nel fondo ella arrivò veloce,
e giù del mostro a piè tosto discese;
di che a Nettuno in fretta andò la voce,
che ad incontrarla uscì lieto e cortese.
Quivi la dea mille orche e mille foce
vide, che parte in terra eran distese,
parte pasceano e Proteo diligente
cura n’avea, contandole sovente.

27Con le man piene di marini fiori
venir Clipso e Pasitea si vede,
alga spargendo va Ferusa e Dori
dove deve fermar Ciprigna il piede.
Non stero in ozio i pargoletti Amori,
ma nel passar ciascun di lor fe’ prede:
già Forco arde e Nereo, né punto giova
che in mezzo l’acque e questo e quel si trova.

28Talor scherzando leggiermente quella
diva, Zefiro i panni alzava e Noto,
per poterla mirar quanto era bella,
ma tosto acceso l’un restò di Proto,
l’altro di Toa, ch’ognor veloce e snella
fugge da lui giù nel profondo a nuoto.
Ma tu, Triton, deh dimmi: al fin che valse
portar la dea d’amor per l’onde salse?

29Perché se ben ne riportasti in loco
di premio quella onde il tuo petto ardea,
fosti acceso però di nuovo foco
che a l’improviso ti avventò Rodea;
di questa alquanto ti prendesti gioco,
che per basciar le piante a Citerea
sopra gli omeri tuoi stese la mano
quando il colpo ti colse, e non in vano.

30Così avvenne anco a Proteo che, già stanca,
salir volendo un’orca, Dinamene
cadde supina, e l’una e l’altra bianca
coscia mostrò distesa su l’arene
quando un Amor con mano ardita e franca
la fiamma gli avventò dentro a le vene.
Glauco non men desia basciar le labbia
d’Ippo, che sceglie perle per la sabbia.

31Quivi trovar non si può ninfa o dio
a cui non arda il cor di nuovo foco:
Temisto arde, e Gianera, Admete e Spio;
non ritrova Egeon per doglia loco,
vistosi por da Cidippe in oblio,
che di sua nobiltà si cura poco;
Portunno arde e Sarone, arde ivi ogni uno
in somma, e per Ciprigna esso Nettuno.

32Giuns’ella in tanto al gran palazzo dove
abita il dio, che vien tutt’ora seco,
simile a cui non fu mai fatto altrove
da mastro alcun latin, barbaro o greco.
Sopra tenere sponghe il piè si move,
fin che si arriva in un superbo speco
che di perle ha le porte, e l’alte mura
di pumice intagliata con gran cura.

33Molti antri in questo son, molte spelonche,
ricetto de la sua nobil famiglia,
di nicchi ornate di marine conche,
qual candida, qual persa e qual vermiglia;
d’ossa da vari e strani mostri tronche,
sì grandi che a vederle è meraviglia,
son letti e scanni e mense in ogni parte
fatti, e intagliati con mirabil arte.

34Giunti del gran palazzo a l’ampia corte,
scorse con molto suo stupor la diva
che d’ogni intorno e per occulte porte
quivi ogni fiume, ogni torrente arriva:
per vie Meandro inviluppate e torte,
Peneo cinto d’alloro, Arno d’oliva,
Gange, Idraote, Ren, Tago, Istro, Indo, Ebro,
Po, Varo, Eufrate, Ibero, Idaspe e Tebro.

35Altri dèi quivi, altre nereidi a schiera
vedeansi, parte in gioco e parte in danza,
chi pia chiamar la ninfa sua, chi fera,
questo pien di timor, quel di speranza;
solo una faccia a tutte già non era
ma d’aria tutte avean però sembianza,
vaghe di pari e leggiadrette e snelle,
onde ben si scorgea ch’eran sorelle.

36Il bel ceruleo crin di lor gran parte
leggiadramente in treccie avea raccolto:
chi quelle avea per rasciugarle sparte
chinando il capo e nascondendo il volto.
Stavan co i lor amanti altre in disparte,
di cui ciascun amor ne i lacci involto:
chi le mani avea in sen, chi sotto il lembo
de la sua diva, e chi la testa in grembo.

37Quivi era un seggio di corallo et uno
di perle, e questo e quel di gemme ornato,
sopra cui da sinistra il gran Nettuno
si assise, e lei fe’ girar dal destro lato,
e crollando il tridente ecco ciascuno
che intento a pena tira o manda fiato;
il che visto la dea, dal seggio ov’era,
levossi alquanto e disse in tal maniera:

38«O sacro re, la cui potenza affrena
l’onda, e la terra d’ogn’intorno scuote,
non odio a te me sconsolata mena,
ch’odio albergar nel petto mio non puote,
ma sol d’amor, sol di timor piena,
che l’uno e l’altro il cor m’ange e percuote,
spinta da l’odio altrui, da l’altrui rabbia
vengo dal Ciel per questa umida sabbia.

39Quel sì chiaro guerrier che d’alta fede
pari non ha, né di pietate immensa,
Giunon, da cui sperar devria mercede,
superba uccider crudelmente pensa,
e sì ne l’alma il rio pensier le siede
che in tutto il tempo in questo sol dispensa,
né pur nel regno tuo breve dimora
può far che irata nol persegua ognora.

40Ohimè, se l’alta providenza e il fato
lui sol fra tanti ne l’età presente
de l’Impero ab eterno ha destinato
contra i barbari duce in Oriente,
perché omai non s’acqueta, e quel ch’è dato
dal Ciel, perché Giunon pia non consente?
Anzi, più sempre dispietata e dura,
né fato né destin né Giove cura.

41Dunque, o signor, se giusti preghi ardenti,
porti con umiltà nel tuo cospetto,
denno aver forza, a sì rabbiosi venti
non dar contra di lui giamai ricetto:
permetti sol che quei, placidi e lenti,
spirino in poppa, e che Favonio eletto
duce tra gli altri e salvo e in tempo corto
guidi Costante al desiato porto.

42Cosa, che s’io l’impetro, poi che tale
non è la forza in me, non è il valore,
che render te ne possa il merto eguale,
scolpita sempre avrolla in mezzo il core;
ma s’io pur vaglio, o se il mio figlio vale,
cosa che ti sia in grado, o mio signore,
più ch’io non posso con la lingua dirti,
sarem con l’opre ognor pronti a servirti».

43Tacque ciò detto e i suoi begli occhi in tanto
d’un purpureo color vago cosperse,
talché senza versar stilla di pianto
l’interno affetto suo per quei scoperse.
Nettuno allor, cui dal sinistro canto
passò lo stral pur dianzi, non sofferse
ch’ella al grave timor che sì l’afflisse
più fosse in preda, onde rispose e disse:

44«O bella dea, per cui d’amore accesa
prende ogni cosa accrescimento e vita,
non si convien che in questo regno offesa
debbi temer, ma sperare sempre aita;
quinci origine avesti e, pria che ascesa
in Ciel, tu sei fuor di quest’onde uscita;
dunque ragion è ben ch’io ti compiaccia,
e che ogni cosa in tuo servigio faccia.

45E se pur dianzi senza aver saputo
dove tua mente allor fosse inclinata,
sol porger femmi al pio Costante aiuto
la mia pietà verso d’ogni altro usata;
per l’avvenir, ch’avrò chiaro veduto
di farti cosa, o bella diva, grata,
tanto più starne dei sicura, ch’io
te sola di servir cerco e desio.

46E per quelle infernali acque ti giuro,
cui violar gran sacrilegio fora,
che per lo regno mio passar sicuro
potrà il guerrier co i suoi seguaci ognora».
Con l’animo restò tranquillo e puro
la diva, e in lei tornò la speme allora;
la qual, debite grazie al gran dio rese,
sopra Triton su verso l’aria ascese.

Venere travestita da cacciatrice incontra Costante sul lido, gli dice dove si trovi e gli consiglia di chiedere aiuto alla regina Vittoria (47-64,4)

47E subito si volse in quella parte
dov’era il cavalier tristo e dolente.
Il qual, poi ch’ebbe d’ogn’intorno sparte
l’ombre la notte, pien di doglia in mente,
l’alto infortunio suo di parte in parte
tra sé volgendo, il mal ch’era presente
da poter sopportar tenea per lieve,
rispetto a quel di che avea tema in breve.

48Ma come prima dal balcon sovrano
guardò l’aurora e spiegò l’aureo crine,
solo e pensoso il cavalier romano,
de l’ombra oscura già veduto il fine,
l’orme drizzò per loco inculto e piano,
pieno di sassi e di pungenti spine;
a cui, dubbioso omai s’indi ritrarse
debba o il camin seguir, Venere apparse.

49Trovollo in riva d’un gran bosco e folto,
donde non si scorgea del sol la faccia;
la diva allor, col crine a l’aura sciolto,
scalza ambo i piedi, ignuda ambe le braccia,
se gli mostrò, l’abito preso e il volto
di vergine che cervi e damme caccia.
La vesta al collo con un laccio avvinta,
l’arco avea in man e la faretra cinta.

50Ond’ella prima al cavalier rivolta
disse: «O signor, saper desio s’errando
veduto avete per la selva folta
alcuna mia compagna e dove e quando;
fuor del sentiero e in gran paura involta,
mentre ch’or l’una or l’altra vo chiamando,
Eco sola risponde, e un aspe crudo
parmi ogni ramoscel di fronde ignudo».

51Mentre la dea parlò, sempre nel viso
tenne a Costante ambe le luci piene
di quel splendor che il tutto già diviso
congiunse, onde ogni cosa si mantiene;
ma con lo sguardo in terra il guerrier fiso,
poi che sì ardente raggio non sostiene,
rispose: «Io qui non ho né a la campagna
udita o vista alcuna tua compagna,

52ma tu che fuor de quei begli occhi spiri
luce immortal che in ciel vince ogni stella,
da me, che cieco e senza guida miri,
le nubi scaccia, e i giusti miei desiri
adempi, e dove io sia dammi novella;
se in abitati lochi o in terre strane,
se tra fere selvagge o genti umane.

53Spinto qui dianzi da rabbiosi venti
giunsi per aspri e per turbati mari,
fendendo l’aria con dogliosi accenti,
con pianto acerbo e con sospiri amari;
di por ti giuro in su le fiamme ardenti
incensi, e d’erger tempi, statue, altari,
certo essendo tu dea, che a dea somiglia
tua faccia, o ninfa, o di Latona figlia».

54Quella soggiunse allor: «Non ben conviensi
tal pregio a me, né punto in ciò m’inganno,
ché i sacri altari e gli odorati incensi
e i tempi e i voti a Dio solo si fanno;
forse ch’io sia ninfa o Diana pensi,
né sai che in tal maniera qui sen vanno,
scinte e scalze, le vergini che al varco
le fiere attendon con gli strali e l’arco.

55Ma perché tanto hai di saper desio
dove spinto Euro t’abbia e fra qual gente,
giunto se’ in Gallia, ove ogni germe rio
svelse una donna di virtute ardente;
la qual di ferro e di valor natio
su ’l destrier salse armata arditamente,
talché, già spenta l’una e l’altra face
che il gran regno incendean, lo regge in pace.

56Vittoria è questa, che d’intorno i vanni
spiega di sua virtù con chiaro grido,
Lollian vinto, e gli altri empi tiranni
che ucciso hanno il caro sposo e fido
e il giovenetto figlio con inganni,
per occupargli il suo paterno nido,
di ch’ella è stata presta a far vendetta
non men che a scender giù dal ciel saetta.

57Tutte le genti che tra l’Alpe e il Reno,
tra il golfo di Britannia e l’Aquitano,
tra i Pirenei son chiuse e il mar Tirreno
vinse Vittoria con vittrice mano:
pose a i Britanni et a gli Iberni il freno,
chiusi dal boreal freddo Oceano,
talché più fece in un sol anno prove
che Cesare il maggior non fece in nove.

58Quinci non lunge una famosa terra
siede, ne l’arme e ne gli studi chiara,
ch’entro il bel grembo riposato serra
ogni arte, ogni virtù pregiata e rara.
Vinti quei di Focea da i Persi in guerra,
per fuggir l’aspra servitute amara,
nel tempo che di Media in Persia Ciro
portò l’impero, fuor de l’Asia usciro,

59e poi ch’errando molti giorni furo
per mar, cacciati da diverse genti,
senza mai ritrovar porto sicuro,
contrari avendo il ciel, la terra, i venti,
questa gli accolse, e il lor travaglio duro
mutò in riposo, e in gioia i lor tormenti.
Né però meno essa a i Foceni debbe,
ch’indi il suo nome al par d’ogni altra accrebbe,

60ché di tempi non sol questi e di mura
e d’alte torri l’adornaron tutta
per farla ancor da i barbari sicura,
che già l’avean più volte arsa e distrutta,
ma sì d’ogni altra cosa ebbero cura
che Grecia in Gallia aver parean condutta,
con leggi e con statuti e con decreti,
perché al ben si dia loco e il mal si vieti.

61Marsiglia è il nome, che sì chiaro vola
d’avervi ognor servato intera fede.
Vittoria adunque sì gran regno sola,
per sua propria virtù, regge e possede,
e il pregio a l’altre d’onestate invola,
onde n’ebbe dal Ciel tanta mercede;
e quivi è già gran tempo che soggiorna
di regal scettro e d’aureo manto adorna.

62Dunque tu, che di speme e di conforto
sei privo in tutto, omai ricorri a quella,
che ristorar può sola in tempo corto
la gran giattura di sì ria procella,
con le migliaia d’uomini sul porto
la troverai rifar torri e castella
e mura, e tutto ciò che pose in terra
Cesare, allor che al gran Pompeo fe’ guerra».

63Così detto ella sparve, e l’auree chiome
spiràr nel suo sparir soavi odori.
Restò il guerrier, che la conobbe, come
stupido e quasi di se stesso fuori.
Poi con man giunte la chiamò per nome,
dicendo: «Se a pietà de’ miei dolori
sei mossa, o diva, e se di me ti calse,
perché m’inganni con sembianze false?

64Se del tuo seme nacqui e se romano
sono perché m’ascondi il vero volto?
Perché non mi porgendo, ahimè, la mano
la vera voce tua d’udir m’è tolto?».
Così dicendo, per l’istesso pianoCostante chiede ricetto a Vittoria, la quale si offre di accompagnarlo nella spedizione contro Sipario (64,5-84,2)
giunse a i compagni, in gravi cure involto,
e visto quanto a i miseri precisa
fosse la speme, gli parlò in tal guisa:

65«Non è di voi chi non sapesse certo
pria ch’abbia posto fuor di Roma il piede
d’aver travaglio, e quinci il vostro merto,
sendo maggior, più degno è di mercede;
io, quanto per l’adietro ho mai sofferto
per osservare al mio signor la fede,
riposo ognor l’affaticar m’è parso,
piacer l’affanno e dolce il sangue sparso.

66Voi de’ Persi pur dianzi in Oriente
provato avete con l’inganno mista
la forza, e conosciuto chiaramente
che ben senza penar mai non s’acquista;
ma il Padre eterno, che l’intera mente
scorge da Cielo, ha stabilito, vista
la pietà che a tal rischio v’ha condutti,
di darvi in breve i desiati frutti.

67Siede quinci vicina, a due giornate,
una città di vago sito amena,
dove una donna in giovenil etate,
di guerra esperta, il gran paese affrena;
noi dunque a lei, ch’è saggia e di pietate
più ch’altra colma, il destin nostro mena,
da cui di gente avremo e di tesoro
soccorso, e d’ogni danno ampio ristoro.

68Voi da voi stessi adunque omai togliete
quel van timor che sì v’ingombra il petto,
l’alte cagioni essendo a noi secrete
per cui produce il Ciel diverso effetto:
secondo i casi occorsi or triste or liete
le menti abbiamo, e con terreno affetto
ciascun mira a quel che Iddio dispone,
poi che da i sensi oppressa è la ragione».

69Così detto, il guerrier la strada prese
verso Marsiglia, per l’istessa fossa
che allor fe’ Mario che la nuova intese
de i Cimbri, ch’ivi poi lasciaron l’ossa,
giunti sì di lontan con voglie accese
di far la terra del lor sangue rossa.
Dunque il guerrier ch’avea l’aura seconda,
del Rodano sen gìa solcando l’onda.

70L’altro giorno, che uscito ancor non era
co i raggi il sol de l’onde in Oriente,
giunse là dove la regina altera
sul porto armata era con molta gente.
L’africana palude in tal maniera
solea Minerva risguardar sovente:
l’elmo avea in capo e ne la man sinestra
tenea lo scudo, e l’asta ne la destra.

71Quivi Costante con suo gran conforto
trovò la nave d’Arrio e di Sereno
e di Neron, ch’ogni un credea già morto
e sepolto co’ suoi nel mar Tirreno,
talché afflitto n’andò, con viso smorto,
tutto nel cor d’acerba doglia pieno;
né quegli ebber men gioia ché, altrettanto,
lui già tre giorni avean per morto pianto.

72Scesero in terra e il cavalier romano
l’orme con lor verso Vittoria torse;
la qual per impedirgli un capitano
mandò con gente, allor che se n’accorse,
per timor ch’ella avea di Regillano,
che spesso in fino al Rodano trascorse,
con morte e servitù di molta gente,
struggendo i campi, e ciò facea sovente.

73Ma poi visto il guerrier di nave uscire,
e che senz’armi verso lei si move,
ad incontrarlo andò, sol per desire
di saper di chi sia quel nato e dove;
gli altri non men, sì come avvien che udire
sempre si braman cose rare e nove,
corsero tutti in quella parte in fretta,
stando insieme la turba unita e stretta.

74E fatto un cerchio intorno a quel (beato
chi può dinanzi a tutti gli altri starsi),
vòto lasciando d’ogn’intorno il prato,
che pien prima parea mentr’eran sparsi,
Costante, in tanta d’eloquenza ornato
sì che ad ogni altro in ciò puote agguagliarsi,
scontrato già con la regina altera
parlò modesto e disse in tal maniera:

75«Regina, a cui diè il sommo Padre eterno
d’affrenar genti barbare e superbe,
perché mill’anni e mille, anzi in eterno,
chiaro nel mondo il tuo nome si serbe,
di noi, per dubbio e procelloso verno
del mar commessi a le tempeste acerbe,
pietà ti prenda, e se non sai chi tante
fortune abbia sofferte, io son Costante.

76Non per far guerra al gallico paese,
né per addur fuor del tuo regno prede
qua siam venuti, ma le menti accese
abbiam d’amor, d’alta pietà, di fede;
queste a più degne e più lodate imprese,
non desio d’acquistar prezzo o mercede
spronan gli animi nostri, e il dritto e il giusto
ne sforza a dar soccorso al grande Augusto.

77Ma quella dea ch’ogni uom superba mena
su la volubil rota or basso or alto,
l’aria che in favor nostro era serena
turbò con crudo e paventoso assalto,
talché di nembi e di procelle piena
noi dal Sicanio mar solo in un salto
spinse in Narbona, avendo in prima rotte
e sarte e vele, e il dì cangiato in notte.

78Onde volto il camin nostro già verso
Zenobia, alta regina d’Oriente,
l’ampio Vulturno a sì bell’opra avverso
rivolse impetuoso in Occidente,
gli Austri avendo nel mar prima sommerso
la maggior parte de la nostra gente,
che a pena il quarto è di noi giunto in porto
per onde e scogli, e il rimanente è morto.

79Dunque tu, donna, a cui per lunghe strade
smarrite e torte abbiam fornito il corso,
deh fa’ che torni Augusto in libertade,
ch’esser non può se non col tuo soccorso.
Se a l’altre tue virtù questa pietade
s’aggiunge ancor, non sarà mai che il morso
de l’invidia e del tempo o de la morte
un picciol danno al tuo gran nome apporte».

80Fornito il suo parlar Costante a pena,
cui gli interroppe il sospirar sovente,
Vittoria, d’alta meraviglia piena
ch’oda e veggia il guerrier quivi presente,
rispose: «O signor mio, la grave pena
che sì t’affligge e sì turba la mente
scaccia, e la doglia acerba e il rio timore,
e in vece lor pasci di speme il core.

81Non han di pietra il cor, di ferro il petto
gli uomini qui, né son di fere usciti,
ma contra vi mandai sol per sospetto
d’un re che va scorrendo i nostri liti:
l’empio sovente, allor ch’io men l’aspetto,
questi morti lasciando e quei feriti
con grande armata audace in terra scende
e donne e greggie e biade invola e prende.

82Però non perché a voi fosse contesa
la terra, né per farvi oltraggio o danno
mi volsi oppor, ma sol perché difesa
fosse mia gente dal crudel tiranno.
Tu pur volendo far con rara impresa
che sopra i Persi al fin cada l’inganno,
eccomi pronta a darti un tal soccorso,
ch’util ti fia l’aver smarrito il corso.

83Ma s’anco avrai di rimaner desio
qui meco, io vuo’ che l’ampio e nobil regno
sia più di tutti voi che non è mio,
ché assai ne stimo ogni un di voi più degno;
su l’alte rive et onorate anch’io
del Tebro nacqui, ond’ira e giusto sdegno
mi spinse a far tra i barbari dimora,
con gran desio di rivederle ancora».

84Così detto, e per man Costante preso,
si mosse a gir con lui verso le mura.
Ma Venere, ch’avea l’animo intesoVenere chiede a Giove se il destino prefisso a Costante sia mutato, lui le risponde di no e le elenca la discendenza che da lui avrà origine (84,3-105)
a la salute sua, né s’assicura,
ché l’ira e l’odio di Giunon compreso
quanto sia grave, ognor vivea in paura,
sol per tema d’insidie occulte e nove,
mesta e dolente andò dinanzi a Giove.

85Quel, che l’umane e le divine genti
regge, né a giusti preghi unqua s’ascose,
con l’occhio suo, che scorge e le presenti
e le future e le passate cose,
dal ciel mirava intento gli elementi,
e tutto ciò ch’ei di sua man compose,
d’ogni uom fisso mirando ogni atto, ogni opra:
ché nulla è in terra che da lui si scopra.

86Fermò lo sguardo in Gallia, e tenea fisse
le luci allor verso il guerrier romano,
a cui la diva sospirando disse:
«Tu che il seme divin reggi e l’umano,
tu che la luna e il sol, l’erranti e fisse
stelle governi, e con potente mano
il ciel muovi e la terra, e con ardenti
folgori ogni mortal domi e spaventi,

87qual fin gli errori, ahimè, qual fin le pene
del mio Costante e le fatiche avranno?
Quando fia il dì che Giunon l’ira affrene,
sola cagion del mio sì lungo affanno?
Pur dianzi che gonfiar l’onde tirrene
contra lui vidi, e fargli oltraggio e danno,
sol mi porgean le tue promesse alquanto
di speme e di conforto in mezzo il pianto.

88Tu promettesti, o Padre, già che il seme
fora non sol del pio Costante eterno,
ma che i nepoti suoi fin ne le estreme
parti del mondo avrian scettro e governo:
qual nuova occasion toglie di speme
tua figlia, e cangia in te l’animo interno?
Qual grave fallo, ahimè, qual rio peccato
di quel mutar può l’immutabil fato?».

89Sorridendo il gran Padre eterno allora,
con lieta faccia e con tranquilla ciglia,
per trarla del gran duol che sì l’accora,
dolcemente abbracciò la bella figlia.
Quella, che il Ciel di sua beltà innamora,
per vergogna si fe’ tutta vermiglia,
colma d’eterne grazie e di leggiadre
maniere; e in guisa tal le disse il Padre:

90«Non temer, figlia mia, quel che una volta
fu conchiuso qua su, non può mutarsi.
L’alta virtù romana oggi è raccolta
solo in Costante, e in lui de’ rinovarsi;
però di tanto onor degno con molta
fatica e con travaglio ha da mostrarsi:
qual novo Alcide al fin dal mortal velo
scarco, il vedrai salir con gloria al Cielo.

91Ma di lui nascer prima e di Vittoria
vedrassi un figlio illustre, Eutropio detto,
che d’infinito onor, d’eterna gloria
colmo, e d’ogni virtù fido ricetto,
sarà con chiara et immortal memoria,
dovunque il sol risplende, alto soggetto
de i più nobili ingegni, e fia per tutto
sparto del seme suo felice frutto.

92Di cui poscia e di Claudia un germe altero
nascerà in breve, e fia Costanzo Cloro
forte sostegno del romano Impero,
cinto le chiome d’onorato alloro;
ecco, di questo figlio, per cui spero
che d’ogni avuto danno ampio ristoro
prenda la bella Europa e tutto il mondo,
e che torni per lui vago e giocondo.

93Ancor che Roma con lo sguardo bieco
mesta vedrallo e disdegnosa alquanto,
poi che l’imperial corona seco
porterà in Tracia, e l’aureo scettro e il manto,
sendole grave che un vil popol greco
vada altero di quel per cui già tanto
sangue avrà sparto, e fame e caldo e gielo
sofferto; ma così conchiuso è in Cielo.

94Che tempo essendo omai che appaia il vero
fin qui rimaso ascoso in ogni etade,
ceder convien questo profano impero
al sacro, e tornar Roma in libertade;
onde a Costante il tuo saggio guerriero,
per la sua fede e per la sua pietade,
sciolta da gli occhi ho già l’oscura benda,
perché tal verità scorga e comprenda.

95Ma per non esser giunto ancora il giorno
poner questo ad effetto non si puote,
però, di fe’, di pietà pari adorno,
farallo al tempo questo suo nepote,
lasciando in Roma aver regno e soggiorno
di tre mitre superbe un sacerdote,
che in Cielo avrà possanza e ne l’Inferno,
non pur in terra; e fia tal regno eterno.

96Perché sì come per gli enormi e brutti
vizi lor questi Cesari profani
dal seggio imperial rimossi tutti
vedransi co i pensier lor nuovi e strani,
così questi altri in vece lor ridutti,
che per l’alta virtù non detti umani
ma divini saran sotto uman velo,
difenderà da l’altrui forza il Cielo.

97E questo nuovo Augusto, e sommo e santo
terreno Iddio, perché la grave soma
meglio sopporti, illustri padri a canto
vedrallo aver lieta e felice Roma,
di sacro adorni e di purpureo manto,
di purpureo capel cinti la chioma,
perché a l’interna lor bontà e valore
conforme appaia maiestà di fuore.

98E s’or tra i padri gli istrioni e i mimi
sono posti, e Struma e con Sarmento Apizio,
e se da i grandi par che più si stimi
e più che la virtù si essalti, il vizio,
da quegli allor ne i gradi più sublimi
fia riposto Caton, Brutto e Fabrizio,
riportando virtù suo degno merto,
come il contrario ognor castigo aperto.

99Talché il vestir di bisso e d’ostro segno
sempre sarà che in quell’alma divina
chiuso fia raro e sopra umano ingegno,
valor, bontà, religion, dottrina;
dunque del mondo e cardini e sostegno
quei fian, cui senza andrìa tosto in ruina,
e ben miser colui sarà che tolto
del sentier lor vedrassi ad altro volto,

100come quel si potrà chiamar felice
che starà sotto il bel stendardo loro.
Né sendo il tempo ancor publicar lice
al pio nostro guerrier tanto tesoro,
ma come frutto de la sua radice
farallo il figlio di Costanzo Cloro,
poi che reso con l’armi e col vessillo
per tutto il mondo avrà queto e tranquillo.

101Quattro figli di questo alteri e chiari
veggio che doppo la paterna morte
divideran la terra e i mari,
ma più d’ogni altro fia Costanzo forte.
Verrà poi Giulian, che tra i più rari
principi fora posto, se men corte
fossero l’ore sue: ma un fallo greve
cagion sarà de la sua vita breve.

102Ecco Gioviniano, ecco Valente,
e il maggior suo fratel co i figli, e quello
folgore ispano in guerra via più ardente
che Scipio a Roma, o Cesare o Marcello;
veggio in Esperia e veggio in Oriente
da i figli suoi diviso il nostro augello;
veggio i nepoti e poco indi lontano,
fra duo Giustini il gran Giustiniano.

103Ma s’ogni frutto che il bel ramo asconde
contar volessi, e ch’indi in luce altero
uscir vedrai con chiare e con profonde
virtuti a sostener quel novo impero,
più tosto il sol girar tre volte, donde
egli esce a rischiarar questo empispero
fino a l’Esperia, si vedrebbe, e quindi
non men tornar per via nascosta a gli Indi,

104ché Tiberio, Maurizio, Eraclio e tanti
e Costanzi e Leoni e Costantini,
con mitre d’oro e con purpurei manti
veggio nascer di lui, greci e latini,
ch’altro non fu, né fia, ch’unqua si vanti
che a questo il seme suo pur si avvicini,
non che si agguagli, e fin che il mondo dura
di sua salute in Cielo abbiam noi cura.

105Ma perché al tutto dar si possa effetto,
convien che il figlio tuo con quello impero
che serba in cielo e in terra, il freddo petto
de la regina infiammi e del guerriero,
così a lui quella et egli a lei costretto
sarà di volger l’animo e il pensiero,
talché insieme congiunti a l’alma impresa
n’andranno, ov’egli ha tutta l’alma intesa».

Venere incarica Amore di scagliare i propri dardi su Costante e Vittoria (106-114)

106La bella dea, che in fino allora intenta
stette al parlar del sommo Giove, piena
di speme e dentro al cor lieta e contenta,
rendea d’intorno a sé l’aria serena.
Scese dal ciel, né in ritrovar fu lenta
quel fanciul che ugualmente altero affrena
uomini e dèi, né Marte armato teme,
e giove sprezza e il mondo e il cielo insieme.

107Sopra Idalio a la cima un gran palagio
s’erge a guisa di tempio, ove dimora
col corno pien la Copia e l’Ozio e l’Agio,
e si sta fra suoni e danze ognora;
qui sol, dove albergar non può disagio,
Cupido e Bacco e Venere s’adora;
qui stan le Grazie e i pargoletti Amori,
qui gigli e rose d’ogni tempo e fiori.

108D’amaraco e di calta in un bel prato
stava il fanciul, di mirto il capo cinto,
con l’arco in man, con la faretra a lato,
e d’una benda intorno a gli occhi avvinto;
tutto era ignudo (or che farebbe armato,
se in tal guisa ogni un resta e preso e vinto?)
sopra gli omeri avea sol due grand’ali
di color mille, e in man gli acuti strali.

109Presso avea da man desta il Riso e il Canto,
col Piacer, con la Speme e col Diletto,
e da sinistra le Querele e il pianto,
col Timor, con la Doglia e col Sospetto;
cinta la Gelosia d’oscuro manto,
con chiodi acuti ogni un pungea nel petto:
qui si vedea, sopra un bel colle ameno,
di genti vane un labirinto pieno,

110che giorno e notte, or quinci or quindi, smorte
vedeansi errar per gli intricati calli,
né potean per uscir trovar le porte,
chi tristo, e chi stava in giochi e in balli.
Qui ninfe ignudi e satiri con torte
corna scherzando gìan per queste valli;
qui di capri eran piene e di lascive
colombe d’ogn’intorno e piagge e rive.

111Nel tempio entrata, e quindi nel vermiglio
prato la matre di Cupido uscita,
se le fe’ incontro riverente il figlio,
con quella turba sua ch’era infinita.
La dea più volte in bocca e sopra il ciglio
e ne la guancia bianca e colorita
lieta basciollo dolcemente, e fisse
tenendo in lui le belle luci disse:

112«Tu vedi, o figliuol mio, quanto di Giove
Giunon moglie e sorella in dar morte
al gran latin più calda ognor si move,
né giova a quei l’esser prudente e forte,
però convien con nuove arti e per nuove
strade, che aiuto al sangue mio s’apporte,
ond’io ricorro a te (pietà mi sforza),
sola potenza mia, sola mia forza.

113Giunto a Vittoria è qui, che de’ suoi mali
mossa a pietà, verso Marsiglia il mena;
tu prendi l’arco e i tuoi dorati strali,
et empi a quegli il cor di dolce pena;
tutti gli infiamma e fa’ che siano eguali
gli incendi loro, e con ugual catena,
come a te piace, e l’uno e l’altro guida,
così a Costante ella sarà più fida».

114Senza risposta il figlio obediente
quindi con gran velocità discese;
e quei, mentre venian tra gente e gente,
sopra le mura appresso il monte attese,
contra cui tirò l’arco arditamente,
talché nessun di lor l’armi difese,
ma per lo petto l’invisibil strale
lasciò nel cor la piaga aspra e mortale.

Costante e Vittoria si innamorano reciprocamente, poi banchettano (115-122)

115Tosto ch’Amor fanciullo inerme vinse
Vittoria e il cavalier di ferro armati,
di più colori e questo e quella tinse
la faccia, ambi nel petto arsi e infiammati,
e la man l’un con l’altro insieme strinse,
dal foco interno e dal dolor sforzati;
e da se stesso già ciascun diviso
si volse a riguardar l’altro nel viso.

116L’uno a l’altro ad un tempo il ciglio volse,
per chieder forse al gran bisogno aita,
talché la fiamma l’un de l’altro accolse
per gli occhi, ond’era e quinci e quindi uscita;
che tosto ogni un di lor di vita tolse,
ma rimase ciascun ne l’altro in vita:
l’un per sé solo è morto ma risorge
ne l’altro e, insieme, a l’altro aiuto porge.

117Vittoria rivolgea tra sé la fede
del cavalier, la forza e la pietade,
e che nel mondo abbia pari a lui non crede,
o ne la nuova o ne l’antica etade.
Costante anch’ei, che già dal capo al piede
l’ha tutta scorsa, in lei l’alta beltade
loda, prezza il valor, la virtù ammira,
poi con dolcezza e questo e quel sospira.

118Dentro da la città giunsero in tanto,
dove al regal palagio si fermaro.
Vittoria quivi ogni un di ricco manto
trapunto d’or con artificio raro
fatto vestir, col cibo i corpi alquanto
e con vin prezioso ristoraro,
perché i ministri meglio avvesser l’agio
di por la cena, senza lor disagio.

119Costei, che fu magnanima e cortese
via più d’ogni altra gran regina antica,
a far tal cena in guisa lauta intese
che in eterno convien che se ne dica,
sendo quel grasso e fertile paese
mai non schivo in mandar spesa o fatica,
d’intorno gente, ond’ella avea da tutti
quei lochi pesco, fere, augelli e frutti.

120Provista in casa avea d’ogni stagione
vini odorati e saporiti e chiari,
ch’or da questa ora da quella regione
giungean per terra e per diversi mari,
talché ad ogni improvisa occasione
facea conviti sontuosi e rari.
Ma questo, fatto a cavalier sì degno,
ben convenne passar d’ogni altro il segno.

121Con cento accesi torchi, essendo l’ora,
Vittoria andò là dove il cavaliero
da se stesso lontan facea dimora,
volgendo ov’era il cor sempre il pensiero;
e in sala ogni un condutto allora allora,
con vasi d’or l’acqua a le man gli diero
gran principi e gran duci, e con immensa
lor meraviglia fur posati a mensa.

122Ma più gli empiro ancor di meraviglia
tanti cibi e sì rari e sì diversi,
che per terra e per mar mille e più miglia
portati fur da Medi, Assiri e Persi.
Questi, e l’ordine bel de la famiglia,
mai prosa esprimer non potrian né versi;
ma che direm di tanti e sì onorati
doni che a tutti allor fur quivi dati?

Amore torna alla reggia, è accolto con grandi feste dai fratelli e dalla madre (123-141)

123Sopra Idalio tornò Cupido in tanto,
ma non si riposò dentro a la stanza
che non sapesse pria la matre quanto
successe, il che di far sempr’ebbe usanza.
Del gran monte al piè giace un piano alquanto
pendente, e d’un teatro ha la sembianza,
sì di bei colli d’ogn’intorno cinto
che ad arte a risguardar sembra dipinto.

124Da l’alta cima al dilettoso piano
si va per dritta strada a tutti aperta,
ch’avendo a destra et a sinistra mano
folti arbori, dal sol sempr’è coperta;
nel pian la moglie alberga di Vulcano,
talché a l’andarvi è china, al tornar erta
quella strada, che i miseri conduce
dove un cieco fanciul nudo è lor duce.

125Tra Venere e Cupido io sol discerno
differenza del sesso e de l’etate:
stanno insieme e staran sempre in eterno,
né fur le stanze lor mai separate;
giù nel piano ambedue quei stanno il verno,
sopra il monte ambedue stanno la state;
d’effigie l’uno a l’altro si assimiglia,
e di par serve ogni un la lor famiglia.

126Condutta a fin sì grande e rara impresa,
de l’alta diva il figlio glorioso
dentro a petti sì freddi avendo accesa
tal fiamma, ritornò vittorioso;
e perché da la matre fosse intesa
la gran vittoria, non pigliò riposo,
ma tosto a quella giunse anelo e stanco,
con l’arco in man, con la faretra al fianco.

127Seguia Cupido molta turba e molta
quivi al servigio de la madre stava,
che in una loggia e in un giardin raccolta
ch’ella uscisse di camera aspettava:
la Penitenza d’atra benda involta,
col volto in su la destra lagrimava;
lo Sdegno v’era e l’Ira e con la Cura
le Lagrime e i Sospiri e la Paura.

128La Disperazion sopra una torre,
stracciata il rozzo crin, par che, per darsi
la morte, in atto stia sempre di tòrre
coltello o fune o di precipitarsi;
per lubrico terren la Speme corre,
e co i capelli d’oro a l’aura sparsi
sen va Beltà, Vaghezza e Leggiadria,
per cui se stesso ogni un ch’arriva oblia.

129Misti e confusi quivi insieme stanno
contrarie passion, contrari effetti
col Contento l’Angoscia, e con l’Affanno
vi è la Letizia, e gli altri chiusi affetti
palesi occultamente i Cenni fanno,
poi che sicuri andar non ponno i Detti;
la Fideltà, l’Inganno evvi e il Pallore,
con le Vigilie, e grande appar l’Errore.

130Ma quei son tanti che impossibil quasi
sarebbe a raccontar turba sì grande;
molti senza esser visti eran rimasi,
che il palazzo il gran giro altero spande;
d’Amor leggeansi vari occorsi casi,
de l’ampia loggia in tutte due le bande,
quivi per tutto intorno e dentro e fuori
scherzar vedeansi i pargoletti Amori.

131Parte aguzza gli strali ad una cote
e sparge l’acqua su la pietra parte,
chi volge intorno le marmoree ruote,
chi d’avventar nel segno impara l’arte;
l’un da scherzo il fratel punge o percuote,
l’altro attende a lottar destro in disparte;
quel tempra l’arco a molle e questo il tende,
chi sopra il monte va, chi giù discende.

132Ciascun visto il fratel venir da lunge
verso lui corre per la via più corta;
beato è quel che innanzi a gli altri giunge,
e che a la matre sua tal nuova porta;
molti di lor nel petto invidia punge
per la sì nobil palma ch’ei riporta.
Dal giardin, da la loggia e da la torre
l’altra turba non men verso lui corre.

133Pur dianzi uscita Venere del letto
tutta allor solo intesa era ad adornarsi;
le ninfe di servirla avean diletto,
ma potean loco a pena insieme darsi:
chi le acconciava i bei monili al petto,
chi raccogliea con arte i capei sparsi,
l’un involve in bianca e sottil vesta,
l’altra le pone la ghirlanda in testa.

134Chi ricche perle a l’una e a l’altra orecchia
leggiadramente adatta, e chi le porge
lo specchio, e mentre Venere si specchia,
mentre in se stessa ogni bellezza scorge,
di gemme e d’oro il vaso una apparecchia;
poi quando quella dal gran seggio sorge
per lavarsi le man, chiaro liquore
un’altra versa e di soave odore.

135Più d’ogni altra la diva Pasitea
sempr’ebbe cara e pose in lei più fede:
tra le sue braccia questa la tenea,
mentre i monili ponean l’altre al piede.
La nuova udita in tanto Citerea,
dopo sì gloriose altere imprese
tornar vittorioso il caro figlio,
rasserenò via più che prima il ciglio.

136E, il piè sinistro scalza e il destro adorna
di gemme e d’oro, incontro a quello uscito,
Ninfa né Grazia punto ivi soggiorna,
colme d’alto piacer, d’alto desio.
«Correte» gridò Venere «che torna
con gran trionfo il caro figlio mio».
Vista Cupido uscir la matre fuori,
corse veloce a lei con gli altri Amori.

137E riscontrati, al collo ambe le braccia
con diletto l’un l’altro si gettaro,
e mille volte dolcemente in faccia,
pria che parlar potesser si basciaro.
Mentre sì stretto ogni un di lor si abbraccia,
per tenerezza quasi lagrimaro,
ma pur la matre ancor che stretti ambo insieme
disse: «O dolce mio cor, vera mia speme,

138o mia vita, o mia gioia, o mio conforto
mio ristoro tu sei, tu mio diletto».
Gioir vista la matre il figlio accorto
più le basciava or la fronte, or bocca or petto;
poi disse: «O matre, oggi una palma io porto,
che simil di portar mai non aspetto;
e più d’onor mi dan quest’alte prove
che d’aver Marte vinto, Alcide e Giove.

139Non ti par che l’aver vinta Vittoria,
dolce mia matre, più vaglia di quante
mai fece imprese e che m’acquisti gloria
via più d’ogni altra palma avuta inante?
Degno non è d’eterna ancor memoria
ch’io superato seco abbia Costante,
e già tepido reso in lui, col mio
foco, l’ardente suo primo desio?

140Matre non temer più che non sia servo
di lui Vittoria, anzi abbi speme,
perch’io non credo mai che l’universo
tutto gli possa disunir d’insieme;
non so se Augusto più, che dal re perso
vien serbato prigion, tanto gli preme,
ben so che il petto ad ambidue costoro
lasciai traffitto co i miei strali d’oro».

141Così detto il fratel, mill’altri Amori
sopra il letto di Venere il posaro,
e lo coperser d’odorati fiori;
dolci verso le Grazie ivi cantaro,
ché l’alti lode sue gli eterni onori
noti facean con stil pregiato e raro.
Ma di ristoro quel già preso alquanto,
de la dea giunse l’aureo carro in tanto.

Venere e Amore si recano al banchetto, dove Vittoria chiede a Costante di raccontargli delle vicende occorse all’imperatore (142-148)

142E poi che di vestirla ebber fornito,
per gir la dea veloce incontro al Polo,
d’oro e di gemme il bel carro salito,
seco le salse a par Cupido solo,
e seguita da stuol quasi infinito
tosto i candidi augei levati a volo,
dentro a Marsilia con prestezza grande
giunse, al levar de l’ultime vivande.

143E la sala trovò di genti piena,
ma la mensa poi subito levaro,
né cominciata fu prima la cena
che i balli e i suoni e i canti incominciaro,
con sì gran melodia, ch’ogni aspra pena
del naufragio in piacer tutti cangiaro,
vi furo ancora e giocolieri e mimi,
gli ultimi sempre superando i primi.

144Poi furon certe tavole portate,
dentro a cui molte spade eran confitte
e, queste in sala sul terren fermate,
le punte acute in su rimaser dritte,
sopra a cui donne ignude e d’ogni etate,
che parean prima stanche e in viso afflitte,
balli e salti facea con leggiadria
talché a guardarle ogni un se stesso oblia.

145Di poi bevuto in lor presenza quelle,
e postasi la man tre volte al core
resero tutto il vin per le mammelle,
col suo color di prima e col sapore;
faville innumerabili e fiammelle
gettaro ardenti poi di bocca fuore.
Vennero ancor molti altri e fêr diversi
giuochi, ma dir non si potriano in versi.

146Se ben Costante a queste genti attende
con gli occhi, altrove ha poi fissa la mente:
sol di mirar Vittoria piacer prende,
e sol per questo al cor dolcezza sente;
quella da gli occhi suoi tutta ancor pende,
talor mandando alcun sospiro ardente.
E l’uno e l’altro a tanta cena poco
mangiaro, essendo colmi ambi di foco.

147Poi ch’indi fu la regal mensa tolta,
durando ancora i suoni e i balli e i canti,
che a quei ch’avean d’amor la mente sciolta
porgean piacer, ma noia a i tristi amanti,
Vittoria verso il cavalier rivolta,
forse acciò che più l’ora andasse avanti,
cominciò a domandar varie e diverse
cose, or d’Augusto, o de le genti perse.

148Soggiunse al fin: «Signor, fammi palese,
se il dir non t’è molesto, e come e dove
furo a Valerian l’insidie tese,
e de i più forti eroi l’altere prove,
perché se ben già molte cose ho intese,
me ne son molte ancor secrete e nuove;
deh, grave non ti sia dirmi non meno
gli errori tuoi, le tue fatiche a pieno».

Libro VI

ultimo agg. 16 Luglio 2015 19:48

Argomento
Di Sipario la fraude e di Surena
Costante narra, e di Perenne; e come
fu preso Augusto e quasi il roman nome
estinto, e ch’ei scampò fra tanti a pena.

Costante racconta la vicenda di Valeriano: la prima fase della campagna era stata coronata dal successo, pur nel susseguirsi di una serie di infausti segni premonitori (1-34)

1Per l’ampia sala eran le genti sparte,
ma sendo in alto il pio Costante asceso,
ciascun tosto si fece in quella parte
col pensier tutto ad ascoltarlo inteso;
quegli allor cominciò: «Sol per mostrarte
l’animo, o donna, a satisfarti acceso,
m’apparecchio a narrar cose cui solo
pensando il cor mi sento aprir di duolo.

2La frode, ohimè, barbarica e l’acerba
pena de’ nostri e il duro caso strano,
che tinta fu del latin sangue l’erba
dal crudo Parto e dal feroce Ircano
de l’empio re di Persia, che ancor serba
in servitù l’imperator romano,
chi fia ch’oggi vedendo non trabocchi
di pianto un rivo, un fiume, un mar per gli occhi?

3Poi che Licinio il mio signor con tanto
diletto universal d’Augusto preso
ebbe col nome la corona e il manto,
sol per virtute a sì bel grado asceso,
trovò l’Imperio in gran periglio quanto
mai per l’adietro fosse, ond’egli, inteso
a ripararlo, con grand’oste verso
l’Oriente passò contra il re perso.

4L’empio Sipario, a cui da le contrade
orientali il Ciel diè in mano il freno,
visto i Romani aver volte le spade
contra lor stessi, e che in sei lustri e in meno
sedeci Augusti per diverse strade
avean del sangue lor tinto il terreno,
talché vicino era a cader l’Impero
di Persia, uscì con molta gente altero.

5Giunse al Tigre e varcollo, che contese
non ebbe mai di nostre genti armate,
talché in breve usurpò tutto il paese,
che fra il Tigre nel mezzo e fra l’Eufrate
n’acquista il nome, e poscia distese
per l’una e per l’altra Armenia a gran giornate;
passò in Ponto e in Bitinia, indi si torse
a man sinistra e Caria e Licia scorse.

6Né bastò questo, che tra Sesto e Abido
volse il ponte rifar che già fe’ Serse,
acciò che meglio e più sicuro al lido
d’Europa andasse con le genti perse;
ma sentita la voce Augusto e il grido,
sì temerario ardir più non sofferse:
le sera che tal nuova intese a punto
con grande armata era in Epiro giunto.

7Seco avea diece legioni e venti
mila soldati del nome latino,
con altrettanto poi di varie genti
liguri e greci si pose poi in camino;
ma perché i Traci stavan con le menti
sospese, avendo il barbaro vicino,
per confirmargli ne la fede, elesse
di gir per terra a Sesto, e gli successe

8ch’ogni popol d’Europa, e molti ancora
d’Asia, i legati subito mandaro
questi a pregarlo che volesse fuora
de le man trargli del re perso avaro,
e quei per offerirgli gente, allora
e sempre, quando a lui sarà più caro.
Grazie Augusto benigno a tutti rese,
e fu verso ciascun largo e cortese.

9Poscia, perché de’ Persi ognora udiva
che sempre il camin lor seguian più avanti,
passò per l’Ellesponto a l’altra riva,
salvo che un sol non vi perì fra i tanti.
Qui visitò de la gran madre diva
l’antico tempio, e stette in Frigia alquanti
giorni, e in Galazia, e d’Asia allor compose
di qua dal Tauro e racquetò le cose.

10Sipario in tanto del re nostro intesa
la giunta in Tracia e poi come in un giorno
passato era in Abido, che contesa
d’alcun non ebbe, adietro fe’ ritorno;
fermossi a Carra, illustre per l’impresa
di Crasso ond’ebbe Roma e danno e scorno,
fra pochi dì non fu a seguirlo lento
Licinio, a prevenir quel sempre intento.

11Lunge da Pessinonte otto giornate,
per la medesma via che già fe’ Crasso,
del re d’Armenia il figlio Tiridate
si gli fe’ contra per vietargli il passo;
le nostre genti a pena erano entrate
dentro un gran bosco ch’or giva alto or basso,
quando i barbari fuor d’aguato usciro,
e Marzio e Codro subito assaliro.

12Quel de la quarta legion tribuno
era, e questo de’ Greci capitano,
forte e cauto guerrier di lor ciascuno
mostrossi, e l’occhio pronto ebbe e la mano.
Fu il sito a i nostri ancor molto opportuno,
che se i nemici avean campagna e piano
saria stata maggior l’aspra contesa,
né così facil riusciria l’impresa.

13Ma d’arbori e di sterpi essendo il loco
denso, e di balzi e di ruine pieno,
era cagion che al roman fante poco
nuocer potesse il cavaliero armeno;
per ciò fu breve il cominciato giuoco,
ch’avendo per fuggir già volto il freno
Tiridate, restò prigion d’un greco
egli, e molti altri ancor che fugian seco.

14Smirneo quel greco, e fu detto Clearco,
cui noto essendo pria tutto il paese,
con mille armati appresso un tirar d’arco
fermossi, e il giovenetto incauto attese;
né molto dopo, come fera al varco,
quello a man salva e tutti gli altri prese,
tra duo balzi ove un rio ch’uscia d’un sasso
facea il sentier d’alto cadendo a basso.

15Pochi de gli altri fur cui le contrade
d’Armenia il riveder fosse concesso,
ché già da i nostri chiuse eran le strade
per tutto, come Augusto avea commesso;
e se di lor non ci prendea pietade,
forse non rimanea fra tanti un messo
che potesse dar nuova al mesto padre
del figlio preso e de le uccise squadre.

16Come per terre ostili in questa e in quella
parte i soldati a le rapine intenti
soglion rubando gir ville e castella,
indi al campo condur greggie et armenti,
ma se a tempo di questo ebber novella
i lor nemici, e ch’escan con le genti
in ordinanza a traversargli il calle,
senza contrasto alcun volgon le spalle,

17così fecer gli Armeni e Tiridate,
come cercato non il suo vantaggio
ma il nostro avesse, il che fu de l’etate
colpa, e del re poco a mandarlo saggio.
Valerian, ch’ebbe di lui pietate,
da molta gente per tutto il villaggio
accompagnato e riccamente adorno,
libero al padre il fece far ritorno.

18Giunto era già l’imperator romano
vincitor con l’essercito là dove
rotto il Tauro l’Eufrate, in fra l’Amano
e quel superbo, verso il mar si muove,
né fu quattro giornate indi lontano,
che da più parti ebbe in un tempo nove
ch’avea Sipario tutta la sua gente
volta indietro a tornar verso Oriente.

19E ben fu vero, ché di Carra uscito
con tutta l’oste e trattosi in disparte,
la voce sparta avea d’esser fuggito
per tema, ma ciò fe’ sempre con arte:
questo intese Licinio e d’infinito
piacer colmo, per gire a l’altra parte
del fiume, un ponte gettar fece tosto,
che di giungerlo in tutto era disposto.

20Ma come Giove tal passaggio a sdegno
prendesse, mentre Augusto era sul ponte,
con folgori mostrò, d’ira gran segno,
già coperto di nubi l’orizzonte.
Visto la forza e non giovar l’ingegno,
ciascun tristo tenea bassa la fronte,
ché fuor d’ogni uso apparsi e tuoni e vento,
tutti n’ebber timor, doglia e spavento.

21Coro aggirò le navi e le sommerse,
e con pioggia e con lampi un folgor misto
l’insegna imperial per mezzo aperse,
e cener farsi chi l’avea fu visto;
caddero cose allor varie e diverse,
che tutte appo noi son d’augurio tristo,
per cui ciascun ne gìa pensoso molto,
fra mille cure il core avendo involto.

22Con minaccioso crin più d’una stella
vedeasi errante andar la notte e il giorno;
ferian del campo or questa parte or quella
fulmini, essendo il ciel chiaro d’intorno;
e mentre altera le febea sorella,
congiunta insieme l’uno e l’altro corno
splendea più chiara, ombrata da la dura
terra, mostrossi a l’improviso oscura.

23E mentre il biondo Apollo, alto e lucente,
scorrea veloce a mezzo giorno il cielo,
coprirsi il chiaro volto immantinente
veduto fu d’un tenebroso velo;
e steron tanto le sue luci spente
che a i mortali per l’ossa corse un gielo,
qual già in Micene al tempio di Tieste
stavan le genti e dolorose e meste.

24Temean che chiuso in quelle oscure grotte
dove la sera stanco si riduce,
o che le ruote in tutto o in parte rotte
del risplendente carro ch’ei conduce,
devesse rimaner perpetua notte,
lasciando il mondo ognor privo di luce.
Tremò la terra, e in guisa tal si scosse
che da i suoi nidi ogni animal si mosse.

25Di sangue apparve il mar cosperso e via
più del solito colmo di procelle;
lupi e fere diverse altre, qual pria
da Roma certe s’ebbero novelle,
di notte urlar ciascun chiaro sentia
tra l’alte mura in queste parti e in quelle,
né dentro a Roma sol ma in ciascun loco
de la gran Vesta dea si spense il foco.

26Per tutta Europa gli Indigeti e i Lari
pianger veduti fur dirottamente,
le statue e i doni offerti in su gli altari
caddero a terra tutti orribilmente;
nacquero parti così strani e rari
che l’uno e l’altro lor mesto parente
con mostruose forme spaventaro;
gli armenti e i greggi a gli uomini parlaro.

27Le teste alzaro da i sepolcri Silla,
Mario, Gaio, Neron, Comodo e tutti
quei che Roma, di lieta e tranquilla,
volsero in gravi e in dolorosi lutti.
Tosto i libri a guardar de la Sibilla
tre, creati per ciò, tristi ridutti
trovaro sol minaccie e sangue e morte,
ma non rimedio che salute apporte.

28L’Erinni uscite di quel triste fondo
cui l’atra Stige nuove volte serra,
orribili scorrean per tutto il mondo
annunciando e sangue e morte e guerra;
i cadaveri tutti allor, secondo
ch’eran ne le piramidi o sotterra,
dentro da l’urne ove fur quei sepulti
mandar sentiansi e gemiti e singulti.

29Fecer guerra due corvi arditamente,
rivolti a l’Orto l’un, l’altro a l’Occaso,
ma vincitor restò quel d’Oriente,
sendo l’occidental vinto rimaso;
né fu nessun tra la romana gente
cui non rendesse attonito quel caso,
oltra che gufi e nottole quel giorno
ululando scorrean per tutto intorno.

30Tosto chiamar Valerian per questo
fe’ gli auguri e d’Etruria ogni indovino;
di quei Nicandro il capo era e Nergesto
di questi, etrusco l’un, l’altro latino.
Costor commiser, visto il manifesto
lor danno irreparabile e vicino,
ch’ogni sì mostruoso inutil parto
fosse arso, e il cener tutto al vento sparto.

31Poi tutto il campo fecero d’intorno
tre volte circondar solennemente,
di notte l’una e l’altre due di giorno,
ritrovandosi Augusto ognor presente;
di sacra benda e di diadema adorno,
il sommo lor pontefice umilmente
venìa primier, seguiano i sacerdoti
porgendo preghi a Dio, mesti e devoti.

32Un bianco toro poi fra molti eletto,
sendo a l’altar condotto e già cosperso
di pietoso vin, spumante e schietto,
si gettò con gran furia da traverso;
ma pur caduto e quel dal ventre al petto
partito, le sue viscere al re perso
mostravan grande acquisto, alta ventura,
come a Licinio sol danno e sciagura.

33Non rosso il sangue qual naturalmente
suole, ma verde come tosco e nero,
veduto da ciascun fu chiaramente
madido e infetto il polmon tutto intero;
le vene, ch’eran volte a l’Oriente,
e che a Sipario portendeano impero,
tumide apparian tutte e minacciose,
l’altre vòte, sottili, quasi acquose.

34Ma quel che assai più rese afflitto e mesto
Nicandro, e che gli infuse aspro timore,
che sì turbò, sì spaventò Nergesto,
fu che due capi ritrovaro al core:
grande e sano era il manco, e manifesto
ben dimostrava il natural vigore,
ma il destro picciol, debole e corrotto,
vedeasi a pena e stava l’altro sotto.

Perenne ha concertato il tradimento con i Persiani e ha convinto Valeriano a proseguire la campagna (35-55)

35De le pretorie squadre allor governo
Perenne avea, che nato era in Numidia;
questi al nome roman nemico eterno,
e pien tutto d’inganni e di perfidia,
verso d’Augusto suo signor l’interno
odio nascosto ognor tenne e l’invidia,
fin che di spegner tanto ingorda e ria
sete gli aperse un giorno il Ciel la via.

36Fatto pur dianzi avea costui prigione
come quel ch’era in arme ardito e forte,
un perso ricco e saggio e gran barone,
molto amico del re, detto Fraorte,
il qual fu di condur quivi cagione
l’essercito d’Armenia a prender morte,
che di Sipario ad Artabasio messo
per far l’accorso e i patti era ito spesso.

37Con quel più volte adunque ebbe Perenne,
fonte di falsità, parole, e seco
di dargli Augusto in mano si convenne,
chiuso con tutti noi come in un speco;
tal cosa occulta leggiermente tenne,
ché l’uno e l’altro idioma greco
sapendo, uopo non fu mai ch’egli usasse
l’interprete, che poi l’appalesasse.

38Lasciato fu dal traditor latino
Fraorte, poi che il loco ebber conchiuso;
questo era un piano a Cabora vicino,
da monti alpestri d’ogn’intorno chiuso.
Seguia Cesare in tanto il suo camino
oltra l’Eufrate, timido e confuso,
che per gli auguri a noi pur dianzi apparsi
stava dubbioso, e non sapea che farsi.

39Vedea ciascun tutto smarrito in faccia,
mesto e pauroso andar con passo lento,
perché a seguir de i barbari la traccia,
com’egli era a seguir mai sempre intento,
alcun non è che di buon cor lo faccia,
non è chi lodi o chi ne sia contento;
per confortargli Augusto in alto salse,
ma non puoté parlar, tal duol l’assalse.

40Questo a i soldati più mestizia porse,
quinci crebbe timor, nacque bisbiglio,
talché Licinio, che di ciò s’accorse,
celando il duol sotto men fosco ciglio,
come in tai casi far solea, ricorse
a i suoi più cari a dimandar consiglio;
poi volto a me fe’ cenno che desio
avea d’intender prima il parer mio.

41Con più ragioni allor mostrai che fosse
meglio a fermarsi in qualche terra alquanto,
di quelle che di mura egli e di fosse
cinte avea prima; ove potrebbe in tanto
certo saper se pur di Carra mosse
le genti il re, dov’egli andasse e quanto
fosse lontano, o se pur finto avesse
la fuga, il che parea ch’ogni un temesse.

42Nicandro era nel campo, un uom d’etade
matura e saggio e d’ogni cosa esperto,
ché servo nato essendo e in povertade
fu poi del figlio di Mammea liberto,
perciò che, oltra la fede e la bontade,
scorto Alessandro il suo valore esperto
non pur liberto il fe’ ma con sublimi
gradi lo pose e l’essaltò fra i primi.

43Era Augure, e notizia d’ogni stella
avea, che in sé contien questo emispero,
e de gli augelli, o in questa parte o in quella
seppe al volar d’ogni futuro il vero;
vista Nicandro adunque la procella
che portendea gran strage al nostro Impero,
e de le stelle erranti e delle fisse
il minacciar, soggiunse anch’egli e disse:

44- Non sol più che l’andar laudo il fermarsi
in terra, o mio signor, munita e forte,
ma dico ch’oltra il Tauro anco a ritrarsi
ne sforza il Cielo e la malvagia sorte,
ché in tutto il mondo i gran prodigi apparsi
a te minaccian servitute o morte,
e le tue genti tutte in veste oscura,
Roma lasciando, aver qui sepoltura -.

45Balista alquanto ebbe il parer diverso
(quel de la vettovaglia era prefetto),
giudicando a seguir dietro al re perso
error, ch’anch’ei d’insidie avea sospetto,
ma che lungo l’Eufrate il camin verso
Seleucia esser devea tra gli altri eletto,
ch’ivi il fiume in gran copia e di lontano
porta ciò che bisogna a l’uso umano.

46Perenne allora, il traditor, che altero
era via più d’ogni altro e impaziente,
scritto avendo il malvagio suo pensiero
in fronte, ove si legge il cor sovente,
con gli occhi biechi e con lo sguardo fero,
di superbia gonfiato e d’ira ardente,
prendea le Parche e i Cieli e Giove eterno,
le stelle e il fato e gli altri divi a scherno.

47L’empio disse: – O Licinio, se il consiglio
di costor, che a la guerra pur son usi,
sia così torto io non mi meraviglio,
perché tema e viltà gli occhi ha lor chiusi,
talché una paglia, un granellin di miglio
fa lor grand’ombra, e son tanto confusi
che discerner dal ben non sanno il male,
ma per quinci fuggir vorrebbon l’ale.

48Chi vide mai timor più van, più stolto
di quel che i tuoi più saggi or tanto preme?
Vinto l’Armeno e il Perso in fuga volto,
già di noi l’Indo e il Battriano teme;
e quei senza arrossir punto nel volto,
viste le genti tue piene di speme,
quella in tema cangiar cercan che tolta
n’ha di man la vittoria alcuna volta.

49Chi dice “resta” e chi “la strada piglia
per lochi ove son ombre e frutti e fiori”,
chi “per fuggir sciogli al destrier la briglia”,
poi de gli altri mostrando esser migliori,
con fronte crespa e con severe ciglia
nuove religioni e nuovi errori
van seminando, e copron con tal velo
le fraudi lor: così dispone il Cielo -.

50Visto a lui più che a gli altri la risposta
toccar, disse Nicandro: – Ahimè, che il forte
destin pur vuol che tante genti a posta
d’un solo in breve tempo abbiano morte!
Dunqu’io la mente avrò sempre disposta
in qual si voglia più contraria sorte
di seguirti, o signor, poi che concesso
non m’è il rimedio, e di morirti appresso.

51Chi può il fato impedir? Veggio Caronte
su la ripa letea fermar la barca,
donde e Stige e Cocito e Flegetonte
per gir al regno di Pluton si varca;
veggio altere le figlie d’Acheronte,
veggio Lachesi e Cloto e l’altra Parca
tutte insieme troncar gli stami, unite,
ch’eran sostegno de le nostre vite -.

52Soggiunse allor quel falso e disleale:
– Oggi gli dèi non siano a mandar lenti
sopra te solo tutto quanto il male
ch’or n’hai predetto, e salvin l’altre genti;
per riveder la casa tua non vale,
o i figli tuoi, ch’altro non brami e tenti,
dir ch’uno augel minaccia il nostro campo,
un tauro morto, una saetta, un lampo.

53Che da man destra o da sinistra tuone,
dimmi, che nuoca al camin nostro o giova?
che in Ciel sia Marte o Venere o Giunone
qual è di noi che il sappia dir per prova?
Sol da principio fu il timor cagione
che il miser vulgo in tanto error si trova;
io, per me, signor mio, punto con loro
non vo, poi che te sol temo et adoro.

54Ma tu di questo tuo furor ch’è volto
più tosto a predir sempre il mal che il bene,
per or n’andrai (benché nol merti) sciolto,
che il sacro abito tuo sol mi ritiene;
ma quando il regno al re di Persia tolto
e ch’indi avrem fin su l’ircane arene
scorso, il divin favore in te non scenda
che mitra allor non ti varrà né benda.

55Per tardar il viaggio un giorno o due,
per far la via del monte o de la valle,
non mi dir poscia con quest’arti tue
che volti a Marte Venere le spalle,
o che Vulcan si cangiò in capra o in bue,
che vinse a Canne in tal giorno Anniballe,
o che sia dopo le calende o gli idi,
che di lontan farei sentirne i gridi -.

Al campo giunge l’infido persiano Surena, che racconta menzogne sulle disperate condizioni dell’esercito persiano di stanza a Cabora: Valeriano decide di andare ad attaccarlo (56-82)

56Mentre superbo il traditor minaccia
per coprir la sua falsa intenzione,
molti de’ nostri un perso con le braccia
dietro legate conducean prigione;
questi parea tutto smarrito in faccia,
ch’esser devea di tanto mal cagione,
come pria con Fraorte avea Perenne
conchiuso, allor che in suo poter lo tenne.

57Io, che un anno e più sendo in Persia stato,
de’ primi ogni un conosco, perché tosto
fatto Augusto Licinio al re legato
mandommi di trattar pace disposto;
mai non vidi colui né in giostra armato
fra i duci, né fra i grandi a mensa posto;
ma s’egli è nobil de la corte fuora,
forse alcun regno avea in governo allora.

58Da se medesmo il crudo perso in mano
di nostre genti a porsi era venuto,
sapendo che sia barbaro o romano
de’ nostri alcun mai non l’avea veduto;
giunto a Licinio – Ahimè, – gridò «che in vano
posso sperar d’alcuna parte aiuto!
Qual terra o mar ricever può Surena,
sì ch’ei non muoia o stia sempre in catena?

59Qual parte trovarò ne l’universo
secura, ohimè, che tra l’ausonia gente
non è il mio loco, e il perfido re perso
placar si vuol del mio sangue innocente? -.
Al costui grido ogni un tosto converso
l’essortammo a narrar perché dolente
versi lagrime tante, e di cui teme,
e in qual terra sia nato e dia qual seme.

60L’empio, fingendo allor dentro al pensiero
d’esser men tristi e men pensoso alquanto
– Son, – disse – Augusto, pronto a dirti il vero,
potendomi di questo almen dar vanto,
che se la sorte ria, il destin fero
nessun più di me afflige in terra, o tanto
misero sì, ma perfido e fallace
non mi farà, né mai falso e mendace.

61Negar non voglio adunque ch’io non sia
parto, e del seme d’Arsaco disceso,
donde ha principio la disgrazia mia
appresso il re, non perch’io l’abbia offeso,
nuova maniera il crudo e nuova via
cercando a spegner questo seme inteso,
con ogni crudeltà, con ogni inganno,
m’ha fatto oltraggio mille volte e danno.

62De i successori d’Arsaco un gran stuolo
l’empio ha fatto morir con diverse arti,
perché sicuro il regno abbia il figliuolo
senza temer che più ritorni a i Parti;
né di tal sangue alcun, fuor che me solo,
poria trovarsi o in queste o in altre parti,
sendo in man nostra prima, oltra il gran regno,
ogni governo et ogni officio degno.

63E s’io non mi fingea stupido e scemo
d’ingegno e di discorso e d’intelletto,
giunto sarei con gli altri al punto estremo,
ma questo il re spogliò d’ogni sospetto;
Fraorte al fin, ohimè, che a dirlo tremo,
contra il mio seme d’ira acceso il petto,
che Artabano fe’ già suo padre porre
prigione e star più dì dentro a una torre,

64costui per vendicarsi adunque un sprone
a i fianchi era del re la notte e il giorno,
dicendo esser palese fizzione
ogni opra mia, con suo gran danno e scorno,
perch’io solo attendea l’occasione
che il regno a i Parti ancor fesse ritorno.
Ma per narrarti brevemente il tutto,
fui preso un giorno e innanzi al re condutto.

65Quivi era Tisaferne il capitano
de le sue genti, e quivi era Fraorte,
che il viso percotendomi con mano
dicea: “Non basta a te solo una morte,
ma se non scopri ciò che del romano
imperatore il messo oggi ti apporte,
miser ti converrà morir di cento
morti ognora, con strazio e con tormento”.

66Benché innocente e mesto e sbigottito,
restai per tema e pallido nel volto,
né mi sovenne alcun miglior partito
che di seguir fingendo per lo stolto.
Fraorte allor “Se d’esser schernito
da questo veder vuoi,” disse al re rivolto,
“venir fa meco alcun de’ primi tuoi,
che scoprirem gli occulti inganni suoi”.

67Sipario allor mandò Timandro e Argillo
seco al mio albergo, e quivi in un momento
portò un forziere e in mia presenza aprillo,
dove eran gemme, e d’or vasi et argento,
veste romane e lettre col sigillo
imperial: quest’era un tradimento
ch’avea contro di me Fraorte ordito,
il maggior che mai fosse altrove udito.

68Da te scritte parean, parea che a pieno
mi avvisassi per quelle ogni successo,
essortandomi a dar tosto il veneno
al re di Persia, come avea promesso,
che in premio di quest’opra il regno armeno
tutto dato m’avresti e il medo appresso.
Poscia parea che tu lodassi molto
questa mia invenzion di far lo stolto,

69dicendo come anticamente ancora
co’ suoi tutti di Roma un re fu spinto
da un saggio cittadin che in fino allora
privo d’ingegno e matto s’era finto.
Talché in breve seguendo il punto e l’ora
nascer potria che da me fosse estinto
Sipario il padre, e l’uno e l’altro figlio,
traendo me di tema e di periglio.

70Molte altre cose scritte erano in quelle
che intender non potei, perché ogni un forte
gridando, sì che il grido andò a le stelle,
volea ch’io fossi condennato a morte;
ma perché di tal fraude udir novelle
mai non potesse alcun, quindi Fraorte
levar mi fece e sì chiuder la gola
che gridar non potessi o dir parola.

71In tanto era a trovar Sipario intento
qualche maniera inusitata e nuova
per darmi nel morir pena e tormento,
che nulla più gli aggrada e più gli giova;
quel bue già da Perillo in Agrigento
trovato, allora ch’ei primo fece prova
se l’opra riuscia chiuso in quel foco,
fora a lui parso in mia persona un gioco.

72Ma perché il Ciel de gli innocenti ha cura,
spezzati ho i ferri e i ceppi e son fuggito,
sol caminando per la notte oscura,
nascosto il giorno in loco ermo e romito,
via più che del morir sempre e in paura
d’alcun nuovo martir ch’egli abbia ordito.
Deh prendi, o re, ti prego, per quel Dio
che scorge il ver, pietà del dolor mio.

73Tu sai pur se mai teco intenzione
avessi, o da te lettre o doni o messo
per questa o qual si voglia altra cagione,
o se d’avvelenar t’ho il re promesso;
ma, lasso me, che valmi aver ragione
se di narrarla pur non m’è concesso? -.
Così parlò, presente ogni un, Surena,
ma con tal pianto ch’era inteso a pena.

74Commise Augusto allor che fosse sciolto
da que’ suoi che le braccia gli legaro;
poscia con grato e con benigno volto,
per trarli fuor dal petto il duolo amaro
– Fate – disse – pensier d’esservi tolto
da i Persi e dato a noi, che sempre caro
vi avrem come fratello e come figlio,
né viverete in così gran periglio -.

75Poi quanti erano i Persi e se lontani
fosser gli chiese, e dove il re ne gisse;
allora il traditor, cui già le mani
sciolte avean, quelle al Ciel levando disse:
– O dèi e dee, che dentro a i petti umani
scorgete i cuori, o stelle erranti e fisse,
o luna, o sol, voi testimoni chiamo
se vita o morte al re di Persia bramo.

76Ma perché Augusto il mio signor ciò chiede,
da cui conosco in don la propria vita,
ch’io servi a lui più che a Sipario fede
mi sforza l’alta sua bontà infinita,
oltra che il giusto e il debito richiede
ch’io debba quella espor sempre in aita
d’ogni suo più vil servo, e vuole il dritto
che l’obligo nel cor mi resti scritto.

77La strage udita de le genti armene,
e che l’Eufrate vincitor passato
eri già, ribellò la Persia Eumene,
da Sipario al governo ivi lasciato.
Come ne la contraria sorte avviene,
l’animo suo primier costui cangiato,
anzi scoperto in breve tempo il regno
tutto usurpò con forza e con ingegno.

78Sipario, allor, da quella viva speme
che di farsi monarca avea caduto,
fu costretto a mandar fin ne le estreme
parti di Scizia, onde impetrasse aiuto,
ché del re di Carmania ancora teme,
a cui chiesto pur dianzi avea tributo
con minaccie di venti o di trent’anni,
e fattogli più volte oltraggi e danni.

79Contra d’Eumene con la maggior parte
di sue genti Archelao fe’ gir in fretta;
da Cabora egli in tanto non si parte,
che in pochi giorni quivi aiuto aspetta
di genti mede, armene, ircane e parte,
le quali ognor con nuovi messi affretta,
perciò che in tanto il misero si trova
con pochi, e quei gente inesperta e nuova.

80E di quei pochi ancor poco si fida,
né di ragion fidar molto sen puote,
che Tisaferne, lor capo e lor guida,
è di quel rio che lo tradì nepote.
Così par che di noi fortuna rida,
così volge l’instabili sue ruote:
ecco al fondo colui che un giorno prima
seder superbo fu veduto in cima -.

81Perenne il traditor soggiunse allora:
– Dubbio non è che a Cabora il camino
volger si de’, né far più qui dimora,
ché l’aiuto a Sipario è già vicino;
dunque prima che giunga e fin che fuora
egli è di speme, e misero e meschino,
pigliam la strada e sia Surena duce,
se il re consente, a la diurna luce -.

82Quivi di nuovo allor contesa nacque
tra noi, che molti a quel fede non diero,
né dal maggiore al minimo alcun tacque
quanto chiudea nel cor fido e sincero;
ma perché a Cesare di partirsi piacque,
ceder convenne al parer falso il vero,
e fu seguito il perfido là dove
per noi successer l’infelici prove.

Surena conduce l’esercito in una gola, dove vengono attaccati dai Persiani, che ne fanno strage immensa (83-142)

83Senza dimora adunque il dì seguente,
tosto che le dorate chiome bionde
spiegò l’aurora, e il bel carro lucente
co i destrieri cacciò Febo da l’onde,
Surena ci guidò verso Oriente,
per lochi privi d’arbori e di fronde,
dove non era fiume o colle o riva,
né pure un picciol cespo d’erba viva.

84Un deserto era questo, arido e piano,
sì che di morte avean tutti paura,
vistol, quanto guardar potean lontano,
grande in guisa che eccede ogni misura.
Quivi doler s’udian le genti in vano,
quivi cangiar l’usata lor figura,
ché il disagio ogni uom fe’ languido et egro,
e il troppo ardente sol qual carbon negro.

85Più dì si caminò per quel deserto,
dove perì de i nostri una gran parte;
si giunse al fin dove un gran monte et erto,
come fatto da gli uomini per arte,
chiudea nel mezzo un largo campo aperto,
con le sponde d’intorno in giro sparte
che poi si congiungean, tal che un sol calle
stretto varco facea dentro a la valle.

86Non fu lento a seguir tra quei duo monti
alcun del nostro essercito Surena,
visto che d’erbe, d’arbori e di fonti
tutta la valle era abondante e piena;
così scender gli augei sogliono pronti,
scorta nel prato l’esca o ne la rena,
ma non sì tosto a prenderne son volti
che si ritrovan ne la rete involti.

87Quivi, restauro alquanto del disagio
prendendo noi, con strali e pietre e dardi,
saliti d’ogni intorno a lor grand’agio,
ecco i Persi apparir feri e gagliardi.
Tosto Augusto cercar fe’ del malvagio
Surena, di sua fraude accorto tardi,
ma quel più tosto che da noi fuggito,
come non so, dir si potea sparito.

88Comandò che affrettar si debba il passo,
che d’uscirne in tal guisa avea speranza,
ma ritrovò da l’altra parte il passo
chiuso, e in modo alto che le nubi avanza.
Compreso adunque ogni un pauroso e lasso
che i Parti a starsi in fra le donne in danza
strugger potean l’essercito latino,
sen gìa tristo e dolente a capo chino.

89L’alto Imperio di Roma in tal periglio
non si trovò giamai ne gli anni a dietro;
subito Augusto addimandò consiglio,
e fu conchiuso ch’ei tornasse indietro,
ché i Persi d’ogni ’ntorno a men d’un miglio
su i monti ne chiudean com’acqua il vetro,
privo di vettovaglia essendo il campo,
talché altra via non era al nostro scampo.

90Tornossi adunque, ma trovammo in tanto
con sassi, arbori svelti e tronchi e pali
quel sentier chiuso i Persi aver con tanto
studio che uscir non si potea senz’ali.
Chi potria le querele, i gridi e il pianto
narra de’ nostri? e quanti furo e quali
i sospir che accendean l’aria e i lamenti
che al ciel salian con dolorosi accenti?

91Ma per contrario chi potria narrarte
de’ barbari, o regina, il riso e il gioco,
che cento miglia il monte da ogni parte
risonava, e splendea per tutto il foco,
mentre con gli archi, come quei c’han l’arte,
scemando il nostro campo a poco a poco
venian di gente, e più crudel l’assalto
rendea l’esser noi bassi e quegli in alto?

92C’ha visto in Roma nel teatro cento
tigri o leoni, o simili altre fere,
cui dotto e cauto arcier con ardimento,
mentr’ei sicuro stassi in alto fère,
mugghiando gridi mandar pien di spavento,
e le saette minacciose e fere
romper co’ denti e con spumanti labbia,
spargendo il sangue al fin morir di rabbia,

93di veder puote imaginarsi allora
fremer d’ira l’essercito romano,
che cento e mille e più ne cadean l’ora,
sendo ogni aiuto, ogni consiglio vano.
Pur come avvenir suol che l’uom talora
quanto da la speranza è più lontano
tanto si desta in lui maggior virtute,
che suol sovente partorir salute,

94così Licinio fe’, così ciascuno
ancor, che indarno la virtù natia
quel giorno fu, né a produr valse alcuno
frutto, mercé de la fortuna ria.
Stava Sipario in alto sì ch’ogni uno
potea vederlo, e seco in compagnia
la nobiltà di Persia avea, che intenta
godea del nostro mal, lieta e contenta.

95Contra costor si fece impeto in fretta,
tosto che fur da tutto il campo scorti,
per non esser almen senza vendetta
sì come augelli in sacrificio morti;
tutta la gente nostra unita e stretta,
poi che rimedio alcun non è che apporti
salute, in tutto omai priva di speme
sul monte gìa, d’un cor congiunta insieme.

96Quivi né strada, né sentier non era
ma balzi solo e scheggie e pietre e spine;
ma i nostri, che già l’ultima lor sera
giunta vedeano, e di lor vita il fine,
con animoso cor, con mente altera
quell’erto monte e quell’aspre ruine
con tal velocità salian che tardi
appo lor foran cervi e tigri e pardi.

97Visto il re perso la romana gente
salir con tal furor sopra quel sasso,
mandò sei mila arcieri immantinente,
che ne tenesser risospinti al basso;
ma i nostri avean già fermo e fisso in mente
di non ritrarre un dito adietro il passo,
con l’arme in man parendo lor men greve
che vilmente morir di fame in breve.

98Non fur là dunque, ove eravammo intenti
di gir, quegli a vietarcelo bastanti,
che se ben ne cadean diciotto o venti
per le saette lor, tosto altrettanti
più caldi di furor, più d’ira ardenti
nel loco istesso far vedeansi avanti,
talché gli arcieri inordinati e sparsi
smarriti cominciàr tutti a ritrarsi.

99Mentre Sipario fuor d’ogni periglio
credea il tutto mirar con suo diletto,
giunse un perso correndo, che vermiglio
di sangue cadde morto al suo cospetto,
ma de gli suoi, pria che chiudesse il ciglio,
gli avea la fuga e lo spavento detto,
e che il romano essercito feroce
venìa con strida e con terribil voce.

100Questo al re non fu nuovo perch’ei stesso
con gli occhi in parte già l’avea veduto,
e già mandato a Tisaferne un messo
che a lui pur dianzi in fretta era venuto;
e tutta l’oste in ordine avea messo
chiaro d’ogni roman già conosciuto
l’animo, che morendo invitto e forte
far vendetta volea de la sua morte.

101Sipario, ch’era intento al suo vantaggio,
si volse alquanto a la sinistra mano
perché ferisse con l’ardente raggio
ne gli occhi il sol l’essercito romano;
l’Austro ne fece ancor più grave oltraggio
soffiando impetuoso, e di lontano
seco portando arena e polve mista,
sì densa che a ciascun togliea la vista.

102Contra di noi già i barbari feroci
movendo gir facean la polve in alto;
già d’alte strida e di confuse voci
rimbomba il suon nel cominciar l’assalto;
già d’acute saette e di veloci
strali coperto intorno era lo smalto;
l’armi percosse già mandar faville
vedeansi, e cader morti a mille a mille.

103Più di cento romani in una schiera
venian sprezzando innanzi a gli altri morte:
tra questi Marco e Sergio e Matern’era,
Scribonio il fido e Pompeiano il forte;
convien che Protolisio adunque pèra,
figlio d’Eumene, e ch’ei subito apporte
nuova del caso a l’infernal nocchiero,
che del nostro tardar stava in pensiero.

104Marco, del seme d’Antonin disceso,
ferì con sì gran forza il giovenetto
che morto in terra lo mandò disteso,
versante come un rio sangue dal petto;
Timandro, che l’amò, nel core acceso
d’ira e tutto infiammato ne l’aspetto,
per vendicarlo andò, ma Pompeiano
se gli fe’ contra con la spada in mano.

105D’Erennia, figlia del buon duce Decio Augusto,
Pompeian meco in ripa al Tebro nacque:
questi dove si giunge il capo al busto
ferì Timandro sì che morto giacque.
E tu coppia gentil, Giustino e Giusto,
nati ad un parto ove il Metauro l’acque
con l’Adria mesce, allora tai festi prove
che intese non fur mai né viste altrove.

106Licio, Dario, Sarpedone, Arimanto,
cari tutti a Sipario, di sua mano
Giusto uccise, e Giustin fece altrettanto,
che alcun di lor mai non diè colpo in vano;
ma ciò veduto Ilermo si diè vanto
di vendicar la morte del germano:
quest’era Ormisda, a cui Giustin divise
la testa, e inanzi a gli occhi suoi l’uccise.

107Mentre Giustino è intento a ferir Sita,
nobil tra i Persi, ecco a due mani Ilermo,
per trarlo ad un sol colpo fuor di vita,
con la spada alta e sopra i piedi fermo;
ma tosto Giusto al fratel porse aita,
talché il perso a fuggir non ebbe schermo,
ferendo il roman con tal valore
che gli passò l’acuto ferro il core.

108Segue la gentil coppia ardita e franca,
e lascia or questo morto or quel ferito,
né si dimostra per gran prove stanca,
facendo a gli altri un valoroso invito:
Quinci l’animo a i Persi in tutto manca,
quinci divien ogni Roman più ardito.
Non men fa Sergio e Marzio e Pompeiano,
Fulvio, Claudio, Perpenna e Claudiano.

109Già il barbarico stuol pauroso in questa
parte fuggia, ma il franco Tisaferne,
col ferro nudo in man, con l’elmo in testa,
là dove il danno esser maggior discerne
corre con tal furor, con tal tempesta
che risonar fa gli antri e le caverne,
dal capo al piè di lucid’armi adorno,
coi più forti guerrier di Persia intorno.

110Caramante, Carange, Unel, Fraorte
un di Persia, un d’Arabia, un medo, un siro,
che tutti avean grado onorato in corte
seguiano, e Zamma e Gebro e Uranio e Ciro;
venìa Sipario appresso e seco il forte
Carano, un altro Zamma e Filomiro,
molto al re grati, e poscia un perso e un greco,
suoi tesorieri, Androfilo e Paveco.

111Di quel Paveco fu nepote questo,
cui sendo a casa già Sanno arrivato,
per non aver sorella o figlia mesto,
la sua moglie a giacer gli pose a lato,
e questo fe’ scorgendo manifesto
quanto al seme di quel fosse inclinato,
a concedere il Ciel stato e ricchezza,
per cui la fama oggi e l’onor si sprezza.

112Paveco adunque de la sua consorte
nato e di Sanno, vil nutrì Artoserse,
che al suo signore Artabano diè morte,
presa l’occasion che se gli offerse,
e tanto in breve ebbe felice sorte
che riportò ne le contrade perse
la corona e lo scettro d’Oriente,
che tien Sipario il figlio anco al presente.

113Tra questi Orode e Cosroe e Surena
tutti eran a seguir Sipario intenti.
Di tronche membra e d’armi rotte è piena
la terra, e l’aria di dogliosi accenti.
Quel morto in tutto cade e questo a pena
vivo, e per tutto son strida e lamenti.
Chi l’asta ha in man, chi l’arco e la saetta,
chi di sé, chi d’altrui vuol far vendetta.

114Già in quella parte il mio signor Augusto
giunto a Sipario fatto era vicino,
sì a tempo che far cose vide a Giusto
miracolose, col fratel Giustino:
a gara di que’ duo forte e robusto,
si sforza di mostrarsi ogni Latino;
questo Uranio e Carange uccise, e quello
senza capo cader fe’ in terra Unello.

115Con l’arco in man dopo un cipresso Gebro
traffisse il petto a Giusto, e tra sé questo
disse: – Non vuo’ che mai più veggia il Tebro -,
ma in vendicar sua morte il Roman presto
talmente ferì lui che a guisa d’ebro
non sapea s’era addormentato o desto;
cenno fe’ di cader più volte e appresso
Giusto al fin cadde a piè di quel cipresso.

116Ma di Giustin chi potria dir l’eterne
prove, poi ch’ebbe Giusto in terra scorto?
Ecco Zamma venir con Tisaferne,
ch’avea l’un Sergio e l’altro Claudio morto:
percosse il primo sì che non discerne
s’è notte o giorno, sì nel viso smorto
divenne, e sì di sangue e molle e tinto
che quasi fu per rimanerne estinto;

117raddoppia il colpo il cavalier romano
d’ira infiammato, e minacciando forte
– Ogni tua forza, ogni tuo ingegno vano
fia – disse – oggi a scampar da me la morte -.
Ma Tisaferne a lui la destra mano
spiccò dal braccio e disse: – Ecco la sorte
riuscita contraria in tutto a quanto
tu pur dianzi di far ti desti vanto -.

118Giustino a quel parlar punto non bada,
disposto a mantener quanto avea detto,
ma con quell’altra man colta la spada
lasciò senz’armi a Zamma il capo e il petto;
convien che ad un sol colpo in terra cada
l’elmo e l’usbergo, poi che in sé ristretto
ferillo sì che al barbaro il timore
di neve il volto e fe’ di ghiaccio il core.

119Ma non è per questo ancor Giustin contento:
quanto più puote alza la spada in alto,
con gli occhi sol dove colpirlo intento
che fin conforme al vanto abbia l’assalto;
quando ecco Tisaferne in un momento
gettarli altiero su l’erboso smalto
quell’alta man levata in aria, mentre
pensava di ferir la testa o il ventre.

120Giustin, che al tutto vuol di questa impresa,
benché sia privo d’ogni man, l’onore,
tosto chinossi e stretta in bocca presa
la spada, a Zamma la cacciò nel core;
poi sol con l’alma a la vendetta intesa,
contra Argillo pien d’ira e di furore
correndo, in guisa il petto gli traffisse
che cadde, né mai più parola disse.

121Tisaferne, che Regillo amava a paro
di se stesso, con impeto sì fiero
ferì Giustin, che appresso al fratel caro
cadde (e seco l’onor del nostro Impero).
Nessun trovar potea schermo o riparo,
sì destro e forte e cauto era il guerriero:
l’un dopo l’altro Marco, Arrio e Traiano
uccise, e il fido e saggio Giordano.

122Stoico era questo e capo in quella scola,
che giunto a i sette e sette lustri appresso
mai fuor di bocca non gli uscì parola
che fosse in danno altrui o di se stesso;
ma il crudo perso gli forò la gola
ch’error né fallo avea giamai commesso.
Poi volto altrove e Fulvio e Marzio uccise,
ch’un Zamma e morto l’altro avea Cambise.

123Scorge da lunge Pompeian, che in terra
Pacoro e Carmante avea già posto,
feriti in guisa che ad alcun più guerra
far non potran, perché moriron tosto:
contra quel Tisaferne si disserra
(che d’ucciderlo al tutto era disposto)
come fulmine rompe, atterra e fende
ciò che di gir gli vieta ov’egli intende.

124Scontrò primier d’ogni altro Ingenuo, figlio
d’Ingenio, che d’Illiria era prefetto:
del sangue perso il giovane vermiglio
ferì, ma indarno il barbaro nel petto;
quel lui superbo sopra il destro ciglio
percosse e disse: – Or si vedrà l’effetto
a chi tocchi di noi d’aver la palma -;
cadde prima il roman di spirto e d’alma.

125Visto poi Mario, e seco Antonio, a questo
lasciò in tal guisa il petto e il cor traffitto
che morto cadde, e fu caso molesto
al mio signor, che ne rimase afflitto;
Mario col capo tronco anch’ei fe’ mesto
morendo Emilian, ch’avea d’Egitto
l’impero, a cui sendo egli unico figlio
n’ebbe il cor tristo e lagrimoso il ciglio.

126Tra l’essercito perso e tra il latino
occhi più vaghi e più leggiadro viso
di Mario altri non ebbe, il cui destino
volse che sul fiorir restasse ucciso;
vistosi questo il barbaro vicino
venir col guardo incontra torto e fiso,
e ch’ivi alcun non è che possa aitarlo
gettossi in terra e incominciò a pregarlo,

127dicendo: – O cavalier, s’unqua pietade
forza ebbe in core uman, quella ti muova
a risguardar la mia sì verde etade,
e la faccia che ugual forse non trova;
tuo prigion fammi, e poi ne le contrade
d’Egitto al padre mio danne la nuova,
che in vece ivi d’Augusto il tutto regge,
ricco d’argento e d’or, ricco di gregge.

128Da questo, a cui son figlio unico e caro,
gran copia avrai d’oro e d’ogni altra cosa,
e Quintilla gentil, che in pianto amaro
per me sta notte e dì, cara mia sposa,
ti manderà dal Tebro un ricco e raro
dono; adunque la spada, o guerrier, posa -,
ma il barbaro più ch’aspe e sordo e crudo
l’uccise, e d’armi fe’ lasciarlo ignudo.

129Già Tisaferne giunto in quella parte
dov’era Pompeian, benché ognor forte
pur giunse allor, visto il bisogno, l’arte
al solito valor per dargli morte;
ma il cavalier roman quel giorno Marte
sembrò, bench’ebbe al fin contraria sorte;
quale il troiano Ettorre o il greco Achille,
ciascun di lor valea per mille e mille.

130Primo il perso a ferir fu Pompeiano,
che Ciro avea nel suo cospetto ucciso,
ma fu contra di lui quel colpo vano,
che il capo e il collo ancor gli avria diviso;
fattosi indietro il cavalier romano,
che al suo vantaggio ognor l’occhio avea fiso,
nel calar giuso il grave colpo colse
Ciriade in guisa che di vita il tolse.

131Nato in Roma, costui fu sì perverso
che, ucciso avendo il padre crudelmente,
fuggì di gemme e d’or carco al re perso,
e gli infiammò contra di noi la mente,
ché di veder bramava l’universo
gir sottosopra, e posto in fiamma ardente,
e che la terra il più sublime loco
salisse, e ruinasse al centro il foco.

132E il temerario ardir suo crebbe tanto
che di corona imperial la chioma
cinto, e vestito di purpureo manto,
facea chiamarsi imperator di Roma;
quel colpo, fatto al perso amaro pianto
versar, tra i più notabili si noma,
che in fallo un fianco il barbaro divise
del primo amico suo, talché l’uccise.

133La giustizia di Dio, ch’unqua non erra,
volse che allora Tisaferne errasse,
perché mostro sì rio sopra la terra
con danno universal più non restasse:
volse che ucciso fosse in quella guerra,
ch’egli avea ordita, e da chi più l’amasse,
scendendo il colpo giù nel lato manco
tutto gli aperse e gli divise il fianco.

134Colmo di sdegno il barbaro superbo
gridò, poi ch’esser quel morto s’accorse:
– Non più là d’ora a vendicar mi serbo -,
e l’errante sua man rabbioso morse;
su l’elmo in tanto un grave colpo acerbo
gli diede Pompeian, tal ch’egli in forse
fu di cader più volte in terra essangue,
e gli scoppiò fuor da l’orecchie il sangue.

135E se non fosse che la spada in mano
al buon guerrier giù nel calar si volse,
fora la forza e il valor stato vano
di Tisaferne, ma di piatto il colse.
Quel ferì pur su l’elmo Pompeiano,
talché da capo al piè tutto si dolse;
cadde l’elmo in due parti e il capo ignudo
lasciò al roman, sì fu il colpo aspro e crudo.

136Visto ch’era senz’elmo ecco Fraorte,
bramoso aver di quella pugna onore,
correr con fretta, ma per dargli morte
uopo era d’un guerrier di più valore;
mentre il braccio avea in alto, acciò che apporte
scendendo in giuso poi colpo maggiore,
Pompeian gli cacciò mezza spada
nel ventre, onde convien che morto cada.

137D’ira allor Tisaferne acceso in viso,
ben mostrò l’alto suo valor stupendo,
che in fino a i denti Pompeian diviso
senz’alma in terra fe’ cader, dicendo:
– Del mio compagno c’ho pur dianzi ucciso,
l’ombra a placar con la tua morte intendo -.
Poscia Materno uccise, Aulo e Perpenna,
che in van colpo non scende ov’egli accenna.

138Vide Clearco il forte che, vermiglio
di sangue, tanti barbari uccidea;
Clearco, poi che d’Artabasio il figlio
prigion fece, in gran stima Augusto avea:
loco gli diè tra quei del suo consiglio
e in vita il fe’ vicario d’Eritrea,
et era ancor per maggior cose averne,
se uscir potea di man di Tisaferne.

139Ma chi potrebbe annoverar ciascuno
che giù mandò costui nel regno cieco?
Toante uccise, e fu molto opportuno
il giunger suo, perché salvò Paveco;
de l’Augustal Toante era tribuno,
ancor che non roman fosse ma greco,
che de la bella Argilla e di Piroo
nacque, là dove il mar fende Acheloo.

140Perenne in tanto giù verso la valle
ritratto s’era e, tre mila africani
seco avendo, a ferir dietro a le spalle
cominciò il traditor tutti i Romani:
se dal barbaro alcun per torto calle
scampa convien che a lor dia ne le mani,
e già le nove de le diece parti
di noi morte giacean da i crudi Parti.

141L’esser rinchiusi come augelli in gabbia,
che uscir non sen potea senz’ali e piume,
del sol gli ardenti rai, l’arida sabbia
che ferian gli occhi e ne toglieano il lume,
de l’african l’avidità, la rabbia
che dentro par che ognor roda e consume,
oltra che i Persi eran tre volte tanti,
cagion fur che sia Roma e il mondo in pianti.

142Ma non per questo l’ebbero da riso
i Persi, ancor che piangano i Romani,
ché, se ben fu di noi ciascuno ucciso,
se tinse il roman sangue i colli e i piani,
non mostrò alcun però mai tema in viso,
ma pronto sempre in adoprar le mani
sì fu ciascun, pria che restasse estinto,
che a piè rimase il vincitor del vinto.

Costante ha tentato di liberare Valeriano ormai catturato, ma è finito accerchiato e solo l’intervento di Venere l’ha posto in salvo (143-158)

143Ma d’Augusto non posso interamente
dir come al fin restasse in man de’ Persi,
poi che l’alto dolor c’ho sempre in mente
mel vieta, e fa ch’ognor lagrime versi,
oltra che allor non mi trovai presente,
quinci doglia maggior nel cor soffersi,
quando al ritorno mio vidi poi trarlo
da quel legato, e ch’io non puoti aitarlo.

144Sappi, o regina, che dal dì che armato
di Roma uscìo con l’oste il mio signore,
in qual si voglia caso sempre a lato
m’ebbe, la notte e il giorno a tutte l’ore,
non men feci quel dì che il nostro fato,
privò d’ogni trionfo e d’ogni onore
Roma, a tal che su gli omeri mi stanno
l’onor perduto e l’acquistato danno.

145Tosto che di Surena fu scoperto
e di Perenne il gabbo, io mi disposi,
chiaro compreso il nostro eccidio aperto,
di cercar quei, che già s’eran nascosi;
e perché ugual fosse al castigo il merto,
se ugual trovar poteasi, allor deposi
ogni altra cura, ogni altro mio pensiero
perché alcun mai non se ne andasse altero.

146Ma poi che indarno scorsi tutto il giorno,
con gli occhi a ritrovargli sempre intenti,
cercato avendo il campo d’ogn’intorno
con strage ognor de le nemiche genti,
ciascun di lor d’altere spoglie adorno
visto in gran parte noi già rotti e spenti,
ridendo e motteggiando insieme a paro
dinanzi a gli occhi a sorte mi arrivaro.

147Strinsi la spada e corsi, e l’africano
da me fu prima d’un mandritto colto,
talché vendetta fei d’ogni romano
partitogli per mezzo il capo e il volto;
l’altro, che più nel piè che nella mano
sperò, già s’era intanto a fuggir volto,
cui seguir volsi, d’ira acceso in tutto,
disposto a dargli di sua fraude il frutto.

148Del monte al fin lo giunsi a la part’ima,
et – Ecco – dissi – o traditor che in vano
sperasti andar superbo de l’opima
spoglia d’Augusto e di ciascun romano -.
Poi di due forti abeti a l’alta cima
stretta gli avvinsi e l’una e l’altra mano,
mentre Neron, Montio e Sereno lieti
di tal vendetta, giù tenean gli abeti.

149Talché non pur la man ma il destro e il manco
piè con l’aiuto lor gli avvinsi ancora;
ma pria divenne ogni un sudando stanco,
poscia aprimmo le mani tutti ad un’ora:
gli arbori tosto l’un da l’altro fianco
stracciaron sì che il cor mostrava allora,
perché al rizzarsi quei dieron tal crollo
ch’ei partito restò da l’anche al collo.

150Trovai nel ritornar proprio in quel loco
dove pur dianzi avea Perpenna ucciso,
che Memmio e Claudian l’istesso gioco
fattogli, anch’ei per mezzo era diviso;
quivi mi stetti a riguardarlo un poco,
poi dissi alzando e Dio le mani e il viso:
– Fra tante angustie e tai pur mi conforta
visto che in Ciel non sei, Giustizia, morta -.

151Giunsi poi dove al santo vecchio quelli
barbari crudi avean le man, le braccia
e il collo avvinto, e la barba e i capelli
stracciarli, ohimè, vidi, e sputargli in faccia.
Codro e Marco, e due Flavi e due Marcelli,
cui sol pensando il cor m’arde et agghiaccia,
dinanzi a gli occhi suoi, che grati e fidi
sempre gli fur, scemar del capo vidi.

152Ritrovai quivi un grande orribil monte
di corpi estinti, e d’uman sangue un lago,
ch’ardito volse ogni Roman la fronte
dinanzi al suo signor di morir vago.
Nicandro, che patì gli scherni e l’onte
allor che fu di tanto mal presago,
vecchio sì che a destrier teneasi a pena,
trar vidi avvinto anch’ei d’aspra catena.

153Un altro vecchio, Aureliano detto,
grato a Licinio e venerabil molto,
gli fu condutto ignudo nel cospetto,
di ferro e piedi e mani e collo involto;
fermo Augusto a guardar co i piè nel petto
ferillo un perso, e con le man nel volto,
e per gran spazio in terra strascinollo
con la catena ch’avea stretta al collo.

154Pensa quant’ira allor, regina, e quanto
sdegno m’assalse e quanta doglia il core,
ma sendo e le querele indarno e il pianto,
quelle in rabbia cangiai tosto e in furore;
bench’io sapessi non poter far tanto
che in libertà tornasse il mio signore,
pur mi disposi al fin di morir seco,
per soverchio dolor rabbioso e cieco.

155Cieco e rabbioso con la spada in mano,
qual ferito cinghial, dove la schiera
sentì più folta corso, e fei Carano
gire a stancar Tisifone e Megera;
poscia Paveco, che pur dianzi in vano,
da le man di Toante fuggit’era,
Filomiro fu il terzo, Erode il quarto,
che tanto avean del roman sangue sparto.

156Ma Tisaferne, in quella parte volto
tosto che di costor la morte intese,
con un gran colpo mi ferì nel volto,
che sopra il braccio destro ancor discese;
e di goder m’avria quest’aura tolto
se non che a tempo allor Dio mi difese,
acciò che sol per le mie man la morte
quel mostro avesse, più crudel che sorte.

157Contra lui dunque di novel furore
colmo, presi a due man la spada e strinsi,
e tutta quella gli cacciai nel core
e in fino a l’elsa del suo sangue tinsi.
Così, presente Augusto mio signore,
quel nemico sì fier di Roma estinsi:
mostrò Licinio gran letizia averne,
che a legar lui primier fu Tisaferne.

158Caduto al fin costui, che d’Oriente
fu riputato onor, gloria e sostegno,
tutti quegli altri, ogni un di rabbia ardente
e pien d’ira, e di colera e di sdegno,
fatto avrian di me strazio orribilmente
se non venìa giù dal celeste regno
Venere, e perché allor ciò non sofferse
con nube oscura e densa mi coperse».

Libro VII

ultimo agg. 20 Luglio 2015 18:19

Argomento
Dopo molti sospiri e molti pianti,
mentre i cuori più voti hanno di speme,
lega Imeneo, lega Ciprigna insieme
con leggittimo nodo ambo gli amanti.

Dopo il lungo racconto gli amanti si separano per la notte (1-8)

1Vittoria udiva il cavalier sì attenta
che da la bocca sua tutta pendea;
ma quel, colmo di doglia, e fioca e lenta
voce a pena dal petto fuor traea;
pur di seguir si sforza, e in van pur tenta
di nascondere il duol, ma gli cadea
giù da gli occhi tal pianto e da la faccia
che a suo mal grado al fin convien che taccia.

2Di ciò s’accorse la regina, e volta
verso di lui, benigna e riverente
disse: «O signor, potrete un’altra volta
contar con più vostr’agio il rimanente;
l’ora è già tarda e voi, stanco per molta
fatica avendo il corpo, egra la mente,
fia ben che riposiate in fin che il giorno
col nuovo lume a noi faccia ritorno.

3Così detto per man Costante prese,
e gir seco volea fino a la stanza,
ma quel, che accorto e saggio era e cortese,
da timor combattuto e da speranza,
ricusò molto, ancor che del paese
veda esser questa antica e ferma usanza;
cede al fin, ché al suo debito non vuole
punto in fatti mancar o in parole.

4Volse al men seco gir ch’unqua non valse
pregar né ricusar, fino a le scale;
quivi lasciollo e nel partir l’assalse
tal doglia al cor che mai non ebbe uguale.
Co’ suoi di sopra in tanto il cavalier salse,
dove in copia trovàr camere e sale,
con ricchi letti e vini rari e frutti
da ristorarsi e star con agio tutti.

5Tutti posaro in fin che il nuovo lume
fece d’intono le contrade liete;
ma il cavalier, secondo il suo costume,
non ritrovò giamai posa o quiete.
Vittoria ancor le male agiate piume,
come già colta a l’amorosa rete,
cerca, né loco ritrovar può dove
si fermi, e indarno or qua or là si muove.

6O sacra dea, che d’amoroso ardore
scaldi a i mortali, anzi gli infiammi il petto!
Non volgea il quinto dì Vittoria ancora,
cui pari al mondo di beltà non era:
così vermiglia e candida l’aurora
suol dimostrarsi in Oriente altera.
Non men di grazia colmo era Costante:
sol degno d’esser l’un de l’altro amante.

7Fatto avean le fatiche il cavaliero
magro e smorto via più del consueto,
con le vigilie nate dal pensiero
distratto, che ’l rendea sempre inquieto;
però misto col grave e col severo
nel sembiante apparia sì grato e lieto,
sì benigno e cortese ch’onorarlo
ciascun sempre convenne e sempre amarlo.

8E trovando aver dì e notte il core
da sé diviso, e posto in forza altrui,
e l’appetito infusogli d’Amore
contrasto avendo a la scoperta in lui,
come in duello contra il proprio onore,
e d’ugual forza ognor sendo ambidui,
più pallido venuto anco e più scarno,
tregua al dolor chiedea pur sempre indarno.

Costante passa le notti a lamentarsi (9-18)

9La stanza dove solo egli dormiva
guardava sopra una ampio e bel giardino
che d’ogn’intorno e di lontan scopriva
campagne e colli, e tutto il mar vicino;
né potendo patir l’interna e viva
fiamma che l’arde per suo rio destino,
punto una notte il miser da diverse
cure levossi, e la fenestra aperse.

10La luna, uscita de le oscure grotte,
di stelle d’oro sopra il carro adorno
sì chiara allor facea splender la notte
che men chiaro veggiam sovente il giorno,
onde il guerrier da le speranze rotte
dal rio naufragio, dal palese scorno
vinto, e dal foco ch’avea dentro chiuso,
stava colmo di duol, tristo e confuso.

11E il ciel guardando e il mar, l’erbe e le fronde,
dicea: «Qual pesce, qual augel, qual fera
si trova in terra o in aria o dentro a l’onde
che non prenda riposo il dì o la sera?
Ma lasso me, che mentre il sol s’asconde
e mentre appare, ognor più l’aspra e fera
doglia m’afflige, e giorno e notte sempre
par che il cor mi distrugga e mi distempre.

12Com’esser può che tal forza nel viso
stia d’una donna, che in me tenga insieme
il piacer col dolor, col pianto il riso,
e col timor possa albergar la speme?
come viver poss’io dal cor diviso?
dond’è che il mal m’aggrada e il ben mi preme,
né so in qual guisa un dolce sguardo apporte
guerra e pace ad un tempo, e vita e morte?

13Or vedi, Amor, che il loco e il tempo hai colto
atto a trar nel mio petto il duro ghiaccio,
nascosto avendo in un leggiadro volto
sì dolce fiamma e sì soave laccio,
che essendo arso da l’un, ne l’altro involto,
ne chieggio aiuto, né difesa faccio.
Che libertà quei lacci ond’io son preso
mi danno, e refrigerio il foco acceso!

14L’amor ch’io porto al mio signor m’ha spinto
fin da l’un capo a l’altro de la terra,
e in mar quasi restai pur dianzi estinto,
tal contrasto da i venti ebbi e tal guerra;
or nuovo laccio ho stretto al core avvinto,
e nuova rete lo circonda e serra,
nuovo desio mi sprona e nuovo amore
mi sforza, e m’arde nuova fiamma il core.

15So che il mio onor ricerca e il dritto e il giusto
ch’io ponga a fin la cominciata impresa,
e ch’io se a liberar non vaglio Augusto
muoia, che il viver senza lui mi pesa;
ma che poss’io s’Amor fallace e ingiusto,
contra cui faccio indarno ogni difesa,
con tal furor m’assal, con tanto orgoglio
che mi sforza a voler quel ch’io non voglio,

16e quel ch’io voglio a non voler mi sforza?
Dunque nessun mi biasmi o mi condanni,
ché la ragion non val contra la forza,
se in Gallia consumar mi vedrà gli anni.
D’amor la fiamma ogni altro foco ammorza,
e se alcuno i sottil e dolci inganni
prova d’amor, so che da lui ripreso
mai non sarò, ma con ragion difeso.

17Come potrei senza Vittoria un giorno
viver, non che da lei gir sì lontano,
ch’entro al suo petto fa il mio cor soggiorno,
e d’ogni mio voler la briglia ha in mano?
Ma debbo, ahimè, patir l’onta e lo scorno?
debbo lasciar l’imperator romano
in servitù sì amara? e debbo io solo
gioir stando in angoscia ogni altro e in duolo?

18Quando però gioir possa chiamarsi
questo martir ch’io provo e questa pena,
questi ardori per l’ossa infusi e sparsi,
e questa intorno al cor stretta catena?
Qual doglia al mio dolor puote agguagliarsi,
che s’io son vivo o no, comprendo a pena,
e sì tra due sospeso erro e vaneggio
ch’io scorgo il meglio e pur m’appiglio al peggio?».

Lo stesso fa Vittoria, la quale chiede consiglio alle sue ancelle: Filidia le consiglia di seguire la propria passione, Fronima di moderarla con la ragione, di non esporsi a un rischio eccessivo (19-53,2)

19Mentre si duol Costante e si lamenta
o di partirsi o di restar dubioso,
non par che dentro al cor men doglia senta
Vittoria, o che più d’esso abbia riposo.
L’antica fiamma, che credea già spenta,
più si rinova, e il fero ardor che ascoso
nel petto avea si scopre, e già faville
fuor per gli occhi le usciano a mille a mille.

20Vittoria ben s’accorge e ben comprende
esser cagion d’ogni sua pena amore,
né può fermarse in letto onde ne scende,
ché un sprone a i fianchi e un stral si sente al core;
e sì gran fiamma l’infelice accende
che per sfogar l’interno aspro dolore,
spesso interrotta da sospiri ardenti
dicea con tristi e con dogliosi accenti:

21«S’amor questo non è, chi è quel ch’io sento
struggermi il cor, né so né voglio aitarme?
Donde nasce il martir, lassa, e il tormento
ch’or aspro or dolce, or l’uno or l’altro parme?
Ma come s’egli è amor, può in un momento
ora di foco, ora di ghiaccio farme?
Come uccider mi può se non è uscita
l’alma, o tenermi senza core in vita?

22O dea senza consiglio empia e fallace,
instabil via più che il ciel, che l’onda,
da te non ebbi mai tregua né pace,
tanta perfidia in te superba abonda;
da poi ch’estinto ogni tiranno giace
sperai d’averti ognor destra e seconda,
ma quanto, ahi lassa, il mio sperar fu breve,
che mi si strugge il cor come al sol neve!».

23Mentre d’amor Vittoria e di fortuna
seco soletta si lamenta e parla,
due donne appresso avea, che sempre or l’una
or l’altra intorno l’era a consigliarla.
Fronima in guisa è saggia che a nessuna
cede, né posso a pien giamai lodarla;
in vista grave, in opre onesta, e d’anni
carca e di senno, involta in negri panni.

24Filidia è l’altra, ancor che d’anni piena
giovane sembra a l’abito, a la faccia;
sempre in gioia e in piacer sua vita mena,
sempre e cure e pensier da sé discaccia.
Visto costei che in amorosa pena
Vittoria è involta, e ch’arde e dentro agghiaccia,
tosto a lei venne e con l’usato ardire
le chiese la cagion del suo martire.

25A cui rispose la regina: «O cara
Filidia, o mia speranza, o mio conforto,
qual pena, ohimè, quant’aspra e quant’amara
doglia nel petto, e quanto ardor sopporto!,
ché, del guerrier roman visto la rara
pietà, sola cagion che al nostro porto
giungesse, amor m’assalse il cor con tanto
martir ch’io mi consumo e struggo in pianto.

26Quel foco onde con gioia e con riposo
vissi più giorni, e ch’io pensai già spento,
di me non so in qual parte stesse ascoso,
che il cor poi mi raccese in un momento;
dopo la morte del mio caro sposo
non sentì mai quel ch’ora provo e sento.
Costante ha in man, Filidia io tel confesso,
mio core; io porto lui ne l’alma impresso.

27Ma non fia vero che il mio chiaro e puro
pensier macchiar giamai possa in eterno;
con folgori più tosto entro a l’oscuro
fondo mi cacci il gran Padre superno.
Ma ben, sorella, io ti prometto e giuro
che non posso patir l’incendio interno;
dammi consiglio omai, deh dammi aita,
se non che giunta al fin vedrai mia vita».

28Così dicendo, fuor per gli occhi un fonte
di lagrime spargeva, ond’ella in tanto
su la sinistra postasi la fronte,
con la man destra si asciugava il pianto.
Filidia allor con sue lusinghe pronte
rispose e disse: «A che dolersi tanto
di cosa in van, regina, a cui tu puoi
sì facilmente proveder se vuoi?

29Che valti aver tante e sì strane genti
sotto il tuo impero ad ubidirti intese,
s’amor ti svelle il cor, se con ardenti
fiamme t’ha l’ossa e le medolle accese?
Perché in preda a i sospir darti e a i lamenti?
Forse, o donna, ti son le vie contese
di chiedere al guerrier mercé che voglia
prender pietà de la tua immensa doglia?

30Ambo giovani sète e di bellezza
dotati, e di valore ambo ugualmente,
perché debbe usar teco egli durezza
se ben non ha nel cor la fiamma ardente?
Ma s’avvien ch’arda anch’ei, come certezza,
non pur credenza, n’ho dentro la mente,
qual cosa puoi tu far di che ne senta
gioia maggior, sendo a piacergli intenta?

31Or che ogni cosa già per tutto è queta,
ma sempre avendo per tua fida scorta
nessun di gire al cavalier ti vieta,
che forse ugual dolor per te sopporta;
da le tue stanze ecco la via secreta
che infino a l’uscio de la sua ti porta;
parmi veder ch’abbia di te non meno
l’ossa di foco e il cor di doglia pieno».

32Queste parole e simili altre ancora
Filidia usava, e quasi a la regina
persuase che andasse allora allora
di Costante a la stanza egra e meschina.
Ma Fronima, che uscir Vittoria fuora
del buon sentier s’avvide, e che vicina
era a smarrirsi, a sé chiamolla, e volta
verso di lei disse: «Il mio consiglio ascolta,

33donna: molto a pensar m’è duro e greve
che essendo omai le tue virtù sì note
perder tu voglia in un sol punto breve
quel che poi racquistar mai non si puote.
Di questo ancor farai stima sì lieve,
che assisa sopra sì sublimi ruote
tu voglia a costei sol dar fede intera
che al fondo giù precipitarti spera?

34Sol Filidia al piacer, solo al diletto
pensa, né mai ragion cape in sua mente,
che l’uom rende immortal, rende perfetto.
Passa il piacer com’ombra immantinente,
fermo contento è di ragion l’effetto,
ma chi segue il piacer ratto si pente:
sol d’utile e d’onor ragion si pasce,
da quel sempre e vergogna e danno nasce.

35Che valti aver contra i nemici invitto
l’animo, e sovra ogni altro ardire e forza,
se te stessa non vinci e se dal dritto
sentiero il senso a traviar ti sforza?
Questo nel cor porta, o Vittoria, scritto:
ch’un vizio sol molte virtuti ammorza,
e donna che non sia casta e pudica
d’acquistar fama indarno si affatica.

36E queste genti barbare che poste
sotto il tuo impero or si stan quete in pace,
sendo a guerre, a tumulti ognor disposte,
cui star soggette altrui sì annoia e spiace,
potrian le male menti, che nascoste
serban, scoprendo incender nuova face,
visto in preda d’un uom darti e in balia
c’hai visto a pena, e non sai pur chi sia.

37Questo atto, al mio parer, saria cagione
di farti giù cader da quella stima
c’hanno di te, da quella opinione
onde sei giunta de la ruota in cima.
Quanto al consiglio rio senza ragione,
che a darti esser costei volse la prima,
rispondo: se il guerrier ti esclude e scaccia,
come avrai poi di comparir mai faccia?

38Ch’ei t’abbia a compiacer però certezza
non hai, ma del contrario indizio vero,
perché solo a virtù l’anima avvezza
sempr’ebbe e sempre avrà questo guerriero,
e per l’onore ogni piacer disprezza,
non pur con l’opre ognor ma col pensiero;
dunque, o Vittoria, omai sì stran desio
raffrena, e segui audace il parer mio.

39Potresti, ohimè, del tuo consorte morto
al cener caro, a l’ombra, a la memoria,
macchiando il letto suo far sì gran torto?
Ahi, da te scaccia tal pensier, Vittoria,
vinci te stessa e prendi omai conforto,
né voler perder l’acquistata gloria;
d’amor non furon mai sì dure pene
ch’uom saggio al fin non tempri e non raffrene».

40Così la saggia consigliera e fida
con parole dicea gravi e pietose.
Ma Vittoria, in cui tanto ardor s’annida,
altro fuor che sospir mai non rispose;
par che l’alma da lei schianti e divida
la fiamma che nel petto Amor le pose,
onde a Filidia volta, in tal periglio
chiese di nuovo tacita consiglio.

41Da man sinistra avea questa vicina,
e perché far di se stessa il volere
non puote, a lei via più che a l’altra inchina,
e più loda e comenda il suo parere;
ond’ella, che sott’occhio la regina
spesso guardava, e cui grave è il tacere
quando altri parla, tosto che si volse
a lei, la lingua in tai parole sciolse:

42«Oh che fido consiglio, oh che perfetto
parer di questa, oh che ben sana mente,
che volendo ad un morto aver rispetto,
ch’un vivo muoia di dolor consente!
Quegli è privo di senso e d’intelletto,
nulla sa, nulla vede, nulla sente;
tu vivi, e tanto la tua vita importa,
ma se non segui il mio parer sei morta.

43Deh, sforzianci di star più che si puote
in vita, e con piacer sempre e con gioia;
d’affanno sian le nostre menti vòte,
stian le cure da noi lunge e la noia;
che sian polite o sian crespe le gote,
tardi o per tempo ogni un convien che muoia
lasciando il tutto adietro, e dopo morte
nulla fia mai ch’alcun piacer n’apporte.

44Costei, che tanto il cor costante e fermo
par ch’abbia, e dal piacer tanto lontano,
credi che in contra Amor facesse schermo,
o ch’egli oprasse in lei sue forze in vano?
Sappi che consigliar l’amico infermo
può facilmente ogni un, mentr’egli è sano;
parmi che a tal sia il tuo dolor venuto
che più che di consiglio uopo hai d’aiuto».

45Mentre a la donna sua così dicea
Filidia, come foglia sposta al vento,
le man battendo, or qua or là volgea
la faccia mille volte in un momento;
or si levava in piede, ora sedea,
di sua instabilità certo argomento.
Ma Fronima col guardo intento e fiso,
raro e a tempo movea le mani e il viso.

46E vista che d’amor la fiamma ardente
già sparta era per l’ossa e per le vene,
come colei che accorta era e prudente
qui dice: «Usar destrezze mi conviene,
poi che tanto martir dentro al cor sente
Vittoria, e tante e sì gravose pene
che se al grand’uopo non le presto aita
non può durar più lungamente in vita».

47Onde, non men che il buon medico esperto
allor che il polso e la virtù declina,
visto il periglio de l’infermo aperto
gli dà più lieve e facil medicina,
né per sentier sì stretto né sì erto,
come pur dianzi far solea, camina,
quel che gli vietò prima or gli concede
come del mal la qualità richiede.

48Fronima saggia così festi allora,
dicendo a la regina inferma: «Poi
che l’intenso dolor t’ange e t’accora
in guisa tal che sopportar nol puoi,
fa’ che il tuo onore e te salvi ad un’ora;
il che sarà qualor, donna, co’ suoi
nodi santi Imeneo congiunga e leghi
teco il guerrier, pur ch’egli a ciò si pieghi.

49Ma ben per esser qui contra sua mente
giunto, doppo mill’onte e mille scorni,
dove pria che danari accoglia e gente
e navi faccia star convien più giorni;
spero che nasca occasion sovente
prima che al suo viaggio il guerrier torni,
onde senza scoprir gli affetti tuoi
spiar si possan con destrezza i suoi.

50Spero, non men, per aver questo intesa
la mente a trarre Augusto di prigione,
né senza te bastando a tanta impresa,
che incontrerà sì bella occasione;
onde senza al tuo onor far punto offesa,
senza che il senso adombri la ragione,
conseguirai ciò che appetisce e brama
il cor, né punto offuscherai la fama».

51Qual d’atre nubi alcuna volta il cielo
veggiam coperto e d’ogn’intorno cinto,
onde la faccia al gran signor di Delo
si offusca, e sembra il chiaro lume estinto,
Zefiro rompe il tenebroso velo,
scacciato l’Austro, e il suo contrario vinto
che il ciel stillava in pioggia, e torna il biondo
Febo a donar l’usata luce al mondo,

52tal fece allor la consigliera accorta
che Vittoria fra tanti aspri martiri
la chiara faccia avendo afflitta e smorta,
per la nebbia offuscata de i sospiri
che lagrimosa pioggia seco apporta,
come Favonio che soave spiri
scacciolle il duol, che a guisa di procella
l’assalse, e ritornò quanto mai bella.

53Talché Filidia voltasi da canto
tosto al costei parer l’animo intese.
L’usata forma sua Venere in tantoVenere camuffata da Sereno si presenta in sogno a Costante, lo consiglia a dichiararsi a Vittoria, lui acconsente a mandarlo a fare l’ambasciata (53,3-64)
nascose, e quella di Sereno prese;
così a Costante andò, ch’anch’egli in pianto
l’occulto suo dolor facea palese,
a cui giunta si volse e con severo
sguardo gli disse: «Ohimè, puote esser vero?

54Puote esser vero, ahimè, quel ch’ora veggio,
Costante, e quel che a mal mio grado ascolto?,
over sciocco dormendo erro e vaneggio,
son forse desto o pur nel sonno involto?
Così Licinio sia nel suo bel seggio
da te riposto, e da i legami sciolto,
di che mostrarti aver già sì gran voglia?
come il farai se ti consumi in voglia?

55Deh, dimmi qual cagion, guerrier, ti muove
a lamentarti con sì tristi accenti?
donde avvien che da gli occhi un rio ti piove,
che l’aria infiammi con sospiri ardenti?
Tu sei pur giunto in questa parte, dove
proveder d’altre navi e d’altre genti
potrai, per gir ne le contrade perse
come cortese a te Vittoria offerse».

56Rispose allor Costante: «O mio Sereno,
tu scorgi il vero, io sol vaneggio e sogno!
A tal son giunto omai ch’io vengo meno,
e del mio mal morendo io mi vergogno;
Amor mi sprona e non m’allenta il freno;
dammi, ti prego, aiuto al gran bisogno;
nulla asconder ti posso e nulla voglio,
sol di fortuna e sol d’Amor mi doglio.

57Anzi fortuna incolpo, Amor ringrazio,
onde a sì nobil donna fui soggetto,
che volentier sopporto ogni mio strazio
e d’ogni mio martir prendo diletto;
e in questo breve c’ho, di vita spazio
(ch’altro che morte omai più non aspetto),
non so se altrove aver la mente intesa
potrò, sì ch’io mi accinga ad altra impresa.

58Quel giorno che Vittoria a queste porte
condusse noi per sua bontà infinita,
con un sol sguardo, ahimè, datomi morte,
con un sol sguardo ancor tornommi in vita;
in me muoio, in lei vivo, e di tal sorte
m’appago sì che non le chieggio aita.
Come adunque potrò gir sì lontano
da lei, se sta di lei mia vita in mano?».

59Così dicendo giù da gli occhi in seno
di lagrime spargeasi un largo fonte;
la bella diva allor che al buon Sereno
si assomigliava a le fattezze conte,
soggiunse: «Or veggio ben che Amor col freno
e con la face le tue voglie pronte
infiamma, e volge a seguir nuova impresa,
ma ch’anco Augusto abbandonar ti pesa.

60Al cui tuo doppio mal sol un partito
mi occorre, onde potresti di prigione
trarre Augusto ad un tempo e d’infinito
dolor te stesso e d’aspra passione:
questo avverrà se diventar marito
puoi di Vittoria, e nulla altra cagione
più mi muove a pensar né a dir tal cosa
che il veder lei non men di te pensosa.

61Che porger possi al tuo signor soccorso
senza il suo aiuto, non ci scorgo via;
se vuoi ch’io tenti ciò ch’ora m’è occorso,
con vostra dignità farollo e mia;
da questo tuo sì lunge esser trascorso
nascerne ancor gran ben forse potria:
così vuol Dio, da cui nulla si asconde,
né senza lui qua giù si muove fronde».

62Così detto si tacque; allor Costante
soggiunse: «O fedel mio compagno e saggio,
se ben traffitto il cor porto con tante
saette, che riposo unqua non aggio,
però morir vorrei più volte inante
che al dritto et a l’onor mai fessi oltraggio;
pria che macchiar la fama in parte alcuna
mille morti provar vorrei, non ch’una.

63Se ti succederà ch’io sia consorte
di Vittoria, ben dir potrai con vero
d’avermi suscitato da la morte;
ma se fallito ancor ti andrà il pensiero,
non temer che il desio mai mi trasporte
a traviar dal mio camin primiero:
così già fermo e fisso ho dentro il core
che in van la face adopra e il freno Amore».

64La dea rispose: «E così far si deve,
raffrenando la voglia e l’appetito.
Io me ne vado adunque, e spero in breve
che di Vittoria ti vedrò marito».
Così detto uscì fuori e poggiò lieve
per l’aria verso l’Aquitano lito,
tra Borea e Coro in una nube involta,
lasciata a dietro ogni sembianza tolta.

Venere si reca da Toringe, alleato e amico di Vittoria, sotto mentite spoglie, e lo induce ad andare dalla regina per convincerla a prendere marito Costante (65-79,4)

65Reggea Toringe di Vittoria in vece
da i Belgi infin l’Esperia a l’oceano
con forza e con saper, che, se ben diece
lustri due volte avea, forte era e sano,
e sì con l’armi e col consiglio fece
contra Postumo e contro Lolliano
che da lui conoscea la vita e il regno
Vittoria, e ben mostrò d’amarlo segno.

66Ch’esso con diece figli suoi di molta
entrata fece ricco e di gran stato;
“padre” il chiamava, e lo facea, ogni volta
che a lei venìa, seder dal destro lato;
poi visto a suscitar discordie volta
questa provincia, a lui, ch’era ivi amato
e d’autorità grande, la diè in cura:
così dormia con gli occhi suoi sicura.

67Venere adunque ne la nube ascosa
che di far quanto ha detto si destina,
giunse dove Toringe era in Tolosa,
città di Gallia a i Pirenei vicina;
ch’ivi devesse andar gli avea per cosa
molto importante scritto la regina,
e quivi giunto a dir mandolle in fretta
che di saper ciò che far debba aspetta;

68e già aspettato avea più dì, né mai
da Marsiglia ebbe nuova o messo alcuno.
Quivi attese la dea che Apollo i rai
cuopra, e sia l’aer d’ogn’intorno bruno,
e quando giunto esser le parve omai
il tempo a ciò che far devea opportuno,
prese, cangiata la sua bella imago,
la voce e il volto e l’abito d’un mago.

69Druide in Gallia i maghi detti, stanno
sopra ogni altro in gran pregio e in sommo onore,
sacrificano a Dio ne i tempi e danno
sentenze, e fanno accordi a tutte l’ore.
Per sapere il futuro a lor sen vanno
gli altri, e non gli dar fede è grave errore;
Venere adunque un mago esser si finge,
e va là dove in letto era Toringe.

70Il qual tra sé pensava, avendo inteso
che in Marsilia arrivò Costante Pio,
cui d’Oriente fu il camin conteso
che il tutto fosse per voler di Dio,
e, di sua fama già gran tempo acceso,
gli nacque di vederlo alto desio;
ma d’offender temea Vittoria e molto
stava dubbioso e in gran pensiero involto,

71allor ch’entrata a lui Venere disse:
«Quando avran fin le guerre e le contese,
saggio Toringe mio, quando le risse
c’han già destrutto il gallico paese?
Lascio di ricordar quanto ne afflisse
Cesare, e di narrar tutte l’imprese
di Cereal, d’Albino e di Severo,
che andar m’empion d’orror dentro al pensiero.

72Ma quel che in spazio di pochissim’anni
tutti a nostro mal grado abbiam provato
chi potria dirlo? e quanti empi tiranni
il sangue nostro han sparso in ogni lato?
L’onte e le morti e le rapine e i danni
tu sai meglio di me, ché sempre armato
stavi appresso Vittoria, onde vittrice
regge il gran regno queta oggi e felice.

73Benché pensando che il marito e il figlio
sì fanciullo patiro acerba morte,
mentre che ogni altro ha speme, io di consiglio
privo sol temo la contraria sorte;
veggio dappresso il nostro gran periglio
ch’ella, né figli avendo né consorte,
giunta al fin di sua vita un’altra volta
sarà la Gallia sottosopra volta.

74Onde Mercurio il grande, che tien cura
de la salute nostra, oggi m’ha detto
che tosto a l’apparir de l’ombra oscura
venir dovessi a ritrovarti in letto,
e dirti in nome suo ch’entro le mura
di Marsiglia arrivar debbi al cospetto
di Vittoria, che ognor languida e smorta
di mortal piaga il cor traffitto porta,

75e dirle che non stia per cosa alcuna
di prender per suo sposo e suo marito
quel gentil cavalier, cui ria fortuna
spinse pur dianzi di Narbona al lito,
ché altrimente coperta a vesta bruna
fia l’infelice Gallia, e da infinito
travaglio oppressa e con gravoso affanno
preda or di questo or di quel rio tiranno.

76Ma s’ella a lui si legherà sì come
brama, e sì come di ragion far si deve,
d’ambi altero e glorioso nome
vedrassi al ciel poggiar spedito e lieve,
e de i nemici de l’imperio dome
saran le forze, e soggiogati in breve
si vedran tutti quei che fan dissegno
sopra la vita sua, sopra il suo regno.

77Levati adunque omai, Toringe, e piglia
tosto che Febo il nuovo giorno apporte
di Narbona il camin verso Marsiglia
per le strade più facili e più corte.
E la regina tua prega e consiglia
che di Costante voglia esser consorte,
indarno mossi non saran tuoi prieghi
per far che a questo ella, e il guerrier si pieghi,

78ché l’uno e l’altro l’appetisce, e l’uno
per l’altro d’amor porta acceso il petto;
onde fia il giunger tuo molto opportuno,
che n’avranno egualmente ambi diletto;
oltre che a par di te crede a nessuno
Vittoria, e che ti onora e in fatto e in detto,
Mercurio, che desia tal nodo e vuole
che segua, darà forza a tue parole».

79Sparve la dea ciò detto e in Oriente
tornò di Cipro a la sua antica stanza,
lasciando il buon Toringe entro la mente
tutto di piacer pien, di speranza.
Tosto levossi e con fiorita gente,Toringe parte, arriva a Marsiglia in capo a otto giorni, nel frattempo Venere rassicura Costante e Vittoria (79,5-94,4)
che in tal guisa di gir sempre avea usanza,
verso Marsiglia al giunger del mattino
fra diece figli suoi prese il camino.

80Ma prima in vece sua lasciò in Tolosa
un suo fratel, che detto era Sinarte,
e gli ordinò ch’indi null’altra cosa
gir lo facesse in qual si voglia parte.
Già in Aquitania avea di valorosa
gente posto gran numero, che parte
eran Liguri e parte Iberi e Celti,
parte Britanni, e tutti uomini scelti,

81a cui diè il forte Matrico per duce,
figlio d’un altro suo fratel già morto.
Dunqu’ei, visto apparir la nuova luce,
di Narbona il camin prese più corto.
E mentre a la regina si conduce
colmo nel cor di speme e di conforto,
Venere in Pafo attendea l’ora e il punto
ch’ei fosse al fin del suo viaggio giunto.

82E visto che arrivò l’ottavo giorno
ad un castel vicin tredeci miglia,
per far tutta la notte in quel soggiorno
e per tempo esser poi l’altro in Marsiglia,
tosto a Costante anch’ella fa ritorno,
e di Sereno ancor sembianza piglia,
ma perché d’uno error cauta s’avvede
che avvenir può, con arte gli provvede.

83Quella mattina che arrivar dovea
Toringe per far quanto ella avea detto,
Sereno, come far sempre solea,
molto per tempo si levò dal letto,
e dove la regina in opra avea
tanti uomini sul porto, uscì soletto
per mirar quelle torri e quelle mura
superbe, e tutto l’altro con gran cura.

84Allor la dea nel viso di nascosto
spruzzolli alquanto del licor di Lete;
poi fe’ che il sonno sopragiunse tosto,
e gli infuse nel cor dolce quiete;
e quivi in loco commodo e riposto
posollo, e ritornò per vie secrete
entro a Marsiglia, dove al pio Costante
con gran diletto appresentossi avante.

85Ella avea il volto, avea il parlare istesso,
sembrava a i gesti, a l’abito Sereno,
né mai partiasi al cavalier d’appresso,
com’ei proprio solea, né più né meno,
dicendo: «Quel ch’io t’ho di far promesso
l’ho fatto in guisa tal, signor, che a pieno
fra pochi giorni, anzi poche ore spero,
che effetto conseguir debba il pensiero».

86L’interno incendio la regina intanto,
del suo ghiaccio primier degna mercede,
refrigerò con quella speme alquanto
che accorta e saggia Fronima le diede;
e come suol che da i sospir, dal pianto
alto sonno talor nascer si vede,
la notte che molto infra se stessa
restò pensosa, fu dal sonno oppressa.

87E d’esser le parea, mentre dormiva,
tra pruni e sterpi in una selva oscura,
d’un precipizio sì profondo in riva
che a risguardarlo sol mettea paura;
e quivi, stando in gran dolor, sentiva
vento soffiar, cader tempesta dura
sopra le fronde e sopra i rami in guisa
ch’ogni speme a scampar l’era precisa.

88Ma nulla o poco la tempesta e i venti
parean rispetto a l’altre cose, quando
idre e ceraste e mille altri serpenti
le gian stridendo incontra e sibilando,
scoprendo acuti e venenosi denti,
mentre il petto da terra in alto alzando
ciascun vibra la lingua, e l’empia coda
avvinchia e stende, e in stretti groppi annoda.

89E stando circondata d’ogn’intorno
da tante angustie, al ciel levò le ciglia,
e di veder le parve ond’esce il giorno
un augel vago e grande a meraviglia,
di bianche piume tutto in guisa adorno
che a latte, a neve il suo color simiglia;
e giù calato a lei con breve giro
tutti quei serpi e qua e là fuggiro.

90Cacciate l’idre, a lei fermarsi in seno
parve l’augello, e se smarrita e mesta
si trovò prima, il cor tosto ripieno
sentissi poi di gioia manifesta,
e chiaro apparve il sol, l’aer sereno,
non pur cessaro i venti e la tempesta;
la selva in un bel prato e le ruine
e in vaghi fiori si cangiàr le spine.

91E mentre il bianco augel tenea sul petto,
fra l’erba e i fiori già posta a sedere,
le parve di sentir tanto diletto
e di gustar tal gioia e tal piacere
che ognor di Giove stando nel cospetto
non s’ha là sopra le celesti sfere
la millesima parte di sua gioia:
questa obliar fe’ la passata noia.

92E così stando un’altra voce udio,
che disse: «O donna, se il piacer presente
far brami eterno, ti comanda Iddio,
la cui parola sta sempre e non mente,
che tuo marito sia Costante Pio,
il qual volto per gir verso Oriente
fu spinto a i liti tuoi: questo è quel cigno
che fugò l’idre, e il ciel tornò benigno».

93E così detto l’ineffabil voce
col sonno sparve, onde Vittoria desta,
dentro al pensier via più ch’aura veloce,
scorrea volgendo or quella cosa or questa:
spesso l’ardor preval che l’arde e coce,
spesso la speme vincitrice resta,
come anco spesso in lei regna il sospetto;
con tal contrasto adunque uscì dal letto.

94E come quella ch’onorar desia
Costante, e questo sol dì e notte pensa,
venne e cortese a quel fe’ compagnia,
poi che fu l’ora e si posaro a mensa.
E mentre i servi e le vivande inviaSopraggiunge Toringe, alla fine del pranzo invita i due a celebrare lo sposalizio per il bene comune, Venere stessa sotto mentite spoglie loda il proposito di Toringe (94,5-113)
lo scalco, e che il tutto ordina e dispensa,
Toringe a punto venne e l’ampia scala
ascese, e giunse a l’improviso in sala.

95Rosso era in volto, avea la barba bianca
che gli ondeggiava infino a la centura;
giunto a cent’anni e di persona franca
era, e di grande e di regal statura;
seco avea da man destra e da man manca
diece figli, e ciascun d’età matura,
tutti d’arme guarniti, e dopo loro
molti adorni seguian d’argento e d’oro.

96Costante, che di lui primier s’accorse,
levossi e disse: «Chi, regina, è questo?»,
talché indietro Vittoria il capo torse,
e riconobbe il suo Toringe presto.
Vèr lui mossa, la man lieta gli porse,
del suo amor vero indizio e manifesto,
e volse che a l’incontro di Costante
sedesse a mensa, ov’ella stava inante.

97Poscia di sotto appresso a lui si pose,
da man sinistra avendo il palmireno
e Venere a l’incontro, che si ascose
sotto la vera effigie di Sereno;
a i figli appresso di Toringe impose
con tutti i suoi del gallico terreno,
che stiano a mensa, ma più basso un poco,
dando a i compagni di Costante loco.

98Mentre si desinò, quel tempo in molto
dolce e grato parlar fu speso ancora,
stando sempre al guerrier Toringe volto,
cui di vederlo parve un giorno ogni ora.
Costante anch’ei guardava a lui nel volto,
sì per veder ch’ogni un tanto l’onora,
sì perché al parlar grave, a la presenza
d’alto affar gli sembrò d’alta prudenza.

99Ma poi, fornito il pranzo, ch’indi ogni uno
co i servi uscì de la vil turba densa,
e ch’ivi più non è rimaso alcuno
fuor che i signori ch’eran stati a mensa,
Toringe il saggio, ancor quasi digiuno,
ché sol quel per cui venne e studia e pensa
né cosa altra capir gli puote in mente,
si levò in piè, cortese e riverente,

100e voltosi a Vittoria «O gloriosa
regina,» disse «avrai forse oggi presa
meraviglia di me, che nulla cosa
del mio venir sapevi, e forse offesa
resti che abbandonato abbia Tolosa,
senza aver prima la tua mente intesa;
ma Dio, che a voglia sua muove e dispone
l’oprar nostro e il voler, n’è sol cagione.

101Ascolta quel che al gran Mercurio piace,
e quel che in nome suo vengo ora a dirti:
se vuoi goder di Gallia il regno in pace,
e un’ampia strada a maggior cose aprirti,
poi che il tuo sposo e il figlio in terra giace,
godendo il Ciel quei sì felici spirti,
convien che a nuovo sposo ancor ti appoggi
onde il tuo nome illustre in alto poggi.

102Tu col valor, sol senno e col consiglio
morti e cacciati hai tanti empi tiranni,
e reggi sol con un girar di ciglio
gli Iberni e i Galli indomiti e i Britanni,
ma se morendo almen non lasci un figlio,
di quante doglie, ahimè, di quanti affanni
sarà l’afflitta Gallia erede? e quanto
di sangue rossa, e fia molle di pianto?

103Non sai che senza figli alcun felice
dir non si puote, e men che ha d’altri impero?
Che giova a te, Vittoria, esser vittrice
di tante genti, se risguardi al vero?
Ma se farai quel che Mercurio dice
che debbi far, sì come io bramo e spero,
da l’altrui frode allor sarai sicura,
stando in periglio sempre ora e in paura.

104Se adunque è necessario non pur bene
questo, che il nostro Dio comanda e vuole,
oltra che in gioventù non si conviene
viver le donne senza appoggio e sole,
prendi il guerrier, Vittoria, che a te viene
volendo gir fin là dond’esce il sole.
Questo sì torto e sì lontan camino,
credi, non fu senza voler divino.

105Dove altri ritrovar potrai che sia
pari a lui di prudenza e di valore?
E se fé rara e se pietà natia
lo sforza a dare aiuto al suo signore,
quanto abbiam noi più da sperar ch’ei sia
congiunto a te di lealtà d’amore?
E sol col nome glorioso e degno
farà i nemici tuoi star tutti a segno.

106A te ciò dico ancor, Costante, in nome
del gran padre de’ Galli unico e vero,
al qual se obedirai subito, come
si deve, adempirai tuo bel pensiero,
che del superbo re di Persia dome
saran le forze e libero l’Impero,
ma s’anco il voler suo sprezzi e non segui
nullo fia mai che il tuo travaglio adegui.

107Tra quanti furo al mondo illustri eroi
chi giamai donna ritrovò sì degna?
Qual per grandezza d’alti gesti suoi
fia che al tuo gran valor più si convegna?
Poscia da guerre e da travagli noi
già domi, e in cui desir di pace regna,
di qual signor possiam più giusto e forte
nostra vita in man porre e nostra morte?».

108Tacque ciò detto e il saggio vecchio assiso
la lor risposta tacito attendea;
ma la regina, per vergogna in viso
vermiglia e dentro al cor lieta tacea.
Costante, anch’ei da sé quasi diviso,
per soverchio piacer nulla dicea.
Volendo ogni un che a l’altro in prima tocchi,
taciti a terra tenean fissi gli occhi.

109Quando Venere bella, che al cospetto
stava di quei sotto mentite forme,
per aver sempre di Giunon sospetto,
qual sa che in danno lor giamai non dorme,
levosse, e con benigno e grato aspetto
disse a gli amanti: «Anch’io parer conforme
serbo a quel di Toringe, al che mi muove
l’infallibil voler del sommo Giove.

110Ch’ognor pensando a l’util de i mortali,
pria che spuntasse in Oriente il sole,
l’usato messo con la verga e l’ali
mandommi in fretta a dir queste parole:
– Se fuggir mille sovrastanti mali
il tuo Costante e la regina vuole,
l’un con l’altro di stretto nodo eterno
si leghi, ch’altra via non ci discerno -.

111E così detto al ciel veloce salse,
lasciando desto me proprio a quell’ora
che suole Apollo fuor de l’onde salse
esser condotto da la vaga Aurora;
ma subito gran tema il cor m’assalse
che a me avvenisse quel che avvenne allora
che per simil cagion perduto il figlio
Latin, di morte anch’ei restò in periglio.

112Stava dubbioso poi da l’altra parte
come tal cosa a voi dir si potesse,
e nel dir qual maniera usar, qual arte
ch’una favola, un sogno non paresse;
ma visto ora Toringe che si parte
fin d’Aquitania, spinto da le istesse
parole di Mercurio, anch’io non celo
quel che per dirmi allor scese dal cielo.

113Dunque non sia di voi che al manifesto
voler di Dio contrasti o non si pieghi:
l’un l’altro insieme omai soave e onesto
giogo congiunga e stretto nodo leghi.
Oltra il saggio Toringe anch’io di questo
vi prego, ma se i nostri ardenti preghi
forza non hanno, abbiate almen riguardo
che a vendicarsi Dio non fu mai tardo».

I due interessati confermano il proprio amore, e si celebra il matrimonio (114-124)

114Tacque ciò detto la dea, e il pio Costante,
volto modesto a la regina gli occhi,
cenno le fe’ con signoril sembiante
come a lei prima di risponder tocchi;
ma volendo ella pur ch’ei dica, inante
levatosi e piegati ambo i ginocchi,
che l’alta cortesia mai non ascose,
così al parlar di quei saggio rispose:

115«Ciascun ben creder può che il pensier mio
non fu giamai d’entrar sotto a tal giogo,
che non posso il mio re porre in oblio
se contra i Persi pria l’ira non sfogo;
ma se vuol questo e se ’l comanda Iddio,
né contra lui forze terrene han luogo,
non so se non lodarlo e dir ch’io sono
di tanta grazia indegno e di tal dono.

116E se Vittoria a questo far s’inchina,
e che d’unirsi meco non disdegni,
non pur lei, ch’è gran donna e gran regina,
che tante isole affrena e tanti regni,
e che per opre illustri già camina
di par con quegli antichi eroi più degni,
ma son, per ubidir devoto e umile,
pronto a pigliar qual più negletta e vile».

117Qui tacque e colmo dentro al cor di molta
gioia, a seder tornò presso a la dea.
Ma con la faccia la regina volta
verso la terra, tacita sedea,
a cui chiese Toringe un’altra volta
se per suo sposo il cavalier volea;
ond’ella alquanto in piè levata: «Anch’io»
disse «farà quanto m’impone Iddio».

118«Dunque,» soggiunse quei «prenda Costante
l’anello, e sia tuo sposo e tuo marito».
Già diede Augusto in dono un bel diamante
al guerriero, il cui prezzo era infinito;
quel, trattosi a Vittoria, venne avante,
a cui Venere prese e tenne il dito:
così, presente ogni un, quivi sposolla
Costante, e in fronte subito basciolla.

119Fatto questo la dea per tutto sparse
molti soavi e dilettosi odori,
e subito Imeneo benigno apparse,
col crin cinto d’amaraco e di fiori.
Ne la man destra avea una face ch’arse
mai sempre in segno di felici amori,
ne l’altra un velo, e i socchi in piè, che al foco
quel di color simiglia e questo al croco.

120Ciprigna poi tornò dove Sereno
dormiva e quel, dal pigro sonno desto,
ciò che fe’ dianzi raccontogli a pieno,
e la cagion che l’avea indutta a questo;
talch’egli tutto di letizia pieno
dentro a Marsiglia ritornossi presto,
sì ben di ciò informato ch’ivi occorse
che di tal cosa alcun mai non si accorse.

121Venere, poi che di Seren depose
la forma, in Cipri sopra Idalio venne,
dove di mirto il crin cinta e di rose
fece a i candidi augei spiegar le penne;
da man sinistra Amor lieta si pose
sul carro, e verso Gallia il camin tenne;
seguian le Grazie e i pargoletti Amori,
spargendo in terra e gigli e rose e fiori.

122Ma poi che giunta fu sopra Marsiglia,
lasciato il carro e i cigni adietro, scese
con tutta quella sua dolce famiglia
dove Cupido più d’un’alma accese;
e mentre con Toringe si consiglia
Vittoria, e che magnanima e cortese
solo in far pompe e giuochi studia e pensa,
scorre invisibil con letizia immensa.

123Quando invisibil, quando la persona
e l’abito e il parlar d’un altro finge,
con Seren, con Argeo talor ragiona,
talor con la regina e con Toringe;
né mai Costante, over raro, abandona,
col qual spesso a parlar anco si stringe;
or fa di sua man opra, opra comanda,
e gli Amori e le Grazie intorno manda.

124Quai nozze mai d’illustre semideo
devrian successi conseguir migliori
di queste, a cui presente era Imeneo,
Venere e il figlio e i pargoletti Amori?
E sì gran segni di letizia feo
la dea per gli alti e già promessi onori
a i lor nepoti, che il medesmo giorno
mille miglia n’andò la Fama intorno.

La Fama ne porta notizia a Regillano re d’Illiria, più volte rifiutato da Vittoria: invoca Giunone perché intervenga, la dea lo rassicura (125-140,2)

125La Fama, orribil mostro, e più veloce
d’ogni altro e immenso, in fretta spiegò l’ale;
dentro ogni piuma ha lingua e bocca e voce,
orecchie et occhi, e sempre o scende o sale;
talor giova a i mortali e talor nuoce,
che ugualmente riporta e il bene e il male;
per tema è debil pria, poi si rinforza,
e sempre acquista ne l’andar più forza.

126Costei fu de la Terra ultima figlia,
più leggiera e veloce assai che il vento;
l’alte torri ha per stanza, e mille miglia
fa correndo e volando in un momento;
non chiude mai per riposar le ciglia
ma sempre ha l’occhio in ogni parte intento;
solea gir sol di notte, or anco il giorno
col vero il falso va spargendo intorno.

127Scorse Britannia, Ibernia e tutta Spagna
col gallico paese, e passò il Reno,
poi, di tal nuova empiendo l’Alemagna,
giunse in Italia e scorse il mar Tirreno;
quindi a sinistra volta, ove la bagna
d’Adria il golfo, passò tutto quel seno,
fin che in Illiria giunse, ove reggea
Regillan, che Vittoria amando ardea.

128Sul Tebro dentro a le romane porte
di Nervio nato il franco Regillano,
tra i suoi maggiori annoverava il forte
Decebalo, che al fin provato in vano
or la forza or gli inganni si diè morte,
lasciando il regno al vincitor Traiano.
Da scherzo prima Regillan, prefetto
sendo in Illiria, imperator fu detto;

129stando egli un dì tra molti a mensa, come
spesso face, gli disse un suo soldato
ch’ei di seme regal disceso il nome
regio avea ancora, e re fu salutato;
poi di corona d’or cinto le chiome,
sopra una gran seggio imperial portato,
ond’ebbe in lui poscia molti anni loco
quel che al principio si trovò per gioco.

130E in molte rare e gloriose imprese
non si mostrò di tal corona indegno,
poi di Vittoria sì nel cor si accese
che volse in acquistarla ogni suo ingegno;
ma, lui sprezzando, sempre altera intese
solo a domar chi tòr di Gallia il regno
con fraude le volea, già posto a morte
l’unico figlio e il caro suo consorte.

131Doni le manda Regillano e prieghi,
or quella strada or questo modo truova
perché di nodo marital si leghi
seco la donna sua, ma nulla giova.
Non sa trovar cagione ond’ella nieghi
tal cosa, e gran martir dì e notte prova,
al fin tentò se in lei forza o timore
più che pietà potesse o più che amore.

132E con molte galee quei mari intorno
scorrendo andava, e in Gallia fea sovente,
pien di sdegno, a Vittoria e danno e scorno
con morte e prigionia di molta gente.
A questo adunque andò l’istesso giorno
la Fama, e fe’ saperli incontinente
tutto il successo, mentre era tra via
che d’Apollonia in Epidauro gìa.

133Gli fe’ saper che fuor di Roma spinto
Costante, e in Gallia a mal suo grado giunto,
di stretto nodo con Vittoria avvinto
s’era, e di giogo marital congiunto.
Regillan quasi a questo annunzio estinto
rimase, e rosso e pallido in un punto
divenuto, il destrier sì ratto punse
che fra poche ore in Epidauro giunse.

134Dove in un tempio entrò sacro a Giunone,
che cento statue avea su cento altari,
le quai di gigli ornate e di corone
d’oro le offerse ricchi doni e rari;
poi, come a lei non fosse ogni cagione
nota de gli aspri suoi tormenti amari,
con le man giunte e con le luci fisse
al ciel, piangendo in tal maniera disse:

135«Sacra, celeste e gloriosa diva,
dovunque qui dimori o in Campidoglio,
o in Samo o in Argo o là dove surgea
Birsa, ascolta il successo ond’io mi doglio:
Vittoria non men cruda che Medea,
colma d’odio vèr me, colma d’orgoglio,
d’un sol guerrier ch’ella conosce a pena
si è data in preda per maggior mia pena.

136Questi è Costante, ahi lasso!, che sbandito
per sua fraude e perfidia da Galeno,
pur dianzi ignudo a lei giunse e smarrito,
spinto per forza fuor del mar Tirreno;
tolto ha l’empia costui per suo marito,
de’ Galli a costui pone in mano il freno;
prendi la sferza adunque, o diva, in fretta
e fa’ di tanta offesa omai vendetta».

137Mentre devoto Regillan si dolse
verso Giunon con lagrimose ciglia,
quella benigna a lui gli occhi rivolse,
poi di Taumante a sé chiamò la figlia,
e in verso lei così la lingua sciolse:
«Fida mia serva, di Dalmazia piglia
la strada e del mar d’Adria in su la riva
in Epidauro a Regillano arriva;

138e digli in nome mio ch’entro la mente
si acqueti, ché Vittoria e il cavaliero,
prima che giungan salvi in Oriente
come di giunger fisso han nel pensiero,
farò tremar dal capo al piè sovente,
sia per acqua o per terra il lor sentiero;
come le nozze con augurio buono
faran, s’ivi presente anch’io non sono?».

139Tacque ciò detto e la mirabil figlia
di Taumante, col crin cinto di fiori,
con vesta gialla, candida e vermiglia;
con l’ali sparse d’altri bei colori
che andando incontro al febeo raggio piglia,
giunse là dove di se stesso fuori
costui per doglia stava, e sì gli espose
ciò tutto a punto che Giunone impose;

140poi tosto indietro a lei fece ritorno,
lasciando il sol già l’aer freddo e cieco.
Venere in tanto di Vittoria intornoVenere prosegue ad allietare le nozze (140,3-143)
scorre il palagio, e la Concordia è seco;
d’Acheronte le figlie con gran scorno
rinchiuse stan giù nel tartareo speco,
e il popol, che non sa quel che si faccia,
per gioia grida e non v’è alcun che taccia.

141Scorre lieto d’intorno e le prigioni,
gridando «Pace e libertate» aperse.
Vittoria a quel gettar fe’ larghi doni,
d’oro stampato in più forme diverse,
parte volendo in quel far le cagioni
del gran martir che in prima ella sofferse
con motti arguti e con leggiadre imprese,
parte il piacer che poi seguì palese.

142Giunta omai l’ora in tanto, ecco la mensa
apparecchiata sontuosa e grande,
di cui narrar non si potria l’immensa
copia di vini eletti e di vivande;
ma Venere, che sol procura e pensa
che a compimento il suo desir si mande,
fin che non furo ambo gli amanti in letto
non si volse partir dal lor cospetto.

143Ma poi che in letto vede ambo gli amanti,
e che ogni cosa già d’intorno tace,
cessando e giochi e balli e suoni e canti,
ma stando accesa d’Imeneo la face,
lasciate ivi le Grazie e seco alquanti
Amori, col Diletto e con la Pace,
per gire in Cipro a i bianchi cigni il freno
sciolse, rendendo il ciel puro e sereno.

Libro VIII

ultimo agg. 10 Settembre 2015 19:02

Argomento
Di tre giorni e tre notti una sol notte
fa, stando ascoso, il sol; poscia il pedestre
corso, il giuoco di canne e il corso equestre
fornito, al fin si fan giuochi di lotte.

Tramite Mercurio, Giove incarica Apollo di non mostrarsi per tre giorni, per prolungare la prima notte di nozze (1-26)

1Già qualunque animale alberga in terra
con gli occhi chiusi almo riposo prende,
ma il gran Padre del ciel gli occhi non serra,
che a l’util sempre de’ mortali intende;
e dentro al suo pensier, ch’unqua non erra,
donde ogni effetto uman deriva e pende,
volge in qual guisa di Costante e insieme
di Vittoria onorar si deggia il seme.

2Onde in tal guisa al gran figliuol di Maia
disse: «Va’, in nome mio comanda al biondo
Apollo che non esca e non appaia
tre giorni interi a dar la luce al mondo;
stia sempre notte in tanto, e non vi paia
tal cosa strana, poi che del fecondo
seme del buon Costante uscirà in breve
chi dar gran luce a l’universo deve.

3E s’altra volta anco il medesmo fece
ch’io giacqui dentro a le tebane mura,
a questa non pur tre devria ma diece
giorni sempre durar la notte oscura,
che del guerrier molti nepoti in vece
nostra, non sol de gli uomini avran cura
ma, stando involti ancor di frale scorza,
nel cielo e ne l’Inferno impero e forza.

4Se dar principio questa notte deve
a tanti eroi via più che Alcide illustri,
di cui la fama con spedito e lieve
corso n’andrà mill’anni e mille lustri,
non sia, Mercurio, come l’altre breve,
né Febo il mondo al tempo usato lustri,
ma digli in nome mio che estingua il foco
e che non muti per tre giorni loco».

5Poi la sorella sua tosto ritrova,
col Sonno, e gli comanda similmente:
quella che tarda al suo camin si mova
per la strada del ciel pura e lucente,
questo che in tanto dormir faccia a prova,
né lasci in terra mai svegliar la gente
finché uscita di braccio al suo Titone
guardi l’aurora dal sovran balcone.

6Tacque ciò detto; il pronto messaggiero
per ubidire a i piè gli aurei talari
si pose, onde gir presto e leggiero
sopra la terra alato e sopra i mari;
presa la verga poi, con questa altero
le misere alme a i tristi pianti amari
del centro guida, e quindi altre conduce
giunto il lor tempo a la superna luce.

7Con questa audace e spinge e scaccia il vento,
e le torbide nubi fora e fende;
dunque in India Mercurio in un momento
giunse là dove il sol riposo prende,
dove giunto la sera e il lume spento
tutta la notte a ristorarsi attende
del faticar ch’egli ha sofferto il giorno,
finché di nuovo a noi faccia ritorno.

8De l’India s’erge ne l’estrema parte
d’Apollo il gran palazzo e il regal tetto,
che sopra alte colonne con grand’arte
fatte si posa, e d’oro ha il muro schietto;
le gemme innumerabili che sparte
per tutto sono e c’han di fiamme aspetto
chi annoverar potria? chi potria il pregio
giamai stimar de l’artificio egregio?

9L’esser d’argento e d’or tutto di sopra
coperto, acciò che splenda di lontano,
e poco o nulla a paragon de l’opra
cui fe’ con arte e studio il gran Vulcano:
quivi il ciel pose, e par che il tutto copra,
e ne le porte i Segni a destra mano
vedeansi, e a sinistra tutti quanti
fissi, e scorrendo gir le stelle erranti.

10Posan di sotto poi la terra e l’onde
confuse insieme, e in quella arbori e fiori
vedeansi, e Ninfe con le treccie bionde
fuggir leggiere i Satiri e i pastori;
vedeansi per li prati e per le fronde
far palese gli augei lor dolci amori;
ville, città, campagne, colli e monti,
uomini e fere e fiumi e laghi e fonti.

11Di vari pesci poi tutte eran piene
l’acque, e di conche e di più strani mostri,
vitelli, orche, testugini e balene,
curvi delfini con levati rostri;
con faccia feminil false sirene
quivi erano, e coralli e perle et ostri,
e molti dèi de le Nereidi l’orme
seguir vedeansi, e Proteo in varie forme.

12Sopra un gran seggio di smeraldi adorno
stavasi Apollo, e quivi era presente
cinto di bianca e sottil vesta il Giorno,
e l’Anno alato in forma di serpente
che si mordea la coda volto intorno,
presso a cui stavan l’Ore, che ugualmente
l’una da l’altra sempre era distante,
con l’ale al capo, a gli omeri, a le piante.

13Quivi la vaga e lieta Primavera
stava, di rose il crin cinta e di fiori;
le spiche in man tenea la State altera,
sprezzando ignuda i più cocenti ardori;
l’Autunno carco di bei pomi v’era,
di Bacco intento a rovinar gli onori;
di ghiaccio il Verno irsuto e di pruine
stava, e bianco di neve e il petto e il crine.

14Fuor de l’aula sublime ove soggiorna
la notte Apollo s’erge un’ampia strada,
che sempre in giro va talché ritorna
di nuovo a la medesima contrada,
di dodici palazzi alteri adorna,
convien che alquanto obliqua ella sen vada,
perché da l’una un colle, e poscia un piano
giace a l’incontro a quel da l’altra mano.

15Dietro la strada in quei palazzi stanno
molte persone, e seco egli cortese
tutto dispensa in gran letizia l’anno,
con ciascun d’essi stando intero un mese;
dodici costor sono e tra lor s’hanno
tutto partito quel sì gran paese:
quivi è Polluce e Castore, e si vede
Pane aver quivi stanza e Ganimede.

16Di dargli a gara ogni un cerca diletto,
e di far cosa onde al signor suo piaccia
quel tempo che egli alberga nel suo tetto,
col sonar, col pescar, col gire a caccia.
Quivi sono molti eroi d’altero aspetto,
con vaghe donne di leggiadra faccia;
quivi son navi e fiumi, e lire e vaghi
cigni, e corvi e pegasi e serpi e draghi.

17Quivi aquile, avoltoi sono e saette,
cui d’avventar si prendon quei piacere,
e con cani al signor par che dilette
di cacciar lepri e lupi e altre fere;
quivi al carro l’auriga i destrier mette,
e quei cacciando a tutto corso fère;
e, in somma, e di delfini e di balene
quivi son l’acque, e d’altri pesci piene.

18Pone Erigone e pon Cassiopea
sopra l’altar triangoli e corone;
Andromeda e Calisto e quivi Astrea
stanno, e Cefeo con Ercole e Chirone;
Perseo col fiero teschio, e si vedea
con Arcade Erittonio e Orione.
Tra questi adunque con letizia immensa
parte del tempo quel signor dispensa.

19Tosto che giunse al Sol Mercurio avante,
la mente a quel del sommo Giove espose,
e la cagion che ’l move a far che tante
ore a gli uomini stian sue luci ascose;
Febo, che il tutto scorge, di Costante
vide il naufragio e tutte l’altre cose,
e tre giorni e tre notti entro a quel muro
stando lasciò questo empisperio oscuro.

20Partito poi Mercurio d’Oriente,
verso Boote andò per l’aria bruna,
là dove appresso la cimeria gente
di fin cristallo ha il tetto suo la Luna;
ma la trovò che già, pura e lucente,
vista al viaggio suo l’ora opportuna,
sopra il carro d’argento altera ascesa
del sommo Olimpo avea la strada presa.

21Tira il bel carro un destrier nero e un bianco,
et ella, accesa, in man porta una face;
l’Ore le stan da questo e da quel fianco,
e il Sonno a i piedi suoi disteso giace;
segue il Mese non mai di correr stanco,
segue la Notte rugiadosa e tace,
d’ogni fatica umana ampio ristoro,
col manto oscuro e pien di stelle d’oro.

22Mercurio a lei non men fatto palese
quanto gli fu dal sommo Padre imposto,
quindi, mentr’ella ad ubidirlo intese,
tolto il Sonno con lui partissi tosto.
La verga il Sonno e l’ali fosche prese,
che a seguir sempre era il suo dio disposto,
e di leteo papavero un gran corno
pieno avendo, scorrea la terra intorno.

23Col corno il Sonno e con l’usata verga
Mercurio, ambi spiegando in fretta l’ali,
perché dal pigro letto alcun non s’erga
scorrean le stanze intorno de’ mortali;
né sol per tutto ov’uomo o donna alberga,
ma le fere e gli augelli e gli animali,
tutti da quei fur con tal forza tocchi
che in tanto alcun mai non aperse gli occhi.

24Che Febo adunque per tre giorni spenta
sua luce tenga alcun saper non puote,
né che via più del consueto lenta
vada la Luna, e con più tarde ruote.
Ma s’avvien pur che infermo alcun si senta,
o ch’altri stian con lagrimose gote,
né possa al sonno tener gli occhi chiusi,
ma che tal notte e sua lunghezza accusi,

25lunga a gli amanti, né mai chiuser ciglio,
più de l’usato già però non parse.
Di Maia a questi o de la Notte il figlio
le membra di leteo liquor non sparse,
ma steron sempre in sì dolce bisbiglio
che gli fur l’ore triplicate scarse,
e se tal notte a molti lunga e greve
parve, a gli amanti fu gioconda e breve.

26Talché a grand’agio allor fece palese
Costante ogni suo caso a la regina,
fino a quel giorno ch’ella sì cortese
l’accolse armata in ripa a la marina,
e che subito Amor di lei l’accese,
facendo del suo cor dolce rapina;
et ella a lui non men poté i martiri
suoi raccontar, le lagrime e i sospiri.

Vengono indette delle giornate di gare: la prima è la corsa (27-62)

27L’Aurora in tanto fuor dal croceo letto
uscita, e già scoprendo in Oriente
le chiome d’oro e il bel purpureo petto,
facea in terra svegliar la mortal gente;
questa pose intervallo al gran diletto,
che lasciate le piume incontinente
venner là dove gli attendea con molta
gioia la nobiltà tutta raccolta.

28La sera innanzi avea a Toringe imposto
Vittoria che di ciò per tutti i lochi
del suo impero mandar devesse tosto
la nuova, e incender d’ogn’intorno fochi;
oltra di ciò che il dì seguente posto
fosse ordine di far diversi giochi,
di cui la foggia e quanti e quai devesse
dar premi al parer suo tutto rimesse.

29Onde quel saggio e diligente vecchio,
senza mai riposar tal notte, or questi
or quei chiamando fa grande apparecchio,
pria che Vittoria e il cavalier si desti;
e innanzi a gli occhi ognor come in un specchio
questo avea ch’onorato ogni un ne resti,
ma più d’ogni altro il pio Costante e tutti
quei che seco d’Italia avea condutti.

30Dunque ordinò che de i romani eroi
fosse il primier giuoco, a cui si desse
ogni più ricco premio; a l’altro poi
principi tutti, ma stranieri elesse;
a i nobili di Gallia il terzo; a i suoi
figli e nepoti l’ultimo concesse.
E questo ordine suo l’altra mattina
seguente fe’ palese a la regina.

31Il che non pur lodò ma al cor le nacque
gioia infinita, sì ne fu contenta,
né cosa alcuna al suo Costante tacque
per saper ciò ch’egli ne parli o senta.
E visto chiaramente che gli piacque
l’ordine tutto, ad essequirlo intenta,
«De i Romani» gli disse «i più perfetti
nel corso da voi sian tra gli eletti.

32E tali sian che il vincitor n’apporte
gloria, né d’aver n’abbia il vinto sdegno;
ma quel che per virtute over per sorte
giugnerà primo al destinato segno,
tre gran corone in premio ne riporte
da me, cui stimo a par di questo regno,
per l’or non tanto e per le gemme sparte
che risplendono in lor, quanto per l’arte».

33E queste a lor mostrò, che già fur date
dal gran re d’India al giovenetto altero,
da cui fu vinto allor che in libertate
gli accrebbe il regno, non pur rese intero,
per denotarli in quella acerba etate
d’Europa e d’Asia e d’Africa l’impero;
queste Alessandro a Tolomeo poi diede
di sua virtute in premio e di sua fede.

34Morto Alessandro Tolomeo portolle
seco in Egitto, e quivi si serbaro
finché la pena de l’ardir lor folle
Antonio e Cleopatra riportaro,
ché Augusto il vincitor seco le volle
in Roma aver, prezzando quelle a paro
d’un nobil regno, e così tutti fèro
i successori suoi fino a Severo.

35Il qual trovato esausto e sottosopra
da Giulian tutto l’Imperio volto,
di questa a l’avo de la cui sorte opra
si valse contra di Pescennio molto,
donolle, onde Vittoria acciò si scopra
l’alto piacer che dentro avea raccolto,
sì nobil prezzo a quel promise lieta
che primo arrivi a la prefissa meta.

36«De la virtù poscia una statua d’oro
puro e d’avorio, gemma unica al mondo
tolta;» disse a Costante «e quel di loro
che al dato segno arriverà secondo
quest’abbia in premio, il cui nobil lavoro
sì come è fama publica, e secondo
che in essa scritto appar, lo fe’ già Fidia,
né questo al primo avrà d’avere invidia».

37Poi fe’ quivi portar di marmo fino
una bell’urna, in cui stava da un lato
la Notte che dormia col capo chino,
sì natural come spirasse il fiato,
da l’altro il Dì, che un dotto e pellegrino
mastro il tutto con arte avea intagliato,
un moderno scultor tosco e sì raro
che va di gloria con gli antichi a paro.

38Disse Vittoria: «E quel che al posto segno
giungerà terzo la bell’urna pigli,
ma perché ogni un de’ suoi stima esser degno
di ciò Costante, e tutti gli ha per figli,
acciò che seco alcun non prenda sdegno,
né che tra lor si mormori o bisbigli,
fa’ ch’entro un elmo scritto ogni un gli porte
il nome suo, poi quindi trargli a sorte.

39Salvio primiero uscì, con lieto grido
de la gran turba, ch’ivi alcun non tacque;
nato era questo nel felice nido
de l’alma Flora, d’Arno in ripa a l’acque,
e fu sempre a Costante e grato e fido,
sì l’alto suo valor sempre gli piacque;
da Salvio il nome Salviati prende
l’illustre casa che per tutto splende.

40Atestio fuor de l’elmo uscì secondo,
con maggior grido e di più gioia pieno;
costui sol nacque per giovare al mondo,
vicin là dove il Po raccoglie il Reno.
Traneo fu il terzo poi, ricco e fecondo,
nato non lunge al Tiberino seno;
Montio fu il quarto e il grido ecco rinnova,
sì a tutti aggrada il nome altero e giova.

41D’un picciol borgo di Toscana, detto
Sabin, questo dal Ciel concesso a noi,
fu con favor tra i padri eletto
per virtù propria e de i maggiori suoi.
Pollion quinto uscì, saggio e perfetto,
nato in Britannia di parenti eroi,
ma fu, per cagion pia quindi fuggito,
ne la città d’Antenore nutrito.

42Dove per quel sentier per cui si varca
a la vera quiete i passi volse,
e d’ogni vil pensier la mente scarca
tutte le virtù rare in sé raccolse,
onde chiamato da quel buon monarca
per la cui morte sì Roma si dolse,
fu contra voglia sua con speme tosto
fra la gente patrizia a seder posto.

43Che fuor de l’elmo più non si seguisse
di trarre alcuno il cavalier conchiuse,
certo che d’altri il nome non si scrisse
in cui fosser dal Ciel più doti infuse;
di ciò non fu bisbiglio e non si disse
parola, ma ciascun la bocca chiuse.
Di questi in guisa era il valor palese
che il non trarre altri fuor nessuno offese.

44Quei cinque eroi dunque il medesmo giorno
s’han da provar che primo al corso arrive.
Fuor di Marsiglia era un bel loco adorno
di vaghi colli e di ben culte rive,
a cui facea quasi una siepe intorno
boschi d’allori e di pregiate olive;
quivi mai l’erba sua stagion non perde,
ma si conserva ognor fiorita e verde.

45Per meta un scudo in questo loco posto
Vittoria in guisa che lontan si vede,
e quei tutti ad un par ciascun disposto,
la tromba il segno immantinente diede:
ecco innanzi apparir Pollion tosto,
sì ch’ei primo esser debba ogni un già crede;
Salvio dopo lui vien ma sì lontano
che ben conosce affaticarsi in vano.

46Terzo, dopo gran spazio, era Traneo,
quarto il nobile Arestio e Montio quinto:
venìa costui sì lento, e si perdeo
del campo ognor che parea indietro spinto,
però sempre ebbe speme, e sempre feo
dissegni come avesse il premio vinto,
benché a pena seguir possa con gli occhi
Pollion, qual già par che il segno tocchi.

47Pollion, primo, pur seguita il corso
del tutto essendo Apollo sua cagione.
Mercurio a Salvio ancor porge soccorso
per far lui vincitor de le corone;
onde come destrier c’ha lento il morso,
e che al fianco si sente acuto sprone,
ecco Salvio che il correr suo rinforza,
e par che prenda ognor correndo forza.

48E s’era a Pollion pur dianzi lunge,
or se gli appressa tanto immantinente
ch’ogni un d’intorno dice: «Ecco, l’aggiunge»,
e di grido intonar l’aria si sente;
già gli è del pari e con parole il punge,
«Vedi che il Ciel benigno non consente
che di tal mitra sia un britanno adorno,
di ciò restando a noi sol danno e scorno».

49Pollion non risponde e non si cura
del prezzo, ma il suo corso Apollo move,
che ad un tempo e per lui cerca e procura
e contra Salvio fa tutte sue prove;
Mercurio anch’ei pone ogn’industria e giura
d’impedir quello, ancor che al suo non giove.
Dunque per tal cagion convien che avanzi
Traneo del campo e che si faccia innanzi.

50Di tal contrasto accorto Atestio il piede
veloce affretta, e gran speranza prende;
Montio che in tanto rimaner si vede
lunge da gli altri, al Ciel le braccia stende
e da Mercurio e dal suo Apollo chiede
soccorso, e di desir tutto si accende,
cercando far con voti, offerte e prieghi
che l’uno e l’altro in suo favor si pieghi.

51«Apollo, tu sai pur» dicea «che tanti
oblighi t’ho per benefici immensi,
ch’altri sperar non dei che più tuoi santi
altari onori d’odorati incensi;
e tu, Mercurio, ancor non sai con quanti
affetti verso il tuo gran nome intensi
ti onorai sempre? Il tempo oggi è venuto
che d’ambo impetri il già promesso aiuto».

52Queste parole udendo Apollo e il figlio
di Maia, ch’altro più che far non sanno,
d’aiutar Montio sol prendon consiglio,
lasciando il tosco l’un, l’altro il britanno;
e mentre stanco, or pallido or vermiglio,
guarda il segno da lunge, a lui sen vanno
dandogli forza, ond’ei tosto divenne
leggiero in guisa ch’aver sembra le penne.

53Passa Atestio e Traneo, che pervaso
s’era di vincer tutti gli altri al corso,
Salvio percosso in un cespuglio a caso
cadde, che a tempo non trovò soccorso,
onde il gran sangue che gli uscì dal naso,
e che già gli era dentro a gli occhi scorso,
la maggior parte del veder gli tolse,
e dal sinistro piè sempre si dolse.

54Scorto Atestio che Salvio era caduto,
Salvio che amava e riveriva tanto,
fermossi e diegli a sollevar aiuto,
e gli occhi e il viso gli asciugò col manto;
di sì gran corso al fin Montio venuto,
lieto lo scudo avea già tocco intanto,
Pollion poscia e i duo fece quel caso,
terzi di par, sendo Traneo rimaso.

55Fornito il corso un grido ecco rimbomba,
talché risuona d’ogn’intorno il lido,
e sì come da stral tocco o da fromba
cadde più d’uno augel tosto a quel grido;
poi la regina con sonora tromba
publicar fe’ dal suo Taurante fido
vincitor Montio, e col favor d’Apollo
d’alto e più che regal diadema ornollo.

56Diede al britanno poscia e con ragione
l’aurea virtù, che solo a lui si debbe,
perché più l’apprezzò che le corone
tosto che vista e conosciuta l’ebbe;
poi la bell’urna in man d’Atestio pone
Vittoria, ond’ei che usar mai non potrebbe
se non modestia e cortesia: «Che questo
mio non sia» disse «è chiaro e manifesto.

57Perché se non venìa di Salvio il caso,
come da lunge ogni un vide e dappresso,
molto indietro da lui sarei rimaso,
con tutti gli altri e forse Montio istesso;
dunque a lui di ragion si debbe il vaso,
a me non già, che al terzo fu promesso.
«Anzi è tuo» disse Salvio «e chi tel diede
ne fa col dritto suo giudicio fede.

58Ché se allor non ti fosti ch’io cadei
per cortesia dal corso tuo ritratto,
tu il primo, io forse l’ultimo sarei;
l’urna abbi adunque e non si rompa il patto,
oltra che ancor di maggior premio sei
ben degno, per sì raro e nobil atto,
che il proprio util sprezzar per la salute
d’altrui palese fa tua gran virtute».

59Vittoria allor, che a belle e lodate opre
con ogni studio suo mai sempre intese,
disse al guerrier: «Ne’ vostri ancor si scopre
quell’ardor di virtù che in voi si accese.
Ciascuno il valor proprio offusca e copre
per far l’altrui più chiaro e più palese;
deh, perché non poss’io che in ogni parte
del mondo sian le vostre lodi sparte?».

60E detto ciò l’urna di nuovo diede
al magnanimo Atestio, e disse: «Questa,
benché sia al gran valor poca mercede,
mia mente in parte almen fa manifesta;
il non poter far quanto richiede
d’ambedue al merto assai m’ange e molesta,
ma non voglio però che resti in tutto
di Salvio la virtù senza alcun frutto».

61E fattosi portar di seta fina
un manto carco di ricami d’oro,
donollo a Salvio la gentil regina,
ond’ei del danno suo prenda ristoro.
Giove in quel si vedea, l’alta e divina
forma cangiando or farsi aquila, or toro,
or cigno, or pioggia, e darsi a quello in preda
Danae, Calisto, Almena, Europa e Leda.

62In questo in somma riccamente adorno
di bei trapunti a foggie vaghe e nuove,
dentro un gran fregio che ’l cingea d’intorno
tutti i furti amorosi eran di Giove.
Rimaso era Traneo colmo di scorno,
che senza premio sol quivi si trove,
ma Vittoria gli diè d’oro e d’argento
gran somma, ond’ei restò pago e contento.

La seconda è una finta battaglia (63-80)

63Fornito il corso e da Vittoria dato
con gran giudizio il suo premio a ciascuno,
vuoto lasciando il fresco e verde prato
si ritornò dentro a Marsiglia ogni uno;
ma poi che l’aureo crin di rose ornato
spiegò l’aurora, e scacciò l’aer bruno,
di nuovo usciro al loco istesso dove
gli stranieri anco avean da far lor prove.

64Molti eroi quivi e molti regi tratti
s’eran da i regni al gallico vicini,
chi per far con Vittoria accordi e patti,
che per seco fermar mete e confini,
perché di questa i gloriosi fatti
visto a gara ciascuno alti e divini
onori falle, ogni un cerca e desia
che tra lor ferma e stabil pace sia.

65Né da i vicini sol ma da i lontani
regni oltra i Pirenei, verso l’Occaso,
che di Vaccei, d’Iberi e d’Oretani
pochi o nessun de’ primi era rimaso;
ma i più potenti e valorosi ispani
tra quanti allor si trovàr quivi a caso
Aragonio fu l’un, l’altro Castiglio,
questi d’Arceo, quel di Mandanio figlio.

66E ben fur questi eroi famosi (come
narran l’istorie lor), per virtù degni
che d’Aragonia e di Castiglia il nome
da lor prendesser le famiglie e i regni;
di più tiranni avean le forze dome,
e de gli imperi lor portati i segni
oltra l’Ibero e il Tago, e varie genti
con pace ambi reggean giusti e prudenti.

67Questi fatti fur capi, e in lor rimesse
Toringe il modo del secondo giuoco,
onde ciascun di lor quaranta elesse,
e venner tutti al destinato loco;
quivi dal manco l’un, l’altro si messe
dal destro lato, e stati fermi un poco
si mosser, e d’intorno circondaro
il prato su i destrier due sempre al paro.

68Per mostrare a Vittoria e al cavaliero
con gli altri il loro addobbo altero e vago,
fuor che la sella ignudo ogni destriero
vedeasi, e reggea il freno un sottil spago;
come un carbon quel d’Aragonio nero,
venìa soffiando che sembrava un drago,
era in fronte stellato e il primo manco
piede avea più che latte o neve bianco.

69Egli poi d’oro avea la sopra vesta,
fatta a liste una gialla, una vermiglia,
sul capo un Argo ch’ogni luce desta
teneva, e incontro al sol fisse le ciglia;
nel bel vestir le gemme in quella e in questa
parte splendean da lunge a meraviglia;
vinti e vinti staffier d’un color stesso
vestiti gli eran quinci e quindi appresso.

70Ne la man manca un scudo a la divisa
del ricco manto avea, con l’altra poi
gìa vibrando una canna e in questa guisa
seguiano adorni tutti gli altri suoi.
Per stupor da sé quasi era divisa
Vittoria, e il cavalier con gli altri eroi,
dond’abbian quei tanto oro e gemme tratte,
e sì gran cose in picciol tempo fatte.

71Ma il nobil fondator de la Castiglia,
che d’avanzare ogni altro ha sempre usanza,
accresce a i riguardanti meraviglia
ché in spesa e in leggiadria l’emulo avanza.
Sopra un bianco destrier Marte simiglia
che in Tracia torni a riveder sua stanza,
per manto un drappo avea d’alto lavoro
doppio, e contesto riccamente d’oro.

72Grosse e candide perle erano sparte
nel manto, e gemme d’incredibil pregio,
che vivi raggi ardenti in ogni parte
uscir facean del guarnimento egregio;
molte penne vermiglie in quel, con arte
poste, vedeansi e intorno un ricco fregio;
sul capo avea un castel che a mille a mille
addosso gli spargea fiamme e faville.

73E il destrier sempre or l’uno or l’altro piede
s’accosta al petto e leva in aria salti,
talché a narrarlo ogni credenza eccede,
in tal guisa eran destri, in tal guis’alti.
Ad ogni salto del castel si vede
fiamma cader su per gli erbosi smalti,
di cui la turba meraviglia prende
visto che nulla ov’ella tocca incende.

74Con l’abito medesmo da ogni lato
quanti Aragonio avea mauri staffieri,
e poi ch’ebbe d’intorno circondato
quel loco, anch’ei co’ suoi seguaci alteri,
da una banda ciascun del verde prato
fermossi, e seco gli altri cavalieri,
bianchi i cavalli avea tutti Castiglio,
come i suoi negri di Mandanio il figlio.

75Diece intanto di quei da i destrier bianchi
corsero a lento fren tutti ad un paro,
e giunti appresso a gli altri, arditi e franchi
le canne in verso il ciel destri lanciaro;
poi con gli scudi tosto i lati manchi
coprìrsi, e con le destre il fren pigliaro,
fuggendo indietro a i suoi con fretta tale
che i veloci destrier par ch’abbian l’ale.

76Ma non prima a fuggir questi si diero
che fur seguiti da diece altri in fretta,
da diece altri di quei dal destrier nero,
di cui men presta d’arco esce saetta;
corte le staffe aveano, onde leggiero
ciascuno alto si leva e il tempo aspetta
atto a lanciar la canna, e mira e bada
acciò che indarno il colpo suo non cada.

77Da l’altra parte quei fuggendo han cura
che l’altrui canna non gli arrivi e tocchi,
e con la targa ogni un, ch’è grossa e dura,
dal piè tutto si cuopre infino a gli occhi;
si volse indietro, e ben guarda e misura
quando suo stral la man contraria scocchi,
onde altri arriva a i suoi libero e franco,
percosso altri ne porta il petto o il fianco.

78E giunti al loco lor quei primi diece,
di ugual numero tosto un’altra schiera
si mosse, e fe’ come la prima fece,
contra la parte che già presso gli era;
quei fuggon parimente, indi in lor vece
vanno altrettanti, e fèro in tal maniera
sempre, or fuggendo or dando a i suoi soccorso
fin che ciascuno ebbe lanciato e corso.

79Gran piacer fu a mirar gran meraviglia,
quei su le staffe sì leggieri alzarsi,
or questa or quella man prender la briglia,
e tutti sotto un picciol scudo starsi,
questo lanciar, quel fisse aver le ciglia,
subito a mezzo il corso altri fermarsi,
con leggiadria di terra altri raccorre
la canna, mentre a tutta briglia corre.

80Poi che i due capi e tutto gli altri insieme
lodati fur, Vittoria un’armatura
diede a Castiglio che di stral non teme,
né d’altro colpo, sì di tempra è dura;
d’avorio un arco a l’altro che l’estreme
parti ha d’argento, e un stral di tal natura
che tocca il segno destinato sempre,
fatto con salde adamantine tempre.

La terza è una gara di corsa con cavalli (81-126)rf)

81Di Gallia ogni gran duce il dì seguente
comparve d’oro alteramente adorno,
tosto che al balcon vider d’Oriente
farsi l’aurora, e portar seco il giorno;
e sopra un palco allor fatto eminente,
di ricchi panni circondato intorno,
Vittoria e il cavalier vennero al loco
dove s’era di far conchiuso il gioco,

82non molto lunge da quel verde prato
dove i romani eroi, dove gli Iberi
gran meraviglia e gran diletto dato
aveano a i duci, a i principi, a i guerrieri;
questo era un loco anticamente usato
per far publici corsi da i destrieri,
chiuso di spessi e d’alti abeti in guisa
che al febeo raggio era ogni via precisa.

83D’ogni altro comparir veggion primiero
Loranio, d’alto e gran seme latino,
di gemme adorno e d’or, sopra un destriero
candido più che un candido armellino;
quel, vago e destro e coraggioso e fero,
la testa storta e il collo ha curvo e chino,
nel gir co i piedi a pena il terren tocca,
e bianca spuma ognor gli esce di bocca.

84Dopo lui sopra un gran destrier morello,
candido in faccia ecco apparir Normando:
non men del primo adorno e non men bello
destrier cavalca, o men leggiadro, e quando
lo spinge, ancor che grosso, è così snello
che intento e fisso dietro a quel mirando
ne l’arena alcun segno non si vede
picciol né grande, ov’abbia posto il piede.

85Segue Brabanzio sopra un destrier bianco,
di nere macchie quasi sparso ad arte,
sempre nel corso più gagliardo e franco,
degno che sopra vi cavalchi Marte;
non vi si scorge da la groppa il fianco,
né in questa può capir, né in quella parte;
va di traverso e fa sopra il terreno
cader la spuma, e ne risuona il freno.

86Comparir per lo quarto ecco Vizero,
non come gli altri riccamente adorno,
nato in steril terren, ma il suo destriero
sì destro e snello si volgea d’intorno,
sì mille volte in corto spazio altero
correa veloce e poi facea ritorno,
sì leggiadro e sì facile a la briglia
che i riguardanti empìa di meraviglia.

87Baio oscuro il destrier, stellato in fronte,
le gambe e i crini e nera avea la coda.
Quinto Arminio seguia, di virtù fonte,
cosa che raro avvien che in signor s’oda;
le sue bellezze a tutto il mondo conte
ciascuno anco a i dì nostri ammira e loda,
di porpora e di gemme adorno e d’oro,
disceso esser parea dal sommo coro.

88Venìa sopra un destrier leggiadro, ch’era
bel di fattezze e il pelo avea roano,
con una lista in su la groppa nera
e dal sinistro primo piè balzano;
superbo ne l’andar con vista altera,
obediente e presto ad ogni mano,
con l’uno e l’altro piè zappa e percuote
la terra allegro, e fermo star non puote.

89L’altro è pur baio ch’Eldrio porta e d’oro
sembra il suo pelo, e tutto è pien di rose,
e il cavalier con ricco e bel lavoro
quel giorno in dosso un manto d’or si pose,
con foglie ricamate in quel d’alloro
per denotar le piaghe sue amorose,
e d’amor punto or forte, or pian sospira
mentre salta il destrier, mentre s’aggira.

90Dovea trovarsi Olando anch’egli al corso,
ma con l’artiglio una ferita diede
al suo destrier, mentr’era a caccia, un orso,
talché zoppo il lasciò dal destro piede;
traffitto d’aste al fin, da’ cani morso
ben di quei fece Olando e d’altri prede,
però rimase con suo grave scorno
dal corso escluso il destinato giorno.

91Brabanzio uscì d’ogni altro fuor primiero,
e primier posto in schiera a destra mano,
da man sinistra appresso ebbe Vizero;
Loranio il terzo uscìo, seme romano;
fu il quarto Arminio, e il quinto cavaliero
Normando, et Eldrio, che bramava in vano
di star nel mezzo, l’ultimo fu posto,
dal suo vicin Brabanzio più discosto.

92Con questo ordine acconci ogni uno intento
stava che via togliesser la catena,
di ciò i destrieri accorti in un momento
mille vestigi fan sopra la rena;
superbi, allegri et animosi, in cento
piè di terren capir non ponno a pena;
or destri alzando i piedi aspiran verso
la meta, or stan per dritto, or per traverso.

93La testa l’uno impaziente scuote,
e per desio di correr si consuma;
co i piè l’altro il terren zappa e percuote,
e fa del fren, mordendo, uscir la spuma;
questo astenersi dal nitrir non puote,
quel con gli occhi qual faci il corso alluma;
che del troppo indugiar mostra aver sdegno,
e chi trappassa il lor prescritto segno.

94Ciascun la tromba impetuoso aspetta
e s’infiamma d’ardor dentro e s’accende,
quando ecco udito il primo suon che in fretta
ciascun sì presto al corso si distende,
che men veloce d’arco esce saetta,
men veloce dal ciel folgor discende,
e men veloce l’aquila, già d’alto
vista la preda, va per farle assalto.

95Loranio e Arminio ch’erano per sorte
nel mezzo quando il corso cominciaro,
di par correndo i lor destrieri forte
dinanzi a gli altri nel partir restaro;
Eldrio e Brabanzio, che patir la morte
più tosto avrian quel dì che perder caro,
Normando innanzi vistosi e Vizero
sezzai venian battendo ambo il destriero.

96Par che tremi la terra e d’ogn’intorno
rimbomba il monte e ne risuona il lito;
la densa polve in guisa oscura il giorno
che il sol del tutto via sembra sparito;
non si conosce al manto ond’era adorno,
né al viso alcun, ma sol ciascun udito
da lunge vien, mentre gridando altero
loda o accusa o minaccia il suo destriero.

97Loranio avendo di paro a destra mano
d’Arminio avantaggiato il primo loco,
fatto ogni prova et ogni sforzo vano,
venìa restando indietro a poco a poco;
gli parve, giunto da Normando, strano,
e sentissi avampar tutto di foco;
Normando tanto avea battuto e punto
il suo destrier che al par già gli era giunto.

98Ma ciò non basta ancor, ché ad alta voce
gridando e percotendo il destrier sprona,
talché dal giogo estremo a l’ampia foce
del Rodano il terren tutto risuona;
Loranio, anch’ei terribile e feroce,
né a piè né a man quel di punto perdona,
ma con sferza e co’ sproni or punge or batte,
ché il timor con la speme in lui combatte.

99Correndo e contrastando ambi ad un paro,
che vantaggio nessun tra lor si vede,
le fibbie de gli spron sì gli intricaro
quinci e quindi col destro e il manco piede
che ad ambedue gli eroi tal nuovo e raro
caso avvenuto impedimento diede;
cagion che meno e l’uno e l’altro corse,
e vinse tal ch’avria perduto forse.

100D’allontanarsi l’un da l’altro prova,
credendo di spiccarsi in tal maniera;
ciascun volge al contrario il fren, né giova
che il piè possa ritrar di là dov’era;
poi la fortuna con disgrazia nova
Normando assalse, ond’ei s’ange e dispera:
mentre a scioglier l’un piè tutto è rivolto
ne la cinghia riman con l’altro involto.

101Mentre quasi per forza si dispone
di riaver lo spron dal destro lato,
ne la cinghia intricò quell’altro sprone
talché tutto restò preso e legato;
questo nuovo accidente fu cagione
che punto ove il destrier non era usato
mandasse in aria diece volte e cento
copie di calzi, al corso pigro e lento.

102Onde Loranio il misero percosse
nel piè sinistro con sì gran furore
che non sapea se notte o giorno fosse,
e quasi spasimò per gran dolore;
da gli altri urti strette le ginocchia mosse,
Normando il trasse da la sella fuore;
ma nel cader lo spron si ruppe e sciolto
restò col piè, qual neve bianco in volto.

103Che la fibbia e lo spron restasse rotto
per lui fu molto avventurosa sorte,
perché a l’altro destrier caduto sotto,
con strascinarlo e calpestarlo forte,
a tal termine al fin l’avria condotto
che il men mal fora in lui stata la morte.
Proprio in quel punto che cader convenne
Loranio, un altro simil caso avvenne.

104Che di Normando essendo il destrier punto
dov’esser non solea, lasciato il corso
e mille calzi e più quasi in un punto
tirando, e preso già co i denti il morso,
l’un de i ferri che al piede era congiunto
con forti chiodi (o caso raro occorso!)
spiccossi, e in fronte in tal guisa Vizero
ferì che cadde anch’ei giù dal destriero.

105Non così stride o sì veloce fende
l’aria, cacciato da dur’arco, strale;
né giù dal monte alcun torrente scende
gonfio per pioggia mai con furor tale;
né Giove, allor che a castigarne intende,
dal Ciel veloce avventa folgor quale
si vide allor quel ferro uscir dal piede
che in fronte al buon guerrier tal colpo diede.

106Stridendo al ciel mandò faville e tosto
Vizero tra le ciglia sì percosse
che in terra cadde, e il suo destrier discosto
fuggì, che non gli ostaro argini o fosse;
fu sopra un letto quasi morto posto,
con le vesti di sangue e molli e rosse;
Brabanzio intanto in guisa il destrier punse
che Normando varcato Arminio giunse.

107Facilmente varcar potea Normando,
cui tardo assai quell’accidente rese,
quando intricossi con Loranio e quando
stretto il morso co i denti il destrier prese,
ma che del campo ognor gisse avanzando
e che, a guisa d’augel con l’ali tese,
giungesse Arminio par miracol, anzi
che gli passasse come fece innanzi.

108Cento trombe mandar subito in alto
s’udiro il suono, e il capo era Taurante;
parea che a i Persi dessero l’assalto,
e, sempre avendo il vincitor davante,
lo condussero là dove su l’alto
palco Vittoria stava e il pio Costante,
con tutti gli altri principi, e con molto
piacer fu da ciascun quivi raccolto.

109E per suo premio gli donò Vittoria
un ricco vaso di purissim’oro,
dentro a cui tutta si vedea l’istoria
di Romulo, con nuovo e bel lavoro;
ciò ch’ei degno qua giù fe’ di memoria,
fin che ascese, dio fatto, al sommo coro,
di terra per miracol via sparito
si vedea in quel da dotta man scolpito.

110Prima nel Tebro crudelmente esposto
col fratel stava pargoletto e nudo,
dove un lupa sopragiunta tosto,
di natura animal feroce e crudo,
gli fu per gran secreto a l’uom nascosto,
contra ogni colpo di fortuna scudo,
porgendo lor benigna e mansueta
le poppe, colma d’incredibil pieta.

111Volgendo gli occhi a quei, torta la gola,
par che gli inviti con materno affetto;
ma in vece di mandar fuor la parola
gli porge il ventre e gli avvicina il petto;
de gli due infanti una nutrice sola
senz’aver tema del feroce aspetto,
con le mani ciascun giocando tocca,
e prende or questa or quella mamma in bocca.

112Le bianche man sopra l’oscuro pelo
con artificio son mirabil fatte,
e gli occhi alzar quei due gemelli al cielo
si veggion mentre stan suggendo il latte;
traffitto Amulio poi d’acuto telo,
e in lor soccorso molte genti tratte
stan quivi, e surgon quelle altere mura
ch’empiro e terra e ciel già di paura.

113Si veggion da le parti indi vicine
venir le donne a Roma al divin gioco,
e i romani rapir poi le sabine,
giunte che fur al destinato loco;
con gran prudenza impor si vede fine
a lo sdegno, a la guerra, e spento il foco
pregan le donne in questa e in quella parte,
padri e mariti con le chiome sparte.

114Romulo, posto a morte Acron, si vede
vincer Veienti e vincer Fidenati,
e portar sempre in Campidoglio prede
di principi e di re da lui spogliati;
salir si vede al fin su l’alta sede
dove i giusti nel Ciel son premiati,
e quivi con altari e templi ognora
Roma l’invoca e per suo dio l’adora.

115Diede ad Arminio ancor Vittoria un vaso
di puro argento, e in quel si veggion d’oro
le Muse e Febo sopra il gran Parnaso
tesser corone d’edera e d’alloro;
quivi Ippocrene e quivi sta Pegàso,
quivi alternando ogni un a doppio coro
la bocca apre, e sì ben la lingua snoda
che ad ascoltar par che la voce s’oda.

116D’intorno un fregio avea con bei colori
di narcisi e di crochi e di giacinti,
e d’altri vaghi e sì ben fatti fiori
che parean veri, non da l’arte finti;
faggi, abeti, cipressi, orni, alni, allori,
celsi, platani, olive, elci, olmi, cinti
con ordine mirabil tutti quanti
v’eran di viti e d’edere e d’acanti.

117N’ebber Loranio ancor premio e Vizero,
benché allor fosser l’uno e l’altro in letto,
perché l’esser caduti dal destriero
non fu per colpa lor, né per diffetto,
ma ciascun s’era esperto cavaliero
di tanti duci allor mostro al cospetto;
da Vittoria ogni un d’essi ebbe una vesta
di porpora, d’argento e d’or contesta.

118Ne la città poi fèr tutti ritorno,
e quivi la regina e il cavaliero
subito andaro, e fèr lungo soggiorno
dove in letto Loranio era e Vizero.
Quindi partiti, e visto ancor del giorno
restar quasi di verno un giorno intero,
Vittoria con Toringe fe’ consiglio,
presente ogni nepote, ogni suo figlio.

119E giovenetti essendo una gran parte,
con dir colmo d’affetto gli essortaro
che volessero usar la forza e l’arte
nel giuoco, ond’essi stian con gli altri a paro;
poi quindi ogni un di lor tratto in disparte
fèr sì che insieme ognor si essercitaro
non pur il resto di quel dì ma tutta
la notte ancor, co i torchi in forte lutta.

120La regina per meglio anco infiammargli
e per far che ogni un divenghi ardito,
una giovene bella fe’ mostrargli
che a pena il terzo lustro avea compiuto,
e per colui quella promise dargli
che saria vincitor del giuoco uscito;
mostrogli ancora, e dar promise loro,
per chi vincea secondo un fanciul moro.

121La giovenetta di color simiglia
prezioso rubin, candida perla
ne gli occhi, ne la fronte e ne le ciglia,
e in tutto il viso dea sembra a vederla;
sì bella appar che non è meraviglia
se di Toringe per desio d’averla
si provassero i figli, e co i nepoti
porgesser prieghi a Dio, facesser voti.

122Sì gentil poi quella si mostra e tanto
modesta e saggia, e sì l’onor conserva,
sì prattica è nel suono e sì nel canto,
e sì ne l’arte dotta di Minerva
che il vincitor potrà ben darsi vanto;
e se fortuna cieca, in farla serva
l’avea trattata da crudel matrigna,
natura ben le fu matre benigna.

123Quel fanciul moro ancor de i cavalieri
sì gli occhi a sé tirò, ch’eran presenti,
che, in oblio posti gli altri lor pensieri,
rimaser tutti a rimirarlo intenti.
Le mani e il volto e i crini avea sì neri,
sì bianchi avea tra nere labbia i denti
che i ligustri da questi erano vinti,
da quei le bragie, anzi i carboni estinti.

124Da le orecchie pendean perle al fanciullo
candide e grosse, e riccio era la chioma;
vincea Latin parlando, Albio e Catullo,
nel centro esser parea nato di Roma.
Porgea a sentirlo ancor gioia e trastullo
mentre parlava in arabo idioma;
rispondea pronto a popoli diversi,
Greci, Indi, Armeni, Ebrei, Fenici e Persi.

125Diece mori Vittoria avendo in corte
che l’un l’altro a parlar non s’intendea,
di tutti egli era interprete di sorte
che a gli ascoltanti gran stupor porgea;
di là da l’ampio regno ove la forte
Candace altera già regnar solea
fin dove il Nilo in Etiopia nasce,
nacque il fanciullo e fu nutrito in fasce.

126Salti meravigliosi e nuovi balli
leggiadramente ognor muove, non solo
sopra il terren ma ancor sopra i cavalli,
mentre veloci van battendo il suolo;
non sì destri ne i boschi e ne le valli
sopra i rami gli augei sen vanno a volo
com’ei sopra una corda, e sia pur alta
quanto si voglia, in aria or corre or salta.

La quarta è un torneo di lotta (127-152,2)

127L’altra mattina poi, mentre l’aurora
de l’onde uscita al sol facea la scorta,
di nuovo quei signori escono fuora
de la città per la medesma porta,
e giunti al loco istesso fanno ancora,
sendo strada miglior questa e più corta,
quivi accoppiar quei lottatori a caso,
secondo ch’escon fuor tutti d’un vaso.

128E chiamato un fanciul, Toringe tosto,
Toringe che indugiar punto non puote,
e scritto dentro un’urna il nome posto
d’ogni suo figlio e d’ogni suo nepote,
Picerde il primo uscì, grande e disposto,
ch’avea il crin d’oro e senza pel le gote;
ben di Toringe si mostrava degno
nepote a la gran forza, a l’alto ingegno.

129Vasconio fuor de l’urna uscìo secondo,
di Toringe figliuol, ch’oltra misura
picciol di corpo, il crine ha crespo e biondo,
forte di membra e vago di figura;
bench’egli appaia ognor dolce e giocondo,
però non ebbe mai d’altr’uom paura;
leal sempre a Vittoria, accorto e fido,
farà chiaro volar d’intorno il grido.

130Così quei duo furo accoppiati insieme;
l’altra coppia fur Tetrico e Lungedo,
d’aver la donna colmi ambo di speme;
la terza fur Probenzio e Cataledo,
questi e quei di Toringe illustre seme;
poscia Delfin, di cui maggior non credo
che si trovi di Gallia in tutto il regno
(fuor che suo patre) di valor, d’ingegno.

131Matrico uscito poi fu con Delfino,
questo accoppiato, e più nessun vi resta,
l’un l’altro insieme era fratel cugino;
la quarta coppia e l’ultima fu questa.
Vittoria adunque e il gran guerrier latino
piacer mostrando e gioia manifesta,
con ciascun duce asceso il palco in alto
stavano intenti per mirar l’assalto.

132Vasconio e il suo cugin Picerde, in tanto
spogliato et unti d’oglio ambi d’oliva,
da questo l’uno e l’altro da quel canto
ridendo e motteggiando sen veniva.
E indritto al palco giunti e quivi tanto
fermatisi, ché il nome lor si scriva,
l’un verso l’altro poscia arditi andaro
pian pian, né così tosto s’abbracciaro.

133Sendo ambedue non men che arditi e forti
di gran giudicio, l’un e l’altro saggio,
stettero a risguardar gran pezzo accorti,
sempre aspirando al suo maggior vantaggio.
Larghi le gambe parimenti e torti
le braccia, tenta ogni un che il febeo raggio
contrario il suo fratel ne gli occhi colga,
e ch’ei le spalle a quel sempre rivolga.

134Poi che un pezzo pian pian con lungo giro
sempre in tal guisa il campo circondaro,
destri ad un tratto insieme si ghermiro
e con mani e con piè stretti legaro;
da lunge i denti batter quei si udiro,
mentre sì impetuosi si abbracciaro;
se ben Vasconio al mento di Picerde
non giunge però l’animo non perde.

135Spesso per molto spazio con le braccia
legate insieme e l’uno e l’altro stassi,
e, fatto curvo il grande, a faccia a faccia
si stan, né qua né là muoveno i passi;
che de le dita i forti nodi straccia,
chi s’alza e chi convien che in giù s’abbassi;
su i piè fermi alternando ambi con ambe
le mani or stringon fianchi, or braccia or gambe.

136Talor par che l’un d’essi cada in terra,
ma più feroce subito risorge,
e il rival con le braccia stretto afferra,
né vantaggio tra lor punto si scorge;
spesso al petto il maggior l’altro si serra,
ma quel, che del periglio suo s’accorge,
con le mani e co i piè se stesso aiuta
e, destro, presa or quinci or quindi muta.

137Come in riva del Po l’alno, o il cipresso
che s’erge al ciel sopra una piaggia alpina,
quando l’Austro s’adira o il Borea spesso
la cima verso la radice inchina,
di nuovo sorge, e vinta da l’istesso
furor di nuovo a terra s’avvicina,
così fanno i due gioveni e si vede
ch’or l’un supera l’altro, a l’altro or cede.

138Talor Picerde il grande si radoppia
contra il picciol Vasconio, e spesso il petto
questo col ventre di quell’altro accoppia,
e stan gran pezzo l’un con l’altro stretto;
chi guarda afferma che l’un d’essi scoppia;
poi di lasciarsi e questo e quel costretto
or collo, or fianco, or gamba con la mano
di prender cerca, e spesse volte in vano.

139Vasconio, essendo nerbi et ossa tutto,
largo gli omeri e il petto, e stretto il fianco,
e de le membra in ogni parte asciutto,
con maggior lena, ognor fatto più franco,
a tal termine l’altro avea ridutto
che di sudor già molle, anelo e stanco,
con la grandezza più che con la forza
s’aiuta, e d’esser vincitor si sforza.

140Ma spinto da l’onor più si raccende
Picerde, e il valor suo più chiaro scopre;
Vasconio spesso arida polve prende
con le mani, e il fratel tutto ne copre,
acciò che mentre a la vittoria intende
con gli effetti e con l’animo e con l’opre,
più facilmente in queste parti e in quelle
fermar possa le man ne l’unta pelle.

141Più volte al collo poi quel se gli avventa,
d’ambo i piè su le dita alzato in alto,
ma picciol troppo essendo indarno tenta
né può levar, stretto tenuto, il salto;
onde tutta la mente avendo intenta
con sua gran lode a terminar l’assalto,
quei nervi di pigliar subito addocchia
che son dietro, e inchinar fan le ginocchia.

142Mentre Picerde intento si difese,
ché nol potesse mai prender nel collo,
Vasconio chino a l’improviso il prese
ne le ginocchia, e subito piegollo;
poi nel petto col capo sì l’offese,
forte spingendo, che cader sforzollo;
supin cadde Picerde e con la schena
gran segno impresse ne l’asciutta arena.

143E Vasconio abbracciato avendo stretto,
mentre facea per atterrarlo ogni opra,
se lo tirò nel cader giù sul petto
talch’ei di sotto, e quel restò di sopra.
Vasconio parte poi perché il difetto
di Picerde, sì publico, si copra,
d’ascosto aiuto con le man gli diede
e visti furo ambi ad un tempo in piede.

144E con modestia in fronte si basciaro,
poscia l’un da l’altro avendosi per mano
ridendo in verso l’alto palco andaro,
dov’era la regina e il gran romano,
e riverenti quei tosto inchinaro
del palco a piè sopra l’erboso piano.
Di qua poscia e di là tosto appariro
quei che secondi fuor de l’urna usciro.

145Ma poi che appresentati e scritti furo,
per dar principio al lor assalto intenti,
l’aer, ch’era pur dianzi e chiaro e puro,
per forza d’aspri e di rabbiosi venti
così divenne a l’improviso oscuro
che i bel raggi del sol sembraron spenti,
e con tuoni e con fulmini e con lampi
correan di pioggia e boschi e selve campi.

146Costretti adunque a far tutti ritorno
dentro a Marsiglia, abbandonaro il loco,
col pensier fermo che il seguente giorno
si ritornasse a terminar quel gioco;
ma i figli co i nepoti ebbe d’intorno
Toringe, i quai di speme nulla o poco
tenendo d’arrivar de i primi al paro,
con gran modestia in tal guisa il pregaro,

147«Signor,» dicendo «i due fratelli tanto
son riusciti al parer nostro bene
che riportato alteri avendo il vanto,
diciam che il precio a lor dar si conviene».
Per tenerezza non ritenne il pianto
quel vecchio, e sentì allor dentro a le vene
nuova speme destarsi, e dolcemente
quegli abbracciò, come solea sovente.

148Poi dinanzi a Vittoria quei condutti,
le disse quanto inteso avea da loro;
prima lodolli assai Vittoria tutti,
poi chiamata la donna e il fanciul moro
dove i guerrieri e i duci eran ridutti,
quella tutta di gemme adorna e d’oro,
per man presa a Vasconio appresentolla,
e come a vincitor pronta donolla.

149Ma perché d’un continuo ardente foco
Vasconio acceso avea nel petto Amore,
la speme sua nel più sublime loco
riposta avendo, e collocato il core,
però curossi de la serva poco,
benché di beltà colma e di valore,
ma divenuto or bianco or rosso in volto,
parlò in tal guisa a la regina volto:

150«Magnanima regina, io veggio certo
ch’io son da vostra altezza premiato
via più di quel che si richiede al merto,
talché d’eterna servitù legato
il mio cor sempre mostrerolle aperto,
né mai da lei mi partirò da lato,
e in acqua e in terra ognor voglio seguirla,
in qual fortuna sia pronto a servirla.

151Ma la supplico ben per questa mia
servitù, che trovar non può maggiore,
che al buon Picerde la fanciulla dia,
ché in armi e in lotta egli è di me migliore».
Così Vittoria fe’, se ben quel pria
si chiamasse a Vasconio inferiore;
però sforzato alfin pronto accettolla,
et a sua matre subito donolla.

152Diede a Vasconio poi Vittoria il nero
fanciul, che Cigno era per nome detto.
Poi di quel giorno tutto il resto interoCostante e Vittoria diffondono un editto: che ogni abile in armi si presenti entro quattro mesi, apparecchiato per andare in Oriente (152,3-153)
con balli e canti ogni un speso in diletto,
comandò la regina e il cavaliero
c’ivi ogni duce a i regni lor soggetto
fra quattro mesi quanto può di gente
conduca per l’impresa d’Oriente.

153E quanto a i duci ch’ivi eran presenti
fu detto a bocca, ancor mandato in scritto
a tutti quei che si trovaro assenti,
publicossi per tutto il nuovo editto.
Vittoria e il cavalier mentre le genti
stanno aspettando al termine prescritto,
di cento navi e più crescon l’armata,
perché sia al tempo in porto apparecchiata.

Libro IX

ultimo agg. 10 Settembre 2015 19:04

Argomento
Annovera ogni duce e narra dove
raccolta avea ciascun di lor sua schiera,
e ch’indi il cavalier l’orribil fera
portò, che indarno fur tutte le prove.

Dopo i quattro mesi l’oste è pronta, viene passata in rassegna (1-54)

1Del gran pianeta che n’adduce il giorno,
e scorge e tempra le create cose,
l’alma sorella e l’uno e l’altro corno
quattro volte scoperse e quattro ascose
dal dì che Citerea col crine adorno
di verdi mirti e di purpuree rose
con gli Amor quivi e con le Grazie giunse
e la regina e il cavalier congiunse.

2E di Gallia e di Britannia gente
venuta era in Marsiglia da ogni parte
co i duci lor, ch’ogni un dentro la mente
freme, e scorrendo van Bellona e Marte.
Già l’armata per gir verso Oriente
stava a i remi fornita, a vele, a sarte,
e con la tromba già Taurante intorno
de la partita avea prescritto il giorno.

3E in nome di Costante a i duci imposto,
e di Vittoria, un messaggiero avea
ch’indi a tre giorni la mattina, tosto
che risplendesse l’amorosa dea,
le sue genti abbia in ordine ogni un disposto,
ché mostra universal far si devea
fuor di Marsiglia in un gran campo, chiuso
di mura intorno e fatto a simil uso.

4Talché al termine dato ogni guerriero
sotto quel capitan che lo conduce
comparve, e con Vittoria e il cavaliero,
a lo spuntar de la diurna luce.
Ma ben fia in tutto folle il mio pensiero
se contar penso ogni lor capo e duce,
ancor che cento lingue avessi e cento
voci, ch’io sol quel so che dir ne sento.

5Dunque o voi, Muse, che vicine a Giove
dal tutto avete conoscenza intera,
cantate il nome d’ogni duce e dove
raccolta avea ciascun di lor sua schiera.
Cataldo primier i Belgi move,
con ordine sì bel, con tal maniera
ch’esser ben mostra di Toringe figlio,
di guerra esperto e d’ottimo consiglio.

6Diece mila son tutti e in cinque schiere
divisi, e tien ciascuno un capitano.
Guida i Batavi Olando, ardite e fere
genti, cui chiude il Reno e l’oceano;
giuran superbi a tutto lor potere
di ricovrar l’imperator romano.
Mille e mille son questi, e in campo d’oro
un leon rosso è l’alta insegna loro.

7Vien l’altra schiera poi, né veder cosa
di questa gente si potria più bella:
Leuci e Sicambri, et altri a cui la Mosa
fa sponda e il monte ond’esce e la Mosella,
grande e ben fatto e in viso come rosa
si mostra il duce lor, ch’Eldrio s’appella,
il qual non può, benché sia in armi forte,
fuggir la sua fatal vicina morte.

8Spiega ne l’alta insegna il gran guerriero
c’ha da macchiar del sangue suo quel loco,
duo leoni, che in giallo un d’essi e nero
l’altro in azzurro è del color del croco;
annoverava questo duce altero,
che sol le forze altrui stimar sì poco,
tra gli avi suoi Licinio Gallo, quello
che fu de’ Galli già tarlo e flagello.

9Nacque Licinio in Gallia e fu prigione
di Cesare, indi servo, indi liberto,
poscia d’Augusto, che in grande opinione
l’ebbe d’uom saggio e d’ogni cosa esperto;
ponendol sopra i censi, occasione
gli diede onde il suo cor mostrasse aperto;
la Gallia, ov’ei gran tempo i censi colse,
di sua rapacità molto si dolse.

10Che al mal solo applicando ogni suo ingegno
molti uccise e mandò molti in essiglio,
tese insidie e rubò, ch’uom non fu degno
d’uscir mai salvo da sì adunco artiglio;
tarli in tal guisa mai non rose legno,
né padre irato flagellò rio figlio
per cumulo di eccessi e gravi falli
com’ei già flagellò, già rose i Galli.

11Gridi, accuse e querele a diece, a cento
fatte fur contra di Licinio ingiusto,
ma quel molt’arche d’or piene e d’argento
fe’ in casa sua veder tosto ad Augusto,
sapendo che tal cosa in un momento
piega e sforza qualunque è più robusto,
e gli disse: «O signor, chi qui si serra
ti avria potuto far molti anni in guerra.

12Di man trassi de’ barbari il tesoro
perché ad un tempo del romano Impero
s’alzi, e si abbassi la potenza loro;
per te l’accolsi e per te il serbo interno».
Lieto Augusto pigliò l’argento e l’oro,
visto ciò ch’ei dicea tutto esser vero;
e d’ogni grave suo fallir gli diede
perdon non pur ma ancor prezzo e mercede.

13Un figlio ebb’egli allor d’una germana
ricca e gran donna, che per moglie prese;
d’alto animo dunqu’Eldrio e di romana
mente dotato da costui discese.
La terza schiera uscia poco lontana
da questa, e il duce lor saggio e cortese
scendea da quel che la bell’opra a Veto
vetò, perché invidiollo in suo secreto.

14Mentre Neron col ferro e con la falce
contra Roma più crudo ognor surgea,
stavan la Gallia e la Germania in pace,
che sol del proprio mal Roma piangea;
Veto allor, perché l’ozio a i duci spiace,
così i soldati essercitar credea:
tra l’Arari far volse e la Mosella
un’ampia fossa, impresa utile e bella.

15Dal mar che i Galli a mezzogiorno serra
nel Rodano si va, che seco unisce
l’Arari, e poi gran spazio vi è di terra,
che a le navi un bel corso indi impedisce;
ma Veto, che non ha contra alcun guerra,
di levar tanto impedimento ordisce,
acciò che ogni un, per ben capace fossa,
navigar fino a la Mosella possa,

16quindi al Reno e dal Reno a l’oceano.
Ma ciò gli fu da Gracile vietato,
sotto finto pretesto che il romano
Impero fora in grave danno stato
lasciando entrar con sì potente mano
ne la provincia altrui l’altrui legato.
La Germania di qua reggea dal Reno
Veto, e Gracile avea de’ Belgi il freno.

17Del costui seme adunque era disceso
Loranio, duce de la terza schiera,
queste genti ch’ei guida il gran Vogeso,
con l’ampio petto e con la fronte altera,
dal sol difende, allor ch’egli è più acceso,
e son chiuse verso Euro e verso sera
tra la Mosella e il Reno, e il duce loro
porta una sbarra rossa in campo d’oro,

18dentro a cui son tre bianchi augei di Giove.
Seguon Loranio e Treviri e Nemeti
e Lingoni et altri, che inaudite prove
faranno in Persia, ove ne van sì lieti
che dir non si potria quanto al core giove
del pio Costante e quanto duol gli acqueti,
visto né sferza bisognar né sproni,
e quanto in guerra siano esperti e buoni.

19Segue Brabanzio, di sì forte e fera
natura che per lancia usa una antenna,
un leon d’oro ha ne l’insegna nera,
e lui sol guarda ogni un, lui solo accenna;
d’Eburoni e di Tungri ha la sua schiera,
tra Scalde e Mosa e la gran selva Ardenna
raccolta, e di quei popoli che in terra
già fur, ma intorno il mare oggi gli serra.

20Vien poscia Artosio e il suo fratel Picerde,
che de l’ultima schiera insieme han cura;
l’animo alcun di lor giamai non perde,
né sepper mai che cosa sia paura;
per lor sanguigna farsi l’erba verde
veggio, e le donne perse in vesta oscura;
d’un fratel di Toringe ambo son figli,
e in campo azzurro d’or portan sei gigli.

21Di Remi è questa schiera e d’Ambiani,
di Nervi, di Caleti e d’Attrebati,
e di Morini, e d’altri in pace umani
ma di restar di sopra in guerra usati.
Questi vittoriosi e monti e piani
scorrendo andran per tutta Persia armati;
tra lo Scalde e la Sequana e il mar chiusi
nacquero, e sempre a guerreggiar son usi.

22Segue Tetrico poi, figlio maggiore
del buon Toringe, e perché ha già le chiome
bianche un suo figlio, cupido d’onore,
manda in sua vece del medesmo nome;
questo, se ben de’ Celti ha colto il fiore
per gire in Persia, non vi andrà già come
tien speme, anzi tien ferma opinione,
perché ordina l’uom sol, ma Dio dispone.

23Partiti ha questi in quattro schiere uguali,
e posti mille e mille per ciascuna;
Nivernio il primo duce ha due grand’ali
d’or ne l’insegna a quarti azzurra e bruna.
Rapine, incendi, morti et altri mali
farà in Persia costui, ma la fortuna,
che non arresta l’empia ruota un’ora,
vuol che sul Tigre a tradimento mora.

24Sennoni e Boi guid’egli e Cennomanni,
gente inquieta e sovra ogni altra altera,
che di qua fe’ de l’Alpi oltraggi e danni,
occupò terre e discacciò chi v’era;
gli Edui, non men di forze che d’inganni
colmi, son co’ Mandubi in questa schiera,
Turoni, Arverni seco hanno e Carnuti,
pronti per gir col cavalier venuti.

25Tra Ligeri ogni gente e l’altra sponda
di Sequana e del fiume che l’un fianco
d’Ande al passar con l’umil corso inonda,
segue Nivernio, valoroso e franco;
più verso l’Oriente beve l’onda
de l’Arari una parte di lor anco.
L’altro duce che vien de’ Celti è detto
Normando, cavalier saggio e perfetto.

26Tribori, Aulerci, Veneti, Ambilati
conduce, e Curosoliti e Naneti,
Unelli et altri, parte in arme usati,
parte a tender nel mar gli ami e le reti;
Neustri e Redoni, d’aspro cuoio armati
di salsi mostri, Armorici e Cadeti,
tra duo profondi mari e il fiume d’Ande
sua schiera accolse, più che bella, grande.

27Duo vermigli leoni in campo d’oro
son di Normando l’onorata insegna.
Vizero il terzo poi dopo costoro
la sua di color rosso e bianco segna;
questo ogni gran ricchezza, ogni tesoro
a par di libertà sprezza e disdegna;
la gente sua tra il Reno e il monte Giura
e il Rodano si sta chiusa e sicura.

28E col Rodano insieme anco il Lemanno
laco la bagna; e questo duce saggio
guida gli Elvezi suoi, che usar non sanno
benché sian forti in guerra, alcun vantaggio;
co i Leoponti ancor seco altri vanno
pronti e gagliardi a sì lontan viaggio.
La quarta schiera poi Limosio guida,
di cui non si può scorta aver più fida.

29Tra Ligeri e Garonna e l’ampio monte
d’Avernia stan le sue genti, e l’onde salse,
ma venìa con turbata e crespa fronte,
sì d’una ingiuria che patì gli calse;
l’insegna sua con gravi scherno et onte
già gli fu tolta, che il suo ardir non valse,
onde poi sempre andò pensoso e mesto,
mostrando in fronte il cor suo manifesto.

30Et oltra che in tal guisa apparea in vista,
mai più giurò di non portare insegna
finché in battaglia un’altra non acquista;
e ben essequirà ciò che dissegna,
perché forza non è ch’unqua resista
a l’uom che fermo e risoluto vegna;
legato in cima ad una lancia quanto
fèno stringe una man porta egli intanto.

31Questo conduce i Lemovici, et anco
i Pittoni e gli Avarici, con molti
altri che il buon Limosio ardito e franco
tra i medesmi confini avea raccolti.
Vien poi Vasconio dopo lor, non manco
forte che ardito, e quei c’ha seco i volti
volger vedransi a i barbari, e riversi
mandar giù in terra a mille a mille i Persi.

32Tra il mar d’Esperia e i monti Pirenei
e di Garonna la sinistra sponda
costor raccoglie, a cui dieron gli dèi
salubre terra e d’ogni ben feconda;
Vasconio ama Vittoria e sol per lei
nel cor porta una piaga aspra e profonda,
benché altro non le chiede e non desia
fuor che vederla e star dov’ella sia.

33Di sua semplicità piacer si piglia
Vittoria, e con licenza di Costante
sovente lo conforta, e tra le ciglia
sovente bascia in fronte il puro amante;
quel, vergognoso, con faccia vermiglia,
giura di far tal prove in Persia e tante,
con l’arte e con la forza e con l’ingegno,
che in tutto almen di ciò non paia indegno.

34Né di quanto promette il guerrier franco
un punto men farà, perciò che avegna
ch’ei sia d’uom giusto quasi un palmo manco,
gran virtù spesso in picciol corpo regna;
questi un leon vermiglio in campo bianco
porta, de’ suoi maggiori antica insegna;
Tarbelli e Dazi et altri in Persia mena,
con la gent’Elvia e l’Auscia e la Rutena.

35Vasconio ha sol due schiere d’Aquitani,
ma vaglion più che tutti gli altri insieme,
e diegli Arminio e Mario capitani,
in cui ripone ogni un tutta la speme;
ambo di gran consiglio, ambo di mani
con forti e pronti, e benché sian d’un seme
più brutto alcun di Mario non si vede,
l’altro i più rari di vaghezza eccede.

36E l’uno e l’altro a quel che manifesto
fuor si dimostra ancor dentro è conforme,
ché imitar spesso gli animi di questo
corpo mortal si veggiono le forme.
Sempre al nocere altrui svegliato e presto
si mostra Mario, al giovar tarda e dorme
via più d’ogni altro scelerato et empio;
Arminio è di virtù verace essempio.

37Seguon le schiere poscia di Narbona:
tre sono in tutto, e n’è Toringe guida;
gente ne l’armi essercitata e buona,
ma sopra ogni altra diligente e fida;
Vittoria in guardia a lor la sua persona
diede, che d’altri più non si confida;
sempre una schiera a lei deve e a Costante
gir d’intorno, una dietro, un’altra inante.

38Ma perché d’anni già Toringe è carco,
e che d’alzarlo a maggior grado pensa,
a tre suoi figliuoli l’onorato incarco
dona, e le genti sue tra quei dispensa:
Langedo il primo, ha in man di ferro un arco,
e quel con arte e con destrezza immensa,
dappresso e da lontan sì dotto scocca
che il segno sempre ov’ei destina tocca.

39Venian le genti ch’ei governa donde
da gli alti Pirenei Garonna scende
tra i gioghi averni e tra le gallich’onde
salse, fin dove il Rodano le fende.
Una donna ch’è ignuda e con le bionde
treccie un guerriero armato annoda e prende
di Langedo è l’impresa. E già quivi era
Delfin giunto, il fratel con l’altra schiera.

40Da la ripa del Rodano ch’è volta
verso Oriente a l’Alpi, ove la neve
riman la state e il verno, fu raccolta questa,
che far gran prove in Persia deve;
presso al lago Leman parte n’ha tolta,
e parte ancor de la Druenza beve.
D’oro porta un delfin l’illustre duce
che in campo rosso di lontan riluce.

41La terza schiera che serrar d’intorno
deve l’alta regina e il gran Romano,
guida Probenzio, di virtù sì adorno
che avanza ogni altro duce e capitano.
Le genti sue più verso il Mezzogiorno
da quelle di Delfin poco lontano
egli ha raccolte e scelte, e l’una parte
da l’altra l’Alpe e la Druenza parte.

42Questa dal Varo, c’ha inverso Oriente,
si estende infino al Rodano da Sera
verso Austro al mar di Gallia, onde la gente
di Marsiglia è compresa in questa schiera.
Probenzio il capitan, forte e prudente,
in cui tanto Vittoria e il guerrier spera,
e ciascun altro tanto si conforta
tre gigli d’oro in campo azzurro porta.

43Vengon poscia i Britanni, che, dal mondo
divisi, han diverso abito e idioma,
e a questa impresa ogni un lieto e giocondo
sen va, per far che torni Augusto a Roma.
Il primo duce lor con crespo e biondo
crine si mostra, e Scotiro si noma,
che ne la sbarra vincitor più volte
gli emuli ha vinti, e l’armi a ciascun tolte.

44Tutte le genti di costui d’intorno
rinchiuse son da l’oceano, eccetto
che da la parte verso il Mezzogiorno
gli inonda un fiume che Tueda è detto.
In campo rosso un leon d’oro, adorno
di regal mitra, porta il duce eletto,
che seco i Pitti guida, in guerra ardenti,
e i Caledoni, et altre varie genti.

45Vuaglio segue poi, che fra i più esperti
duci è posto e più grati a la regina,
Tesali guida e Veraconi e Merti,
che son tra il mar d’Esperia e la Sabrina.
Benché non sian costor d’arme coperti,
faran però gran strage e gran ruina
in Media e in Persia; e il capitan lor franco
spiega al vento una lupa in campo bianco.

46Vien poscia Anglero, né trovare altrove
persona si potria più curiosa,
che in gir cercando e investigando nuove
mai non si sazia e mai non si riposa.
Se i principi fan guerra e come e dove
si chiede a lui, che sa solo ogni cosa;
ma perché a dir “nol so” pargli che sia
vergogna, spesso ha in bocca una bugia.

47Questi i Creoni e i Canti e gli Ottadeni
guida, e molti altri ancor che di costumi
conformi sono, e gli ha fra due gran seni
di mar raccolti, e tre rapidi fiumi,
quei sempre, a i giorni torbidi, a i sereni
cacciando van per campi e selve e dumi,
e per insegna inalza il duce loro
in campo rosso tre leoni d’oro.

48Cornubio il quarto duce ha la sua gente
de l’isola raccolta in quella parte
che tra il Meriggio guarda e l’Occidente,
e in cacciar fere anch’essi han l’uso e l’arte.
Questo paese a gir verso Oriente
da quel d’Anglero il fiume Issaca parte;
poi fatto curvo a guisa entra d’un corno
nel mar d’Esperia, che lo cinge intorno.

49Per questo un corno nero in campo giallo
portan costor, che Logi e Coritani
son tutti, e pronti, come in giostra o in ballo,
dal paese natio van sì lontani.
Irlando poi con picciolo intervallo
segue, ma in sì diversi abiti strani
sen vanno i suoi che, ancor che grandi e in viso
sian bianchi e vaghi, ogni un mossero a riso.

50Venian d’Ibernia queste inculte genti,
dove han sì grasso e fertile il terreno
che da i paschi i pastor scaccian gli armenti,
acciò non vengan pel soverchio meno.
Viver quivi non pon rane o serpenti,
né simili animai ch’abbian veneno.
Costor di latte e carne e pesci han copi,
d’uve e di fichi e d’altri frutti inopia,

51e tutto il tempo lor spendono in caccia.
Chi dir potrebbe il vario portamento?
Di stran color si tinge ogni un la faccia,
per dar di sé nel guerreggiar spavento;
le gambe ignude scuoprono e le braccia,
né in guerra son però senza ardimento;
chi porta in capo un gran capel di ferro,
chi d’elce un tronco in man, d’orno o di cerro.

52Quei de l’Orcade Irlando ancora affrena,
di Taneto e d’ogni altra isola intorno,
fin de l’ultima Tile, ove il sol mena
entrato in Cancro così lungo il giorno,
sì come in quella scuopre i raggi a pena
a l’or che scalda e l’uno e l’altro corno
del gran Capro celeste, e questa schiera
contien più gente, e più selvaggia e fera.

53Sì come son di patrie e di paesi
diversi, ancor son d’abito diverso;
ruvide pelli in vece hanno d’arnesi,
con lungo e folto pel di fuor riverso;
lunghe saette in man su gli archi tesi,
e larghe spade portan di traverso,
né fuor che voci orrende e strani accenti
altro intender si può da queste genti.

54Come talor de i fiumi a l’ampie foci
anitre e storni, ed altri augei con stridi
rauchi e con fischi e con diverse voci
s’odon gir costeggiando intorno i lidi,
così dan questi, e benché sian feroci
son però sempre obedienti e fidi.
Ma da far mostra o d’arrivar non resta
duce né schiera più, ch’ultima è questa.

Proprio alle soglie della partenza giunge a Marsiglia un mostro inviato da Giunone, che innesca una cruenta battaglia (55-82,4)

55Fornita adunque di passar la gente,
e sparita del sol la luce pura,
ch’entro a l’onde attuffato in Occidente
l’aria d’intorno avea lasciata oscura,
Vittoria e il pio Costante immantinente
di Marsiglia tornàr verso le mura,
co i signori e co i duci, che su i poggi
di fuor convien che la vil turba alloggi.

56Né più guerrier né duce alcun si aspetta,
ma il termine gia corto e che si vada;
chi l’arme intanto si racconcia in fretta,
chi d’elmo si provede e chi di spada;
l’un giura far d’Augusto aspra vendetta,
l’altro che per sua man Sipario cada;
chi pensando al camin tardi consiglio
muta, chi madre o padre abbraccia o figlio.

57Ma Giunon, che impedir questo viaggio
cerca, già di più giorni innanzi avea
quivi mandato un gran mostro selvaggio
che d’ogn’intorno il monte e il pian struggea;
da ciascun occhio della fera un raggio
qual foco ardente di lontan splendea,
e fuor le uscia da i denti e da le labbia
spuma ognor, ch’era ognor colma di rabbia.

58Di tauro avea le corna e i denti, e il morso
di leone, e le squamme di serpente,
di pantera la coda e l’unghie d’orso,
d’idra l’ale, e di tigre il rimanente.
Già di Marsiglia avea il paese scorso
con strage e morte d’infinita gente,
ché gli uomini e gli armenti uccide, e l’erbe
strugge e l’uve e le biade ancora acerbe.

59Licia, Tebe, Calìdone o Nemea
non vider mai sì spaventevol fera,
né danno tanto universal facea
l’apro, il leon, la Sfinge o la Chimera;
già con Vittoria il pio Costante avea
conchiuso di lasciar quivi una schiera
per far riparo a ciò, tosto che intese
del mostro che struggea tutto il paese.

60Ma intanto molti giunser che per sorte
scamparo fuor di così gran periglio,
di cui l’un del fratel piangea la morte,
l’altro de l’innocente unico figlio;
chi del mostro infernal tra l’unghie torte
di sangue il padre rimirò vermiglio,
chi le sue piaghe scuopre e grida e langue,
chi cade innanzi a quei signori essangue.

61Quand’ecco un grido orribil «Serra, serra»
per tutto s’ode, e «leva il ponte in alto»,
che già la belva è giunta e ne la terra
sopra le mura entrar cerca d’un salto.
Onde Costante subito da guerra
fa le trombe sonar, ch’un fiero assalto
far vuole al mostro e pria vederlo morto
che i legni sciolga e che abbandoni il porto.

62Udito il suon da i duci e da i soldati,
che partir devean l’istesso giorno,
vennero tutti con gran fretta armati
a la regina et al guerrier d’intorno;
e la cagion compresa onde chiamati
furon, senza punto ivi soggiorno,
seco là dove da più genti udiro
ch’era la belva audaci e pronti usciro.

63Ma prima con due corna l’ampia schiera
Costante acconcia in cerchio avea, con molta
arte, a guisa di luna onde la fera
fosse più agevolmente in mezzo tolta;
tanta gente e sì varia in tal maniera
dunque sen gìa verso una selva folta,
dove per suo vantaggio il mostro posto
già s’era pronto e d’aspettar disposto.

64Né pur si ferma al giunger de le genti
ma rugge altero e di lontan minaccia,
talché la turba in contro a passi lenti
gli va, per gran timor pallida in faccia;
non è sì ardito alcun che non paventi,
e il sangue a tutti dentro al cor s’agghiaccia,
poi che gli antichi e duri cerri svelle
non pur le piante fragili e novelle.

65Ma teman gli altri, che Costante ardito
e securo il destrier veloce sprona,
onde non può sì glorioso invito
con suo onor quivi ricusar persona;
chi pur dianzi più timido e smarrito
parea, meno a se stesso ora perdona,
anzi va più animoso e più gagliardo
senza al vantaggio aver punto riguardo.

66Ecco Artosio e Picerde, ecco Normando
seguir Costante, ecco Limosio altero,
Loranio, Eldrio, Brabanzio, Arminio, Olando,
Delfin, Probenzio, Scotiro e Vizero;
sprona Mario e Langedo e il forte Irlando,
e seco vien Cornubio, Vuaglio e Anglero;
sprona Tetrico il padre e sprona il figlio,
né alcun pensa ove vada o in qual periglio.

67Ma che direm di quella a cui di tante
doti fu il Ciel sì largo, alta Vittoria,
ch’emula del valor del suo Costante
a parte esser con lui vuol de la gloria?
Seco ne vien Vasconio, il puro amante,
ch’altro che lei serbar non può in memoria,
e solo a lei, che il petto e il cor gli accese,
cerca di far la sua virtù palese.

68Ma, visto il mostro quanto ogni un si affrette
di ferir primo, tra una quercia e un orno
in loco forte ad aspettar si mette,
perché non possan circondarlo intorno;
di dardi un nembo intanto e di saette
sopra gli piove, onde si oscura il giorno,
ma come palla che percuota un muro
sbalzano indietro sì l’incontro è duro.

69Tante saette e dardi eran lanciati
da la vil turba inerme di lontano,
ma i duci avean sopra i destrieri armati
o spada o lancia o simil arma in mano;
sol tien l’arco Langedo e quegli usati
strali, ch’unqua scoccar non suole in vano;
Costante arriva intanto, e ne la selva
si caccia, e fère la tartarea belve.

70Ruppe la lancia in van, che a pena il crede
visto i tronchi salir verso le stelle;
tratta la spada poi discende a piede,
e la percuote in queste parti e in quelle;
ma con la forza sua, ch’ogni altra eccede,
non può tagliar sì grossa e dura pelle.
Vittoria intanto il destrier batte e punge,
talché primiera in suo soccorso giunge.

71Convien che il petto anch’ella al mostro fèra,
ma ruppe l’asta, né cosa altra fece.
Vien poi Vasconio e s’ange e si dispera
cui di far quanto dissegnò non lece.
Ecco arrivar quivi ogni un duce in schiera,
e quel ferir nel petto a diece a diece,
che fuor che il petto e il capo tra le fronde,
tra gli arbori e tra i rami il resto asconde.

72Ma il capo muove e i feri colpi schiva,
che in ciò ben mostra d’aver l’uso e l’arte;
dunque ogni duce a poco a poco arriva,
che nessun resta a rimirar da parte
temendo non trovar la bestia viva,
e non aver di sì gran lode parte.
Ecco Olando, Brabanzio, Eldrio e Vizero,
Picerde, Artosio, Vuaglio, Irlando, Anglero.

73Ma il duro cuoio e lo star sol davante,
cader fa tutte le percosse vòte,
oltra che strette in picciol loco tante
genti, l’un l’altro in fallo si percuote;
Vasconio per mostrarsi degno amante
de la regina alzò quanto più pote
la man per dare al mostro, e in guisa colse
sul capo Vuaglio che di vita il tolse.

74Nivernio ancor ferì nel petto Olando,
talché in breve morì guerrier sì degno,
e Brabanzio sul volto il forte Irlando,
onde poi sempre vi rimase il segno;
d’una punta fu colto da Normando
Artosio alquanto, ond’ei d’ira e di sdegno
colmo l’uccise, ma poi sì gli increbbe
che sempre in vita sua gran doglia n’ebbe.

75Mentre confusi a sollevar di terra
gli altri attendon chi giace in tal periglio,
con furor colto il tempo se gli serra
quel mostro addosso, e col feroce artiglio
nel petto Arminio crudelmente afferra,
e fère in fronte a Cataledo il ciglio,
talché dal capo al piè di sangue tinti
questo rimase, e quel subito estinto.

76Poi fatto ciò la belva si ritira,
e nel suo loco ov’era prima torna;
talor si avventa a insanguinar con ira
e con gran rabbia or denti or unghie or corna,
onde chi grida in terra e chi sospira,
chi fugge e chi s’asconde e chi ritorna,
e molti che temean di vita priva
trovarla dianzi, or più la temon viva.

77Stava indietro Langedo alquanto mentre
la fera or questo or quel feroce assale,
con l’arco teso a rimirar perch’entre
non sol, me perché il colpo sia mortale;
onde ascoso tra i rami avendo il ventre
nel sinistr’occhio le cacciò lo strale,
talché el ferro entrar gran parte puote;
rugge il fier mostro, e qua e là si scuote.

78E per gran doglia or leva in aria un salto,
or va serpendo per gran spazio in terra;
or morde i tronchi, or leva i piedi in alto
sbattendo il capo, né però si sferra;
qui s’incomincia a rinovar l’assalto,
ciascun si volge e torna a fargli guerra
visto ch’è fuor s’è di quel forte mosso
e ch’or può da ogni parte esser percosso.

79Ma perché più non faccia ivi ritorno
vi si cacciò Costante, e con la spada
sul capo in guisa lo ferì ch’un corno
convien ch’a mal suo grado in terra cada.
Rabbioso il mostro ecco aggirarsi intorno,
che a pena scorger può dove si vada:
di questo accorta la regina franca,
cacciogli un palmo e più d’asta in un’anca,

80ch’ivi la pelle ritrovò men dura.
Vasconio, che ciò vede, il ferro stringe
e contra il mostro va senza paura,
e d’atro sangue nel suo ventre il tinge.
In tanto ogni un ritorna e si assicura,
ogni un percuote, ogni un s’urta e si spinge
per ferir primo, ond’ei già da diversi
lochi convien che il sangue in terra versi.

81E pien di rabbia e di furor si avventa
contra Eldrio a l’improviso, e dagli morte;
poi, Delfin posto e Anglero in terra, tenta
di ritornar nel primo loco forte,
ma gli occhi apre Vittoria e mira intenta
per la salute del fedel consorte
ch’ivi poi che la belva sen fu mossa,
fermossi acciò che entrar più non vi possa.

82Langedo in tanto un’altra volta tende
l’arco, e di nuovo ne l’altr’occhio dàlle.
Rugge la fera e in terra si distende,
talché intorno rimbomba e monte e valle;
Costante allor pian pian de l’orno scende,Costante viene rapito dal mostro, finisce in una grotta da cui è impossibile uscire (82,5-95)
e destro se gli pon sopra le spalle
per darle morte, ond’ella ancor più rugge
e salta in piede, e via correndo fugge.

83Per mezzo ov’è più folto il bosco porta
Costante seco, e sì ne va veloce
che Vittoria di ciò subito accorta
volse gridar, ma le mancò la voce,
e ne divenne e sbigottita e smorta
sì fu la doglia in un momento atroce;
pur con prestezza come avesse penne
tosto il seguì, che in se stessa rivenne.

84E seco ogni altro duce e capitano
sale il destriero e corre a sciolta briglia,
ma in un gran monte ignudo ecco lontano
scoprirsi in tanto il mostro a meraviglia,
onde se ben già scorge ogni un che in vano
sarà ogni sforzo vi è però chi piglia
sentier diverso a gli altri, ché, il viaggio
sapendo, al correr suo prende vantaggio.

85Chi qua, chi là, chi a basso e chi di sopra
corre per erto e per angusto calle;
questo la sferza e quel gli sproni adopra,
né schivan monte o rupe o bosco o valle.
Ma spesa in van fia la fatica e l’opra,
ché il mostro col guerrier sopra le spalle
di vista gli esce e va nel corso quale
tigre a cui giunti sian gli sproni e l’ale.

86Con quella spada in tanto ch’avea seco
d’ucciderlo Costante indarno tenta;
l’empio non scorge ove il piè metta e cieco
pur corre e il corso suo mai non rallenta,
onde al fin cadde in uno oscuro speco,
dove restò l’infernal belva spenta,
che trenta braccia era profondo almeno,
e questo pose a sì gran corso il freno.

87Tal strepito e romor fe’ nel cadere
che da boschi e da liti e da spelonche
fuggìr lontan pesci, augelli e fere
per tema, e chiuder le marine conche;
cadendo or qua, or là percuote e fère
talché di corna il capo e d’unghie tronche
restàr le dita, e diè là giù tal crollo
che si stracciò la pelle e ruppe il collo.

88Costante in tal periglio, come piacque
a Dio, non restò già di vita spento,
ma ben disteso in terra un pezzo giacque
stordito e quasi fuor di sentimento;
poi, rivenuto, dentro al cor gli nacque
ad un tempo dolor, tema e spavento
di non poter mai quindi far partita,
ma di lasciarvi in pochi dì la vita.

89L’usbergo e ciò ch’egli ha di piastra e maglia
tutto si leva e l’elmo, perché stima
tra sé cosa impossibile che saglia
ne l’arme involto di quell’antro in cima;
poi con la punta de la spada il taglia,
e quello intento e rompe e scheggia e lima
come meglio può, e in guisa tal provede
dove attaccar la man, fermare il piede.

90E destro or si fa curvo, or si distende
lungo la rupe, e di salir fa prova,
tutto sol da una man talvolta pende,
ch’ove i piè fermi o l’altra man non trova;
ma spesso in terra sdrucciolando scende,
ché poco o nulla sua destrezza giova
lubrico essendo il sasso in tal maniera
che in fino al mezzo pur di gir non spera.

91Onde privo di lena, afflitto e lasso,
disteso in terra immobile giacea,
in guisa tal che un colorito sasso
e in forma d’uom scolpito esser parea,
col guardo fermo e fisso il capo basso,
su la destra appoggiato si tenea;
poi spinto dal dolor che ’l rode e coce
cominciò a dir con lamentevol voce.

92«Ohimè, che debb’io far poi che a l’estremo
giunto e privo d’aiuto e di consiglio,
il mal veggio presente e il peggio temo,
e porto basso e lagrimoso il ciglio?
Perché dianzi non fui di vita scemo
da l’empia fera col feroce artiglio,
deh perché vivo, ahimè, son qui rimaso
in così duro e miserabil caso?

93Venere matre, ond’ebbe il roman seme
principio, di cui sono anch’io vil germe,
e voi celesti dèe ch’ambedue insieme
sanaste dianzi le mie forze inferme,
come chiuso qua giù posso aver speme,
ch’altro debbo omai che in van dolerme?
Non perché doglia de la morte io senta,
ma il modo del morir sol mi spavente.

94Tardi o per tempo io so che ogni un conviene
giungere al punto estremo, e so che allora
tante miserie han fine e tante pene,
che in tante guise il mondo apporta ognora;
so che la morte non è mal ma bene
concesso a l’uom, pur che onorato mora,
ma non a guisa di selvaggia belva,
com’io chiuso in quest’antro e in questa selva.

95L’esser lontan da gli uomini rinchiuso
qual fera in gabbia, e privo a peggior sorte
di ciò ch’è necessario a l’uman uso
sol mi spaventa, ma non già la morte;
anzi, del suo tardar la morte accuso,
e l’aspetto e la bramo invitto e forte,
che sola può dar fine al crudo scempio
ond’io son fatto di miseria essempio».

Sgattaiolando per un cunicolo finisce in una segreta, dove incontra la mesta Felice, figlia di Regillano, rapita e imprigionata assieme ai suoi servi dal ladrone Malarte (96-127)

96E, così detto, da giacer levosse,
poi che ripreso in parte ebbe il vigore,
per far prova se ancor possibil fosse
d’uscir con forza o con industria fuore,
e mentre a tòr la spada in man chinosse,
veder gli parve alquanto di splendore
da un lato uscir, che appresso il fondo a basso
feria a l’incontro con un raggio il sasso.

97Più chino ancor Costante guarda e vede
quivi un’angusta e tanto bassa strada,
ch’uom gir per quella non potendo in piede,
per terra con le man convien che vada.
Lieto il guerrier dove son l’armi riede,
quelle si veste e in man prende la spada,
e qual fanciul fa ne l’età novella
a gir carpone incominciò per quella.

98E quel sommo Rettor che il Ciel governa
sempre invocando, come avea costume,
non molto innanzi andò che la caverna
ritrovò rotta, e donde entrava il lume;
benché a salir del monte a la superna
parte non bastarian d’aquila piume,
ch’alto più del prim’antro assai quest’era;
guai al guerrier s’ivi cadea la fera.

99Dunque a guisa di talpa, e curvo e cieco,
già seguendo sotterra il suo camino,
tal volta in piedi, ch’ampio era lo speco,
ma più spesso sforzato era a gir chino,
e tra se stesso rivolgendo seco
quanto allor fosse misero e meschino,
sospirando n’andò tutta la notte
per quelle oscure e solitarie grotte.

100E senza prender mai cibo o riposo
del giorno anco in tal guisa andò gran parte.
Giunse in un loco al fin ben luminoso,
ma pien di veste e d’armi rotte e sparte;
per lungo tempo da la pioggia roso
quivi parea tagliato il sasso ad arte
da dotto mastro, e per via larga e piana
si uscia da l’antro ov’era una fontana.

101Ad uscir fuor de l’antro non fu lento
Costante, e coricossi appresso il fonte,
dove mentre posava ecco un lamento
d’un altro speco uscir ch’era nel monte;
tosto fermossi ad ascoltarlo intento,
tenendo in verso quel volta la fronte,
onde comprese esser fanciulla quella
che il ciel chiamava iniquo, empia ogni stella.

102«Crudel sorte,» dicea «che in sì giocondo
stato m’alzasti al più sublime scanno,
volendo poi precipitarmi al fondo
con maggior scorno e con maggior mio danno!
O dolce sposo mio, perché del mondo
non tolse in prima me l’empio tiranno?
Deh, perché se pietà regna qual suole
non ti apri, o terra, e non ti oscuri, o sole?».

103Queste et altre assai con molto
pianto e con molta passion dicea;
ma il soffiar d’Austro per quel bosco folto
d’udirne il tutto al cavalier togliea;
pur da più cose or qua, or là raccolto
che il suo marito ucciso ella piangea,
e che in prigion si stava; aspro dolore
misto con gran pietà gli assalse il core.

104E il dolor tanto e tal fu la pietade
e sì di liberar colei spem’ebbe
che si caccio per le medesme strade
dove pur dianzi tanto esser gli increbbe;
e di ripor la donna in libertade
quanto più innanzi andò più il desio crebbe,
visto esser pien quell’antro in ogni parte
d’elmi e di scudi e d’ossa umane sparte.

105Seguendo il grido in una stanza grande
piena di tronche man, di piè, di braccia
trovò in gran copia vin, pane e vivande,
di varie sorti fere uccise in caccia;
quivi assisa colei par che al ciel mande
le strida e le querele, e il crin si straccia,
e il vago petto e le vermiglie gote
piangendo e sospirando si percuote.

106Subito andò Costante a trovar quella
tutta a i sospiri e tutta intesa al pianto,
cui giunto appresso disse: «O damigella,
perché ti struggi e ti consumi tanto?».
A quel parlar levò la faccia bella
la donna, e gli occhi si asciugò col manto;
e, visto il cavalier, per onorarlo
si fora alzata, ma non potea farlo,

107ché a traverso del petto era legata
con catena di ferro, e grossa e grave,
nel sasso e qua e là si conficcata
che sol poteasi aprir con una chiave.
«Signor (rispose quella), essend’io nata
ne i gran palazzi, e in queste oscure cave
lo star dì e notte chiusa, e di catena
avvinta, è la minor d’ogni mia pena.

108Ché il mio restare in vita o il gire a morte,
l’esser in libertate o in prigionia,
non so ch’utile o danno al mondo apporte,
dunque a doler non m’ho per cagion mia,
ma per cagion del caro mio consorte,
ingiusto chiamo il Ciel, la sorte ria;
del mio consorte, ahi lassa, che innocente
morto con strazio fu sì crudelmente.

109Ma perché da principio il mio gran lutto
intender possi, e la mia grave pena,
sappi, o signor, che la Dalmazia e tutto
l’Illirio Regillan mio padre affrena,
e d’un tal seme essendo unico frutto,
e stando in vita ognor lieta e serena,
se così donna dirsi al mondo lice,
io fui ben detta con ragion Felice.

110Mio padre, ch’altro bene, altro diletto
non ha che me, né senza me riposo,
tenera ancor d’etate un giovenetto
nobile e ricco mi donò per sposo.
Ma perché serba grave sdegno in petto
contra Costante, quel guerrier famoso,
di cui Vittoria sol cagion si stima
ch’essergli sposa a lui promise in prima,

111perché i piaceri lor tornino amari,
mandò Renzo il mio sposo immantinente
fino in Liguria a guardar porti e mari,
fabricar navi e proveder di gente,
perché ciò che può d’arme e di danari
la Gallia far, per gir verso Oriente,
quei già raccolti avendo e tante schiere,
cerca impedirgli a tutto suo potere.

112E perché Renzo era in Liguria nato
di gente illustre e ricca del paese,
e ch’ivi d’ampia autoritate e grato
era a ciascun, mandollo a queste imprese.
Io, che star gli solea dì e notte a lato,
piansi al partirsi, e quando il tutto intese
mio padre, a compiacermi ognor disposto,
mandommi dietro al caro sposo tosto.

113Donne e donzelle e servi e cavalieri
venir fe’ in copia meco in compagnia;
Renzo, quanto udir cosa volentieri
si puote, udì de la venuta mia,
e con molti de’ suoi salse i destrieri
per incontrarne un gran pezzo di via,
bench’ei poi venne, di vedermi troppo
volenteroso, innanzi di galoppo.

114Sol con tre servi, ogni otto o diece miglia
destrier mutando ad ogni albero giunto,
seguir pian pian facea l’altra famiglia
con molto stuol che seco era congiunto,
fin ch’egli un dì tra Genova e Toriglia
in noi scontrossi a mezza strada a punto,
che per stretto sentier salendo un monte
ce gli trovammo a l’improviso a fronte.

115Se lieta e consolata allor rimasi,
chi sa quanto amor può, pensar sel deve
per soverchio piacer del destrier quasi
caddi, e nel viso diventai di neve,
benché, ahimè, poscia i dolorosi casi
han fatto sì che il gran piacer fu breve,
anzi il riso e la gioia in pianto amaro,
e la letizia in duol tosto cangiaro.

116Ma poi che scorsi, mi si uniro al core
gli spirti, e che tornommi il sentimento
insieme col mio solito colore,
il che però fu quasi in un momento,
e poscia ch’ebbi dato al mio signore
mille e più basci in dolce abbracciamento,
tutti seguimmo il camin nostro insieme
privi d’ogni timor, colmi di speme.

117E di cose tra noi gioconde e grate
parlando, come per viaggio fassi,
presso a Sabbazia molte genti armate
trovammo tra quei boschi e tra quei sassi,
che n’uscìr contra e con gran crudeltate,
prima occupati avendo e chiusi i passi,
pigliàr noi tutti quanti, ad uno ad uno,
che n’andavam senza sospetto alcuno.

118E stretti su i destrier quivi legaro
tutti con le man dietro, uomini e donne,
fuor che me sola, cui tosto spogliaro
di gemme e d’oro e di fregiate gonne.
Per lunga via qua giù poi ne guidaro,
dove a l’entrar tra quelle due colonne
de i nostri in croce por fece una parte
il capo di costor, detto Malarte.

119I servi e chi gli parve esser di poco
conto posero in croce, che fur venti;
gli altri tutti guidaro in questo loco,
e gli ucciser con strazi e con tormenti.
Dinanzi a gli occhi miei chi sopra il foco
post fu vivo in tra le bragie ardenti,
a chi fu il capo tronco e a chi le mani,
e i piedi a molti, e quei gettati a i cani.

120Su quella mensa, ora carca di vivande,
che a l’incontro di noi posta si vede,
d’ugual misura d’ambedue le bande,
che l’una men non è, né l’altra eccede,
tutti son posti, e s’un trovan più grande
talché fuor esca o capo o mano o piede,
da l’empio duce lor di quello estremo
che fuori avanza è crudelmente scemo.

121Poscia legar fa il collo e i piè con funi
grosse a i più corti, et ambedue le braccia,
e da que’ suoi, d’ogni pietà digiuni,
tanto tirar fin che gli arriva in faccia.
N’ho visti e veggio tutto il giorno alcuni
da i quali o collo o man si svelle e straccia,
altri la carne aver sì rotta e scossa
che si potrian contarli e i nervi e l’ossa.

122Tra questi Renzo fu, che per gran spazio
picciolo essendo, non giungea a la mensa,
onde per forza, ohimè, con fero strazio
giunger fu fatto e con mia doglia immensa.
Di trovar nuove vie non è mai sazio
l’empio Malarte, e sol dì e notte pensa
come i prigioni suoi faccia in tormenti
mille volte morir pria che sian spenti.

123Dunque fuggi, o signor, che il minor male
che si provi è la morte in questo loco;
chi si trova per sorte al desco uguale
subito è posto in croce over nel foco,
né virtù punto o nobiltà qui vale,
qui può la forza nulla e il saper poco;
le donne sol vengon serbate vive,
fuor che di libertà, di nulla prive.

124Quelle che meco dentro a queste porte
condutte fur, già son presso a due mesi,
non ebber come gli uomini allor morte
(così da i servi di Malarte intesi);
ma dove l’abbian poste et a qual sorte
si stian non so, ben so che ognor cortesi
son stati in conservar la mia onestate,
mostrando aver di me doglia e pietate.

125Talor di confortarmi il rio Malarte
cerca, e mi dice con parole finte
ch’ei fu sforzato a seguir quell’arte,
ma che in breve lasciarla in tutto vuole;
– Tosto al tuo padre ancor vuo’ rimenarte, –
soggiunge – ché di te m’incresce e duole -.
Io, come il tempo e l’esser mio richiede,
ne le imprimesse sue mostro aver fede.

126In una stanza ov’è un bel letto adorno
d’oro e di seta, mi fa gir la sera,
e quattro donne sue sempre d’intorno
stanno a servirmi con gentil maniera;
poi fa ripormi in questo loco il giorno
legata a guisa di selvaggia fera,
acciò che io possa de i diurni furti
veder quai sian più lunghi e quai più curti.

127Deh qui non far più, cavalier, dimora!
Vedi a l’Occaso avvicinarsi il sole,
talché non puote esser lontana l’ora
che far ritorno il rio Malarte suole;
col salvar te salvar me forse ancora
potrai, se pur del caso mio ti duole,
facendo a Regillan saper le nuove
da chi fui presa e in qual maniera e dove».

128Mentre palese ogni sua doglia quella
gentil fanciulla al cavalier facea,
egli a vederla sì leggiadra e bella
gran meraviglia tra se stesso avea:
l’uno e l’altr’occhio a guisa d’una stella,
anzi a guisa del sol, chiaro splendea,
dentro a cui stavan come in proprio nido
gli Amor, le Grazie e la gran dea di Gnido.

129E non pur sembran gli occhi un sole
ma tutto il vago e ben formato viso;
la bocca ond’escon sì dolci parole
mostra, a l’aprirsi, in terra il paradiso;
e s’ella è tal mentre s’afflige e duole
e pianto versa, or che faria nel riso?
D’altra non s’ode che mai fosse o sia
pari a lei di beltà, di leggiadria.

130Del vero unico bel, che a Dio davante
sta sempre in Ciel, per farne in terra fede
a questa diva sotto uman sembiante
tutte le grazie e le bellezze diede.
Non è gran cosa adunque s’or Costante,
benché digiun, non sente e non si avvede
che in gran copia e dappresso abbia vivande
di cui l’odor per tutto ivi si spande.

131Ma come quel che la salute altrui
sempre cercò più che la propria, allora
ch’esser lei figlia intenda di colui
che sì l’ha in odio e lo persegue ognora,
e che, sperando aver Vittoria, a lui
tendendo insidie va per far che mora,
pur si dispose a quelle genti ladre
provar di torla, e di condurla al padre.

132E s’ei deve ben perder la vita,
fare con ogni sforzo vuol ch’ella non pèra,
onde a lei, sconsolata e sbigottita,
per confortarla disse in tal maniera:
«Donna gentil, l’alta bontà infinita
che sempre aiuto porge a chi ben spera,
mi fe’ qui giunger dove men pensai
per trarre a fin sì dolorosi guai».

133E così detto, in man la spada
provando di tagliar l’aspra catena,
la qual non sol col suo valor non fende
ma dentro non le fa pur segno a pena;
Felice, che ciò indarno esser comprende,
grida: «Il tuo ardire a me di maggior pena
cagion fia tosto, e a te d’acerba morte,
dunque esci fuor de le malvagie porte.

134De fuggi, o cavalier, per Dio, ch’omai
del costui ritornar l’ora è vicina:
vedi che Apollo i luminosi rai
per attuffar nel mar d’Esperia inchina.
Ma se brami pur me tragger di guai,
verso Epidauro al padre mio camina,
che a te il tardar di mille strazi fia
cagion, né scema la miseria mia».

135Minerva intanto, a cui diè Giove cura
di far che il saggio cavalier non pèra,
subito entrò ne la spelonca oscura,
benché invisibil, con sembianza vera;
e mentre ei forte percotea la dura
catena, cui di fender si dispera,
la dea gli infuse al venir tal forza
che la tagliò come una fragil scorza.

136Poi guidollo per man dove in diverse
prigioni stavan molte genti chiuse,
le quai fe’ che il guerrier per forza aperse,
mercé del gran valor ch’ella gli infuse;
poi sotto umana forma si coperse,
e a quelle genti per timor confuse,
tolta d’un paesan lingua e sembianza,
così parlò per crescer lor baldanza:

137«Voi, che più giorni son di speme privi
foste condotti a le infelici porte,
con gran timor di non n’uscir mai vivi
ma d’or in or sempre aspettando morte,
pur dianzi piacque a i sommi eterni divi
di far che un cavalier famoso e forte
giungesse a voi per disusate strade
per darvi, a tempo, e vita e libertade.

138Ma non vi basta a la total salute
la forza sola del celeste messo,
perché convien ch’ogni un con la virtute
propria si sforzi d’aiutar se stesso;
pria che le genti adunque sian venute
del rio Malarte, che già sono appresso,
col cibo che apprestato era per loro
a i corpi afflitti omai date ristoro,

139ché in contra poi gli andrem a le contese,
sendo quei stanchi e senza alcun sospetto.
Né come in fino a qui tutte l’imprese
succederà lor questa, io vi prometto,
ché qui son nato e m’è noto il paese,
onde vi condurrò dov’è ristretto
in guisa il passo da una selva folta
che a pena un sol capir vi può per volta.

140Per l’ampia selva scorre un largo fiume,
cui quinci e quindi abbraccia un stretto ponte:
quivi allor giungeran che il febeo lume
l’ombra nasconde e imbruna l’orizzonte,
talché, se non avran da volar piume,
tosto che noi ce gli mostriamo a fronte
quei tutti uccisi e fia Malarte preso,
poi qui per forza anch’ei tratto e disteso».

141Così detto e per man preso il guerriero,
si pose a mensa, e quelle genti liete
da lor chiamate similmente fèro,
sofferta avendo già gran fame e sete.
Ma l’alta dea, c’ha pur fisso il pensiero
di far che i ladri sian colti a la rete,
come chi il tempo ben parte e dispensa
sempre utilmente, si levò da mensa.

142E mentre a scacciar gli altri erano intenti
la fame, ella per l’antro in ogni parte
de gli infelici per l’adietro spenti
gìa raccogliendo tutte l’armi sparte,
di cui fe’ tosto armar poi quelle genti
come si poté, e gir contra Malarte,
facendo lor scorta un pezzo inante
sempre da gli altri e seco a par Costante.

143Onde per corta e per commoda strada
tutti gli guida al destinato loco;
gli guida al ponte ove convien che vada
per volta un sol, quindi lontano poco.
E con saggio parlar, che a tutti aggrada,
gli va dicendo: «Ora fia spento il foco
che il bel paese intorno arde e distrugge
da quel braccio divin ch’uom mai non fugge.

144Scorrer Giove talor lascia impunito,
per occulta ragion, gran fallo atroce,
ma tosto, il fisso termine fornito,
opra il suo strale orribile e veloce.
Ciascun dunque mi segua e venga ardito
contra il ladron che a tutto il mondo nuoce:
giunto è il suo fine, ond’ei languido e stracco
ne vien, che già di vizi ha colmo il sacco».

145Così dicendo, al già narrato ponte,
e giunti al bosco da l’angusto calle,
di là dal fiume parte, a piè d’un monte,
e di qua parte, in una chiusa valle,
quivi ascose la dea, perché a la fronte
ad un tempo e ferir dietro a le spalle
costor tutti dissegna ad un sol cenno,
che già vicini arrivar tosto denno.

146Né molto s’indugiar che afflitti e stanchi
giunti i ladroni e di gran preda carchi,
quegli in contra gli usciro arditi e franchi
con lancie al primo cenno, e frombe et archi;
Malarte e i suoi seguaci, in viso bianchi
per non saper come di là si varchi,
ché il ponte è preso, sbigottiti stanno,
né chi gli assaglia imaginar non sanno.

147Onde volti a fuggir tosto si diero;
ma quei che ascosi fur ne l’altra riva
già d’ogn’intorno avean preso il sentiero,
come pur dianzi gli ordinò la diva;
Malarte, il capo al par d’ogni altro fero,
che da ogni parte il romor grande udiva,
disposto di passar per forza il ponte,
si ritrovò d’aver Costante a fronte,

148che su l’elmo ferendol con la spada
gli fece in guisa gir la testa intorno
che al fin convien che tramortito cada,
e che sia preso con obbrobrio e scorno.
Quegli altri, e qua e là sendo la strada
per tutto cinta, e già sparito il giorno,
tutti a man salva morti fur, che sazio
mai non si vide alcun di farne strazio.

149Costante, poi che tutti uccisi furo,
sopra un destrier fe’ porre e legar stretto
Malarte, indi chiamò Ponte Sicuro
quel ponte, in prima Da la Morte detto;
poscia, ancor che sia il ciel per tutto oscuro,
visto ch’ivi non è stanza né tetto,
con la preda, che sua tutta divenne,
verso il speco il camin dritto tenne.

150Tra l’altra preda un giovenetto molto
nobil d’aspetto fu prigion trovato,
il qual Costante comandò che sciolto
subito fosse, e in libertà lasciato;
ma, fatto questo, non però nel volto
si mostrò quel di cor punto cangiato:
non men pensoso apparve, e non men trista
l’interna mente sua fuor mostrava in vista.

151Molto onorollo il pio Costante e seco
sempre sforzollo a gir per strada a paro,
mentre gli altri con sguardo oscuro e bieco
Malarte il traditor sempre guardaro,
e dal ponte ne gir fino a lo speco,
ne gli occhi polve e fango gli gettaro,
talché restò sì contrafatto in viso
ch’ogni un movea nel risguardarlo a riso.

Libro X

ultimo agg. 10 Settembre 2015 19:05

Argomento
Costante a Regillan la figlia resa,
quella per moglie il buon Ragusio prende.
Nuove insidie Giunon superba tende
contra il guerrier, di nuova rabbia accesa.

Costante punisce Regillano e prende la via di Marsiglia (1-12)

1La dea, tornata a la spelonca intanto,
di Regillan trovò la bella figlia
cercato aver già l’antro in ogni canto,
ma indarno, per trovar la sua famiglia,
talché soletta in doloroso pianto
si stava, e tutta in viso era vermiglia;
ma tosto ogni sua donna, ch’ancor diece
sol ne vivean, quivi trovar le fece.

2L’altre, che tante fur due volte, parte
se ne morìr d’affanno e di dolore,
parte lor stesse uccisero, e Malarte
svelto a gli uomini tutti avea già il core;
ciò Felice sapea, ch’ebbe le sparte
lor membra innanzi a gli occhi a tutte l’ore,
ma perché mai non seppe ove condutte
fosser le donne, avea timor di tutte.

3De la necessità dunque virtute
fatta, fra genti inique e scelerate,
non tanto imaginossi aver perdute
le morte, quanto l’altre racquistate;
quelle per la insperata lor salute,
e per veder lei posta in libertate,
colme d’alto piacer se le inchinaro
e riverenti ambe le man basciaro.

4Poi mosse da la dea quivi presente,
d’un paesan pur sotto forma ascosa,
ciascuna d’esse accorta e diligente
facea per l’antro or questa or quella cosa.
Le donne che Malarte e la sua gente
servir solean senza mai prender posa
corsero al ponte per scontrargli aperte
le prigion viste e di lor vita incerte.

5Ma quivi giunte e morti per le fronde
quei trovati giacer, languide e smorte
giù da la ripa si gettàr ne l’onde,
e disperate vi rimaser morte;
l’altre a mal grado lor dunque gioconde,
perché dal faticar si riconforte
Costante, opraro con prestezza immensa,
ch’ei di nuovo trovò carca la mensa.

6Al giunger suo fu con letizia grande
da la fanciulla e da le donne accolto;
poi di buon vino e d’ottime vivande,
con tutti gli altri ristorato molto,
ch’uopo non è ch’indi lontan si mande
per trovar cibi, avendo ivi raccolto
quei che rubando ognor per tutto andaro
ciò che si puote imaginar di raro.

7Poi ch’essi adunque lor grand’agio in tutto
d’ogni fatica ristorati furo,
acciò che ogni un passar quindi per tutto
possa con l’oro in man solo e sicuro,
Costante comandò ch’ivi condutto
fosse Malarte, e già sendo maturo
a la pena il peccato, ignudo preso
e su la mensa a forza fu disteso.

8Destro era e grande, e di forza infinita,
ma fu la forza e la destrezza in vano,
ché quanto fuor del desco uscian le dita
privonne i piedi e l’una e l’altra mano;
e poi che, per più strazio, alquanto in vita
lasciato l’ebbe il cavalier romano,
la testa gli troncò tra gli occhi e il naso,
ch’ivi a punto giungea la mensa a caso.

9La providenza eterna, che non erra
giamai, né tarda le vendette giuste,
cagion fu ch’ei togliesse allor di terra
questo nuovo Sciron, nuovo Procuste.
Non lo volse abbrusciar, né por sotterra,
ma quelle membra dianzi sì robuste
furo in diverse parti del paese
per dar spavento a tutti gli altri appese.

10Poi fe’ Costante subito sul foco
gettar l’orribil legno e maledetto;
e tre giorni fermossi in questo loco,
de gli altri avuto al commodo rispetto,
che dispensàr quel tempo in festa e in gioco;
ma poi che il tutto fu messo in assetto,
tosto che Febo il quarto giorno ascese,
la face verso Illiria il camin prese

11con le donne e la giovene, che seco
sempre fe’ gir dal destro lato a paro,
e quel tutto del suo ch’entro a lo speco
salvo si ritrovò, con lor portaro.
Disse a gli altri guerrier: «Ch’esser vuol meco
lo supplico a venir, che mi fia caro;
chi non puote o non vuol prenda la strada
che più d’uopo gli fa, che più gli aggrada».

12De le fatiche ogni un grazie gli rese,
ch’ei per trargli da morte avea sofferte;
poscia chi seco andò, chi da lui prese
licenza, e tutti gli fèr gran proferte;
eran quei che il lasciaro ad altre imprese
volti, allor che per vie strette e coperte,
credendo che il camin fosse sicuro,
dal rio Malarte imprigionati furo.

Lungo la strada, chiede a un giovane mesto di raccontare la sua storia: costui è Ragusio, infelice figlio di un suddito di Regillano (13-72)

13Tra gli altri andò quel giovenetto
che al ponte egli salvò; costui nel viso
non mostrò mai ne l’antro aver diletto,
com’ebber gli altri, di Malarte ucciso,
ma come avesse ognor traffitto il petto
da mille strali e il cor da sé diviso,
pensoso andava e macilente e scarno,
dal trar sospir si ritenea ma indarno.

14Quella sera che al ponte fur le prove
contra i ladroni fatte e ch’ei fu sciolto,
subito giunto a la spelonca, dove
trovò la donna e che la vide in volto,
tra sé gli parve averla vista altrove,
ma perché ad altro avea il pensier rivolto,
stimolato da pena acerba e dura
gli occhi abbassò, né più vi pose cura.

15Ma la mattina, poi che furon tolte
di terra l’ombre, a lei pur rimirando
di nuovo ricordossi aver più volte
lei vista, ma non già dove né quando.
Quella non men, le luci a lui rivolte,
tacita si fermò, tra sé pensando
che pur l’ha visto, ma non si ricorda
il tempo o il loco, sì con lui s’accorda.

16E in questa guisa ognor ch’erano appresso
tutti quei giorni che ne l’antro stero,
fisso guardavan l’uno a l’altro spesso,
e simil anco per la strada fèro;
talché non valse aver l’animo oppresso
da grave doglia al giovene severo,
ché un dì scontrato insieme ambi lo sguardo
nel cor gli entrò d’Amor l’ardente dardo.

17O misero, o infelice giovenetto!
O rara, o nuova, o non credibil cosa,
ch’avendo pien di mille cure il petto
vi possa ancor capir cura amorosa!
Meraviglia non è s’ora costretto
sei di mandar, senza mai prender posa,
sospiri ardenti, onde l’occulta interna
fiamma d’amor si scuopra e si discerna.

18Del tanto suo dolor sì manifesto
non era alcun che non si fosse accorto,
visto lui sempre gir dolente e mesto,
di poco cibo sazio, afflitto e smorto,
né d’essi fu chi non tentasse questo
dolor scemar col dargli alcun conforto;
ma nulla posson fatti e men parole
che ritrovar non san dove gli duole.

19Ma che direm de la gentil fanciulla,
ch’oltra ogni creder suo fuor di catena
sen giva al padre, onde pur dianzi nulla
serbava più de la passata pena?
Ed or non si rallegra o si trastulla,
né si conosce in lei mente serena;
molto è cangiata, il core ad altro è intento,
che già il novello ardor l’antico ha spento.

20Sicuro intanto il cavalier passato
già tutto avea l’italico paese,
che invisibile ognor standogli a lato
Minerva, lo salvò sempre e difese;
del giovenetto anch’ei dunque notato
l’animo oppresso, a lui tutto cortese
volto disse: «O figliuol, s’ogni desio
vostro s’adempia e vi consoli Dio,

21deh ditemi, vi prego, in cortesia
se il dir però non v’è grave e noioso,
la patria e il nome vostro, e donde sia
quella cagion che sì vi fa pensoso.
Ciascun pietà di voi prende, e desia
ch’abbiate, almen talor, tregua e riposo;
però se il vostro mal fia noto, alcuno
forse rimedio vi darà opportuno».

22Tacque ciò detto; e la fanciulla bella,
che non potria maggior diletto averne,
soggiunse: «Anch’io vi supplico, per quella
cosa che più bramate d’ottenere,
che noia non vi sia darci novella
di quanto il cavalier desia sapere;
e dove gir vogliate e s’anco involto
di nodo marital voi sète o sciolto».

23Per strada a caso il giovene compreso
d’altri al parlar, con sua gran meraviglia,
questa, che gli avea tanto il petto acceso,
esser di Regillan la bella figlia,
de la cui morte avendo il padre inteso
tristo ne gìa con lagrimose ciglia,
subito, gli occhi in lei fissi, guardolla,
e finalmente pur raffigurolla.

24E vistosi pregar con dolci prieghi
a punto allor da quelle due persone
cui deve tanto, è forza che si pieghi,
anzi ogni studio in compiacerli pone,
rispose adunque: «A voi non fia ch’io nieghi
qual si voglia mai cosa, e con ragione,
ché la vita da l’un conosco in dono,
servo e soggetto a l’altra insieme sono.

25E benché lieve altrui fosse il dar nuova
de la stirpe onde nacque e di se stesso,
a me fia grave; ma però mi giova
via più di far quanto è da voi commesso;
e troverete, se ne fate prova,
queste mie membra ad ogni strazio espresso
tutte esposte per voi da sommo ad imo,
la vita non dirò, ch’io non la stimo».

26Soggiunse poi «Sappiate», avendo il ciglio
volto a Felice e sospirando forte,
«ch’io son Ragusio, quel d’Arpago figlio,
tanto del padre vostro amato in corte,
e di mia patria in volontario essiglio
men vo, mercé de l’empia e dura sorte,
con tal rossor di me che a tutto il mondo
la stirpe e il nome mio celo e nascondo.

27In tutta Illiria nessun altro, dopo
il re, più stato d’Arpago possede,
ch’ei di Scodra non pur duce e d’Europo
ma d’ogni terra che tra queste siede,
di mille e più talenti non ebb’uopo
giamai, sì come ogni un giudica e crede;
ma perché l’uom giamai non si contenta,
né mai riman d’aver la sete spenta,

28al padre vostro, che di gemme e d’oro
gli altri re tutti avanza uniti insieme,
gli nacque di rubar l’ampio tesoro
ad un sol punto desiderio e speme,
quando con sì leggiadro e bel lavoro
fe’ d’Epidauro ne le parti estreme
Regillan fabricar quell’alta torre
per far tutto il tesor quivi riporre.

29Ma destinato ch’ebbe di far l’opra
un de gli amici suoi, persona esperta,
con gran provision vi pose sopra,
che visto in altro avea sua fede aperta;
ma, lasso, al fin convien che pur si scuopra
la fraude in fino a qui stata coperta:
questo architetto troppo iniquo e rio,
corrotto in breve fu dal padre mio,

30onde in tal guisa fece un marmo porre
l’ingrato, senza aver cagion di sdegno,
che facilmente un sol torlo e riporre
potea, con arte tal, con tale ingegno
che sottilmente a risguardar la torre
né dentro né di fuor n’apparia segno.
Mio padre poi scoverse a noi suoi figli,
ch’eravam quattro allor, gli empi consigli,

31dicendo che ad ognor pensava come
veder potesse tutti e quattro insieme
di corona regal cinti le chiome,
di che innanzi a la morte avea ancor speme;
ma che da gli anni essendo in lui già dome
le forze, e di vigor le membra sceme,
toccava a noi di esporci, arditi e forti,
per questo a mille strazi, a mille morti.

32Poi ci narrò, per far l’istoria breve,
tutto il dissegno suo qual fosse a pieno;
il che d’udir mi fu sì duro e greve,
sì d’ira il cor gonfiommi e di veneno
che in un punto divenni e foco e neve,
e se non era che a quell’ira il freno
la ragion pose, avrei mio padre ucciso
da me medesmo, per dolor diviso.

33L’impeto istesso un mio fratello assalse,
ma la istessa ragione ambeduo tenne;
volerlo appalesar mostrai, né valse,
ch’ei da quel rio pensier non si ritenne;
ben si sforzò, con sue parole false,
di farmi creder che a tentar mi venne,
per far prova se in me poner tal fede
possa il re mio signor, qual si richiede.

34Ma ben m’accorsi ch’oro in copia e spesso
portavan gli altri due fratei maggiori,
come dal padre nostro era commesso,
di che s’udiron poi tosto i romori,
ché il re s’avvide, con suo danno espresso,
quindi esser tratto d’or gran somma fuori;
l’arche ogni giorno più rimangon sceme,
e vòte in breve ancor trovarle teme.

35Cerca né può trovar dov’entra, ond’esce
quel ladro, e il tempo in van cercando spende,
di cui via più che del tesor gli incresce,
onde lacci di ferro in copia tende,
e come augello al visco, a l’amo pesce
prender veggiam talor, l’un d’essi prende,
che aprir volendo una grand’arca tocca
l’occulto laccio, e quel subito scocca.

36E dal piè tutto in fin quasi a le gote,
senza potersi aitar, legollo stretto,
talché l’aggira in van l’altro e lo scuote,
d’improviso dolor traffitto il petto;
quel duro ferro in van lima percuote,
onde al fin di lasciarlo ivi costretto,
da l’alta torre in fretta giù discese
e tutto il caso al padre fe’ palese.

37Il padre allor, senza che pur mostrasse
un picciol segno di mestizia in volto,
tosto gli comandò che ritornasse
dove l’incauto suo fratel fu colto,
di cui la testo a lui giuso portasse,
quivi lasciando il tronco ignudo involto;
tornò quel dunque subito, e dal collo
spiccogli il capo, e morto ivi lasciollo.

38Sopra la torre il padre vostro asceso
l’altra mattina, a lo spuntar del giorno,
e colui senza capo e nudo preso
trovato, restò pien di doppio scorno;
onde, colmo di doglia e d’ira acceso,
al palazzo regal fece ritorno,
dove ardendo di rabbia e fulminando
per tutto il regno suo gir fece un bando,

39nel qual gran premio e ricco a quel propose
che ladro sì sottil faccia palese,
e il prezzo intero in altrui man depose,
prescritto avendo il termine d’un mese;
il qual durando, il re di quante cose
fino allor tolte avrà gli fia cortese;
poi triplicato il premio ancor promette
a chi ne le sue man vivo lo mette.

40E se per caso due questi, o più sono,
già tante volte a rubar l’oro ascesi,
colui premio n’avrà non che perdono
che primo gli altri al re farà palesi,
con quelle gemme e quei danari in dono,
che allor ne’ suoi bisogni avrà già spesi;
ma tosto il fisso termine fornito,
il conscio fia non men che il reo punito.

41Tal bando in guisa al padre mio dispiacque,
e sì grave timor gli infuse in petto
che languido più giorni e tristo giacque,
e non picciol di me gli entrò sospetto,
e di quell’altro mio fratel, che nacque
meco ad un parto istesso, Armodio detto,
perché noi spender tutto il tempo nostro
ne i servigi vedea del padre vostro.

42E ch’amava ambedue quai propri figli
dandone imprese e gran maneggi ognora,
gli accrebbe anco il timor, ché i suoi consigli
accettati da noi non furo allora;
già sapea ch’io m’accorsi in quai bisbigli
fosser pur dianzi, e del fratello ancora
che ucciso l’altro avea dentro a la torre,
onde ancor noi pensò di vita tòrre.

43E volgendo in qual guisa agevolmente
potesse l’empio e di nascosto farlo,
tra sé conchiuse questo rio serpente
(che padre mi vergogno a nominarlo)
di far ch’io dessi morte a l’innocente
mio frate, et egli a me, d’Armodio parlo,
col qual congiunto fui di tanto amore
che men cara mi fu l’anima e il core.

44Voi dovete saper che una sorella
mi trovo aver, ma d’altra matre nata,
sì di costumi adorna e in guisa bella
che in Epidauro vien da molti amata;
tra gli altri d’amorosa aspra facella
n’ha in tal guisa arso il cor, l’alma infiammata
d’un gran sire un figliuol, che a poco a poco
strugger si sente da l’interno foco.

45Il padre suo, che il caro figlio vede
languire oppresso da sì gravi doglie,
pregar fe’ il padre mio che per mercede
sua figlia dar volesse a quel per moglie;
il che non pur negò, ma ancor gli diede
risposta altera, ch’egli omai si spoglie
di tal pensier, come di quella indegno,
onde il padre e il figliuol n’ebber gran sdegno.

46Fattomi a sé chiamar, dunque, una sera
il malvagio mio padre, essendo in letto,
per man mi prese e da tenace e fera
doglia fingendo aver traffitto il petto,
– Tu sai, – mi disse – o figlio, in qual maniera
Corimbo già (così l’amante è detto)
per tua sorella ognor struggeasi, e come
mi fu per moglie allora chiesta in suo nome.

47Ciò gli negai per più cagioni, a voi
ignote ancor, perché inesperti sète;
ben vi fian note, come spero, poi
che a più matura età giunti sarete;
quest’una sol dirò: che i maggior suoi
co i nostri ebbero già non pur secrete
nimistà ma palesi, e in copia grande
fur sangue e morti d’ambedue le bande.

48Quel dunque al natural lor odio antico
per l’avuta repulsa il nuovo aggiunto,
di tua sorella amante e nostro amico
d’esser fingea, com’era in prima a punto;
ma, nel secreto suo crudel nemico,
altro non attendea che l’ora e il punto
da far con nuovo oltraggio e nuovo inganno
cosa che scorno ci apportasse e danno.

49E questo suo pensier sì rio scoperse
ad un mio servo, e mi disse anco il nome,
cui diè molt’oro, e più di dar gli offerse
se ’l togliea in casa, e dimostrogli come.
Quel per tema accettò, ma poi mi aperse
l’ordine, che arricciar mi fe’ le chiome:
di notte pensa in abito di donna
d’entrar con rete e con feminil gonna.

50E poi ch’avrà per forza a tua sorella
tratto il fior virginal, d’aprir le porte
dissegna a molti, e con ria mente e fella
voi tutti por miei cari figli a morte,
per far ch’io resti ognor misero in quella
sì dura pena e sì malvagia sorte,
perché di voi quand’io restassi privo
mi fora assai men mal non esser vivo.

51Ho fatto sì che il servo ordine ha posto
per la seguente notte, e già gli ha detto
d’aprirgli e di condurlo di nascosto
dove sola sarà mia figlia in letto:
dunque fia di mestier ch’entri tu tosto,
e ch’ivi solo e senza alcun sospetto
l’uccida, acciò che, noi schivando il danno,
sopra l’ingannator torni l’inganno -.

52Parmi che ancor l’istesso giorno questa
favola al mio fratel tutta narrasse,
e fe’ sì ch’egli con feminea vesta
de la sorella ne la stanza entrasse,
dove, con l’occhio e con la mente desta,
Corimbo al fisso termine aspettasse;
poi con la spada, qual nascosta porte,
quel giunto, il ponga immantinente a morte.

53Dunque in tal guisa essendo Armodio intento
ch’entri colui ch’esser Corimbo stima,
quel servo rio, quivi ogni lume spento,
mi diede il cenno già ordinato prima;
io, che d’ira e di pessimo talento
colmo, e roso nel cor d’acuta lima
questo sol attendea, con furor strinsi
la spada e corsi, e il mio fratello estinsi.

54Non poté in tutto riuscir l’avviso
d’Arpago rio (né men crudel che avaro)
di veder quivi l’un da l’altro ucciso,
per trar sé fuor di quel sospetto amaro;
dunque il capo al fratel da me diviso,
– Ahi – gridò quel cadendo, – Ahi fratel caro -,
che me vestito al solito costume
conobbe, ancor che fosse estinto il lume.

55A quella voce e mesto e sbigottito
rimasi, e, tutto pien d’alto spavento,
gridar non puoti, in guisa era smarrito,
e in guisa ogni vigore in me fu spento;
e sopra Armodio a morte, ahimè, ferito,
cieco e privo d’ogni altro sentimento
subito caddi, e così stetti alquanto;
indi proruppi in alte strida e in pianto.

56E già contra me stesso il ferro volto,
scioglier l’alma volea da questo laccio,
ma il misero fratel pallido in volto
con la sua destra mi ritenne il braccio;
e già l’ultimo sguardo in me rivolto,
e di dentro e di fuor tutto di ghiaccio,
pregommi a viver fin che piaccia a Dio,
e a perdonar l’offesa al padre mio.

57Ma da sì fier proponimento in vano
m’avria rimosso, in gran furor trascorso,
s’altro non adoprava che la mano,
da cui più non potea sperar soccorso;
sol mi tirò da quel pensier lontano
co i preghi, ov’egli insieme ebbe ricorso;
poscia ottenuto, ohimè, ciò che mi chiese,
l’alma innocente con singulti rese.

58Ma non sì tosto che da me richiesto
a perdonarmi l’opra iniqua e fella
di farlo non mostrasse manifesto
segno con gli occhi, privo di favella.
Morto lui dunque, a me stesso molesto,
men vado errante in questa parte e in quella,
lontan per balzi a l’aria ognor più fosca,
fuggendo il ritrovar chi mi conosca.

59Ch’esser dubito in odio al mondo tutto,
per sì grave peccato, e insieme a Dio,
e ch’arbor mala non può far buon frutto
debba ogni un dir, che sappia il padre mio.
Dunque d’alti sospir, d’amaro lutto,
di me medesmo ognor posto in oblio,
sol pascendomi andavo allor che involto
fui da i ladri ne i lacci e da voi sciolto.

60Con ogni affetto voi dunque ringrazio,
signor, che a tempo mi porgeste sita;
ancor ch’io sia del mondo in tutto sazio
e ch’odi tanto la infelice vita;
ma quel duro martir, quel fiero strazio,
quell’aspra pena e crudeltà infinita
che ogni un prima soffria che fosse spento,
mi dier, non già il morir, noia e tormento».

61E così detto, in tal guisa l’assalse
il pianto e tai sospir gli uscian dal petto
che a poter più parlar sforzo non valse,
ma di tacer fu il misero costretto;
onde Costante, a cui molto ne calse,
mosso da puro e da paterno affetto,
cercò di mitigar l’aspra e tenace
doglia, che seco aver nol lascia pace,

62dicendo che devea scemargli quello
dolor sì grave e porgergli conforto,
l’aver perdono avuto del fratello
del preso error, pria che restasse morto,
e che nascer dal padre iniquo e fello
la colpa, e non da lui, ben s’era accorto,
visto l’animo suo sì puro e sincero,
col cor disposto e pien d’affetto vero.

63E che al grave martire, al gran dolore
non dovea in preda dar tanto se stesso,
che senza aver mai tregua a tutte l’ore
l’abbia nel tristo cor sì forte impresso,
perché in breve il trarria di vita fuore,
né faria quanto avea al fratel promesso,
qual morendo il pregò che viver voglia
fin che a Dio piaccia, e non morir di doglia.

64E benché fosse di quel padre uscito,
la cui scelerità nota è per tutto,
questo proverbio spesso aver fallito
che da mal arbor sol nasca mal frutto,
ch’esser nato più volte egli avea udito
e visto figlio bel di padre brutto,
e che il medesmo che veggiam di fuora
nel corpo, dentro avvien ne l’alma ancora.

65Il che gli confirmò con mille essempi
d’uomini illustri in ogni parte occorsi,
e de gli antichi e de i moderni tempi;
fattogli sopra ciò dotto discorso,
mostrò che di fortuna i duri scempi
contra d’un solo in picciol tempo scorsi
son brevi, e che in piacer tornano i guai,
perché sua rota non si arresta mai.

66Felice intanto, che Ragusio questo
esser pur ramentossi e che d’amore
già tutta ardea, fe’ segno manifesto
d’aver pietà del grave suo dolore,
e con parlar non men che saggio onesto,
anch’ella si sforzò trargli del core
l’aspro martir, l’insopportabil pena,
che a certa morte e desiata mena,

67«Deh, Ragusio» dicendo «e qual cagione
d’aver conforto omai vi toglie e vieta
se in voi, come devria, può la ragione?
perché l’animo e il cor già non si acqueta?
Se buona fu la vostra intenzione
che nuocer può, se al mondo è ben secreta,
restando in voi la coscienza pura,
ch’ogni opra col voler libra e misura?».

68Con tai parole e simil altre andaro
scemando alquanto di quell’aspra doglia;
poi quel benignamente ambi pregaro
che tornar seco in Epidauro voglia,
promettendogli far, che non men caro
il re l’avrà di quanto aver lo soglia,
anzi via più facendogli palese
chi su la torre a rubar l’oro ascese.

69Gli promettono ancor quando gli piaccia
che al padre e che al fratel pur si perdoni,
d’oprar che il re per amor suo lo faccia,
e che sia largo a lui di ricchi doni;
Ragusio si gettò lor ne le braccia
dicendo: «I prieghi vostri a me son sproni
da spingermi e da far ch’io sempre vada
dovunque a voi più che a me stesso aggrada».

70Così diss’egli, perché a poco a poco
la pena, ond’era a sospirar sempr’uso,
consumata venìa da quel gran foco
ch’Amor gli avea nel cor pur dianzi infuso;
e serpendo in tal guisa in ogni loco
s’era per l’ossa già sparto e diffuso
che dentro acceso di novel desio
posto l’antico avea tutto in oblio.

71La dea quivi presente allor gli tolse
del duol gran parte col divin su’aiuto,
ma la fiamma d’amor scemar non volse,
né volendo anco avria forse potuto.
Ragusio adunque il cor tutto rivolse
a la fanciulla: or chi l’avria creduto,
che l’amoroso stral dovunque scenda
rompa ogni marmo et ogni ghiaccio incenda?

72Questa sì cara e nobil compagnia
l’Alsa avendo e il Timavo già passato,
facil rendea quella difficil via,
con parlar dolce in tal maniera e grato;
del Norico e de i Carni tutta via
lasciando l’Alpi dal sinistro lato,
dove in gran copia nasce e ferro e zolfo
e da man destra di Tergeste il golfo,

Giungono in Illiria, Regillano è contento di dare la figlia per sposa a Ragusio, mentre Costante dà ordine alla flotta di Marsiglia di partire (73-105,4)

73giunti che furo a Pola, indi a Velcera,
parve deversi al cavalier romano,
perché già nel suo regno entrato s’era,
dar de la figlia nuova a Regillano.
Scriver da lei fa dunque in qual maniera
vien salva, uscita di spietata mano;
ma il tutto sol con brevità gli tocca,
serbando a dirlo interamente a bocca.

74Poi diè la carta ad un che molto accorto
parea, di quei ch’uscìr fuor de le grotte,
pregandolo che vada in tempo corto,
mai non posando il dì, poco la notte.
Seguia in tanto il guerrier per aspro e torto
camin, sendo le vie fangose, e rotte
da rivi e da torrenti, che in gran parte
loro acque avean per molta pioggia sparte.

75Restan l’isole adietro che Medea
nomò, dal frate quivi morto, Absirti,
e già ne le cretee chiar si vedea
da lunge il verdeggiar gli allori e i mirti;
da l’altra parte al ciel salir parea
l’Adrio, con spessi gioghi orridi et irti;
rimane indietro Enona, e un giorno ch’era
molto per tempo ancor giunse in Giadera.

76Quivi, perché a le donne ebbe rispetto,
quel giorno tutto a riposarsi attese;
d’Arpago in tanto, che passato il petto
a due suoi figli avea, la nuova intese,
e che se stesso poi, sol per difetto
di senno, ad una quercia ancor sospese;
e che per anco di Ragusio nuova
non si ha, né vivo o morto si ritrova.

77E dicean tutti: «O miserabil caso,
che il più saggio e il maggior duce del regno
con tal miseria sia giunto a l’occaso!
Che giova stato al fin, che vale ingegno?
Né gli è di quattro figli un sol rimaso,
ch’egli due per insania o per disdegno
ha tratto con sue man di vita fuora,
indi se stesso orribilmente ancora.

78Da Scodra un altro ritornando verso
la corte, come far solea sovente,
di notte per la via s’era sommerso
poco prima in un rapido torrente.
Nessun sa l’altro per qual caso avverso
sparito sia, ben teme ogni un dolente
che il padre ancor lui morto abbia e sepulto,
perch’era amato, in qualche loco occulto».

79Così dicean, perché quando la testa
troncar fe’ il padre al figlio per celarse,
ché in lui sospetto non cadesse, questa
voce, ch’era per via sommerso, sparse;
poi di Ragusio in guisa ebbe molesta
la vita e il riuscir sue fraudi scarse
che, disperato, il dì che venne appresso
diè morte a l’altro figlio, indi a se stesso.

80E da se stesso per furor diviso
tal parricidio fe’ sì manifesto
ch’ancor poi ritrovato Armodio ucciso
non men si diede a lui colpa di questo.
Costante, udito ciò, subito avviso
gli venne di poter con modo onesto
satisfare al desio d’ambo gli amanti,
che ben di lor già s’era accorto avanti.

81Perché rimaso essendo unico erede
Ragusio di sì grande e nobil stato,
di congiunger con lui la figlia crede
che non gli fia da Regillan negato;
e tanto più che a Renzo già la diede,
di lui men ricco e men di lui pregiato,
quanto più sopra vi pensò gli piacque
più tal pensier, ma in sé serbollo, e tacque.

82L’altra mattina, di Giadera uscito
con tutti gli altri, il suo camin riprese,
sempre a man destra costeggiando il lito,
per lieto, ameno e fertile paese.
In tanto il re de la sua figlia udito
ben mostrò l’alto suo piacer palese,
che il dì medesmo con tutta la corte
per incontrarla uscì fuor de le porte.

83E con letizia tutti se n’andaro,
ma non furo lontani oltra sei miglia
che a riscontrar per strada incominciaro
a quattro, a sei quei de la sua famiglia;
indi giunse Costante, e seco a paro
a destra man del re l’unica figlia,
la qual tosto discese e con leggiadre
maniere corse ad abbracciare il padre.

84Chi dir potria quelle accoglienze grate
fatte a la figlia e fatte al cavaliero
dal re, cui fur dal messo a pien narrate
le cose occorse e tutto il fatto intero?
Molte parole affettuose usate
tra loro, e fatto il re sopra il destriero
ripor la bella figlia, a paro a paro
con gran piacer verso Epidauro andaro.

85E ragionando insieme entraro a caso
che in tal soggetto ogni parlar cadea
d’Arpago a dir del nuovo orribil caso
che i figli e se medesmo uccisi avea;
«Fosse in vita Ragusio almen rimaso!»
con tenerezza Regillan dicea,
«Tanto è il senno e il valor che in sé raccoglie
che te, mia figlia, gli darei per moglie».

86Tal cosa udir piacque a Costante molto,
ma più d’udirla a la fanciulla piacque,
che si vide arrossir tutta nel volto,
né mai sì lieta fu dal dì che nacque;
dunque il guerrier da quel parlar raccolto
del re qual fosse l’animo, non tacque
con questa occasion, ma sì ben disse
che a quel più tal pensier nel petto fisse.

87Ne la città poi giunti al gran palagio
regal smontaro, e fur quivi condutti
a le superbe stanze, e con grand’agio
di ciò ch’uopo lor fu provisti tutti;
Ragusio intanto al rio padre malvagio
pensando, star non può con gli occhi asciutti:
pien di vergogna, e mesto e sconosciuto
da gli altri alquanto indietro era venuto.

88Ma chiamatolo a sé lieto Costante
gli disse quanto il re dianzi avea detto,
e in somma a quel venir lo fe’ davante,
cui molto il cor s’intenerì nel petto,
e mostrò con parole e nel sembiante
segno d’alto piacer, d’alto diletto,
«Signor,» dicendo al cavalier «di nuovo
obligo equal devervi oggi mi trovo,

89ché Ragusio e mia figlia amo egualmente,
di ciò stimando ambi egualmente degni,
onde tenuto a voi son doppiamente
d’avermi resi duo sì cari pegni;
e spero di mostrar mia buona mente
verso di voi con manifesti segni».
Poscia benigno al giovene si volse,
e seco assai del caso si condolse.

90Ragusio, che facondo era e modesto
al par d’ogni altro, e di prudenza pieno,
rese grazie infinite al re di questo;
poi gli narrò tutto il successo a pieno:
sì come il padre a lui fe’ manifesto
quel rio pensier ch’egli avea occulto in seno,
e che il tesor rubar da gli altri dui
figli fe’ poi, guardandosi da lui.

91E come a quel nel duro laccio colto
che il capo fosse tronco avea sofferto,
acciò che visto e conosciuto in volto
non fosse, e per ciò seco anch’ei scoperto;
e che il fratel da lui di vita tolto
fu sotto gonna feminil coperto;
e il doppio inganno ch’avea del padre finto,
perch’ambi fosser l’un da l’altro estinto.

92E come, sconosciuto il suo paese,
fuggendo or qua or là sen giva errante,
e in somma gli narrò come lo prese
Malarte e come lo salvò Costante;
indi perdon con umiltà gli chiese
del fallir suo, prostrato a lui davante,
se a dirgli ciò, come devea, non venne,
ché sol pietà che al padre ebbe il ritenne.

93Del parlar di Ragusio Regillano
prende letizia e meraviglia insieme,
poi che il tesor che cerca tanto in vano
ritrovi allor, che n’era fuor di speme;
porge aiuto, e levar fa con la mano
Ragusio, il cui dolor molto gli preme,
dicendo: «Abbiate, o figli, in noi speranza,
ché il merto vostro ogni altrui fallo avanza».

94E de’ suoi tolta seco una gran schiera,
che tardando temea d’altro accidente,
cenato ch’ebbe andò la istessa sera
di Ragusio al palazzo immantinente,
e tanto fe’ che ritrovò dov’era
tutto il tesor, poi ch’ebbe lungamente
fatto cercarlo timido e dubbioso,
quivi sotterra al fin trovollo ascoso.

95Talché se amò Ragusio in prima, l’ebbe
in sommo pregio e sovra ogni altro grato;
or quel suo primo amor molto più crebbe
ch’egli ha tutto il tesor per lui trovato;
e visto che la figlia non potrebbe
porre in tutto il suo regno in maggior stato,
col pio Costante l’altro dì la cosa
conchiuse, e publicar la fe’ sua sposa.

96E prescritto a le nozze il quarto giorno,
in tanto a far conviti e pompe attese;
e sforzato il guerrier ch’ivi soggiorno
far voglia in fino allor, molto l’offese,
ché impossibil gli par, con suo gran scorno
e danno, al fin di non restar palese;
ma non tema di ciò, che ignoto il rende
la dea, ch’ognor di lui cura prende.

97Onde Costante a sé chiamò quel messo
che al re portò la nuova de la figlia,
da cui pregato essendo avea promesso
d’accettarlo di quei tra sua famiglia,
e datogli una carta, il giorno istesso
con prieghi il rimandò verso Marsiglia,
perché la desse di Vittoria in mano
senza farne parola a Regillano.

98Per questa a pien d’ogni caso nuova
le dà, che in fino allor gli era avvenuto,
e come appresso a Regillan si trova,
dove il guidò pietà, ma sconosciuto;
la prega poi che subito si mova
con l’armata, cui fe’ per dargli aiuto,
e che a Nauplio l’aspetti un mese in porto,
dove spera anco in tempo esser più corto.

99Tosto ch’ucciso egli ebbe ancor Malarte,
mandato a quella un altro messo avea,
e sparse voce sempre in ogni parte
ch’ei di padre roman nacque in Nemea,
e che sen giva essercitando Marte
dove stipendio di trovar credea;
e fu per strada ognor, come anco in corte
di Regillan sol detto il guerrier forte.

100Venuto in tanto de le nozze il giorno,
e l’ora essendo del riporsi a mensa,
di regal mitra e d’aureo manto adorno,
e colmo il re d’alta letizia immensa,
di tutto il regno i primi avendo intorno,
Falerno antico a questo e a quel dispensa;
poscia in man tolta una gran coppa, e fisse
ambe le luci al ciel tenendo, disse:

101«Talasio, e tu Giunon, che ancor fautrice
sei d’ogni casto marital diletto,
sacro e santo Imeneo, per cui si dice
prender le nozze avventuroso effetto,
vi supplico a voler che sia felice
mia figlia in fatto sì com’ella è in detto,
e tu, che di letizia empi ogni mente,
non men ti prego, o Bacco, esser presente».

102E così detto alzò la coppa d’oro,
gustando in essa il prezioso vino,
che ad ogni infermo dar potria ristoro
quando a la morte ancor fosse vicino;
ecco di chiare voci allora un coro,
il cui concerto esser parea divino,
comparve il dotto Astreo poi con la cetra,
che fatto avria di cera un cor di pietra.

103Costui cantò di Venere, che a Marte
fu di se stessa e del suo amor cortese,
e come il Sol scorrendo in ogni parte,
visto il furto, a Vulcan lo fe’ palese,
il qual per gelosia con sì grand’arte
una rete sottil di ferro tese,
che quei tornando al dolce lor diletto
presi e legati ambo restaro in letto.

104E come a tutti gli altri dèi le porte
l’accorto fabro incontinente aperse,
e, nuda, la bellissima consorte
con l’adultero avvinta gli scoperse;
molti con Marte avrian cangiato sorte,
sì bella a gli occhi lor la dea s’offerse,
la dea che alcune parti con la mano
pur si sforzava di coprir ma in vano.

105A questo il coro subito rispose
Astreo seguendo, e in tal guisa alternaro
fin ch’altri giunse, e in molte e varie cose
con gran diletto il dì tutto passaro.
Ma poi che i raggi a noi Febo nascose,Costante è indeciso sul da farsi, risolve di partire (105,5-110)
forse altrove apportando il giorno chiaro,
quindi levato il re levossi ogni uno
visto d’intorno il ciel già farsi bruno.

106E tornato a la stanza il cavaliero
stava dubbioso alquanto tra se stesso
qual fosse al desir suo miglior sentiero,
devendosi partir quel giorno appresso;
che se bene a Vittoria il suo pensiero
pur dianzi a dir mandò per fido messo,
che indarno quel non la trovando vada
pur teme, o che impedito sia per strada.

107E in tal pensier, da duro sonno vinto,
se gli mostrò la dea ch’era presente,
e con sembiante in nulla parte finto
gli disse che tra l’Austro e l’Oriente
mover devesse il piè verso Corinto,
trattosi ogni altro dubbio fuor di mente;
ch’oltra ogni creder suo ciò che desia
più ch’altro al mondo incontrarà tra via.

108Onde il guerrier dal re tosto commiato
venuto il giorno e da gli amanti prese,
di che rimase afflitto e sconsolato
Ragusio, allor che questa nuova intese,
e di partir con lui tutto il suo stato
gli offerse, grande e fertile paese,
ch’oltra lo Scadro, che gli Illiri serra,
in Macedonia avea più d’una terra.

109Ma perché ognor d’Augusto il caso avea
ne l’alma, ringraziollo assai Costante,
dicendo che sforzato era in Nemea
di gir, per cosa a lui molto importante;
ma quel, che star senz’esso non potea,
con dir colmo d’affetto, e nel sembiante
benigno e grazioso, al fin sforzollo
che in fino a Scodra andar seco lasciollo.

110Né valse a dir che essendo nuovo sposo
restar devea con la sua cara moglie,
quei primi giorni almen, fermo in riposo,
che dal proponimento suo nol toglie.
Già per tutto il terren vedeasi erboso
e i boschi adorni di novelle spoglie
quando colmo il guerrier, d’alto desio
che scampi Augusto, d’Epidauro uscìo.

Giunone fa rivoltare Regillano, tramite l’Invidia, contro Costante, ma con l’aiuto di Minerva il romano riesce a fermarlo e a deporlo dal regno (111-156)

111Giunone in tanto che l’orribil fera
mandò per trarre il cavalier di vita
con gli altri duci, onde l’armata ch’era
nel porto del partir fosse impedita,
poi visto quel salvarsi e in qual maniera,
gli diè Minerva in suo dispregio aita,
di nuovo sdegno, anzi di nuova rabbia
ripiena, or l’unghie, or si mordea le labbia.

112E pensando tra sé che de la notte
le figlie indarno avean gettata l’opra;
e che al mostro restàr le membra rotte,
onde convien ch’eterna nube il copra;
e che, a mal grado suo, fuor de le grotte
non pur salvo il guerrier tornò di sopra,
ma che, ucciso Malarte, a Regillano,
non men salvo e sicuro uscia di mano,

113ella se ben che tanto in odio l’ebbe,
che udirlo nominar potea a fatica,
ma parle che cangiato aver devrebbe
in amor l’odio e quella rabbia antica,
poi che de l’opra sua tanto gli debbe,
che indarno appalesandol si affatica,
se pria non fa che furor nuovo accenda
Regillan sì che mal per ben gli renda.

114E come ciò far possa nel più interno
del cor sempre volgendo, le sovvenne
d’una gran Furia uscita de l’Inferno,
che scorre il mondo con veloci penne:
d’Aletto fu costei figlia e d’Averno,
da cui fuggir con fretta al fin convenne,
che a quei mill’onte e tradimenti in vece
del don d’aver lei generata fece.

115Con quel furor che ognor non pur l’invita
ma sforza a dar per ben travagli e mali,
più volte e padre e madre avria di vita
tratti, se stati fossero mortali,
talché de l’empia sua rabbia infinita
forte temendo il re de l’infernali
ombre, al futuro mal prese consiglio
scacciando quella in sempiterno essiglio.

116Sopra un carro ella adunque, le cui rote
via più che l’aura son veloci e lievi,
scorre del mondo ognor le parti note
al buio, al chiaro, a i giorni lunghi, a i brevi;
colei, cui l’Orco tolerar non puote,
ahi mondo ingrato in te dunque ricevi?
L’empia dal centro a punto in questa parte
giunse, allor che toccò lo scettro a Marte.

117E desio tosto infuse a quei giganti
di scacciar Giove del suo regno fuora,
da cui la vita e gli alimenti e tanti
gran benefici riceveano ognora.
Ma perché l’empia sol vive di pianti,
e il ben reso per ben l’ange e l’accora,
di rei ministri una gran schiera seco
trasse a l’uscir fuor del tartareo speco.

118La Superbia, la Fraude e la Perfidia,
ciascuna è sua compagna e sua seguace;
l’Odio la segue ognor, l’Ira e l’Invidia,
questa col ghiaccio e quella con la face;
la Bugia, la Discordia, ond’ella insidia
sempre a noi mortai per disturbar la pace;
va l’Avarizia et altri ch’io non narro,
col Tradimento ognor d’intorno al carro.

119Dunque a costei Giunon chieder soccorso
pensò, che più potea d’ogni altro aitarla;
ma stando ognor quella in continuo corso
non si può imaginar dove trovarla,
onde, molto paese indarno scorso,
fermossi al fin sul Tebro ad aspettarla,
dove suol capitar quasi ogni giorno
colei che in loco alcun non ha soggiorno.

120Né molto s’indugiò che la feroce
furia infernal, ch’esser fa l’uomo ingrato,
sopra il suo carro apparve che veloce
venìa da quattro rondini tirato:
più che struzzi eran grandi, onde la voce
da lunge udiasi, e dietro e da ogni lato;
la dea guardando vide la gran turba
ch’ogni mal nutre e ch’ogni ben disturba.

121Andolle incontro e con gran meraviglia
seco vid’esser tutti quanti i mali,
vari di forma, e seco si consiglia,
la Furia sempre a danno de’ mortali.
Fermar la fe’ Giunon, poi disse: «O figlia
d’Averno, spiega verso Illiria l’ali,
e in Epidauro al re subito scendi,
e quel contra Costante ingrato rendi.

122Che gli fosse da lui pur dianzi resa
l’unica figlia salva, e per lui tutto
riavuto il tesor senza contesa
nulla gli giove, e non gli apporte frutto;
anzi, più di furor con l’alma accesa,
da quel subito in polve sia ridutto.
Fa’ che la meno ingiuria ch’ei riporte
dal re per guidernon resti la morte».

123Così parlò l’irata dea, cui tanto
quelle furie a veder parver noiose,
ma più colei d’ogni altra che col manto,
mentre parlava, gli occhi si nascose;
dal seggio a l’apparir del lume santo
levatasi la Furia: «Ecco» rispose
«ch’io vo veloce, e fin su nel tuo regno
te ne darò con alto grido segno».

124E così detto il fren subito torse
a quegli augei veloci a par del vento,
talché per l’aria sì leggiera corse
che fu sopra Epidauro in un momento.
Era già notte, e d’alto in guisa scorse
il re dormir, che parea in tutto spento,
onde simil si fece ad una donna
vecchia di faccia, di parlar, di gonna.

125Costei, di quelle donne che Felice
condusse a gir verso Liguria seco
tra l’altre era la prima e sua nutrice,
stata anch’ella in prigion nel cavo speco;
la Furia adunque, a cui ciò che vuol lice,
deposto il crin di serpi e il guardo bieco,
rassomigliolla con sue finte larve,
e in sogno al re tutta benigna apparve,

126dicendogli: «Colui che poco avante
partissi, o signor mio, di vostra corte
per star duo giorni in Scodra è quel Costante
per cui Vittoria non vi fu consorte;
non pur l’ho visto e gli ho parlato tante
volte già dentro a le romane porte,
ma del padre vicina esso fanciullo
portato ho in braccio ancor per mio trastullo.

127Diece anni son, né mai più l’ho veduto,
fuor gli spuntava il primo pelo allora,
né per la strada mai l’ho conosciuto,
sì cieca fui, sì di me stessa fuora;
pareami averlo visto, e mai potuto
non l’ho raffigurar se non pur ora,
nel partirsi ad un gesto ch’anco in mente
serbo, avendol notato in lui sovente».

128E, così detto, un stral d’atro veneno
tinto, qual seco porta a tutte l’ore,
al miser che giacea supino in seno
cacciato, gli passò per mezzo il core;
per la piaga poi sparse un vaso pieno
da sommo ad imo d’infernal liquore,
il qual fa, tosto ch’è infuso in petto,
d’alcun mortal meraviglioso effetto.

129Questo è che ingrato e perfido si scorda
quel ben ch’altri gli ha fatto immantinente,
ma se per caso pur se ne ricorda,
di render mal per ben gli imprime in mente;
né giova che nel cor sempre il rimorda
la coscienza con acuto dente,
anzi per questo in lui divien maggiore
l’ira e la rabbia e l’infernal furore.

130Fatto questo la Furia in aria salse
sul carro, ov’ella alberga, ove fa nido;
e, giù deposte le sembianze false,
mandò tosto a Giunon l’orribil grido,
talché non pur le vicin’onde salse
ne risonaro, e d’Epidauro il lido,
non pur tremar fe’ il monte indi vicino,
ma Pindo, Etna, Ossa, Olimpo, Ato, Appenino.

131Meraviglia non è ch’ogni uom paventi
se fa tremar di tutta Europa i monti,
e i rivi e i fiumi e i rapidi torrenti
tutti adietro tornar verso i lor fonti;
sopra i cari lor figli le dolenti
madri paurose giù chinar le fronti,
e quei più stretti al petto si accostaro,
e fuor s’impallidir, dentro agghiacciaro.

132Regillan, dunque infuso ch’ebbe il petto
quel tartareo venen che agghiaccia e coce,
desto dal grido si gettò del letto,
più che serpe o leon crudo e feroce;
e da la rabbia e dal furor costretto
loco non trova, e con terribil voce
minacciando comanda, e fosco e torto
risguarda, e fassi ora vermiglio, or smorto.

133Gli amici e i servi e tutta la famiglia
conoscendo l’usata sua natura,
dolor ne prendon tutti e meraviglia,
né di parlargli alcun pur si assicura;
ma più d’ogni altro la sua bella figlia
di sì torto guardar prende paura;
donde avvien ciò, che in prima era sì queto
(dicean), né puon saper l’alto secreto.

134Qual egro in guisa debil che non vaglia
volgersi in letto da se stesso pria,
s’avvien che il capo adusto umor gli assaglia
sì che gli apporti e doglia e frenesia,
ogni più forte allor di forze agguaglia,
lascia le piume e il mal presente oblia,
talché suda in fermarlo e fronte e petto
a chi pria mover nol potea nel letto,

135tale avvenne anco a Regillan, che prima
benigno essendo e di modestia pieno,
or che si sente con acuta lima
da la Furia infernal corroso il seno,
arrabbia e freme, e, giunto a la part’ima
del cor, l’aspro e mortifero veneno
lo sforza a comandar superbo e fero
che tosto armato ogni un saglia il destriero.

136Né potendo patir di far dimore
pur breve spazio, con cinquanta a pena
uscì fuor d’Epidauro allora allora
per quel sentier che dritto a Scodra il mena;
né mai posò. che a l’altra nuova aurora
vi giunse, e ritrovò di piacer piena
la terra tutta, e i cittadin con molto
fausto il nuovo lor duce aver raccolto.

137Molti destrier per strada venner meno
che il re seguiano a quattro, a cinque, a diece,
poi che d’un giorno e d’una notte in meno
senza fermarsi ottanta miglia fece;
entrato adunque in Scodra, e con sereno
viso raccolto da Ragusio, in vece
di sì grate accoglienze diede alquanto
di tempo a i suoi ch’ogni un giungesse in tanto.

138Ma visto esserne giunto a poco a poco
numero a far ciò che volea bastante,
e mura e porte e torri e ciascun loco
tosto occupò che più credea importante;
Ragusio prender poi, che nulla o poco
di ciò temea, fe’ subito, e Costante;
ma quel, perché contrasto non gli apporte
né gli impedisca in por Costante a morte.

139Poi fatto questo, senza alcun sospetto,
ch’eran sue genti a guardia de le mura,
stanco, per riposar si pose in letto
tosto che l’aria fu per tutto oscura;
Minerva in tanto, quel visto soletto,
giacer sì vòto d’ogni interna cura,
fattol dormir, del buon Ragusio prese
l’armi e la voce, e il suo destriero ascese.

140E per tutta la terra afflitto e mesto
contra il tiranno andò chiedendo aita,
il qual d’affinità sotto pretesto
lo stato dissegnò torgli e la vita;
la plebe, a cui veder fu sì molesto
prigion Ragusio, ora Minerva udita
chieder soccorso, a lei n’andò veloce,
ché il suo signor esser credea a la voce.

141E de la nobiltà la maggior parte
non men colma di sdegno a lei sen venne;
ecco armati arrivar già da ogni parte,
che alcun molto pregar non le convenne.
Poi che raccolte fur le genti sparte,
senza punto aspettar ch’altri gli accenne,
con quel furor che suol turba confusa,
del re corse a la stanza, ch’era chiusa.

142E giù tratte le porte in uno istante,
preser nel letto ignudo Regillano,
e quel, per tema pallido e tremante,
condusser vivo al buon Ragusio in mano,
che, posto in libertà col pio Costante,
gli venìa in contro, e poco era lontano;
la dea, che indarno non tentò mai cosa,
tratti quei di prigion s’era nascosa.

143Non puote il pio roman con fermo volto
star presente a spettacolo sì crudo,
visto in catene e in duri lacci avvolto
starsi colui miseramente ignudo,
che in contra a tanti barbari rivolto
fu sol pur dianzi a tutta Europa scudo,
e con fatica il pianto allor ritenne,
ché del caso d’Augusto gli sovvenne.

144Onde pregò Ragusio che per segno
del grand’amor, qual porta a la sua sposa,
voglia dargli la vita e insieme il regno,
ché essendo padre a lei merta ogni cosa;
Ragusio, che in gran parte avea lo sdegno
rimesso, ma non già quell’amorosa
fiamma ch’ogni altro affetto in lui tien spento,
di compiacer fu il cavalier contento.

145Ma conchiuser tra lor, poi che compreso
avean, per molti e manifesti segni,
che il popol tutto restarebbe offeso,
di farlo in modo tal ch’ei non si sdegni;
onde, finto d’ira in volto acceso,
«Non fia mai più che in Epidauro regni»
verso il re disse, e por lo fe’ in prigione,
cercando di salvarlo occasione.

146Né dopo questo il terzo dì finio
che l’aspettata occasion si offerse,
ond’ebbe effetto in lui quel bel desio
che nel secreto suo dianzi coperse:
questo fu ch’ivi certa nuova udio,
da più genti portata e da diverse,
talché in Scodra ad alcun non era occulto
che in Epidauro si facea tumulto.

147Dunque Ragusio, questa nuova udita,
ne la sala adunar fe’ del consiglio
quei che pur dianzi avean la propria vita
per lui salvar posta in sì gran periglio;
e rese grazie pria de l’infinita
bontà, che, morto il padre, a lui, suo figlio,
senza notizia d’esso aver lo stato
devoto e obediente avean serbato.

148E ch’avean l’armi finalmente prese
perché la vita sua fosse sicura,
contra il gran re di tutto quel paese,
già signor de la rocca e de le mura;
indi s’offerse, con parlar cortese,
de la salute lor sempre aver cura,
in publico e in privato, «Né mai penso
poter» dicea «scontar l’obligo immens».

149Ma ben vi prego, per quel vivo amore
che in tante guise ognor mi dimostrate,
che il vostro re, mio suocero e signore,
sia per vostr’opra posto in libertate.
Qual desiderio esser devria maggiore
ch’aver l’occasion d’usar pietate,
tanto più in voi, ch’or di soggetto tale
lode e gloria n’avrete alta e immortale?

150Qual miglior, qual più nobile vendetta
trovar può l’uom che perdonar l’offesa?
Chi presta altrui pietà non meno aspetta
che a loco e a tempo a lui pietà sia resa.
L’orso, l’aspe e il leon sempre s’affretta
l’onta e il mal vendicar con rabbia accesa,
ma l’uom far quei pentir, da cui riceve
l’ingiuria, sol co i benefici deve.

151Di tutta Illiria ancor per la salute
devete farlo, avendo già tanti anni
tal piaghe per l’adietro in lei vedute,
con sì gravosi e manifesti danni,
che dolce parer può la servitute
presente, priva de i passati affanni;
ma se al re vostro si dà morte, a peggio
l’antico mal tosto ridursi veggio.

152E che sia il ver non fu la prima voce
del re prigion dentro Epidauro udita,
ch’ogni un contra la figlia empio e feroce
fu sì che a pena ebbe a salvar la vita;
che saria dunque uscendo fuor veloce
per tutto il grido esser lui fuor di vita,
e che ad un tempo avesse ogni un dissegno
d’Illiria a forza d’usurparsi il regno?».

153Più oltra il buon Ragusio ancor volea
seguire, e a quegli addur nuove ragioni,
che ben gran campo sopra questo avea
per far che al re la vita si perdoni;
ma il popol, che negar nulla potea,
al duce loro, e più d’ogni altro a i buoni,
gridàr tutti: «A voi sia di Regillano
non men la vita che la morte in mano».

154Soggiunse un d’essi poi, ch’era il maggiore
di grado, e disse: «Alcun non è di noi
che offeso dal re sia, ma fu, signore,
ciò fatto sol per trar da morte voi;
vostra è l’offesa, ambi di vita fuore
sareste già per l’empio re, ma poi
che volete per mal rendergli bene
di contradirvi a noi non si conviene».

155Costante replicò ch’eran di vera
lode ben degni, e che il buon duce questo
facea scorgendo sol che in tal maniera
vietava loro eccidio manifesto.
Né s’indugiò, che quella istessa sera
il re fu sciolto, il qual pallido e mesto,
l’oscure luci ognor tenendo fisse,
traea sospir, né mai parola disse.

156Ben fe’ Ragusio e fe’ Costante seco,
con gran sommission più volte scusa,
ma quel sempre con sguardo oscuro e bieco
mirando ogni un, tenea la bocca chiusa,
poi che il liquor che dal tartareo speco
portò la Furia sì gli avea confusa
la mente che sol pensa e sol discorre
come possa il guerrier di vita tòrre.

Libro XI

ultimo agg. 10 Settembre 2015 19:07

Argomento
Il regno Regillan rende a Costante,
morto poi quel dal popolo nel tempio
coronar fa Ragusio, e getta l’empio
Cimara dal petron col capo inante.

Regillano assedia Epidauro per ritornare in possesso del regno, la città soffre la fame ma resiste, solo grazie al coraggio di Costante viene conquistata e saccheggiata (1-97,4)

1Giunse in tanto un corrier con molta fretta
d’Epidauro, e portò questa ria nuova:
che la figlia del re chiusa e ristretta
da la gente d’Aureolo si trova,
che mentre averla in suo poter si affretta
l’arte e gli inganni oltra le forze prova,
onde fuor che dolersi e lamentarsi
Felice altro non può, né sa che farsi.

2Simili a l’oro di color le chiome
avendo in gioventù costui ch’io dico,
detto Aureolo fu con nuovo nome,
Scauro posto in oblio, suo nome antico.
Visto ei le forze de l’Imperio dome,
e non qual figlio già ma qual nemico
Galeno verso il padre suo mostrarsi,
sendo in Epiro, Augusto fe’ chiamarsi.

3E per dispregio di Galeno, accolto
tosto avendo gran numero di gente,
contra di Macrian prima rivolto
superbo se ne gìa verso Occidente;
e ben pensò che la fortuna volto
gli avesse il crine, avuta nuovamente
quindi al passar notizia del gran caso
di Regillan, ch’era prigion rimaso.

4Con questa occasion fece dissegno
d’aver per forza o per amor Felice;
indi occupar sì ricco e nobil regno
dicendo: «Il tutto per regnar mi lice».
Contra del re prigion molti, cui sdegno
mosse od invidia, d’ogni mal radice,
non pur gli diero aiuto e l’invitaro
ma quel con prieghi ancor quasi sforzaro.

5Senza che alcun de’ suoi dunque abbia morte,
né chieder meglio avria potuto a bocca,
subito accolto fu dentro a le porte
con tutti i suoi da la vil plebe sciocca;
talché Felice con le guancie smorte
fu costretta a fuggir dentro a la rocca,
dove il tiranno ognor la notte e il giorno
la tenea chiusa, e circondata intorno.

6Parve che giunta questa nuova tanto
al re d’Illiria dentro al cor premesse
che gli scemò l’infernal rabbia alquanto,
o fosse pur che allor così paresse;
la mente sol tenea rivolta in tanto
come lo stato riaver potesse,
e mostrossi a Ragusio et a Costante
diverso assai da quel che fece inante.

7E con l’aiuto lor tosto raccolta
gran gente avendo, tutti insieme andaro
verso Epidauro con prestezza molta;
né però quivi Aureolo ritrovaro,
che una parte de’ suoi, la maggior, tolta,
mentre gli altri a l’assedio ivi restaro,
già contra Macrian s’era partito
con buono augurio, a meraviglia ardito.

8Ma se lui non trovar, ben v’era Crate,
cittadin d’Epidauro, e il rio Narento,
duci di quante genti avea lasciate,
forti e colmi ambedue d’alto ardimento;
quei, di voler serbar la libertate
mostrando, ad altro avean l’animo intento,
onde a la giunta lor trovàr le porte
chiuse, e la terra a meraviglia forte.

9Pien d’ira Regillan tosto la cinse
con l’essercito suo tutta d’intorno,
e quel più volte a darle assalto spinse,
ma sempre ritornò con danno e scorno;
senza assalirla più dunque la strinse,
e conchiuse di far quivi soggiorno,
tenendola sì chiusa e sì ristretta
che al fin di darsi a lui fosse costretta.

10Sapea quando n’uscì che solamente
vi lasciò vettovaglia per un mese,
e che essendo ivi poi giunta gran gente
la fame ch’avrian tosto era palese;
d’ogni popolo ancor pianti sovente
s’udian e strida in tutto quel paese,
che da l’Epiro e a gli Istri, a la Liguria
era in quell’anno universal penuria.

11La città si trovò per tal cagione
sì di frumento vòta, e Regillano
nel far d’intorno a ciò provisione
spese ognor l’opra e la fatica invano,
onde tra il popol nacque opinione
che sol per questo divenisse insano,
vistosi disperato e pien di noia
ch’ogni uom di fame nel suo regno muoia.

12Tanto più che per forza di danari
di biade al fin gran copia estratto avea,
corrotti prima i lor ministri avari
ne l’Egitto e ne l’isola d’Eubea,
e in un sol giorno, in due diversi mari,
appresso al promontorio di Malea
e ne l’Euripo, per tempeste gravi
s’eran sommerse al ritornar le navi.

13Quel che già lo traffisse or lo conforta,
quel che gli diè tormento ora gli aggrada,
perché la impresa sua scorge più corta,
certo di vincer senza stringer spada;
di ciò la gente ch’era dentro accorta
in disperazion convien che cada,
benché sia Crate a simular rivolto,
però scritto il suo cor mostra nel volto.

14Questo medesmo avviene anco a Narento
che l’uno e l’altro ben scorge il periglio,
e l’uno e l’altro a riparargli intento
la notte e il giorno fan tra lor consiglio;
veggion qual sia l’universal spavento,
senton qual sia l’universal bisbiglio;
stanno in sospetto grande e sempre han cura
che alcun non faccia contra lor congiura.

15Con ogni studio, de i soldati intenti
son d’acquistarsi ognor grazia e favore,
facendo ingiuria a tutte l’altre genti,
ne l’aver, ne la vita e ne l’onore.
Quanti infelici e miseri fur spenti
mentre costor coprian sotto colore
di bene il male, e di giustizia il torto,
ciascun per tema ognor languido e smorto!

16Fra pochi dì furo i più ricchi uccisi,
d’offesa magiestà tutti accusati,
e per decreto publico divisi
i beni lor fra i duci e fra i soldati;
s’alcuni tristi si vedean ne i visi,
de i beni a gran furor venian spogliati,
né mai giorno passò che a fil di spada
non fosser posti almen venti per strada.

17S’era da Crate o dal compagno ditta
cosa, in fretta da tutti si essequiva,
e forza avea di ferma legge scritta,
ch’alcun di contradir mai non ardiva.
Ma quel che la città più rese afflitta,
e che in tutto la fe’ di speme priva,
un bando fu: ch’ogni un dar gli devesse
ciò che di grano e d’altre biade avesse,

18sotto pretesto ch’uopo era aver cura
nel compartirlo al popolo d’intorno,
distribuendol poi con gran misura
per ogni bocca tanto pane il giorno.
Troppo aspra essendo questa cosa e dura,
n’ebber quasi gli autori e danno e scorno,
perciò che il popol sollevassi tosto,
pria di morir che d’ubidir disposto.

19Troppo era grave a lor quegli alimenti
prima acquistati con fatiche tante
tòr di bocca a i lor figli, a i lor parenti,
e quei morti cader vedersi avante,
per pascerne i soldati et altre genti
nemiche loro, e in guisa fu costante
nel ricusar ciascuno, e invitto e forte,
che aprire a Regillan volser le porte.

20Tutti presero l’armi e in un momento
gridaro ad alta voce: «Libertate!»,
e «Viva Regillan, muoia Narento!»
s’udia, «Viva Ragusio e muoia Crate!».
Ad ogni occasion Costante intento
si presentò con molti genti armate,
chiesta prima licenza a Regillano.
Ma tal tumulto e tal romor fu vano,

21ché dentro il popol non avendo certi
duci che gli facessero la scorta,
per contrario i tiranni essendo esperti,
e stando sempre con la mente accorta,
e in lor servizio in fino a morte offerti
già sendo i soldati, ad ogni porta
mutàr tosto le guardie e con gran gente
contra il popolo andaro arditamente.

22Sparto e confuso il popol, ma i soldati
venian sotto l’insegne e stretti e fermi,
co i duci loro in ordinanza armati,
gli altri la maggior parte erano inermi;
onde al primo arrivar furon cacciati
e rotti sì che non trovaron schermi,
e ciascun loco del lor sangue tinto
lasciando, quasi ogni un rimase estinto.

23Restaro in guisa deboli che cura
né più d’essi timor punto s’avea,
privo rimaso adunque di paura
ciascun soldato a suo piacer facea:
si sforzan donne, si uccide e si fura,
fuggita in tutto è già la bella Astrea;
cosa a soldato alcun non si disdice,
ma ciò che aggrada lor tutto ancor lice.

24Questa strage del popol doppiamente
gioco a i tiranni fe’, ch’avendo il petto
vòto d’ogni timor, potean sovente
dormir quieti e senza alcun sospetto,
oltra che essendo la città di gente
scema in tal guisa, e l’ordine ristretto,
nel dare il pan sempre adoprando i pesi
quel che un sol non gli avria bastò tre mesi.

25Ma che dich’io ristretto, poi che tolto
del tutto il cibo a molti dir si puote?
Chi lo comparte a ciascun guarda in volto,
sendogli ben tutte le faccie note,
talché il soldato vien tosto raccolto,
escluso il cittadin con le man vòte;
s’alcun pur trova al fin pietà gli tocca
di quel c’han gli altri il quarto e men per bocca.

26E da i soldati ancor gli era quel poco
tolto per forza, e quei ferito e morti,
talché dentro Epidauro in ciascun loco
magri appariano i cittadini e smorti;
tra lor stando i soldati in festa e in gioco
cui fintamente i due tiranni accorti
creder facean che Aureolo discosto
non era, e che sarian soccorsi tosto.

27E che di Tessalonica e d’altrove
s’avrian tosto in gran copia e carne e grano,
ch’ognor n’avean più certe e fresche nuove,
dando a i lor capi finte lettre in mano:
in quelle si leggean le invitte prove
d’Aureolo fatte contra Macriano,
e ch’ei già vincitor daria rimedio
presto al bisogno, e leveria l’assedio.

28Con gran speranza ma con poco pane
restò più giorni ogni un queto e satollo,
scorrendo la città sera e dimane,
dentro a le case con le tasche al collo;
e visto alcuni o topo o gatto o cane,
colombo non dirò, gallina o pollo,
cuocer per nutrir mogli o padri o figli
tosto il ghermian co i lor feroci artigli.

29E sdegnandosi a quei dar con le spade
già fatti miserabili d’aspetto,
gli davan pugni e calzi, che a l’etade,
a i gadi, al sesso non avean rispetto.
Di male in peggio adunque la cittade
sen gìa di giorno in giorno, che disdetto
non essendo mai cosa a quelle genti,
s’udian per tutto ognor strida e lamenti.

30Ciò che di grano avean serbando questo
modo, pur non bastava un mese intero,
però solo era a i duci manifesto,
restando a tutti gli altri occulto il vero;
si manda, sotto il solito pretesto,
di pane il cittadin scarco e leggiero,
talché a vedergli afflitti per le strade
mosse l’Erinni avrian tutte a pietade.

31Per debolezza in piè teneansi a pena
vecchi e putti non sol, ma d’ogni etade.
Di cadaveri già sendo ripiena
quella infelice e misera cittade,
che fosser arsi quei, sotto gran pena,
gli empi ordinaro al fin, non per pietade
che ne i tiranni sia, ma per sospetto
che il Ciel non fosse da la puzza infetto.

32Ma nessuno ubidia, ché a gli infelici
stato saria l’uccidergli un conforto,
che sì miseri essendo e sì mendici
dir si potea ciascun peggio che morto.
Dunque i soldati de i tiranni amici,
di tal puzzo il periglio anch’essi scorto,
pronti ubidiro al bando e in ciascun loco
purgaron tutta la città col foco.

33E, fatti più superbi e più arroganti
per la tanta licenza a lor concessa,
sordi a i lamenti, a le querele, a i pianti
de la città da grave giogo oppressa,
le tolser di città forma e sembianti,
con l’impietà ne i cuori loro impressa;
nulla di fuori è de i nimici il danno
rispetto a quel che costor dentro fanno.

34E s’han da prima ognor furti e rapine
fatte, di sangue orribilmente tinti,
se tante donne e vergini meschine
e s’han tanti fanciulli e vecchi estinti,
che faran dunque, disperati, al fine
da gran disagio e da gran fame spinti?
Non giova a i duci più scusa o coperta
che a tutti è già la gran penuria certa.

35E quel che a i cittadin prima a diletto
facean, fanno a i soldati ora per forza
Crate e Narento, essendo a ciò costretto
da gran necessità ch’ambo gli sforza;
e sì grave timor gli ingombra il petto
ch’ogni viva speranza in tutto ammorza,
e d’ogni ’ntorno già stretti e rinchiusi
disperati ne stan, non che confusi.

36Nel dispensare il pane e le vivande
più non si serva alcun ordine o meta,
onde, se prima avean licenza grande,
ora a i soldati più nulla si vieta;
scorrendo vanno da tutte le bande,
che parte alcuna non è lor secreta;
gettano gli usci e le finestre in terra,
e via più che i nemici essi fan guerra.

37Non basta esser col ferro, esser col foco
per strada e in casa i cittadini oppressi,
talché trovar non puon sicuro loco,
che si uccidon per fame anco lor stessi;
per debolezza a molti giova poco
ferirsi, che il morir non gli è concesso,
e pregan s’indi alcun passa per sorte
che dar gli voglian per pietà la morte.

38Molti da chi passava eran negletti,
scarsi de l’empio in van chiamato aiuto;
a molti ancor traffitti erano i petti
sol per far prova s’era il ferro acuto.
Ma chi volesse i tanti vari effetti
tutti narrar, non gli saria creduto;
pur vo’ contarne un solo e da quel spero
ch’ogni altro creder si potrà per vero.

39Tra l’altre donne in tutto di consigli
prive e d’aiuti in così aperti danni,
una vedova fu, ch’avea tre figli
maschi, di tre, di quattro e di cinqu’anni,
che di color vincean le rose e i gigli,
cagion che in gravi e in dolorosi affanni
la madre stia, cui troppo è duro e greve
ch’abbian di fame a perir tutti in breve.

40Di cose immonde l’infelice in vita
gli avea più giorni a gran pena tenuti,
ma sendo ogni distanza già fornita,
né più trovando cosa onde gli aiuti,
si rinovò la sua doglia infinita,
e in un sol dì le diventàr canuti,
con meraviglia e fuor d’ogni altrui stima,
quei capelli che d’or sembraro in prima.

41Dentro tutta struggeasi a dramma a dramma,
misera intorno avendo quei, che spesso
piangendo le dicean: «Dolce mia mamma,
dammi del pane, ohimè, ch’io muoio adesso».
Come talor sopra l’ardente fiamma
legno verde veggiam dal villan messo
strider, stillarsi in acqua a poco a poco,
in cener farsi al fin cedendo al foco,

42così l’afflitta giovene, che priva
d’ogni speranza e d’ogni timor piena,
veggendo ben che pochi giorni viva
devea restar per l’angosciosa pena,
talor gemer pian pian, talor si udiva
stridere, e co i sospir l’aria serena
spesso offuscava, e da i begli occhi fuore
stillato in pioggia uscir sentiasi il core.

43E le nacque un pensier malvagio e fello:
ad uno di quei tre dar morte (a cui
diede già vita) acciò che poi con quello
nutrimento porgesse a gli altri due,
onde senza indugiar prese il coltello,
dicendo a i figli suoi: «Qual fia di vui
sì dal destin condotto e da la sorte,
che a gli altri vita dia con la sua morte?».

44E mentre or guarda or l’uno or l’altro intente,
che intorno a chieder pane ognor gli avea,
come una statua immobile diventa,
cadendole il coltel che in man tenea;
poi si sveglia, e di nuovo uccider tenta
l’un d’essi, ma però qual non sapea;
tutti ugualmente come figli ha cari,
e son di grazia e di bellezza pari.

45Ma tanto nel suo cor la forza infuse
questo, in un, crudo e pio proponimento
ch’ambi gli occhi, ripreso il coltel, chiuse,
e menò cieca, un picciol colpo e lento,
perché sì gran tremor se le diffuse
per l’ossa e per le vene in un momento,
che il colpo tardo alquanto e debil rese,
né con forza o vigor giuso discese.

46Sera e mattina poi di quella carne
tenea gli altri due vivi, e cinque o sei
giorni interi si astenne, che gustarne
né mica puote o volse mai per lei;
la fame ognor la spinge, e per mangiarne
talor mossa la man, – Dunque farei
tal fallo? – seco parla, e si ritira,
e tra forza e ragion piange e sospira.

47Ma poi, di nuovo da gran fame vinta,
mangiar ne vuol, poi subito non vuole.
Digiuna vista già l’avea la quinta
volta girando, anzi al sesta il sole,
talché vicina al rimanente estinta
si afflige e si ramarica e si duole,
né quivi essendo alcun per aiutarla
seco soletta in questa guisa parla:

48- Ohimè, che debb’io far? debb’io soffrire
che il proprio figlio mio cibo mi sia?
O pur di fame or or debb’io morire,
vedendo poi che da la morte mia
di questi due la morte ha da seguire
e cruda farmi sol per esser pia?
Tra gran pietà gran crudeltà si asconde
da ciascun lato, il che più mi confonde.

49Se mangiandone ancor mi serbo in vita
per nutrir questi pargoletti infanti,
quando del tutto poi sarà finita
la carne del figliuol c’ho qui davanti
per dare a l’un di questi vivi aita
debbo iterar nuovi funebri pianti?
Debbo uccider di nuovo un altro figlio
per pascer l’altro e me trar di periglio?

50Ma se d’animo ancor sarò sì forte
che de’ miei cari figli un altro uccida,
fornito quel torno a la istessa sorte
del terzo figlio udendo ognor le strida,
giunger per fame al fin vedrollo a morte;
dunque fia ben che a me stessa divida
per mezzo il cor, né fuor trarmi d’impaccio
potrò, s’io non mi annodo al collo un laccio.

51Ma posto, o figli miei, che ogni un di voi
senza disagio in sanità conservi,
presa Epidauro, ahimè, che sarà poi,
ché in sua difesa mancan forze e nervi?
Da Regillano o da i soldati suoi
morti sarete, o prigion fatti e servi.
Gli occhi non volgo in parte alcuna, ch’io
l’eccidio vostro non vi scorga e il mio -.

52E d’essi or l’uno or l’altro lacrimando
basciava, e tra le braccia tenea stretto,
dicendo: «O dolci, o cari figli, quando
non posso aitarvi, di morir m’affretto;
ma prima a gli alti dèi vi raccomando».
Così dicendo si traffisse il petto
con un coltello acuto ch’avea in mano,
ma fu per debolezza il colpo vano.

53Sì profonda però fu la ferita
che mandò sangue in copia, e per dolore
distesa cadde, ma rimase in vita,
perché l’afflizion fosse maggiore.
Quando mai fu sì gran miseria udita?
Vivendo, morto avea nel petto il core;
potea a pena parlar, ma il sentimento
restava, e il lume in lei non era spento.

54Quei figli suoi stando ella in tal maniera
del pan chiedeano e le piangean d’intorno;
quindi a caso passaro in quella sera,
su l’ora che da noi sparisce il giorno,
venti soldati Achei, che in una schiera
faceano a i cittadini oltraggio e scorno;
quei, de la carne ch’ivi era rimasa
l’odor sentito, entràr per forza in casa.

55Tre d’essi l’uscio ruppero e calaro
gli altri dal tetto, e venner tutti dove
quel sì brutto spettacolo trovaro,
che forse tal mai non si vide altrove;
giacer la donna in terra e i figli a paro
videro, e d’essa le inumane prove:
sopra la mensa dentro un panno involto
del figlio cotto ambe le braccia e il volto.

56E mentre come attoniti e insensati
l’un l’altro si tenean le luci fisse,
«Questi innocenti, ahimè, raccomandati
vi sian;» la donna a gran fatica disse,
«a me, cui sì contrari furo i fati,
cui sì fortuna in ogni tempo afflisse,
vi prego per dar fine al gran dolore
con quelle spade a trapassarmi il core».

57Ma quel che gli empi Greci far pensaro
fu contrario a i suoi prieghi totalmente,
che viva lei per più dolor lasciaro
in tal guisa stentar miseramente,
e in sua presenza i figli suoi scannaro,
e gli arrostiro al foco immantinente;
poi, quei partiti, ch’eran cotti a pena,
se ne fecer tra loro orribil cena.

58Benché avesse gran fame, un sol fra tanti
non ne toccò, ma si partì digiuno,
e narrò il caso andato a i duci avanti,
caso che sbigottir fece ciascuno;
quei dunque udendo sol querele e pianti,
giudicaro per lor molto opportuno
di dar, trattando accordo, a Regillano
salva la robba e lor, la terra in mano.

59Tanto più ch’eran le promesse note
ch’avean fatto a i soldati ambo i tiranni,
le quai d’effetti riuscendo vòte,
chiari a tutti apparian gli orditi inganni.
Gran tempo la bugia regnar non puote,
talché gli empi temean d’aperti danni,
se non che occasion molto insperata
gli fu da la fortuna apparecchiata.

60Quando Aureolo, contra Macriano
passar volendo, ragunava gente
d’Etolia e d’Arcanania, in copia grano
cercò prima d’aver cauto e prudente;
e, commesso che a lui dietro pian piano
s’inviasse per mar verso Occidente,
mentre venìa per gran procella spinto,
fu di quel parte in Itaca e in Zacinto.

61L’altro Aureolo avendo a salvamento
ricevuto, e per via quasi rimaso,
di Crate in tanto seppe e di Narento,
da cui fu d’aiutargli persuaso,
e stando a questo e giorno e notte intento
conobbe molto periglioso il caso,
che senza vettovaglia alcun rimedio
non trovariano a così lungo assedio.

62Né potendo in persona gir per trargli
d’assedio, ch’era troppo innanzi scorso,
con tutto quel che può per aiutargli,
e far che di frumento abbian soccorso,
fece quel poco subito portargli
che in Itaca e in Zacinto era trascorso,
scrivendo che andaria, sì come deve,
con la persona a dargli aiuto in breve.

63Quel nocchiero, a cui diede Aureolo cura
di condur tal frumento, oltra che accorto
mostrossi, di buon vento ebbe ventura,
talché arrivò senza contrasto in porto;
quanto più d’Epidauro intra le mura
si fe’ palese il giubilo e il conforto
ch’ogni tiranno, ogni soldato n’ebbe,
tanto a quegli di fuor più ne rincrebbe.

64E Regillan, perch’ebbe opinione
che il duce de l’armata sua Careno
fosse di tutto ciò stato cagione,
se non per fraude, per pigrizia almeno,
senza punto ascoltar la sua ragione
del solito furor tartareo pieno,
sordo a i prieghi, implacabile e feroce,
con doglia universal fe’ porlo in croce.

65Sapeasi da ciascun ch’era innocente,
e per tutto l’essercito era noto
che da l’esser quel fido e diligente,
sempre ogni cosa al re successe a vòto,
ma che l’armata quindi finalmente
cacciò per forza un procelloso Noto,
dal contrario nocchier più giorni atteso
mentr’era cauto al suo dissegno inteso.

66Dunque si fe’ ne la città gran festa
con gridi e fochi da i soldati, avegna
che essendo poca vettovaglia questa
di così gran rumor non era degna;
solo a i tiranni essendo manifesta
la poca quantità, ciascun s’ingegna,
ponendo studio e stando a questo intenti,
che diece appaia ogni misura e venti.

67Né più volser trattar con Regillano
accordo o patto alcun, sperando in breve
ch’Aureolo, vinto e rotto Macriano,
gli scampi da sì lungo assedio e greve.
Giunto sicuro in Epidauro il grano,
come ne i gran bisogni far si deve,
ritornaro ad usar con somma cura
nel compartirlo il peso e la misura.

68E per mostrar che de i nemici vane
saran le forze, e che non han timore
gettar fecer quel giorno in copia pane
con archi e frombe nel lor campo fuore;
e scoprendosi alcun le parti strane,
per dispregio del re, per disonore,
«Guarda» dicean gridando da le mura,
«se in questo volto aver mostriam paura».

69Onde il guerrier, che a’ prieghi del cortese
Ragusio indietro il suo viaggio torse,
visto che più d’un giorno e più d’un mese
da far si avrebbe e più d’un anno forse,
tra se medesmo per partito prese
di volere in camin l’altro dì porse,
ripigliando il lasciato suo viaggio
tosto che il sol scoprisse il nuovo raggio.

70Ma quella dea, che fuor del capo uscita
essendo già del sommo Padre eterno,
seco participò de l’infinita
sua providenza e suo consiglio interno,
di dar conchiuse a Regillano aita,
ma che al guerrier, di ch’ella avea il governo,
si devesse l’onor di tanta impresa,
a cui subito andò, dal Ciel discesa.

71E con quel suo divin sembiante vero
che spira leggiadria, senno e valore,
«Non lasciar questa impresa, o cavaliero»
gli disse «ché n’avrai subito onore,
e Vittoria gentil, che nel pensiero
sempre fissa ti siede, anzi nel core,
e che t’ingombra ognor l’anima e i sensi
trovarai dove di trovar non pensi».

72E così detto, essendo l’aria oscura,
seco il guidò per una grotta antica,
ch’uno acquedotto fu dentro a le mura
dove andar si potea senza fatica;
nessuno a questo avria mai posto cura,
che di felce e di pruni e d’alta ortica
quasi ad arte la bocca era coperta,
né mai, gran tempo è già, fu vista aperta.

73E per l’istessa via tornollo ancora
dove prima il trovò ne la sua tenda,
dicendo a quello: «Io sarò teco ognora,
acciò che il tuo valor più chiaro splenda».
Ond’ei senza aspettar che nuova aurora
di nuovo lume l’Oriente accenda,
al buon Ragusio suo de l’acquedutto
che pur dianzi trovò fe’ noto il tutto.

74E tosto ambi n’andaro a Regillano
dicendo che assalir con ogni gente
devesse la città là dove in piano
tra l’Austro ella risguarda e l’Oriente,
che in breve promettean di dargli in mano
que’ duo sleali, ond’essi incontinente
dal re partiti a l’acquedutto andaro
e dentro a quel con mille armati entraro

75E mentre il re, che non fu punto lento
a moversi con ciò che allor far puote,
la terra assale, e spinge in un momento
machine e scale, e il muro urta e percuote,
e che i soldati armar Crate e Narento
fan tosto, e corron con pallide gote,
per tema ch’ogni speme a lor sia tronca,
Costante e gli altri entràr ne la spelonca.

76Minerva armata a tutti andava inante,
lo scudo avendo in braccio e l’asta in mano,
ma nessun la scorgea fuor che Costante,
che la seguia, né mai l’era lontano,
sempre là donde ella togliea le piante
le sue ponendo il cavalier romano;
e così andando ognor carpone e cieco
giunser dove finia l’oscuro speco.

77Ma dove quel dentro a la terra usciva
avea molt’alta la salita, e in cima
con verdi e folti rami era un’oliva,
talché il sol non vedea già la part’ima;
l’arbore tosto a la celeste diva
porse aiuto a salir d’ogni altro prima,
che a l’inventrice sua, come la scorse,
chinata i rami in fino al fondo porse.

78Onde la dea, tosto che fu per opra
de l’util pianta fuor de l’antro uscita,
tirò Costante con la man di sopra,
il qual poi diede a tutti gli altri aita;
la forza intanto ogni soldato adopra,
prima disposti di lasciar la vita
che il re nella città rimetta il piede,
né del guerrier ch’è giunto alcun s’avvede.

79Di questa schiera non si accorge alcuno,
né de l’armata dea che le fe’ scorta,
la qual già sendo il ciel tra chiaro e bruno
subito aperse a Regillan la porta;
mentre Narento con parole ogni uno
che la sua libertà diffenda essorta,
e che tagliar fa Crate uncini e scale,
dietro a le spalle quei Costante assale.

80Onde, non pur senza contrasto, allora
ciò fe’ Minerva, che invisibil era,
ma l’avria fatto un uom mortale ancora,
smarrito ogni un per l’improvisa schiera;
Narento tutti quei ch’eran di fuora
già visti entrar, né pur sa in qual maniera,
quindi fuggì pauroso e molte miglia
corse, che dal destrier mai non torse briglia.

81E giunto ad un gran fiume che a traverso
de la strada correa gonfio e spumoso,
come quel che a gran salti sen gìa verso
la sua morte, anzi verso il suo riposo,
passar volendo vi restò sommerso,
col destrier tutto ne la rena ascoso,
ché trar di staffa non potendo un piede
con la sua morte nome al fiume diede.

82Così Crate non fe’, che ardito e forte
faceva animo a i suoi, ma ciò non valse,
ché dal popolo irato ebbe la morte;
tal rabbia, visto il danno suo, l’assalse
essendo state al re chiuse le porte
per sue parole e sue promesse false;
ma ciò dispiacque molto a Regillano
che volea vivo e l’uno e l’altro in mano.

83In Epidauro in tanto entrar sicura
potea per tutto la nemica gente,
ch’ogni porta era rotta, e che le mura
abbandonate furo immantinente;
già l’empio re l’usata sua natura
riprende, poi che vincitor si sente,
onde innocenza né vecchiezza giova,
né per beltà donna mercé ritrova.

84De la misera gente s’udian solo
lamenti e strida, essendo sol per tutto
con disperazion, mestizia e duolo,
singulti, crudeltà, querele e lutto.
Per tutto sparto d’uman sangue il suolo
vedeasi, né pur era un loco asciutto;
le vergini dolenti e scapigliate
ne i tempi e ne le piazze eran sforzate.

85Molti, cui per potente alta cagione,
stato il re fora a premiar costretto,
né colpa avean di tal ribellione,
né pur sopra di lor cadea sospetto,
punto nel fianco da tartareo sprone
e colmo il re d’infernal tosco il petto,
l’ingrato uccider fe’ tosto per merto
di quanto avea ciascun per lui sofferto.

86E tal licenza colmo di veneno
ne l’entrar dentro a i suoi soldati diede,
che poi pentito ritirando il freno
ritrar non però quei volsero il piede,
ma, d’uman sangue ogni un tinto il terreno
lasciando, era sol volto a furti, a prede,
e i più superbi tetti e i più sublimi
furo a provar di quei la rabbia i primi.

87Del re dinanzi a gli occhi, che gran doglia
n’have, e di sacre e di profane cose
la misera città tutta spogliata;
«Statue, pitture e veste preziose,
chi più puote di noi più se ne toglia»
dicean tra lor, e vasi e gemme ascose
tutte cercate e ritrovate furo,
né fu loco a tanto impeto sicuro.

88Patì fra l’altre donne violenza
da Tampso duce dardano, Torena,
che sola in casa abbandonata, senza
potersi aitar, restò di sdegno piena;
ma di Tampso mostrando a la presenza
d’esser dentro e di fuor tutta serena,
ciò visto quei le chiese ov’ella messe
le cose sue più preziose avesse.

89Quella rispose: «O signor mio, se vui
mi promettere far ch’io sia difesa
stando in man vostra, da le forze altrui,
talché a patir non abbia nuova offesa,
vi mostrerò dove ho riposto in dui
lochi tant’oro, a conservarlo intesa,
che al par d’ogni altri ricco ne sarete,
e sempre agiato riposar potrete».

90Promise quei con mente non sincera;
di cor dunque la donna invitto e forte,
per man lo prese e lo guidò dov’era
profondo un pozzo in mezzo de la corte,
cui disse: «Qui gettando ascosi iersera
quanti danari fur del mio consorte,
le gemme e i vasi d’or tutti e d’argento,
poi ch’ei rimase armato in piazza spento».

91Tampso malcauto, pien di manifesta
speranza, quella punto non ascose,
ma perché l’indugiar troppo il molesta
su la bocca del pozzo il petto pose;
co i piedi alti da terra, in giù la testa
porgea, per veder meglio quelle cose:
colto allor la donna il tempo, entrambe,
destra e sicura, al ciel gli alzò le gambe.

92E in tal maniera giù precipitollo
che intero pur non gli rimase un osso,
né le bastò che desse quei tal crollo,
ma gravi pietre ancor gettogli addosso;
poi nel pozzo sepolto star lasciollo,
del sangue suo già divenuto rosso;
questo saputo il re con fier sembiante
condur legata se la fe’ davante.

93E chiestala qual fosse: «Io fui di Crate
moglie, e sorella» disse «di Narento;
duci per conservar la libertate
contra te solo ad occuparla intento;
e Crate a torto e con gran crudeltate
per tua cagion restò pur dianzi spento».
Commise il re che in prigionia guardata
fosse, ma dal guerrier fu liberata.

94Scorrean le turbe intanto per le strade
senza pietà, di crudel sete ardenti,
vecchi e donne e fanciulli a fil di spade
ne gian, non che i soldati e l’altre genti;
le spoglie da diverse altre contrade
portate, e d’Epidauro gli ornamenti
tolti a i nemici già fur da coloro
rapiti, e l’armi e il publico tesoro.

95Mai non fu pari a sì gran strage essempio,
ancor che stesse a terminarsi poco;
torre sicura ivi non era o tempio,
non che più vile e più negletto loco;
commesso a tutti avea da prima l’empio
re che adoprasser solo il ferro e il foco,
a cui Ragusio oppostogli e Costante
fèr sì che il mal più gir non poté avante.

96Quella gente d’Aureolo che chiusa
tenea Felice ne la rocca intorno,
subito quindi si partì confusa,
ché pazzia fora stata il far soggiorno;
ma perché troppo se ne gìa diffusa,
n’ebbe al fin danno a mal suo grado e scorno,
che, da Ragusio e dal guerrier seguita,
pochi o nessun di lor salvò la vita.

97Onde al ritorno con le braccia aperte
corse la donna al suo diletto sposo,
che da lei volse udir l’onte sofferte,
ond’ei privò restò d’ogni riposo.
In tanto Regillan tener coperte. Regillano cerca di uccidere di sua mano Costante, ma è trucidato dal popolo (97,5-109)
non può le cure che già il cor gli han roso:
or che ogni suo nemico è in tutto estinto,
scoprir convien quel che gran pezzo ha finto.

98Ora ch’egli ha ricovrato il regno,
né più bisogno aver d’alcun si vede,
di dar morte a colui pur fa dissegno
cui debbe ciò ch’egli ha, per sua mercede;
da cui lo stato ebbe e la vita in pegno,
di verace pietà, d’intera fede;
ma il conoscer lui ciò gli è maggior sprone
che ’l fa scorrer lontan più da ragione.

99E d’alta rabbia cieco in guisa il rende,
e sì con più furor sempre in lui sorge
che il grave suo periglio non comprende,
né la sua morte manifesta scorge;
egli sa pur che il popol tutto offende
col dar morte a Costante, e pur si accorge
che sol per opra sua gente infinita
salvò dianzi l’aver, salvò la vita.

100E che ciascun non pur l’ama e l’onora,
tutto a servirlo e giorno e notte inteso,
ma che l’inchina e come dio l’adora,
per sua salute giù dal ciel disceso,
e che Ragusio, il qual sta seco ognora,
fia di tal morte in fino a l’alma offeso;
ma l’empio altro non mira, altro non pensa,
che di sfogar l’infernal rabbia immensa.

101Nel tempio di Giunon, dunque, non molto
dopo che al sacrificio erano intenti,
dov’era il più de i nobili raccolto
e de la plebe e d’altre varie genti,
fatto in un punto il re pallido in volto,
con gli occhi torti e più che fiamma ardenti,
ferir volse Costante, ma fu vano
quel colpo allor, ché gli tremò la mano.

102Meraviglioso indietro si ritira
tosto il guerrier, che il ferro in alto vede,
ma per fretta e per colera non mira
nel ritrarsi ov’egli ponga il piede,
onde in un grado che d’intorno gira
l’altar, che in mezzo a quel più basso siede,
col piè percuote, e cade in terra steso
non che dal ferro fosse punto offeso.

103Tosto che ogni un si fu de l’atto accorto
che il re fece, e il guerrier visto cadere,
per soverchio dolor credendol morto
questo e quel l’empio re sdegnoso fère,
talché non gli lasciaro in spazio corto
gambe né braccia né pur dita intere,
tanti di ciò volean l’onor, la palma
ch’ei senza corpo fu pria che senz’alma.

104Qual fier orso o cinghial ch’abbia col dente
fatto o con l’unghie alcun restare essangue,
ferir dappresso e di lontan si sente,
or da questo or da quel che geme e langue,
e sì contra di lui cresce la gente
ch’esser tinto il terren del proprio sangue
mira prima che cada, et ancor vivo
riman di gambe e d’altre membra privo,

105tale avvenne ano al re perfido e ingrato.
In tanto il cavalier, ch’era caduto,
levossi, e corse di buon zelo armato
per dare al re, ché non perisse, aiuto;
ma sì come ab eterno era ordinato
al suo fin già trovollo esser venuto,
onde con pompa i tronchi indi fe’ tòrre,
e sopra un’alta e regal pira porre.

106Ma poi che fu abbrusciato, e il cener posto,
sì come a re conviensi, in ricco vaso,
coronar fece il buon Ragusio tosto,
che per la moglie erede era rimaso;
a questo il popol si trovò disposto,
ch’uopo non fu d’averlo persuaso.
A cui via più che al re felice e buona
fu l’ora e il punto in ch’ei prese corona,

107ché giusto essendo e pio regnò sol diece
anni, e morì in età verde e fiorita,
ma tante e sì buon’opre in questi fece
ch’esser stato parea mill’anni in vita;
a nullo altro signor d’arrivar lece
per molto spazio a sua bontà infinita.
Senza alcun figlio aver prima la morte
vide, con suo gran duol, de la consorte,

108ma con varie maniere e con diverse
sempre occulto serbò l’interno affanno,
e sì dentro lo chiuse e lo coperse
che in lui cagion fu di palese danno,
perché in un punto poi se gli scoperse:
non era fuori a pena anco il prim’anno,
una sì gran postema al cor d’intorno
che se gli ruppe e l’affogò in un giorno.

109E lasciò tosto ch’ebbe il suo fin scorto
libera la città, ma il popol tutto
privo d’ogni piacer, d’ogni conforto
molti anni visse in grave doglia e in lutto.
Poi fu da lui chiamata in tempo corto
Ragusia la città quivi e per tutto
che in fino a questa età ricca e superba
tal nome in pace e in libertà riserba.

Costante riparte e trova sul lido un cavaliere che sta cercando di togliersi la vita: è Vasconio, che gli narra come Vittoria, per venirlo a cercare, sia finita in mano del rio Cimara (110-133)

110Costante adunque, poi che vide il saggio
Ragusio di regal corona adorno,
da Minerva ammonito, il suo viaggio
dopo questo riprese il terzo giorno.
Era allor che il temprato e lieto maggio
tutto rende il terren fiorito intorno,
quando Costante uscì fuor de le porte
col re novello e con la sua consorte.

111E tre miglia lontan quindi commiato
da lor con molte e gran proferte prese,
a cui benigno il re più ch’altri e grato,
grazie di tanti benefici rese;
e da lui fu di ritornar sforzato,
poi ch’ebbe in vano assai parole spese,
ch’ei più lasciarsi accompagnar non volse,
ma diece a pena sol con lui si tolse.

112Con questi giunto in Scodra il terzo giorno
il popol tutto ad incontrarlo uscìo,
e con letizia stando a quel d’intorno
gridava ogni un «Viva Costante Pio!»,
prima ogni loco avendo in Scodra adorno
come s’ei fosse non mortal ma dio;
ma quindi si partì poi la seguente
mattina, e si drizzò verso Oriente.

113E costeggiando ognor lungo le sponde
de lo Scadro a sinistra, indi vicino,
et a man destra de l’Ionio l’onde,
seguia con molta fretta il suo camino;
e così andando un dì sopra le fronde
trovò disteso un cavalier meschino
dolersi, e molli in guisa aver le gote
che dir, né pure imaginar si puote.

114Seco il miser facea sì gran lamento
che a le fere, a gli augei pietà ne porse,
e stava in guisa a querelarsi intento
che di tanti guerrier pur non s’accorse;
ma bramoso restar di vita spento,
cieco, sì lunge da ragion trascorse,
ch’avea contra se stesso il ferro volto,
pallido, afflitto e sbigottito in volto.

115Ma Costante gridò: «Che fai tu, insano
guerrier? la passion dove ti caccia?»,
e giù trattosi in fretta a quel la mano
prende, acciò che sì grave error non faccia.
Visto egli adunque riuscito vano
l’empio dissegno suo, l’umida faccia
levò turbato, e mesto nel sembiante,
e riconobbe il suo signor Costante.

116Onde la man gli bascia e salta in piede,
con sguardo assai men torbido e men fosco,
credendo a pena quel che tocca e vede
ciò è di trovar lui dentro a quel bosco.
«Deh, ditemi» Costante allor gli chiede
«chi siate voi, perch’io non vi conosco»,
sendo ei nel volto in guisa afflitto e scarno
che prima il fe’ pensar gran pezzo indarno.

117Ma in questo dir, con sua gran meraviglia,
ch’era Vasconio pur tornogli in mente,
che gli Aquitani suoi dentro a Marsiglia
guidò, per gir con gli altri in Oriente;
onde con gran pietà sopra le ciglia
basciollo, indi gli chiese immantinente
novelle de l’amata sua consorte,
e la cagion ch’ei volea darsi morte.

118Allor, poi ch’ebbe quel con più profonda
vena lagrime nuove in copia sparte,
cominciò a dir: «Qual mai grata o gioconda
cosa fia che il mio dolor pur scemi in parte?
Poi che pensando a quella orribil sponda,
che di mente giamai non mi si parte,
sento il misero cor tutto cangiarsi,
e foco e ghiaccio ognor più volte farsi.

119Sappiate, o signor mio, che la consorte
vostra» soggiunse «è posta in gran periglio,
e voglia Dio che non sia giunta a morte,
ché s’ella è in vita assai mi meraviglia;
ma se pur vive, ahi fato, ahi stella, ahi sorte!,
qual pietà mai, qual forza o qual consiglio
potrà di man del rio Cimara trarla,
de la cui crudeltà sol qui si parla?

120Costui, che a nominarlo sol le chiome
sento arricciarmi e tutto addosso il pelo,
sul monte che da i folgori tien nome,
ché sì sovente in lui cadon dal cielo,
d’una rocca è signor; né so dir come,
sendo ella fatta già per giusto zelo
d’assicurar quei tutti ch’indi vanno
s’usi a i dì nostri in lor pernicie e danno.

121Di voi dunque cercando ognor dolente,
da tre romani e da me sol seguita
Vittoria, stati siam tutti sovente
per strada in gran periglio de la vita;
ma, saggia essendo e forte ella ugualmente,
sempre a noi diè, non che a se stessa aita,
fin che presa restò dal rio Cimara
con nuovo inganno e con astuzia rara.

122L’empio ha la rocca in cima d’un gran sasso,
dove per volta non può gir più d’uno,
et in tal sito posta che a quel passo
convien per forza capitar ciascuno;
la cinge un bosco d’ogn’intorno a basso
ch’è al crudo e rio ladron molto opportuno;
guida a la rocca per stretti sentier
quanti ognor quindi van donne e guerrieri.

123E fatte per quei calli ampie e profonde
fosse, a lui solo e non ad altri note,
quelle con arti tal copre e nasconde
ch’indi nullo al passar scorger le pote;
di rami e di terren, d’erba e di fronde
coperte son di fuori, e dentro vòte,
talché a fatica augel per quella strada,
non ch’uomo alcun può gir che al fin non cada.

124Or quindi andando noi verso Corinto,
che da duo mari è chiuso e da duo porti,
Vittoria prima, i vostri dopo, io quinto
con fretta passavamo e male accorti,
che a guisa d’intricato labirinto,
confusi essendo quei sentier e torti,
caddero a l’improviso in un voltarse
dentro a tai fossi quivi in copia sparse.

125Di Vittoria e de gli altri adunque udita
la voce, ché al cader tutti gridaro,
spinsi il destrier per dar lor tosto aita,
ma ritrovai non esservi riparo;
gran turba intanto della rocca uscita
vi corse, e seco il rio Cimara a paro,
giù dal sasso discesi con tal fretta
che men veloce va dardo e saetta.

126Io sì rimasi di me stesso fuore
ch’io non sapea s’io fossi o vivo o morto,
e sì da l’ira vinto e dal dolore,
tosto che il rio spettacolo ebbi scorto,
che da la rabbia spinto e dal furore,
privo di speme e sbigottito e smorto,
gettar mi volsi anch’io nel cavo speco
dov’era la regina, e morir seco.

127Se non che, o signor mio, pur mi sovvenne
di quel c’ho già da voi più volte inteso,
che dal voler morir sol vi ritenne,
allor che fu da i Persi Augusto preso,
non di vita desio, che sì vi venne
in odio, e la chiamate inutil peso
quando al re vostro aiuto non apporte,
ma speme sol di scampar lui da morte.

128Con tal speranza anch’io dunque deposi
quel sì folle pensier con furor misto,
e quindi allontanato io mi nascosi
dove il tutto vedea senza esser visto;
e vidi trar quei perfidi e rabbiosi
ladroni, ond’io n’avrò sempre il cor tristo,
Vittoria e gli altri in poco spazio d’ora
con certe ruote agevolmente fuora.

129Non so come al cader restasse involto
ciascun di lor dentro a sì stretto laccio,
che, in guisa d’arco, a i piè legato il volto
lor vidi, e dietro l’uno e l’altro braccio;
poi che ogni un dunque fu da gli empi sciolto,
mi senti’ dentro far tutto di ghiaccio,
visti quei trar per forza in cima al sasso,
poi con furor precipitargli al basso.

130Salvio, Cecinna e Montio da la cima
de l’alta pietra giù precipitaro,
talché giunti non furo a la part’ima
che rotti e in pezzi gli infelici andaro,
Vittoria, che arrivò di sopra in prima,
non so dir s’ancor lei quindi gettaro,
che visto l’empie e scelerate prove
gli occhi per gran pietà rivolsi altrove.

131Ma che mi valse, ohimè, poi che presente
miro tal caso ognor con l’occhio interno,
e fissa porto ovunque io vado in mente
l’acerba strage, e porterò in eterno?
Tosto per voi trovar verso Occidente
presi la via del giogo più superno,
qual, perché rari o nessun mai v’arriva,
esser pensai di quelle insidie priva.

132Ma pria, disceso in terra dal destriero,
mel traea dietro per la briglia a mano;
portando intenti ognor gli occhi al sentiero
men giva accorto a passo lento e piano
e nel fermare il piè destro e leggiero,
per non possarlo in alcun loco vano,
che in fino adesso, ancor sì lunge essendo
dal rio ladron, quasi timor ne prendo.

133E di voi nuova a tutte le persone
quante ho scontrate in fino ad ora chiesi,
talché del re che por vi fe’ in prigione,
e che poi morte ancor vi diede intesi:
ciò creduto da me fu sol cagione
che il ferro ignudo in man subito presi,
e se non foste voi giunto per sorte
dato m’avrei senza alcun dubbio morte».

Costante salva Vittoria e uccide il brigante Cimara (134-161)

134Volea dir altro ancor, ma il pio Costante,
cui del periglio di sua donna calse,
patir non poté d’ascoltar più avante,
tal tema e passion dentro l’assalse,
ma, pallido e turbato nel sembiante,
fe’ che Vasconio il destrier tosto salse,
e per la strada ch’ei pur dianzi fece
del monte lo seguì con gli altri diece.

135E si affrettaro in tal guisa i guerrieri
due notti e un dì che meraviglia è come
senza mai prender posa i lor destrieri
durasser sotto a sì continue some.
Presso a la rocca al fin tra duo sentieri
l’altera diva, ond’ebbe Atene il nome,
si discoperse armata, e fu lor scorta
per quel sentier che gìa dritto a la porta.

136Poi tutti, eccetto un sol, lontani pose
quanto buon arco trar può in una volta,
e quei fuor del sentier quivi nascose
tra i rami, ove la selva era più folta;
l’aurora in tanto il crin d’oro e di rose
scoperto, e l’ombra d’ogn’intorno tolta,
gettossi in una tomba, e finse a caso
cader l’altro guerrier ch’era rimaso.

137Così ordinò la dea, così per sorte
avvenne a lui di far; questo Cimara
visto, con gli altri suoi correndo forte
esser primo volea ciascuno a gara.
Oh giustizia di Dio, come a la morte
guidi veloce la vil gente avara!
Ecco a la tomba in tanto ogni un venuto
dove a bel studio era il guerrier caduto.

138E mentre l’un la rota, e l’altro prende
la corda, e giuso vuol calar l’uncino,
e che Cimara a questo sol attende,
né scorge il danno suo già sì vicino,
giunto Vasconio ad un la testa fende;
ma di lui prima il gran guerrier latino,
dal cui lato la dea mai non si muove,
fatto avea già meravigliose prove.

139Due lasciò morti, il petto a l’uno e il fianco
traffitto a l’altro, il che visto i guerrieri
d’Illiria, per parer ciascun più franco,
si mostràr tutti in arme arditi e fieri;
dunque Cimara, isbigottito e bianco,
poi che non sa donde soccorso speri,
dentro il bosco a fuggir tosto si diede,
così com’era, disarmato a piede.

140E per quei orti calli e stretti passi
via più destro che damma e più leggiero,
senza impedirgli il corso o spine o sassi,
gìa trovando ogni occulto aspro sentiero;
Costante fermo e ciascun altro stassi,
che impossibil gli par sopra il destriero
seguirlo, andando quel per l’aspra selva
come da i veltri va cacciata belva.

141Da l’altra parte ancor certo periglio
scenderne in terra parea lor che fosse,
poi che d’intorno intorno, più d’un miglio
girando, il bosco va sì pien di fosse
che non giova saper, non val consiglio,
né per quindi uscir mai terrene posse;
ma scesi o su i destrier n’avrebber scorno,
ch’egli era uso per quel la notte e il giorno.

142Ma chi si trova ognor destra e presente
l’altera diva, illustre e gloriosa,
onde ha forza e saper l’umana gente,
facil ritorna ogni difficil cosa.
Dunque pose la dea subito in mente
di quello il cui pensier mai non riposa,
dove al fin capitar Cimara puote,
benché a lui fosser pria le strade ignote.

143Pur visto che in due parti il bosco fende
un ampio calle che va dritto e piano,
ch’ivi l’empio arrivar debba comprende
e ch’omai più non possa esser lontano,
preso adunque il vantaggio i suoi distende
per quel Costante, né ciò fece in vano,
che, il ladro attraversar volendo il calle,
Vasconio gli arrivò dietro a le spalle.

144Sì come accorto cacciator che al varco
cervo o capro talor nascosto attende,
che mentre quel sen va leggiero e scarco
né macchia o rupe al correr suo contende,
se gli fa incontro a l’improviso e l’arco
subito scocca, o che a la rete il prende,
così Vasconio allor subito assalse
Cimara, che a scampar nulla gli valse.

145Ma con più nodi subito legollo
talché fuggir per nessun modo puote,
e sì stretto gli avvinse e mani e collo
che in van si torce, in van s’aggira e scuote;
e in questa guisa al suo signor guidollo,
qual tratto in tanto avea con quelle ruote
(non men sottil che iniqua e crudel opra)
l’altro guerrier, ch’ivi caddeo di sopra.

146E quel da i lacci immantinente sciolto
dove nel cader giù rimansi avvinto,
verso l’empio ladron subito volto
gli disse, tutto di rossor dipinto:
«Or vedi che a la trappola sei colto,
volpe mal nata, dal peccato spinto,
che del gran strazio c’hai fatto di tanti,
crudel, non piace a Dio che più ti vanti.

147Non sai, perfido, omai ch’egli è promessa
da Dio tal legge, e che per tutto s’usa
punir la fraude con la fraude istessa,
e che da l’arte vien l’arte delusa?».
Visto Cimara che il suo fin s’appressa,
anzi ch’è giunto, tien la bocca chiusa,
che ben si accorge i vizi suoi del tutto
esser cagion che a questo sia condutto.

148Chiese Costante poi se giù dal sasso
gettato avea una donna, di sei giorni
prima arrivata a l’infelice passo
con tre guerrieri, e tutti d’arme adorni;
l’empio rispose allor col ciglio basso:
«Benché di strazi e d’infiniti scorni
mi sia pasciuto contra i guerrier presi,
mai però donna in nessun modo offesi.

149Quelle serbo in prigion dentro una torre,
per venderle a’ suoi sposi, a’ suoi parenti,
non men quivi, signor, fei quella porre,
ch’or dite voi, ma fur gli uomini spenti;
mentre le volsi le bell’armi sciorre,
per farne poi come de l’altre genti,
m’accorsi al trar de l’elmo esser lei donna,
che d’armi cinta in cambio era di gonna.

150E nulla o poco vi mancò che armata
con l’elmo e con l’usbergo e con l’arnese
giuso non fosse dal petron gettata
così mi disdegnò, così mi offese;
tosto che in cima al sasso fu guidata,
da noi fuggita, in man la spada prese
e tre de’ miei più cari e fidi a morte
pos’ella, destra a meraviglia e forte.

151E senza dubbio ancor saria fuggita
se di lei stessa si prendea sol cura,
che la mia gente timida e smarrita
fuggì tutta e si ascose per paura;
ma dar volendo a i suoi compagni aita,
sì come fa chi troppo si assicura,
di nuovo cadde in una tomba e presa
pur di nuovo restò senza contesa.

152Io, per grand’ira tutto acceso in volto,
né trovando altra via donde sfogarme,
per trarla giù dal sasso era già volto
quando mirai sì ricche e lucid’arme,
onde pria l’elmo per spogliarla sciolto,
non senza molta meraviglia darme,
scorsi la chioma ch’avea al capo involta,
lunga treccia apparir cadendo sciolta.

153E il dolce aspetto e i vaghi occhi lucenti,
la colorita faccia e il bel sembiante,
e con sospiri e con dogliosi accenti
il dir sovente: – O signor mio Costante! -,
potean dal corso i rapidi torrenti
fermare, e per pietà muover le piante;
ma non già me, sì d’ira acceso il core,
che né pietà né v’ebbe loco amore.

154Benché al fin poi da l’avarizia l’ira
vinta rimase, e la fei por nel loco
dove più d’una ognor piange e sospira,
poi che d’uscirne omai sperano poco».
Costante, pien di speme allor respira,
che udir quella in prigion gli sembra un gioco
rispetto a quanto gli avea fisso in mente
con chiodo acuto il rio timor sovente.

155E con gran fretta accelerando il passo
per liberar la cara sua consorte,
salito ch’ebbe a gran fatica il sasso
fe’ tosto aprir de la prigion le porte,
e de la torre giù nel fondo a basso
trovolla afflitta e con le guancie smorte,
che, di catene e d’aspri nodi avvinta,
fora rimasa in picciol tempo estinta.

156Chi dir potria l’alto piacer, la gioia
che, visto il cavalier, Vittoria sente?
Periglio a l’improviso è che non muoia
così scorser gli spirti immantinente.
Ma questo a Dio non piace, anzi la noia
passata in guisa uscir le fa di mente,
ch’altro non brama, ad altro più non pensa.
colma nel cor d’alta letizia immensa.

157Costante pazienza aver non puote
ch’ella sia fuor di ceppi e di catene,
ma l’abbraccia e le bascia ambe le gote,
e grave doglia per pietà sostiene,
doglia che il cor gli afflige e gli percuote,
che in tanti guai sia stata e in tante pene;
ma poi tal gioia il viver suo gli apporta,
che se l’afflige l’un, l’altro il conforta.

158Poi che restò da i lacci ond’era involta
Vittoria da Costante e dal cortese
Vasconio e da i guerrier d’Illiria sciolta,
col cibo alquanto ogni restauro prese;
talché in piacer l’alta mestizia volta,
per trar di servitù tutto il paese,
e per far d’ogni giusto al fin vendetta
contra il ladron cui l’avid’Orco aspetta,

159fatto quel strascinar su l’alto scoglio
giù Costante il gettò col capo avanti,
dicendo: «Ecco, malvagio, ch’io non voglio
che di straziare altrui mai più ti vanti,
così, pien di superbia e pien d’orgoglio,
tu crudo hai fatto per l’adietro a tanti».
Per cangiar poi tutto al contrario l’empio
costume in pio, fe’ de la rocca un tempio.

160Dove di Delfo e d’altri lochi intorno
fu gran frequenza d’uomini devoti,
che poi facendo in tal loco soggiorno
sempre abondante fu da i sacerdoti,
che Dio pregando ognor la notte e il giorno,
restàr per tutta Europa in breve noti,
e il tempio fu con cerimonie nuove
sacrato a sommo Acroceraunio Giove.

161Ai prieghi, al tempio, al nome suo rispetto
avuto adunque il gran figliuol di rea,
quivi cessò mandar dal divin tetto
fulmini tanti, come pria solea;
per questo al monte, poi, che da l’effetto
l’antico nome già sortito avea,
cessato essendo il nome ancor si tacque,
e dal morto ladron chiamarlo piacque.

Libro XII

ultimo agg. 10 Settembre 2015 19:01

Argomento
Mentre cerca Vittoria il suo Costante,
traffitto avendo Belo e Tosso, appende
Nardo e Nardin co i lor seguaci, e rende
Macrina col tesor al caro amante.

Costante fa riposare gli uomini, intanto chiede a Vittoria di narrargli cosa è accaduto in sua assenza: ha dovuto sedare un’insurrezione di Mario, autoproclamatosi imperatore (1-19,4)

1Tu pur morendo, o rio Cimara,
lasciasti il monte del tuo nome erede,
così per male oprar premio talora
s’acquista, e del fallir si dà mercede,
perciò che sol col nominar t’onora
l’altera Epiro, ove il gran monte siede,
e serba ancor quella memoria viva
di cui restar devea subito priva.

2Posto intanto il guerrier ch’egli abbia morte
Cimara, e fatto libero il paese,
e de l’aspre prigion rotte le porte,
che a liberar tutte le donne intese,
co’ suoi compagni e con la sua consorte
quivi per alcun dì riposo prese,
fin che in pare il vigor tornasse a quella
che tener prima non poteasi in sella.

3Narrò a Vittoria intanto il cavaliero
con agio tutto ciò che gli era occorso
dal dì che da Marsiglia il mostro fero
via lo portò con sì veloce corso,
in fino allor che in mezzo del sentiero
prese il ladron, porgendo a lei soccorso,
ond’ella or di pietate, or di timore
sentì più volte intenerirsi il core.

4Non men Costante or quel suo caso, or questo
ma non per ordin di Vittoria udio,
però le disse un giorno: «Se molesto
non vi è, regina, di saper desio
di parte in parte il tutto manifesto,
che avvenuto vi sia del partir mio,
fin che fu a tal rio ladron precisa
la strada», ond’ella incominciò in tal guisa:

5«Sappiate, o signor mio, che da quel giorno
che sul mostro spariste in un momento,
tal doglia sempre al cor portai d’intorno
ch’anco a pensarvi quel roder mi sento,
onde confusa, e per l’avuto scorno
colma d’ira e di rabbia e di tormento,
poscia che indarno corsa molte miglia
dietro vi fui, tornai verso Marsiglia.

6Fra quanti vi seguìr l’ultima fui
che ritornasse, e mandai tosto un messo
al buon Seren, con gli altri vostri a cui
de l’armata il governo era commesso,
facendo lor saper ciò che di vui
fosse, dapoi che vi lasciàr, successo,
e che in viaggio avea conchiuso porme
l’altro dì, per seguir del mostro l’orme.

7E che tosto che a lor fosse arrivata,
che saria in breve, tutta l’altra gente,
devesser senza me muover l’armata,
drizzando il camin lor verso Oriente;
perché d’ogni successo a la giornata
sarei nel dar lor nuova diligente,
commisi poi che a la diurna luce
devesse al porto gir tosto ogni duce.

8E in vece mia governo d’ogni loco
dato avendo a Toringe, l’empia sorte,
che di me si prendea trastullo e gioco,
fe’ sì ch’ei giunse a l’improviso a morte:
lo scettro in man gli diedi e quindi a poco,
sano apparendo e per l’età sua forte,
da me partito, e giunto a le sue case
in braccio a i figli suoi morto rimase.

9Altro a me ciò non fu che al gran dolore
crescer dolore e giunger scorno a scorno,
ch’oltra che d’alta fé, d’alto valore
e d’ogni altra virtù fu sempre adorno,
di seguir m’impedia voi, mio signore,
quivi essendo sforzata a far soggiorno,
tanto che d’altri proveduto avessi
a cui sicura un tal governo io dessi.

10E dopo assai pensarvi, elessi a questo
Tetrico, di Toringe il maggior figlio,
qual già più volte ha mostro manifesto
quanto vaglia e di forza e di consiglio,
ma quel, non men che saggio ancor modesto,
con bassa voce e con severo ciglio
rispose ch’era ad obbedirmi inteso,
se ben devesse entrar nel foco acceso,

11ma ch’egli a regger sì sfrenato stuolo,
trovandosi canuto e barba e chiome,
atto non fora, perché vecchio e solo
non potria sostener sì gravi some.
Seco in somma restar feci il figliuolo,
giovene esperto, c’ha il medesmo nome,
d’altro duce provisto a la lor gente
ferma di seguir voi pur sempre in mente.

12Ma nuovo impedimento sopravenne,
che mi apportò nuovo travaglio e scorno,
talché dentro a Marsiglia mi convenne,
a mal mio grado, far nuovo soggiorno:
Mario, che duce de i Ruteni venne,
tutta la notte bisbigliando intorno
in guisa andò che l’altro dì seguente
fu detto Augusto da la più vil gente.

13Da Vasconio costui fu col fratello
dato per duce a gli Aquitani, tanto
brutto di viso quanto Arminio bello,
ma ben tra gli altri avea di forza il vanto;
d’oprar l’incude, i mantici e il martello
questi solea già dilettarsi alquanto,
non già per povertà, né perché vile
fosse, ch’era di stirpe alta e gentile.

14Di Tetrico costui dunque, per sdegno,
come per tutto e quasi sempre accade,
che del compagno e del vicin più degno
e di più merto ogni un si persuade,
pensò con fraude d’usurpar quel regno;
ma raro avvien che per sì fatte strade
caminando l’uom possa lungamente
vantarsi, perché Iddio ciò non consente.

15Fattosi Mario imperator, vestito
subito apparve di purpurea vesta,
e, sopra un alto tribunal salito,
parlò a i soldati con la mitra in testa;
e perch’egli era a meraviglia ardito,
finto esser mosso da cagione onesta
disse: – O compagni, in questo giorno a punto
a fin per me l’obbrobrio vostro è giunto;

16ché stati in fino ad or sète soggetti
d’una vil donna, ma ringrazio Dio
che al fin pur suscitato abbia ne i petti
vostri gran parte del valor natio;
or ben vedranno i barbari gli effetti,
e ben vedrà ciascun tiranno ch’io
la spada a lato e non la rocca o il fuso
porto, e che il ferro a maneggiar son uso -.

17Seguì più cose, onde con lieto grido
di nuovo fu da quelle genti accolto;
Vasconio allor, via più d’ogni atro fido,
sen venne a me tutto infiammato in volto,
dicendo: – Se costui qui non vi guido
prigione o morto, abbiatemi per stolto,
e come a traditor contra me solo
sfogate l’ira e rallentate il duolo -.

18E così detto arrivò quivi a punto
Sereno, avendo il vostro caso inteso,
per cui restò più di dolor compunto
che allor non fu che vide Augusto preso.
Io subito sentì, visto lui giunto,
tormisi da le spalle un grave peso;
quegli, in somma, e Vasconio opraro in guisa
che fu la strada al traditor precisa.

19Onde sforzato fu solo e negletto
fuggir; ma al fin, mercé chiamando in vano,
gli fu con un coltel traffitto il petto,
ch’ei fabricato avea già di sua mano.
Morto lui dunque, e noi fuor di sospetto,Dopo aver vinto Mario ha invano proseguito la ricerca di Costante nei dintorni di Marsiglia, e quindi ha poi ucciso i due predoni Tosso e Belo (19,5-80)
tornò subito al porto in buon romano;
ma pria di quei compagni ch’eran seco
quattro lasciò perché venisser meco.

20E Vasconio gentil, che m’ha finora
fatta sì dolce e grata compagnia,
volse venir contra mia voglia ancora:
così con diece sol mi posi in via.
E l’orme che stampate e fresche allora
si vedean anco de la fera ria,
tutti vestiti ad una sola maniera,
ci ponemmo a seguir l’istessa sera.

21E giunti a la profonda grotta oscura
dove il mostro caduto era pur dianzi,
m’assalse oltra il dolor nova paura,
visto più non seguir quell’orme innanzi;
e posi ogni mio studio, ogni mia cura
per saper s’ivi un tanto mostro stanzi,
o se per sorte, il veder già perduto,
cieco vi fosse nel passar caduto.

22Ma poi che ogni un di noi più volte in vano
col piè ben fermo su l’estrema sponda,
preso alcun ramo pria tenace in mano,
di cui la bocca d’ogn’intorno abonda,
si fe’ con gli occhi a risguardar pian piano
per veder giù la parte più profonda,
nulla scorger potendosi, conchiuso
fu ch’era uopo a calarsi alcun là giuso.

23Ond’io volendo esser colei, ché in fretta
questo facessi per saper di voi,
con prieghi a rimenarmi fui costretta
dal buon Vasconio e da i latini eroi,
ché tutti uniti contra me soletta,
dicendo – Questa impresa tocca a noi -,
e dimostrando aver di me gran doglia,
ceder convenni al fin contra mia voglia.

24Ma, non per questo, insieme si accordaro,
volendo ogni un che sua fosse l’impresa,
sì di morir per voi tutti avean caro,
e quasi ancor tra quei nacque contesa;
ma sei che in foglia il nome lor notaro,
da voi pur dianzi tal maniera presa,
e che fosse calato a la part’ima
quel ch’usciria d’un elmo a sorte in prima.

25Crollato l’elmo adunque ove il suo nome
in foglia scritto avea ciascun di loro,
e quel fermato in terra, proprio come
chi n’uscia guadagnasse un gran tesoro,
Neron, che già canute avea le chiome,
e quelle cinte d’onorato alloro,
sol con due dita de la destra, a caso
io medesima fuor trassi del vaso.

26Neron, come devesse ad un convito
di nozze andar, non fu mai sì giocondo,
qual con la spada in man d’arme guarnito
gli altri calaro giù ne l’antro fondo
sopra un cerchio ch’avean di rami ordito,
verdi e tenaci, e poscia a quel secondo
che meglio far quivi si poté intorno
poser pertiche lunghe, e d’elce e d’orno.

27Et altre a quelle, et altre ancor legaro,
in fin che tutte fur lunghe a bastanza.
Così pian pian Neron fedel calaro
in sì rinchiusa e sì profonda stanza;
ma quando poi di sopra anco il tiraro,
io, da tema assalita e da speranza,
tosto che ad apparir cominciò, fiso
l’uno e l’altr’occhio gli fermai nel viso,

28per far giudicio dal suo lieto o mesto
volto quel che di voi fosse là giuso,
perché sovente in fronte manifesto
l’affetto appar che s’ha nel cor rinchiuso.
Fisso adunque il mirai, ma non per questo
men rimase il mio cor dubbio o confuso,
fin ch’ei né lieto in faccia né turbato
solo, disse, il mostro aver là giù trovato,

29che giacea steso in un de i lati morto,
di squarci e petto e gambe e fianchi pieno,
e ch’altro non avea mai quivi scorto,
fuor che d’intorno a quel pesto il terreno.
Se ciò mi porse allor noia o conforto
già non potrei, signor, contrarlo a pieno;
ben so che in cor mille pensier diversi
mi venner, ch’io tra me chiusi e copersi.

30L’un di questi volea che da voi stato
fosse con quel coltello il mostro ucciso
che vi trovaste allor dal destro lato
che via sopra di lui portovvi assisi;
e che l’aveste poi quivi gettato
per qualche vostro ben pensato avviso.
Ma poi l’altro pensier volea che seco
foste caduto nel profondo speco,

31e che inghiottito pria l’empio vi avesse
ch’ei fosse colà giù rimaso estinto.
Non men temei correndo per le spesse
piante che in qualche quercia urtato e spinto
di voi lasciate aveste l’orme impresse,
e di sangue il terren bagnato e tinti,
calpestato dal mostro, e in cotal guisa
mia mente in varie parti era divisa.

32Dal mio star cheta e mesta al lor cospetto,
Vasconio e gli altri, il grave duol mio scorto,
tutti cercavan con pietoso affetto
di far sì ch’io prendessi alcun conforto;
ma come gioia entrar mi potea in petto,
che a desperar già cominciai del porto
qual nave in preda a venti aspri e contrari,
tra gli scogli, al buio e per ignoti mari?

33Poi, discorrendo ciò che devea farsi,
con menti dubbie tutti, afflitte e meste,
l’un dicea ch’era indietro da tornarsi,
perché il medesmo ancor voi fatto avreste,
l’altro ch’or qua, or là, divisi e sparsi
gir si devesse in quelle parti e in queste,
perché in più lochi andando si potria
meglio trovarvi o meglio averne spia.

34Ma di gir tutti insieme al fin si prese
per più sicuro e per miglior partito,
ché di ladroni pien sendo il paese
fra terra, e di corsari appresso il lito
troppo il periglio nostro era palese,
e il pensier rimarria vano e schernito
soli andando in quei lochi, ov’è gran sorte
non esser preso e posto a crudel morte.

35Dunque di voi tutti cercando e spesso
chiamandovi andavam congiunti ognora,
già mandato a Marsiglia avendo un messo
di quegli miei che mi seguiro allora,
e con istanza grande a quel commesso
che mi tornasse a dir senza dimora
se quivi foste o no, che sette giorni
con lento passo andrei per quei contorni.

36Ma che mandasse prima un altro in fretta
per far noto a Seren ciò ch’era occorso;
quel veloce da me come saetta
partissi, andando sempre a tutto corso,
né mai più il vidi fin che far vendetta
sol ne potei, ma non dargli soccorso,
ché ad una quercia l’infelice appeso
trovai, col destrier suo morto disteso.

37Dunque due volte sette giorni in vano
pur l’aspettammo, andando a passi lenti,
cercando intorno a l’antro, ma lontano
giamai non più che diece miglia o venti;
ma tanto era il paese incolto e strano
che tetto mai, né si trovaron genti
per riposarci o per chieder di voi,
talché i destrieri assai patiro e noi.

38Che sol per lochi sterili e distrutti
e sol per balzi e dirupate sponde
passando, e d’erba e di selvaggi frutti
noi sol vivendo, e quei d’erba e di fronde,
restammo afflitti e stanchi in guisa tutti
ch’entrati in certe valli aspre e profonde
de’ nostri alcuni vi moriron quasi,
a piè, senza destrier quivi rimasi.

39Però sì come far meglio si pote,
fuor di speranza di trovarvi omai,
pur seguimmo il camin per strade ignote,
che non si riscontrò persona mai;
talché le membra di vigor già vote
sostenendo a fatica, un giorno alzai
la fronte e scorsi un tetto di lontano
d’un monte in cima, a la sinistra mano.

40Lieto ciascun di noi subito verso
quel monte prese il più dritto sentiero,
et ecco intanto correr da traverso
un uom, sopra un veloce e gran destriero,
ma nel calar d’un balzo andò riverso
sottosopra il cavallo e il cavaliero,
e se da noi non avea tosto aiuto
Dio sa quel che di lui fosse avvenuto.

41Io corsi, e meco gli altri corser anco,
come la vera carità richiede,
e giunti lo trovammo, afflitto e stanco,
non poter mover de la staffa un piede,
e sopra un sasso in guisa il destro fianco
percosso aver ch’aiuto, per mercede,
chiedea gridando, e del periglio uscito
spaventato parea, non che smarrito.

42Guardavasi d’intorno e sempre in atto
di fuggir stava, a tal che fu il meschino,
se non del tutto giudicato matto,
almen che fosse ad impazzir vicino;
ma poi ch’ei cominciò: – Del ben che fatto
m’avete io prego il gran Padre divino
che a premiarvi tutti non sia lento -,
ciascun fermossi ad ascoltarlo intento.

43- E s’io non posso, come son tenuto,
d’avermi liberato dal periglio, –
soggiunse quel – darvi al bisogno aiuto,
non vi sia grave ch’io vi dia consiglio,
sperando che da voi mi sia creduto,
per veder che al medesmo anch’io m’appiglio,
ch’ogni un di voi meco sen fugga essorto
se non vuol rimaner subito morto.

44Bench’io stimo il morir semplice un gioco,
ch’è natural, ch’esser non può fuggito,
e più diece anni o men giudico poco
o nulla a paragon de l’infinito;
ma questo ora col ferro, ora col foco
lo spirto separar col corpo unito,
con strazio rio, con violenza dura
debbiam sempre fuggir con ogni cura.

45E questo io dico per vedervi intenti
a gir verso quel tetto anzi a la morte,
dove s’odono ognor gridi e lamenti,
di chi vi guida sua contraria sorte;
due gran ladroni a le smarrite genti
ch’arrivan dentro a sì spietate porte,
da lunge il cor traffiggon con saette,
legate a i tronchi e a grossi pali strette.

46Fratelli sono i due ladroni e Tosso
l’un d’essi ha nome, e l’altro ha nome Belo.
Quel più d’uom giusto un palmo è grande e grosso,
e sol vestito va d’un sottil velo,
ma però sempre suda e sempre è rosso,
e sempre dorme al discoperto cielo;
il naso ha tronco e d’un de gli occhi è scemo,
talché sembra un ciclope, un Polifemo.

47Di statura il fratel Belo non sembra,
sendo maggior di lui forse una spanna,
ma le braccia e le gambe e l’altre membra
magre e sottili son come una canna;
che digiun fosse mai non si rimembra
persona: ognor divora, ognor tracanna;
benché a vederlo poi sì magro fuori
par che lui dentro il divorar divori.

48Ma ben l’un l’altro sembra in questa parte,
e l’uno a l’altro ben si mostra eguale,
l’uso avendo e sapendo ambedue l’arte
d’avventar sempre ove desian lo strale,
talché mentre il falcon ratto si parte
battendo in aria più veloce l’ale,
benché il traffiggan, non gli aprendo il core
tra lor si accusan di commesso errore.

49E mentre o lepre o capro al bosco in fretta
va cacciato a gran corso, se dissegno
fan ch’entri nel destr’occhio saetta
e ch’entri lunge un quarto d’oncia al segno,
tal colpo ad alcun d’essi non diletta,
anzi tra lor n’han colera e disdegno,
né per quant’oro un dromedario porta
mangiarian fera in tal maniera morta.

50Ma, come spesso avvien che l’uom l’ingegno
infusogli da Dio rivolge al male,
e quando il fallir suo trapassa il segno
per se stesso a ritrarsi poi non vale,
costor, visto cader senza ritegno
l’impero e portar mitra e scettro tale
che di salir sopra il destrier non merta,
l’impietà lor palese hanno scoperta.

51E d’esser qui parendo a lor sicuri,
visto che al mondo sol la forza regna,
né v’esser più chi d’osservar procuri
la legge, o chi il dever servi e mantegna,
cinti intorno da monti alpestri e duri,
di bene oprar ciascun sprezza e si sdegna,
ma rubano e con strazio uccidon quanti
giungono a lor donne e guerrieri erranti.

52L’un quattro figli ha maschi, e l’altro sette,
questi, che il minor già passa i venti anni,
con genti che a lor gusto s’hanno elette,
parte con forza e parte con inganni,
posti a certe vie coperte e strette
a i passeggieri fanno oltraggi e danni,
talché non escon mai del tetto in vano
che non dia lor qualche infelice in mano.

53E in questi, come ho detto, a forti pali
di stretti lacci e di catene avvinti,
aventano da lunge e dardi e strali
fin che rimangon totalmente estinti;
tutti sen van, signori e servi uguali,
tosto che son da quei malvagi vinti,
e s’avvien ch’uno al primo colpo uccida
riporta il premio, e vincitor si grida.

54De i figli loro han più nepoti, e stanno
quei vecchi ad instruirgli, onde s’un tira
lontan troppo dal segno non gli danno
mangiar, ma lo discacciano con ira;
n’acquistan, per contrario, quei che vanno
proprio a ferir dove affissàr la mira,
dopo mille carezze e mille feste,
frutti e ghirlande e puerili veste.

55Andando io dunque con tre servi e dui
compagni, sempre a’ miei negozi inteso,
ad un coperto e stretto passo fui
da queste genti a l’improviso preso,
e però quel c’ho raccontato a vui
sappiate ch’io non l’ho per fama inteso,
ma diece dì l’ho visto ognor presente,
talché sempre l’avrò scolpito in mente.

56Non vi saprei già dir per qual cagione
me come gli altri allor non saettaro,
ma dentro un’ampia e lucida prigione
posero, e quivi poi sempre lasciaro;
questa, eminente a guisa d’un balcone,
le grate intorno avea di fino acciaro,
talché uscir non potea ma d’ogn’intorno
chiaro veder ciò che faceano il giorno.

57Iersera poser meco un poverello,
pur dianzi d’altri preso in compagnia,
né so come al partir chiuso il portello
restò che facilmente un sol l’apria;
io, che d’ascoso avea sotto un coltello,
sendogli stato intorno tuttavia
più notti indarno, allor senza fatica
l’apersi: tanto ebbi la sorte amica.

58E pian pian brancolando e cheto cheto
scesi dal monte, e mi nascosi alquanto,
di timor colmo e d’animo inquieto;
ma, scoperto il suo lume Cinzia intanto,
scorsi questo destrier, sopra cui lieto
subito ascesi, e l’ho cacciato quanto
senza sproni cacciar sempre ho potuto,
fin ch’io son nel calar qui giù caduto.

59Voi dunque mentre che lontani sète
da loro, e che veduti ancor non v’hanno,
sentier contrario a questo omai prendete,
che fuor del bosco usciti vi vedranno;
s’altri a bel studio incappa ne la rete
ciascun poi dice: “Ben gli sta, suo danno”,
ma quando alcun per non saper vi cade,
over per forza, s’ha di lui pietade -.

60Da noi cortesemente del consiglio
resogli prima grazie, poi risposto
gli fu che a sottoporsi al gran periglio
era ciascun di noi pronto e disposto,
ch’essendo il tetto poco più d’un miglio
(per quanto scorger si potea) discosto,
s’avrebbe indietro a ritornar vergogna,
ch’ogni uom d’onor fuggir sempre bisogna.

61Ma ch’egli pur volendo gire altrove,
per piacer, per bisogno o per paura,
n’andasse, che per tutto avria le nuove
de i lor successi dentro a quelle mura.
– Non piaccia – quei riprese – al sommo Giove
che d’un poco di vita abbia tal cura
ch’io voglia in tutto abbandonar l’onore;
sol colui vive ch’onorato more.

62Mentre al passo vorran prendermi, o ch’io
rimarrò morto da quell’empia setta,
o che farò de l’uno e l’altro mio
compagno, dando morte a lor, vendetta;
e questo, che sol bramo e sol desio
di far, par che al sicuro io mi prometta,
quando indegno stimato anch’io non sia
di sì onorata e nobil compagnia -.

63Gli fu risposto allor che di buon core
non pur saria da noi sempre accettato,
ma che cel recariam tutti a favore,
ché essendo tanto in questo loco stato
non pur con l’armi aiuto e col valore
ma ne saria da lui consiglio dato,
per ciò che di ragion prattico in diece
giorni del sito e de i ladron si fece.

64E così discorrendo tutti insieme
come deveansi castigar costoro,
giunti del monte a le radici estreme
vidi una donna a piè d’un grande alloro,
ch’un elmo in capo avea, le cui supreme
parti ergendosi al ciel splendeano d’oro;
ne la man destra un’asta e tenea uno scudo,
ne l’altra, e in quel, scolpito un mostro crudo.

65Era il mostro una testa orribil molto
da risguardar; questa la lingua e i denti
mostrava, e spaventar potea col volto
da presso e da lontan tutte le genti;
tenea la bocca aperta, e il crine involto
orribilmente avea d’atri serpenti,
di sangue il collo, ov’era tronco, tinto,
gocciando, vero più parea che finto.

66Questa proprio a l’uscir fuori d’un bosco
mi venne incontro, essendo chiaro il giorno,
ma si fe’ tosto e nubiloso e fosco,
talché non si scorgea due braccia intorno;
per man quella mi prese, e disse: – Vosco
rimaner voglio, e far tanto soggiorno
che da voi sian questi ladroni vinti,
e con le proprie lor saette estinti -.

67Ciò detto, e circondando intorno il monte,
ne guidò tutti ad un profondo, e quivi
de i miei cinque nascose ove d’un fonte
quinci e quindi nascean due chiari rivi;
poi mi tornò, con gli altri cinque, a fronte
del tetto infame, ove quei ladri privi
non men che di pietà di forze ancora
tendeano insidie a i viandanti ognora.

68E giunti tutti sette ad un sentiero
che l’alto sasso e qua e là partiva,
profondo e stretto sì ch’un sol guerriero
per volta a pena de l’aguato usciva,
io seguia sempre intenta col pensiero
in fin che ci guidò la scorta diva,
che da noi sempre andava innanzi un poco
dove stavan quei ladri in festa e in gioco.

69Per quella nebbia così folta, addosso
tutti quanti lor fummo a l’improviso,
mandando i gridi al ciel; quivi di Tosso
il maggior figlio, che rivolse il viso,
ferito sopra il capo e rotto l’osso,
fin su le ciglia in terra andò diviso;
furo i nostri in tal modo arditi e forti
ch’indi o fuggiron gli empi o furon morti.

70Quegli altri cinque da la donna intanto
ebbero aiuto, e sopra il monte ascesi
fèr doppia strage e, rinovando il pianto,
quei che prima fuggian fur morti o presi;
del romor Tosso e Belo udito alquanto,
cheti per ascoltar stavano intesi,
ma tosto ardito ogni un giunse e la scorta
con l’asta ch’avea in man ruppe la porta.

71L’oscura nebbia intanto, che d’intorno
l’orizzonte copria, subito sparve,
e più che fosse mai lucido il giorno
e chiaro, Apollo in un momento apparve;
questa cagione ancor fu di più scorno
a quei due mostri, che parean due larve,
sì difformi e sì l’un da l’altro vario,
quel troppo questo e questo era al contrario.

72Belo volse fuggir ma cadde tosto,
che a pena dritto mai potea tenersi;
poscia un nodo al piè destro gli fu posto,
ond’altro non facea che ognor dolersi;
non fuggì Tosso ancor troppo discosto
che restò preso, e fur d’ambi diversi
scherni da questi miei con piacer fatti,
vedendogli sì brutti e contrafatti.

73A due colonne quei poscia legaro
e, per pigliarsi più trastullo ancora,
con prieghi e con minaccie ivi guidaro
quei piccioli fanciulli allora allora,
e poi che a quei su gli archi essi acconciaro
gli strali, imposer lor senza dimora
che saettar quei, come prigioni
far solean, che n’avrian più ricchi doni.

74Ma ciascun sempre si mostrò restio,
negando arditamente ognor di farlo,
e d’essi un, certo in vista oscuro, ch’io
spingea, l’avo mostrando a saettarlo,
mi disse: – Adunque al caro avolo mio,
ch’ognor mi insegna, in vece d’onorarlo
vuoi ch’io dia morte con mio gran cordoglio?
Non me ne parlar più, ché far nol voglio -.

75Presente a questo essendo il cavaliero,
a cui di staffa s’era tolto il piede,
e d’adosso levato il suo destriero
sul capo alquanto con la man gli diede,
dicendogli sdegnoso e in vista altero:
– Quanta arroganza in te, ghiotton, si vede?
Tu sei pur nato in questo infame nido;
traffiggi a Belo il petto o ch’io t’uccido -.

76Fatto allor quel fanciullo pallido in volto,
e colmo d’alto sdegno e di furore,
con l’arco in man contra di lui rivolto
scoccollo, e gli passò per mezzo il core.
Da questo un caso non diverso molto
avvenne a Montio ancor, ma fosse errore
o che la man tremasse a quel fanciullo,
nol colse, e riuscì tal colpo nullo.

77Onde tosto da noi tutti fur presi
e in prigion tutti posti, e non so come
fosser tutti ancor subito appesi
a i rami, o per li piedi o per le chiome;
poscia con gli archi lor medesmi tesi
quei duo capi non pur già noti al nome
ma gli altri da noi presi, ch’eran sette,
carchi furon di strali e di saette.

78Tolto del mondo il grave lezzo, e tosto
consultato da noi che devea farsi
de i tanti rei fanciulli, fu disposto
da tutti in Delo quei due dever mandarsi,
e ch’ivi a quanto poi saria risposto
da l’infallibil dio devesse starsi;
così conchiuso, a tre, che in gran paura
stando in prigion salvai, diedi tal cura.

79Poi quindi usciti un tirar d’arco appresso
quel tetto, a caso nel levar le ciglia
io scorsi appeso ad una quercia il messo
che indietro rimandai verso Marsiglia;
di tornar presto avendo quei promesso,
partì da noi spronando a sciolta briglia;
da mille strale ancor sopra il sentiero
giacea traffitto e morto il suo destriero.

80Tornai subito indietro e d’ira accesa
contra quell’empio e scelerato loco,
una facella io stessa in man già presa
posi per tutto immantinente il foco;
e mentre io stava a tal vendetta intesa,
con festa i miei compagni in riso e in gioco,
quei cadaveri appesi a gli olmi, a i sorbi
lasciaro in preda a gli avoltori, a i corbi.

Ha soccorso la figlia di Macriano, Macrina, fuggita dalle mani del traditore Macro e incappata in varie avventure (81-159)

81Poi volte in fretta a quel monte le spalle,
nessun per quattro dì s’incontrò mai,
passando or bosco or campo or monte or valle,
e quanto il dolor possa allor provai;
il quinto giorno in uno angusto calle,
a lo spuntar de i matutini rai
trovai, send’io la prima, una donzella
con rozzi panni ma leggiadra e bella.

82Sospirando e piangendo afflitta e smorta
tenea sì fisso il guardo in terra e basso,
che del nostro venir non s’era accorta,
saliti ad un ad un sopra quel sasso;
tosto ch’io l’ebbi a l’improviso scorta,
fermai rivolta indietro a gli altri, il passo,
e che tacesser fei cenno con mano,
ma riuscì tutto il pensier mio vano.

83Pensato avea ch’ogni un tacito intento
restasse, senza pur darle il saluto,
per veder se, prorotta ella in lamento,
si comprendea ch’avesse uopo d’aiuto;
ma tra lor sendo in gran ragionamento,
e non avendo gli ultimi veduto
quando indietro mi volsi a far lor cenno,
col dir troppo alto a noi voltar la fenno.

84Ma volta, e sopragiunti a l’improviso
noi visti, per la subita paura
s’impallidì via più che prima in viso,
talché di donna a pena avea figura;
fuggir volea, ma fermo a caso
lo sguardo in Montio, e già fatta sicura,
tosto alquanto cangiossi nel sembiante,
e si gettò prostrata a noi davante.

85Dal destrier tosto in terra io mi gettai,
gli altri fèro non men, questo veduto;
e da giacer la misera levai,
da Montio avendo e da Cecinna aiuto;
– Non so, – diss’ella – o Montio, allor se i guai,
l’avermi in queste parti oggi veduto,
m’accresca o scemi il grave affanno e il duolo,
onde ognor piango e mai non mi consolo -.

86Montio, che vista la fanciulla intanto
pallida, afflitta e per quei monti sola,
non l’avea conosciuta, oltra il vil manto:
la riconobbe tosto a la parola;
e per pietade anch’ei prorotto in piano
gridò: – Che fai, di Macrian figliola,
tra selve e scogli errante, avvolta in questa
gonna sì vil, sì lagrimosa e mesta? -.

87Ma da la doglia in tal maniera vinta
restò la donna, e in tanta angustia posta
che cadde in guisa che sembrava estinta,
non che potesse a Montio dar risposta.
Io, per pietà d’alto pallor dipinta,
la presi in braccio, e sopra un’ampia costa
la posi appresso un fresco e chiaro fonte
che fuor cadea d’un sasso a mezzo il monte.

88E tutti stando intorno a la meschina,
chi le stringea or l’una or l’altra mano,
chi la spruzzava d’acqua cristallina,
chi le tirava il crin così pian piano.
Già n’avea Montio detto che Macrina,
la figlia era costei di Macriano;
nessun giamai restò, sempre diverse
cose tentando, in fin che gli occhi aperse.

89E sospirando disse: – O Montio mio,
non vi meravigliate di vedermi
con sì ruvido manto afflitta, e ch’io
vada sola per monti e alpestri et ermi?
Ben so ch’esser convien quanto vuol Dio,
ma star non posso già senza dolermi;
forse posta vi sembro a quella sorte
che di mio padre mi vedeste in corte?

90E se nel petto avrò spirto a bastanza
per farvi noto il mio duro accidente,
ond’io son fuor de la paterna stanza
abbandonata da tutta la gente,
racconterollo a pien, perc’ho speranza
che v’ingombri pietà di me la mente;
facendo dal mio stato congiettura
che in terra mai felicità non dura.

91Mio patre, o gentil Montio (a voi mi volto,
ché v’amò tanto e v’ama ancor, se vive),
stava con grande essercito raccolto
del gran fiume Strimon sopra le rive
per gir contra un tiranno audace molto,
che temerario Augusto anch’ei si scrive;
di Scauro intender vuo’, che da le chiome
di color d’oro s’ha cangiato il nome.

92Ma pria che si movesse arditamente
contra costui, già tutto al sacco inteso,
d’Epidauro in Illiria crudelmente
da lui con fraude a tradimento preso,
mandommi accompagnata da gran gente
in Delfo, d’alto desiderio acceso,
che il fin gli fosse de l’impresa noto
oltra ch’io far questo devea per voto.

93A tutti quei che venner meco, diede
per duce Macro, mio cugin germano,
di cui più volte avea l’intera fede
scorta col porgli grand’imprese in mano;
ma perché tutto il dì chiaro si vede
che lealtà non regna in petto umano,
costui quel cor che in tante e sì diverse
cose celò contra di me scoperse.

94Una giornata essendo a Delfo appresso
ne l’uscir proprio d’un boschetto folto
chiuso da monti, ecco spronando un messo
venir verso noi sempre a freno sciolto,
che giunto a Macro ragionò con esso
pian pian, tutto smarrito e mesto in volto.
Non seppi già quel che gli avesse detto
ma presi ben tra me di mal sospetto.

95Macro, poi che parlato ebbe a costui,
fe’ che un nepote suo, chiamato Festo,
guidò i soldati altrove, e disse a nui
ch’era commesso da mio patre questo;
ben ne ritenne alcun, che sol da lui
dipendean tutti, e gli era manifesto
che a quegli parso ancor sarebbe poco
quando entrati per lui fosser nel foco.

96Già del tutto signor Macro rimaso
rubò subito l’or tutto e l’argento,
e quivi essendo un castel forte a caso,
non ben guardato, il prese a tradimento,
dove ogni soma, ogni gemma, ogni vaso
ripose, a conservar la preda intento,
ch’ei ben, senza che ad altri ne dimande,
sapea quell’esser preziosa e grande.

97Ch’Augusta il padre avendomi chiamata,
e mandatomi al dio cui tanto onora,
da tanta e da tal gente accompagnata,
meco mandò molte ricchezze ancora,
di cui gran parte esser devea lasciata
nel tempio a dio, come fei voto allora
che inferma da fanciulla e morta quasi
per miracolo suo viva rimasi.

98Né sazio ancor di ciò costui, corona
d’ogni più crudo e falso traditore,
pensò di violar la mia persona,
mostrando esser cagion del tutto amore;
ma perché Iddio giamai non abandona
chi chiama lui con purità di core,
supplichevole a quel send’io ricorsa,
fuor di speranza a tempo fui soccorsa.

99Fuor che i soldati, m’avea in governo
e le mie donne e tutta la famiglia
di mio padre un liberto, Aulo Materno,
che nosco avea duo figli et una figlia;
fatto a Macro costui nemico eterno,
pronto mostrossi a far l’erba vermiglia
del proprio sangue, overo a tinger l’erba
di quel di Macro con vendetta acerba.

100L’amava in prima assai, ch’essendo ei fido,
lui più volte anco avea per fido esperto;
poi, visto non pur quel già fatto infido,
ma contra il suo signor nemico aperto,
tra sé pensò di far sentirne il grido;
ma tenne a gli altri il suo pensier coperto,
sol fe’ palese a me co i figli suoi
l’intento suo, ch’effetto ebbe ancor poi.

101Già s’era il vecchio diligente accorto
più volte avermi quel pregata in vano,
e ben sapea che il traditor di corto
m’assaliria con violenta mano,
però mi disse: “O ch’io rimarrò morto
co i figli, o che da presso e da lontano,
con vendetta giustissima, per tutto
farò sentir di tanta fraude il frutto”.

102Poi m’essortò ch’io dessi a quel speranza
di consolarlo ad ogni modo e tosto.
Ma con l’audacia sua, ch’ogni altra avanza,
di farmi forza il traditor disposto,
temerario sen venne a la mia stanza,
dov’era il vecchio già co i figli ascosto;
cui subito dier morte arditamente,
né se n’accorse alcun de la sua gente.

103Poi Macro, d’alma in tal maniera privo,
copriro sopra il letto ben disteso,
talché parea ne l’entrar dentro vivo
per gran fatica da gran sonno preso;
ma pensando a me stessa io mi sentivo
sopra le spalle aver troppo gran peso,
e mi parea ciascun rimedio vano
per fuggir salva da que’ suoi di mano.

104Ma già Materno a quel tolto l’anello,
mentr’io mesta piangea con faccia smorta,
scrisse una carta e la segnò con quello,
onde lasciata uscir fui de la porta;
con questo manto e con questo capello,
facendomi per via sempre la scorta
Materno e i figli, e meco una sua figlia
venìa bella e prudente a meraviglia,

105e fuor di strada al mezzodì le spalle,
e contra l’Orse ognor la faccia volta,
gìam cercando il più torto e stretto calle
per gir dove la selva era più folta.
Il quarto giorno in una ombrosa valle
calati essendo, con fatica molta,
mentre in un tetto ivi credea posarmi
fortuna m’assalì con più crud’armi.

106Per dumi essendo e per vie torte e rotte
andati ognor, per la più densa frasca,
che in tetto mai non si posò la notte,
vivendo sol di quel che s’avea in tasca,
ne le caverne al buio e ne le grotte
sempre aspettando in fin che il giorno nasca,
pensate poi che al veder tetti e case
sopra modo ciascun lieto rimase.

107E giunti a quelle ogni un digiuno e stanco,
in vece di trovar cibo e riposo
dinanzi e dietro e l’uno e l’altro fianco
n’assalse un stuol quivi di gente ascoso;
eran quei diece, e ciascun d’essi franco,
e qual percosso drago empio e rabbioso,
talché senza far punto allor difesa
restaro, e seco anch’io subito presa.

108E ne condusser tutti, essendo il giorno
quasi sparito, a la crudel lor stanza,
dov’uom che arriva indietro far ritorno
per tempo alcun non prenda mai speranza.
Materno e i figli suoi quivi ad un orno
con certi acuti uncini, a lor usanza,
dietro avvinti le man, traffitti il mento
lasciaro appesi in fin ch’ogni un fu spento.

109Di me parea, né dir so la cagione,
che alcun di lor non si prendesse cura;
non mi chiusero mai ne la prigione,
chiusa stando però tra l’ampie mura,
mentre a far preda uscian d’altre persone,
benché in sospetto ognor stessi e in paura,
pur davo al debil mio corpo ristoro
col cibo sempre che avanzava a loro.

110Per tempo una mattina che l’aurora
non facea a Febo ancor l’usata scorta,
soletta uscì di quel serraglio fuora,
che a caso aperta ritrovai la porta;
e dopo il mio partir l’undecim’ora,
andando ognor per via solinga e torta,
mi ritrovai tre miglia solamente
lunge da sì spietata e cruda gente.

111E giunta ad una picciola casetta
la notte in quella mi rimasi ascosa,
con una vecchia ch’ivi sta soletta,
e che tutta di me restò pietosa;
per povertà, da quella iniqua setta
sicura, anco a fatica, ivi si posa;
lupini avendo e noci avute a cena,
trovai per bere acqua bastante a pena.

112Mostrommi al partir poi l’altra mattina
una strada per me coperta e piana,
che indi va dritta verso la marina,
né per quella incontrai persona umana.
La sera un’altra casa, a cui vicina
stava una fresca e limpida fontana
scorsi da lunge, e tosto ch’io v’andai
d’anni carco un pastor quivi trovai.

113Ma così mesto e sconsolato in vista
m’apparve, ch’oltra il pallido colore,
con faccia sempre lagrimosa e triste
potea chiaro mostrar qual fosse il core;
tosto ch’io giunsi al suo cospetto, avvista
per tanto sospirar del suo dolore
dissi tra me, senza che alcun mi informe
del loco: “A l’esser mio parmi conforme”.

114Conforme il loco è ben proprio al mio stato,
ma non conforme al gran bisogno mio:
il debito vorria che ritrovato
avendol colmo di dolor sì rio
da me conforto almen gli fosse dato,
con dir cortese e pien d’affetto pio;
ma di conforto avendo io più da lui
bisogno, come dar ne posso altrui?

115Per me pareami spezie di conforto
l’aver compagno in tanta doglia mia.
S’afflige quel, ch’è sol lunge dal porto,
sbattuto in mar da la fortuna ria,
ma quel s’acqueta poi se chiaro ha scorto
che ne l’istessa nave altri ancor sia;
per prova omai son certa che fra cento,
anzi fra mille, un sol non è contento.

116Ma poi che il vecchio in quella stanza, piena
di latte acconcio in vari modi fresco,
m’ebbe raccolta, e datomi da cena,
stando soletta così seco a desco
gli dissi: “O padre, se l’acerba pena
ch’io scorgo in voi col dir mio non v’accresco,
dite qual sia tanta cagion che solo
si veggia in voi pianto, singulto e duolo”.

117Rispose il vecchio allor piangendo forte:
“Sappi che a i dì passati Macriano,
con due figli ambi Augusto ebbe la morte,
raccolta sì grand’oste avendo in vano.
A Delfo una sua figlia allor per sorte
sen gìa con Macro, suo cugin germano,
a questo un mio figlio fe’ noto il caso,
di tre sol vivo in quel campo rimaso.

118Duo figli mi moriro in quel conflitto,
me ne rimase un sol vivo, e fu questo
che scampato veloce andò diritto
per far tal caso a Macro manifesto;
bastar questo potria per farmi afflitto,
e farmi sempre doloroso e mesto,
ma sappi esser però nulla a rispetto
di quanto io t’ho da dir, quel c’ho già detto.

119Costui, ch’unico figlio era rimaso
d’un miser vecchio, per più doglia mia,
notificato avendo a Macro il caso,
come errasse al tornar non so la via;
ben so che a le radici del Parnaso,
da certi che l’avean tenuto in spia
fu preso, e d’uno acuto uncin di ferro
traffitto il mento, appeso ivi ad un cerro.

120Quei che a i nemici armati volto il volto
grand’animo mostraro e gran valore
m’acquetan pur; ma il terzo, ohimè, che tolto
m’ha questo ladro infame e traditore,
oltra che più l’amai d’ogni altro molto,
e ch’era il mio destr’occhio, anzi il mio core,
sapendol morto in tanti strazi e guai
non fia possibil ch’io mi scordi mai”.

121Pensate allor qual fosse il mio conforto
avendo a caso da quel vecchio inteso
che m’erano i fratelli e il padre morto,
né pure in parte il lor nemico offeso.
Meraviglia non è s’ho il viso smorto
e sempre a sospirar l’animo inteso,
che al par di me giamai donzella alcuna
travagliata non fu da ria fortuna.

122Allor che il vecchio, non sapendo ch’io
la figlia fossi, ahimè, di Macriano,
venne a dir ch’era morto il padre mio
con l’uno e l’altro mio fratel germano,
sì doglia in me crebbe, che se Iddio
non mi tenea per gran pietà la man
mi sarei disperata allora allora,
tratta con un coltel di vita fuora.

123Ma quel che allor non fei sarò sforzata
tosto di far, meschina, me dolente,
ché de i parenti priva, abbandonata
son da gli amici e da tutta la gente.
Io, che nutrita fra i tesori, nata
ne i gran palazzi son sì nobilmente,
non ho capanna pur che mi rinchiuda,
muoio di fame, e vo mendica e nuda -.

124Quest’ultime parole udite a pena
fur da tutti noi, poi ch’ella molta
doglia e per grave, anzi soverchia pena
restò priva di senso un’altra volta,
io, di pietà più che mai fossi piena,
tra le mie braccia avendola raccolta;
nuovi rimedi ancor far ci convenne,
talché pur finalmente in sé rivenne.

125Montio allor con parlar saggio e cortese
cominciò dolcemente a consolarla,
dicendole che Iddio, che ognor difese
l’innocenza, vorrebbe anco aiutarla,
e che tornar volendo al suo paese
s’offeria pronto ognor d’accompagnarla,
e che al primo castel da gran madonna
saria vestita con lugubre gonna.

126E ch’ei sapea d’Ingenuo, c’ha l’impero
di Macedonia, il figlio aver le voglie
tutte disposte e tutto il suo pensiero,
volto a far sì che al fin l’abbia per moglie,
e perché un stretto laccio d’amor vero
per accidente rio mai non si scioglie,
certo credea, per quanto intese in corte
del padre suo, che gli saria consorte.

127Con queste e con parole altre diverse
Montio non pur, che dal fanciullo crebbe
del suo padre a i servigi, ma s’offerse
ciascun d’accompagnarla ov’ella andrebbe,
di tanto mal che in pochi dì sofferse
senza alcuna sua colpa a tutti increbbe;
ma pria che seco in loco alcun si vada
conchiuso fu d’assicurar la strada.

128Conchiuso fu di por quegli empi a morte,
che strazio almen d’un uom fanno ogni giorno,
per far sicuro il passo a chi per sorte
vi arriva da le terre ivi d’intorno.
Andammo adunque, e là giunti a le porte
de la capanna ov’ha il pastor soggiorno,
qualche informazion da lui si prese
del loco e il nome di color s’intese.

129De i ladri chiamato il capo Nardo,
che un figlio avea detto Nardin, sì presti
nel corso e sì veloci ambi che tardo
fora ogni cervo al paragon di questi;
vincean correndo or lepre, or damma, or pardo,
ne gli altrui danni ognor gli occhi avean desti.
Ma giunti appresso al crudo albergo un miglio
Vasconio andò con Montio a gran periglio,

130ché liberar volendo il passo e tosto
far di tanti innocenti aspra vendetta,
dinanzi a tutti gli altri eran discosto
quanto buon arco può cacciar saetta,
quando ecco Nardo, ch’ivi era nascosto
fra certe macchie, uscìr col figlio in fretta,
e con quegli altri suoi, nel tender tutti
insidie dotti e d’ogni fraude instrutti.

131Prima i due nostri avendo un di quei morto
e tre feriti, al fin rimaser presi,
e sarian stati anch’essi in spazio corto
con quegli uncini a qualche cerro appesi,
se non ch’avendo il gran periglio scorto
colei, che dianzi ancor n’avea difesi,
si dimostrò con l’abito di prima,
d’un picciol colle da man destra in cima.

132E gettata una pietra immantinente,
dinanzi a i ladri quella cadde un poco,
e subito divenne un gran serpente,
che gli occhi e il fiato aver parea di foco;
pensar devete allor che quella gente
non ritrovava per paura loco:
chi qua, chi là correndo in fretta andaro
e i due prigioni in libertà restaro.

133Gettata un’altra pietra allor la diva,
quel ritornò, com’era, un sasso inante.
Guidocci al loco poi dove chi arriva
da la morte a scampar non è bastante;
quivi colei, d’ogni aspetto priva,
rotte le porte, irata nel sembiante,
noi tutti poscia in varie parti ascose,
e quel che far devea ciascuno impose.

134Nardo intanto e Nardin co i lor seguaci
gran pezzo essendo or qua, or là fuggiti,
ch’ognor ne gli occhi quelle accese faci
lor parea aver, che sì gli avean smarriti,
senza che insieme i ladri empi e rapaci
mai più potesser ritrovarsi uniti,
scorsi per boschi essendo tutto il giorno
la sera a casa ogni un facea ritorno.

135E così come sparsi ad uno ad uno
stanchi giungeano, a l’improviso presi
subito anch’essi a qualche cerro o pruno
con quegli uncini al mento erano appesi.
Nardo arrivò che il cielo era già bruno,
onde con torchi et altri lumi accesi
gli uscimmo incontro, di quei manti cinti
che fur del figlio e de i compagni estinti.

136Talché mentr’era il misero lontano
e che fuggir potea, non se n’accorse,
ma quando poi fu giunto in nostra mano,
né più rimedio avea, l’inganno scorse;
mercé chiese per Dio più volte, in vano,
de i suoi compagni non sapendo forse,
che il figlio visto e gli altri poi con stento
morti, mostrossi di morir contento.

137Rotte fur le prigioni e n’uscì fuora
del buon Materno la cortese figlia,
che subito abbracciò la sua signora
colma d’alto piacer, di meraviglia,
mentre quegli altri, acciò che Nardo mora
solennemente tra la sua famiglia,
chi de l’arbore i rami a terra piega,
e chi dietro le man strette gli lega.

138Montio il traffisse con l’acuto uncino,
Materno a vendicar co i figli inteso,
poi sopra un cerro a lato al suo Nardino,
ch’anco in pena vivea, lasciollo appeso.
L’altra mattina il più dritto camino
avendo verso il mezzogiorno preso,
si vide una gran gente di lontano
calar d’un monte ov’era un largo piano.

139Parte a piede venian, parte a destriero,
ma vistosi costor subito dui
d’essi, spronando ogni un presto e leggiero,
volsero al dritto sempre il corso a nui;
io, vistogli venir, dentro al pensiero
tra la speme e il timor sospesa fui,
finch’essi giunti a noi chieser per quella
strada s’era passata una donzella.

140Ma conosciuti da Macrina intanto,
fattasi quella innanzi: – Eccovi, ch’io
son qui – lor disse, – e tutto speso in pianto
ho dopo il partir vostro il tempo mio;
questa pallida faccia e questo manto
pon chiaro indizio darvi che desio
d’esser morta via più che d’esser viva,
d’ogni mio ben, d’ogni mia speme priva -.

141Saper devete insomma che costoro
venner con Macro, e quando partir Festo
fe’ co i soldati, e che rubò il tesoro,
fedeli per trovar rimedio a questo
corsero in Eribea subito a Floro,
per fargli il caso occorso manifesto;
Floro figlio d’Ingenuo, che mattina
e sera avea nel cor sempre Macrina.

142Inteso il giovenetto il gran periglio
de la sua donna, pien d’aspro dolore
pregò d’aiuto il padre e di consiglio,
tutto cambiato in viso di colore;
quel, ch’altro ben non ha che lui sol figlio,
gli diè mille soldati di valore,
ond’egli tosto ov’esser Macro intese
scorto da quei la via più dritta prese.

143Ma giunto a quel castello e ritrovato
da Materno e da i figli Macro ucciso,
de la donna cercando indarno andato
più giorni da se stesso era diviso.
Di Nardo udito poi, mesto e turbato
se ne venìa, dal duol tutto conquiso,
per timor che al fin giunta a l’empio in mano
fosse ogni sforzo, ogni rimedio vano.

144Ma trovatala poi dov’ebbe meno
di speme, viva almen, di ritrovarla,
nel cor di gioia e di letizia pieno,
senz’altro indugio corse ad abbracciarla;
poi sopra l’erba quivi al ciel sereno,
chiesta licenza pria, volse sposarla,
e tutto si chiamò per dote quello
che chiuso Macro avea dentro il castello.

145Sapendo che l’avrebbe e facilmente
con quei soldati scelti tosto in mano,
ché nel castello, essendo poca gente,
riuscirebbe ogni contrasto vano.
Volendo a ciò trovarmi anch’io presente,
che poco era il castel quindi lontano,
presi la strada in compagnia di Floro
co i miei, per gir là dove era il tesoro.

146Quando ecco da lontan per quel sentiero
che dritto un prato solo in due partiva,
con bianca sopravesta un cavaliero,
che a tutto corso in verso noi veniva,
giunto a Floro costui, giù del destriero
disceso, un ramo a quel porse d’oliva
dicendo: – A te, signor, mi manda Sura,
che del castello e del tesoro ha cura.

147Poi che Materno quasi in un momento
Macro uccise, e condusse via Macrina,
fosse o per forza o fosse a tradimento,
Sura più dì cercò la sua regina;
né la trovando si rimase intento
a salvar l’oro, acciò che a la meschina
tutto il rendesse tosto che di quella,
tardi o per tempo, udisse un dì novella.

148Ma per cosa poi certa avendo inteso
che in man di Nardo al fin giunta per sorte
co i figli seco ancor Materno preso,
tutti fur posti crudelmente a morte;
con l’animo restò dubbio e sospeso,
perché se ben la rocca alquanto è forte,
per difenderla seco ha poca gente,
e poco esperta e meno ubidiente.

149Talché in sospetto e sta sempre in timore
de i suoi propri soldati, e via più teme
di quei di dentro che di quei di fuore,
né di soccorso in alcun loco ha speme;
vegghia e tien l’arme in dosso a tutte l’ore,
ma questo più l’aggrava e più gli preme
che ognor ne l’oro, onde ogni ben deriva,
misero stenti e in gran disagio viva.

150Quando voi sète con la vostra schiera
passato del castel dietro a le mura,
tutto quel giorno e quella notte intera
si è stato in gran travaglio e in gran paura,
ché assai più temeraria fatta s’era
la squadra sua, più forse allor sicura
e minacciosa che, rotte le porte,
dentro voi chiamaria dando a lui morte.

151Pur salvo al fin con l’ottimo consiglio,
poi s’intese per bocca d’un corriero
ch’eravate voi Floro, unico figlio
d’Ingenuo, possessor di tanto impero;
onde per non star sempre in tal periglio
mandommi a voi, già fermo nel pensiero
non pura la rocca e l’or tutto ad un’ora
ma dar se stesso in poter vostro ancora -.

152Con gran piacer quel cavalier soldato
di Sura, fu dal gentil Floro udito,
quale accettò, con parlar saggio e grato,
di buona voglia sì cortese invito.
Soggiunse poi: – Sia Dio sempre lodato,
la cui somma pietà non ha patito
che sia Macrina, da i ladroni offesa,
per miracolo ognor da lui difesa -.

153A quel mostrolla poi, che conosciuta
mai non l’avrebbe a risguardar mill’anni,
poi che morta già l’avea tenuta,
oltra sì vili e sì negletti panni;
onde qual dea quivi dal ciel venuta
sol per ristoro de i sofferti affanni,
a i piedi suoi prostrato immantinente
umil tutto inchinolla e riverente.

154Poi tutti quanti in compagnia con loro
giunti al castel, di ricco vestimento
Macrina adorna, a lei diede il tesoro
Sura, di darlo a lei via più contento;
subito poi fu consegnato a Floro,
che per solenne e publico strumento,
presente il principal lor sacerdote,
con tutti noi se lo chiamò per dote.

155Macrina poi, magnanima e gentile,
scoprendo fuor l’interno alto diletto,
donommi un prezioso e bel monile,
che notte e dì porto nascoso al petto,
stimando ogni altro al par di questo vile,
e sempre sto di perderlo in sospetto:
scolpita d’Alessandro in quel l’altera
faccia si vede con sembianza vera.

156L’intaglio in gemma preziosa è raro
(da Pirgotele fatto) e cinto intorno
di ricche gemme, ond’è ragion che caro
l’abbia, sì vago essendo e tanto adorno;
de i Macriani il seme altero e chiaro,
per tutto ovunque adduce Apollo il giorno,
d’onorar sempre per suo proprio nume
l’alto figlio d’Ammonio ebbe costume.

157D’oro in vasi e d’argento e in gemme l’hanno
le donne come gli uomini scolpito.
Per quel Macrina grave scorno e danno
credea due volte già d’aver fuggito:
l’una fu quando a Macro empio tiranno
andò di violarla il pensier schernito,
poi l’altra allor che del serraglio uscita
da i due ladroni al fin salvò la vita.

158A lo spuntar del sol l’altra mattina
l’un da l’altro commiato avendo preso,
noi tutti e Sura, e Floro con Macrina
ciascun partissi al suo viaggio inteso;
fin che nel gir noi verso la marina,
sì come già più volte avete inteso,
ne la rete incappossi di Cimara,
ch’egli anco al fin gustò vivanda amara».

159Così narrò Vittoria, e queste cose
di saper molto al cavalier fur grate;
ma perch’essa molt’opre gloriose
fece, che per modestia avea lasciate,
acciò che non restassero nascose
fur da quegli altri a pien tutte narrate,
ch’ella non men che saggia ardita e forte
spesso lor tutti liberò da morte.

Libro XIII

ultimo agg. 11 Settembre 2015 10:24

Argomento
Costante uccide Lammia, uccide il reo
Tolmandro, Mena, Ladon, Crano e Nerva;
purga di mostri scorto da Minerva
da i gran monti d’Epiro al mare Egeo.

Giunone sprona Lammia, re dell’Epiro, a muovere guerra a Costante: viene vinto facilmente, in sua vece è lasciato Nerone come amministratore del regno (1-26)

1Vittoria preso avendo omai bastante
ristori al gran disagio che sofferse,
l’ottavo giorno parve al pio Costante
tempo da gir contra le genti perse;
onde, tosto che in letto il vecchio amante
lasciò l’Aurora, e il crin d’oro scoperse
al balcon d’Oriente, il lor viaggio
preser, non sorto ancor d’Apollo il raggio.

2E volsero a Corinto in fretta i passi,
che per terra arrivar volendo al Pelo-
poneso quindi ogni un convien che passi;
ma perché il verno s’appressava e il gielo,
sì per fuggir le rupi e i balzi e i sassi,
come ancor per aver men freddo il cielo,
lungo il mar s’appigliaro al sentier piano
lasciando i monti a la sinistra mano.

3E così quattro giorno o cinque andaro,
mattina e sera al lor viaggio intenti,
che impedimento alcun mai non trovaro,
con risi e motto ognor lieti e contenti;
e, giunti a Tamia, un giorno si fermaro,
dove per tutto sol si udian lamenti;
ma più d’ogni altro avea doglia e martiro
Lammia, che allor reggea l’Epiro.

4Lammia un sol figlio avea, dal crespo e biondo
crine da tutti Cincinnato detto,
che di sé dava gran speranza al mondo,
prudente, accorto e di gentile aspetto;
questo il padre rendea lieto e giocondo,
suo tesoro, sua gioia e suo diletto;
ma nel mezzo d’un bosco a l’improviso
quel dì stat’era, essendo a caccia, ucciso.

5Come avvenir veggiam sovente a caccia,
trovandosi lontan da gli altri molto,
d’un cervo intento a seguitar la traccia
nel mezzo fu da quattro armati colto,
che, feritol nel petto e ne la faccia,
morto rimase, e da i compagni tolto
fu, gridando e piangendo il popol tutto,
dinanzi al padre, a la città condutto.

6Più d’un giorno penossi e più d’un mese,
prima che fosser gli omicidi noti,
ben Lammia a ciò con ogni studio attese,
ma fur gli offici ognor d’effetto vòti;
per vero indicio poi chiaro s’intese
che questo fatto avean tre suoi nepoti,
perché venìa, già vecchio essendo, a loro
tutta l’entrata sua, tutto il tesoro.

7Quel miser patre, doloroso quanto
pensar si può, tre giorno il corpo tenne,
molta provision facendo in tanto
per sepelirlo con pompa solenne;
e stando quel sempre in continuo pianto,
spiegar Giunon fe’ le dorate penne,
a gli augei suoi così veloce e presta
che tosto in Argo fu, dolente e mesta.

8E quivi per la figlia di Taumante
subito a sé chiamar fatta Megera:
tosto che a lei giunse la Furia inante,
minacciolla implacabile e severa,
ché, a mal suo grado, ancor fosse Costante
vivo non pur, ma con sì grossa schiera,
tolta di Gallia la più franca gente
dissegnasse di gir verso Oriente.

9E le commise ch’ella usar devesse
quel modo ch’esser le parea migliore
onde Costante in tutto rimanesse
senz’aver, senza vita e senza onore,
facendo sì che morto ancor s’avesse
nel mondo per infame e traditore,
ch’altrimenti opraria sì che in eterno
non tornerebbe a riveder l’Inferno.

10Per timor quindi allor Megera, tosto
partita, andò là dove Cincinnato,
già cadavero, in alto era riposto,
come a la pira esser devea portato;
e, il volto oscuro e il crin d’idre nascosto,
sen gio la notte al padre sconsolato,
qual ben sa che impossibil fia che dorma,
d’un suo liberto già presa la forma.

11A Lammia fu questo liberto, detto
Seran, via più d’ogni altro fido e caro,
e col figlio il mandò quando soletto
morto nel bosco i suoi poscia il trovaro;
e fosse la cagion ch’egli avea il petto
colmo di doglia e di tormento amaro,
o che d’appresentarsi al suo signore
per tal successo rio stesse in timore,

12comparso inanzi a lui non era ancora,
se ben chiesto l’avea più d’una volta.
Megera adunque attesa in prima l’ora,
l’effigie sua ne la costui rivolta,
di Lammia al letto andò che ancor l’aurora
non avea l’ombra da la terra tolta,
cui lacrimando e con voce precisa
spesso dal sospirar, parlò in tal guisa:

13«Sappi, o signor, com’io primier trovai
tuo figlio morto, cui seguia primiero,
e tosto dietro a i traditori andai,
ché impresse apparian l’orme nel sentiero,
e sì spronato dal desio spronai
a sciolto freno anch’io sempre il destriero,
che a punto nell’uscir del bosco fuori
scorsi fuggir da lunge i malfattori.

14Diece, tutti a destrier, son questi, armati,
li quai da lontan, con gran desiro
di conoscerli, sempre ho seguitati,
e visti gli ho, quando del bosco usciro,
per la contraria porta esser entrati
ne la città, ma dopo un lungo giro,
e smontaro a l’ostier tutti costoro,
che per insegna tien la Sfinge d’oro».

15E così detto la crudel Megera,
stando ancor Lammia involto ne la piuma,
spruzzolio d’un liquor che in gran part’era
del Cerbero infernal rabbiosa spuma,
onde a guisa di tigre o d’altra fera,
cui fame dentro macera e consuma,
tosto con gran furor saltò dal letto
gridando, e molto orribile d’aspetto.

16«Servi e soldati ogni un corra, ogni un s’arme,
e l’ostier si getti da la Sfinge a terra,»
gridava, e si vestì con fretta l’arme,
come se i Persi gli movesser guerra.
«Del Ciel mal grado, oggi potrò sfogarme»
dicea, poscia gridava: «Serra, serra,
serra le porte, acciò che i traditori
de la città scampar non possan fuori».

17Ma non però con tanto suo furore
poté i compagni offender, né Costante,
ché a par Minerva avendo a tutte l’ore,
avvertiti gli avea d’un pezzo inante,
talché salvi di Tamia usciti fuore,
verso il fiume vicin volser le piante,
e quivi giunti ascose ogni un la diva
tra i dumi, ove alta e torta era la riva.

18Dal furor Lammia intanto e da la rabbia
spinto, nessun trovato ne l’ostello,
sì come l’oste il figlio ucciso gli abbia
fe’ d’esso e de gli suoi crudel macello;
poi, corso al fiume, ov’alta era la sabbia,
con più di cento armati in un drapello,
mentr’era intento e di passar disposto,
Costante e gli altri l’assaliron tosto.

19Minerva, che a la zuffa era presente,
diede a Costante e diede a i suoi tal voce
che tutti alzando il grido orribilmente
non s’udì cosa mai tanto feroce;
diece e più volte tanto esser la gente
credendo, ogni un fuggir volea veloce,
ma i destrieri fitti un braccio ne la rena
non erano a trottar bastanti a pena.

20Lammia, che del disordine s’accorse,
come quel ch mostrò sempre gran core,
tosto contra costor la faccia torse,
e Costante ferì, pien di furore;
ma quel, che se medesmo ognor soccorse
di par con la prudenza e col valore,
porto lo scudo, a tempo si coperse,
e con la spada il petto a Lammia aperse.

21Vittoria e gli altri, qual Costante arditi
quivi apparir tutti volendo e forti,
fèron tosto giacer non pur feriti
ma quasi tutti quei di Lammia morti.
Pochissimi di lor, quindi fuggiti
giunsero a la città; ma, poco accorti,
del duce lor fatta saper la morte,
chiuse in faccia lor fur tosto le porte.

22Quanto per la bontà sua Cincinnato,
e per la speme ch’ogni un d’esso avea,
era da tutta la provincia amato,
tanto per quel che il padre ognor facea
per contrario da tutti era odiato;
e il popol, ch’esser quel morto sapea,
pensò dopo maturo e gran discorso,
di chiamar quel guerrier che l’ha soccorso,

23e in suo governo darsi, onde mandaro
diece, che a questo effetto elesser tosto.
Fatta l’offerta, quei molto il pregaro
ch’esser volesse ad accettar disposto;
non era il perder tempo al guerrier caro,
ma perché si trovò poco discosto
ritornò in Tamia, e come a re d’Epiro
gran pezzo incontro i cittadin gli usciro.

24De la gran fede che in ciascun sorgea
verso di lui ringraziò Costante,
ma che accettar l’offerta non potea,
disse, sforzato a gir tosto in levante,
e di fermarsi alcun giorno in Nemea,
per cosa da trattar molto importante;
ma sì pregollo il popolo e il Senato
che a lasciar fu Neron quivi sforzato,

25dicendo: «In ricompensa de l’onore
ricevuto da voi con tanto affetto,
lasciandovi Neron mi svello il core
da le viscere mie, fuor del mio petto:
tal prudenza in lui regna e tal valore,
che al par d’ogni altro m’è caro e diletto».
Poi fe’ sì che a Neron pur persuase
ch’ivi (ma volentier non già) rimase.

26Tra l’altre cose che allor dette furo
da Costante a Neron, questo gli impresse:
non esser per l’impresa lor sicuro,
che in governo quel regno altri tenesse,
onde benché a lasciar Costante duro
via più d’ogni altra cosa gli paresse,
pur Neron sottopose al giogo il collo,
e per necessità, tristo, accettollo.

Costante vince e uccide il ladrone Tolmandro (27-61)

27Volendosi partir poi da quel loco,
con prieghi fu Costante ritenuto,
e fu costretto di fermarsi un poco
da i cittadini, sol per loro aiuto:
«D’intorno era il paese in fiamma e in foco
da Tolmandro ladron sempre tenuto;
Tolmandro ch’altri più d’ingorde brame
non si ritrova, né più d’esso infame.

28Questo in Roma died’opra a leggi, e valse
poco in saper, ma temerario tanto,
con testimoni e con scritture false
pur fe’, di questo riportando il vanto,
che a qualche grado senza merto salse
e di toga comparve adorno intanto,
ma più delitti fe’, che il meno atroce
degno il rendea del remo e de la croce.

29E perciò fu di Roma fuor cacciato
l’empio, di falsità seme e radice,
che sol per male al mondo essendo nato
mal fa, mal pensa e mal d’ogni altro dice;
onde col volto il traditor sfregiato
sen va d’ampia e profonda cicatrice;
ma come sia d’onor tal cosa insegna,
più sempre in lui maggior l’audacia regna.

30Scacciato fuor di Roma l’empio e fello
Tolmandro appresso a Tamia trenta miglia
se ne sta, sopra il monte, in un castello
di sito e d’arte forte a meraviglia;
gran gente ognor dimora ivi con quello,
ch’ogni un ne i vizi a lui ben si assimiglia,
e con costor sen va la notte e il giorno
scorrendo il monte e il pian tutto d’intorno.

31Non solo i viandanti e i peregrini
restan privi d’aver, privi di vita,
ma ne i lochi lontani e ne i vicini,
con fraude occulta, e non altrove udita,
a i ladri, a i masnadieri, a gli assassini
porge fomento, e di nascosto aita,
talché delitto alcun presso o lontano
non si commette ch’ei non v’abbia mano.

32S’avvien ch’alcuna giovane si scopra
ricca o vaga di forma in questo regno,
inganni e fraude in tante guisa adopra
ch’egli arrivar la fa dove ha disegno.
Falsità pone e violenza in opra,
che in questo solo è ben sottil d’ingegno:
la parte sua riceve poi d’ascoso,
né lascia mai che alcun viva in riposo.

33L’istesso a ciascun vecchio ricco avviene,
nel farsi dopo morte alcuno erede,
che al fin come egli vuol far si conviene,
se non che in pace il suo mai non possede;
poi, fatto il testamento, non sostiene
che viva, e fallo uccider per mercede.
Tutto il gran regno ei, in somma, tiene in filo,
e il suo castello è d’ogni vizio asilo.

34Volendo proveder Lammia prefetto
d’Epiro il gran disordine, venuto
se n’era in Tamia solo a questo effetto,
per darci a tempo al gran bisogno aiuto;
ma poi ch’oggi traffitto in mezzo il petto
per la man vostra il misero è caduto;
di trar noi tutti al mostro rio di bocca
a voi, signor, più che ad ogni altro tocca».

35Così di Tamia i cittadin dolenti
diceano al cavalier, pregando quello
a volersi trovar con le lor genti
di Tolmandro a l’impresa del castello;
perch’egli e i suoi trovandosi presenti,
per l’autorità lor, l’empio e rubello
di riputazion perderia molto,
e più tosto il castel gli saria tolto.

36Costante, udito i tanti vizi e tanto
sporchi del rio Tolmandro, si risolse
quivi di star co i suoi compagni alquanto,
ché ogni un del danno universal si dolse;
ma la gran figlia del gran Padre intanto,
che senza lei lasciarlo gir non volse,
tosto che l’orizzonte l’ombra nera
tutto imbruni, gli disse in tal maniera:

37«Costante, se tu sol vuoi con Vittoria
e co i compagni tuoi di questa impresa
l’onor tutto acquistar, tutta la gloria,
dietro al fiume la via da te sia presa,
che di Tolmandro la total vittoria
porrò ne le tue man senza contesa;
prima che la gran schiera che si vede
per ciò raccolta, abbia ancor mosso il piede».

38Così detto Minerva, a sé chiamata
una sua donna, di cui Singa è il nome,
e la primiera forma in lei cangiata,
d’altri panni acconciolla e d’altre chiome,
talché in un servo del ladron mutata,
prima instruttala ben qual cosa e come
dir gli devesse, a lui mandolla tosto,
che per dormir già s’era in letto posto.

39Di questo servo il nome era Dimarco,
che a Tolmandro facea dì e notte spia,
picciol di corpo, tutto snello e scarco,
gir per tutto e sapea per ogni via,
soletto ognor, fuor che gli strali e l’arco
non volse altrui mai seco in compagnia.
Singa, fatta a costui simil d’aspetto,
così disse al ladron mentr’era in letto:

40«Signor, mai non ti venne occasione
di far più ricca preda e più onorata
di quella che pur dianzi di Giunone
verso il Tiami a l’oste è capitata:
diece soldati e certe altre persone,
da cui pregato or lor la via ho mostrata,
quivi aspettando stan co i muli carchi
che il fiume cali e che di là si varchi.

41Vecchio e infermo sen viene il duce loro
sempre in lettica, e s’ho spiato il vero
sopra quei carriaggi hanno il tesoro
de la bella Macrina tutto intero;
più giorni essendo stata ella con Floro
in Delfo, or d’Eribea preso il sentiero
d’una giornata innanzi mandan Sura
col tesoro commesso a la sua cura.

42Ma Sura, essendo omai vecchio e mal sano,
la febbre l’assalì dianzi per strada,
talché in lettica il misero pian piano
convien che a mal suo grado se ne vada;
sei miglia di Giunon quinci è lontano
l’ostier, però non star, Tolmandro, a bada,
perché se Floro co i soldati arriva
n’andran salvi e sicuri a l’altra riva.

43Non tardar, signor mio, lascia le piume,
ch’io ti farò, come ognor fo, la scorta,
e condurotti salvo insino al fiume,
per strada piana, senza fango e corta;
ma se del nuovo giorno aspetti il lume
potria la gente tua rimaner morta,
perciò che a Floro tosto quei dier nuova
del duce lor che infermo si ritrova.

44Talché molto indugiar più di ragione
non può nuovo presidio e nuovo duce,
e forse Floro ancor con le persone
tutte, che seco in compagnia conduce,
con Sura s’unirà, che n’ha cagione,
né forse aspettarà la nuova luce;
seguimi adunque omai, ch’io sol costoro
pongo in man tua con tutto il lor tesoro».

45Tolmandro, ch’uopo avea sempre di briglia
ma non di sproni mai, levossi, e tosto
corse veloce con la sua famiglia,
d’aver sì gran tesoro in man disposto;
da Singa, che a Dimarco si assimiglia,
nel gir non stava un passo mai discosto,
tanta ingordigia avea l’empio e tal sete
d’incappar tosto ne la tesa rete.

46Perché Minerva col guerrier suo v’era
già prima giunta, e quel nobil drapello
per tutto avea nascosto in tal maniera,
chi di qua, chi di là dentro a l’ostello;
che poi giunto il ladron con la sua schiera,
si fe’ di tutti lor facil macello;
sol rimase prigion Tolmandro e tosto
fu sul destrier sopra cui venne posto.

47Poscia le veste lor tutti mutaro
con quelle di color che morti furo.
Già Febo avea col nuovo raggio chiaro
tolto da l’orizzonte il manto oscuro
quando Tolmandro al suo castel guidaro;
il qual, benché gli fosse acerbo e duro,
pur diede il nome, onde a ciascun, coperto
di falsa spoglia, fu subito aperto.

48Ma poi che furon ne la terra entrati,
gettaron via quei vestimenti finti,
talché si nascondean servi e soldati
del rio tiranno di pallor depinti;
ma tosto e facilmente ritrovati
fur da Costante e da i compagni estinti;
tenner vivo Tolmandro in gravi pene
d’aspri nodi legato e di catene.

49A Neron poscia un messo diligente
mandaro a dargli nuova del successo,
il qual, raccolta avendo molta gente
per questo effetto, quando giunse il messo,
partir volendo l’altro dì seguente,
severo avea pur dianzi a quei commesso
che a l’alba ogni un sotto l’insegna unirsi
devesse che volea quindi partirsi.

50Ma poi subito a quei diede licenza,
con dir cortese e con gentil sembiante;
di questo prima fatta salva e senza
dimora andò là dove era Costante,
il qual tosto Tolmandro in sua presenza
condur gli fece pallido e tremante,
d’aspre catene e mani e piedi e collo
stretto legato, e così a lui chiamollo.

51Rotto il carcere poi, quivi trovaro
due grandi e venerabili d’aspetto,
sì che d’ogni altro star poteano al paro,
e di Costante giunti ambi al cospetto
lor corse incontro, e stretti si abbracciaro,
colmi di meraviglia e di diletto;
così Vittoria fe’, così Berone,
ch’ogni un ben d’allegrarsi avea cagione.

52Ch’era l’un Claudio e l’altro Aureliano,
per opre illustri e in tutto il mondo noti;
del gran seme di Dardano Troiano
gran padri ebbe quel primo e gran nepoti;
da Roma nacque assai l’altro lontano,
e i suoi parenti e vati e sacerdoti
fur di quel dio ch’ognor scorrendo intorno
fuggir fa l’ombra e riconduce il giorno.

53Costante gli pregò per cortesia
che di narrargli fossero contenti
quanto avea che fur presi, e per qual via
capitassero in man di quelle genti.
«Visto» risposer quei «la monarchia
(già Macrian rimaso e i figli spenti)
Scauro d’aver bastante in tempo corto,
e de l’Impero il gran periglio scorto,

54volendovi questo far provisione
qual si potea, con pochi e sconosciuti,
ne le città parlando a le persone
che vi han governo, siam sempre venuti,
fuor che ad alcun che per giusta cagione
questi secreti non gli avriam creduti,
fin che in ripa del fiume in uno ostello
noi preser questi, e chiuser nel castello.

55Dove ogni nostro servo ebbe la morte,
mercé chiedendo al rio Tolmandro in vano,
che in carcer noi profondo, oscuro e forte
l’un da l’altro più dì tenne lontano;
per volar forse fuor di queste porte
mandàrci al vincitor nemico in mano,
e in tal guisa i lor modi abbiam scoperti
che quasi siam di questa trama certi».

56E così avendo i due romani detto,
ciascun tre giorni a riposarsi attese;
chiesto in tanto il ladron per qual rispetto
fu de la vita a questi due cortese,
stando che ogni altro sempre con diletto
subito ucciso avea, da lui s’intese
ch’ei più volte mandò varie persone
per dar morte anco a lor ne la prigione,

57ma che indietro quei tali ognor tornaro,
senz’altro effetto e colmi di paura,
perché nel carcer, subito ch’entraro
(ch’è senza luce, oscuro oltra misura),
da gli occhi loro uscia raggio sì chiaro
che rendea illustre la prigione oscura,
e che tre volte o quattro ciò gli avvenne,
talché d’uccider lor poi si ritenne.

58Fu chiesto ancor ch’essendo stato intento
a tòr la robba altrui molti anni e molti,
dove riposto avea l’oro e l’argento,
le gemme e i panni a i peregrini tolti;
il che lor disse a forza di tormento,
e dimostrò che insieme avea raccolti
danari e gioie in una cella forte,
che in sette doppie avea d’acciaio porte.

59Le gemme e i vasi e l’or tutto a Nerone
cortesemente il pio Costante diede,
onde potesse far provisione
per mantener sì gran provincia in fede.
Poi verso il fiume ogni un, dove prigione
fatto Tolmandro fu, volsero il piede,
e quivi giunti videro con molto
piacer come a la trappola fu colto.

60Quindi a Sibota, e poi quindi a Torona
giunsero il terzo dì, dove gran gente,
sendo quella città fertile e buona,
ad incontrargli andò solennemente;
quivi, oltra i magistrati, ogni persona
di qualità giurò che obediente
saria sempre a Neron, discreto e giusto,
come a prefetto del Romano Augusto.

61L’altro dì tutti di Torona usciro
per tempo, e giunti ov’ha foce Acheronte,
da Neron gli altri mesti si partiro,
con mille abbracciamenti e basci in fronte.
Quel tornò indietro a visitar l’Epiro,
cui le città tutte accettaron pronte;
e, conoscendol giusto e saggio, eletto
fu di consenso universal prefetto.

Costante trova il corpo di Valeriano, ucciso a tradimento da Galeno e gettato tra gli sterpi insepolto (62-83,4)

62Costante e gli altri ognor dietro a la riva
del mar sen gian rivolti a l’Oriente,
scorti da quella illustre altera diva
ch’esser vuol sempre al suo guerrier presente;
al suo guerrier cui mai non si partiva
Cesar, che in Persia era prigion, di mente:
tollerar non potea che stesse in mano
de l’empio re l’imperator romano.

63E stando in tal pensier, di generoso
guerrier (com’era il pio Costante) degno,
mai cibo non prendea né mai riposo,
che al viver suo bastasse a dar sostegno;
giunto in Ambracia, al solito pensoso,
e dato in preda al duol senza ritegno,
la notte il sonno pur tanto gli infuse
d’umor che gli occhi a pena un poco chiuse.

64E gli parea, mentre dormia, che pieno
tutto d’affanno essendo e di cordoglio,
si ritrovasse in mezzo il mar Tirreno
cinto da l’onde, e sol sopra uno scoglio,
e che veloce a guisa di baleno
fu quindi tolto e posto in Campidoglio,
dov’era Claudio, quel che, ritrovato
prigion pur dianzi, fu da lui salvato.

65Parea che Claudio sopra una alto trono
sedendo, di regal diadema cinto,
prostrato a quel chiedesse umil perdono,
Galeno fuor del regal seggio spinto;
parea, se ben la vita ottenne in dono,
ch’ei però tosto rimanesse estinto,
e che Costante poi si vide, mentre
sedea quivi, una vite uscir dal ventre.

66Parea che un’altra vite, similmente
da Claudio uscita, ch’era in alto posto,
dilatandosi ognor verso Oriente
che strette insieme ambe s’unisser tosto;
e che in tal guisa unite alteramente
facessero sentir, presso e discosto,
con dolci e spessi frutti e di colori
purpurei, vaghi i lor soavi odori.

67Desto il guerrier che fu, se in grand’onore
avuto sempre avea Claudio e in gran stima,
per questa vision par che in maggiore
l’avesse poi per l’avvenir di prima;
né tanto più l’interna doglia il core
gli rose, né con tanto acuta lima:
l’animo avea ben sempre al suo re volto,
ma si vedea però men triste in volto.

68Quivi una notte sol fatto soggiorno,
sen giro al fiume che dal grande Alcide,
vinto in forma di tauro, dal suo corno
farsi gran copia d’ogni frutto vide;
questo scorrendo verso il mezzogiorno,
da gli Arcanani gli Etoli divide.
Con fatica passaro a l’altra sponda,
ch’alta e spumosa avea quel giorno l’onda.

69Passato poi che tutti ebbero il fiume,
bisogno avendo ogni un già di ristoro,
sì come spesso avean di far costume,
la cena ivi apprestàr sotto un alloro,
e già vicino a sparir sendo il lume,
pronto a qualch’opra era ciascun di loro:
chi scarca le some, e chi la mensa
stende per terra, e il cibo altri dispensa.

70Costante, anch’ei lontan da gli altri un poco,
stando a tagliar pruni e virgulti intento,
onde potesse quivi accender foco,
freddo soffiando da quei monti il vento,
cosa vide incredibile in quel loco,
che d’orror tutto empillo e di spavento:
quei sterpi tronchi aver pareano vene,
d’oscuro sangue orribilmente piene.

71Come l’orto veggiam talor villano
diligente purgar d’inutil erba,
che l’erba da lui posta, e che pian piano
sorge, adombra crescendo alta e superba,
si meraviglia mentre quella in mano,
quasi sdegnoso a risguardar si serba,
veder dal tronco gambo ch’ella spande
puro e candido latte in copia grande,

72così far si vede anco il pio Costante,
che l’arena restar vista vermiglia
del sangue sparto da le tronche piante
indietro pien si fa di meraviglia.
Ma poi che andato ancor di nuovo inante,
di tagliar novi rami si consiglia,
stupido indietro ancor più si ritira,
che uscirne sangue in maggior copia mira.

73E giunta insieme e l’una e l’altra mano,
gli dèi selvaggi e le selvaggie dive
chiamò, se v’era alcun Fauno o Silvano,
o Driade o Napea tra quelle rive;
e senza mai pensar che sangue umano
dentro a le piante d’ogni senso prive
si ritrovasse, un flebil strido intanto
sentì, misto con gemiti e con pianto.

74Come al soffiar d’impetuosi venti
selva o bosco sentiam strider talora,
con così spessi gemiti e lamenti
stridean quei rami orribilmente allora.
Poi voce umana, con più chiari accenti,
mandar s’udiro anco i medesmi fuora,
dicendo: »Sappi, o gran guerrier romano,
che il tuo signor già fui, Valeriano.

75Già fui Valerian giovene, figlio
del grande Augusto in Persia ancor prigione,
che posta pace e tratta di periglio
la Grecia, adorno il crin di più corone,
fèr del mio sangue i propri miei vermiglio
questo terren, né so dir la cagione,
se non che pien d’invidia e di veneno
contra di me s’incrudelì Galeno».

76Più non poté seguir la voce inante,
dal singulto interrotta e da i sospiri;
non fe’ tal cosa effetto altro in Costante
che rinovar la sua doglia e i suoi martiri;
e postosi a cercar tra quelle piante
co i suoi compagni, dopo brevi giri
trovaro il corpo ascoso tra i virgulti,
donde uscian proprio i gemiti e i singulti.

77Trovato adunque il corpo essangue, tosto,
come poteasi nel selvaggio loco,
per gran pietà ciascun pronto e disposto,
fatto un rogo lontan dal fiume poco,
cui sopra quel cadavero fu posto,
e con solennità messovi foco,
poi dentro un’urna il cener tutto chiuso
fu di mandarlo a Roma allor conchiuso.

78Dentro ad un’arca poscia di cipresso
riposta l’urna, a certi quella diede,
che di portarla a Roma avean promesso,
ricevuta da lui larga mercede;
quei, partiti con fretta il giorno istesso,
volsero sempre verso Esperia il piede,
depinto avendo sopra l’arca un crudo
serpe che divorava un fanciul nudo,

79per dimostrar che il traditor Galeno,
di tal scelerità già reso chiarito,
qual serpe colmo d’infernal veneno
tranguggiato l’avea non che inghiottito.
Ma quei perciò non adempiro a pieno
quanto promesso avean, perché assalito
passate l’Alpigia, da febbre ardente
Straton, capo, morì di quella gente.

80Da Pizia persuaso che non vada
per mare, anzi per fuggirlo, fu costretto
tre volte e più di raddoppiar la strada,
né di Galeno ancor giunse al cospetto;
ma de gli Insubri giunto a la contrada,
restò quivi sepolto il giovenetto,
che l’improvisa morte di Stratone
fu che il viaggio si troncò cagione.

81Se imbarcato d’Ambracia quei nel porto
si fosse, di gran lunga avuto avrebbe
viaggio assai più dritto, assai più corto
che a gir per terra, come fe’, non ebbe;
monti e fiumi varò, sì lungo e torto
camin trovando ch’ognor più gli increbbe;
vide Arcanani e Dalmati, e l’Epiro,
Liburnia, Illiria, e dopo un ampio giro,

82passate l’Alpi, a Roma era vicino,
quando restò d’acuta febre estinto,
già quattro mesi avendo in quel camino
con gran disagio posti, e mezzo il quinto.
Valerian non lunge dal Ticino
fu sepellito, e il fier serpe depinto
ch’avea in bocca il fanciul, restò poi degna
de i duci alteri de l’Insubria insegna.

83Straton partito, con pietoso affetto
Costante alcune cerimonie fatte,
l’ombra placò del morto giovenetto
puro sangue spargendo in copia e latte.
Ciò fatto, perché ognor dentro al suo pettoGiunto a Creusa, vince e uccide il tiranno Mena, custode dei cavalli di Diomede che sfama con sacrifici umani (83,5-142)
con la speme il timor giostra e combatte,
dopo la cena, ancor che spento il raggio
fosse del sol, seguir volse il viaggio.

84E di Minerva ognor seguendo l’orma
che apparia alquanto impressa nel terreno,
giunsero a quel torrente che Licorma
prima chiamato e poi fu detto Eveno;
questo, come Acheloo, con varia forma,
colmo di rabbia e colmo di veneno,
già non assalse Alcide, ma ben diece
volte più danno d’Acheloo gli fece.

85Su la ripa d’Eveno Aureliano
e Claudio, ambi dormendo a piè d’un orno,
mentre passavan gli altri, e che, lontano
sendo il vado, al sentier facean ritorno,
sopra i lor capi un’aquila pian piano
stava su l’ali, e ferma fe’ soggiorno,
tanto che desti si levaro in piede,
cosa che a tutti meraviglia diede.

86Giunsero in Cirra quella prima sera,
e l’altra giunser poscia in Anticira,
dove ciascun di risanarsi spera,
cui troppo adusto umor la mente aggira;
Costante, in somma, con sì nobil schiera,
rivolta al suo signor sempre la mira,
da mille acute cure i fianchi punto,
giunse in Creusa il quarto giorno a punto.

87Né fur sì tosto quei dentro a Creusa
che s’accorsero star tutta la gente
con gran mestizia, e tacita e confusa,
dal minimo al maggior ciascun dolente;
di ciò la cagion chiesta, come s’usa,
Costante, un sacerdote ivi presente
rispose: «Mena, al nostro danno inteso,
ne grava ognor d’insopportabil peso.

88Tra Lebada e Megara in una torre
detta Pirgo, sul monte Citerone,
l’empio ha stanza, e quindi intorno scorre,
facendo oltraggio a tutte le persone;
se vivo prende alcun tosto il fa porre
dentr’una oscura e ben chiusa prigione,
pasce dì e notte poi di quei guerrieri
che al prender morti son, quattro destrieri.

89E quando mancan questi, che son privi
di vita, acciò che possa a i destrier darne
pon gli altri a morte che fur presi vivi,
così gli pasce ognor d’umana carne;
se dato a lor fosse orzo o fèno quivi
non vorrian, né potrian punto gustarne;
di quei destrieri son cui Diomede
sempre a mangiar gli ospiti uccisi diede.

90Poi che il rio Diomede in Tracia morto
fu per le mani del figliuol di Giove,
già fatti mansueti in tempo corto
ad Euristeo mandonne Alcide nove;
gli altri d’Eno imbarcar fece nel porto,
e gli portò seco in Egitto, dove,
Busiri ucciso, poi sempre restaro,
fin che molti anni e molte età passaro.

91Questi d’Ammonio il figlio altero poi,
mentre scorrea già vincitor la terra,
tutti divise tra quei duci suoi
ch’esser perfetti gli trovaro in guerra;
poi fur, morendo i lor signori eroi,
seco arsi, e il cener posto sotterra;
dunque s’estinser quei per tal cagione,
gli altri Euristeo sacrò tutti a Giunone.

92Per questo adunque, a conservargli intenta,
Giunon volse che fossero immortali,
sol sottoposti a morte violenta
ma non a tanti e sì diversi mali;
né ben di questo ancor la dea contenta,
volse che in guerra lancie, spade o strali
in qual si voglia perigliosa impresa,
non facesser mai lor punto d’offesa.

93Ma d’Alessandro ancor dopo la morte
de i Satrapi quei preda e d’altre genti,
la maggior parte ebbe l’istessa sorte,
morti e sepolti co i signori spenti;
quattro d’Argo ne fur dentro a le porte
da i cittadini a questa cura intenti,
come gli altri destrieri a biada e a fèno
tenuti ognor, né mai lor posto freno.

94E quando tutta fu l’Acaia doma
da Mummio e il bel Corinto arso e distrutto,
e con sì ricca e sì gran preda in Roma
tanto e sì fin metallo fu condutto,
quel vincitor, che illustre ancor si noma,
ciò che nel tempio di Giunon ridutto
ritrovò in Argo conservar lo volse,
né per sé cosa pur minima tolse.

95Dunque in tal guisa gli salvaro allora
da sì grave ruina e perigliosa,
ma non a questa età, che in fino ad ora
si trova in più disordine ogni cosa;
e se ne va di male in peggio ognora,
che Astrea veggiam fuggita e star nascosa,
dal dì che imperator si fe’ Valente,
e morto fu da la sua propria gente.

96Pensate voi come le cose andaro,
e come furo i popoli trattati:
di salvar quei destrier non fu riparo,
che in fino a questa età s’eran salvati.
In Argo il tempio di Giunon rubaro
certi ladri vuo’ dir, non già soldati,
da cui poi gli comprò quel rio tiranno
ch’io dico esser cagion del nostro danno.

97Costui, che Mena è da ciascun chiamato,
lieto d’aver sì nobili destrieri,
da Diomede al cibo antiquo usato
tornolli, e più che mai divenner feri;
talché i presepi subito sforzato
di fargli tutti fu di ferro interi,
e con catene grosse e doppie al muro
legati stan di fino acciaio e duro.

98Un altro re di Tracia oggi si vede
far le medesme scelerate prove,
ma non si trova, né trovar si crede,
un altro figlio a questa età di Giove.
Mena, arricchito già di tante prede,
si fa più forte ognor di genti nuove:
se vien commesso in Grecia alcun delitto,
tosto l’autor tra la sua schiera è scritto.

99Talché d’empi e di rei la notte e il giorno
fuggendo a lui tal copia ognor concorre
che i borghi a Pirgo già fatti d’intorno
più forma di città tien che di torre,
e sì di spoglie altrui l’ha tutto adorno
che non vi è loco ov’altra cosa porre;
trovò sprovisti noi (già il nono mese
scorre), e la terra a l’improviso prese.

100Come entrasse in Creusa e con qual modo
non vel dirò, che stato in fatto essendo,
contar diversamente in guisa l’odo
che quanto più l’ascolto men ne intendo.
Sol d’ogni altro ladron più Mena lodo
e più d’ogni altro traditor commendo
ne l’usar fraude, falsitade e inganno
con tutto ciò che altrui risulta in danno.

101La città pose crudelmente a sacco
tre volte o quattro, avendola trascorsa,
né ci giovò che d’Ercole e di Bacco
ne’ tempi gente assai fosse ricorsa,
talché essendo ciascun già domo e stracco
per l’empia strage a l’improviso occorsa,
sol per uscir di man del crudo e ingordo
tiranno al fin con lui si fece accordo.

102Ma fu l’accordo obbrobrioso e tanto
d’inestimabil danno a tutti noi,
che dopo alcuni giorni meglio a quanto
si fece allor considerando poi;
sol per rimedio si ricorre al pianto,
che Alcide né Teseo, né quegli eroi
si trovan più che possano a i dì nostri
purgar la terra da sì crudi mostri».

103E così detto il vecchio sacerdote
con la man destra si coperse il viso,
rigandogli le lagrime le gote,
così restò dal gran dolor conquiso.
«Deh,» soggiunse il guerrier «fatemi note
le qualità del patto, ond’io m’aviso
che nasca il grave duol che sì v’accora,
cui spero dar forse rimedio ancora».

104Rispose quel: «Dapoi ch’altre difese
non trovò la città contra il tiranno,
prima a far sì ch’ei se n’andasse attese,
credendo ogni altra cosa esser men danno,
onde obligossi dargli ciascun mese
un cittadin, che son dodeci l’anno;
di questi poi con tutti quei guerrieri
ch’ognor prigioni fa, pasce i destrieri.

105Dopo il patto partir però non volse
fin ch’ei non vide in rocca i suoi soldati,
e diece ostaggi oltra la rocca tolse,
quei che al popol comprese esser più grati;
con questi verso Pirgo in passi volse
lasciando noi dolenti e sconsigliati,
quanto il tributto a pagar più s’attende,
tanto più chiaro il danno si comprende.

106Già sendo il primo termine fornito,
con gran nostro cordoglio e con gran pena,
fece consiglio il popol tutto unito
come il tributo dar devesse a Mena;
e fatti assai discorsi, stabilito
fu, dopo quattro o cinque giorni a pena,
che questa elezion fosse a la sorte
commessa, di chi gir devesse a morte.

107Onde il più ricco e nobil cittadino
ch’abbia Creusa, e il più da tutti amato,
due figli ha soli e l’un d’essi meschino,
de l’urna estratto fu primier mandato;
l’altro, come lo sforza empio destino,
per l’ottavo sarà di gir sforzato,
poi ch’egli ancor pur dianzi tratto a caso
fu con solennità fuori del vaso.

108Quinci nascon le lagrime e i lamenti,
l’affanno universal, la doglia intensa,
perché non tanto a i mali, che i presenti
già son, quanto a i futuri ancor si pensa.
L’esser tanti de i nostri ogni anno spenti
con crudeltà nuova, inaudita, immensa,
non è cagion bastante onde la gente
si tacita, sia mesta e sia dolente?».

109Così parlò quel sacerdote, e molto
di doglia infuse al cavalier nel core,
con gli altri suoi compagni, a cui nel volto
chiar si scorgea qual dentro era il dolore;
ma l’animo però sempre rivolto
Costante avendo e fermo al suo signore,
gli apparve e disse in tal guisa l’accorta
diva che sempre gli facea la scorta:

110«Costante, io veggio c’hai la mente accesa
di liberar Creusa dal rio Mena,
ma che indugiar ti preme la difesa
d’Augusto, avvinto in tanto di catena;
perché ti par questa novella impresa
da non fornir pure in diece anni a pena,
essendo di danari e d’ogni sorte
provision Pirgo munita e forte.

111So che discorri ancor l’empio aver tante
genti colme di forza in guerra e d’arte,
che il suo sia sempre a mantener bastante,
con l’una, e a tòr l’altrui con l’altra parte;
ma non ti diffidar punto, o Costante,
che per tua scorta avrai Minerva e Marte:
qual dunque mai sarà schiera sì grossa
che a tanta forza e tal resister possa?

112Quel c’hai timor che in spazio di molt’anni
non abbia effetto, avrallo in pochi giorni,
e Creusa trarrai di tanti affanni,
che a morte i suoi mandar più non ritorni;
e quanti mostri, non dirò tiranni,
trovati avrai de l’altrui spoglie adorni
far sì gran danno al mondo, gli avrai tutti,
nuovo Ercole e Teseo, morti e distrutti.

113Prima che Febo appaia in Oriente,
quel che de l’urna uscì pur dianzi a sorte,
condutto in compagnia di molta gente
sarà de la città fuor de le porte,
perché di patto ad un picciol torrente
lontan da Pirgo quattro miglia corte,
condutti son, poi quivi dati a Mena,
di ceppi avvinti e di crudel catena.

114Ma gran ventura il ciel ti manda e rara,
ond’oggi il tuo desir succeda a pieno,
per far Mena quel proprio di Megara,
che ancor fe’ Creusa e d’Orcomeno,
di mandar la sua gente già prepara,
e già i destrieri stan con sella e freno,
né prima spuntarà d’Apollo il raggio
ch’avran fatto in gran parte il lor viaggio.

115Già trovarsi presente a questa nuova
impresa Mena in modo alcun non puote,
ché infermo con la febbre si ritrova,
ma cavalca in sua vece un suo nepote;
non fia ch’oggi di letto egli si muova,
e in Pirgo son tutte le stanze vote,
che a tanta impresa ogni un sen va contento
d’aver Megara certi a tradimento.

116Tu con la tua sì nobil compagnia,
come s’apra la porta, immantinente
uscito col prigion prendi la via,
con fretta, onde primier giunghi al torrente,
dove pochi di Mena tutta via
stanno aspettando il misero innocente,
senz’ordine, ché infermo il rio tiranno
lasciaro, e gli altri a quella impresa vanno.

117Io sarò sempre teco e sempre ancora
teco avrai Marte», e così detto tacque.
Già cominciava a rosseggiar l’aurora
quando il guerrier destossi e più non giacque,
ma, tosto uscito di Creusa fuora,
verso il torrente andò, colmo allor d’acque,
e sì dal desio punto il destrier punse
che assai del prigionier prima vi giunse.

118E quei di Pirgo star sopra la riva
trovò, ch’eran sei volte più di loro;
chi si grattava il capo e chi dormiva,
stanco, a l’ombra d’un elce o d’un alloro.
Visibil dimostrassi allor la diva,
e gli accennò che a i danni di coloro,
passati già, devesser trar la spada
tolta lor del castel prima la strada.

119Così Costante e l’alta sua consorte
fèr tosto, e Claudio e il forte Aureliano,
con tutti gli altri suoi, talché la morte
quei, cercando fuggir, fuggiano in vano,
che del torrente le profonde e torte
rive da l’una parte, e il gran romano
co’ suoi da l’altra, al lor vantaggio volti,
gli avean nel mezzo a l’improviso colti.

120Molti uccisi fur tosto, e incontinente
molti, ch’altro rimedio non trovaro,
rivoltisi a fuggir verso il torrente,
smarriti, giù ne l’acque si gettaro;
molti vivi fur presi, ch’umilmente
chieser mercé prostrati, e quei legaro;
poscia, i guerrier quivi posati alquanto,
gli altri col prigionier giunsero intanto.

121E fatti consapevoli del tutto,
e sopra una barchetta già varcati,
volsero in riso il lor continuo lutto,
morti o presi color tutti trovati.
Disse Costante allor: «Perché distrutto
rimanga Mena, tutti essendo armati
di quei che morti son, co i panni sopra
ciascun l’armi di noi tosto si copra».

122Così tosto si fece, e quei di Mena
ch’avean legati subito slegaro,
e per la via che dritto al castel mena,
mandando innanzi quei, gli seguitaro;
giunti a Pirgo, e levata la catena,
le guardie il ponte subito abbassaro,
ma ch’error preso avean poi tardi accorte,
senza potersi aitar punto ebber morte.

123Tosto che morti color tutti furo,
che privi allor vivean d’ogni sospetto,
Mena, che intanto si credea sicuro
di riposar mentr’era infermo in letto,
fu preso e giù calato fuor del muro,
col destro piè di fune avvinto stretto;
e in tal maniera, appeso con gran scorno,
stette la notte e tutto l’altro giorno.

124L’altra sera Vittoria e il pio Costante
con gli altri lor sì nobili guerrieri
quel fatto in pezzi di lor man davante,
lo gettaron per cibo a i suoi destrieri,
e devorato quasi in uno istante,
presenti lor, fu da quei mostri feri,
che senza aver giamai levata o scossa
la testa, a pena vi lasciaron l’ossa.

125Tutti preser diletto e meraviglia
vedendo quei sì grandi e sì ben fatti,
cui di sua man ciascun posta la briglia,
parean mill’anni a questo assuefatti;
poi, cavalcati quei cinque o sei miglia,
ad ogni impresa gli trovaron atti:
pronti erano al maneggio, a i salti, al corso,
ma sopra tutto obedienti al morso.

126Gli tenner tutto un dì che non mangiaro,
parendogli ciascun troppo ripieno,
a poco a poco poi gli ritornaro
come gli altri a mangiar la biada e il fèno;
e in guisa mansueti diventaro
che avria lor posto ogni fanciullo il freno;
poi tanto riusciro in guerra franchi
che non si vider mai sudar né stanchi.

127Menandro intanto se ne stava intento
(così di Mena era il nepote detto)
che d’ora in ora avesse un tradimento
dentro a Megara il desiato effetto;
né del zio devorato, non che spento,
mai seppe, in guisa il passo avea ristretto
Costante che, di notte né di giorno.
né gir né far potea nessun ritorno.

128Minerva, che a la gloria è sempre intesa,
detto a Costante avea che star devesse
con gli altri fermo in Pirgo, in fin che presa
Megara il traditor Menandro avesse,
che in sua man lo darìa senza contesa,
perché tronca del tutto rimanesse
quell’empia stirpe, e quella face spenta,
ch’arde il tutto e maggior sempre diventa.

129E ch’egli a Claudio et al compagno, a cui
destinato avea il ciel perpetua gloria,
di quei quattro destrier ne desse dui,
che gli avessero ognor per sua memoria;
de gli altri poscia che l’un sol per lui
si ritenesse, e l’altro per Vittoria,
e ch’era in quella stanza che il Ristoro
Mena chiamar solea, gran copia d’oro.

130Costante allor allor quanto commise
Minerva di far, pronto si dispose:
fra quella coppia i due destrier divise,
subito innanzi a tutte l’altre cose.
Poi la fortuna in tal modo gli arrise
che l’oro e tutto ciò che Mena ascose
dentr’una stanza ritrovò per sorte,
che né finestre non avea né porte.

131Grosse due braccia intorno avea le mura
la stanza, ch’ei cercò gran pezzo in vano,
dove si potea sol per una oscura
strada sotterra gir, col lume in mano;
morto essendo ciascun, fu gran ventura
che si trovasse, ma per sorte un nano
(che per trastullo avea Mena, e per gioco)
vivo rimaso, appalesò quel loco.

132Verso i compagni suoi largo e cortese
Costante si mostrò d’oro e d’argento,
poscia a Megara andò con voglie accese,
che ad ubidir non fu Minerva lento;
e giunto il dì medesmo che la prese
Menandro con inganni a tradimento,
mentre i soldati sparti per le strade
gian rubando, fur posti a fil di spade.

133Chiuder poi fatte il guerrier tosto le porte
col popol, che in suo aiuto si converse,
senza contrasto alcun diede la morte
a quelle genti e qua e là disperse;
Menandro, ancor che fosse ardito e forte,
quel che altrui far volea l’empio sofferse:
in vece de la spada e de la lancia,
fu trovato a seder con la bilancia.

134Fu ritrovato in una stanza intento
fra i duci suoi, fra l’empia turba avara,
l’oro a peso partir tutto e l’argento,
le gemme e i vasi et ogni cosa rara,
mentre per tutto uscian strida e lamento,
e che in gran parte accesa era Megara;
subito il popol, non perciò satollo,
l’uccise, e il capo gli troncò dal collo.

135E, in cima d’una lancia avendol posto,
per la città d’intorno fu portato;
con quel di Mena poi quel capo tosto
fu in Orcomeno dal guerrier mandato,
che diece miglia o poco più discosto
per esser da Creusa, divulgato
si ritrovò quivi anco il giorno istesso
di Pirgo e del ladron tutto il successo.

136Talché tosto in Creusa e in Orcomeno
l’armi con furia il popol tutto prese,
e di forza e d’ardir sendo ogni un pieno,
di quei di Mena alcun non si difese;
ma del lor sangue tinsero il terreno,
e liberò restò tutto il paese,
cui d’ogni tempo ancor per far sicuro
gettate in terra ambe le rocche furo.

137Poi d’ogni terra e d’ogni loco intorno
di Pago, di Lebadia e di Nisea,
gran concorso di gente era ogni giorno
che il pio Costante ogni un veder volea;
quel, fatto intanto a Pirgo già ritorno,
l’animo al suo signor sempre volgea;
benigno e grato ogni un quivi raccolse,
e di non poter star seco si dolse.

138Molti di gran lignaggio e d’alta stima
volsero in Persia gir col pio Costante,
qual per forza di mine in terra, prima
ch’ei tornasse al camin suo di Levante,
veder volse dal piè fino a la cima
ruinar Pirgo a gli occhi suoi davante;
quella, che rendea serva e tenea in guerra
la Grecia, cadde in un momento a terra.

139Come tal volta per molt’anni antica
quercia si vede, o cerro antico od orno
sopra un gran monte o in una piaggia aprica,
cui molti con securi acute intorno
tronche abbian le radici, e con fatica,
statovi dietro tutto intero il giorno,
tien gli occhi alzati ogni un dubbio e sospeso
dove machina tal minaccia inteso;

140scuote ella i rami altera, e orribilmente,
quinci e quindi, più volte e strida e geme
ma vinta in terra cade e finalmente,
svelta gran parte del gran monte insieme,
ne rimbomba da basso ogni torrente,
rimbomban l’alte sommità supreme,
il gregge, ch’era a pascer l’erba intento,
fugge smarrito, e col pastor l’armento,

141così fe’ Pirgo, poi che molte genti
state d’intorno furo a l’infelice
con ferri avuti e con vari stromenti
per troncarle sotterra ogni radice;
con machine, con fochi e con tormenti
gettata in terra, ogni antro, ogni pendice
risonò d’ogn’intorno, e molte miglia
timor n’ebber le genti e meraviglia.

142De le Ninfe il guerrier poscia lo speco
d’edera vide in ogni parte adorno,
con quei compagni poi non pur che seco
vennero al camin suo fece ritorno
ma di Tessaglia e del paese greco,
gran schiera e nobil sempre avea d’intorno,
che per vederlo sol, chi per soccorso
chieder, per tutto a lui s’avea ricorso.

Giunge a Corinto, vi uccide il ladro e tiranno Ladone, poi a Cencrea, dove impera Nerva, infine a Epidauro, dove si incontra con Sereno e l’esercito (143-159)

143Prima che in tutto al monte Citerone
volgesse il tergo, fe’ quindi di Giove
nel tempio sacrificio, e di Giunone,
di Bacco e di Diana, e giunse dove
Tiresia ucciso il serpe con bastone
si ritrovò cangiato in forme nuove,
per ciò sì tardo fu, che a pena il quinto
giorno si trovò dentro a Corinto.

144Quivi uccise Ladon, che più d’un anno
malvagio, traditor, falso e crudele
de la città già fattosi tiranno
l’avea tenuta in lagrime e in querele;
sotto dolce parlar costui l’inganno
copriva, e sotto i fior l’assenzio e il fele,
col dimostrarsi ognor largo e cortese
le reti avea per tutto e sempre tese.

145Tra gli altri modi ch’avea l’empio usanza
di tener dando a i cittadini morte,
una statua di veste e di sembianza
simile in tutto a Pirra, sua consorte,
del suo palazzo avea dentro una stanza,
dove si entrava per secrete porte;
chinar questa e levar potea la faccia,
potea mover le man, stringer le braccia;

146molti tratti per forza a quel cospetto,
e di lor voglia ancor molti venuti,
abbracciando ciascun subito stretto,
gli traffiggea con lunghi chiodi acuti
che ne le braccia e spessi avea nel petto,
sì ch’esser da nessun potean veduti,
di tal maniera e conficcati e posti
che sotto i panni tutti eran nascosti.

147E quando il rio ladron citar facea
qualcun per trarne alcuna somma d’oro,
con parlar dolce in prima gli dicea
che per salute e per difesa loro
molti soldati e genti assai tenea,
nel cui stipendio entrava un gran tesoro,
e ch’egli in sacrifici era ogni mese
costretto a far gravi e continue spese.

148Oltra che intorno a cose appertinenti
a la città facea spese ognor gravi,
costretto di condur straniere genti,
e due porti fornir sempre di navi;
per ciò che voglian tutti esser contenti
d’aiutar lor medesmi e non gli aggravi
sì poca somma al molto lor potere,
ch’oltra il giusto anco a lui farian piacere.

149Con queste, e più con qualche altra ragione,
quei che potea disporre a le sue voglie
gir lasciava, ma spesso le persone
stan dure s’altri a torto il suo gli toglie:
con parole a costor cortesi e buone
dicea: «Meglio potrà forse mia moglie
disporvi a quel che di ragione devete,
risultandone a voi posa e quiete».

150E così detto, a quella stanza ov’era
la statua, tosto i miseri guidava,
e fattigli accostar con tal maniera
di dietro alcuni ferri egli voltava,
che subito la moglie sua non vera
con tutte e due le man quegli abbracciava,
e traffigga ciascun tenendol stretto
con quelle punte ch’ella avea nel petto.

151Con quei sì acuti e spessi chiodi ch’ella
per tutto ascosti sotto il manto avea,
al seno, a l’una e a l’altra sua mammella
quel stringendosi tanto il traffiggea;
che vinto con la sua propria favella
l’addimandata somma promettea;
molti che stero al gran tormento forti,
così traffitti al fin rimaser morti.

152Morto Ladon, Costante immantinente
fuor di Corinto e del suo stretto uscito,
a la sinistra man, verso Oriente
si volse, e sempre costeggiando il lito
giunse a Cencrea per tempo il dì seguente,
dove per strada avea di Nerva udito
che fattosi tiranno a quelle genti
dava morte con nuovi aspri tormenti.

153Tra gli altri un vaso avea capace fatto
di rame, e sparto in un secreto loco,
dove per forza alcun misero tratto
poner facea sotto quel vaso il foco,
e in fin che in cener l’uom fosse disfatto
facea giunger le legna a poco a poco,
prendendo il piacer mentre si cuoce
di mirar gli atti e d’ascoltar la voce.

154Costante, scorto da la sua Minerva,
che d’aiuto il soccorse e di consiglio,
diè morte a l’empio e scelerato Nerva,
con Crano, suo malvagio unico figlio;
e perché in tutto libera, di serva,
restasse la città, mandò in essiglio
servi, amici e parenti al tiranno,
cagion del grave inestimabil danno.

155Onde subito sparto di Costante
per tutta la Grecia il glorioso grido,
nessun potrebbe imaginarsi quante
genti or da questo or da quell’altro lido
giungea per strada a lui dietro e davante,
come de’ Greci a vero nume e fido,
e così accompagnato in tal maniera
giunse a Spireo quella medesma sera.

156Questo in parte al guerrier porgea restauro
del grave duol, de la soverchia pena:
non solo i magistrati d’Epidauro,
ma d’Argo e di Cleona e di Trezena
venner con rami a lui di verde lauro,
talché per tutto era la strada piena.
Per tempo in Epidauro il dì sequente
giunse, incontrato da infinita gente.

157Mandò quindi a Sereno in fretta un messo,
de la venuta sua per dargli nuova,
e per dirgli ch’avea di star promesso
tre dì dentro Epidauro, ov’ei si trova;
onde se tempo avrà quel giorno istesso
da Nauplio con l’armata egli si muova,
se non che almen l’altra mattina in fretta
venir sen debba a lui, ch’ivi l’aspetta.

158Giunse a Nauplio il corrier non pur quel giorno,
quattro volte lontan dodeci miglia,
ma fra sett’ore ancor fece ritorno,
colmo avendo ciascun di meraviglia.
Sereno andando a quella terra intorno
che ad una foglia d’elce s’assimiglia,
con gran prestezza al suo viaggio intento
sempr’ebbe in favor l’onda e sempre il vento.

159Talché arrivò forse d’un giorno inante
da quel ch’ei d’arrivar prim’ebbe speme,
e trovato nel porto il suo Costante,
subito stretti si abbracciaro insieme;
nel cor lieto ciascun qual nel sembiante,
né i Persi più, né più gli Ircani teme,
né punto alcun di risguardar si sazia
sì bella armata, e Dio loda e ringrazia.

Libro XIV

ultimo agg. 11 Settembre 2015 18:05

Argomento
Da Scauro con l’armata a l’improviso
assalito il guerrier, non pur difende
l’armata ma l’inimica prende;
resta Odenato a tradimento ucciso.

Dopo un’invocazione agli dei del mare l’armata parte (1-17)

1Devendo l’altro dì con sì gran gente
passar sopra l’armata il cavaliero
contra l’empio Sipario in Oriente,
che d’Augusto prigion sen giva altero,
Taurante publicò che la seguente
mattina ogni soldato, ogni nocchiero
si trovi a la sua insegna, a la sua nave,
pria che il sol nasca, sotto pena grave.

2Varro, di tutta Acaia allor prefetto,
d’alta amicizia col guerrier congiunto,
e seco avvinto d’obligo sì stretto
che non potea restarne unqua disgiunto,
saputo il venir suo, per questo effetto
d’alcun di prima in Epidauro giunto,
sol tutto essendo ad onorarlo volto,
con gran superbia ivi l’avea raccolto.

3E perché senza fin tesoro e senza
fin d’ogni qualità ricchezze avea,
cose fe’ che avanzaro ogni credenza,
bastante essendo a far ciò ch’ei volea,
e di far poco ancor stava in temenza,
mentre cose incredibili facea;
a l’oste, ch’era cinque mila diece
volte, le spese d’ogni cosa fece.

4Poi d’archi ogni un fornì, d’elmi e di spade,
di corazze e di scudi e di saette,
che intorno ivi da tutte le contrade
n’avea raccolte in copia e tutte elette;
poi di viver per gli uomini e di biade
per quei destrier ch’avean, lor diede sette
navi da peso grandi e trenta barche
d’orzo e di carne e di frumento carche.

5Quanto a Costante con Vittoria poi
d’onor facesse, e come Aureliano
trattasse e Claudio e tutti gli altri eroi,
fora ogni sforzo in raccontarlo vano,
quei duci che da i celti a i liti eoi,
per ricovrar l’imperatori romano
venian sopra l’armata, ebber non meno
d’onor ch’avesse il gran duce Sereno.

6Di veste e di destrier, d’armi e di lino
ciascun fornito fu bianco e sottile,
né fatto in ciò da barbaro a latino
fu differenza, né da Roma a Tile;
la sera poi con ordine divino
tutti gli accolse l’ospite gentile
a ricca e lauta e sontuosa cena,
di vari cibi e delicati piena.

7Mentre durò la cena, e poi che tolta
quindi la mensa fu, con suoni e canti,
di bianca vesta una fanciulla involta
e due fanciulli di purpurei manti,
con molta leggiadria, con grazia molta
del sole e de la luna e de le erranti
stelle fatto il sentier diverso chiaro,
con gran dolcezza al fin così cantaro:

8«O dèi ch’avete di servar le navi
cura mentre sen vanno a vela piena,
gli Africhi e gli Austri procellosi e gravi
che fan torbida ognor l’aria serena
volgete in dolci Zefiri e soavi,
talché l’onda nel mar risorga a pena;
gran pegno e gran deposito da noi
commesso v’è di tanti alteri eroi.

9Col capo, o gran Nettuno, esci tu fuori,
e teco appaia ogni benigna stella;
stian su l’antenna d’Elena i migliori
fratelli, e lunge stia l’empia sorella;
voi figlie omai de la spumosa Dori,
lasciati gli antri, or questa cosa or quella
facendo, sia da voi per tutto scorta
l’armata che gli eroi d’Esperia porta.

10L’una le vele or quinci o quindi pieghi,
d’alga rivolta la cerulea chioma;
l’altra a man giunte il re de’ venti prieghi
che non offenda il difensori di Roma,
ma che la turba più sfrenata leghi,
la cui superbia sia battuta e doma;
parte l’insegna in alto adatti e parte
acconci remi, antenne, arbori e sarte.

11Qui venga Forco, e venga con Tritone
Proteo, lasciato il marin gregge alquanto,
e con la matre venga Palemone,
posto avendo in oblio l’antico pianto;
chi il battel leghi e chi regga il timone,
questi da l’uno e quei da l’altro canto
sostengan con le mani e con le spalle
le navi, e scorgan sempre il dritto calle.

12Non men Glauco e Nereo, sendo presenti,
questo accorto a i nocchier faccia la spia
col piombo avvinto ad una corda, e tenti
dove nel fondo o rupe o scoglio sia,
l’ancore scioglia quel; sian tutti intenti
al loro officio, e nullo in ozio stia.
Salva, o Nettuno, fa’ che in tempo corto
giunga l’armata al desiato porto».

13Tacque, ciò detto, la fanciulla onesta;
poi quella e i due fanciulli un nuovo ballo
fecero, avendo ogni un di loro in testa
pien d’acqua un vaso sparto di cristallo,
né col piegarsi, o in quella parte o in questa,
ballando alcun di lor mai fece fallo
di rovesciarne in terra pur un poco;
sen giro a letto poi fornito il gioco.

14Ma tosto vista in ciel vaga scoprirsi
l’aurora, e seco il matutino lume,
termine a lor prescritto indi a partirsi,
tutti lasciaron l’oziose piume;
e già Costante l’augure suo, Tirsi,
chiamato, come avea sempre costume,
fece condur di pelo bianco un toro
di fiori adorno ambo le corna e d’oro.

15Poi l’essercito a ciò tutto presente
quel di vin sparto e tocco al lor cospetto,
con la destra un altar che la sua gente
fatto sul lito avean per questo effetto,
stando rivolto ognor verso Oriente,
percosse il toro, e con suo gran diletto
sul destro lato cadde in terra quello,
senza mugghiar, qual manifesto agnello.

16E le viscere in man da Tirsi tolte,
che di venti ore almeno era digiuno,
ne l’onde salse le attuffò tre volte,
e le trovò senza diffetto alcuno;
poi su le navi ascesi e quelle sciolte
dal lito, visti con piacer d’ogni uno
dodeci avoltoi sopra di loro
che in bocca tutti avean rami d’alloro.

17L’ottimo augurio visto, al ciel levando
le man devoto il cavalier latino,
per gran dolcezza disse, lacrimando:
«Grazie ti rendo, o Giove alto e divino,
poi che il medesmo ancor mostrarsi quando
Roma fondata fu dal gran Quirino».
E detto ciò tal grido verso il cielo
ciascun mandò che udillo e Creta e Melo.

Giunone sprona Aureolo a ribellarsi a Costante: questi appronta una grande armata e viene a giornata navale, ma è sconfitto, con grande guadagno di navi e uomini per Costante (18-101)

18Dunque Giunon, dentro al cui petto siede
contra il seme roman la rabbia antica,
or che sicura in Oriente vede
la gente andar che a lei tanto è nemica,
colma d’alto dolor chiaro s’avvede
che indarno spende ogni opra, ogni fatica;
si dispone però voler con nuova
maniera, far de le sue forze prova.

19Ma perché sa che fia del re de l’acque
senza profitto alcun subito esclusa,
cui tanto Citerea pur dianzi piacque,
che nel petto gli avea gran fiamma infusa,
di gir fermo pensier nel cor le nacque
dove Aureolo ancor stava in Scotusa,
pensando come impero acquisti e gloria,
gonfio e superbo per la gran vittoria.

20L’abito preso e la sembianza vera
del suo duce primier, Domiziano,
Giunon, senza voler più di Megera
l’aiuto, già da lei provato in vano,
dal sommo Olimpo andò subito ov’era
costui, che vinto avendo Macriano
tra se stesso pensoso tuttavia
stava aspirando a l’alta monarchia.

21Né risolversi ancor tra sé potea
qual fosse de gli due miglior partito,
o di gir tosto a Roma, ove intendea
starsi Galeno timido e smarrito,
over contra Epidauro, che sapea
ciò ch’era dopo il suo partir seguito;
Giunon gli giunse in questo dubbio inante
co i panni del suo duce e col sembiante,

22dicendo: «S’egli è in te, signor, desio
d’esser monarca del romano Impero,
l’occasion ti s’appresenta e Dio
ti scorge largo e facile sentiero;
tu segui adunque il buon consiglio mio,
ch’avendo per fido e per sincero
ne l’alte imprese tue sempre trovato,
tel vengo a dar, bench’io non sia chiamato.

23Sappi, o signor, (soggiunse) che opportuno
non è l’andar con l’oste a Roma adesso,
che di restar monarca avendo ogni uno
il medesmo pensier ne l’alma impresso,
tutti fian contra te, perché nessuno
vorrà che sia d’altrui Galeno oppresso;
ma chiamata la tua sendo perfidia,
d’ogni un t’irriterai contra l’invidia.

24Qui bisogna adoprar l’ingegno e l’arte,
ché più di te non levi alcun la testa,
cercando ognor d’opprimer quella parte
di cui la forza appar più manifesta;
Costante, che di Grecia ora si parte,
di gir mostrando per cagione onesta,
sappi che al farsi anch’ei monarca aspira
e questo è il suo dissegno e la sua mira.

25E gli succederà se in Oriente
condur salva potrà la galla armata,
e congiunger la sua con quella gente
che l’aspetta in Palmira apparecchiata;
convienti assalir questo arditamente,
c’hai più sicura e maggior d’esso armata;
benché in esser di numero maggiore
la vittoria non stia, ma nel valore.

26Quella da la concordia de i soldati
e da l’obedienza ancor depende:
Galli, Iberni, Britanni ragunati
Costante, e seco tanta impresa prende,
che inesperti son tutti e male armati,
né l’idioma l’un de l’altro intende;
e seguir d’una femina si sdegna
gran parte e d’uno adultero l’insegna.

27Ciascuna pensa tra sé come ritorno
far possa indietro, e tosto lasceranno
quei barbari fuggendo il primo giorno,
vista l’armata tua, solo il tiranno;
over ch’egli e Vittoria con gran scorno
primi a fuggir d’ogni altro ambi saranno,
sì come Antonio e Cleopatra in vece
di guerreggiar, ciascun pauroso fece.

28Fin che in mar sono e in fin che a lor vien data
potestà di fuggir, son freddi e lenti,
ma quando in Siria, lunge da l’armata,
saran congiunti con quell’altre genti,
e che la fuga lor poi sia negata,
vedransi più che fiamma in guerra ardenti,
scorgendo chiaro ch’ogni lor salute
fia sol riposta allor ne la virtute.

29Che d’Epidauro ancor facci l’impresa
non mi par, che se resti vincitore
e che Costante fia de la contesa
in Persia, ov’or sen va, superiore,
sarà di nuovo subito ripresa
da i suoi, ch’ogni un scolpito l’ha nel core;
ma tutta Europa in una sol giornata
fia tua se vincitor sei de l’armata».

30Così detto la dea, non si diffuse
più oltra, poi che star pensoso il vide;
ma di gloria desio maggior gli infuse
nel cor, come ancor già fece ad Alcide.
Quel, partita Giunon, solo si chiuse
ne la sua stanza, e scorte ognor sì fide
l’opre del duce suo gran pezzo volse;
quel consiglio fra sé poi si risolse.

31Si risolse, tardando ogni altra impresa,
con l’armata di gir contra Costante,
da cui non ebbe mai punto d’offesa,
anzi ognor gli era stato amico inante;
onde uscì fuori, e con la mente accesa,
d’animo assai cangiato e di sembiante,
Domizian chiamar fattosi tosto
gli disse quanto avea di far disposto.

32E di Giunon tal forza ebber le false
parole che a Cassandria immantinente
l’oste inviò, dove ne l’onde salse
più ch’altri armata avea grande e potente;
co i duci anch’ei quel giorno il destrier salse,
co i cavalierieri e con molt’altra gente;
e quivi giunti, e prospera e soave
l’aura spirando, entrò subito in nave.

33Tra la Beozia e tra l’Eubea con cento
navi tre volte a gir ciascun nocchiero
pronto si mosse avendo in poppa il vento,
né d’Aureolo alcun sapea il pensiero;
Domizian solo il sapea, che intento
sempre a servirlo, in un dolce e severo,
d’intorno or questo or quel solecitando
sen giva, ad esser quei forti essortando.

34Sciato a man sinistra e Pepareto
riman, Scopelo e Sciro più lontano,
Pelio, con Ossa, Iolco e Cicineto
corron veloci indietro a destra mano;
giunti a Calcide Aureolo il secreto,
con parlar grato e con sembiante umano,
a ciascun duce in guisa fe’ palese,
ch’ogni un d’alto desir di guerra accese.

35E giunti finalmente una mattina,
sendo alto il giorno e il ciel per tutto chiaro,
tra Melo e l’isoletta più vicina,
quivi come in aguato si fermaro;
Costante in tanto da sinistra Egina,
e da man destra insieme a paro a paro
lasciata indietro avendo già Trezene,
venìa lor proprio al dritto a vele piene.

36Ma su le gabbie, da chi stava in alto
già di lontan sendo il nemico scorto,
sicuro omai d’aver Costante assalto,
e che il termine ancor debba esser corto,
de la pretoria entrò tosto d’un salto,
giù nel battello, e come duce accorto
scorrendo ivi acconciò l’armata in guisa
ch’esser né rotta né potea divisa.

37Sapea nessun poterlo, eccetto Scauro,
con l’armata assalir, sì tosto almeno
ch’ei tolse a Macriano oltra il tesoro
le navi ch’eran nel termaico seno;
e seppe, fin quand’era in Epidauro,
ch’ei se n’andò correndo a sciolto freno
con l’essercito verso Potidea,
dove le navi apparecchiate avea.

38Sendo quel dunque Scauro, egli sapeva
che in terra e in acqua prattico era molto,
e che le navi più veloci aveva;
talché, ogni studio al suo vantaggio volto,
la pretoria fermò sì, che volgeva
prima d’ogni altra a gli inimici il volto;
sett’ordini di remi erano in questa,
ma non molto però leggiera o presta.

39Pose ogni gallo nel sinistro corno,
volti là dove in ciel prende Calisto;
risguarda il destro verso il mezzogiorno,
d’Iberni, di Britanni e d’altri misto;
e, perché n’abbian gli avversari scorno,
Costante accorto avea di far provisto
che in lungo equidistante ogni un di loco
s’allargasser più sempre a poco a poco.

40Talché più divenia, lo spazio ch’era
tra questo corno e quel, sempre maggiore;
quinci e quindi le navi in tal maniera
stavan co i rostri volti ogni una in fuore;
d’un triangolo poi per far l’intera
figura, Claudio, avendo seco il fiore
di Grecia, indietro da costor rimase,
e fece a quel triangolo la base.

41Fu, dopo i Greci, ogni destrier disposto
che molti nel partir n’avean levati;
egualmente quei legni, ogni un discosto
da i primi, con le funi eran tirati.
Sereno poi ne l’ultimo fu posto
co i suoi romani, ch’eran tutti armati;
e questa schiera, più de l’altra grande,
più fuori uscia da tutte due le bande.

42L’armata essendo in tal maniera istrutta,
d’esser divisa non avea più tema,
solida e ferma in ogni parte tutta,
ma più d’ogni altra ne la parte estrema;
poi che in tal guisa quella ebbe ridutta
Costante, se n’andò ne la suprema
nave, con l’altre in tal modo congiunta
che facea del triangolo la punta.

43Vittoria stava in questa e Cataledo,
Vasconio il fido e il forte Aureliano,
l’arco e gli strali avea quivi Langedo,
ch’ei mai non scocca e non avventa in vano;
gli altri, armati chi d’asta e chi di spiedo,
chi tenea la lancia o spada o dardo in mano,
di tutte le sue genti avendo tolto
Costante il fior l’avea quivi raccolto.

44Scauro e Domizian veduto intanto
gli avversari venir, lor si accostaro,
e fattisi vicini a quei già tanto
che de l’armata l’ordine miraro,
poi che, non senza meraviglia, alquanto
considerando quei fermi restaro,
le navi loro essi acconciaro ancora
che a i nemici volgean tutte la prora.

45Con due parti poi Scauro, e seco Adorno,
suo duce esperto, volti a destra mano,
non senz’arte ordinò che il destro corno
si dilattasse in lungo ognor pian piano,
come devesser circondar d’intorno
la stretta armata del guerrier romano,
Domizian la terza parte tolse,
e verso il mezzodì ratto si volse.

46Costante intanto al suo viaggio intento,
nel cor standogli fisso Augusto ognora,
sen gìa veloce avendo in poppa il vento
dritto a l’Issico sen volta la prora;
ma quei scontrati, colmi d’ardimento,
per tempo un giorno al nascer de l’aurora,
gli assalse audace anch’ei, visto in quel loco
tener le navi di larghezza poco.

47Sendo angusta l’armata di larghezza
l’assalse il pio Costante, ond’ecco tosto,
come Scauro ordinò, con gran prestezza
gli avversari fuggir tutti discosto.
Scauro quella union, quella fermezza
de gli inimici di spezzar disposto,
commise a i duci suoi con somma cura
che mostrasser fuggendo aver paura.

48Galli, Iberni e Britanni arditamente
tosto che quei d’Aureolo fuggiro,
volenterosi, troppo immantinente,
con impeto, veloci gli seguiro;
perciò da Claudio e da la greca gente
che la base facea, si disuniro;
talché i Romani ch’eran seco a paro,
gran spazio indietro ancor quivi lasciaro.

49Scauro, sì come avea prima ordinato,
tanto oltra visto i barbari condutti
quanto gli era bastante, il segno dato
subito a i suoi, si rivoltaron tutti,
e in un momento e dietro e da ogni lato
contra chi prima gli seguia ridutti;
e, mostrandosi ogni un destro e feroce,
incominciossi una battaglia atroce.

50Mentre col destro e col sinistro corno
Scauro fa sanguinosa aspra battaglia,
tosto fa gir con cento navi Adorno,
prudente e cauto, acciò che i Greci assaglia;
Domizian, che verso il mezzogiorno
di numero di navi Adorno agguaglia,
girò destro e leggier per l’onde salse
talché i romani a l’improviso assalse.

51In tre diversi lochi, ogni un lontano
da l’altro, fansi tre battaglie gravi:
Adorno con gran cor, forte di mano,
di Grecia ardito va contra le navi;
contra i Latini va Domiziano,
cui solo par che il troppo indugio aggravi;
Scauro va contra i barbari feroci,
talché fin sopra il ciel s’odon le voci.

52Ne l’aver piè veloci e più leggieri
legni, e maggior nel governargli l’arte
più vaglion quei di Scauro, e i suoi nocchieri
maneggian meglio remi, antenne e sarte;
ma son quei di Costante assai più feri,
e meglio esperiti nel mestier di Marte;
tanto più che già i corvi hanno e gli uncini
gettati, a fronte standosi e vicini.

53Costante in guisa i legni stretti serra
e fa co i remi o in altro modo ponte
che non battaglia in mar ma fatta in terra
sembra, e i guerrier tutti si stanno a fronte;
quel sol conflitto dà tutta la guerra
perduta o vinta, onde con forze pronte,
conoscendol ciascuno ardito e forte,
pensando al vincer sol sprezza la morte.

54Gran pezzo la battaglia fu dubbiosa,
senza che qua né là fosse vantaggio;
ma sì provide accorto ad ogni cosa
di par sempre Costante, ardito e saggio,
che n’acquistò vittoria gloriosa,
e ben che Scauro anch’ei forza e coraggio
mostrasse, al fin però ceder convenne
cosa che infino allor mai non gli avvenne.

55L’armata sua, mentre a la fuga intende,
e che seguendo con vittrice mano
Costante or questa, or quella nave prende,
commette al forte duce Aureliano
che dove Adorno vincitor contende
veloce vada, poco indi lontano,
e che soccorra Claudio e ciascun greco,
guidando i Galli a questo effetto seco.

56Non pur fu salutifero il consiglio
ma necessario ancor, poi che trovaro
l’armata greca posta in tal periglio
che a pena i Galli a tempo anco arrivaro;
visto soprastar tanto periglio
le corde immantinente andar lasciaro,
le corde onde tiravano i destrieri,
e si mostràr tutti animosi e feri.

57Ma tanto esperti quegli eran d’Adorno
del mar ne le battaglie, e destri tanto
nel finger di fuggir, nel far ritorno,
che riportaron de la pugna il vanto;
e maggior danno i Greci avrian quel giorno
sofferto ancor se, da Costante in tanto
mandato, Aurelian non fosse giunto
mentre n’avean maggior bisogno a punto.

58Ripreso i Greci adunque animo e forza
per l’improviso e non sperato aiuto,
ciascun di ricovrar pronto si sforza
l’onor che lor parea d’aver perduto;
l’ardor che Adorno pria mostrò s’ammorza,
vistosi contra Aurelian venuto,
e poi che un pezzo indarno si difese,
con gran celerità la fuga prese.

59Fuggito essendo Adorno, Aureliano
con Claudio e i Galli e i Greci, e con due volte
cento navi assalì Domiziano,
che già le forze sue tutte raccolte
contra Sereno e contra ogni romano,
tre navi a viva forza avea lor tolte;
ma da ogni parte già sendo assalito,
da la fortuna si trovò schernito.

60Da quella si trovò schernito in guisa
che in vece d’acquistar l’intera palma
sendogli del fuggir la via precisa,
quasi lasciò nel fier conflitto l’alma:
visto la nave sua rotta e divisa,
gettossi a nuoto, e l’una e l’altra palma
battendo salir volse un’altra nave,
ma non poté, ferito e d’armi grave.

61Veduto quel nuotar ne l’onde un Gallo
d’appresso un dardo gli avventò pien d’ira,
ma tanto s’affrettò che fece fallo,
né colse il colpo ove affissò la mira,
tosto un altro ferì senza intervallo,
mentre il misero stanco a pena spira;
che allor morisse al gran Rettor non piacque,
ma ben del sangue suo fe’ rosse l’acque.

62Gridando Aureliano e Claudio intanto
«Ferma!, ferma!, non sia di vita privo»,
s’affaticaron con gran studio intanto,
che pur fu preso essendo a pena vinto;
tutte già l’armi rosse e rosso il manto
da tre piaghe spargea di sangue un rivo,
con diligenza medicato e tosto
sopra un letto a posar fu quivi posto.

63Quei di Domiziano arditi e forti
l’un più de l’altro allor si dimostraro,
ma lor non valse, ché feriti o morti
la maggior parte al fin quivi restaro.
Sereno intanto e gli altri duci accorti,
tornati al pio Costante, il ritrovaro
con ogni sforzo a prender Scauro inteso,
colmo di sdegno e di giust’ira acceso.

64Quel sopra un legno stava in cui sei cento
remi battean senza riposo l’onda,
spiegando altero l’ampie vele al vento
allor che in poppa avea l’aura seconda;
mille soldati, ogni un pien d’ardimento,
in prora e in poppa, e in questa e in quella sponda
stavan con mente sì ferma e sicura
che di tre tanto non avean paura.

65Costante co i Britanni e con quei tutti
che tra l’Esperia, tra Boote e l’Orse
da quell’isole seco avea condutti
gli era d’intorno e l’avria preso forse;
ma co’ suoi che in sicuro avea ridutti
fuggendo, Adorno subito il soccorse,
onde a Costante riuscì l’impresa
difficil molto, e dubbia la contesa.

66Ma giunto Claudio e giunto Aureliano,
Sereno e tanti duci altri e guerrieri,
che di consiglio accorti e che di mano
tutti eran pronti, e ne i perigli feri,
ripresa forza il gran guerrier romano,
Adorno e Scauro, che pur dianzi alteri
d’aver lui ne le man tosto pensaro
ristretti già condizion mutaro.

67Quel che il nemico avea di prender speme
e quel che d’esser preso avea timore
stato e condizion mutano insieme,
giunti tanti guerrier d’alto valore:
di restar preso Scauro adesso teme,
spera Costante d’acquistar l’onore,
talché per vincer l’un l’arte e la forza
vi mette, e l’altro di fuggir si sforza.

68La maggior pugna e il più crudel conflitto,
mentre s’andaron con tal rabbia addosso
mai non si vide, né si trova scritto;
di sangue il mar d’intorno era già rosso.
De l’alto legno ov’era Scauro, al dritto
per gir Seren veloce ecco già mosso,
con tutti quei gran duci, et avean seco
l’essercito romano e il gallo e il greco.

69Le trombe quinci e quindi orribilmente
su nel ciel alto e giù nel mar profondo
mandando il suon, smarrito immantinente
fuggì Triton giù nel più cavo fondo;
non si ricorda questa o quella gente
che in mar combatta, ma ciascun secondo
c’ha fisso l’occhio va leggier, né vede
per la gran fretta ov’egli ponga il piede.

70Talché già dentro a l’onde cadean molti
de i barbari, de i Greci e de i Romani,
che poi per l’ampio mar le teste e i volti
mostrar vedeansi, e sol batter le mani;
più che grandine ancor gli strali folti,
che pochi de i lor colpi erano vani,
e che facean di chiaro oscuro il giorno,
coprian già tutto il mar quindi d’intorno.

71Ogni un che i remi adopra anelo e stanco
s’affretta sì che il mar percosso geme,
e divenuto già spumoso e bianco,
Dori, Vertuno e Melicerta teme.
Le navi ora per dritto, ora per fianco
s’urtano a viva forza e miste insieme;
stan ferme e, l’una già con l’altra strette,
poco adoprar si puon dardi e saette.

72Qui si richiede più di porre in opra
gli uncini e i corbi e le più corte spade;
nessun prezza lo scudo onde si copra,
c’ha di sé poco e men d’altrui pietade;
sì grande appar l’altera nave sopra
cui Scauro sta che infinito a quella etade
né duce né romano imperatore
condusse in guerra mai nave maggiore.

73Bench’abbia questa tanti remi e tante
vele, grave però tardi vien mossa.
Per sua difesa o danno ardito inante
ciascun fa qui l’estremo di sua possa;
cadendo al ciel qui molti alzan le piante,
qui più ch’altrove appar di sangue rossa
l’acqua, e di strida risonando l’onde
qui da i vicini scogli Eco risponde.

74Per la gran gente, molti che accostarsi
non puon fan sì con gli archi di lontano
ch’or questo or quello è udito lamentarsi,
chi traffitto nel piè, chi ne la mano;
nullo indarno può dir d’affaticarsi,
nullo avventa lo stral da lunge e in vano,
tanta insieme è la turba e folta e stretta
che in van cader non può strale o saetta.

75Mai dardo indarno non cadea né strale,
ma ben si vide un colpo sol più volte
essere a più d’un uom stato mortale,
così strette le genti eran raccolte.
Bisbigliando pian pian Panermo e Tale
le faccie appresso avean l’un l’altro volte,
quando avventò da lunge un stral Tieste
e insieme conficcò d’ambi le teste.

76Su la cocca lo stral posto Tirone,
Tiron già d’anni e di gran corpo grave,
la destra conficcò dentro al timone
ad un nocchier mentre reggea la nave;
subito l’arco teso anco Arione,
ch’esser vinto da quel par che gli aggrave,
l’altra man, che il nocchiero al timon porse,
traffisse, ond’ei di rabbia il legno morse.

77Su la prora un suo figlio essendo, tanto
gran doglia e gran pietà del padre il tocca
che grida e corre in un momento, e in tanto
lo stral di nuovo e l’uno e l’altro scocca,
e quel trovato per soverchio pianto
aperta sopra il padre aver la bocca,
nel palato in un punto ambi gli entraro
gli strali, e dente o lingua non toccaro.

78Visto sì gran ruina e sì gran danno
sopra i soldato suoi cader Costante,
per quei che in alto sopra i legni stanno
di Scauro, per timor fioco e tremante,
ch’ora un Gallo, ora un Greco, ora un Britanno
cadea traffitto a gli occhi suoi davante,
disperato facendo ogni un gran cose
d’usar rimedio tal pur si dispose.

79Seren, Vittoria, Claudio, Aureliano
chiamando e gli altri tal consiglio prese:
di Scauro la gran nave ch’avea Giano
per insegna, assalir con fiamme accese.
Ciascun vasi di creta adunque in mano
tolti pieni di foco il tempo attese,
poi quei gettaron sopra l’alto legno
tutti ad un tempo, avuto in prima il segno.

80Rotti restando in un momento diece
mila e più vasi, tosto e fiamma e foco,
sendo per tutto il legno unto di pece,
s’accese e si fe’ grande a poco a poco
e tal spavento diè, tal danno fece,
serpendo con gran furia in ciascun loco
che pochi eccetto che fuggiron, tutti
dal foco in cener fur gli altri ridutti.

81La fiamma si facea sempre maggiore
prendendo forza dal soffiar de’ venti,
molti che uscir credean del foco fuore,
ne l’acque rimanean, cadendo, spenti.
Di gran forza non men che di gran core
Scauro, per mezzo de le fiamme ardenti,
perduta già d’estinguerle ogni speme,
d’un salto andò sopra una sua trireme.

82Non men scampato sopra un’altra Adorno,
con ogni studio era ciascuno intento
per fuggir la iattura e il grave scorno
che rimanesse tanto incendio spento;
però leggieri or qua, or là d’intorno
scorrendo eran per tutto in un momento,
ma nulla il tanto affaticar riesce
ch’ognor la fiamma più s’innalza e cresce.

83Già l’arbore, già i remi e già le vele
tutte son arse, e già per tutto è pianto,
singulti e strida e lagrime e querele
s’odono e veggion sol per ogni canto;
chi disperato Iddio chiama crudele,
chi, genuflesso, quel benigno e santo;
chi stende al ciel le man, chi corre e fugge,
e chi per gran dolor qual fera rugge.

84Chi Marte, chi Nettuno e chi Vulcano
chiama umilmente, e chi devoto aita
chiede al Dio proprio de la nave Giano,
la cui figura in marmo era scolpita;
ma visto un Trace ogni rimedio vano,
già disperato di salvar la vita,
con la man destra il petto si traffisse,
con l’altra tolto il sangue, a Giano disse;

85verso la statua il barbaro rivolto
disse a Giano, porgendo il proprio sangue:
«Crudel, che indarno il patrocinio hai tolto
di tanta gente, che in miseria langue!
Resta omai sazio» e poi che quel nel volto
gli ebbe gettato, a i piè gli cadde essangue;
restando a Giano tinto orribilmente
quel volto ch’ei volgea verso Oriente.

86Tal disperazion, tal furor porse
questo sì nuovo e miserabil caso
ch’un altro Trace contra un Gallo corse,
che pieno avea di foco e d’esca un vaso,
e tra le braccia quel stretto gli morse
con rabbia tal gli occhi, le orecchie e il naso
che roso a l’improviso ivi lasciollo
tutta la faccia tra la fronte e il collo.

87Vistosi alcun già di morir costretto,
poi che al scampar nessun rimedio valse,
prima abbracciato un de i nemici stretto,
si lasciava cader ne l’onde salse,
e fatto essendo ciò tutto al cospetto
del pio Costante, in guisa gli ne calse
che a salvar sempre or questo, or quello attese,
e da le man de i suoi molti difese.

88Ma tanto disperati si mostraro
che proprio lor parea la morte un gioco,
e, più che d’esser presi, tutti caro
d’entrar ne l’onde avea, d’entrar nel foco;
ma poi che a lui Greci e Latini andaro
i barbari stimò Costante poco,
che Scauro in molta copia avea seguaci
Dardani, Misi, Geti, Illiri e Traci.

89Di salvar quei la cura a Claudio diede,
che, andando in compagnia d’Aureliano,
di porre in libertà desser la fede
ciascun che preso a lor si desse in mano,
lor promettendo ancor larga mercede
se a ricovrar l’imperator romano
seguissero Costante, che per molta
pietate avea sì bella impresa tolta.

90Facendo i due come a Costante piacque,
già quei d’Italia e già visto i Romani
che nel foco morir tutti o ne l’acque
gli converria, si dier ne le lor mani;
ma chi sommerso e chi abbrusciato giacque
sì da ragion quei barbari lontani,
poco se ne curaro Aureliano
e Claudio, visto affaticarsi in vano.

91Provato indarno ogni rimedio, Adorno
tra gli altri a Claudio anch’ei prigion si diede;
d’ogni più rara e nobil dote adorno
servò poi sempre al guerrier questo fede.
La gran città che incontro al mezzogiorno
nel ligustico mar superba siede,
costui produsse, e chiara in lei dimora
la stirpe sua fino a i dì nostri ancora.

92Scauro, benché roman, però non volse
darsi prigion, ma pien d’ira e di sdegno,
più che far non sapendo, il tempo colse,
e fuggì ratto sopra un picciol legno;
del suo fuggir Costante assai si dolse,
che di condurlo in Persia avea dissegno,
conoscendol guerrier d’alto valore,
prudente, accorto e d’animoso core.

93Di dar morte a Costante un Geta e un Miso
risoluti, ne l’onde ambi saltaro,
e il timon del suo legno, a l’improviso,
nuotando, per fermarlo in man pigliaro,
ma con un colpo sol d’ambi reciso
l’un braccio e l’altro, quattro man restaro
che il timon forte ancor stringean co i diti,
come se al corpo fosser stati uniti.

94Un dardo acuto poi tolto Arpodetto,
che avventato giamai non avea in vano
fino a quel punto, l’avventò nel petto,
fra tanti eroi, del gran guerrier romano;
ma, cadutogli a piè senz’altro effetto,
chinossi, e preso quel Costante in mano
nel petto irato al barbaro lanciollo,
e dietro in fino a gli omeri passollo.

95Ciascun per questo attonito e smarrito,
visto colui che tanto innanzi sorse,
perché, se ben quel colpo andò fallito,
non andarebbe quel d’un altro forse,
dunque ogni duce, ogni soldato unito,
che di Costante il gran periglio scorse,
posto il rispetto e la pietà da parte
contra i barbari usàr la forza e l’arte.

96Con ferro e foco fur tutte le navi
loro assalite impetuosamente;
alcun non è cui di quegli empi aggravi
di far tutti li strazi crudelmente;
quei che fur presi e poi venduti schiavi
a i Medi, a i Siri e in tutto l’Oriente
per vil prezzo, o di merci altre a baratto,
n’ebbero assai miglior d’ogni altro il patto.

97Parte fur arsi e parte si annegaro
nel mar, che da lor stessi disperati,
mentre il foco fuggian vi si gettaro,
potendo co i Romani esser salvati;
quei che a mal grado lor poi vi cascaro,
fosse o disgrazia o fossero sforzati,
contar non si potrian, né quanti o quali
morti con le spade fur, con dardi o strali.

98Quivi per tutto d’infelice gente
si vedea pieno il mar, che a nuoto in vano
per l’onde se ne gìa miseramente,
di navi rotte i pezzi avendo in mano,
contra cui, sol per gioco, unitamente
Latini e Galli e Greci di lontano,
come in bersaglio, con maniera nuova
facean chi meglio saettasse prova.

99Di tre battaglie in mar fatte in un giorno
fu questo il fin, che essendo ne la parte
d’Aureolo tre duci, esso con scorno
fuggì, né gli giovò la forza o l’arte;
si diede in man del pio Costante Adorno,
de la pretoria visto arbori e sarte,
remi, nocchier, soldati e gli altri tutti
dal foco in cener già quasi ridutti.

100De la terza battaglia il terzo duce,
Domizian, prudente, ardito e forte,
quasi restò di questa eterea luce
privo, e quasi arrivò quel giorno a morte;
ma quel che ogni un conserva, ogni un produce,
salvollo, e benché poi fossero corte
l’ore sue, pur fe’ tanto in tempo breve
che l’Impero a lui molto e Roma deve.

101Diece navi di quelle di Costante
rimasero sommerse solamente,
de le contrarie sette volte tante
menò Scauro fuggendo in Occidente,
che salvo, poi che andò più giorni errante,
giunse a Lisbona, ma con poca gente;
tutte fur l’altre da Costante prese,
eccetto alcune che restaro accese.

Dopo un mese di riposo l’armata passa in Asia, viene raggiunta dalla notizia della morte di Odenato, consorte di Zenobia (102-164)

102Con cinquecento navi adunque altero,
e con settanta e più mila persona
da guerra, seguì pronto il suo sentiero
Costante, spinto da l’antico sprone,
che di Roma riabbia il giusto impero
Valeriano, in Persia allor prigione;
e tutti nel passar con mente lieta,
cinque o sei giorni si fermaro in Creta.

103Dove ristoro ciascun d’essi prese
del tanto affaticar ne la battaglia,
e i feriti a curar quivi si attese,
perché ciascun più tosto si convaglia;
quivi l’armata in somma per un mese
di grano e d’ogni sorte vettovaglia
forniro, ancor che in tempo assai più corto
d’esser si speri a Miriandro in porto.

104Di Creta le città se gli mostraro
grate di fatti e grate di sembiante,
sapendo che a Zenobia saria caro
ciò che in servizio fesser di Costante;
con Zefiro poi quindi se n’andaro,
ch’ebbero in poppa ognor, verso Levante,
e in Cipro e in Asia fur per tutto accolti,
con ricchi doni e con benigni volti.

105Giunsero salvi a Miriandro senza
contrasto, prima assai del lor dissegno,
ma ritrovaron fuor d’ogni credenza
di dolor, di mestizia in tutti segno;
per far lor grata e nobile accoglienza,
ciascun più ricco e principal del regno
mandato avea Zenobia a questo effetto,
ma tutti eran turbati ne l’aspetto.

106Turbati ne l’aspetto e con la vesta
lugubre, incontro lor venian pian piano.
Costante «Ohimè,» gridò «che cosa è questa?»
quando venir gli scorse da lontano;
gli andò, vista la pompa esser funesta,
l’animo al suo signor Valeriano,
ma poi subito intese ch’era stato
da Meonio crudel morto Odenato.

107Diede a Costante gran dolor la morte
del suo diletto e suo verace amico,
sì saggio imperator, guerrier sì forte
ch’ugual può farsi a qual si voglia antico,
e giurò con Vittoria sua consorte
d’esser mai sempre al traditor nemico,
fin che di tanta sua perfidia e rabbia
tardi o per tempo vendicato s’abbia.

108Tra quei che ad incontrar venner Costante
più d’ogni altro era Argeo languido e smorto;
quel che a cercarlo andò più giorni errante,
fin che trovollo a Populonio in porto;
sopra un legno leggier questo in Levante
tornò fin da principio, in tempo corto,
con nuova che Costante in Siria tosto
d’arrivar con l’armata era disposto.

109Costante, che di far si persuase
gran cose in compagnia d’eroe sì degno,
fondando come in ferma e salda base
sopra Odenato l’ampio suo dissegno,
trovatol morto, attonito rimase,
di fondamento privo e di sostegno,
e confortar volendo Argeo, nel core
sentiasi aver di lui doglia maggiore.

110Ma pur voltosi a quel disse: «Poi
che così piacque al sommo eterno Iddio,
conviensi ancor che così piaccia a noi;
posto da parte ogni terren desio,
ben certi siam che fra i più degni eroi,
schernendo il mondo scelerato e rio,
quel goda in Ciel, mercé de l’infinita
sua virtù, vera e sempiterna vita.

111Ma non fia già ch’io non mi meravigli
ch’un principe sì grande e sì potente,
la cui gran forza e i cui saggi consigli
tenean d’Esperia a segno e l’Oriente,
padre di tanti e sì onorati figli
sia caduto per man di sì vil gente,
d’imperial diadema il capo adorno,
con tanti armati ch’egli avea d’intorno».

112Rispose allora Argeo: «Sappi, o signore,
che da nessun giamai saria creduto
quanto Meonio, il falso traditore,
sia più d’ogni altro stato sempre astuto:
tutto contrario a quanto serba in core
col parlar mostra, e bench’io conosciuto
l’abbia, come altra volta io vi contai,
nol conobbe il mio re però giamai.

113Manco a la mia regina mai fur note
l’arti del traditor come son ora,
che far provision non se gli puote,
sendo priva di ben, di speme fuora;
rivolto a me quel, già smorto le gote,
– Sul fior de gli anni miei convien ch’io mora, –
disse – ma spero che la mia consorte
farà vendetta di sì acerba morte -.

114Ma perché dal principio al fin sappiate
di Meonio la fraude e il tradimento:
il mio signor, con quelle genti armate
si stava, ch’eran mille volte cento,
e quello inverno tutto e quella state
stette in Palmira ad aspettarvi intento,
che in Libia, come allor vi dissi, a posta
mandommi, e tal d’Ammonio ebbi risposta.

115Meonio, visto adunque ogni dissegno
suo vano, e d’essequirlo essergli tolto,
come quel che applicò sempre l’ingegno
al male, e sempre al mal l’animo ha volto,
pur pensando usurpar di Siria il regno,
con fallace parlar, con finto volto
fe’ sì che fu del misero Odenato
sopra ogni altro fedel sempre stimato.

116E perch’io fui che a Giove in Libia andai,
donde risposta a lui contraria s’ebbe,
e in Occidente poscia voi trovai,
cosa che al falso maggiormente increbbe,
non pur di me non si fidò giamai
ma l’odio contra me sempre in lui crebbe,
spesso indarno cercò di por nel petto
del mio signor de la mia fé sospetto.

117Co i Persi fatto quel nuovo trattato,
poi che del primo sì resto schernito,
condusse un giorno innanzi ad Odenato
un che dal campo lor parea fuggito;
la faccia in quattro lochi era segnato,
le man, le braccia e il petto era ferito,
talché versando in queste parti e in quelle
gran sangue, a pena avea fessa la pelle.

118Chi sia, chi l’abbia offeso e la cagione,
di pietà colmo, il mio signor gli chiese.
Colui rispose allor: «Con più persone
fatta gran preda avea nel tuo paese,
ma nel partirla poi contra ragione
un de i compagni miei troppo m’offese,
talché dinanzi al re costui citato
di percuoterlo fui quivi sforzato.

119Co i fatti prima e poi con le parole
provocatomi già contra il devere,
con quel furor di colera, che suole
spesso avanzar tutto l’uman potere,
presente il re di Persia e la sua prole
co i primi duci de l’armate schiere
diedi, alzando la man quanto si possa,
sul volto al mio avversario una percossa.

120Tratte le spade ogni un senza dimora,
mi corser dietro infin fuor de le porte,
gridando ad alta voce “Mora!, mora!”;
non so come io fuggissi allor la morte,
che de le mani lor scampassi fuora,
più tosto attribuir debbo a la sorte
che ad altro, forse Iddio, cui di me prese
pietà, me per miracolo difese.

121Già notte essendo, a voi fuggito sono,
perch’io non sia da chi mi cerca preso,
sperando in voi di ritrovar perdono
d’avervi in tanto e in ogni guisa offeso.
Tutto ne la man vostra oggi mi dono,
e se fui sempre a farvi danno inteso,
per ricompensa darvi spero in mano
Sipario, ancor pur ch’io ritorni sano -.

122Più cose allor soggiunse il traditore
Meonio, che colui dir non devea,
de la prudenza sua, del suo valore
quanto perduto il re di Persia avea;
e che bastava, avendo sì gran core
a far ciò tutto ch’egli promettea,
e che in Persia non pur quel conosciuto
ma che da tutti amato era e temuto.

123Creder gli fece, in somma, ch’era Artace
per la gran fama in tutta Siria noto,
e sì gran forza ebbe quel dir fallace
che Odenato per lui fe’ più di un voto;
né mai trovò riposo né mai pace,
d’ogni altra cura totalmente vuoto,
fin ch’ei non vide, con suo gran diletto,
de le ferite salvo uscir del letto.

124Del letto uscito questo Artace finto,
non riposò l’empio Meonio mai,
per dar, poi che Odenato fosse estinto
co i figli, a tutti noi gli estremi guai;
come da vera fede adunque spinto
ne lo spuntar de i matutini rai,
gli addimandò tre mila fanti un giorno
promesso a lui di far tosto ritorno.

125Le genti avute il rio Meonio tosto,
con quel non vero Artace immantinente,
fuor di Palmira andò poco discosto
tra il mezzogiorno al dritto e l’Oriente,
e come ordito in prima di nascosto
co i Persi avea, non lunge ad un torrente
de i lor trovati ancor tre mila fanti
morti o presi da lui fur tutti quanti.

126Tornò vittorioso e trionfante
Meonio, carco d’onorate spogli,
e disse, giunto al mio signor davante,
mostrando in vista aver nel cor gran doglie:
– Questo aspettar sì lungo in van Costante
la vittoria di man certa vi toglie,
e chi ve ne consiglia o nol comprende,
o più che al vostro al ben de i Persi attende.

127Già son più mesi che aspettiamo in vano
quel che giamai non è per venir forse;
questo vostro sì gran campion romano
perché aiuto a se stesso allor non porse?
ché da Roma fuggì tanto lontano?
perché da i Persi Augusto non soccorre?
Che di Sipario andar prigion lasciollo,
qual fera, avvinto di catena il collo.

128A la più longa fra sei giorni o sette
contra de i Persi, per l’avuto sdegno,
cose maggiori Artace vi promette,
col saper, con la forza e con l’ingegno -.
L’infelice Odenato allor non stette
per gran piacer, che al cor gli nacque, al segno:
vuol che libero Artace e notte e giorno
a suo piacer gir possa e far ritorno.

129Talché Meonio, s’avea prima ordito
contra Odenato inganno e tradimento,
poi che non era più l’empio impedito
di far ciò che volea prese ardimento:
con diece mila cavalieri uscito
giunse, veloce andando più che il vento,
dove altrettanta gente da lui presa
senza contrasto fu, senza contesa.

130Mandò con fretta ad Odenato un messo
di così eroico fatto a dargli nuova;
la sera al tardi poi, quel giorno istesso,
giuns’egli, altero per sì nobil prova,
e il mio signor con la consorte appresso,
per gran letizia fatta usanza nuova,
ad incontrarlo andò, che in fino allora
non era uscito di Palmira ancora.

131Da poi che la risposta io gli portai
ch’ei non devesse uscir senza voi fuore,
non era uscito di Palmira mai,
come allor, per gir contra il traditore,
Giove nel ciel de i palmireni guai
prescritto avendo a punto i giorni e l’ore
come predisse Ammonio: a lui di morte
ciò fu cagion, tanto il destino è forte.

132Veduto il mio signor tanti prigioni
tutti onorati e nobili guerrieri,
d’Artace e di Meonio sol per buoni
prendea i consigli e i pessimi pensieri;
con certe colorate lor ragioni
quei lo disposer poi che volentieri
ripose in libertà tutti costoro
di poter gir ne le contrade loro.

133Ma ricusaron ciò, dicendo ch’era
pena in Persia la vita a quei soldati,
che si lascian pigliar ne la maniera
ch’essi fur presi, essendo in campo armati,
ma che tenuti a servir lui con vera
fede sarian di farlo apparecchiati;
Meonio esser ben fatto il persuase,
così ciascun nel campo suo rimase.

134Con queste genti appresso, più potente
fatto Meonio già tien ferma speme
d’esser monarca in breve d’Oriente,
né d’Odenato non che d’altri teme;
nel campo di Sipario la sua gente
come vuol manda a venti, a trenta insieme,
e notte e dì senza rispetto Artace
va innanzi e indietro, come far gli piace.

135Un giorno al mio signor – L’occasione –
disse – è venuta, onde al sicuro darte
Sipario posso in man vivo prigione,
con tutte le sue genti e rotte e sparte:
fra pochi giorni vuo’ con due corone
e di Persia e di Media coronarte;
tutti quei Persi ch’io prendei pur dianzi
sopra i destrieri ho già mandato innanzi.

136Costor vicini ov’egli alloggia andando
per far con gli occhi propri che il re veda
e campi e ville alteri saccheggiando,
e di biade e di buoi facendo preda,
han fatto sì che d’ira fulminando,
senza saper quel che di far si creda,
con poca gente egli medesmo in vano
gli segue, da l’essercito lontano.

137Quei, destri e accorti e pratichi del loco,
or fuggendo, or scorrendo a lui d’intorno
gli han fatto in guisa cautamente gioco
che, da i suoi più lontan di giorno in giorno,
dentr’una gran palude a poco a poco
è giunto, a tal che indietro far ritorno
né gir può innanzi, e senza modo alcuno
di vitto un giorno è già stato digiuno.

138Seco son venti mila cavalieri
lunge dal campo almen quattro giornate;
ne l’acqua e nel pantan stanno i destrieri
quasi sommersi, con le genti armate;
ma chi tardasse pur due giorni interi
giunger potria con gran velocitate
col campo Eumene, e quel ch’or tanto a noi
facil si mostra, far difficil poi.

139Con cinque mila cavalieri o sei,
ch’ogni un di loro in groppa un arcier pronti
di qua, di là quei Persi ch’io prendei,
nel mezzo gli torremmo arditi e forti,
talché senza contrasto alcuno i rei
saran da lunge con gli strali morti;
ma se per mio consiglio voi farete,
signor, presente a ciò vi troverete.

140Per me faria (soggiunse il traditore)
di girvi senza voi, che se presente
sarete vostro fia tutto l’onore,
tuta mia la fatica solamente;
ma perché a la grandezza vostra il core
sempre rivolgo, e l’animo e la mente,
come a servo fedel far si conviene,
dirovvi ognor quel ch’io giudico bene -.

141E tanto questo dir fallace pote
che, in persona Odenato a gir disposto,
la vittima e l’altar dal sacerdote
con gran prestezza in ordine fu posto;
ma trovate le fibre intorno vuote
di sangue, si smarrì l’augure tosto,
e rimase con mente trista et egra
vistone sanie uscir tabida e negra.

142Fegato, cor, polmon tutti conspersi
trovò di macchie e tumide le vene,
che da la parte stavano de i Persi
non d’atra sanie ma di sangue piene;
perciò i pareri fur vari e diversi,
pensando ogni un più tosto al mal che al bene;
ma troppo era il destin tenace e forte,
che Odenato guidò diritto a morte.

143Non si poté impedir che correr dritto
non volesse a la morte il mio signore,
per dubbio sol che non gli fosse ascritto
restando a viltà d’animo, a timore.
Tra gli altri allora io fui, miser, traffitto
d’invisibil coltel l’anima e il core,
quand’ei pregommi tanto in cortesia
di Zenobia a restar per compagnia.

144La cagion per cui volse ch’io restassi
e il modo, che potendo comandarmi,
come da i re, da i gran principi fassi,
degnossi con modestia di pregarmi,
fèr sì ch’io volsi indietro i passi,
e giù discesi dal destrier, ma l’armi
ch’aver mi ritrovai tutte d’intorno,
non mi volsi spogliar mai notte o giorno.

145Questo medesmo fe’ Zenobia ancora,
che in bocca sempre avendo il suo consorte
parea con tristo augurio d’ora in ora
ch’ella aspettasse il messo de la morte.
L’ottavo giorno, al nascer de l’aurora,
un camerier del re, spronando forte,
portò che essendo quel stato assalito
visto a morte l’avea giacer ferito.

146Dir non seppe altro quel, se non che in vece
d’aver Sipario in man preso e legato,
fu colto a l’improviso egli da diece
volte più genti in mezzo, e circondato;
e che il nostro signor gran prova fece,
ma che dinanzi e dietro a da ogni lato,
ferito ognor per dritto e per traverso
tutto di sangue al fin cadde cosperso.

147E che in tal guisa il suo signor veduto,
subito con gran doglia a lento morso,
senza mai prender posa era venuto
per far noto a Zenobia il caso occorso.
Quella, bench’esser tardo ogni aiuto
credesse, pur mi spinse a tutto corso,
scorto dal messo, con sei mila arcieri,
in groppa d’altrettanti cavalieri,

148e mentre quella, intrepida e costante,
benché afflitta, virile, audace e forte,
ciascun duce venir fattosi avante
raddoppiò guardie a rocche, a piazze, a porte.
Da colui scorto andai verso Levante
dov’era il campo, per le vie più corte,
battendomi per doglia sempre il core,
e riscontrai per strada il traditore.

149Meonio, come poi si è chiaro inteso,
che allor n’avea sol tema e sospetto,
verso Palmira sen venìa disteso,
visto il dissegno suo giunto ad effetto,
sperando, se Zenobia il caso inteso
non avess’anco, e fuor d’ogni sospetto,
trovandola oziosa, al primo tratto
d’impatronirsi d’ogni cosa affatto.

150Credea, senza contrasto avuto in mano
Zenobia e i figli tutti d’Odenato,
non molto il re di Persia indi lontano
chiamar, che per ciò stava intento armato;
ma ciò veduto riuscirgli vano,
e che a Palmira il nunzio era già stato,
finse che sol venìa per dir che Artace
s’era scoperto perfido e fallace.

151E che l’inganno doppio avendo usato,
fuor d’una selva a l’improviso uscito
l’empio Sipario, in mezzo d’un gran prato
l’essercito di Siria ave’assalito;
e che caduto e morto ivi Odenato
e ciascun altro or qua or là fuggito,
gran parte de l’essercito raccolto,
verso Zenobia in fretta s’era volto,

152per tema che Sipario de l’impresa
vincitor non venisse immantinente,
con speme d’occupar senza contesa
Palmira, e di trovarvi poca gente,
e quella poca, per la nuova intesa,
confusa e poco a i duci obediente,
ma che tornaria indietro poi che intera-
mente al bisogno già provisto s’era.

153E tornò meco là dove Aricorte,
duce del mio signor, l’avea difeso
con una schiera, valoroso e forte,
che da i barbari al fin non restò preso;
debil già lo trovai, vicino a morte,
che sopra il manto suo giacea disteso.
E, vistomi, prorotto in pianto, e fisse
le luci alquanto in me tenute, disse:

154- Argeo, non posso far, sendo nel fiore
de gli anni miei, che non m’incresca alquanto
d’uscir sì acerbo ancor di vita fuore,
lasciando a voi tanti nemici a canto;
ma poi che al sempiterno alto Fattore
piace così, lasciato indietro il pianto,
convien che il voler nostro si confaccia
col suo, né quanto piace a lui ci spiaccia.

155Torna in Palmira, o caro amico, in fretta,
e fa questa ambasciata a la mia moglie:
che de la morte mia faccia vendetta
non consumando li tempo in pianto e in doglie;
col gran campion di Roma, che s’aspetta,
cerchi pur d’acquistar trionfi e spoglie,
sia da te sempre, o caro Argeo, seguita -,
e così detto abbandonò la vita.

156Non s’udìr mai, poi che il mio re fu morto,
tanti sospir, tante querele o pianto;
tra gli altri il rio Meonio afflitto e smorto
mostrossi, e in volto addolorato tanto,
ch’aver parea grand’uopo di conforto
stracciandosi la barba e i crini e il manto.
Fu portato il cadavero in Palmira,
e posto sopra una superba pira.

157E mentre afflitta e intenta a lamentarsi
Zenobia stassi, e non ritrova pace,
col manto oscuro e co i capelli sparsi
chiamando il suo destin crudo e fallace,
quel traditor, pur dianzi che chiamarsi
fintamente facea da tutti Artace,
ritornò indietro, il misero, pentito
ch’abbia il suo re senza cagion tradito.

158E quivi, tutto il popolo presente,
mandando per dolor più d’un sospiro,
vicino al rogo già tutt’ora ardente,
palese fe’ ch’egli era Amantio Siro,
che stato era tra i Persi lungamente,
e quando quei contra i romani usciro,
nel campo lor già stato il settim’anno
fatto avea in Siria più d’ogni altro danno.

159Soggiunse poi, già visto ogni soldato
co i palmireni ad ascoltarlo intento,
che da Meonio in Siria fu chiamato
con premio, e spinto a far quel tradimento;
e che sol per Meonio era Odenato
rimaso in Persia con tal fraude spento,
mai non cessando ognor per vie secrete
fin ch’ei nol vide al fin colto a la rete.

160Poi, con man giunte al ciel, gli occhi levando,
disse: – Tardi, o signor, pentito sono,
però devotamente io ti domando,
per la bontà che in te regnò, perdono -.
Poi, con singulti spessi lagrimando,
– Ti fo – soggiunse – di quest’alma un dono,
purch’ella fuor del mio vil corpo uscita
render potesse a te sì nobil vita -.

161Così detto, e più lettre ivi gettate
d’intorno al rogo a quelle turbe folte,
da Meonio a lui scritte, a lui mandate
ne l’essercito perso in varie volte,
tutte a Zenobia fur quelle portate,
con diligenza da color raccolte;
così del traditor Meonio aperta
restò la fraude e tutta allor scoperta.

162Poi che ogni cosa Amantio fe’ palese,
de i soldati e del popol al cospetto,
sopra la pira a l’improviso ascese,
e, traffitto a se stesso in fretta il petto,
cader lasciossi ne le fiamme accese,
mostrando aver gran gioia e gran diletto
per penitenza del commesso errore
sopra il rogo abbrusciar del suo signore.

163La fraude aperta di Meonio intesa
Zenobia, poi che alquanto con diverso
pensier tra sé restò dubbia e sospesa,
mandò per far prigion tosto il perverso;
ma quei, la fuga a tempo avendo presa,
giunse veloce al campo del re perso,
donde con gente armata e notte e giorno
scorrendo va tutta la Siria intorno.

164Poi che tra sé la mia regina volse
più cose, ardita e con mente sicura
di por da parte il pianto si risolse,
del regno avendo e de’ suoi figli cura;
ma pria l’ira celeste placar volse,
talché di cor tutta contrita e pura,
nove giorni fe’ sempre il consueto
sacrificio nel tempio di Derceto».

Libro XV

ultimo agg. 12 Settembre 2015 9:50

Argomento
Contra ogni duce d’Asia, e persuaso
d’Almero, guida i suoi Costante a Iera,
dove già rotta ogni contraria schiera
d’un padre avviene e di due figli un caso.

Dopo aver raggiunto le sponde asiatiche Costante brucia la flotta, poi si raggiunge Zenobia a Palmira (1-21)

1Subito in Miriandro il guerrier giunto,
mandò a Zenobia Argeo correndo un messo,
come da lei nel dipartirsi a punto
con diligenza a far gli fu commesso;
poi, da religion vera compunto,
per voto avendo allor così promesso
che al mar se stesso e tanti eroi commise,
cento buoi di sua man Costante uccise.

2E senza duce ancor sendo i Roman
che già fuggito Scauro lui seguiro,
tribuni a questi, alfieri e capitani
diede, che a l’altro essercito gli uniro,
e perché riuscir veggia ogni un vani
de la fuga i pensier, tosto che usciro
le ciurme in terra, fece ogni loco
por de l’armata a l’improviso foco.

3E mentre de l’essercito al cospetto
nel porto l’alte fiamme erano scorte,
disse il guerrier: «Viltà fuor del suo petto
convien che ogni un discacci ardito e forte,
d’acquistar qui vittoria al fin costretto
s’aver da i Persi non vorria la morte;
ciascun già vede che apportar salute
la fuga non gli può ma la virtute».

4Poi che l’armata in breve da l’acceso
foco fu consumata in mezzo l’acque,
che barche sol da merci e da gran peso,
per bisogno, al guerrier di salvar piacque,
tutto al viaggio di Palmira inteso
la notte mai non riposò né giacque,
per far che a l’alba in ordinanza tutta
sotto l’insegne fosse l’oste istrutta.

5E d’ogni suo bisogno interamente
poi che fornita già l’ebbe veduta,
lasciatone la cura al diligente
Sereno, e nuova intanto avendo avuta
che ad incontrarlo uscir devea gran gente,
e che in Palmira per la sua venuta
era Zenobia intenta a far gran cose,
di gir correndo in fretta si dispose,

6di prevenirla già tra sé disposto;
e con Vittoria e co i Roman guerrieri
ciò conferito, ritrovar fe’ tosto
per gir correndo a lei diece destrieri,
e perché al fido Argeo non sia nascosto
l’animo lor qual fosse e i lor pensieri,
quanto conchiuso avean gli fèr palese:
cosa che assai turbollo, assai l’offese.

7E tutto a far sì ch’ei non vada intento
con grande istanza voltosi a pregarlo,
da quel già fermo suo proponimento
non fu possibil mai poter ritrarlo;
ma sul destrier salito in un momento,
deliberossi Argeo d’accompagnarlo;
così Vittoria, Claudio, Aureliano
pronti seguiro il gran guerrier romano.

8Per lor servigio tutti (ch’eran diece
tanti eroi) solo avean Ieron liberto;
Argeo supplì fino a Palmira in vece
di scorta, che il camin molto è deserto.
Quel viaggio in tre dì Costante fece,
e giunto il tutto già trovò coperto
dal palagio regal pomposamente
fino a la porta ch’esce a l’Occidente.

9Determinato avea Zenobia ancora
che i capitani e i duci de i soldati
gli uscisser contra una giornata fuora,
su la porta aspettando i magistrati,
e che al passar nel tempio de l’aurora
da i sacerdoti già quivi adunati
con pompa grande fosse in mezzo accolto,
ciascun di mitra e d’aurea stola involto.

10Molte altre cose avea quella ordinate
di gran superbia e d’infinita spesa,
che per l’adietro mai non fur pensate,
sendo ognor tutta ad onorarlo intesa;
sapea che per camin diece giornate
dovea almen star, venendo a la distesa
(né riposando ancor la notte tutta),
per la gran gente ch’egli avea condutta.

11Ma fuor d’ogni credenza sua Costante
giunto a l’improviso, ruppe ogni dissegno:
corse a Zenobia Argeo d’ogni altro inante,
temendo in lei non ritrovar disdegno;
ma depose il timor visto il sembiante
che d’alterarsi pur non mostrò segno,
e tosto uscita fuor de l’ampie sale
scontrò Costante che salia le scale.

12Chi de l’alta regina e del romano
guerrier direbbe le accoglienze a pieno?
Costante a quella di basciar la mano
si sforza, e la regina a lui non meno,
ma l’uno e l’altro si affatica in vano,
di vero affetto e l’uno e l’altro pieno,
cortesi furo in atti ed in parole,
mentre a l’un l’altro in ciò ceder non vole.

13Quel sì gentil contrasto e sì cortese
poi ch’ebbe tra Zenobia e il guerrier fine,
ritornò a farsi tra quell’alme accese
d’alta virtù, tra quelle due regine,
che insieme a braccio finalmente prese,
con gravità leggiadre e pellegrine,
seco avendo Costante sempre a paro
l’ampie scale salite in sala entraro.

14Dove sopr’alti seggi i chiari eroi
ascesi, ogni un d’oscuro drappo involto,
con la regina de gli affanni suoi
il pio Costante si condolse molto;
poi disse in breve: «A Dio prometto e a voi,
se di goder non m’ quest’aura tolto,
di farne tal vendetta e tanto atroce
che il mondo tutto n’udirà la voce».

15Con giuramento ancor Vittoria tosto
questo affermò, così ciascun di loro;
cui da Zenobia afflitta fu risposto
cortesemente e con regal decoro
che il trovar tanto ogni un pronto e disposto
molto a la doglia sua porgea ristoro,
e che rendea lor grazie di sì aperta
lor buona mente e di sì gran proferta.

16Poi disse, dopo alcun breve discorso:
«Facil sarà che sia colto a la rete
Meonio, spesso contra noi già scorso,
ché le sue trame più non son secrete;
ma perch’io so che per sì lungo corso
bisogno tutti di ristoro avrete,
per far provision dov’è periglio
diman sarem di nuovo a far consiglio».

17E giù dal seggio, detto ciò, discesa,
così fèr gli altri, e subito per mano
cortesemente la compagna presa,
volse a par sempre il gran guerrier romano,
perché, d’Ammonio la risposta intesa,
lo giudicava più divin che umano;
dunque perché posar potesser tutti,
furo a le stanze lor da lei condutti.

18Quivi da duci e principi serviti
con diligenza, e da più ricchi manti
però lugubri subito vestiti,
non pur quei primi fur ma tutti quanti.
Poi d’un giardin sopra una loggia usciti
di Zenobia i due figli, ancora infanti,
Timolao l’uno e l’altro Erenniano,
portati furo al cavalier romano.

19Non fur prima né poi di quella etade
visti fanciulli di sì bel sembiante;
destossi tosto in quegli eroi pietade
che arrivàr loro in tal maniera inante;
Vittoria, presa da sì gran beltade,
gli tolse in braccio, e così fe’ Costante,
e l’uno e l’altro gli basciò con molto
piacer via più di mille volte in volto.

20Questo ogni altro ancor fe’ con infinita
dolcezza, e finalmente Aureliano,
stando chino a basciar la colorita
faccia del maggior d’essi, Erenniano,
la spada fuor del fodro a caso uscita
ferillo alquanto ne la destra mano;
cominciò quel con strida a lamentarsi
piangendo, e molti dì stette a sanarsi.

21Ma da lo scalco poi sendo lor detto
che il tempo già di cena era passato,
Costante domandò con molto affetto
d’Erode, il maggior figlio d’Odenato;
e fatto consapevole che in letto
giacea, del corpo infermo e sconsolato,
pria che cenasse visitar lo volse
cortesemente, e seco si condolse.

Rassegna dell’esercito di Zenobia, cui segue quello di Costante e i generali (22-59,2)

22L’altra mattina, in publico il guerriero
comparso, i duci tutti e i capitani
de l’essercito, ogni un vestito a nero,
con riverenza gli basciàr le mani;
de i magistrati poi l’ordine intero
fece non men, da cui poco lontani
d’abito sacro adorni, ecco devoti
seguir con maggior pompa i sacerdoti.

23Costante, con parar cortese e grato,
fatta di se medesmo a tutti offerta,
pregò che si devesse ogni soldato
l’altro giorno (e prescrisse l’ora certa)
appresentar fuor di Palmira armato,
vers’Austro, ov’era gran pianura aperta;
chi non si trova piastra o maglia vada
provisto almen di un’asta e d’una spada.

24E questo acciò che mentre a lor Sereno
con l’essercito vien, quei diece giorni
ch’ei tardarìa, più tosto, più che meno,
ne l’ozio inutilmente non soggiorni.
Come ordinato gli avea dunque a pieno,
prima di ricche vesti i duci adorni
comparver con gran pompa, ancor che ogni uno
scoprisse il chiuso duol con vestir bruno.

25Dinanzi al guerrier questi appresentati
ciascun avea lasciato un capitano,
che in lor vece con ordine i soldati
guidava, e già venian tutti pian piano;
ma poi che insieme fur quivi adunati,
fatto lor cenno il cavalier romano,
primier Tifarte, duce ardito e pronto,
mostrò quei di Bitinia e quei di Ponto.

26D’oro un aratro avea ne lo stendardo,
e, del suo natural color depinti,
tiravan quel del pari un bove e un pardo,
sotto il medesmo giogo insieme avvinti;
seguia poi Battro, cavalier vegliardo,
co i Gallogreci, rare volte vinti.
Quei di Tifarte sette mila, e quattro
sol ma più feri questi eran di Battro.

27Di costui ne l’insegna si vedea
d’aureo monile un cervo il collo adorno
che rotto un laccio che al piè manco avea,
gli avvinse un altro laccio il destro corno.
Tarno ecco poi, che i Frigi conducea,
quasi rinchiusi da tre fiumi intorno:
sei mila sono e porta il duce un bianco
tauro traffitto di saetta il fianco.

28Con la bilancia poi rotta Mirleo,
e con tre mila Misi armati viene,
che tra il fiume Caico e il mare Egeo
nacquero parte, e parte in Mitilene.
Porta una man col braccio d’oro Anteo,
che la falce e le spiche insieme tiene;
d’aver morte o vittoria Anteo già fermo,
colse altrettanti tra il Caico e l’Ermo.

29Sei mila Cari poi guidava Oronte,
del gran seme di Mausolo disceso;
ne l’alta insegna sua vedeasi un monte
di vive fiamme d’ogn’intorno acceso.
Con quei poi di Panfila ecco Ermofonte
venir superbo, a la vittoria inteso;
sono altrettanti, e il duce un guffo porta,
che stringe un serpe fier tra l’unghia torta.

30Quattro migliaia i Cappadoci sono,
ciascun malvagio e di perfidia pieno;
Varise il duce sembra al parlar buono
ma dentro al petto sol chiude veneno;
due destrieri, che l’uno in abbandono
correndo rotto ha via gettato il freno,
l’altro una rota senza fren conduce
pian pin d’intorno, spiega in aria il duce.

31Tre mila Paflagoni ecco Farnace
condur, Farnace che in Amasia nacque;
costui ne lo stendardo avea una face
che maggiormente s’accendea ne l’acque.
Di Licaonia il duce, a cui la pace
fu sempre in odio e sì la guerra piacque,
con quattro mila vien, chiamato Abbarro;
l’insegna è duo leon giunti ad un carro.

32Timante, il duce de i guerrier di Licia,
ne lo stendardo porta un sprone e un freno;
e Policarmo, c’ha quei di Fenicia,
un fulmine che vien dal ciel sereno;
Tamirro poi, rettor de la Cilicia,
spiega al vento un fanciul c’ha un aspe in seno;
ciascun tre mila armati in Persia mena,
perfida gente e d’ogni vizio piena.

33Sono altrettanti quei de la minore
Armenia, e Stasimirto il duce saggio
l’aquila porta c’ha nel becco un fiore,
e fisso il guardo tien nel febeo raggio.
Con quei di Cipro Panto alza un pastore
che dormendosi a piè d’un secco faggio
gli entra una serpe in bocca, e i suoi soldati
due mila son, tutti di ferro armati.

34Vengon poi quei di Siria: ecco Andrimarte
con sei mila guerrier d’alto ardimento.
L’insegna è piena di misterio e d’arte,
sì che ogni un trasse a riguardarla intento:
una nave che remi, antenne e sarte
rotte fra scogli, avea contrario il vento,
e col dito il nocchier mostrando il polo
con lettre d’or dicea: Spero in te solo.

35Un’altra nave poi, che a vele piene
dal vento spinta percotea uno scoglio,
con sei mila guerrier di Comagene
portava il fido Argeo pien di cordoglio.
Un fanciul ch’una serpe in gabbia tiene
di venen colma e di rabbioso orgoglio,
con altri tanti almen che de la Cava
Siria trasse, Aminandro illustre alzava.

36Tre mila ebrei di Palestina Ircano,
giovene ardito e forte conducea;
di costui l’alta insegna era una mano
ch’una già rotta spera ancor stringea.
Guidava Antipa, suo cugin germano,
quattro mila guerrier de l’Idumea,
di cui ne lo stendardo era depinta
da picciol vento una gran fiamma estinta.

37Di sei mila guerrier de la maggiore
Armenia Tiridate altero duce
tien per impresa un sol, cui lo splendore
gran nube offusca ond’ei più non riluce.
D’Arabia il duce Areta porta un core
la cui radice un bianco fior produce;
son quattro mila, e tutti gente eletta,
di quella Arabia che Felice è detta.

38Cinqu’altre ancor fra il Tigre e fra l’Eufrate
raccolte avendo, ivi conduce Ilerta;
due tortorelle di star chiuse usate
tien per insegna in una gabbia aperta,
con tal motto: L’amara libertate
che vien novellamente ad ambe offerta,
nuovo dolor n’apporta, e sol n’è grata
la solce servitù ch’abbiam provata.

39Questa, che al passar fu l’ultima schiera,
cento mila facea, né più né meno,
con ordine sì bel che in tutte v’era
la terza parte cavalieri almeno.
Dentro a Palmira ritornò la sera
d’infinito piacer Costante pieno,
visto sì bella e sì gran gente insieme
colmo tutto restò di nuova speme.

40Così Vittoria e così gli altri eroi
d’Esperia fèro, onde, a Zenobia volto,
ciascun si rallegrò de i duci suoi,
ch’avean sì bello essercito raccolto.
Ma l’undecimo giorno essendo poi
giunto Seren fu con benigno volto
raccolto e seco tutta la sua gente
da i capi delle schiere d’Oriente.

41Nel loco istesso ancor poi l’altro giorno
dove le genti d’Asia fur condutte,
Zenobia e gli altri eroi fatto ritorno,
Seren guidò quelle d’Europa tutte,
d’oscuri panni ciascun duce adorno,
le genti avendo con gran studio istrutte
tal mostra di quei fecer di Costante
che l’altra superò del giorno inante.

42Più genti eran quei d’Asia, che settanta
mila fur quei d’Europa solamente,
ma tanto cor non si scorgea, né tanta
prontezza ne i soldati d’Oriente;
guardando i nostri antivedeasi quanta
strage farian de la nemica gente.
Colmo di speme ogni un, ma più l’altera
Zenobia, dentro ritornò la sera.

43L’altra mattina il cavalier romano
tra quelle illustri due regine altere,
Sereno e Claudio e il forte Aureliano
co i duci tutti de l’armate schiere,
chi tenendosi a braccio e chi per mano,
con ricche veste sopra l’armi nere,
scesi le scale in una chiusa chiostra
fecer quivi di lor secreta mostra.

44Di tutti gli altri eroi salse primiero
Costante, più d’ogni altro ardito e franco,
sopra Leucippo, il suo vago destriero,
tutto via più che latte o neve bianco;
tosto salito in sella il cavaliero,
ora dal destro ora dal manco lato
con sì gran leggiadria, con sì grand’arte
girollo che a veder sembrava Marte.

45Montò poi sopra il suo Vittoria, ch’era
rosso di color sì che parea foco,
con neri piedi e crine e coda nera,
sì presto che trovar non potea loco;
già quel più volte la regina altera
con gran destrezza or quinci or quindi, in poco
spazio rimesso avendo, tutto il campo
tenea superbo e detto era Melampo.

46Salse poi Claudio il suo destrier leardo,
tutto da spesse e nere mosche pieno,
per ciò da tutti detto era Miardo,
sì leggier che capir nol può il terreno;
non men d’ogni altro appar questo gagliardo,
non men d’ogni altro obediente al freno.
Poi sopra il suo comparve Aureliano,
vago, animoso e presto ad ogni mano.

47Era questo destrier tutto morello,
leggier sì che il terren toccava a pena,
d’ogni altro molto a risguardar più bello,
di gran cor, di gran nerbo e di gran lena;
parea da dotta man fatto a pennello,
di bianca spuma con la bocca piena,
e detto Antrace fu dal color nero
questo sì vago e sì gentil destriero.

48Questi eran quei destrier che già pasciuti
d’ospiti uccisi fur da Diomende,
e che di Mena in man poscia venuti
carne umana per cibo anch’ei lor diede,
e che poi finalmente fur tenuti
dal cavalier, che ne divenne erede,
come gli altri destrieri a biada e a fèno,
e fatti esperti a portar sella e freno.

49Dopo sì bel principio ancora poi
gli altri che in questo loco eran ridutti,
così gli esperi come i duci eoi
sopra i destrier si appresentaron tutti;
sola Zenobia fra quei tanti eroi,
con più lugubre manto i gravi lutti
scoprendo, e il duol che al cor chiudea d’intorno
far di sé mostra non volea quel giorno.

50La cagion fu ch’avendo ella un destriero
d’Asia cercato già per ogni terra
tutto di pel senz’alcun segno nero,
sì grande che a servir fosse atto in guerra,
né fra quanto l’Eufrate il fiume altero,
l’Egeo, l’Eussino e il mar di Licia serra,
dentro a la Siria o d’ogni ’ntorno fuora
trovato avea chi le piacesse ancora.

51Ma visto quel d’Aureliano Antrace
sì bel, sì grande, sì leggier, sì bruno,
tanto al gusto le va, tanto le piace
ch’altro mai tanto non le piacque alcuno;
fisso con gran piacer lo guarda e tace,
ma di questo però si accorge ogni uno;
s’accorge ogni un dal troppo star pensosa
che d’averlo desia più ch’altra cosa.

52Onde il guerrier, che anch’ei di ciò s’accorse,
tratto da parte Aurelian, con tante
maniere il chiese in don, che stato in forse
gran pezzo quel, cangiato nel sembiante,
poi che più volte in dubbio si contorse,
negar nol poté al suo signor Costante,
che a lui cento, ch’avea tutti eletti,
ne diè quattro a l’incontro i più perfetti.

53Fuor che Leucippo, d’ogni suo destriero
scelto il fior l’ebbe in dono Aureliano;
poscia Antrace a Zenobia il cavaliero
tenendol per la briglia di sua mano
rappresentò, mentr’ei vago e leggiero,
mordendo il freno e calpestrando piano,
di bianca spuma avea la bocca piena,
né vestigio facea sopra l’arena.

54Benché Zenobia a quel gran resistenza
facesse, a ricusar però non valse,
onde, armata ella ancor leggiadra, senza
dimora sul destrier d’un salto salse,
e di quei duci tutti a la presenza
fe’ sì che Aurelian gran doglia assalse,
e dimostrossi già pentito affatto
d’aver sì raro dono al guerrier fatto.

55E poi che stando a lei ciascun rivolto
senza mai volger occhi o batter ciglia,
gran pezzo or quinci or quindi volto
l’ebbe l’altera d’Aristarco figlia,
girollo in alto ancor, sempre con molto
piacer di tutti e molta meraviglia;
lo fece in aria poi far mille salti
a tempo, e fuor d’ogni uman creder alti.

56Finalmente lo spinse a sciolto freno,
che sì veloce non fu mai saetta:
toccar non si vedea l’erba o il terreno
mentre leggier correa con sì gran fretta;
poi di nuovo piacer stando ogni un pieno,
ne l’armi snella e tutta in sé ristretta,
d’un salto ancor giù dal destrier discese,
e Costante inchinò pronta e cortese.

57Mentre ogni un meraviglia ebbe e piacere
sol n’ebbe Aurelian colera e sdegno,
del pio Costante incominciò a temere
che del destrier nol giudicasse indegno;
ben si sforzò tra sé chiusa tenere
tal passion, né fuor mostrarne sdegno,
ma quella chiusa ognor dentro al suo petto
col tempo partorì pessimo effetto.

58Fatta mostra di sé quivi ogni duce
tutti a le stanze lor subito andaro.
L’altro dì, poi che il sol la nuova luce
mostrò, di nuovo armati si adunaro,
dove al gran padre ch’ogni ben produce
un altar di lor man devoti alzaro,
che l’essercito tutto ivi presente
potea vederlo tanto era eminente.

59E fatto un altro altar quivi anco a Marte,
a questo e a quel sacrificò Costante.
Zenobia intanto avendo in ogni parteCostante parte con l’esercito verso Iera, dove viene a battaglia con Meonio e lo vince, mettendolo in fuga (59,3-132)
mandate spie, le giunse Almero inante,
che più d’ogn’altro in questo avea grand’arte,
nel dir facondo e grato nel sembiante;
costui portò del rio Meonio ch’era
per capitar fra pochi giorni a Iera.

60Questo a Zenobia saper fece Almero
e l’affermò per vera nuova e certa,
che già di Iera avea preso il sentiero
Meonio suo nemico a la scoperta,
e che il re seco ancor mandò Cratero,
persona di gran cor, di guerra esperta;
e che venian con lor verso Occidente
cento migliaia di fiorita gente.

61E che dal monte Singara a l’Eufrate
rubando ognora e saccheggiando il tutto,
tante e sì ricche spoglie avean portate,
e seco tanto avea tesor condutto
che più che d’armi d’or vedeansi ornate
le genti, e che l’essercito destrutto
da pochi esser potea, ché solo intento
l’oro a salvar venìa pauroso e lento.

62E che per ciò Cratero avea dissegno,
passato il fiume, d’entrar tosto in Iera,
parte usando in ciò forza e parte ingegno,
corrotto il duce che a la guardia v’era,
con speme di trovar quel pien di sdegno,
ch’abbi tu nuovo duce e nuova schiera
destinata per guardia di tal loco,
stimando lui con la sua fede poco.

63Soggiunse che gli avean già più d’un messo
color mandato, e, se aprir lor le porte
volea, che gran tesor gli avean promesso,
ma ch’ei più tosto patiria la morte;
e che il tutto a lei dir gli avea commesso
che in Iera venne a capitar per sorte,
mentre ora in questo ora in quel loco gìa
per farle certa di Sipario spia.

64Zenobia fe’ che Almero al pio Costante
questo medesmo disse, ond’egli tosto
muover Sereno fe’, che a Iera, inante
che il Perso giunga, è d’arrivar disposto;
più verso Borea che verso Levante
cento e più miglia il loco era discosto,
che in men far non potea d’otto giornate
con tante genti a piè di ferro armate.

65D’Esperia con l’essercito quel giorno
Sereno si partì, ma il cavaliero
fe’ quattro giorni ancor quivi soggiorno,
seco tenendo per sua scorta Almero,
mentre ogni loco visitò d’intorno
stando la notte e il dì sopra il destriero,
e purgò l’oste tutta d’Oriente
di meretrici e d’altra inutil gente.

66Con prieghi al partir suo poi, la consorte
dispose a rimaner con la regina,
la qual per mitigar se dura sorte
già sopra lui fosse a cader vicina
gli donò quel monil che pria da morte
scampato e da vergogna avea Macrina:
trattosi quello al suo partir dal collo
porgendol pronta al suo signor basciollo.

67Costante grazie senza fin le rese
di così rara gemma e preziosa;
tosto di Iera poi la strada prese,
quivi lasciando lei mesta e pensosa,
e tanto a gir con diligenza intese,
già deposto il pensier d’ogni altra cosa
che Sereno arrivò la quarta sera,
non giunto ancor, ma ben vicino a Iera.

68Talché poscia, per tempo, il dì seguente
vi giunser tutti e il guerrier quindi tosto
spinse Almero a spiar se con la gente
di Persia il traditor fosse nascosto.
Tornato il quarto dì quel, diligente,
di Cratero apportò che ancor disposto
venìa d’occupar Iera a gran giornate
salvi passato avendo già l’Eufrate.

69Onde Costante ognor seguendo il fiume
per incontrarlo subito si mosse,
chiudendo sempre, come avea costume,
la sera il campo d’argini e di fosse.
Del sol già spento il terzo giorno il lume,
e verso Esperia rare nubi e rosse
mostrando ch’usciria l’altro dì chiaro,
l’un campo e l’altro insieme si scontraro.

70Di stupor colmo, attonito e smarrito
restar Meonio videsi e Cratero,
prima d’al’or mai non avendo udito
che in Siria giunto ancor fosse il guerriero;
ma per nasconder con sembiante ardito
quel timor che chiudean dentro al pensiero,
di far volenterosi si mostraro
con quel battaglia, e tosto si fermaro.

71Tutta la notte armato e vigilante
stette Cratero, e tutta la sua gente,
dormir fe’ per contrario i suoi Costante
fin che l’aurora apparve in Oriente:
da i lati posto pria dietro e davante
le guardie il duce avea, cauto e prudente,
e cinto il campo d’ampia fossa e d’alto
vallo, sprezzava ogni improviso assalto.

72Volse che il cibo ancor ciascun prendesse
tosto che in India rosseggiò l’aurora,
e ch’indi l’armi tosto si mettesse;
poi tutti uscir fe’ de i ripari fuora,
perché Cratero ben chiaro intendesse
che il fatto d’arme far deveasi allora;
sul destrier poi, con sopravesta nera,
Costante i suoi dispose in tal maniera.

73Prima i Romani co i Latini insieme
nel mezzo pose, e nel sinistro corno
gli Iberni e i Galli, e fe’ le parti estreme
da i destrier tutte circondar d’intorno;
nel destro, perché tanto ivi non teme,
che da la parte donde nasce il giorno
l’Eufrate con le sponde altero il chiude,
pose i Britanni, genti d’armi ignude.

74Pose anco fuor di quest’ordine, ch’era
di giusto campo e intero in ogni parte,
dopo i guerrier di Gallia, in una schiera
sei mila Siri e il lor duce Andrimarte;
con quei di Ponto in mezzo, ardita e fera
gente, star fece il giovene Tifarte;
di tante che mandar Zenobia volse
col roman duce, sol tre schiere tolse.

75Quei di Siria e di Ponto, e con Timante
gir seco i Lici a pena ancor permise,
con più Romani a guardia quei Costante
del campo pien d’impedimento mise.
Trenta elefanti avendo poi, che avante
stessero al campo a i loro Indi commise,
questi sapendo già non esser tanti
de i Persi oppor non volse a gli elefanti.

76Questo veduto ancor tutto de’ Persi,
l’essercito ordinò Cratero tosto,
ma, sendo quel di popoli diversi,
potea difficilmente esser disposto,
tanto più che ne l’ozio al tutto immersi
non fur mai da le patrie lor discosto;
ma pur Cratero al fin tutte le cose
tra sé rivolte, in mezzo i Persi pose.

77Nel manco lato i Medi con gli Ircani,
c’han del mar Caspio per confino i liti;
nel destro pose i Parti e i Battriani,
con quei d’Arabia de i destrieri usciti
v’eran tre mila Iberi e Margiani,
con altrettanti tra Carmani e Sciti;
da cavalieri poi vari d’intorno
circondar fece e l’uno e l’altro corno.

78Pose in soccorso poi d’Elimei
sagitari e Cretensi un’ampia schiera,
e da ogni lato un’altra di Saccei
e d’Arri, tutti armati a la leggiera;
tra questi eran molti Arani Petrei,
tutti guerniti d’arme in tal maniera;
mille carri falcati e dromedari
vi mise ancor, di numero a quei pari.

79Pose una schiera poi d’Indi elefanti
che il mezzo campo copria tutto e i lati,
grandi apparendo a ciascun altro avanti
di ricche spoglie alteramente ornati;
oltra il rettor con orridi sembianti
quattro guerrier dentr’una torre armati
stavan sopra ciascun feroci tanto
ch’ogni un d’uccider sei davasi vanto.

80Poi che in tal guisa il campo ebbe ordinato,
capi nel mezzo Neocrete e Poro
Cratero pose, e nel sinistro lato
Meonio, adorno d’un bel manto d’oro,
che, imperator di Roma anch’ei gridato,
cinto avea il crin di trionfale alloro;
sopra un veloce e candido destriero
nel destro lato si fermò Cratero.

81Visto Costante già Cratero uscito
fuor de i ripari e il campo aver disposto,
e d’or Meonio il traditor vestito,
che mostrato gli fu poco discosto,
cambiar si vide in volto e d’infinito
dolor colmo, chiamò Taurante tosto
e gli commise, per soverchio sdegno,
che dar devesse de la pugna il segno.

82Co’ suoi compagni allor subito un alto
colle salito ch’ivi era Taurante,
e dando segno al periglioso assalto
che i più forti cambiar fe’ di sembiante,
primier del sangue suo l’erboso smalto
macchiò morendo al gran guerrier davante,
ché d’uno stral traffitto cadde estinto
lasciando in rosso il verde colle tinto.

83Carmi Cretense anch’ei sopra la fromba
portava una pietra, ne la destra Irtano,
trombetta, colse accorto e fe’ la tromba
mentre sonava a quel cader di mano;
ciò visto un grido in tal guisa rimbomba
che in fino al Tigre e più s’ode lontano,
d’Esperia l’oste allor di rabbia ardente
si mosse contra l’inimica gente.

84Ma de i gran mostri d’India la gran schiera
scontrata, ch’eran diece volte sette,
né quei passar sapendo in qual maniera,
tra sé pensoso alquanto il guerrier stette;
por fe’ che i Galli, conosciuto ch’era
bisogno oprar da lunge archi e saette,
di Britannia, e d’Ibernia con le genti
fossero a saettar le belve intenti.

85Quei pronti adunque il lor duce ubidiro,
che, il segno atteso, da lontan con strali,
poi ch’ebber preso intorno un lungo giro,
sempre veloci come avesser l’ali,
con impeto e furor tutti assaliro
non le torri o i guerrier ma gli animali,
parendo lor d’aver vinta la guerra
s’andasser quei senza contrasto in terra.

86Quei guerrieri che armati eran di sopra
dentro a le torri, visto il lor periglio,
la forza l’un, l’altro il consiglio adopra;
ma poco giova forza e men consiglio
ch’ora questo ora quel gir sottosopra
vedeasi, e già per tutto era scompiglio;
per tutto eran querele e strida mentre
traffitte avean le belve or testa or ventre.

87Chi giù trabocca in terra e chi disturba
gli ordini, volto indietro, e gli apre e fende,
e posta in rotta la più densa turba
più che il nemico il proprio campo offende;
dentro e fuor ne l’aspetto si conturba
Cratero, che il disordine comprende,
e commette a i rettor de gli elefanti
ch’ogni un con arte il suo gir faccia avanti.

88Quei guerrier non men ch’entro ogni torre
stavan di sopra, avendo l’aste in mano,
vedeansi pronti ogni suo studio porre
per fargli avanti andar, ma sempre in vano.
Meonio audace anch’ei per tutto corre,
detto da i Persi imperator romano;
così fa Neocrete e così Poro,
chiaro compreso il vicin danno loro.

89Da l’altra parte già visto i Romani
rotti del tutto e sbaragliati i mostri,
non volser più con gli archi star lontani,
ma perché ogni un da presso al valor mostri
preser l’asta e la spada, e ad ambe mani
le gambe e i petti e i flessuosi rostri
tagliano e i nerbi lor; quei, mezzo spenti,
chiedean mercé con gemiti e lamenti.

90Sopra il destriero armato un d’essi, Ufente,
troppo audace, ferito con la spada,
quel, tra la pelle e la corazza il dente
cacciato, non che il corpo a ferir vada,
per l’aria lo portò tanto eminente
ch’ogni un stando a veder che in terra cada
gridava, ma gli affetti eran diversi:
per doglia i nostri e per letizia i Persi.

91Non già per questo d’animo perduto
ma pien d’audacia Ufente si vedea
dar nel periglio a sé medesmo aiuto,
e per suo scampo or piedi or man movea;
tratti al fin gli occhi al mostro con l’acuto
ferro che stretto ne la destra avea,
da troppo gran dolor quei spinto scuote
la testa, né fermar punto si puote.

92E per l’ambascia or si contorce, or serra
la bocca, or si fa curvo, or grida, or geme,
or corre, or fermo stassi; al fin da terra
s’alza dinanzi, sì la doglia il preme,
e in questo alzarsi sottosopra atterra
la torre, e fa cader gli uomini insieme;
mentre la belva si crucciava Ufente
salvo scampò dal periglioso dente.

93E dato a i quattro cavalieri morte
che l’uno e l’altro era caduto involto,
e mostratosi a tutti ardito e forte,
da i suoi fu con gran giubilo raccolto.
Costante intanto, già le belve scorte
rotte del tutto, a romper gli altri volto
fe’ dromedari e carri da discosto,
non men traffigger da i medesmi tosto.

94Stavan quei carri acconci in tal maniera
che a risguardargli sol porgean terrore:
tra i destrieri un gran ferro acuto v’era,
che dal timon sei braccia usciva fuore,
avea due punte onde si fori e fèra
ciò che s’incontra andando con furore;
quinci e quindi era il giogo in ogni lato
d’acute falci orribilmente armato.

95Nel mezzo de le rote eran non meno
confitte acute falci, e d’esse parte
stavan rivolte in giù verso il terreno,
parte su verso il ciel, tutte con arte;
contra i destrieri e chi lor regge il freno
Costante le sue schiere in giro sparte
commise che di nuovo ogni un s’affrette
d’avventar dardi e d’avventar saette.

96Onde non men che gli elefanti molti
danni facendo contra i propri Persi
subito indietro i carri a fuggir volti,
s’udian romori e strepiti diversi;
visto adunque i Romani essergli tolti
gli impedimenti, andar facean riversi
Medi, Iberi, Carmani e Sciti e Parti,
che già tutti fuggian confusi e sparti.

97Costante, Adorno, Claudio, Aureliano,
Vasconio, Artosio, Scotiro e Vizero
ciascun si mostra a gara per quel piano
forte, animoso e prattico guerriero;
non sta da parte ancor Domiziano,
Delfin, Probenzio, Irlando e il forte Anglero;
Loranio ecco e Limosio, ecco Picerde
tinger di rosso la campagna verde.

98Ciascun perch’abbia effetto il giuramento
preso quel giorno ch’egli entrò in Palmira,
cerca Meonio, e per trovarlo intento,
mentre i barbari atterra a ciò sol mira;
ma quel, pien di paura e di spavento,
tra i carriaggi accorto si ritira,
dove depone il regal manto d’oro
con la ghirlanda ch’egli avea d’alloro.

99E vestitosi a foggia d’un Armeno
come privato e povero guerriero,
non men di rabbia che di timor pieno
verso Berrea pigliò tosto il sentiero;
questa cittade allor che di veneno
colmo Artemio de i Siri avea l’impero,
con la facondia sua spesso difese;
verso lei dunque il camin dritto prese.

100Ma pria fe’ ch’un liberto suo, persona
esperta, accorta e fida, e buon soldato,
salse col manto d’or, con la corona
da lui deposta il suo destrier armato,
e mentre ora batte verso Berrea, or sprona
Meonio in vista per dolor cangiato,
con finte spoglie andò costui veloce
dov’era in colmo il gran conflitto atroce.

101E sopra un gran destrier quel giorno scorse
per tutto il campo destro e leggier molto,
talché Costante, che di ciò si accorse,
primier d’ogni altro in quella parte volto,
lieto contra di lui subito corse,
e con la spada lo ferì nel volto,
cercando che sì lieve il colpo ascenda
che non l’uccida, onde poi vinto il prenda.

102Con la spada il guerrier toccollo a pena,
che sdrucciolò nel fuggir quei leggiero;
Costante in fretta un altro colpo mena
ma coglie in fallo il capo del destriero,
talché mancato il destrier poi di lena
mancò di speme ancor molto il guerriero,
con false spoglie già d’esser vestito
sol per sciocchezza, tardi era pentito.

103Tanto più che per tutto essendo sparte
le voci «Ecco Meonio il traditore»,
tutti corsero i duci in quella parte,
di prigion farlo ogni un già fermo il core;
ma via più che la forza usavan l’arte
mitigando il prim’impeto e il furore
perché non resti quel di vita privo,
ma per condurlo a la regina vivo.

104E fatto un cerchio avendogli d’intorno
perché non fugga, ecco Cratero intanto
giunto al romor di lucid’armi adorno,
che si diè inanzi al re di Persia vanto
d’entrar dentro a Palmira il primo giorno,
e quel roman guerrier famoso tanto
prigion condurgli con Zenobia tosto,
nel regal seggio pria Meonio posto.

105Di tanta sua temerità Costante
sendo informato da più genti a pieno,
tosto ch’ivi apparir sel vide inante,
guidato sol da rabbia e da veneno,
d’ira tutto avampò fuor nel sembiante,
spronò Leucippo e rallentando il freno
con sì gran furia urtò contra Cratero
che sottosopra andò quei col destriero.

106Quivi ogni duce ancor di Persia corso
perché Cratero non restasse estinto,
tutti ad un tempo a lui porgean soccorso,
e facean scudo a quel Meonio finto;
scarco il destrier di chi gli regga il morso
saltando corse ove Sereno, tinto
dal barbarico sangue, facea cose
onde in sconfitta il campo tutto pose.

107Sembra ogni Perso armato un fanciul nudo;
questo di Creta i sagittari scorto,
gli avventaro i lor strali ogni un più crudo:
quel, destro, ognor fu nel coprirsi accorto;
ma privo il suo destrier d’armi e di scudo
cadde traffitto in mille parti morto,
presto via più che fulmine o baleno
risorto altero in piedi ecco Sereno,

108che dar per tutto fassi ampia strada
di qua, di là, per lungo e per traverso,
e dovunque a ferir va con la spada,
sia taglio o punto, o sia dritto o riverso,
convien che un morto almen per volta cada,
talché in rotta sen va l’Ircano e il Perso;
indarno avvien che il destin crudo incolpi
chi prova un sol pur di quegli aspri colpi.

109Come il timido gregge apre e sgombiglia
leon per fame orribilmente altero,
e fa del sangue suo l’erba vermiglia,
così facea Sereno ardito e fero.
Quel destrier giunse intanto a sciolta briglia,
sopra cui prima armato era Cratero:
restò d’averlo, visto quel, Sereno
di desio tutto e di speranza pieno.

110Visto anco il bel destrier ciascun romano
quel riputato del lor duce degno,
si affaticaron pria gran pezzo in vano,
né gli successe in prenderlo il dissegno;
corsigli dietro al fin quindi lontano,
l’ebbero con industria e con ingegno,
tra l’erba un laccio ascoso in guisa ch’ambe
dietro gli avvinse nel saltar le gambe.

111E lieti a quel guidatolo, e d’un salto
salitovi Seren subito sopra,
corse dove il guerrier con fero assalto
gir Cratero e il destrier fe’ sottosopra,
giacendo quegli ancor sul verde smalto
quinci e quindi ciascun pronto s’adopra,
chi spinto dal desio di prigion farlo,
chi per dar morte a quel, chi per salvarlo.

112Quivi d’Esperia i duci e d’Oriente
stando ad un tempo, e Neocrete e Poro,
d’asta feriro ne le spalle Ufente,
che intento a prender quel dal manto d’oro
salitogli già in groppa arditamente
gli avea di capo tratto il verde alloro;
ma quel, traffitto di due piaghe, al piano
cascò, tenendo ancor l’alloro in mano.

113Parve che molto gli animi turbasse
questo d’ogni Romano, che poco inante
stato era Ufente quel che gli occhi trasse
con gran piacer di tutti a l’elefante.
Claudio con sdegno, o ch’egli più l’amasse,
o che quei gli passassero davante,
in compagnia d’Aurelian gli assalse:
fuggiron quei, ma poco al fin lor valse.

114Vistosi contra Poro e Neocrete
con tanto impeto andar duo tai guerrieri,
si cacciaro a fuggir per vie secrete,
smarriti, e per occulti aspri sentieri,
preghi usando e parole mansuete
per mitigar quegli animi sì feri;
Claudio, giunto al fin Poro ad uno angusto
passo, la testa gli spiccò dal busto.

115Neocrete non men morto per mano
restò de l’altro nobil cavaliero,
ma dietro sel tirò via più lontano
che più torto trovar seppe il sentiero,
oltra che aver trovossi Aureliano
d’assai men lena e men presto destriero:
Claudio Poro seguì sopra Miardo,
destro e veloce più che damma o pardo.

116D’Eufrate giunto il barbaro a la sponda,
né di qua né di là sendo più strada,
ma trovata la riva alta e profonda
convien che muoia o che nel fiume cada,
onde per non sommergersi ne l’onda
Neocrete morir volse di spada:
più volte il petto a l’empio, mentre in vano
mercé chiedea, traffisse Aureliano.

117Ma quando indietro ritornar poi volse
con fretta a gli altri, tanto eran le piante
spesse e i virgulti che di via si tolse,
e tutto il giorno andò smarrito errante;
giunta la notte, or qua or là si avvolse,
ma giva indietro andar credendo inante,
e d’uno stral traffitto il destro fianco
restò nel bosco pien di doglia e stanco.

118Claudio, ucciso colui, più volte intorno
guardò s’Aurelian veder potesse,
ma pensò, nol vedendo, che ritorno
già di lui prima fatto al campo avesse;
senza più dunque aver quivi soggiorno,
sendo vicin, per quelle strade istesse
con gran velocità tornò là dove
de i Persi tutte indarno eran le prove.

119E giunto ove disteso ancor Cratero
facea la terra da tre piaghe rossa,
ché nel cadergli adosso il gran destriero
giacea dolente per la gran percossa,
né si potea levar su dal sentiero
tutti ammaccati avendo i nerbi e l’ossa,
oltra che l’impedian tante persone,
volendo a gara ogni un farlo prigione.

120Ma quel destrier, cui sopra era Sereno,
quivi arrivato e scorto il suo signore
come d’uman conoscimento pieno,
mostrando aver nel petto gran dolore,
drizzò le orecchie e stretto prese il freno
sol per gettar Seren di sella fuore,
con salti e calzi in aria a mille a mille
da i sassi uscir facea fiamme e faville.

121Quel saggio cavalier gran pezzo in vano
destro e prattico fe’ sempre ogni prova
per raddolcirlo, e con leggiera mano
pur secondando il va, ma nulla giova;
onde per tutto pien d’ira il buon romano,
poi che rimedio a ciò punto non trova,
la man su l’arcion posta, sopra il prato
leggier saltò di tutte l’armi armato.

122Poi che si ritrovò scarco il destriero
del peso odiato ch’ei pur dianzi avea,
corse là dove il suo signor Cratero
per la percossa languido giacea,
né più sfrenato come pria, né fero
ma tutto mansueto si vedea
inginocchiarsi e far le spalle basse,
come a salirlo quel proprio invitasse.

123Visto Cratero sì cortese invito,
ancor che stanco e grave essendo armato,
pesto la carne e in tre lochi ferito,
pura salse al fin, da i suoi Persi aiutato,
né da i Romani allor restò impedito,
ché, come in statua immobile cangiato
ciascun del nuovo e non credibil fatto,
restò da sé diviso e stupefatto.

124Ma non per questo fuggir poté il perso
che non restasse allor quivi prigione:
Costante, conoscendol sì perverso,
e che di tanti mali era cagione,
di nuovo in terra il fe’ cader riverso;
Dio, che il dritto difende e la ragione,
riuscir fatto ogni suo sforzo vano,
prender lasciollo dal campion romano.

125Quel liberto restò quivi ancor preso,
che d’aureo manto adorno avea le chiome
cinte pur dianzi di corona, Reso
detto, non come si credea, per nome;
già ciascun Perso era a la fuga inteso,
perché le forze lor vedute dome,
né trovando rimedio al loro scampo
miseri tutti abbandonaro il campo.

126Chi dir potrebbe i tanti e sì diversi
casi che quivi avvennero quel giorno?
Nel gir sconfitti e tòr la fuga i Persi
di su, si giù, nel mezzo e d’ogni ’ntorno
quei che giù Claudio fe’ cader riversi,
Seren, Domizian, Vasconio, Adorno,
o quei che disperati si gettaro
nel fiume, ove sommersi al fin restaro?

127Quei che Artosio e Picerde e che Andrimarte,
Delfin, Probenzio, Scotiro e Timante
ucciser, con Limosio e con Tifarte,
Loranio, Irlando e il gran guerrier Costante,
che da Minerva ognor scorto e da Marte
nessun resister gli potea davante,
chi potesse contar potria le fronde
del monte Tauro e del mar Caspio l’onde?

128Trovandosi Delfin per gran fatica
già stanco, e molle di sudor la fronte,
stava appoggiato ad una quercia antica,
rivolto a l’aura che scendea del monte,
quando lontan, sopra una piaggia aprica,
posto lo stral su l’arco a tempo Armonte,
da l’uno a l’altro fianco ivi traffitto
lasciollo, e nel dur arbore confitto.

129Probenzio con Langedo, c’han veduto
Delfin traffitto di mortal saetta,
poi che a lui dar più non poteasi aiuto,
si volsero per farne aspra vendetta;
ma, l’animo lor fermo conosciuto,
fuggì veloce Armonte e con gran fretta,
e lunge essendo fe’ sì largo giro
che quei gran pezzo in van sempre il seguiro.

130Colmi di rabbia i due fratelli tosto
vistosi da colui far danno e scorno,
malissimo nel cor ciascun disposto
mostraro a gara crudeltà quel giorno:
d’Ircani un drapelletto assai discosto
da lor veduto, ov’era un elce e un orno,
ch’ambo irritato avean sovente il telo
di Giove alzando i rami troppo al cielo,

131corser contra costor che altrove poco
aveano onde sfogar la rabbia ardente,
già vòto essendo il campo in ogni loco
quasi del tutto d’inimica gente;
ma, quei gli arbori ascesi, a l’un diè foco
Probenzio, e tutti gli arse crudelmente,
l’altro, tolta Langedo una bipenne
fe’ sì che in terra al fin cader convenne.

132Con furor poi quegli infelici Ircani
tra i rami involti e attoniti del caso,
senza piedi lasciaro e senza mani,
senz’occhi, senza orecchie e senza naso.
Poi dove i Belgi e i Celti e gli Aquitani
era ogni duce a congregar rimaso
giunti, anch’essi de gli altri a paro a paro
di Narbona le schiere ivi adunaro.

A sera, Costante raccoglie l’esercito nel vallo: Ortano in cerca del fratello ucciso alla giornata si avventura per la campagna, per errore uccide suo padre (133-158)

133Costante, avendo i suoi guerrieri scorto
dietro a i Persi, d’ardir colmi e di speme
sparsi gir qua e là, qual duce accorto
tutti di nuovo gli raccolse insieme,
benché ogni Perso indi fuggito o morto
vist’abbia, pur d’altro accidente teme:
dissegna ancor che da i suoi tutti uniti
sian l’ostil campo e gli argini assaliti.

134Perciò d’Esperia già sendo ogni schiera
raccolta, senza far punto soggiorno
gli scorse a lo steccato, ma perch’era
già tardi, circondar lo fe’ d’intorno,
e stette con gran guardia in tal maniera
tutta la notte in fino al nuovo giorno;
v’era dentro gran preda e da persone
poche guardata in gran confusione.

135E benché avesse in queste parti e in quelle
tra i suoi con diligenza il pio Costante
guardie poste e custodie e sentinelle,
e commesso ch ogni un stia vigilante,
però non prima apparvero le stelle
che per le avute lor fatiche tante
la maggior parte fur dal sonno vinti,
ne l’arme involti e de la spada cinti.

136Quando uscì di Palmira il guerrier fuora
con tante genti e di sì gran valore,
duo palmireni usciron seco ancora,
fratelli di gran forza e di gran core;
stati eran questi sconsolati ognora,
colmi d’alta mestizia e di dolore
da quel dì che Odenato restò morto,
né mai potuto avean trovar conforto.

137E questo sol perché il lor padre Sente
restò preso quel giorno, e fu condutto
d’aspra catena avvinto in Oriente,
sola cagion del lor gravoso lutto;
e si misero a gir con l’altra gente
fermo e disposto l’uno e l’altro in tutto
più tosto di restar di vita privo
che senza il padre ritornar mai vivo.

138L’un nome avea Cremero e l’altro Ortano,
onde con tal proponimento forte
seguito a l’alta impresa il gran romano,
salvi giunser di Iera ambi a le porte,
ma nel conflitto il dì poscia per mano
di Meonio Cremero ebbe la morte;
questo Ortano aggravò di nuova cura,
come al morto fratel dia sepoltura.

139La notte adunque, mentre l’altre genti
prendean riposo, ei, pien d’alto pensiero,
tra quei che fur ne la battaglia spenti
cercando giva il suo fratel Cremero.
Quei Persi intanto, che a la guardia intenti
de la preda lasciati avea Cratero,
visto lui preso e non sperando aita,
pensavan sol come salvar la vita.

140Né di lor sendo alcun più diligente
nel tener de i prigioni o d’altro cura,
ma pensando a lor stessi solamente
che d’esser morti avean tutti paura;
trovossi quivi allor tra gli altri Sente,
che in mezzo a punto de la notte oscura
vistosi da le guardie esser negletto,
si sciolse e ratto si partì soletto.

141E lo steccato e gli argini e la fossa
passati avendo già, cheto, pian piano
senza mai che si sia persona mossa,
passò tutto l’essercito Romano,
giunto là dove poi la terra rossa
trovò del sangue parto e de l’ircano;
prese il sentier più sempre a Iera dritto,
ch’ivi d’esser gli avean già i figli scritto.

142Ma visto or qua or là la più gente armata,
parte ch’era a spogliar quei morti uscita,
parte che afflitta e mesta e disperata
del tutto avea da sé pietà sbandita,
poi che in quella sì cruda aspra giornata
figlio, amico o fratel perdé la vita,
pensò di prender l’armi per suo scampo
d’un di color che giacean morti al campo.

143Tra dense nubi Cinzia allora involta
per tutto oscuro il ciel rendea d’intorno,
la chiara faccia ben scopria tal volta,
e risplender facea come di giorno;
mentr’ella adunque in nube oscura e folta
tenea nascoso e l’uno e l’altro corno,
Sente il miser trovò Cremero a caso,
di Meonio per man morto rimaso.

144E senza che il suo proprio e caro figlio
conoscesse, mutato di figura,
e che di sangue il volto avea vermiglio,
la notte essendo allor per tutto oscura,
solo pensando al grave suo periglio,
e sol d’assicurarsi avendo cura
d’armi, quanto potea più di nascosto,
spogliollo, armando se medesmo tosto.

145Sente, del figlio l’armi avendo e il manto,
verso Iera sen gìa pauroso e solo;
mentre cercava il fratel morto intanto
Ortano il riscontrò, l’altro figliuolo,
che giurando venìa, vinto dal pianto,
colmo di rabbia e d’angoscioso duolo,
d’uccider quel ch’avea pur dianzi a morte
posto il fratel se l’incontrava a sorte.

146E scorto il padre con quel manto poco
da lunge, a punto allor ch’avea la luna
rotte le nubi e tolta d’ogni loco
l’ombra, che più per lui fora opportuna,
per grand’ira avampò tutto di foco,
e felice chiamò la sua fortuna
d’averli a tempo colui posto in mano
che dato avea la morte al suo germano.

147Nel petto adunque un dardo immantinente
lanciolli, sì che tutto il ferro intero
fuor de gli omeri apparve orribilmente;
poi tosto adosso gli saltò leggiero,
dicendo: «Indegno ben tuo figlio, o Sente,
com’anco indegno tuo fratel, Cremero,
sarei se di costui facendo strazio
non rimanesse del suo sangue sazio.

148Senza castigo alcun, malvagio e fello,
da poi ch’io t’ho con gli occhi propri scorto
le spoglie adunque avrai del mio fratello
da te pur dianzi crudelmente morto?
Questo cor che dal petto a costui svello,
o Cirra, madre mia, per tuo conforto
da te sarà d’ambi al sepolcro appeso,
sendo anch’io tosto a seguitarlo inteso».

149Sente, ch’esser costui suo figlio Ortano
conosce, colmo da paterno affetto,
gli stese al collo e l’una e l’altra mano,
ma debil non potea tenerlo stretto;
poi disse: «Ohimè, caro mio figlio, in vano
sperasti aver, trovandomi, diletto,
ché a morte già per le tue mani giunto
m’hai trovato e perduto ad un sol punto.

150Io sono Sente, o caro figlio, io sono
il padre tuo che tu cercando andavi,
né temer ch’io men t’ami o che men buono
ti stimi, o che di ciò punto m’aggravi,
ch’io t’amo e buon ti stimo, e ti perdono
questo, che porsi tra i delitti gravi
non pur dessi, ma perché dal core
né dal voler tuo nacque, è lieve errore.

151Non ti affliger, raffrena, o figliol mio,
quel pianto, ahimè, che in te sì largo abonda,
che ciò che avvien qua giù permette Iddio,
né senza il suo voler si scuote fronda.
Tu resta in pace, o figlio, ch’io
lieto men vo di Lete a passar l’onda;
dammi l’ultimo bascio» e intanto, il sangue
mancato, ivi rimase il vecchio essangue.

152Mentre queste parole il padre Sente
verso Ortano dicea, caro suo figlio,
quei per somma pietà tristo e dolente,
e molle avendo e l’uno e l’altro ciglio,
risponder non potea, ma quel torrente
di sangue ch’uscia tepido e vermiglio
del miser padre, con tremante mano
fermar volendo, spese ogni opra in vano

153E tra le braccia sue quel visto al fine
sì freddo farsi e pallido nel volto,
stracciossi disperato il manto e il crine;
e, tosto a i cridi allor tutto rivolto,
non pur fe’ risonar le più vicine
selve, non pur quel vicin bosco folto,
ma le querele e gli alti suoi lamenti
lunge portaron d’ogni ’ntorno i venti.

154Non fu mai figlio che di tanto amore
suo padre amasse, e se giunto a l’Occaso
fosse naturalmente, di dolore
colmo in perpetuo ne saria rimaso;
poi ch’egli adunque di sua mano il core
gli aperse, con sì nuovo orribil caso,
volge tra sé, né alcun modo ritrova
maniera orribil per punirsi e nova.

155Si straccia e grida: «O padre, in tal maniera
ti rende a me tuo figlio oggi la sorte?
dunque in tal guisa di vederti spera
la patria tua, la cara tua consorte?
O felice fratel che ne la fera
battaglia avesti da i nemici morte!
Misero me che in esser tal mi trovo
che mille morti ad un sol punto provo».

156Per soverchio dolor poi, tutto insano,
perfido, iniquo, infame e scelerato
chiamando se medesmo: «Ahi crudo Ortano!»
dicea; poi di furor tutto infiammato,
per rabbia si mordea non pur la mano
che il dardo contra il padre avea lanciato,
ma si mordea le mani ambe e le braccia,
pallido più che il morto padre in faccia.

157Ma pur tornato alfin sendo in se stesso,
con sguardo assai men torbido e men torto,
come al padre pur dianzi avea promesso,
che gli mostrò dov’era il fratel morto,
quel tolse, e sotterrò l’un l’altro appresso;
poi trattosi da lato un ferro corto,
con quel se stesso il misero traffitto,
lasciò col sangue suo tal caso scritto.

158Fattosi avendo il petto d’arme ignudo,
poi che se stesso indritto al cor traffisse,
con la sinistra man tenendo il crudo
sangue, ché troppo in fretta non gli uscisse,
con la man destra dentro al proprio scudo
minutamente il caso tutto scrisse.
Caddé poi, dopo gli ultimi singulti,
sopra il padre e il fratel da lui sepulti.

Libro XVI

ultimo agg. 12 Settembre 2015 14:06

Argomento
Meonio è preso; la Discordia fère
d’Esperia i duci e lascia ogni un traffitto;
fassi nel fiume Ascora il gran conflitto;
giungono al campo le regine altere.

Costante alla guida di un ristretto drappello cattura Meonio fuggitivo (1-12)

1Mentre nel campo lor stando quei Persi
che a custodir la preda fur lasciati
fan consigli tra lor vari e diversi,
per gran timor confusi e disperati,
e mentre tutti in grave sonno immersi
stan quei d’Esperia intorno a gli steccati,
con l’arme indosso, accorto e vigilante
va destando le guardie ognor Costante.

2A cui nel gir d’intorno sul destriero
pregando or questo or quel perché non dorma,
si dimostrò nel mezzo del sentiero
Minerva, ma non già con la sua forma:
tolto il sembiante avea quella d’Almero,
che in seguir sempre de i nemici l’orma
se ne servia il guerrier, ché l’avea scorto
per diligente e sovra ogni altro accorto.

3E giunta innanzi al cavalier la dea
gli disse: «O mio signor, quel ch’ieri preso
restò da te non fu, come parea,
Meonio rio ma il suo liberto Reso;
vassene il traditor ratto a Berrea,
spronando ognor, tutto a la fuga inteso:
se prigion farlo vuoi giungerlo ancora
potrai, ma non far più, signor, dimora.

4Con pochi e spaventato e sconosciuto,
per gran fretta non sol smarrì la strada
ma, sendogli il destrier sotto caduto,
gran pezzo è stato l’infelice a bada;
se a tempo vai non t’avrà pria veduto
che usar teco, senza stringer spada,
per sua difesa sol prieghi e parole
che a lui par di viltà non vede il sole.

5Claudio, Domizian, Vasconio, Adorno
teco guidando, con diece altri a pena,
pria che apporti l’aurora il nuovo giorno
l’avrà prigion legato di catena;
ma non bisogna far punto soggiorno:
ecco la via che dietro a quel ti mena».
Così detto spronò Minerva inante
per far scorta al suo guerrier Costante.

6Non fu lento in seguirla il cavaliero,
di meraviglia pien rimaso in mente
che quel preso da lui non fosse il vero
Meonio, e si mostrò triste e dolente;
poi del campo a Seren dato l’intero
carico, e volto il tergo a l’Oriente,
correndo or per via dritta or per via torta
veloce ognor seguia la fida scorta.

7Tra gli altri andaro ancor col gran romano
quei che pur dianzi nominò la diva,
che alcun non gli era mai troppo lontano,
né da lui troppo alcun si dipartiva.
Giunti, forte spronando, entro un gran piano,
d’un fiume altero star sopra la riva
vider Meonio con sett’altri, a lume
di luna, che varcar non potea il fiume,

8per la gran neve, onde a man destra verso
Boote biancheggiava altero il monte,
mandato il fiume gonfio avea riverso
di viva pietra sottosopra un ponte;
da costor visto il traditor perverso,
che verso Berrea volto avea la fronte,
tutti addosso improvisi gli arrivaro,
talché al suo scampo non trovò riparo.

9Tosto prostrato innanzi al pio Costante
sopra l’arena il traditor gettosse,
che al destrier capo, a l’abito, al sembiante
di tutti gli altri ben pensò che fosse;
da quei fu preso, e su l’arcion davante,
le mani avvinto di catene grosse,
nel far ritorno sopra il suo destriero
la dea portollo, in forma pur d’Almero.

10Fecero al campo allor proprio ritorno
col rio Meonio falso traditore
che Apollo, avendo in fronte il nuovo giorno,
spuntava già del gran mar d’India fuore,
e il fosso che il guerrier serrar d’intorno
la sera fe’, da tutti con furore
fatto assalir, restò subito preso,
mal da quei Persi che ’l tenean difeso.

11Color tutti che a guardia fur lasciati,
per la sconfitta timidi e smarriti,
vistosi poi d’intorno circondati,
la maggior parte inermi eran fuggiti;
d’Esperia adunque i cavalieri entrati
non rimasero allor punto scherniti,
tante gemme trovate, argento et oro,
ch’anco avanzò la gran speranza loro.

12Quei Persi tutti a fil di spade andaro
perché i Romani a la gran preda intenti
sol crudeltà quel giorno a gara usaro,
non pur l’inculte e le remote genti;
non men pien d’ingordigia si mostraro
d’ogni altro i duci, o men di sete ardenti:
chi più tesoro avea d’altri e più stato
più si mostrava ancor di rabbia armato.

Venere convince Giunone a non perseguitare Costante, la sua ira viene dirottata su Zenobia (13-25)

13Mentre nel compartir la preda immensa
cede a la forza il dritto e la ragione,
Venere, che a trovar pronta ognor pensa
nuova in pro di Costante occasione,
sopra il suo carro al ciel salì, fra densa
nube involta, e trovò quivi Giunone
che intenta a tender nuovi lacci e nuove
reti al medesmo, a par sedea di Giove.

14E trovato al guerrier la bella dea
che ancor nuovi travagli e nuovi errori
la diva d’Argo apparecchiar volea,
perch’ei rimanga al fin di vita fuori,
disse: «O Patre del ciel, dov’io credea
per Costante impetrar grazie e favori,
tòr da lui grave ingiuria, espresso torto
conviemmi, ond’ei non sia con fraude morto».

15Poi, voltasi a Giunon, soggiunse: «O vera
del supremo Rettor sorella e moglie,
che sopra tutti gli altri divi altera
sedendo più sei pronta a le sue voglie,
deponi l’odio e non voler che pèra
sì gran guerrier, né più mi accrescer doglie.
Deh, seguir lascia omai, fa’ ch’abbia effetto
quel che sovente il sommo Padre ha detto.

16Con quella riverenza ch’io maggiore
posso mostrarti, essendo tua vil serva,
ti prego, anzi ti supplico di core
che impedita non sia da te, Minerva,
ciò ch’ella ordisce ognor, mentre l’onore
si accresce al gran guerrier, non pur conserva.
Non impedir tu, dea; ma pria sbandita
l’ira da te, porgi a Costante aita».

17«O bella dea, rispose allor Giunone,
onde il Ciel si compiace e si consola,
ch’io t’ami come figlia è ben ragione,
di Giove essendo, il mio signor, figliuola;
non ti doler, che sol per mia cagione
del tuo guerrier più chiaro il grido vola:
dal faticar ch’egli ha per me sofferto
maggior divien de la sua gloria il merto.

18Ma perché manca in me l’antico sdegno,
da l’alta sua virtù già superato,
convien che arrivi a quel supremo segno
cui d’arrivar sì rare volte è dato;
per merto proprio omai si mostra degno
d’ogni alto onor che gli promette il Fato.
Per questo, adunque, e dal tuo gran cordoglio
sforzata, perseguir mai più nol voglio.

19Ma ben vuo’ scoprir l’odio e sfogar l’ira,
l’ira ch’io serbo a questo effetto in mente,
contra colei che affrena ora Palmira
non pur ma quasi tutto l’Oriente,
né contenta di ciò, superba aspira
a farsi ancor monarca d’Occidente,
e di gir spera trionfante a Roma
di mitra imperial cinta la chioma.

20Meraviglia non è se acceso serbo
contra lei d’ira un foco, un foco spento
già contra gli altri, e se con sdegno acerbo
sol contra lei di vendicarmi tento,
ché temeraria un carro alto e superbo
di gemme ha fatto, e d’or tutto e d’argento,
ma d’arte tal che il ricco e bel lavoro
le gemme avanza di valuta e l’oro,

21sopra cui, cinta il crin di lauro, spera
d’entrare in Roma Augusta e trionfante,
e in Campidoglio di vedersi altera
tutti del mondo i re chini davante.
Ma farò sì che in Roma prigioniera
sul carro andar potrà d’oro e di tante
gemme carca che, giunta in Campidoglio
stanca, allor priva si vedrà d’orgoglio.

22Per contrario farò che Aureliano,
ch’entro a quel bosco a piè, stanco e smarrito,
si tira dietro il destrier zoppo a mano,
sì da Zenobia e da i figliuoi schernito,
da lui vinta, monarca al più sovrano
grado vedrà per cagion mia salito,
sendo opra de gli dèi giusti e severi
d’alzar gli umìli e di abbassar gli alteri».

23E così detto, essendo e questa e quella
quinci e quindi al gran Padre eterno a lato,
Giunone umile in atto ed in favella
disse: «O Rettor del sempre immobil fato,
se destin forte o se benigna stella
lo sdegno ch’era in me tutto han cangiato
verso Costante illustre alto guerriero
in puro affetto e l’odio in amor vero,

24vi supplicò a far sì, per l’onor mio,
mosso da la bontà vostra infinita,
che Aurelian vinca Zenobia ond’io
da le femine ancor non sia schernita.
Superba ognor, mi pose ella in oblio,
né mai sacrificommi a la sua vita,
oltra che il fasto che in costei si vede
di troppo il segno e la misura eccede».

25L’eterno Padre allor da l’alto trono,
severo e venerabile d’aspetto:
«Cara consorte mia, contento sono»
rispose «che il desir vostro abbia effetto,
sì perché da ogni parte è giusto e buono,
sì perché io prendo ognor gioia e diletto
nel compiacervi, e gran piacer ne sento,
fatte il vostro voler ch’io son contento».

Giunone travestita da Sereno usa lo Sdegno su Aureliano per aizzarlo contro Zenobia (26-44)

26Dunque la dea, poi ch’ebbe a Giove rese
grazie infinite, allegra nel sembiante
in Argo sopra il carro suo descese,
dove per la gran figlia di Taumante,
che pronta sempre ad ubidirla intese,
la Discordia chiamar si fe’ davante,
cui giunta, onde chiamolla a sé, Giunone
brevemente saper fe’ la cagione.

27E volse che spargendo infernal tosco
con l’Odio, con lo Sdegno e col Furore
gisse là dove errava ancor nel bosco
smarrito Aurelian di strada fuore,
e che deposto il guardo torto e fosco,
con quel sì scuro e torbido colore,
di sangue il velo pien, d’idre le chiome
nuova forma prendesse, abito e nome.

28E poi che l’informò di quanto a pieno
dovesse far, colei l’Odio e lo Sdegno
tolto seco, e il Furor, mortal veneno
vomitando, sen gìa senza ritegno:
e se qualor più la ritira il freno
convien che scorra e che trappassi il segno,
che farà adunque spinta a quella volta
da sproni ardenti e d’ogni freno sciolta?

29Tosto prese la forma di Severo,
ch’amando al par d’ogni altro Aureliano
l’amava anch’ei, perch’era cavaliero
forte, animoso, e cittadin romano,
e giunto ove di notte il suo destriero
si traea dietro per la briglia a mano,
lo ritrovò di sudor molle e stanco,
ferito di saetta il destro fianco.

30Vistosi Aurelian giunger davante
colei che appar Severo, a l’improviso,
tra i rami torti e tra le folte piante,
rasserenossi per letizia in viso,
e tosto domandò se da Costante
fosse preso Cratero o stato ucciso,
e quanto del lor campo era seguito
mentr’ei nel bosco errò stanco e smarrito.

31Rispose allor la Furia: «È ben ragione
se di Costante pria d’ogni altro chiedi,
costretto essendo andar per sua cagione
stanco e perduto in questo bosco a piedi:
sappi ch’egli e Zenobia opinione
tengon mala di te, né forse il credi,
ma temo ben, se non ti mostri accorto
più che non sei, che lo vedrai di corto.

32Che il tuo destrier le desse parv’atto
da tolerar? ti parve cosa onesta?
Se allor ben chiaro non restasti affatto,
per farti chiaro a pien che più ci resta?
Perché Leucippo non ti diè in baratto,
vista Zenobia star pensosa e mesta
allor che non potea trovar destriero
da guerra tutto come Antrace nero?

33S’ella voluto ritrovarne avesse,
gran copia in Siria n’è per ogni loco;
scoprissi che per vil te sol tenesse,
e che accettandol ti stimasse poco;
ma che il destrier Costante ti togliesse
per darlo altrui, parmi l’ingiuria un gioco
rispetto a la cagion che ’l mosse a farlo,
ché indegno ti stimò di cavalcarlo.

34Ma doler poco del guerrier ti dei,
ché, d’amor tutto di Zenobia acceso,
cura non ha per far servigio a lei
se tutto il mondo ben restasse offeso;
sol da Zenobia ingiuriato sei,
che il cor tutto a schernirti avendo inteso
con nuova occasion l’empia ogni giorno
ceca di farti nuova ingiuria e scorno.

35Fuor che tu sol, già tutti gli altri accorti
si son, quei due suoi pargoletti figli
farsi talora in tua presenza smorti
di colera e talor d’ira vermigli.
Non vedi quei con gli occhi biechi e torti
guardarti?, e non ti accorgi de i bisbigli
che fa Zenobia, ognor di rabbia accesa
contra di te, da cui si chiama offesa?

36Da quella sera in qua ch’Erenniano
mentre volevi accarezzarlo a caso
restò ferito ne la destra mano,
grand’odio e sdegno in lei sempr’è rimaso,
e la perfida ognor cerca pian piano
sì come in cera molle o in fresco vaso,
con ogni industria oprar che in questa prima
età l’odio e lo sdegno in lor s’imprima.

37Però convienti esser ben cauto e desto,
e dimostrarti accorto e circospetto,
che sì grav’odio e sdegno manifesto
non faccia contra te malvagio effetto;
consiste il vincer nel giocar più presto,
né dir bisogna de i fanciulli aspetto
l’età viril, sapendo già qual sia
Zenobia cruda e quanto iniqua e ria.

38De l’odio e de lo sdegno suoi già provi
quai sian gli effetti a tuo mal grado in parte,
poi ch’ora a piedi e stanco ti ritrovi
ferito di saetta in questa parte,
sappi che l’empia ognor con modi nuovi
t’assalirà, che d’usar fraude ha l’arte;
s’avesti il tuo destrier, ch’ella t’ha tolto,
non erraresti in questo bosco folto.

39L’aver destrier di poca lena e tardo
fu sol cagion di questo, e che sia il vero
Claudio, che si trovò sotto Miardo,
non smarrì come tu l’orma e il sentiero;
ma Poro ucciso a tempo ancor gagliardo
poté mostrarsi al prender di Cratero.
Ma questo danno e questo scorno è lieve
rispetto a quel che t’apparecchia in breve.

40Di quel c’ho detto, essendo accorto e saggio,
come tu sei, non pur non me ne pento
ma vuo’ dir questo ancor, ch’egli è vantaggio
non aspettar da gli altri esser prevento;
e quanto a questo poco di viaggio,
che infino al campo, poi che il giorno è spento,
su l’erba loderei che in questo loco
ciascun di noi si riposasse un poco».

41Lodato Aurelian ch’ebbe il parere
de l’empia Furia, tutti cinque a paro
nel folto bosco postisi a sedere,
in fino al nuovo giorno si fermaro;
dal sonno vinto Aurelian giacere
convenne, e come quei prima ordinaro
la Furia e l’Odio e lo Sdegno e il Furore
lo sparser tutto d’infernal liquore.

42Con sputo di centauro misto v’era
d’Idra e d’Arpia, di Cerbero e di Sfinge
sangue puro, e di Scilla e di Chimera,
che a far vendetta l’uom sempre costringe;
e s’ei non ha sofferta ingiuria vera
l’occasion s’imagina e si finge,
e colmo d’odio, di furor, di sdegno
si aguzza ognor, pensando a ciò, l’ingegno.

43Già desto, apparso il giorno, Aureliano
pensando a quanto avea la Furia detto,
quasi rabbioso si mordea la mano
di furor, d’odio e pien di sdegno il petto
contra Zenobia e contra Erenniano,
e contra Timolao sì giovenetto,
pensando sol di far vendetta aperta
di quella ingiuria ch’ei non ha sofferta.

44Ma sì di vera gloria e d’alto onore
desir sempr’ebbe e d’osservar la fede,
che al grand’odio, al gran sdegno, al gran furore
per molto tempo indugio il guerrier diede;
prima è pronto a servir con tutto il core
Costante in quella guerra (per mercede
che a lui la libertà da quel fu resa)
che a vendicar l’imaginata offesa.

Lo Sdegno si riversa nel campo romano, ne nasce una zuffa, che Costante seda a fatica (45-59)

45E con questo pensier, che il cor gli punse
con troppo acuto stimolo molti anni,
da quei scorto allor proprio al campo giunse,
che, al sacco intenti ancor Galli e Britanni,
l’un duce sì da l’altro si disgiunse,
che ne seguiron gravi eterni danno.
Tosto la Furia co i seguaci suoi
d’Esperia entrò tra i vincitori eroi.

46E con più strali tinti nel liquore
medesmo tolto nel tartareo Inferno,
co i tre compagni or questo, or quel nel core
ferendo giva, onde il fier colpo interno
benché alcun segno non lasciasse fuore,
dentro il duol rimanea però in eterno;
poscia restaro ancor gli aspri tormenti
a i lor figli, a i nepoti, e i descendenti.

47La Discordia, il Furor, l’Odio e lo Sdegno,
senza avventar giamai saetta in vano,
ferendo audaci gian senza ritegno
fra quei duci, e da presso e da lontano,
talché spinto dal duol convenne il segno
passar Vasconio, il gran duce aquitano,
dando altero a Loranio tal percossa
che fe’ del sangue suo la terra rossa.

48Brabanzio audace, che di ciò s’accorse,
del caro amico suo per far vendetta
trasse la spada colmo d’ira e corse;
ma Probenzio di lui con maggior fretta
Vasconio a tempo il suo fratel soccorse,
con quel che in van mai non mandò saetta
Langedo, e con molti altri allor si uniro
contra de i Belgi, e quei pronti assaliro.

49Trovato i Belgi non avrian riparo
poi che de gli Aquitani per difesa
quei di Narbona e i Celti tutti andaro;
ma partecipi fatti de l’offesa,
co i Belgi anco i Britanni audaci entraro
con impeto maggior ne la contesa,
ché Langedo passò d’un strale acuto
Cornubio sì che non gli valse aiuto.

50Da Nivernio Brabanzio ebbe ancor morte,
sì coraggioso e sì gentil guerriero,
come Loranio al fin per man del forte
Vasconio, che l’assalse ancor più fero;
Langedo, senza ch’arco o stral gli apporte
soccorso, caddé anch’ei, per man d’Anglero;
Probenzio strinse il ferro e il destrier punse
per dar soccorso a quel ma tardi giunse.

51Quivi allor tanti avvennero e tai danni
tra quei duci che ancor se ne ragiona;
non pur si disunìr Belgi e Britanni
da i Celti e da le schiere di Narbona,
ma per dargli più gravi e lunghi affanni
la Furia or questo or quel sì fère e sprona
che tra lor colmi ancor quei d’un sol regno
rimaser d’odio, di furor, di sdegno.

52Scotiro provocato altero strinse
la spada contra Anglero e con furore,
senza potersi aitar, quivi l’estinse,
ché d’una punta lo ferì nel core;
d’Anglero un figlio poi Scotiro spinse
non già del tutto di Britannia fuore,
ma ben lo chiuse a viva forza in loco
sì stretto che potea nuocergli poco.

53Ma che direm di quei non pur fratelli
di tanto amor congiunti e di tal fede,
ma nati ad un sol parto ambi e gemelli
(ch’esser più che fratel questo si vede)?
Dico Artosio e Picerde, che rubelli
l’uno a l’altro, superbo Artosio diede
tal colpo al suo fratel di furor pieno
che del sangue di quel tinse il terreno.

54Picerde in faccia per gran doglia smorto,
spinse il destrier, colmo di rabbia, inante,
e senza dubbio avrebbe il fratel morto
se quivi a tempo non giungea Costante,
che il gran danno e il maggior periglio scorto
nel cor turbato e tristo nel sembiante,
con fretta il freno in quella parte torse
talché inanzi più quivi il mal non scorse.

55Col pio Costante ancor Domiziano
venne, e Claudio e Sereno e venne Adorno,
non men giunse in quel punto Aureliano,
che fatto avea pur dianzi anch’ei ritorno:
questi con preghi, alzando ognor la mano
d’arme ignuda, e scorrendo il campo intorno
fèr sì che si acquetò l’aspra contesa
ma non scordossi alcun per ciò l’offesa.

56La somma autorità del cavaliero,
l’amor che ogni un gli porta e il gran rispetto
l’impeto raffrenò; l’odio e quel fero
sdegno e furor ciascun si chiuse in petto.
Ciascun volgea tra sé dentro al pensiero,
del suo vicin prendendo ognor sospetto,
come sfogar la rabbia e in questa guisa
la Gallia allor restò tutta divisa.

57Quei di Narbona, i Celti e gli Aquitani
da l’una insieme uniti si accostaro,
da l’altra parte i Belgi, che Germani,
non Galli come gli altri, si chiamaro;
co i suoi rimase Artosio e con gli estrani
Picerde, e i Belgi ancor si scollegaro
con la Britannia, sol Scotiro eccetto
che d’appoggiarsi a i Galli fu costretto.

58Fra tanti neutral fu sol Vizero
che in quelle alpestri e sterili contrade
non si volse mai por sotto l’impero
d’altrui, ma stette sempre in libertade.
Pria co i Britanni essendo Irlando, Anglero
visto e Scotiro poi sfodrar le spade,
l’un contra l’altro accorto aiuto porse,
sempre a la parte che più debol scorse.

59E tal discordia con furor, con sdegno
mista, e con odio andò fra i descendenti,
Costante il cavalier pregiato e degno
con quei sì accorti duci e sì prudenti;
fe’ sì, con la fatica e con l’ingegno,
che raffrenò quelle sfrenate genti,
e, partita la preda in tal maniera
che n’ebbe ogni un, ritrasse il campo a Iera.

Invia Claudio e Domiziano a sbaragliare l’esercito di Artaferne, stanziato nelle vicinanze: lo raggiungono e lo assalgono mentre guada un fiume, è una carneficina (60-94)

60E i cadaveri tutti il dì seguente
brusciati, onde non fosse il cielo infetto,
in tanto Almero accorto e diligente
di Costante arrivò quivi al cospetto,
cui fe’ saper che ognor verso Oriente
giva Artaferne pien d’alto sospetto,
e con le genti ch’erano scampate
che già passato avea salvo l’Eufrate.

61E ch’eran quei quaranta mila e tutti
colmi di gran viltà, d’alto spavento,
e che inermi e feriti e mal condutti
stava a la fuga sol ciascuno intento,
ma che in sicuro loco al fin ridutti
riprenderian vigor, forza e ardimento;
e che a i feriti avendo ognor riguardo
sen giva il duce lor pauroso e tardo.

62E ch’ei se dietro a quel seguia con venti
mila soldati prattichi e con meno,
o de’ suoi duci alcun forti e prudenti
Adorno, Aurelian, Claudio e Sereno,
che d’Artaferne e di quell’altre genti
s’avria vittoria indubitata a pieno.
Questo udito, il guerrier tacito volse
tra sé più cose pria, poi si risolse.

63Conchiuse, perché a dir gli avea mandato
Zenobia di venir fra quattro o sei
giorni a lui, d’aspettarla, ch’avea grato
per più rispetto di parlar con lei.
Con Claudio adunque Aurelian chiamato
disse: «O compagni, anzi signori miei,
per quel che ognor di ben mi si appresenta,
maggior la speme in me sempre diventa».

64Poi la nuova saper gli fe’, ch’Almero
di secreto gli avea pur dianzi detta,
d’Artaferne gran duce e gran guerriero
che sen fuggia da lor ma poco in fretta,
e pregolli a salir tosto il destriero,
e che secondo il gusto loro eletta
fosse la gente che per questa impresa
togliesser, sempre andando a la distesa.

65Claudio s’offerse come sempre umano
di gir, pronto e cortese nel sembiante,
ma: «Non posso» rispose Aureliano,
d’odio e di sdegno pien verso Costante;
dunque in sua vece andò Domiziano;
e già rimesso a Claudio avendo quante
genti volea, sol venti mila tolse
pedoni e cavalier, ché più non volse.

66E quel medesmo dì passò l’Eufrate
con gran prestezza al dritto ivi di Iera,
e sempre caminando a gran giornate
mattina mai non riposava o sera;
di ferro e di valor vedeansi armate
l’ardite genti di sua scelta schiera;
con questa, pria che ancor potesse averne
notizia, il sesto dì giunse Artaferne.

67Per tempo un dì che a pena avea l’aurora
le belle treccie d’oro a l’aura sparte,
tacito arrivò sì ch’egli ancora
di ciò nuova non ebbe o in voce o in carte;
presso ad un fiume il giunse, detto Ascora,
che da i monti d’Armenia, onde si parte,
debil vien prima e poi forza ognor prende
talché a l’Eufrate ampio tributo rende.

68Questo, verso Austro a gir mai sempre inteso,
l’acque di pesci avendo ognor feconde,
quasi egualmente in due parti la Meso-
potamia parte con l’altere sponde.
Come l’Egeo talor da i venti offeso
minaccioso gonfiar si vede l’onde,
così con gonfio e con spumoso corno
superbo Ascora si vedea quel giorno.

69Ciò fu cagion che timido e smarrito
per l’improvisa giunta il duce perso
restasse allora, e benché mai fuggito
non fosse in vita sua per caso avverso,
però quel dì, non come prima ardito,
per dritto e inanzi e indietro e per traverso
fuggia, poi che varcar non potea il fiume:
contrario effetto assai del suo costume.

70Se ben d’infermi e d’altri impedimenti
pieno era il campo suo, con sì grand’arte
dispone i carriaggi e l’altre genti,
quando insieme raccolte e quando sparte,
che i due romani ad assalirlo intenti,
seguendol pronti e in questa e in quella parte,
da quel sagace ognor furon delusi,
talché vedeansi andar mesti e confusi.

71Ma tanto esperti anch’essi e d’ogni ’ntorno
sì vigilanti e destri il seguitaro
che n’avria il Perso avuto e danno e scorno,
né col fuggir trovato avria riparo.
Questo visto Artaferne, il quarto giorno
scorgendo Ascora assai men gonfio e chiaro,
si cacciò dentro a quel con la sua gente
per passarlo e per gir verso Oriente.

72Ma prima Claudio, il gran duce romano,
la notte anch’ei più basso il fiume scorto,
con sei mila guerrier Domiziano
girar fe’ da man destra ascoso e torto;
qual già passato poco indi lontano
senza che Perso alcun sen fosse accorto,
con quella schiera tacito veniva
al dritto lor per la contraria riva.

73Dunque Artaferne tutto essendo volto
ch’ogni un sicuro passi a l’altra sponda,
restò nel mezzo a l’improviso colto,
là dove proprio era più cava l’onda;
con molto ardir, qual fiamma acceso in volto,
pur che a l’ardir la forza corrisponda,
per disperazion fatto più franco
si volse, e fe’ che i suoi si volser anco.

74Poi che a scampar la strada non discerne,
ma visto il suo fin giunto e la sua morte
quei, che ognor la sprezzò, né mai d’averne
mostrò timor, ne i gran perigli forte,
con preghi e con minacce ecco Artaferne
far sì che, prima sbigottite e smorte
le genti sue per tema, ciascun volto,
mostrò poi forte a l’inimico il volto.

75Tal pur dianzi tener sopra il destriero
poteasi a pena, stanco, egro e dolente,
che per necessità superbo e fero
mostrossi contro la Romana gente;
ciascun si caccia, pien di rabbia, altero
là dove appar più rapido il torrente;
chi grida e chi minaccia e chi percuote
lasciando assai destrieri a selle vote.

76Chi di potria col suon de le percosse
l’alte strida che udiansi a mille a mille?
Divenner l’acque al primo incontro rosse,
e fino al ciel salian fiamme e faville;
di Persia il duce con furor si mosse,
nuovo Ettore sembrando e nuovo Achille,
contra Domizian che, sopra una alto
destrier, correa superbo al crudo assalto.

77Domizian, cui mai non fu costume
di fuggir, corre ardito ad incontrarlo,
che al primo colpo altero si presume
di dargli morte o dal destrier giù trarlo,
ma, sendo nel maggior corso del fiume,
come volea non poté ivi afferrarlo;
questo anco al Perso avvenne a tal che Ascora
ruppe d’entrambi ogni dissegno allora.

78Ma fecer tanto in questa e in quella parte
che teste e braccia e gambe et altre membra
vedeansi a nuoto andar per l’acque sparte,
né simil fatto alcun mai si rimembra.
Se Artaferne quel giorno sembra Marte
non men Domizian Bellona sembra;
e successero atroci orrendi casi
de gli infelici allor morti rimasi.

79Molti che di corazza erano armati,
d’alto bombagio e di sì fatti arnesi
pregni quei d’acque e tumidi e gonfiati,
del solito anco assai fatti più pesi,
nel fondo giù per forza eran tirati,
da chi speraro aiuto essendo offesi;
sul viso altri giù l’elmo si calaro,
così l’onde scacciar da lor pensaro.

80Ma giù sommersi per destin lor forte
di sopra verso gli apollinei rai
fin che in tutto non eran giunti a morte
non si scopriva il corpo lor già mai.
Molti condutti da più dura sorte
più lungamente per serbarli in guai,
da l’onde ch’avean contra con furore
venìa lor tolto il mandar l’alma fuore.

81Per uscir fuor de l’acque mentre abbraccia
Tirete un olmo stretto, ecco Veruto
tagliargli con la spada ambe le braccia,
talché il miser da l’arbore caduto,
rivolto avendo in verso quel la faccia,
veder lo potea stretto ancor tenuto
da l’una e l’altra sua spiccata mano
mentr’ei da quelle si dolea lontano.

82Stando Lambron del fiume in su la sponda,
Marne con gran pietà, suo fratel, scorse
languir ferito a morte in mezzo l’onda,
talché per aiutarlo in fretta corse;
Marne abbracciatol seco a la profonda
parte il tirò, così non pur porse
soccorso al suo fratel, ma giù riversi
caddero e, stretti, furo ambi sommersi.

83Dietro, ferito ne le spalle, Archinto
per vendicarsi tosto rivoltosse,
ma sol trovò che l’onde avean spinto
con impeto quel dardo che ’l percosse.
Tutto nel viso di rossor dipinto
Nimetro, come impenetrabil fosse,
tenea la destra con la spada in alto
minacciando a i nemici un fero assalto.

84Ma quasi dentro un stretto gruppo involto,
da l’acque absorto, giù convien che cada:
calar si vide il petto e il collo e il volto,
le chiome e il braccio, e in ultimo la spada.
Domizian, crudel quel giorno molto,
ferito il suo destrier, non stette a bada,
ma giù disceso a piè sopra la sabbia
contra i Parti sfogò l’ira e la rabbia.

85Psimarto uccise e Lirida e Timante,
Tagrio, Agirte, Catarisi e Tiferne,
talché gli fugge ogni un quivi davante
dove men grosso il gorgo esser discerne;
ma per quanto fuor mostra nel sembiante
d’ira e di rabbia pien dentro, Artaferne
corse con furia e tal colpo gli diede
che a fatica tener si poté in piede.

86Si contorse il roman molto e si dolse
per l’aspra doglia e per l’acerba pena,
e contra il Perso in tal fretta si volse
che il colpo ancor non gli avea dato pena;
ma di sotto il piè destro a quel si tolse
sì lubrica e mal ferma era l’arena,
e dal fiume al cader restò sommerso
non ch’avesse di lui vittoria il perso.

87Ma ch’ei morto l’avea ben chiara voce
per tutto il campo allor allor si sparse,
per ciò più fatto ancor Claudio feroce,
d’ira infiammossi, che nel petto l’arse,
onde correndo se n’andò veloce,
né perder volse il tempo a lamentarse,
ma con gridi e con sproni il suo Miardo
cacciando, il riprendea che fosse tardo.

88Scorto l’impeto i Persi e il furor grande
con che ne vien l’alto guerrier latino,
l’un fugge a queste e l’altro a quelle bande,
chi sotto l’acque si fa curvo e chino;
come a gran schiere or qua, or là si spande
qualor tra il picciol pesce entra il delfino
che di cibarsi cerchi, ancor digiuno,
così pauroso allor fuggia ciascuno.

89Cabarte, Pranse, Peroza e Tigadre
Claudio uccise, e Mirratro, di colore
sì vago e di fattezze sì leggiadre,
e simil tanto a suo fratel Cratore,
che l’un per l’altro spesso avea la madre
propria, a guardargli ben, tolto in errore:
Claudio sul capo sì col ferro il colse
che la matre d’error per sempre tolse.

90De’ suoi scorto Artaferne il gran macello,
poi che sommerso fu Domiziano,
pien d’ira e d’odio e con l’animo fello
corse dov’era il gran duce romano;
visto lui, Claudio al dritto anch’ei di quello
col ferro andò tinto di sangue in mano;
giunti e scontrata l’una e l’altra spada
convien che foco e fiamma in aria vada.

91Durò più di mezz’ora la contesa,
che l’un de l’altro ognor stette al paraggio;
ma Claudio, ancor ch’avesse in quella impresa
de l’avversario suo gran di svantaggio,
perché la vista gli restava offesa,
del sol proprio rivolta incontro al raggio,
però con sommo onor, con somma gloria
ne riportò la trionfal vittoria.

92Con sì gran luce riflettea ne l’onda
il sol ch’era al guerrier la vista tolta,
onde il perso pian pian presso a la sponda
cacciato, ch’era a l’Oriente volta,
d’un orno a l’ombra giunse, che la fronda
per tutto avea ne gli alti rami folta,
dove non gli era tanto offeso il lume
e men rapido ancor vi correa il fiume.

93Quivi potendo riguardarsi intorno
diè sul capo al nemico tal percossa
che restò morto a l’ombra di quell’orno,
e lasciò l’acqua del suo sangue rossa;
poi, visto ch’era omai fornito il giorno,
la mente avendo per pietà commossa,
pensoso a risguardar fermossi alquanto
e ritenea con gran fatica il pianto.

94Pien vedea il fiume in quelle parti e in queste
di tronche membra, innanzi al suo cospetto
molte faccie al lor collo e molte teste
correano, e molte braccia al proprio petto;
spogliati alcun già d’armi e di veste,
là dove il fiume esser vedean più stretto,
facendo a Dio per lor salute voto,
fuggian paurosi a l’altra riva a nuoto.

La morte di Pandoro genera l’ira delle divinità fluviali, che sommergono buona parte dell’esercito romano (95-122,5)

95Un giovenetto, d’Ascorilla figlia,
d’Ascora nato e d’un Silvano, d’oro
mostrava il crine, e candida e vermiglia
a bella guancia, e nome avea Pandoro;
vago era e forte e saggio a meraviglia,
che al suo nascer gli dèi del sommo coro
quanto ciascun dal ciel più largo pote
gli infuse ogni sua grazia, ogni sua dote.

96Venere fe’ che pari di bellezza
non ebbe, e per Minerva fu prudente,
largo Pluto gli diè somma ricchezza,
di Maia il figlio quel fece eloquente,
Marte gli diè la forza e la destrezza,
talché Pandoro fra la mortal gente
privo non pur vivea d’ogni diffetto
ma sol poteasi addimandar perfetto.

97Del Tigre ad ogni ninfa e de l’Eufrate
tanto e d’Ascora la sua forma piacque
che per sì mostruosa alta beltate
di viva fiamma tutte ardean ne l’acque;
del giovenetto al cor somma pietate
quel giorno, vista la gran strage, nacque:
vede, né la cagion sa imaginarse,
per tutto il fiume umane membra sparse.

98Donde fu d’arme il fatto era lontano
il giovenetto allor circa tre miglia,
cui parve caso a veder nuovo e strano
di bianca divenir l’onda vermiglia,
e sì di membra or braccio, or testa, or mano
coperto il fiume, ond’ei per meraviglia
contra l’acque a nuotar si mise tosto,
l’origine a trovar di ciò disposto.

99Ogni gorgo del fiume, ogni antro noto,
su verso il monte o giù verso la foce
gli era in tal guisa che sicuro a nuoto
per tutto se ne gìa destro e veloce,
tal Palemon d’ogni altra cura vòto,
fuggendo il padre suo crudo e feroce
sen gìa per l’onde salse afflitto e smorto,
o d’Antedone Glauco intorno al porto.

100L’acque vedeansi a quel dietro e davante,
o contra il fiume over nuoti a seconda,
scherzar giocando sotto le sue piante,
e sostenerlo con diletto l’onda;
ma giunto ove coperto era di tante
membra il fiume da l’una a l’altra sponda,
d’ira infiammato, come ardente face,
troppo divenne il giovenetto audace.

101Et or con uno strale, or con un dardo
provocava da lunge il gran romano,
ma con destrezza il buon destrier Miardo
cader facea sempre ogni colpo in vano,
che in mezzo l’onde come in terra un pardo,
or volto a destra ora a sinistra mano,
fe’ sì che un sol di cento strali almeno
coglier nol poté in parte alcuna a pieno.

102Gran pezzo Claudio a far che nol cogliesse
Pandoro sol restò col pensier volto,
e che suo colpo mai non l’offendesse:
per ciò stava in se stesse ognor raccolto;
non che sì bel, sì giovene il vedesse,
ché l’elmo il capo gli copriva e il volto,
ma sol perché pur troppo gli dolea
di quei che infino allor già morti avea.

103Poi che ogni Perso quivi estinto giace,
si meraviglia assai del giovenetto
che tanto temerario e tanto audace
si mostri, ritrovandosi soletto;
ma quel, che seco aver non volea pace,
talmente l’irritò che fu costretto
d’avventargli uno stral di quei che a nuoto
per l’onde gian, né cadde il colpo a vuoto.

104Borea, geloso d’una ninfa detta
Filtra, che l’amor suo sprezza, spinse
con tal furor l’acuta empia saetta
nel cor del giovenetto, ché l’estinse;
ben l’onda per salvarlo alta e ristretta
si oppose, e tutto quel d’intorno cinse,
ma non per ciò con ogni sforzo tolse
l’impeto al colpo, che nel fianco il colse.

105Traffitto il giovenetto del feroce
colpo, che in grembo a l’avo suo l’uccise,
«Ahi,» gridò «madre, io muoio», e questa voce
l’ultima fu ch’egli in sua vita mise;
la qual d’intorno spartasi veloce
tutte le ninfe per pietà conquise,
le selve e i campi e gli argini commosse,
come ancor l’acque del suo sangue rosse.

106La matre, udito il figlio, afflitta e mesta
prorrompe in strida e in pianto, e l’auree chiome
si straccia da furor spinta e la vesta,
chiamando sempre di Pandoro il nome.
Da l’antro uscita, or quella parte or questa
scorre per ritrovarlo, e non sa come;
come non sa, né sa dove trovarlo,
e tutto il tempo in van spende a cercarlo.

107Tra quelle genti quivi morte armate
lo scudo sol trovò la madre allora,
che il cadavero già presso a l’Eufrate
portato avea, di dolor colmo, Ascora:
lo conobbe a l’altere insegne usate
dal figlio ognor (ch’era Pomona e Flora),
oltra che in un gran fregio in lettre d’oro
da lunge apparia scritto in quel: Pandoro.

108E mentre teste tronche e busti e braccia
volge e guarda Ascorilla, finalmente
ritrova il suo figliuol, pallido in faccia
e sparso d’atro sangue orribilmente.
Ora la vesta a due mani e il crin si straccia
e fa che il grido in fino al ciel si sente,
e gambe e ventre a quel, de l’acqua tolto,
con le sue treccie asciuga e petto e volto.

109E molte Ninfe essendo al suo cospetto
per pietà corse, in fretta l’aiutaro
a far di gionchi e d’erba un molle letto,
cui sopra il bel cadavero posaro;
graffiossi poi con l’unghie il volto e il petto,
che di tenerla in van l’altre tentaro,
pregando il padre a giunte man che s’erga
tumido sì che il traditor sommerga.

110Uditi Ascora i suo preghi e lamenti,
chiamò in aiuto e venner tutti pronti
con gran velocità rivi e torrenti,
e giù la neve si stillò da i monti;
non poco ancor gli dier d’aiuto i venti
che, incontra l’Orse ognor volte le fronti,
là dove ha foce Ascora ne l’Eufrate
l’onde indietro tenean per forza alzate.

111Claudio ogni Perso in tanto già veduto
l’acqua di sangue aver fatta vermiglia,
del fiume tanto e sì tosto cresciuto
tra sé prende a pensar gran meraviglia;
si sforza indarno pur di darsi aiuto,
tenta indarno al destrier volger la briglia,
ma ritrovarsi non può sopra la sponda
tanto l’assale impetuosa l’onda.

112Mentre lo scudo ardito a l’empia porge
punto non pur da sé non la discaccia,
ma con più crudo orgoglio altera sorge,
talché gli arriva omai fino a la faccia;
Claudio, che chiaro il suo periglio scorge,
per gran timor tutto nel petto agghiaccia,
ma Venere, che ognor cura si prese
de i suoi Romani, al sommo Padre ascese.

113Giove allor dentro a le superne sfere
s’era tra Cinzia assiso e tra Vulcano,
talmente esposto che ciascun vedere
chiaro il potea da presso e da lontano,
quando con quelle sue dolci maniere
la dea, per liberar l’alto romano,
se gli gettò prostrata umil davante
non men trista nel cor che nel sembiante.

114E quel pregò ch’avendo Claudio il peso
da sostener di tutto l’universo,
com’ella avea da lui più volte inteso,
non rimanesse alor quivi sommerso;
ma solo a vendicarsi Ascora inteso
del sommo Padre al seggio anch’ei converso,
di giunchi adorno il crin, bagnato il volto,
così parlò, di canne il ventre involto:

115«Padre, che il mondo e il Ciel reggi e governi,
e di giustizia ognor la spada adopri,
tu vedi pur da gli alti seggi eterni
mentre d’intorno ogni uman fatto scopri,
quanto ingiurie da Claudio e quanti scherni
sopporto, e se tu quei, signor, non copri
col tuo poter, gli oltraggi e i guai sofferti
mi staran sempre nel cospetto aperti.

116Pandoro, quel fanciul vago e innocente,
de l’avo e de la matre sua conforto,
e ch’era le delicie d’Oriente,
giace per man de l’empio Claudio morto:
ti supplico, devoto e riverente,
di tanta ingiuria che per lui sopporto,
da te, Padre, si tolleri e permetta
ch’io faccia contra il traditor vendetta.

117Deh, fa’ ch’io possa, o Padre, vendicarmi,
già provocato da sì giusto sdegno;
non mi sia tolto d’adoprar quell’armi
c’ho per difesa del mio picciol regno;
se Claudio ancor morrà, non per ciò parmi,
perduto avendo così nobil pegno,
che l’aver d’uom sì vil vendetta presa
di tanto semideo sconti l’offesa».

118Giove rispose allor: «Quel che dal Fato
fu conchiuso a principio da la sorte
per tempo alcun non puote esser cangiato,
ché quel via più d’ogni altro è fermo e forte.
Dunque d’ogni virtù sì Claudio ornato
non pur non deve oggi patir la morte,
ma de la terra a lui solo si deve
sì come ancor del mar l’imperio in breve.

119E del sangue di Gotti e d’Alemanni
la terra e l’acqua renderà vermiglia.
Ben voglio, in ricompensa de gli affanni
d’Ascora padre e d’Ascorilla figlia,
far de l’Imperio suo più brevi gli anni
che quei di Tito, a cui tanto simiglia,
ma quel che in venti far devria che in dui
compisca, e in meno ancor concedo a lui».

120Tacque Giove ciò detto e con la mano
fatto cenno, acquetò l’aspra tempesta,
che vana resa avria del gran romano
la forza e la virtù sì manifesta;
ben si sforzava arditamente in vano
di scacciar l’acqua torbida e funesta,
e quanto più restò di speme fuore
tanto in lui quella diventò maggiore.

121Si meraviglia Claudio a veder l’onda
che gli arrivò pur dianzi al collo e al mento
di sì rapida ch’era e sì profonda
divenir tarda e bassa in un momento;
salvo indietro tornò sopra la sponda,
dove gli altri a salvar fermosse intento,
e ritrovò che il quarto d’essi almeno
sommerso Ascora si chiudea nel seno.

122Ma di quaranta mila ch’avea il Perso,
quivi col duce lor tutti moriro,
fuor che intorno a tre mila, e fu diverso
il modo onde la vita quei finiro:
chi di coltello e chi restò sommerso.
Ma Claudio, poi che i suoi tutti s’uniro,Claudio torna a Iera, pochi giorni dopo giungono anche Vittoria, Zenobia e il suo ricco corteo (122,6-150)
preso il viaggio indietro fe’ ritorno,
e in Iera si trovò l’ottavo giorno.

123E come dentro al cor, fuor nel sembiante
mesto apparendo del compagno morto,
con parlar grato si sforzò Costante
di far sì ch’ei prendesse alcun conforto,
dicendo: «Le da voi fatte già tante
prove mostraran chiaro in tempo corto
che la difficil tanto impresa nostra
facil ne fia mercé de l’opra vostra.

124E benché sia Domizian caduto,
de l’alte imprese questo è proprio effetto;
che da la sua viltà sia proceduto
non è chi n’abbia pur picciol sospetto,
poi ch’era il fatal suo giorno venuto,
più tosto che stentar languido in letto;
chi l’ama aver de’ caro in un sol punto
vederlo a morte sì onorata giunto».

125Non tanto del compagno era cagione
la morte d’attristarsi dentro al core,
quanto che tenea Claudio opinione
che in quella pugna l’acquistato onore
per la strage di tanti con ragione
giudicar si devesse assai minore,
e sopra tutti gli altri per la morte
di sì gran duce, di guerrier sì forte.

126Ma di Costante quel parlar cortese
pien d’alto affetto e sì benigno e grato,
cagion fu ch’egli allor conforto prese,
né punto più si dimostrò turbato.
De le regine poi Costante intese,
per messo a questo effetto a lui mandato,
che a Iera e l’una e l’altra il dì seguente
si trovaria con tutta l’altra gente.

127Per ciò non pur di gioia e di piacere
Costante sol ma ciascun altro pieno,
co i duci tutti de l’armate schiere,
pria che Febo a i destrier ponesse il freno,
si mosse in contra le regine altere;
e in spazio d’otto miglia o poco meno
con ricca pompa e con trionfo raro
quelle per tempo ancor lieti scontraro.

128De l’essercito Argeo la terza parte
per antiguardia avendo, era primiero;
seguia poi del gran figlio d’Arismarte
il cener tutto sopra un carro altero,
fabricato con tanta e sì grand’arte,
con sì meraviglioso magistero
che avanzava il sottil vago lavoro
le gemme in questo preziose e l’oro.

129Un corpo umano d’or puro, a martello
da così dotto mastro fabricato,
che a risguardar parea fatto a pennello,
anzi a guardar parea ch’avesse il fiato,
vòto stava sul carro, e dentro a quello
col cenere del principe Odenato
mirra e balsamo e incenso eran, che fuori
l’aria empian tutta di soavi odori.

130Come un coperchio sopra che via tolto,
sì come ancor riposto esser potea,
del re stava talmente espresso il volto
che a risguardar l’effigie sua parea;
di porpora in un manto d’oro involto
pien di ricami il corpo si vedea;
quinci e quindi eran poi sul carro appese
quell’armi ond’ebbe il pregio in mille imprese.

131Ne la sublime parte avea una volta
larga dodeci piè, lunga diciotto,
di ricche gemme e d’or tutta con molta
arte distinta, e v’era un seggio sotto
con quattro faccie, e in quella ch’era volta
di fuor leggeasi alcun leggiadro motto,
che contenea con dir breve e coperto
del morto re gli alteri fatti e il merto.

132Ne la medesma faccia erano spessi
capi d’or di leoni e tutti quelli,
rilevati, eminenti e ben espressi,
tenean di gemme e d’oro in bocca anelli;
da questi tutti equidistanti messi
pendean di più colori allegri e belli,
qual ne’ tempi, ricchissime ghirlande
di gemme e d’oro e d’artificio grande.

133Le gioie a guisa di lucenti stelle
togliean la vista a qualunque occhio umano,
poscia in copia e sonagli e campanelle
fatte con maestria da dotta mano,
pendean sì grandi e in queste parti e in quelle,
che il suon s’udia da presso e da lontano;
poi da ogni alto una Vittoria v’era
di trofei carca e d’alte spoglie altera.

134La volta da pilastri sostenuta
vedeasi, e i capitelli eran corinti;
dentro a quelle una grada avea tessuta
di bastoni, ad un par tutti distinti;
d’un ricco e vago acanto e di valuta
inestimabil poscia erano avvinti
tai pilastri, che quel sparto e diffuso
girando gli avvolgea dal mezzo in suso.

135Tra le colonne e tra la volta poi
un spazio largo v’ha circa tre braccia,
dove del morto duce i padri eroi
tutti si veggion ne la prima faccia;
poi la seconda i chiari fatti suoi
di parte in parte alteramente abbraccia,
che Augusto da Galeno e suo consorte
fu detto, e quanto oprò fino a la morte.

136Si mostra ne la terza il tradimento
di Meonio e di Amantio, che in Palmira
pentito di sua fraude e mal contento,
se stesso uccide su l’ardente pira;
ne l’ultima da poi che il re fu spento,
di Zenobia ogni fatto ancor si mira,
e che arrivò più giorni andando errante
con le genti d’Esperia a lei Costante.

137Duo leoni dinanzi ne l’entrata
stavan con fermo e con orribil sguardo,
come quella da lor fosse guardata,
sopra la qual piantato era un stendardo
di porpora che d’India fu portata,
di sì vivo color, di sì gagliardo
ch’ogni altro color d’ostro a prova messo
debile e smorto gli sembrava appresso.

138Questo vessillo, poi che Aureliano
sfogò lo sdegno e l’infernal furore,
con tutte l’altre spoglie avuto in mano,
per meraviglia di sì bel colore
cercò d’averne con gran studio in vano;
tal fece Probo ancor suo successore;
mentre ogni altro di cenere parea,
questo a guisa di folgore splendea.

139Da la bandiera più che lampo rossa
d’oro pendente una ghirlanda stava,
che da i raggi del sol chiari percossa
or quinci or quindi mentre il carro andava,
e leggiermente ancor da l’aure scossa
qual fulmine a guardar gli occhi abbagliava;
sostenean due gran sale il carro adorno,
e le giravan quattro rote intorno.

140Poi ne l’estrema parte de le sale
fuor de le rote da ogni lato v’era
con arte un capo finto d’animale
come pardo, leon, tigre o pantera,
che un’asta o dardo o freccia o cosa tale
mordea con spaventevol vista e fera.
Stava un police poi fatto da dotto
mastro nel mezzo e giù nel fondo sotto.

141Con sì gran maestria, con sì grand’arte
posto era questo, ch’or per l’alta strada
tirato il carro, or bassa, in ogni parte
convien che stabil sempre e fermo vada.
Tanto e sì ricche v’eran gemme sparte
per tutto che del mondo altra contrada
mai tal non vide; in quel non era cosa
ch’oro non fosse over più preziosa.

142Tal carro, onde si vanta e con ragione
la Siria ancor via più d’ogni altro luogo,
quattro timoni avea, ciascun timone
quattro ordini di gioghi e ciascun giogo
quattro muli, da questa regione
tolti e da quella, e non rimase giogo
del Tauro che Zenobia diligente
non vi mandasse per trovarne gente.

143Talché trovati quattro oltra sessanta
neri come carbon tutti n’avea,
né segno in fronte o in qual si voglia pianta,
come anco altrove, in quei non si scorgea;
sì grandi e vaghi e di sembianza tanta
che l’un da l’altro non si discernea;
di gagliardia, di beltà somma rari
tutti vedeansi, e di grandezza pari.

144Di quei sessanta quattro muli, ornato
vedeasi alteramente ogni un di loro
di superbe corone e circondato
d’intorno al collo di sonagli d’oro;
parte da l’un, parte da l’altro lato
le chiome volte con sì bel lavoro
splendean d’oro e di gemme ricamate
che tesoro infinito eran stimate.

145Sopra ogni mulo un paggio moro adorno
venìa di gioie e di battuto argento,
di cui s’udian da lunge e d’ogni ’ntorno
le strida e il pianto e i gemiti e il lamenti,
fin d’Etiopia verso il Mezzogiorno,
donde soffia l’Austral tepido vento,
venir fece costor Zenobia tutti,
che al ciel mandavan le querele e i lutti.

146Con la battaglia poi seguia Aricorte,
duce prudente e coraggioso molto;
costui difese il re quand’ebbe morte,
che non gli fosse da i nemici tolto.
Con questa schiera mista era la corte,
talché ciascun d’oscuro manto involto
sopra l’armi vedeasi, e le regine
venian fra questi altere e pellegrine.

147Sopra un gran carro d’ebeno tirato
da quattro superbissimi elefanti,
venir vedeansi altere, e da ogni lato
la schiera cingea lor dietro e davanti;
semplice il carro tutto era intagliato
di torte viti e d’edere e d’acanti,
sì bei che a risguardar solo il colore,
non già la forma, ogni un toglie d’errore.

148Sopra duo seggi altere ambe, con molta
superbia e leggiadria sedean vestite
d’oscuri panni e l’una e l’altra volta
s’avea la faccia, d’amor vero unite;
sedendo in modo tal restò via tolta
di chi preceda la cortese lite,
si affaticò più volte ogni una in vano
per far che l’altra andasse a destra mano.

149Poi con la retroguardia il fido Adrasto,
pari a l’altre di numero, ancor giunse;
questi fu che di nodo stretto e casto
con Zenobia Odenato al fin congiunse,
come da i Persi aver guerra e contrasto
devesser, la regina gli disgiunse,
e in tre parti gli pose in ordinanza
qual sempre fu de i duci accorta usanza.

150Tutta la vettovaglia e i carriaggi
Zenobia collocò tra questa schiera,
l’inutil gente, come donne e paggi,
venìa tra questi, e poi che furo a Iera
ne le castella intorno e ne i villaggi
si diero alloggiamenti ad ogni schiera;
solo ambedue l’alte regine a paro
ne la città co i duci tutti entraro.