Babilonia distrutta

di Scipione Errico

Bibliografia

Canto I

ultimo agg. 2 Maggio 2015 9:12

ARGOMENTO
Si fa la mostra, e ’l Turco è anciso e vinto.

Proemio (1-6)

1Canto l’arme di Scizia, e d’un guerriero
la pietà, la virtù, che il feo costante
contra l’ira amorosa e l’amor fiero
d’una più bella e più superba amante,
quando a la possa del suo brando altiero,
cint’ei di zelo e d’arme invitte e sante
la superba Babel, come al Ciel piacque,
tra le ceneri sue sepolta giacque.

2Muse superne, voi, voi che movete
ad eterna armonia l’eterna lira,
e trar col suono e trattener solete
ciò che in sé l’universo accoglie e gira,
voi la mente confusa in me regete,
mentre vostra virtù l’informa e inspira,
voi le larve sgombrate, e al gran pensiero
rivelate distinto il certo e ’l vero.

3Tu, che di virtù l’alma, e d’alta e pia
purpura, o gran Maurizio, orni la chioma,
o sol nascente al cui splendor, qual pria,
spera un dì farsi illustre Italia e Roma,
tu cortese m’affida, onde non sia
vinto il picciol valor da la gran soma:
forse di te con più canori carmi
dire un giorno ardirò l’imprese e l’armi.

4Chi sa se mai di tre corone cinto
altamente sedendo in Vaticano,
da te sia contra il Trace in lega avvinto
l’Ibero, e ’l Franco, e l’Italo, e ’l Germano.
Sarà lor Duce a tanta impresa spinto
il maggior tuo fratello, eroe sovrano;
ei che per le provincie oppresse e dome
gran Vittorio dirassi a i gesti e al nome.

5De le spoglie de l’Orto il chiaro Occaso
ornerà Filiberto ogni pendice
con l’armata cristiana, e ’l gran Tomaso
fia de l’ira del Ciel la destra ultrice.
I figli vincitor dopo il gran caso
il tuo gran padre in senettù felice
accoglierà trionfanti, e fia in mirarlo
co’ paladini suoi l’antico Carlo.

6Abbasseran gli scettri in lieta pace
al tuo gran piè l’Indo, lo Scita, e ’l Moro;
e con l’onor de l’alma fé verace
fia che al mondo ritorni il secol d’oro;
allora io m’ornerò fra gli altri audace,
per dir tuoi pregi, del toscano alloro.
De la vinta Babel benigno in tanto
ascolta e l’alta impresa e l’umil canto.

Rassegna dei due campi (7-42)

7Sparso d’acqua vitale a viva e vera
vita era nato immortalmente in Cristo
il gran re Scita, allor che l’alma altiera
a sacro volse ed onorato acquisto,
onde Alone, il fratello in cui ben era
il saper al valor congiunto e misto,
mandò a far de i cristian vendetta acerba
ne l’Asia, ed atterrar Babel superba.

8Egli armosse, e qual folgore o baleno
venne tra Persi ed Indi, e vide e vinse,
e di sangue pagano avido e pieno
giunse e Babelle in duro assedio strinse.
Intanto in suo soccorso il rege armeno
con mille aventurier pronto si spinse;
lieto raccolse Alone il re cortese
e con detti e con opre, e a grado il prese.

9A questi egli racconta a parte a parte
le sue vittoriose alte venture,
e chiede ancor qualche consiglio ed arte
che possa agevolar l’opre future.
Ma, acciò sian fatte in quello incerto Marte
con accorto pensar cose mature,
vuol che si veda il consiglier prudente
del campo invitto la guerriera gente.

10Così sendo conchiuso a le famose
falangi, per voler del sommo duce,
ch’a mostra ogn’un s’appresti allor s’impose
a i primi rai della diurna luce.
Venne quel giorno, e sotto le pompose
insegne ogni un s’aduna e ’l pian riluce
di lucid’armi in vaga guisa intorno,
dal Sol percosse e si radoppia il giorno.

11Vedeansi dentro un gran piano armi e bandiere
ed azzurri stendardi e persi e gialli.
S’udia vario rumor di trombe altiere,
e sonar ferri ed annitrir cavalli;
e in un gran calpestio d’armate schiere,
e ’l folgorar de’ lucidi metalli,
onde polvere alzando e ferrei lampi
par la terra sospiri e l’aria avampi.

12Un magnifico tron d’alto ornamento
sovra d’un picciol colle era in disparte,
che qual candido ciel di terso argento
auree stelle lucenti intorno ha sparte.
Fiocchi, fregi, lavori ha sciolti al vento,
e vinta cede la materia a l’arte.
qui sta il Duce, e falangi appresso stanno,
che custodia d’intorno e pompa fanno.

13Ei su ’l gran seggio in placidi e superbi
Moti raggira il grave e regio sguardo.
Par che mille disegni asconda e serbi
nel cupo del pensier profondo e tardo;
mostra il bel viso e dolci insieme e acerbi
i gesti, e forze invitte e cor gagliardo,
e tra le nubi d’alterezza involto
manda lampi d’onor l’aria del volto.

14Fam’è, che mentre in sen la madre avea
guerrier sì degno, a sì chiar’opre eletto,
leone in sogno partorir parea,
che di vaga donzella avea l’aspetto.
L’alto valor, che questo aver devea,
da ben mille indovini allor fu detto:
e che sarebbe a lui mal paragone
Ercole, Achille, ed Ettore e Sansone.

15Disser del corpo ancor la tanta e tale
grazia, pregio, bellezze infuse e sparte,
del corpo a cui simil finger non vale
stanca in lui la natura e vinta l’arte.
Così con forza a la bellezza eguale
parver giunti in costui Venere e Marte,
e mentre il guardo e mentr’il brando gira
l’una e l’altra virtude in lui s’ammira.

16Così con fregi opposti un idol pare
non vide mai, non mai conobbe il mondo;
or alletta mill’alme, ed or tremare
mille petti esso fa dal cor profondo.
Così mostra talor tranquillo il mare,
specchio a le stelle, trasparente il fondo,
or alza qual Tifeo, con roche strida,
monti a monti di spuma, e ’l ciel disfida.

17Ed ora è via più vago e a l’alme adduce
dolce stupore e di se stesso ha il vanto,
mentre in pomposo trono egli riluce
ricco d’arme dorate ed aureo ammanto.
Così sedeva il valoroso duce
mentre passavan le sue squadre intanto,
e al passar presso a lui chinan le schiere
in segno d’umiltade arme e bandiere.

18A mirar l’alta mostra i cieli intenti
d’un azzurro seren lieti s’ornaro,
ed affidavan le cristiane genti
che di ferro in lor pro le destre armaro.
Ogni nube sgombrosse, e i fieri venti
perturbator de l’aria allor cessaro,
e lieto il Sol versò tra lampi d’oro
de la luce immortal tutto il tesoro.

19Ma voi, che da le sfere a pien vedete
l’opre del basso mondo eccelse menti,
e in voi medesme le figure avete
de le cose passate ognor presenti,
voi dolce aita al mio cantar porgete,
onde tragg’io de le famose genti
a l’aure al fin dal cieco oblio profondo
ogni schiera, ogni duce e ’l mostri al mondo.

20Primo Arbace passò, che su l’antiche
ciglia dimostra il gran valor discritto;
i lussi ebbe a disdegno, e a le fatiche
usò per mezzo gli aggi il corpo invitto,
vegliò le notti, ed abborrì l’amiche
piume, e negossi volontario il vitto:
Di Cataio a caval duo milia adduce,
e mostra lor virtù chi sia lor Duce.

21Schiera poscia ne vien, che d’ostro e d’oro
e di pompe superbe adorna splende.
Treman cimeri, e fiocchi, e ’l bel tesoro,
avvivato dal sol, col sol contende.
Sovra i gran Cavalier d’aureo lavoro
tempestato di fregi il drappo scende.
Son duo milia di Tarso e ’l Capitano
è Guiboga re lor, guerrier sovrano.

22Costui, che da quei re che al Dio nascente
Portar doni in Giudea l’origin vanta,
il gran Duce seguì con scelta gente
e la figlia Argellina a l’opra santa.
Ma dopo varie imprese, ecco repente
viva dal genitor costei fu pianta,
perché tolta gli fu, né sa in che guisa,
innanzi a lui da nube atra e improvisa.

23Di Quisnai quattro milia in su l’arcione
guida Alvan, che d’orror si pasce e vive,
e in caratteri di sangue ogni ragione
con la penna mortal superbo scrive.
Altre tante l’intrepido Metone
scelse a guidar da le gelate rive:
ove l’altiero Polifango inonda
Cambala, che di merci ed armi abonda.

24De la provincia di Zangut Abaga
cinque milia ben scielti in sella adduce:
stuol che non splende d’or ma sol s’appaga
del guerriero splendor di ferrea luce.
E di Sarmati schiera errante e vaga
sovra agili destrier Faron conduce.
Pondo questi non han che il corpo aggrevi,
ne le guerre incostanti, industri e lievi.

25Squadra poscia ne vien d’eroi vaganti
u’ del campo s’unì la pompa e ’l fiore.
Scherza in essi la gloria e ne i sembianti
lor inclita virtù spiega l’onore.
Fan le ters’armi e le virtù prestanti
un doppio lampo, un gemino splendore,
e di lor ferri, e di lor chiare palme
abbarbaglia la luce i sensi e l’alme.

26Questi modesto il viso Aitono il saggio,
prence d’alto consiglio, in mostra mena.
Spins’ei di Cristo a vendicar l’oltraggio
lo scita Re, che mille Regni affrena.
Di celeste virtù l’illustra il raggio
e regge alto signor la terra Armena,
ma su ’l senso regnar via più si vede,
cinto di ferro egli è ma più di fede.

27Vien tra questi il primiero Occota ardito,
del Signor de i Giorgiani unico erede,
e vengon mostri da la gente a dito
Teodor, compagni eterni, e Licomede,
Greci uniti in amor, che stabilito
Han con laccio d’onor, laccio di fede,
trasformato ne l’un l’altro si scopre
al sembiante, a le voglie, a’ detti, a l’opre.

28Qui la bella Sichilda in mostra viene
vaga ed altiera il bel sembiante e ’l ciglio,
che ben congiunto in dolce nodo tiene
ad età giovenil vecchio consiglio.
Vezzosamente in su le guancie amene
Pugnan per la beltà la rosa e ’l giglio,
e i vaghi occhi ridenti al bel colore
rassembran cieli ove fa il moto Amore.

29A costei Galealto amato sposo
che in tal guerra s’armò seguir già piacque,
ma pugnando ei spregiante ed orgoglioso
dal feroce Albiazzar estinto giacque.
Sempre in stato or felice or faticoso
seco visse costei d’allor, che nacque;
odia or la vita solitaria, e schiva,
ma sol per la vendetta avvien che viva.

30Seguon costei l’intrepido Macheo
Mitrane il forte e Farnabasso il fiero,
e l’invitto Filandro e ’l gran Sicheo,
Tindaro accorto e Childerico altiero.
D’Alface il batro, e de lo scita Ardeo
più superbi non ha lo stuol guerriero;
e son stimati in duellar supremi
Niso, Oldrico, Rosmino e tre Filemi.

31Sol Filindo il fanciul, Filindo adduce
suo vezzoso guerrier tra questi Amore,
Filindo bel fratello al sommo Duce,
che molle ha il corpo e pargoletto il core
Splende e fiammeggia d’or, fiameggia e luce
ne’ placid’occhi un lascivetto ardore,
e l’aurea chioma e l’arme aurate han presa
ripercosse dal Sol lite, e contesa.

32Ei nutrissi in Babel mentre, che in pace
lo Scita unito al Sorian vivea,
che amico al genitor il Re Mustace,
califfa di Babel, seco il tenea.
Ivi crebbe il fanciullo, ivi una face
pargoletta d’amor con lui crescea;
face che poi si feo rogo e fucina,
che fece, indi avanzando, alta ruina.

33Quivi ebbe con Filindo in scola Amore
la figlia di quel re, Persina vaga.
L’alma ei furolle, ed ella del suo core
fu dolce ladra ed innocente maga,
Pare età, pari studi e pare ardore
fean di pari voler lor mente paga,
e ne’ teneri petti a poco a poco
crescea con l’uso e germogliava il foco.

34E co’ semplici gesti e co’ giranti
lumi fean piaghe, e s’ancidean con risi,
e crescevano al par ne i vaghi amanti
l’accese voglie, e i pargoletti visi.
Piccioli ancora, impallidir sembianti
Seppero e vezzeggiar sguardi improvisi.
Così fur pria con quell’ignoto ardore
che sapessero amor, mastri d’Amore.

35Crebbe amor con l’età, ma tra quei reggi
l’amicizie mancaro e nacquer l’ire;
la paterna pietà d’amor le leggi
ruppe, e convenne al bel garzon partire
Partissi allor quando più grazie e preggi
compartiva natura al suo desire,
quando a farsi maturo omai venia
il bel frutto di Amore, acerbo in pria.

36Ma di partenza tal dal giusto Amore
ebbe ei di pentimento amare pene.
Solo alquanto il garzon tempra il dolore,
Che a l’amata Babel di novo hor viene.
Ben da la vita sua lungi il suo core
Visse con questa lusinghera spene,
E con spene, ch’a un alma egra, e ferita
D’amoroso desio, sovente è vita.

37Ma passati costor seguir dovea
la gente a piede ove Tamor è Duce,
e quella, che Frontonio altier regea,
e quella poi che Floridan conduce.
E del Cataio il forte Alcone avea
schiera che d’oro e di virtù riluce.
Ma i superbi Pagan l’hanno impedita
con l’orgogliosa, e temeraria uscita.

38Però che a mille a mille intorno stanno
i pagani fra tanto in su le mura.
Miran le squadre, e contemplando vanno
l’ordine, l’ornamento e l’armatura,
Stan sospesi ed intenti, e ingombrat’hanno
l’alma di meraviglia e di paura.
Sovra una torre anch’è a mirar venuto
il Califfa Mustace, egro e canuto.

39Ordin lungo vant’ei di successori
al superbo Macone empi tiranni,
che con culto infernal, numi d’errori,
l’Asia ingombràr di tenebrosi inganni.
Egli è l’alto califfa, e divi onori
offre a lui turba insana, e i propri danni
stolta non vede, anzi veder non vuole,
ché sdegna aver de la giustizia il Sole.

40Avea dal batro, e dal paese ircano,
e dai gran regni ove ebbe gloria Bacco
dieci milia ben scielti, e ’l capitano
con tre gran figli è l’indiano Almacco.
Oh quanto inondat’ha per la sua mano
di sangue Eufrate, e ne godè Baldacco,
che vide già ne la sua destra irata
la sua falce la morte aver traslata!

41D’Arabi un grosso stuol gli era arrivato,
che conduceva il valoroso Oronte,
genti in far frodi e in assalir d’aguato
e in pugnar volteggiando agili e pronte.
E di Turchi un squadron gli avea recato
il membruto Corcutte al par d’un monte.
Ed ebbe da quei regni a lui vicini
cinque milia a cavallo empi assassini.

42Ma tra gente cotanta e tal valore,
e cinto d’alte e ben fondate mura;
pur non s’acquieta, ed ha commosso il core
di furor, di sospetto e di paura.
A la senile età giunge tremore
la noiosa temenza e l’aspra cura,
ed ei sta come quel che incerto pende
se sentenza mortal dubbioso attende.

Persina dalla torre cerca con lo sguardo l’amato Filindo (43-47)

43Sol tu godi Persina, e ond’altri aspetta
morti, strazi e ruina, attendi aita,
ed allegra t’involi, e stai soletta
da la gente confusa e sbigottita:
in una torre, che di Belo è detta
la vergine leggiadra era salita,
ove da l’alto ogni contrada scopre,
e ’l piano e l’oste e i movimenti e l’opre.

44Mira il gran campo, e de’ guerrier potenti
nota gli elmi, le pompe e lo splendore,
l’insegne avverse co’ begli occhi intenti,
e l’arme vagheggiar l’insegna Amore.
In lor si affisa, in lor da’ lumi ardenti
sembra il foco sfogar che asconde il core;
spia fassi il guardo, e tra quei Marti brama
un Cupido mirar, ch’ella tant’ama.

45Par che il miri talor, par ch’a la vista
ciò che il petto desia finga la mente,
ma dolsi poi del dolce errore avvista
e s’invoglia via più l’alma dolente.
«Lassa,» dicea «tra le tue guerre hai mista
la pace del mio cor, campo potente,
ed in mezzo le morti e in mezzo i ferri
il mio contento e la mia vita serri.

46Sei ben forte, o gran campo, e mostri al mondo
alta apparenza, ed inclito valore,
trema ogni braccio, e ruinar dal fondo
ogni torre paventa al tuo furore;
ma più forte è tra voi con quel giocondo
ferire un vago, un bel guerrier d’Amore,
guerrier che ignud’offende e l’alma ancide
più che non quando ha sdegno, allor che ride».

47Così parlava, ed hor d’un roseo velo
era sparso il bel volto, e quasi ardea,
ed or oppresso d’improviso gelo
dolce languir e impallidir parea.
Così d’aurora, che rosseggia in cielo,
così di Cinzia la sembianza avea,
così vincendo or questo or quell’affetto
la sua insegna mettea nel vago aspetto.

I pagani attaccano battaglia, ma morti i duci Corcutte e Oronte rompono le file (48-80)

48Ma i feroci Pagan, che con dolore
l’aspro e nemico oggetto ebber mirato,
arser d’orgoglio e si sentiro il core
commosso di furor, d’ira avampato,
onde Corcutte fier volle uscir fuore
col suo stuolo in battaglia, ed in aguato
stassi con le sue schiere agili e pronte
in gran valle nascosto il forte Oronte.

49Ratti ne vanno, ed è pungente sprone
la fierezza natia de’ crudi petti.
Par che ne’ ferri lor morte risone,
e di morte un velen spiran gli aspetti.
Ma Alvan ad incontrar l’aspra tenzone
con bona squadra di guerrieri eletti
corre con possa pare ed ardimento,
qual sonante talor procella o vento.

50S’urtan le schiere, e sonan pesti e franti
gli accesi ferri, e seguon misti i gridi
e ’l sibilo e ’l rumor d’aste volanti,
ed ancisi e cadenti i vari stridi.
Cadono qua, là van destrieri erranti,
s’empion di mesto sòn le piaggie e i lidi.
S’erge ognor più la polve e d’orrid’ombra
l’aria perturba e le campagne ingombra.

51Quinci a i colpi primieri Orindo è ucciso
dal fier Corcutte, ed Armitrite audace.
Restò nel petto Baldassar conquiso,
e percosso nel volto il forte Alface.
Quinci trascorre Alvan con crudo viso,
né sembra il pian del suo valor capace,
e vaga e dove son pagan più forti,
mesce sangue, ruina e straggi e morti.

52Al feroce Argiran, che lui nel fianco
volle, e non ebbe di ferir valore,
aprì, colmo di sdegno, il lato manco
e con punta mortal ferigli il core.
Da l’arcion cadé il mesto e venne manco,
pendente e molle di sanguigno umore.
Ma il vincitore ad Abraim si gira
che venir contra se rapido il mira.

53La cervice partille, e franse i denti
con la pesante adamantina spada.
Rosseggiar, risonar l’arme lucenti
del miser, ch’indi avvien che in terra cada.
Con mandritto Selim tolse a i viventi,
che ancide gli altri e al suo destin non bada,
e poi con un fendente ad Artaserse,
che ferigl’il destriero, il petto aperse.

54Ma Corcutte a Serlon, che in Botmia nato
fu più tra nevi che tra panni involto,
colpo in fronte lanciò sì disusato
ch’aperse e franse le midolle e ’l volto.
Fronton, che morir vede il figlio amato,
contra quel empio a vendicarlo è volto,
ma percosso nel petto ei cade vinto,
più dal dolor che da la lancia estinto.

55Tal è la pugna, e al pare invitti e forti
son gli avversi campioni, e dietro a loro
stan fermi in mezzo al sangue, in mezzo i morti
e la gente cristiana e ’l popol moro.
Eran confuse del morir le sorti,
confuso il grido e ’l calpestio sonoro;
come s’urtan talor con furia pare
fiume spumante ed agitato mare.

56Ma l’intrepido Alvan, ch’esser vedea
troppo i Pagani in battagliar costanti,
corse a Corcutte, e terminar volea
con la morte d’un sol morte di tanti,
quando, né pur cagion si conoscea,
fugono i Mori entro quei piani erranti.
Ratto lor dietro va lo stuol cristiano,
tenta il Duce frenarlo e tenta in vano.

57Preme audace il fidel gli umeri infidi,
e l’ira avampa e ’l cieco ardir si sprona.
Di ferri scossi, di minaccie e gridi
e d’alto calpestio l’aria risona.
Quando in gran valle con fieri urli e stridi,
qual nero ciel che a l’improviso tuona
ed apporta improvisa aspra tempesta,
schiera sorse di fianco agile e presta.

58Partorir lancie e germogliar cimieri
parve la terra allor dal cupo seno.
D’armi il tutto rimbomba e di guerrieri
improvisi e feroci il campo è pieno.
Si conversero ancora, e via più fieri
quei pagani che in fuga andar parieno,
onde la squadra pia Corcutte a fronte
e percote nel tergo il crudo Oronte.

59Per opposto sentier le destre irate
fiumi e monti formàr di sangue e scempi.
Non vide mai, non ammirò l’Eufrate,
né l’iniqua Babel sì crudi esempi.
Stupide e d’ira oppresse, e forsennate
restàr quell’alme invitte in mezzo a gli empi;
lor conforta, e con passi agili e presti
offende il forte Alvano or quelli or questi.

60Tal era il rischio, e schermo in van facea
lo stuol Cristian nel periglioso stato,
e stretto da nemici a pena avea,
perche il brando raggiri e spazio e fiato,
quando vèr dove alte ruine ergea
con l’iniqua sua schiera il Turco irato,
forte squadrone, anzi terror di guerra,
ratto sen corre e ’l suo valor disserra.

61Stuol di folgori parve a l’opre, a i moti
al vario e vago lampeggiar de l’oro.
Tremàr gl’infidi, e ’l lume solo immoti
temean (ch’il crederia?) de’ ferri loro.
Stuol d’eroi di ventura al mondo noti,
cresciuti in palme e trionfale alloro;
Aitono è il duce e scorre a tutti innante,
ammirando di possa e di sembiante.

62Cento e cento restàr pesti ed uccisi
da l’invitto drappello al primo assalto;
molti percossi a i petti e molti a i visi
tinser la terra di sanguigno smalto.
Destre braccia son tronche, e son divisi
da’ busti loro i capi altieri a un salto,
e miete ognun con la tagliente spada
del fiero Marte la superba biada.

63Morto è il fier Mustafà, con teste frante
moribondi restàr Iuba ed Assano.
Giace percosso l’arabo Arimante,
Alceste siro, ed Almanzorre ircano.
Cade il forte Amuratte e ’l gran Sifante,
l’elmo a questo e l’usbergo a quel fu vano.
Ed altri ed altri uccise in varia foggia
de’ suoi gran colpi la tonante pioggia.

64Da l’altra parte la pagana schiera
desta ed avviva il suo natio vigore,
e con orrido aspetto e possa altiera
mostra il lor duce Oronte il suo valore;
ed adietro a costui la gente fiera
s’accoglie, si rinforza e prende ardore,
ed incalza i fideli, e con ardire
resiston quelli, e crescon l’onte e l’ire.

65Così meschiansi a gara e strazi e sangue,
né questa pur, né quella schiera cede.
Da Rostenio trafitto Oldrico langue,
Goccio al petto è ferito, Occota al piede,
Abdala muor, giace Dragutte esangue,
feriti da Teodoro, e Licomede;
cade Rosmin percosso il braccio e ’l seno,
e, dal forte Filandro, Ariadeno.

66E per man de l’intrepida guerriera
cadon Birga e Selim percossi in fronte;
Alì nel fianco, Alceste a la visera
son da lei colti, e nella destra Oronte.
Alvano in tanto con sua forte schiera
il drappel di Corcutte avien che affronte,
e ’l rompe e l’apre e ’l dissippa e dissolve,
e sossopra malvivi e morti involve.

67Scorse in tanto Sichilda a l’improviso
il superbo Albiazar tra l’empio stuolo,
quel dal cui ferro fu il suo caro anciso,
ch’erede la lasciò d’eterno duolo.
Ben conobbe costei l’odiato viso,
onde gli altri abbandona, e corre a volo
contra quello, e col ferro ovunque passa
alti del suo furor vestigi lassa.

68Come sen va contra l’estran talora,
ch’ancise i parti suoi tigre feroce,
mentre giusto furor la punge, e accora
e materno desio l’infiamma e coce,
tal di costei parve il sembiante allora,
e rapida la destra e ’l pie veloce,
che il correr, l’arrivar, lasciarlo spento,
perforandogli il sen fu un sol momento.

69Muore il pagano, e ‘l corpo in su l’arene
cade sciolto de l’alma ancor tremante,
ma non per questo già sazia diviene,
forsennata nel duol l’irata amante,
anzi più incrudelisce, e tra le vene
ferve lo sdegno e ’l fiero orgoglio errante.
Dal destrier scende e l’inimico afferra
e fa lotta infelice e folle guerra.

70E lo stringe e ’l percote, e a l’empie membra
fa nove piaghe, ed urla e stride e freme,
e picciol campo il corpo odiato sembra
per la rabbia crudel che il cor le preme.
D’ira s’affligge, e ad or, ad or rimembra
il caro estinto, e più s’inaspra e geme,
e ’l morde, e vuol saziar de l’alta fame
ne le viscere sue l’ingorde brame.

71L’elmo gli toglie, e già nel morto viso
immerse al fiero pasto il crudo dente,
quando i sensi smarrìrsi a l’improviso
e gelossi il bel sen, che fu sì ardente.
Inimica unione, essa il conquiso
corpo distende su le membra spente,
e quel di morte e di duol questa langue,
questa il pianto versando e quello il sangue.

72Turba intanto assassina a schiera a schiera
va in aita a i Pagan da quella parte,
ed in pro de’ cristian gente guerriera
con Guiboga e Tamor dal campo parte.
Cresce ognor la battaglia, e via più fiera
ferve Bellona ed orgoglios’è Marte.
Tolto è lo schermo e sol la rabbia avanza,
ne v’è più di pugnare arte o sembianza.

73Erra morte per tutto, e non v’è scampo,
ogni fuga è troncata, ogni riparo,
e di polvere ingombro, orrido lampo
manda co i ferri lor l’aer mal chiaro.
Ma fieramente entro il sanguigno campo
e Corcutte, ed Alvano al fin s’urtaro
quasi Leoni, che pugnar sovente
mira tra l’ampia arena Africa ardente.

74Oh come fiere, oh come ratte e pronte
sonan le spade, oh come ognuna splende!
Son crudi i colpi, e crescon l’ire e l’onte,
e a vendette e ruine ogn’alma attende.
Ma con colpo mortal l’elmo e la fronte
Rompe Alvano al nemico e ’l capo fende.
Cade, e dal ricco arcion pendente resta
l’esangue busto e la sanguigna testa.

75Al gran colpo impensato, a l’improviso
cader del Duce e palpitar spirante,
attonito stupì, cade conquiso
il mauro stuol e impallidì il sembiante.
S’agghiacciò, sbigottissi, aver su ’l viso
mille larve d’horror parve tremante;
parve il Cristian de l’empio sangue vago
a le timide viste orribil drago.

76E qual fiero leon di fame ardente
tra greggi ove non sian cani o pastori,
sbrana, ancide, calpestra, e variamente
rompe viscere e capi e petti e cori.
Sparso resta il terren confusamente
E d’ossa immonde e di sanguigni umori.
Altri fugge, altri cade, altri si lagna,
e s’empie di terror l’ampia campagna.

77Così crudel, così mortal flagello
fa de gli empi il cristiano, e sfoga l’ire,
e s’ode a la vittoria il suo drapello
quasi un torrente il conduttier seguire.
Schermo non fa, sol cerca il popol fello
scampo fugendo al suo vicin morire,
e tutti entro quei pian sen vanno erranti
quasi d’Austro commosse onde spumanti.

78Intanto allor tra l’assassine genti
e Guiboga e Tamor giran le spade.
Quelle offendono offese, e in vari eventi
il cristiano e ’l pagan percosso cade.
Escono a stuolo a stuol l’alme dolenti
per mille e mille sanguinose strade,
ed ampiamente in quella parte e in questa
d’aspra stragge il terreno ingombro resta.

79Offeso intanto fu da incerta mano
il crudo Oronte, e mezzo il cor fu colto.
Cade ed al cader suo lo stuol Pagano
fugge tremante il piè, pallido il volto.
Oppresso ancora dal furor cristiano,
l’assassino drapello in fuga è volto,
e s’accompagnan timidi e infelici,
ne la fuga commune i mesti amici.

80Ben con tre forti figli in pro de’ Mori
uscito Almacco da Babel saria
per opporsi, e frenar gli altrui furori,
ma fra tanto la notte umida uscia.
Temon di novo aguato i vincitori,
né seguon la lor fuga, e ognun s’invia
al padiglione, ov’è sua stanza eletta,
perche l’ombra nascente il sonno alletta.

Canto II

ultimo agg. 2 Maggio 2015 9:12

ARGOMENTO
Bessana è cruda amata e odiata amante.

Alone accetta una tregua di tre giorni con scambio di prigionieri (1-21)

1Ma la tema, i successi e la ragione
a gl’infedeli il cieco ardir togliea,
e venir de le spade al paragone
co’ guerrieri di Cristo ognun temea.
E già per più vicina aspra tenzone
machine in punto il capitan mettea,
e minacciava a più terribil guerra
la nemica del Ciel superba terra,

2quando veglio barone al sommo duce,
ambasciator de la Città venìa.
Porta amico il sembiante, in cui riluce
saggia modestia e nobil cortesia.
Sol di sue poche genti egli conduce
canuta ed onorata compagnia.
Securo il mena entro lo stuol nemico
de le genti la legge e l’uso antico.

3Giuns’egli, e chiese: «Il parlar dassi a noi
col capitan, ch’a queste squadre impera»,
disse, e fu ammesso, ove tra grandi eroi
l’alto duce de’ duci alor cint’era.
Ei riverillo umilemente, e poi
con inchini onorò l’invitta schiera.
Indi grave e modesto il guardo fisse
vèr l’intrepido Alone e così disse:

4«O de l’Asia terror, nume d’onori,
di famosi guerrier famoso duce,
scarsi per fregi tuoi sono gli allori,
scarse le palme che Soria produce.
L’Oriente per te di novi albori
e s’adorna per te di nova luce,
o novo sol, che le tue insegne altiere
porti dal mar de gli Indi a l’onde Ibere.

5Godano pur da la tua invitta mano
tante provincie in pochi dì sommesse,
però che il culto del Motor sovrano
introdotto hai, guerrier pietoso, in esse.
O se giammai con l’opre esser cristiano
mostrar potuto il mio Signore avesse,
che per lo merto anch’ei guerra sì pia
de la Croce campion seguito avria.

6Opre, signor, ti narro al volgo ascose,
opre ascose ben sì ma però vere;
testimoni mi sian le luminose,
che non lice ingannar, superne sfere:
come farsi Cristiano alfin dispose,
vinto il mio re da le gran cose altiere,
ch’opra in onor d’Iddio la fida gente
da sovrana virtù spinta sovente.

7Il miracol tremendo udito hai forse,
che poco fa tra queste piagge avvenne,
quando al nome di Cristo un monte sorse
ed a un loco prescritto a posar venne,
quando amaro pensiero a tanti morse
il cor, che farsi molle al fin convenne.
Allor franser del petto il saldo gelo
del mio signor la vera fede, e ’l zelo.

8Ma perché l’alma altrui dal sentier vero
col desio di regnar troppo travìa,
e spesso aviene a chi sostien l’impero,
ch’a sudditi soggetto in parte sia,
al suo regno celar fece pensiero
del saggio animo suo la voglia pia,
però c’avea per molti segni visto
non poter imperare e servir Cristo.

9Onde accorto il mio re per tal rispetto
poco sforzo al tuo campo or ha mostrato,
né già fatto l’avria, s’alcun sospetto
non si fosse in Babel per ciò recato.
Ma l’apparecchio a tal bisogno eletto,
come prima pensossi, ora è mancato,
e ’l popol mesto, e ’l mio Signor Mustace
chiedon per la mia bocca e lega e pace.

10Pace egli vuole, e vuole ancor ch’altiero
tu gl’imponghi lasciar quell’empio rito,
e che sia il divin culto e ’l tron di Piero
onorato da tutti e custodito.
Così parrà che fuor del suo pensiero
sol per necessità sia ciò seguito,
così egli poi ti seguirà potente
a l’altre imprese tue con armi e gente.

11Ma s’altro cerchi, e sono i pensier tuoi
farti con questo zel signor del mondo
e s’un trono reale alzar ti vuoi,
mostrando por quel di Macone al fondo,
nessun fia mai che in opra tal t’annoi,
segui pur lieto guerregiar fecondo,
che tosto fia che in Asia provi e senti
vaghi intrichi impensati e strani eventi.

12Che, se il dritto rimiri, e non t’abbaglia
De le vittorie tue l’alto splendore;
non fia che guerra suscitar ti caglia
contro gli amici per incerto onore;
né porre in rischio de l’altrui battaglia
quella fama immortal c’ha il tuo valore,
ove cangia fortuna a l’improviso,
quando men si paventa, i gesti e ’l viso.

13Perché se il mio signor con arme in mano
render volesse la città secura,
troveresti per certo, o capitano,
l’impresa alquanto faticosa e dura,
ché se l’Arabo, il Turco, e l’Africano
chiamar volesse in pro di queste mura,
ov’è il trono maggior de la fé loro,
risparmio non farian di vita e d’oro.

14Ma non cred’io, ch’ambizioso affetto
fu de le guerre tue prima cagione,
ché sempre in core invitto e nobil petto,
quasi in seggio real sta la ragione.
Ma stimo io sol c’hai ne la mente eletto
l’empio trono atterrar del fier Macone,
non turbar di Babel la regia antica,
a te sì cara, a te sì fida amica.

15Sallo il mondo, il sai tu, ben sallo ancora
il bel Filindo tuo s’io dico il vero,
che vide ben quando fe’ qui dimora,
mille segni vèr lui d’amor sincero.
Oh s’uniti sareste, oh come fora
per seguir tuo pietoso alto pensiero!
Vinta l’Asia sarebbe, e s’apriria
a l’imperio di Cristo un’ampia via.

16Però che giunti in un sì fermo e dritto
pegno di santo amor, di pura fede,
qual potenza maggior col vostro invitto
valor, giammai possa giostrar si crede?
Tutta ben tremeria l’Asia e l’Egitto,
e tremeria di Saladin l’erede,
né turbarian con riti lor profani
la città di Sion gli empi Pagani.

17Or se questo, signor t’aggrada e piace,
l’arme con securtà sospender puoi,
almen perch’ognun facci in questa pace
pietosi uffici a i cari estinti suoi.
La sua figlia Bessana il re Mustace,
tu darai per ostaggio alcun de’ tuoi;
ma il bel Filindo il mio Signor molt’ama,
e se ’l concedi tu vederlo brama».

18Tace il messo, e tra’ duci un suon si sente
come tra boschi se lieve aura spira.
Alone in tanto ne la dubia mente
mille incerti pensier commove e gira:
molto gode egli udir che destramente
l’amico da Macon l’alma ritira;
poi de’ barbari teme i falsi inganni,
onde sorgono ognor perigli e danni.

19Risponde alfin: «Se palesar la pia
voglia volea, che nel cor serba, e tace,
mandar doveva il signor vostro pria
del venir nostro a ragionar di pace.
Or che noi siam di questa guerra in via,
ed in man nostra la vittoria giace,
giusto non parmi che con tardar troppo
sorga a l’impresa inaspettato intoppo.

20Ma se pace per quei, che il fato rio
ha nel suo grembo amaramente absorti
mi dimandate voi, vorrei ben io
darl’anco a i vivi non che torla a i morti.
Vada pur in Babelle il fratel mio,
e la figlia Bessana a noi si porti,
e in pochi dì, se al signor vostro piace,
trattar potrassi e stabilir la pace».

21Disse, e ’l garzon, che per virtù d’Amore,
presente allor, fu per ostaggio eletto.
Crede a pena il suo bene, e ’l picciol core
è incapace magion del gran diletto.
Stabilironsi i patti, ed in poc’ore
ebbe la tregua di tre giorni effetto.
In Babelle andò questi, e quasi lampo
venne Bessana bella e accese il campo.

Bessana è mandata al campo cristiano: si innamora di Alone e al contempo adesca molti guerrieri con vezzi femminili (22-86)

22Venne Bessana, e tra l’armate genti
vaga spiegò la sua beltà pomposa;
come tra spine rigide e pungenti
mostra il nobil color purpurea rosa.
Ognun l’ammira, ognun tien gli occhi intenti
a la sembianza placida, e vezzosa.
Ognun v’accorre, e angusta è a lei la strada
per la turba d’amanti ovunque vada.

23Ella, ch’avea tra dolci inganni suoi
empio disegno nel pensier diviso;
scaltra drizzossi, ove tra grandi eroi
sen stava Alone in real sede assiso.
Giunse, né così bel da i lidi eoi
Febo n’appar, sì come a l’improviso
trasse costei con gli natii splendori
l’avide viste, e con le viste i cori.

24Fu di tutti quei lumi il bel sereno
unica meta, anzi gradita benda.
Di strai d’Amor d’ardori il tutto è pieno
né v’è come da questi uom si difenda.
Giace trafitto ogni più forte seno,
cor si freddo non è che non s’accenda,
anzi par quello albergo a l’ampio foco
che balena il bel viso angusto loco.

25Or tu m’aita, e grata a i nostri carmi
da Parnaso discendi Erato intanto,
e in pro del pigro stil vogli dittarmi
i vezzi, ond’hai tra il sacro coro il vanto.
Facciam misto gentil d’amore ed armi,
e si rimiri nel guerriero canto,
di dolci scherzi e di lusinghe pieno
l’amorosa Ciprigna a Marte in seno.

26L’aria non mai, non vide egual bellezza
ne i vari climi suoi la terrea mole,
in cui natura ad emolarsi avezza
strinse varie beltà disperse e sole,
e di mille vaghezze una vaghezza,
e figurò di mille stelle un sole,
e di tutti gli ardori in se ristretti
una fiamma formò di tutti i petti.

27Veggionsi in onde d’or sue chiome errare
su l’ampia fronte inanellate e sciolte:
de la Parca gentil fila ben care,
c’hanno le vite de gli amanti avvolte.
Son bei soli d’Amor, ma troppo avare
stansi l’amate luci in sé raccolte;
soli ch’usano trar con loro ardori,
quasi atomi volanti, in alto i cori.

28Soli cui son le guancie in quel bel viso
ciel di vaga beltà, vermiglie aurore,
le guancie ove imperando in trono assiso
con porpora real risiede Amore.
Par la bocca gentil nido del riso,
fonte d’ambrosia, anzi prigion del core,
mantice vago, onde per via gemmata
esce al foco de l’alme aura odorata.

29Mostra il petto le mamme, ove formaro
entro le nevi lor fucina i cori.
Ma il bel candor più tumidetto e caro
vieta l’invida veste apparir fuori;
s’apre tra mamma, e mamma angusto e raro
vezzosetto sentier di vivi avori,
e per calle sì vago Amore il duce
a l’ascose beltà l’alme conduce.

30Ivi s’interna il bel pensiero ardente,
e tra le brine si nutrisce e vive,
e trascorre e si spazia avidamente
per le lattee contrade al guardo prive.
Indi su ’l foglio de la vaga mente
mille rare beltà finge e descrive,
ed avviva ed appaga, e rende accensi
con imagini dolci i frali sensi.

31Ne tremàr, s’ammutìr, cupido il viso
volser tutte le schiere al vago aspetto.
Parve ogni guardo a contemplarla fiso
da magica virtù vinto ed astretto.
A quel raggio celeste, ed improviso
d’amorose faville arse ogni petto,
e diè, pien di dolcezza e di stupore,
a la dea di beltà vittima il core.

32Sol tu, duce sovran, che idea perfetta
di più degna bellezza impressa t’hai,
da i dardi che da un ciglio Amor saetta,
schermo gentil con la ragion ti fai.
De la vana beltà che i sensi alletta
sono al tuo guardo tenebrosi i rai,
splendendo in te con luce eterna ed alma
il gran sol di giustizia in mezzo a l’alma.

33Ma tu, donzella, nel guerrier sovrano
fisa tenevi l’inarcate ciglia,
e la beltà del grande eroe cristiano
spiavi con diletto e meraviglia.
Ti fea d’incerte voglie un seme strano,
e fredda e calda, e pallida e vermiglia,
quasi pugnando entro il suo dubio core
l’onore, il gelo e l’amoroso ardore.

34Ma nacque e crebbe e vinse a l’improviso
d’amor ne l’alma il disusato affetto,
e da la fiamma, che vibrava il viso
fieramente avampar sentissi il petto.
Così restò quell’ardir suo conquiso
da quel ch’essa fingea preso e soggetto.
ed a gran lodi con sue frodi accinta
venne e vide l’altiera e restò vinta.

35Sorse dal seggio suo per farle onore
Alone, e l’aggradì con voci grate;
ma, per risposta, con fatal tremore
indistinte parole ella ha formate.
L’alta beltà del variar colore
contemplan gli altri in su le guancie amate,
e apprende qual cristal de l’alma imago
ogni cara mutanza il desir vago.

36Così vinta d’Amor tutta obliossi
costei del vago dir l’antica usanza,
e pochi detti, che dal cor son mossi,
dubia non ha di proferir baldanza.
Al fin prese commiato ed inviossi
dove eletta è per lei solinga stanza,
e sola tra desir vari e pugnanti
chiama in consulta i suoi pensieri erranti.

37Ma già fatta la tregua, escon frequenti
il pagano, e ’l fedel di pietà spinti,
e dansi aita in ricercar dolenti
tra la strage confusa i cari estinti.
Alzano i gridi e doppiano i lamenti
d’infelice cordoglio il viso tinti,
mentre nel rivoltar l’ancise squadre
altri il figlio ritrova ed altri il padre.

38Altri vede il nepote, altri il germano
lacero e guasto entro il nemico sangue.
Altri conosce il caro amico, e in vano
su quel sospira, e semivivo langue.
A l’esercito i suoi porta il cristiano,
e ’l pagano in Babel la turba esangue;
e sodisfanno a la pietà fra tanto
con quello estremo onor di tomba e pianto.

39Giacea tra gli altri de’ viventi fuora
Sichilda bella in su ’l nemico anciso.
Par che torva minacci e morda ancora
del nemico Albiazzar l’orrido viso.
Morta dal ferro ella non fu, ma allora
quando fu il corpo suo dal duol conquiso,
calca di genti e di destrier sovr’essa
rapida corse e ne rimase oppressa.

40E ben orribilmente il ventre e ’l petto,
e tutto il corpo ha lacero e disfatto,
e ne la stragge altrui guasto ed infetto
tutta ha perduta la sembianza affatto.
Ma del volto amoroso il vago aspetto,
mezzo a tanto furor, rimase intatto;
forse potenza allor Morte non ebbe
contra tanta bellezza, o pur l’increbbe.

41La portano a le tende i fidi amici,
avendo alto dolor de le sue pene,
e s’apprestan a far pietosi uffici,
come a donna real farsi conviene.
La bella estinta in mezzo a gli infelici
compagni il forte Alone a veder viene,
e del dolente e lagrimoso stuolo
tristo accompagna la mestizia e ’l duolo.

42Su le spoglie nemiche alto trofeo
fec’ei de la guerrera inalzar l’armi,
e formar, come allor far si poteo,
tomba onorata di pregiati marmi.
Sovra il tumulo poscia intagliar feo
questi in breve sentenza astretti carmi:
Giacciono qui con l’immortal valore
l’amorosa onestade e ʼl casto amore.

43Così cura de’ morti e grato e mesto
quinci il fedel avea, quindi il pagano,
ripensando nel caso aspro e funesto
la fragiltà del cieco ardire umano.
Ma la parte maggior del campo in questo
erra confusa in desir cieco e vano,
e di Bessana bella ammira intento
ogni detto, ogni sguardo ed ogni accento.

44Da l’altra parte l’amorosa maga
strano incendio nel cor nutre ed asconde,
e copre con l’acerba ardente piaga
mille cure nel sen gravi e profonde.
In lei caldo velen serpeggia e vaga,
che per tutto si sparge e si diffonde,
nato, né sa in che guisa, ignoto affetto
cresciuto vede ed avamparle il petto.

45Del magnanimo eroe pensando ammira
il sangue, la beltà, l’opre e ’l valore.
Pensa ed invidia e si distrugge in ira,
dubia de la rivale in tanto amore.
Vuole, poscia si pente e poi delira,
e più s’accende il forsennato core.
Fatta intrepida al fin, tra sé risolve
aprirsi strada, e a l’arti sue si volve.

46Pensa, per non morir tacita amando,
scriver le pene, onde il suo cor si duole,
e la ferita al feritor mostrando
pria del sangue versar l’inchiostro vuole
Carta e penna al fin prese e andò formando
con la candida man queste parole:
«Quella salute, ch’ella aver desia
al fortissimo Alon, Bessana invia.

47Principe, al cui valor nulla è vietato,
ed altissime imprese e pensi e puoi,
e tiri e forzi ogni pianeta e fato
co l’invitta tua spada a i voler tuoi,
se con somma tua gloria hai trionfato
de’ Battri e Persi, e de’ gran regni eoi,
vogli accettar col tuo cortese stile
novo e fido servaggio, ancor che vile.

48Parlerò? tacerò? tre volte il core
mosse la lingua a dir sua pena atroce,
tre tacqui e nel mio subito rossore
apparve impressa ogni mia muta voce.
Timida troppo, al fin mi disse Amore:
scrivi e palesa il mal, che l’alma noce,
e sia l’interno e desioso affetto,
che scritt’hai nel sembiante in carte letto.

49Leggi questa, se leggonsi le note
de’ nemici talor non che di amanti.
Letta, che nocerà? Pure esser puote
strada leggiadra a maggior glorie e vanti.
Misera quando pria l’eterne rote
tua celeste beltà m’offriro innanti,
altamente provaro in un baleno
gioie l’occhio, ardor l’alma e piaghe il seno.

50Amo, e taccio dolente, e posa e loco
il cor non ha, che in cieco ardor s’aggira,
e ben strugger mi sento a poco a poco,
quasi d’aride legna accesa pira.
Foco vibra il mio guardo, e fiamma, e foco
l’egra mia bocca sospirando spira.
Ma se tarda è l’aita al cor che langue,
verserà tosto non sospir ma sangue.

51Ma qual forte magia? qual fato, o stella
palesò contra me valor cotanto?
Lassa, d’un guardo sol virtù fu quella,
fu de’ bei detti un amoroso incanto.
Ardo e la fiamma è sì gradita e bella
che ottien d’ogn’altro incendio il pregio e ’l vanto,
che destar non si può ne l’altrui core
da insolita beltà solito ardore.

52Ohimè, che pare al tuo non scorsi aspetto
né portamento sì leggiadro e vago.
Testimonio verace è questo petto,
in cui s’incise la tua bella imago.
Folgorava il bel crin sotto l’elmetto,
scintillava il bel guardo errante, e vago,
e le guancie e la bocca al bel rossore
lite facean per giudicarla Amore.

53Ma su ’l corpo gentil d’acciar lucente
eran le vesti e luminose e grevi:
forse il duro rigor de la tua mente
con le dure arme palesar volevi.
Così tutto d’intorno aureo e splendente
sole amoroso a gli occhi miei parevi:
l’alma s’abbacinò tra mille e mille
pungenti raggi e lucide faville.

54Ma che? vago e gentil ch’il crederia?
Sembri Amore al sembiante e Marte a l’opre,
e de le nevi la beltà natia
mille incendi di guerra asconde e copre.
Così, giunta al valor la leggiadria,
e d’alme e corpi vincitor ti scopre,
e così sembri a noi vaga pantera,
che in un si mostra alletratrice e fiera.

55Onde d’alloro e mirto illustre ed alma
corona amico il Ciel ti pose in sorte,
dando a te le lor armi e la lor palma
duo gran numi potenti Amore e Morte
Dolce conforti col bel viso ogn’alma,
ma tremenda è al ferir la destra forte,
e da te grato e fier con modo eguale
a un punto vien la medicina e ’l male.

56Ma s’a l’opre di Marte il Ciel t’ha eletto,
mercé del tuo infinito alto valore,
lode fia non minore esser pur detto
in ascosa tenzon guerrier d’Amore.
Lega faranno entro il tuo regio petto
duo gran numi potenti Amore e Onore:
e proverai più degni e più vivaci
ed imprese e trionfi e guerre e paci.

57Guerre ove verserà gioia e dolcezza,
in vece d’atro sangue ogni ferita,
ove il languire e la prigion s’apprezza,
e per dolce morir s’odia la vita.
Ma che più mi dilungo? ogn’alma è avvezza
al vivo ardor d’una beltà gradita,
e s’un nobile amor non t’apre e spetra,
duro ben sei via più che ghiaccio o petra.

58Ma se per mia sventura estrano amore
t’adescò, t’infiammò la mente e ’l petto,
sì che spreggi colei che dentro il core
ha l’alta tua bellezza idolo eletto,
impresa avrai per superar maggiore,
e proverai con onta e con dispetto
ciò che far contra te sarà bastante
donna reale ed inimica e amante».

59Così scriss’ella, e con un messo fido
mandar la lettra al capitan procura.
Ma il cieco ardore e ’l folle amore e infido
quelle note legendo egli non cura,
ma perch’Amor, pur come antico è ’l grido,
penetra ogn’alm’ancor ch’alpestr’e dura,
non dispera l’amante, e in mille modi
di legarlo a suo modo ha inganni e frodi.

60E perché coi rivali entro quel petto
destar fiamme amorose avien che speri,
ed ascondendo nel suo gran concetto
contra il campo cristiano empi pensieri,
colà s’indrizza ove con grato aspetto
fa benigne accoglienze a i suoi guerrieri,
né de’ sospir, né de gli sguardi è schiva,
e le fiamme aggradendo il foco avviva.

61E cortese dimostra a i vaghi amanti
grata la fronte, quasi un ciel sereno;
ed invita a venir mill’alme erranti,
quasi in placido porto, al suo bel seno:
E i tesori d’Amor sì vari e tanti,
onde il suo corpo, onde il suo spirto è pieno
sparge, versa e comparte in dolce foggia,
quasi Giove converso in aurea pioggia.

62E scaltra e destra, come il tempo mira,
così l’aspetto ha di cangiare aviso:
or onesti or lascivi i lumi gira,
or l’alterezza ed or adopra il riso;
amorosa mutanza, ove s’ammira
sempre nova bellezza entro quel viso.
Sempre per quei bei gesti adopra Amore
novi strai, novi lacci e novo ardore.

63Volge talor con incomposto aspetto
dolci i bei lumi, e non curanti e schivi;
ma per forza d’Amor con più diletto
incolta la beltà vien che s’avvivi.
Fa con fasto vezzoso il crin negletto
ventilando vagar co i fiati estivi.
e con gradita e leggiadretta froda,
mentre scioglie quei lacci i cori annoda.

64Ma s’industre tal volta ella si mira
far co i pregi de l’arte il viso adorno,
e i bei gesti compone e grave gira
con reale alterezza il guardo intorno,
l’aria la riverisce il ciel l’ammira
lume s’aggiunge co i bei lumi al giorno
Febo stupisce, ed invaghito vuole,
farsi novo Elitropio a sì bel sole.

65Or pur come d’Amor non sappia molto,
cortese volge e sempliciotto il guardo;
or sagace si finge e gira il volto
con gentil accortezza e bel risguardo.
Or modesta, e pudica in sé raccolto
l’aspetto inchina vergognoso e tardo,
ed or lieta e vezzosa a l’improviso
dolce mostra le guancie e forma un riso.

66Ed apre e manifesta i bei tesori
di vive perle e di rubini ardenti,
e sgorga e versa in quel momento a i cori
tempesta di dolcezza e di contenti.
Mandan lampi i begli occhi, ed escon fuori
da un bel varco di gemme amati venti
sì ch’altamente in tal maniera inonda
il gran mar del diletto e l’alma affonda.

67Stassi a gesto sì bel fermo e conquiso
stanco ogni guardo e a contemplar attende,
come di duo bei lumi in quel bel riso
la scherzante palpebra il foco accende.
Ride la bella, e con accorto aviso
ridendo il riso addoppia, e ben comprende
la sagace d’Amor leggiadra maga
che la bocca ridente appar più vaga.

68Così reti e quadrella ognor mutava
qual bella cacciatrice in prender cori,
che s’un laccio tal ora alcun schivava,
un altro il fea poi d’ogni scampo fuori.
Chi fea schermo al bel riso, e poi provava
per la dolce onestà potenti ardori;
chi fugge questa, e poi tra cari vezzi
giamai non fia che libertade apprezzi.

69Quasi accesa farfalla, altri s’aggira
al vago lume de’ begli occhi intorno.
Per quel dolce candor altri sospira,
che move a gli alabastri invidia e scorno.
Altri i placidi accenti, ed altri ammira
gli aurei giri natii del capo adorno,
ed altri con la mente e gode e tocca
le rose or de le guancie or de la bocca.

70Alcun timido e lasso a pena puote
a quel Sol di beltà volger l’aspetto.
Tace il meschino, e su l’esangui gote
mostra il cenere freddo e ’l foco al petto
Sol apre co i sospiri e con le note
del sembiante loquace il caldo affetto,
e di pensier l’ascosa fiamma pasce,
che in se medesma si consuma e nasce.

71Alcuno, a cui l’età giunta a l’amore
Fa desti i sensi, e l’animo vivace
Di qua, di là s’aggira, e dentro, e fuore
Tra le genti s’affligge, e non ha pace,
E mostra il vivo ardor, ch’ingombra il core
Per l’avid’occhi, e per la bocca audace:
Foco ha ne’ i detti, e foco ha in petto accolto
Mostra foco nè’ gesti, e foco al volto.

72Alcun dapoi, cui gli amorosi strali
son più fissi ne l’alma e più ferventi,
sol goder la vorrebbe, e i rai vitali
cupido brama ei solo aver presenti;
e fanno al petto suo piaghe mortali
tant’altrui guardi, al caro viso intenti:
e punto il cor di tormentoso zelo,
da le fiamme amorose apprende gelo.

73Ma se vario è l’amor, pur varia e destra
co’ soggetti costei trattar si mira,
e come in su l’arcione a manca e a destra
industre Cavaliero un corsier gira,
così del fren d’Amor nobil maestra,
mille affetti ravvolge e allenta e tira.
Così cangia a mill’alme, e dona e toglie
con industre accortezza e gioie e doglie.

74A chi teme e paventa, acciò il timore
non scacci col suo gel d’Amor la fiamma,
affida acciò che parli, e in dolce ardore
co’ bei lumi ridenti il petto infiamma.
Quel fassi ardito, e tenta mostrar fuore
il foco, onde si strugge a dramma a dramma:
ma mentre ei vuol formar l’egra parola,
l’empia volgesi a gli altri e ’l viso invola.

75Ahi, come doni e togli ogni tuo bene,
dispensiera crudel, beltà spietata,
che benigna ti mostri, acciò le pene
si raddoppin di poi, sembrando ingrata.
Pur come allor che risanar si viene
d’altrui medica man parte impiagata,
s’è ripercossa poi, si sparge ed esce
il sangue a larga vena e ’l duol s’accresce.

76Ma, se mai per udir l’altrui tormento
s’offre talor più lusinghera e pia,
sì l’appaga, e sì lieto e sì contento
fa la maga beltà l’uom che desia,
ch’altro il mesto non brama, e in quel momento
quel c’ha da dir, quel che l’affligge oblia,
e la bocca formar distinte note,
soffogata in dolcezza, a pena puote.

77Vèr gli audaci dapoi grave e severo
gira il bel volto, e parca è del bel riso,
ma sembra in lei, pur come in trono altiero,
In sembianza di sdegno Amore assiso.
Di rigor, di dolcezza, e grato e fiero
amorosa union serba il bel viso,
e la faccia gentil, cruda e gradita,
morte a l’alme minaccia e dona vita.

78E s’alcun il suo duol procura dire,
essa mostra al sembiante aspro furore.
Quel tace, e ’l foco che tentava uscire,
Parte manda su ’l viso e parte al core.
E talor se d’alcun l’avviene udire
or per cenni or per detti il cupo ardore,
o se gl’invola o non veder pur finge
le fiamme, e l’arte sua con arte infinge.

79O pur china il sembiante, e in se raccolto
sparge d’un bel rossor l’aspetto intanto,
d’un bel rossor, d’un bel color, c’ha tolto
de la porpora a gl’Indi il pregio e ’l vanto,
e par copra natura il nobil volto,
non potendo col vel, con roseo ammanto,
o, avampar non volendo entro il bel petto,
arda foco d’Amor nel vago aspetto.

80Mostrasi co i rival varia e fallace,
perché di gelosia cresca il rigore,
e quelle liti rimirar le piace,
poiché la gelosia cote è d’Amore.
E con quel ghiaccio l’amorosa face
via più s’accende e via più ferve al core.
come sovente in un rinchiuso loco,
circondato dal gel s’avanza il foco.

81D’amorosi bisbigli è pieno il tutto,
e d’incerti disegni e van desiri.
Brevi sdegni, ire folli e dolce lutto
s’odon d’intorno, e gemiti e sospiri.
E quasi un vasto e concitato flutto
che tra scogli sonanti erri e s’aggiri
freme e vaga il gran campo, infellonito
posa non trova, e non ha legge o sito.

82Posto è il ferro in oblio, né più d’onori
la dolce speme i petti amanti alletta;
sol tra molli lascivie, e vani amori
hanno il lor vanto e la lor gloria eletta.
Anzi ogni capitan, come ne i cori
l’infiammata follia comanda e detta,
con la donna ragiona, e far s’adopra
o partenza od inganno o simil’opra.

83Sol tu, saggio, non ami e nulla apprezzi
le caduche bellezze, o forte Alone,
e ’l fiero assalto di sorrisi e vezzi
costantissima in te sostien ragione.
E avien ch’ogni suo stral da te si sprezzi,
son quelle fiamme al petto tuo mal bone,
ch’altro ardor, altro dardo ivi non vale,
ov’è foco celeste e santo strale.

84Come, benché sostenga altiero monte
la pioggia e ’l vento, che l’assale e gira,
pur fermo stassi, e con invitta fronte
sempre forte e costante il ciel rimira,
cosi costui, benché gli assalti affronte
de le lusinghe ch’un bel volto spira.
Saldo egli gode, e con immota mente
la bellezza del ciel quasi presente.

85E ben del folle vaneggiare altrui
sente il saggio nel cor pungenti affanni,
e tien provido intenti i pensier sui
per evitare o tradimenti o danni.
E ben pur come certi erano in lui
per quella tregua del pagan gli inganni,
destro affrena i tumulti e pien di scorno
sta sdegnoso aspettando il terzo giorno.

86Né men di lui contra quell’empia il petto
Aiton dimostrò saldo e costante,
che non potea, sendo a le stelle eretto,
de le cose terrene essere amante;
ond’esso, o non mirolla, o niun diletto
gli occhi trasser giamai da quel sembiante.
Gli altri, da la beltà vinti e delusi,
restar negli empi lacci avvolti e chiusi.

Filindo è mandato a Mustace: si accorda per un incontro notturno con Persina (87-102)

87Ma se di viva e strana fiamma Amore
in questa tregua il nobil campo accese,
con ardor più potente il suo valore
ne la forte città mostrò palese.
Il sai Persina tu, sallo il bel core,
meta ben certa a l’amorose offese,
ove di quell’immenso amante stuolo
s’unìr fiamme cotante a un foco solo.

88Ella nel suo palaggio ebbe presente,
venendo ostaggio, il suo garzon diletto:
e in quel punto sentì più fieramente
da l’incendio vicino acceso il petto
Lieta mirollo, e con quel guardo ardente
s’affissò, s’internò nel caro aspetto,
ma negolle la gente, il tempo e ’l loco
vagheggiar lungamente il suo bel foco.

89E già, partendo il Sol, la notte avea
spiegate algenti e tenebrose l’ale.
Ella corse a le piume, ove credea
l’alta piaga addolcir de l’empio strale,
misera amante che non ben vedea,
ch’a la febre d’Amor piuma non vale:
e sul letto ha più forza e più vigore
come in propria magion regnando Amore.

90Su le morbide piume indarno posa
la bella ignuda, e forsennata amante,
ch’errando in cieche vie non trova posa,
offuscata d’amor l’alma vagante.
Mille voglie e pensier dubia e bramosa
forma, guasta e rinova in uno instante:
di desir in desir, di speme in speme
gira e s’avolge, e ’l cor tormenta e geme.

91Pensa e s’affligge, e l’amorosa cura
con la vista del dì prende possanza,
e nutrisce del cor l’immensa arsura
con cibo di disegni e rimembranza.
Ne l’aer cieco e ne l’anguste mura
più del petto l’ardor cresce e s’avanza,
sì come in notte ed in rinchiuso loco
via più si vede ed ha più forza il foco.

92Né a l’alma sol, ma al vago corpo ancora
son le cure d’Amor gravi e moleste:
fredde piume cercar sembra talora,
per temprare del cor le fiamme infeste.
Oh che vago spettacolo in quell’ora
algenti voi notturni orrori aveste,
mirando errar tra bianchi lini ignude,
le verginee bellezze intatte e crude!

93Posa il corpo non trova, e fiamme ardenti
da l’incendio ch’accoglie il petto spira,
e l’alma involta in gran pensier pungenti
entro brama e furor, vaga e delira.
Nave in ampio ocean tra fieri venti,
Ission, ch’a la rota ognor s’aggira,
Sisifo che ’l gran sasso in alto mena
son lievi paragoni a la sua pena.

94Ma s’ella qui s’affligge, anco in disparte
s’ange colui ch’è del suo mal cagione
Su le piume noiose, oh quante ha sparte
meste lagrime indarno il bel garzone!
Per ottener la bella amata ogn’arte,
aggitando il suo cor libra ragione,
né serrar può le luci in breve sonno,
ché le cure d’amor dormir non ponno.

95E lo stimol c’ha in sen aspro e pungente,
percotendogli il cor, desto il tenea,
e un laberinto l’agitata mente
di confusi pensier fatta parea.
Pur quando rugiadosa in Oriente
il suo stellante crin l’alba scotea,
stanco gli occhi al fin chiuse e in dolce Lete
l’alma afflitta sommerse e trovò quiete.

96Ma non per questo già lascian quietare
Il bel cupido petto Amore e spene,
e gli voller dormendo ancor mostrare
le gradite pur troppo e gioie e pene.
Vedeva in sogno un bel pomposo mare,
c’ha le sponde d’argento e d’or l’arene,
e ignudi a nuoto entro quei vaghi umori
guizzavan Grazie e pargoletti Amori.

97Nettare è l’acqua, e ovunque ondeggia e gira
fa d’eccelsa armonia nobil concento.
Ride il ciel che gli è specchio, e vago spira
grato odor sopra quel scherzando il vento.
Or mentre tai vaghezze e gode e mira
stupido il bel garzon col guardo intento,
ecco venir su l’onde in conca aurata
nuda, qual Citerea, la cara amata.

98Folgoravan le chiome, e fean correnti
con girevoli intrichi un aureo gioco,
e sfavillavan placidi e ridenti
gli occhi, faci d’Amor, nembi di foco.
A tal vista amorosa i lumi intenti
volse il garzone, e ’l rimirar fu poco:
salta nell’onde in su la conca, dove
giacean l’alte bellezze intatte e nove.

99Salta, ma non già ben d’intrambi il pondo
quella picciola conca allor sostiene,
onde voltossi, e ’l bel garzone al fondo
de le vaghe dolci onde a cader viene.
Tutto allor si commosse il mar giocondo,
e lampeggiaron le dipinte arene;
stette il ciel, tremò l’aria, e per amore,
soffocato il garzon, già langue e muore.

100Ma nel finto morir vien che si deste,
e nato mira in Oriente il giorno,
onde egli sorge, e de l’usata veste
cinge le membra delicate intorno.
Ma perché nel suo cor fiamme moleste
ognor soffria per quel bel viso adorno
novi ordigni prepara, e vari e spessi
mandar cerca a la donna e lettre e messi.

101Ma per cagion egual non già prendea
riposo alcun la donzelletta ardente,
e perché il cupo ardor sempre crescea
mesta sen venne, e con parlar dolente
a la Nutrice sua, che fida avea,
l’invecchiata scoprì piaga pungente.
Essa l’affida, e a l’amorose frodi
mette in ordine industre ed arte e modi.

102Volan secrete lettre e stuol confuso
vaga di fidi messi e dentro e fuore.
E l’impresa guidò sì fuor d’ogn’uso,
benché fanciullo e benché cieco Amore;
ch’ebbe il fin l’alta impresa, e fu conchiuso
ch’al bel garzon per appagar l’ardore
venghi la donna, al bel duello accinta,
de la notte seguente a l’ora quinta.

Canto III

ultimo agg. 2 Maggio 2015 9:23

ARGOMENTO
Persina muor presso a Filindo estinto.

Incontro tra Filindo e Persina: il giovane muore, la vergine si suicida (1-68)

1Era la notte, e gelidi splendori
di Latona la figlia in ciel spargea,
e coi suoi quieti e lucidi candori
scorno gentile al suo fratel movea.
ed in profondo oblio cure e dolori
tuffava ogni omo, ogni animal tacea,
e le stelle con rai vaghi e tremanti
ridean de furti de’ notturni amanti,

2quando tra un giro di secrete mura
due carissimi petti Amore unio,
ma con division troppo empia e dura
in quel punto medesmo egli partio.
Voi di Pindo alme dee, ch’avete in cura
del famoso Elicona il sacro rio,
date aita al mio stil sì che il gran pianto
non m’annodi la lingua e turbi il canto.

3Su le tenere piume, ignudo Amore,
il vezzoso fanciul posando stava,
ma al pungente desio, fiero avoltore,
esca, novo Prometeo, il petto ei dava.
E nel cupido sen speme e timore
con lance del desir dubio librava,
e al par giostrava entro l’accesa voglia,
duro agon de la mente, e gioia e doglia.

4Così stass’ei mentre la bella amante
con alma accesa e trepidante attende,
ed incerta e confusa in quell’instante
dal caro arrivo la sua vita pende.
Di pensiero in pensiero il cor bramante
vaga e s’aggira, e se medesmo offende,
e l’egra mente misurando stassi
de l’amata fanciulla i moti e i passi.

5E in un sol punto trasformar desia
quel tempo odioso il tormentato core.
e misura con calda frenesia
i troppo tardi movimenti a l’ore.
Così un infermo a cui promesso sia
doppo alcun spazio il desiato umore,
nota e contempla co i pensieri ardenti
gli atomi, i punti e i minimi momenti.

6Desioso dicea: «Dunque fia vero
che le lacrime mie non vane foro?
E avrò del foco, ond’io languisco e pèro,
tra le tenere nevi a pien ristoro?
Troppo Amor mi promette e troppo io spero
possedere una dea che amando adoro,
ed a tropp’erta, ond’io respiro a pena,
altezza di contento Amor mi mena.

7In questa notte ristorar le tante
notti noiose il corpo afflitto spera,
in questa notte, in cui cadrammi innante;
punta d’amor la mia cortese fera;
e quel candor de la beltà prestante,
quel tesoro d’Amor che nascoso era
scoperto io pur godrò senz’alcun velo,
che rimirar non si concede al cielo.

8Godrò le rose, onde qual prato ameno
ornò somma bellezza il vago aspetto,
e ’l famelico Amor fia sazio a pieno
fra quelle poma del vergineo petto.
Già viene, già l’annodo e nel bel seno
spiro l’alma brugiante e do ricetto
al trabboccante e fervido desio.
Ma che penso? che parlo? ove son io?

9Infelice amator, come sì tardo
ogni gusto è d’amor, s’Amor ha l’ale,
e cosi ratto d’un vezzoso sguardo
esce alato a ferir l’aurato strale?
Forse nel petto mio col foco ond’ardo
arse ha le piume, onde volar non vale?».
Cosi vaneggia, e in vaneggiar s’affanna
tra fantasme amorose e l’alma inganna.

10E col suo vaneggiar veloci l’ore
seguiano in tanto il sempiterno corso.
Ma non già per badar punto a l’ardore
giunger vedeva il bel garzon soccorso.
L’uscio ei guata, e contempla, e sente al core
di dolor di desir pungente morso,
e con la vista e con la mente immota
ogni strepito incerto osserva e nota.

11Oh quante, o quante volte egli da letto
sorse per incontrar l’idolo amato,
ed altre tante poi, con suo dispetto,
conobbe da le larve esser beffato!
Oh quante volte il desioso affetto
a gli occhi la sua donna ha figurato,
ed altre tante poi, con suo tormento,
egli stringer la volse e strinse il vento.

12Ma passato era il tempo, e poca spene
a l’amante fanciul restava omai,
né più cortesi a le sue dolci pene
mirar credea del bel sembiante i rai.
Langue, geme s’affligge e non contiene
più l’egra bocca i dolorosi lai,
quando un strepito udissi, ed ei converse
ratto a l’uscio lo sguardo, e quel s’aperse.

13Ed ecco in bianco lin lieta gli appare
quel suo d’alta vaghezza inclito nume.
A lo splendor de l’amorose e care
repentine beltà par l’aria allume.
Ombre, che la miraste, ed occultare
voleste in cieco grembo un tanto lume,
deh soffrite ch’io l’apra, e fian trofei
de l’immensa bellezza i versi miei.

14Ella su l’aurea testa a un nodo avea
il biondo crin vezzosamente astretto,
e parte ancora in onde d’or correa
su gli avori del viso e del bel petto.
Ricca siepe con quel farsi parea
a le rose natie del vago aspetto;
farsi parea su ’l volto un bel tesoro
di porpora, d’argento intesta e d’oro.

15Ridon le luci e ’l bel vergineo aspetto
e vergognoso e lascivetto e vago,
e con dolce timor gela il bel petto
nel vicino piacere, ond’egli è pago.
Misto di mille affetti un strano affetto
carca d’alto rossor mostra l’imago,
né ben qual sia maggior saper si puote
il rossor de le labra o de le gote.

16Come sorgendo il sol da l’Oriente
apre il tenero sen purpurea rosa,
e spiega ognor se più la luce sente
l’odorata beltà già dianzi ascosa,
così apparve costei, così ridente,
ed allegra mostrossi e vergognosa,
ed a l’ardente suo nobil rossore
scoprì la fiamma, ond’era oppresso il core.

17E sotto un bianco lin chiuse parieno
l’altre bellezze, e più bramate e rare,
ma sottile in tal guisa il vel ch’a pieno
ogni fattezza, ogni candor traspare.
Così vago e splendente in ciel sereno
dietro a candida nubbe Apollo appare,
e la beltà de le velate membra
quanto ha ascosa via più, più vaga sembra.

18Così venn’ella, e come vergin’usa
movea tremando in vèr l’amante il passo.
Quello immoto la mira, ed ha trasfusa
dolcezza tal che il rende infermo e lasso,
e par d’una gentil vaga Medusa
fatto un’algente ed animato sasso.
La guata e par non senta, e le tien fiso
tacito e immoto e stupefatto il viso.

19Così, mentre in solinghi alpestri campi
sovente un pastorel sen vaga ed erra,
s’avvien ch’acceso folgore l’avampi,
languido cade e semivivo a terra,
così il garzone a gl’improvisi lampi
de l’immensa beltà langue e s’atterra.
Pur si riscote, e sorge al fin dal letto
dubioso, ad incontrar l’amato oggetto.

20Egli andò vèr la donna, e verso il caro
fanciul drizzò la bella i piè tremanti.
Si urtaro i corpi ignudi, e s’incontraro
con arringo più bel l’anime amanti.
Non l’edera formar nodo sì raro,
non la vite amorosa unqua si vanti;
stringonsi ed alme e corpi, e unisce e allaccia
quelle il vago desir, questi le braccia.

21La dolcezza e ’l piacer grato piovea
ne la bella union di cori e menti,
e nel gradito avviticchiar parea
versarsi un ocean d’alti contenti:
Taccio il vago languir ch’ivi si fea,
taccio il vago stupir de l’alme ardenti,
e taccio i dolci or timidi or audaci,
sguardi, gesti, sospir, parole e baci.

22Taccio perche l’ascose in fosco velo
tra secreta magion la notte algente;
ma non temprò col suo nativo gelo
quella fiamma d’amor salda e cocente:
Degno era nodo tal che fermo il cielo
tenesse mille luci in esso intente,
degno ch’eternamente ivi restasse
e d’amore e beltà trofeo sembrasse.

23Stetter per bona pezza uniti e stretti
ne i cari lacci, e avviluppati e chiusi,
e languian dolce i desiosi petti
ne l’immenso piacer dubi e confusi.
Ma tu più fieri, e più potenti affetti
avevi a l’alma, o bel Filindo, infusi,
che stringer lasso ed annodar volevi
più le candide membra, e non potevi.

24E ’l fiato e ’l sospirar già ti togliea
sola al grato baciar la bocca intenta,
e la dolcezza in quel goder parea
tra la brama infocata oppressa e spenta.
Soccorso dibattendo il cor chiedea
che par d’un gran piacer l’assalto senta,
corre in aiuto suo veloce il sangue
per ogni vena, e lascia il corpo esangue.

25Freddo si è fatto e d’un mortal pallore
tutto il corpo gentil sparso è repente,
e de’ lumi la vista e lo splendore
indebolir ed appannar già sente.
Così, per troppo e disusato ardore,
l’infiammato garzon divenne algente,
così gli occhi non tanto a mirar usi
poiché troppo mirar, rimaser chiusi.

26Ed infermo e impotente il piede e ’l braccio
a sostentarsi e ad annodar diviene.
Pur, sendo stretto entro l’amato laccio,
ruinoso non cade e si sostiene.
Svanìr la mente e i sensi, e grave impaccio
sol è de la donzella a cui s’attiene.
Vibra una voce al fin languida e lassa,
e su ’l candido petto il capo abbassa.

27È fama allor, che sospiroso Amore
romper mirato fu l’arco funesto,
oh fanciullo infelice in troppo ardore,
visto il tuo fin sì sventurato e mesto,
e, piangendo, le Grazie a tal dolore
misere erraro ed in quel lato e in questo,
sparìr le stelle, e sanguinosa e bruna
entro le nubbi s’occultò la Luna.

28Tu ancor a i cari baci intenta stavi,
o dolente fanciulla, e non vedevi
quanti acerbi dolor profondi e gravi
tra breve spazio sopportar dovevi.
E forse folle ancor l’alma beavi
nel languir de l’amante, e ti credevi
che ’l tremar, che ’l gelar (ahi cruda sorte!)
eran moti d’amor e non di morte.

29O sempre d’abbracciare Amore avesse
dato allora a costei possa e balia,
che l’acerbe sciagure omai successe
in quella notte non vedute avria.
E avendo al sen vital le membra impresse,
forse avvivato il cavalier saria,
né sarebbe or quel miserando scempio
a l’amanti donzelle amaro esempio.

30Essa allentò le braccia, e già vicina
venir credeasi a l’ultimo diletto,
quando ecco esangue il bel garzon ruina,
steso parte nel suol, parte nel letto.
Pendon le braccia e al tergo il capo inchina:
casso è ’l bel raggio del ridente aspetto
e al color, al sembiante, al tatto, a l’opre
esser l’anima sciolta a pien si scopre.

31Come s’avvenir può ch’un dì repente
oltre il corso di sfere e di natura,
si mirasser del sol le luci spente
a un punto, e l’aria tenebrosa e oscura,
incerta allor la sbigottita gente
d’ogni estremo periglio avria paura,
starebbe immota e, attonito il pensiero,
non crederebbe a pieno esser ciò vero;

32tal si fece costei, quando improviso
lo spettacol mirò crudo e impensato,
scorgendo estinto in quel diletto viso
del bel guardo vezzoso il lume amato,
e di morte il bel corpo esser conquiso,
ch’Amor con somma industria avea formato.
Stupida stette e quasi in falda alpina
candida parve ed agghiacciata brina.

33Poscia un cupo sospir mosse, col quale
parve tutta esalar l’alma dolente,
e punta il cor d’un velenoso strale
mesta lanciossi in sul guerrier giacente.
Il guata, il muove, e a pena un tanto male
non anco afferma attonita la mente:
tratta aggira le membra, e poi s’avvede
che ’l suo danno è ben certo, e pur no ’l crede.

34Ed è forza, che il creda. Hor qual dolore
si può a questo agguagliar, miseri amanti?
Voi, che talor ne la region d’Amore
varcaste in varie guise un mar di pianti.
Qual rigid’alma, e qual invitto core
furon tal doglia a sostener bastanti?
ma qual mente o qual lingua ha sì gran possa
che contemplarla o che narrar la possa?

35Certa al fin del gran danno, e avendo omai
de l’empio mal nel mesto cor l’avviso;
non discioglie la lingua in gridi, e lai,
ma sta tacita e immota, e mira fiso.
Mancàr gli spirti, e de’ begli occhi i rai
svanìr, langue tremante il corpo e ’l viso,
e al moto e al gelo e a le cadenti membra
morta al par del garzon la donna sembra.

36Si converse de l’ombre il cupo orrore
a sembianza sì bella e sì dogliosa.
Parver quasi stillar dolente umore
i sassi, e rivelar la pena ascosa.
Cosi per cause avverse, o sorte o Amore
fèr tragedia impensata e lagrimosa,
in due bellezze, ahi caso acerbo e solo,
Oprando e troppo gioia e troppo duolo.

37Ma la doglia non già fu sì potente,
che l’avesse d’affanni al fin privata,
ché la via d’ammorzar la pena ardente
a la destra infelice era serbata.
Rivenne, e incerta ancor languia la mente
né de gli occhi la nebbia era svelata,
quando al primo guatar l’inferma vista
scorse l’amata faccia esangue, e trista.

38Sciolse allora, e sgorgò di linfe amare
rivi non già ma rapidi torrenti,
ed a gara de gli occhi anco a versare
l’egra bocca attendea sospiri ardenti.
Volean, ma s’impedir dal lagrimare
uscir messi de l’alma i mesti accenti:
onde tornàr con più dolente affetto
l’acerbe note a ribombar nel petto.

39E lagrimando si dilegua e sface,
quasi gelida neve in aspro monte,
e la doglia, onde il cor non è capace,
versa da i lumi, e par mutata in fonte.
E mentre inonda al cavalier che giace
di linfe il caro aspetto e l’egra fronte.
parea con quell’umor, qual fior succiso,
volesse ravvivar l’esangue viso.

40E come il cieco duol la commovea,
ecco in un punto il biondo crin disciolto,
che su ’l bel petto in onde d’or scendea,
e su la faccia scarmigliato e incolto
s’attraversava, e a gli occhi suoi togliea
pietoso il crin del caro estinto il volto,
Ma che? s’ella il rompendo irata apria
a l’egri lumi del mirar la via?

41E da l’irate man guaste parieno
l’altre bellezze in un col vago crine.
Percosse, e lacerossi il volto e ’l seno
e feo porporeggiar l’intatte brine:
Ma poiché il duol, ond’era il suo cor pieno
puoté con voci disserrare al fine,
«Misera,» disse «io pur conosco, e miro
la mia certa sventura, e vivo, e spiro?

42E vivo e spiro, ahi lassa, e tu non basti
a togliermi di vita, o fiera morte?
Empia morte crudel, ch’or ti mostrasti
contra l’istessa vita invitta e forte.
Come ogni mio tesor cruda involasti?
come hai tante bellezze in grembo absorte?
Ahi gradito sembiante, ahi faccia amata,
ahi perche non son io cote insensata?

43Perche scoglio non sono, e intorno al core
cinto non ho di duro marmo il seno,
onde l’empio successo e ’l gran dolore
o non sentissi o non vedessi al meno?
Filindo, ù de’ begli occhi è lo splendore?
Filindo, ù de la fronte il bel sereno?
Tu pur giaci infelice immobil salma,
o de gli egri miei spirti e vita ed alma.

44Apri Filindo quei begli occhi, e mira
come l’egra tua serva abbandonasti.
Apri i begli occhi, e col bel raggio inspira
la contentezza, onde il mio cor privasti.
Apri la bocca, onde Amor fiamma spira,
bacia la bocca, che cotanto amasti.
Apri la bocca acquieta, i miei dolori,
Apri almeno la bocca e dimmi: muori.

45Moviti o caro amato, e teco mena
dove l’alma tua gio la mesta amante.
Ma qual voglia, ahi dolor, qual gioia o pena
ti feo pur senza me partir innante?».
Cosi si affligge, e queste note a pena
a formar l’infelice era bastante,
e qual turbato mar, lassa, confonde
de’ sospiri il rumor, del pianto l’onde.

46O qual era il veder vaga, e dolente
sola affannarsi la real donzella.
D’amare linfe un gemino torrente
mesta spargea da l’una e l’altra stella,
e versava dal cor fiamma cocente
sospirando la bocca afflitta e bella.
Così lassa pareva a poco a poco
struggersi a un tempo istesso in acqua e in foco.

47Su l’estinto talor le braccia stende,
e petto a petto unisce, e viso a viso.
e freddi baci da la bocca prende,
Ch’or son seggio di morte e pria di riso.
Or muta stassi, or vibra voci orrende,
quas’abbia il cor d’acuto stral diviso.
Lo stringe, il lascia e su l’esangui membra
Far mesta guerra la donzella sembra.

48Alfin doppo gran pianti, irato e rio
su ’l diletto garzon l’aspetto fisse,
ed asciugò del vivo pianto il rio;
poi con alto sospir proruppe, e disse:
«Filindo tu sei morto e vivo anch’io?
Viver dovea mentre tua vita visse.
Che pensi, ohimè? con chi t’affliggi ed angi,
vergine sventurata, e perche piangi?».

49Sorse cosi dicendo, e qual baccante
per l’albergo vagò ratta, e pensosa.
Norma non han le disperate piante,
né le membra infiammate o legge o posa.
Scendea ratto e incomposto il crin errante
su la faccia dolente e sanguinosa,
ed errava con guardo ardente e bieco,
nova furia d’Amor, per l’aer cieco.

50Non con doglia sì grande, o tal furore
per le greche città vagò Medea,
quando in vendetta del negletto amore
la sua prole sbranava ed ancidea,
né tal pena ne l’alma o tal ardore
da le Furie aggitato Oreste avea:
né sì avvampar e forsennar si vide
da l’empia veste avvelenato Alcide.

51O quante allor formò rivolte, o quanti
giri confusi ed intricati moti,
mostrando a i gesti e torbidi sembianti
come il cieco pensier vaneggi e ruoti.
Spesso feo cosi ratti i passi erranti
che i venti presso a lei parvero immoti,
e ferma spesso in quell’incerto errore
marmorea rassembrò statua d’Amore.

52Risoluta a la fin porre in effetto
l’infelice disegno ella dispone.
Corre al bel corpo, e su ’l vedovo letto
cosi ignudo com’era il prende e pone.
O che leggiadro, o che dolente oggetto
fu allor mirar disteso il bel garzone:
scorgendo involti in gelidi pallori
tante rare fattezze e tai candori.

53Un non so che di grato e lusinghiero
spira il pallido viso, e vivo sembra,
e pur son vaghe e serbano il primiero
dolce natio le delicate membra.
Persina in su l’estinto cavaliero
sta china e fisa, e ’l cupo duol rimembra,
e imprime a le beltà nude e giacenti
mille misti a i sospir baci ferventi.

54E dolente inondò di quel bel seno
con le lagrime sue le nevi amate,
e le membra scaldò, ch’allor giacieno
dal funesto rigor fredde e gelate.
Gli occhi al fine ella volse, ove pendieno
de l’amato garzon l’arme dorate,
e dove del guerriero erano ascose
le vesti, e più pregiate e più pompose.

55L’infelice le prese, e pria disteso
avvolse in bianchi lini il suo diletto,
e poi di real veste adorno ha reso,
sparsa di perle e d’or, le membra e ’l petto.
De l’onorato usbergo il grave peso
gli adatta e su ’l crin biondo il fino elmetto.
Spada ingemmata al nobil fianco pone
e sovra altiera sede indi il compone.

56Per l’ufficio mortal tu dasti, Amore,
possa e vigor a la donzella amante.
Teco l’ira infiammata al fier dolore
fu feroce ministra ad opre tante.
Sedeva e freddo ancor destava ardore
de l’adorno fanciul morto il sembiante,
e l’esangue bellezza ancor gradita
era ingombra di morte e dava vita.

57Ella in gran pezza avendo al cor conquiso
di stupor e dolor confuso affetto,
tenne immota sovr’esso il guardo fiso,
e muta non formò sospiro o detto.
Al fin proruppe: «O delicato viso
viso di mille gratie albergo eletto,
viso gentil, ahi fato atroce e diro,
ohimè qual fosti un tempo e qual ti miro.

58Fronte gentil, che quasi un ciel sereno
dolci spiegasti ed amorosi albori,
e usavi in grate guise in questo seno
destar dolcezze e tranquillar dolori:
Occhi, al vostro girar di grazia pieno
mille a un punto avvamparo ed alme e cori.
Le chiare stelle e i rai che Febo adduce
eran vili sembianze a tanta luce.

59Bocca e gota leggiadra, ove formato
era di molli fiori un paradiso,
porta gentil di quel nettareo fiato
uscio d’Amor nel vezzosetto viso:,
come ogni vostro bel, lassa, è mancato?
come ogni vostro fior cade succiso?
come, o bel corpo, ch’agili e vivaci
i bei membri mostravi, immoto giaci?

60Ogni grazia e bellezza, ohimè, distrutta
giace tra picciol’ora, anzi a un momento,
quasi gran mole in cenere ridutta,
quasi cenere, ohimè dispersa al vento.
Langue il viso celeste, ov’era tutta
la pompa de le stelle e l’ornamento.
Caddero, ohimè, da l’amoroso impero
ogni pregio, ogni gloria, e pur è vero.

61E pure ver che, quasi in molle stelo
tenera rosa, ogni beltà languio,
e pur è ver cha pena apparve in cielo
che in mesto occaso il mio bel sol spario.
Qual v’involse e turbò pallido velo,
membra leggiadre, il bel color natio?
qual Furia vi appannò con cieco ammanto
di celeste folgor lume cotanto?

62Ma che? piacete ancora, e pur giacenti
Serbate di beltà gli incliti onori.
Bello è il pallore in voi, voi pur languenti
destate fiamme ed avvivate ardori.
Morte piena di larve e di spaventi
m’eri tu prima e cagionavi orrori,
ma venend’ora in su la faccia amata,
Morte bella sei fatta e mi sei grata.

63A te verrò, tu a l’amoroso affanno
mi sei ristoro e sol conforto a i pianti,
e lieta io fia mentre in tal guisa avranno
il mio corpo col suo pari sembianti.
Così, se non in vita, almen saranno
giunte dopo il morir l’anime amanti:
e così forse, inteso il rio successo
riporranci gli amici a un marmo istesso.

64Union troppo, ohimè, dolente e ria,
mesto soccorso a l’infiammato affetto;
questi fian gli imenei, misera, e fia
di piume in vece un duro marmo il letto.
Siano i sospiri i nostri canti, e sia
con atra face messagiera Aletto.
Arderà foco infausto e tenebroso
ne le nozze infelici, o caro sposo.

65Sì sì verrò, ben mi ti par udire,
alma, che forsi qui dimori errando,
sol l’eterno amor mio m’abbia a seguire,
ogni pianto, ogni duol sen vada in bando».
Disse, e sfodrò con forsennato ardire
dal fianco del garzon l’aurato brando;
ferma il pomo nel suolo, e contr’il molle
petto l’orrida punta alta s’estolle.

66Stette immota alcun spazio, e sparse il viso
poi col pallor de l’appressata morte
e stando appresso al bel garzone anciso
tien chino invèr la spada il petto forte.
Alfin sentendo in mezzo il cor conquiso
vicine omai le sue mortali scorte,
trasse un sospir, e i languid’occhi fisse
vèr l’amato fanciullo, e così disse.

67- Vissi figlia di re, sol con la mente
fui di Regio garzone amata amante
mentre Amor volle, or vittima innocente,
o diletto idol mio, ti cado innante -.
Volea più dir, ma flebile, e dolente
la bocca oltre seguir non fu bastante,
su la punta ella cade oppressa e lassa
e ’l ferro il nobil petto e punge e passa.

68Né s’arrestò fin che al vergineo core
non fece ben profonda e mortal piaga.
Cade Persina e di sanguigno umore
la veste, il suolo, e ’l bianco petto allaga.
Muore la bella amante, e mentre muore,
qual sembrò ne la vita anco par vaga:
Fur pietosi, fur placidi, e modesti
gli ultimi sospir suoi, gli ultimi gesti.

Alone riceve notizia della morte di Filindo e della fuga di molti guerrieri dal campo a seguito di Bessana: prepara i suoi uomini per assaltare le mura (69-79)

69In tanto ad illustrar nostro emisfero
al garrir de gli augei l’alba sorgea,
e quasi condolendo il caso fiero
lagrimose ruggiade il ciel spargea,
quando servo fidel, che del guerriero
estinto il caro albergo in cura avea
aperse l’uscio, e gli occhi raggirando
vide il caso improviso e miserando.

70Il cadavero bello al suol giacente
steso mirò nel proprio sangue involto,
e su la fede il bel garzon cadente,
e dimesso le membra, chino il volto.
A tal vista tremò, mesta la mente
smarrissi, ed ei si feo pallido e stolto;
pianger non può, ma ben risolve a un tratto
da quella empia città partirsi ratto.

71Poiché vedeva a pien che più di pace
aver non può la vana tregua effetto,
ben altamente abbandonar gli spiace
nel mesto fine il suo signor diletto.
Preme il duolo ne l’alma e infinge e tace,
ed esce fuor da quello odiato tetto,
e fa sì che con voci amiche e scorte
la guardia di Babel gli aprì le porte.

72Lascia le mura, e d’aspre nove messo
in vèr l’oste cristiana il piè drizzava.
Giuns’egli al campo, e subito fu ammesso
dove immerso in gran cure il Duce stava;
umido gli occhi, e languido e dimesso
stette innanti il gran Duce, e non parlava.
«Ah perche non son io di voce privo»
al fin disse, e versò di pianto un rivo.

73Indi soggiunse, e ciò che visto avea
de la coppia infelice a pieno espose:
perché in tutto ridir già non sapea
il sucesso fatal, che l’ombra ascose.
Punto allor fu d’acerba pena e rea
Per le nove infelici e lagrimose
il grande Alone, e da la doglia vinto,
se gran cor non avea, restava estinto.

74E a la pena privata aggiunger sente
un affanno comun che l’alma accora:
vedendo il fior de la sua forte gente
da la strada d’honor vagando ir fuora;
ché sparita Bessana era repente
a l’apparir che feo la terza aurora,
e tra gli amori e tra gl’incanti suoi
sparìr del campo i più famosi eroi.

75E tra questi partìr Guiboga e Abaga,
Floridano, Mitran, Macheo, Sifante,
e Arbace, che non fu de la gran maga
contra l’arme invisibili bastante,
c ’l canuto Tamor da vana e vaga
sembianza tratto, ancor che saggio innante.
Così son frali a gli amorosi inganni
la virtù, la ragion, l’onore e gli anni.

76Allor da la gran sede in fiero aspetto
sorse il gran Duce, e disse: «Or che si bada?
questo di tradigion empio ricetto
dunque non fia che sin dal fondo cada?».
Tacque, e tremàr le schiere, ed ecco Aletto
sanguinosa tra lor gira la spada.
Sonasi a l’arme, e destansi i furori
le minaccie a le lingue e l’ire a i cori.

77Da l’altra parte la pagana gente
che de le frodi antevedeva l’opre,
l’arme e le guardie gemina repente
e negl’inganni suoi lieta si scopre.
Altro che suon d’acciar più non si sente
e del ferro deposto ognun si copre.
Sol privo del più forte invitto stuolo
erra il campo cristian tra tema e duolo.

78Ma l’intrepido eroe con mille modi
la sua gente conforta, ed assecura,
né de’ guerrier più valorosi e prodi,
sol fidando in se stesso, il partir cura.
Pensano intanto occulti inganni, e frodi
i pagani, e rinforzan le lor mura,
né sembran paventar più de le posse
del nemico furor gli urti e le scosse.

79Venìa recando col suo nero velo
soporosa la notte algenti orrori,
ma stansi qui, pur mezzo il sonno e ’l gelo,
deste le menti ed avvivati i cori.
Parver precipitar dal quinto cielo
per mover ire ed avvivar furori
tra fosche larve in questa e in quella parte
l’empia Bellona e ’l sanguinoso Marte.

Canto IV

ultimo agg. 2 Maggio 2015 9:30

ARGOMENTO
Lungi è portato Alon da larva errante.

Arriva a Babele un ignoto cavaliere, che sfida a giostra ambedue i campi, e disarciona molti guerrieri e il duce pagano Almacco (1-28)

1A la scena terrestre il velo intanto
rompea l’aurora, e de gli augelli il coro
dolce a venir fea vago invito e canto,
al sol cinto di raggi in veste d’oro,
quando là dove entro i suoi flutti è franto
l’Eufrate, e al mar sen va gonfio e sonoro,
venìa d’estrani fregi adorna e grave
per l’ondoso sentier pomposa nave.

2Con contrario sentier l’altera sponda
il gran legno fendea de l’ampio fiume,
e a dietro, e intorno mormorando l’onda
tumide forma ed argentate spume.
Di gemmate bandiere e fiocchi abbonda,
e par la poppa di piropi allume,
ed ha l’antenne e le grand’assi aurate,
e le vele d’argento al ciel spiegate.

3Fermi a vista sì strana i lumi intenti
il pagano e ’l fedel dubbioso tiene,
e discorron tra lor dubbie le genti
chi la manda, chi porta e perché viene.
Ammirato il gran legno a moti lenti
presso a l’alta Babelle al fin perviene,
l’ancora affonda, e pria le vele stringe
e ricchissimo ponte al lido spinge.

4Indi scender si vede alto guerriero,
che d’acciaio ingemmato era vestito.
Altri a dietro gli guida un gran destriero
d’armatura barbarica guernito.
Tra il campo e la città prende il sentiero
il cavaliero in su ’l corsier salito,
e crolla eccelsa e smisurata lancia
che fece a mille impallidir la guancia.

5Spira orgoglio, fierezza e gagliardia
al portamento il cavaliero estrano,
e par che eguale al suo valor non sia,
se al sembiante viril pare la mano.
Egli, fatto vicin, duo messi invia,
l’uno al campo fedel, l’altro al pagano,
ed è da loro in pochi detti esposta
questa d’orrido ardir fiera proposta.

6Che da gloria sospinto era arrivato,
per farsi illustre un cavaliero ignoto,
e sostener contra ogni braccio armato
costantissimo il piede e ’l petto immoto;
onde s’alcun da giusto ardir guidato,
far volesse con l’armi il valor noto,
a duellar con ogni forte è accinto,
se premio fia del vincitore il vinto.

7Tal fu l’alta proposta, e ’l vivo ardore,
ch’era desto già dianzi, andò infiammando,
e al crudo Borea del guerriero onore
più l’incendio di Marte andò avanzando.
Già s’adatta ciascuno il corridore,
e la spada e la lancia e l’elmo e ’l brando:
e mandàr quinci e quindi un messagiero
i cristiani e i pagani, e tregua fero.

8Loco è là, dove il peregrin campione
vago d’alte prodezze era fermato,
che teatro rassembra o novo agone,
ché di piccioli colli è circondato.
Pronto qua venne a la mortal tenzone
questo popolo e quello in sella armato,
e quinci e quindi col suo stuol guerriero
sta il magnanimo Alone e Almacco il fiero.

9Né volle alcun guerrier star in disparte,
sia pur imbelle o coraggioso e forte,
che stima ben che il disusato Marte
qualche strana avventura avvien ch’apporte.
Stan ferme incontro e in questa e in quella parte
le schiere avverse in lor difesa accorte,
ed a l’estran tra quelle squadre e queste
largo il campo a la giostra avvien che reste.

10Ma chi fu quell’audace cavaliero,
che prima il fiero arringo ebbe provato?
Tu del campo cristian fosti il primiero
o superbo Alanzone, in Mosca nato.
Tu d’oro e forza e de’ grand’avi altiero
l’armi spreggiavi, e de le stelle il fato,
e ’l primiero ancor tu, debile e stanco,
sopra il duro terren rompesti il fianco.

11Trasse l’orrido colpo alto stupore,
e degna invidia in questo campo, e in quello.
Ma s’infiammò del fier Dragutte il core
ne l’ira altiera, e forsennato e fello
la grand’asta sospinse e ’l corridore,
qual volante saetta al fier duello:
Ma provand’ei de l’aspra antenna il pondo,
fu nel giostrare e nel cader secondo.

12Corbana il Turco, e Muleasse il Moro
per tentar la lor sorte in giostra andaro,
ma il fato estremo e la vergogna loro
su la fronte trafitti in un trovaro.
Come svelte al soffiar d’Africo e Coro
antichissime quercie in giù cascaro.
E poi diede il superbo Arimidante,
che disfidava il cielo, al ciel le piante.

13L’asta poi per urtar chinaro al basso
prima Faulo e Agolante, indi Mazeo,
figli del crudo Almacco, e infermo e lasso
steso l’un dopo l’altro al pian cadeo.
Cangio, Oldrico, Filemo, e Farnabasso
caddero appresso, e dietro a lor Sicheo,
e sbalzò Florio sì lontano ed alto
che sembrò la caduta industre salto.

14Ogni scudo, ogni usbergo è vano e frale,
sia pur saldo diaspro o pur diamante.
Trema e s’arretra e contrastar non vale
ogni gran possa a la gran possa innante.
Qual fortissimo acciar l’asta fatale
sempre sta ferma e nel colpir costante,
e con strano valore ovunque tocca,
sia qualunque armatura, al pian trabocca.

15Come scoglio talor, che su l’arena
de l’ondoso Tirreno immoto siede,
corre a lui l’onda altiera, e giunta a pena
cade spumando e rintuzzata cede,
così di Marte in su la folta scena
cader pugnando ogni guerrier si vede.
D’egri malconci, e selle vòte è il piano
colmo, e d’aste, o non rotte o rotte in vano.

16Questi, e d’altri un gran stuol, che nel suo nero
grembo, privo di fama, il tempo ha involto,
ha con danno e disnor tocco il sentiero
da la gran lancia in varie guise colto.
Stupisce Alone e tiene Almacco il fiero
fiso nel cavalier l’orribil volto,
e nel suo core impetuosa e folle
al foco del furor l’invidia bolle.

17«Dunque» dice il pagan «non fia che cada
l’alto ardir di costui vinto e punito?
e soffrirò che di duo campi vada
vincitor trionfando al patrio lito?».
Così dicendo più non stette a bada,
ma con l’asta abbassata al campo è uscito,
e l’uno e l’altro a le vicine prove
rapidissimamente il corsier move.

18Ma l’accorto pagan, ch’esser vedea
periglioso la giostra andar tentando,
volle scampar quella percossa rea
de l’avversario suo l’asta schivando,
e ritentar, se superar potea,
poi col secondo paragon del brando.
Così egli sprona e, nel giostrar maestro,
corre e lascia il nemico al lato destro.

19Depon la lancia, ed in quel punto ha tratta
la spada Almacco, ed al guerrier si volta.
Ma l’ignoto campione anco s’adatta
per l’arringo vietato un’altra volta.
Grida allora il pagan: «La giostra è fatta,
e se non già la nostra lite è tolta,
giudice il brando sia, che star non deve
preso nel fianco e neghitoso e greve;

20ché nel gran braccio e ne l’invitto core,
e non sta ne la lancia il valor vero».
«Speri» risponde quel «con vano errore
vincer con mutar armi, o cavaliero;
ma ben ti mostrarò che il mio valore
nel brando è più che ne la lancia altiero».
Tacque, e l’asta lasciando irato, e crudo
a ferirlo sen va col brando ignudo.

21Ma il fier pagan, che d’egual tempra ancora
la spada aversa al par de l’asta crede,
prende lo schermo, ed or minaccia ed ora
s’arretra ed or s’aggira, or parte or riede.
Tenta stancarlo con fuggir talora,
or colpisce improviso e poscia cede,
e con vario girar di scudo e freno
gli altrui colpi fa vani, o lievi almeno.

22Ma s’avviluppa la mortal tenzone,
e crudo Almacco e non curante è fatto,
e qual destrier da violento sprone
da fieri colpi a novo sdegno è tratto.
Par tra torbida nube il brando tuone
ne l’aer polveroso urtando ratto.
e s’odon quasi ripercosse incudi,
strider l’usberghi e rimbombar gli scudi.

23E ciascun colpi impetuosi tira,
e ferito ciascun non sente duolo,
e dove il ferro lampeggiando gira
geme l’aer diviso e trema il suolo.
Fiera e strana è la zuffa, ove si mira
guerra di quattro in un incontro solo,
perché non pure i Cavalieri han presa,
ma destrier e destrier, pugna e contesa.

24I corsieri, o stupor, di sdegno ardenti,
doppian de’ lor signori i colpi e l’onte,
e con aspro adoprar di calci e denti,
dansi percosse ed iterate e pronte.
Di sangue e questo e quel versa torrenti
e dal ventre e dal petto e da la fronte.
né di ferir, né di pugnar s’appaga,
ma del sangue nemico ognun s’allaga.

25Par che pugni ne l’aria e questo e quello,
e che fatto ognun sia destrier volante.
Più s’inaspra ne l’ira ed è più fello
ogni guerrier su ’l corridor pugnante.
Nel raddoppiato, ed orrido duello
tiene il Moro e ’l fedel fiso il sembiante.
d da’ lor moti ogni palpebra pende,
e ’l fine incerto paventando attende.

26Ma d’Almacco il caval con calcio fiero
grave offesa al nemico in fronte diede;
onde in terra cadeo, qual colle altiero
che a gran torrente ruinando cede.
Cade seco l’estran, ma dal destriero
si sviluppa in un punto, e salta in piede,
e senza tema al gran pagan rivolto,
oppon la spada minacciando e ’l volto.

27Fermasi Almacco, e dice: «Indegno onore
prender non deve un cavalier perfetto,
né convien disvantaggio al mio valore»,
e scende ratto dal destrier, ciò detto.
«T’abbi» l’altro soggiunse «o con disnore
o con gloria verace il vanto eletto,
stolto, ch’or or vedrai con tuo tormento
s’io disvantaggio o minacciar pavento».

28Corse con questo dire, e tanta e tale
gli diè percossa inaveduta e presta
che stordita ed attonita non vale
sensi formar la vacillante testa.
Cade il pagan, e ’l corpo esangue e frale
tra la vita e la morte incerta resta.
Rise l’estran, poi disse in voce altiera:
«Or venghi pur chi vendicarlo spera.

Alone viene a battaglia ma il cavaliere fugge con il suo elmo: egli lo insegue fin sulla nave, ma quando ci sale questa prende il volo (29-45)

29Su su, che state a bada? Omai venite,
aste abbassate, e corridor movete,
e le schiere e le forze insieme unite
contra d’un solo avventurier giungete».
Ma stupide le genti ed avvilite,
Stavan ferme ed immote, e mute e quiete,
come sa gli occhi lor stato rivolto
fosse improviso di Medusa il volto.

30Sentissi allora il sommo eroe cristiano
di furor e d’onor pungente sprone,
e castigar quel rampognar insano
o nobilmente egli morir dispone.
Ei smontò dal destriero, e scese al piano
venir mirando il suo rival pedone,
e come entro gl’ircan le tigri e gli orsi
con fierezza spietata ambi son corsi.

31Stan con avide luci e ferme e intente,
dubbie tutte le schiere in quella uscita.
e attende incerta e questa e quella gente
del duello crudel l’alta riuscita,
quando a l’urto primier diede repente
l’estran colpo su l’elmo al duce scita.
salta l’elmo dal capo, e a l’improviso
folgora il guardo de’ begli occhi e ’l viso.

32Come di cieche nubi entro il confine
esce il lampo e disserra il ciel turbato,
così mezzo del ferro il biondo crine
repente lampeggiò tra il campo armato.
A l’eccelse fattezze e peregrine
restar parve l’estran quasi ammirato,
poscia alquanto s’arretra, e trema e cede
e move incerto e paventoso il piede.

33Stupido resta Alone, e perché mira,
che il fallace nemico inganni finge,
guardingo in se medesmo il piè ritira
ed ogni forza al capo in guardia stringe.
L’altro per varie vie dubbioso gira
e con schermo diverso il ferro spinge,
ed a i moti e a gli assalti è sì leggiero
che delude con gli occhi anco il pensiero.

34Or fassi audace ed or colpisce in vano,
or negli atti si finge e folle e stolto;
ma tra tanto girar l’elmo al cristiano,
ch’ivi in terra giacea, repente ha tolto.
Il prese, e poscia al cavalier sovrano
disse, quasi ridendo, egli rivolto:
«Io vado, e l’elmo tuo basti che sia
degno trofeo de la vittoria mia».

35Parte con questo dir, ma il siegue ratto
il duce pien di fiero sdegno e doglia,
che stima alto disnore a lui sia fatto
s’avvien che l’elmo suo questi gli toglia.
Corre il fedele, e sembra punto e tratto
sia pur occulta violenza o voglia;
ma quel veloce è sì che ne l’arena
lascia del piè picciol vestiggio a pena.

36Ed a fuggire ed a seguire intento
questo e quel sembra aver le piante alate.
Giungono al fin dove sonoro e lento
va per l’ampie sue sponde il chiaro Eufrate,
ove l’eccelsa e ricca nave al vento
le pompose bandiere aveva alzate
e mostrava stendendo al lido il ponte
a salirvi le vie facili e pronte.

37Salta l’estrano, e snello a dietro a lui
corre il Duce adirato, e ascende ancora.
Corre, e i passi di quel co i passi sui
ei preme, e par che il prenda ad ora ad ora.
Ma quel, sempre schernendo i lumi altrui,
da la poppa talor fugge a la prora,
poi da la prora a la gran poppa, e snello
salta, e s’aggira in questo lato e in quello.

38Il siegue il gran guerriero, e con gran cura
gli stringe i passi, e colmo ha il sen d’ardire,
e vuol di quella estrana alta ventura
veder l’ultima meta o pur morire.
Ma da le mani altrui s’invola, e fura
sempre instabil colui, sempre mentire
vario e incerto nel moto il piè si vede
qua fuggir finge, e là si volge e cede.

39L’estrano al fin, per vari giri errando,
verso il fondo del legno il camin prende,
e l’invitto campion pur seguitando
fiero il minaccia, e ratto a dietro scende.
Scende, ma il guardo al basso egli girando
nessun vede, oh stupore!, e in alto ascende,
e ’l tutto guata, e pien di rabbia e d’ira
s’avvolge intorno, e nessun sente o mira.

40Ecco fra tanto quando men s’avvede
sorto da l’acque in mezzo a l’aria il legno,
e sospeso ne l’alto egli si vede
varcar le nubi e di Giunone il regno.
Orribil mostro in su la poppa siede,
che dirizza la nave a incerto segno,
e le vele non tocche in un momento
son già disciolte, e le fa gonfie il vento.

41S’ersero i crini, e un agghiacciato orrore
saria ben scorso al gran guerrier per l’ossa,
ma in quel momento il valoroso core
l’ardimento avvivò, destò la possa.
Portar si vede omai dal mondo fuore,
né modo ha già come scampar ei possa,
e larve e mostri e spaventose forme
gli si aggiran d’intorno a torme a torme.

42Ma come il braccio, e ’l petto, anco la mente
ha nel forte campion di possa il vanto,
e con pensier al gran Motor presente
confida, qual guerrier pietoso e santo.
Chinasi al basso, e mira la sua gente
che torna quieta in vèr le tende intanto,
e par del suo partir non prenda cura,
ed entrar i pagani a le lor mura.

43Poggia in tanto la nave e si sublima,
che par l’antenne sue tocchin le stelle,
e si scorge di sotto oscura ed ima
la gelata region de le procelle.
Corre veloce, e come l’onde in prima,
or sonan l’aure ripercosse e snelle.
Rapido è il legno, e non si sa vèr dove
per l’estrano sentiero il corso move,

44né qual clima si lascia, o qual si prenda,
né in qual parte si stia mirar si puote.
L’aria, lucida dianzi, or atra e orrenda
sembra al senso formar contrade ignote.
Sta con animo invitto e con tremenda
faccia il duce sovran, né cor gli scote,
né se le fauci de l’orror eterno
avesse aperte ad ingoiarlo Averno.

45Corse per buona pezza, al fin da lunge
si vede estrano e disusato lume;
Febo s’oscura, e lume al ciel s’aggiunge,
fatto chiaro e sereno oltre il costume.
Qua s’indirizza il legno, e al fin qua giunge
dove par, ch’alta luce il tutto allume.
Scende al suolo la nave, e lieve e presta
s’apre e dispare, e in terra il duce resta.

Canto V

ultimo agg. 2 Maggio 2015 9:36

ARGOMENTO
Son frali i vezzi e le lusinghe vane.

Alone si trova in un giardino, entra in un palazzo e ne ammira le pitture (1-39,6)

1Ampio e pomposo è il pian, verde e ridente,
e contien meraviglie e vere e finte,
ma par del gran Fattor la man potente
nel teatro d’April l’abbia dipinte.
Or fate intanto a l’abbagliata mente,
Muse, l’alte vaghezze omai distinte,
e fioriscano al par per la vostr’arte
l’amoroso giardino e le mie carte.

2Piaggia immensa mirò verde ed amena,
di Flora e di Pomona almo soggiorno:
dove sonano i rivi, e balli mena
l’aura odorata a i molli fiori intorno:
ov’empie d’armonia l’aria serena
de’ musici volanti un coro adorno,
e intorno, spettatori e folti e spessi,
son de i giochi d’April pini e cipressi.

3E s’avvolge tra questi ed ombra densa
fan l’edra e ’l mirto e ’l sempre verde alloro,
e de la vite entro suoi rami estensa
pende il bel frutto di piropo e d’oro.
Vagamente così la piaggia immensa
d’alberi è cinta e formasi di loro
contra il Sol, che s’aggira alto e securo,
ne la verde città di fronde un muro.

4Dentro di color mille eran dipinti
colli, selve, spelonche e piani e valli,
e tra lor con ondosi laberinti
mormorando scorrean chiari cristalli.
Qui con giri di mirto al capo avvinti
fean le Grazie e le Muse e canti e balli.
Qui si vedeano i pargoletti Amori
le lor vòte faretre empir di fiori.

5Nube non v’è, ma lucide scintille
manda l’aria per tutto alma e serena.
E ’l pomo e ’l pero di ben mille e mille
frutti sostiene il grave peso a pena;
tumido il fico qui par che distille,
quasi favo gentil, nettarea vena;
e di fiori ogni frutto è coronato
e Autunno sta con Primavera al lato.

6E cento colli di fioretti, ed erba
riccamò qui natura a parte a parte,
e formando pittura alta e superba,
imitò se medesma e vinse l’arte:
Con le gemme di april, ch’eterne serba
ciascun sul verde ammanto inteste e sparte
d’un diadema di fiori il capo adorno,
sembrano reggi a mille monti intorno.

7Sembran ch’abbian del ciel mille splendori
con mille luci a vagheggiare appreso,
e con gara gentil di stelle e fiori
emolo a l’alte sfere ognuno è reso.
Versa a le falde lor chiari sudori,
quasi de’ vaghi colli al grave peso,
stanca la terra, indi sonori e vivi
pargoletti vagir s’odono i rivi.

8Rivi, ch’a un lago di lor placid’onde
versan cantando i fuggitivi umori.
Cigno presso al morire a quei risponde,
e fan gara le linfe a i bei dolori.
Specchiansi quai Narcisi in su le sponde
de le chiar’acque i miniati fiori,
onde parea per quelle strade ondose
correr i gigli e caminar le rose.

9Rivo di perle trasparente e mondo,
o liquefatto e lucido diamante
sembra ciascuno, e con errar giocondo
un che pianga, un che rida ed un che cante.
Son le pietre minute al chiaro fondo
colorite, e dipinte in foggie tante
che col simil color sovente fassi
un inganno gentil di fiori e sassi.

10Fonte v’è poi, che par che inviti e chiami
con le gelide linfe i viandanti,
e par di perle il verde suol riccami
con bei zampilli in vaga guisa erranti.
Placidi augelli tra frondosi rami
forman d’appresso lascivetti canti,
e s’odon alternar garrule e pronte
le voci or de gli augelli or de la fonte.

11Eco v’è appresso, e con veloci e lenti
suoni forma il cantar di questa e quelli.
Stride la fonte, ed Eco i grati accenti
replica dolce de’ vezzosi augelli;
cantan gli uccelli e par co i bei concenti
de la fonte vicina Eco favelli,
ond’è con varie note accorta e destra
de l’estrana armonia nobil maestra.

12Stupido il bel giardino il Duce mira,
né di mirar, né d’ammirar è pago,
e ’l guardo intento, che d’intorno ei gira,
di novelle vaghezze è sempre vago.
Passa le vie fiorite, e al fine il tira
rara beltà d’un trasparente lago:
ov’ha con larga man diffuse e sparte
gran pregi, o sia natura o incanto od arte.

13D’argento son le bianche rive intorno
e dal limpido sen l’oro traspare,
e di fin’oro e di bei smalti adorno
ricco stuolo di scogli in alto appare.
Son le conchiglie che fan qui soggiorno
ricoperte di gemme illustri e rare;
di corallo son l’alghe, e ricche e monde
son le conche, di perle il sen feconde.

14E ’l suo placido umor franto su ’l lito
dolce risona in quella parte e in questa,
e dal diurno lampeggiar ferito
vibra d’almi folgori aurea tempesta.
Presso a un tanto tesor vinto e avvilito
il Pattolo e l’Idaspe e ’l Tago resta;
e ben sarebbe a cotal vista reso
vergognoso e dolente e Mida e Creso.

15Dentro in schiera gentil vaghe donzelle
de’ veloci delfin premono il dorso,
e, come a lor destrieri, ignude e belle
reggono industri il freno aurato e ’l morso.
Prendono molte, lascivette e snelle,
per le strade spumanti a gara il corso,
e molti con lor musici strumenti
forman, quasi Arioni, almi concenti.

16Finto in queste non è, ma terso e vero
l’or de le chiome, in vaga foggia erranti.
La bellezza e ’l candor formar pensiero
de le membra non può nude, e tremanti.
Intorno si vedea guizzar leggiero
per baciarle un gran stuol di pesci amanti,
e parea dire il cristallino umore
col suo bel mormorio: qui regna Amore.

17E invaghita d’amor rider si vede
sotto un placido ciel l’aria serena,
e sospira d’amore e l’onde fiede
l’aura gentil per la contrada amena.
De l’acque al centro un isoletta siede
di più rare vaghezze ingombra e piena,
e in vaga guisa rilucente e puro
l’aggira in torno di cristallo un muro.

18E per passare a quella opposta sponda
degno del loco un nobil ponte stassi:
sovra aurate colonne altero abbonda
d’archi superbi e di splendenti sassi.
Qua viene il duce, e de la nobil onda
mira le meraviglie e i dubbi passi.
Sovra il pomposo ponte al fin ei gira,
mentre desio di novitade il tira.

19Passa il bel ponte il forte Alone, e viene
ov’è d’alto tesor porta fregiata,
ch’aperta in vèr le sue contrade amene
diede cortese al cavalier l’entrata.
Ivi un ricco giardino in grembo tiene
l’alma isoletta a meraviglia ornata
ove il verde non ha, ma d’or son tutti
e gli alberi e l’erbette e i fiori e i frutti.

20D’oro risplendon gli alberi eminenti,
vari e vaghi di fiori e di sembianti.
Sono i lor frutti or agati ridenti
or accesi piropi e fiammeggianti:
Vaga perla è il ligustro, e rilucenti
mandano i gigli odor fatti diamanti,
e fuor de l’uso placida e pomposa
infiammato carbonchio appar la rosa.

21Berilli questi, e son topazi quelli
che splendon su ’l terren schierati fiori.
Le vaghe fonti e i placidi ruscelli
versan di latte e mèle almi licori,
e con l’auree lor piume i lieti augelli
cantan volando in lascivetti errori,
e de’ mirti sen van per l’auree selve
cosperse d’or le pargolette belve.

22Tra questi vezzi e in queste selve ombrose
i cristiani guerrier starsi vedieno,
e in un gioco gentil con le vezzose
Ninfe, a un segno prescritto oltre corrieno.
Altri d’un viso le vermiglie rose,
altri le poma d’un eburneo seno
contemplavano, ed altri a li tenaci
amplessi congiungean sospiri e baci.

23Quivi ei scorse Mitrane e Floridano,
Micheo, Sifante, Alvano, Occota e Abaga,
che non bastar con loro invitta mano
schermirsi pur da l’amorosa piaga,
ed Arbace e Tamor tratti da un vano
sembiante e d’una vista adorna e vaga
benché canuti e benché saggi innanti:
tal forza han sopra noi d’amor gl’incanti.

24Licomede, e Teodoro amici in pria
rivali or fece il desir cieco ardente.
Guiboga v’e, la cui virtù natia
restar non puote incontro amor vincente.
Pianse per la sembianza odiata, e ria
Colmo d’affanno il Duce lor dolente,
e mesto altrove da l’iniqua vista
girò la faccia sospirosa e trista.

25S’erge nel mezzo di smeraldo eletto
torre superba e più d’ogn’altra altiera,
che co l’adorno e luminoso tetto
sembra che tocchi la stellante sfera.
Signoreggia per tutto e per oggetto
tien di sotto ogni monte, ogni riviera,
e intorno può mirar, quasi presente,
il freddo Scita e ’l Mauritano ardente.

26Altiera porta a la gran torre siede,
degna del loco, e là si volge il duce.
V’entra, e per l’ampie scale incerto il piede
move, là ’ve il desio vago il conduce.
Per loggie e stanze, ove ciascuna eccede
ogn’arte e pregio e meraviglia adduce,
passa il guerriero, e in ricca sala viene,
che d’opre il vanto e di vaghezza tiene.

27Sono adorne le mura a parte a parte
d’alte pitture oltr’ogni usanza rare.
Vivi sono i colori, e in essi l’arte
volle giostrar con la natura al pare;
manca la voce solo, e pure in parte
par che senta lo sguardo il lor parlare,
e parve spesso averla a pieno udito,
persuaso da l’occhio anco l’udito.

28In disparte di poi quest’auree note
legge il guerrier fra gli ornamenti egregi:
O peregrin, che con luci immote
miri e l’autor non sai di sì gran fregi,
quest’è il regno d’Amor, qui rica dote
egli suol dar che move invidia a i regi.
La pittura, il giardin, l’arte e ʼl valore
e la pompa e ʼl tesor, tutto è d’Amore.

29Legge il saggio cristiano, ed ingannato
dalle vane fantasme esser ben crede.
Volge egli pur per l’ampio albergo ornato
cupido il guardo e curioso il piede.
Le pompose pitture in ogni lato
stupido nota, e in lor contempla e vede
finti in bel modo mille affetti erranti
e ’l confuso patir de’ mesti amanti.

30Miransi quivi i pargoletti Amori
aguzzar l’armi a la girante cote,
mentre altiero e vezzoso i lor lavori
mira Cupido con palpebre immote.
L’Inganno col piacer fabri minori
volgon del sasso le stellanti rote,
spargonvi l’acqua, ch’è del ben l’oblio,
la fallace Speranza e ’l van Desio.

31Dolce Paura, e timido Diletto,
folle e falsa Allegrezza e Duolo insano,
dolc’Ire, dolci Paci, eguale aspetto
hanno tra loro e prese van per mano.
Con la Magrezza e ’l penoso Affetto
erra, scherza e sorride il Pensier vano,
e vigile il Sospetto incerto spia
ogni passo, ogni albergo ed ogni via.

32Aspra battaglia e fier duello insieme
fan tra lor l’Onestade e la Bellezza.
L’adirato Furor crucioso freme,
e ’l cieco Error ogni consiglio sprezza.
La Penitenza sospirosa geme,
ch’ebbe di poi dal proprio mal contezza.
La Crudeltà nel sangue si sollazza,
e la Disperazion se stessa ammazza.

33Placide parolette e finto riso,
sguardi, cenni furtivi e falsi ardori
tendono lacci con allegro viso
a la giovine età tra fiori e fiori.
Stassi col volto in su la palma assiso,
il Pianto in compagnia de’ suoi dolori.
Siede ferma l’Angoscia, e, quasi vento,
per aperto sentier fugge il Contento.

34Tali son le pitture e d’un tesoro,
ch’ogni pompa fa vil ciascuna è ornata,
e i vari aspetti, a i vari sensi loro
curioso il gran duce osserva e guata.
Poi si volse e mirò d’aureo lavoro
e di strano valor porta fregiata:
e l’invitto guerrier, che pur desia
nove cose mirar, entro s’invia.

35Del più terso diamante alto e splendente
dentro qui si vedea sorger un letto,
ove strinse e formò fabro potente
d’arte e di pregio un bel compendio eletto.
Ivi in candido lin donna giacente,
quasi Venere nova al vago aspetto,
le più rare beltà tenere e crude
parte ascose teneva e parte ignude.

36E l’aureo crine e ’l discoperto seno
dolce preda parea de l’aura estiva,
ch’errando or de la fronte entro il sereno
or tra le mamme innamorata giva.
Ma le bellezze lor chiuse tenieno
le duo luci d’Amor mentre dormiva;
pur vibrar si vedea riso vezzoso
l’occhio gentil da le palpebre ascoso.

37E ’l tesor del bel corpo e del bel viso
preda esposta pareva a i caldi amanti.
Là guata il duce, e di mirar gli è aviso
di Bessana gentil gli almi sembianti.
Riconosce Bessana, ed è conquiso
d’alto stupore e ’l piè non spinge innanti,
ma con suo grave ed angoscioso affanno
l’error suo già comprende e l’altrui inganno.

38E da santo furor mosso, partire
da l’odiata magion volle repente,
e ’l passo rivoltò già per fuggire,
ma da tergo serrar l’uscio già sente.
Corse, scosse la porta, e per aprire
s’affaticò l’invitto eroe sovente,
La forte spada e la robusta mano
adoprò variamente, e sempre in vano.

39Ma tra questo rumore allor destosse
la bella donna, e in lui le luci fisse
e d’un vago rossor lieta colmosse
pria che la voce a favellar aprisse.
Gli avidi sguardi e ’l parlar poscia mosse
sospirosa ed allegra, e cosi disse:
«Venghi con fausti auspici il gran campioneBessana lo invita ad amarla, lui rifiuta (39,7-68)
se fia, com’ora è mio, d’Amor prigione».

40Così parlava, e ’l sommo duce in tanto
s’ange crucioso, e dentro il cor si duole
del sopito onor suo tra quello incanto,
e de le genti abbandonate e sole.
Poi l’empia sciolse, qual serena il canto,
la dolce lingua in placide parole
e per darle risposta e ’l vano affetto
temprare, udirla il cavalier fu astretto.

41«Guerrier,» diss’ella «che garzone ancora
de i grandi antichi eroi la fama oscuri,
ed or che il viso anco l’età t’infiora,
mostri d’alto valor frutti maturi,
se mentre aspiri a nove glorie ognora
e le chiare opre tue vincer procuri
io tra questo confin ti trassi e chiusi,
giudice Amor, la tua beltà mi scusi.

42Né creder ch’a le tue vittorie il freno,
onorato campione, impor vogl’io:
ma sia l’occaso di tua fama pieno
com’è ’l vasto oriente ogni or desio;
ma celand’io tropp’alta fiamma in seno
misera fui costretta, ahi fato rio,
poiché sei nel mio mal cosi costante
di nemica far opra essendo amante.

43Ed amante e nemica in ermo e solo
clima del mondo a mio voler t’ho tratto;
e le nubi varcar e l’aria a volo,
e mio prigione e mio Signor t’ho fatto.
Ma se di ciò ne l’alma altiera hai duolo
l’egro mio spirto è nel penar disfatto,
e Amor su questo letto in un momento
può sanar la tua pena e ’l mio tormento.

44Deh vieni, e mira in questo ignudo seno,
opra de gli occhi tuoi d’Amor lo strale.
Guata l’ardor che l’egra lingua a pieno
variamente parlando espor non vale.
Ma se del tuo sembiante al bel sereno
non ho forse, garzon, bellezza eguale,
deh vieni, e tua beltà potente maga
teco unita send’io mi farà vaga.

45Deh vieni, e col tuo freddo entro il mio petto
tempra la fiamma, che raccolse Amore,
poiché fatto sei tu per mio dispetto
un compendio di ghiaccio e di rigore:
E benché ghiaccio da l’amato aspetto
fiamme avventi vèr l’alme e vibri ardore,
lassa, e con qual estrana tempra il cielo
di fiamma ti formò, se pur sei gielo?

46Ed a che fin tanta bellezza in vano,
o vago Idolo mio, ti diè natura
s’hai tu pur troppo in tanto ben insano
a i diletti d’amore alma sì dura?
Perche sei forte con l’invitta mano
tenti del fiero Marte ogni avventura,
ma perche non prendi anco alcun duello
nell’imprese d’Amor, s’ancor sei bello?

47Perche non cogli in su l’età fiorita
il dolce mèl che in te ripose Amore?
Passano gli anni e senza alcuna aita
per più non ritornar trascorron l’ore.
Folle, ché speri in travagliosa vita
l’orme seguendo del fallace onore,
per conquistare in periglioso stento,
sol di gloria fugace un’ombra, un vento?

48Deh ti caglia lasciare in dolce oblio
guerre, orgogli, disaggi, affanni e lai;
depon quest’armi e al faretrato Dio
come nobil trofeo li sacra omai.
L’alto Alderano, il mio potente zio,
di strani effetti autor che vince assai
la natura in oprar, vago ed adorno
ha formato per noi sì bel soggiorno.

49Ah deluso garzone, oh se sapessi
quante dolce goder amato amando:
e in un grembo gentil ben mille e spessi
rinascenti desir sempre appagando,
e ne’ graditi e desiati amplessi
l’alma lasciare e i propri sensi in bando:
ed incontrar con desiato affetto
labra a labra, occhi ad occhi, e petto a petto.

50Ma se l’arme lasciare al tuo valore,
coraggioso guerrier, par che disdica
e le leggi seguir vuoi de l’onore,
che del mondo osservò l’usanza antica,
forse largo sentier col nostro amore
t’apre fortuna a nove glorie amica,
e sarian certo più famose in parte
abbellite d’Amor l’opre di Marte.

51Ché tra tanta beltà, tra valor tanto
sol ti mancano, ahi duol, d’Amore i fregi,
che accrescerian l’alta vaghezza e ’l vanto
qual gemma a l’oro a i tuoi famosi pregi.
Punta d’amor, o se sapessi quanto
più la mente s’inalza a’ fatti egregi,
sì come spinti d’amorosi morsi
han più forza e valor leoni ed orsi.

52Di valor no, ma sol d’amor armato
timido cervo battagliar si vide.
Superò mille per l’oggetto amato
gloriose fatiche il forte Alcide.
Palma di strane imprese ha riportato
il gran Teseo con le sue care guide,
e furo ancor con somma gloria amanti
d’Artù e di Carlo i cavalieri erranti.

53Vint’hai, no ’l nego, il gran terren diviso
da l’Idaspe, dal Gange e da l’Eufrate,
sendo ogni forte esercito conquiso
a l’apparir de le tue squadre armate;
pur, se credi al mio dir, forse t’aviso
gloria più degna e imprese più lodate,
ed impero maggior, palma superba,
alto guerrier, ché il nostro amor ti serba.

54Che se volt’hai per eternar tuoi vanti
a chiarissime imprese il gran desio,
gorgonei scudi e bei corsier volanti
son per te riserbati in poter mio;
arme con strani e disusati incanti,
che Sisostre portò dar ti poss’io,
e d’acqua tal sarai le membra asperso
che non fia che t’offenda il ferro avverso.

55Onde il Siro, l’Ibero, il Mauro e ’l Dano
non pur soggiogherai con sì bell’arte,
ma la grande region, che l’oceano
tra pelago infinito asconde e parte.
Saran da te, pur senza armar la mano,
le nemiche falangi e rotte e sparte,
e non fia che la strada a te s’asconda
d’aprir gl’incanti onde l’Egitto abbonda.

56A i colpi altrui, quasi marmoreo tetto
l’elmo e l’usbergo tuo saran costanti,
ed a la luce del tuo brando eletto
gli eserciti nemici andran tremanti;
gli avversi muri al tuo fatale aspetto
senza assalto cadranno aperti e franti,
e potrai ratto più che lampo o tuono
mille mondi atterrar, se mille sono.

57Così con tal d’amor dolce consiglio
facile a mille imperi avrai la via,
ogni affanno schivando, ogni periglio,
ch’or l’alma cieca ne l’honor oblia:
Cosi gustar d’alcuno amato figlio
potrai novi diletti, il qual poi fia
ne la rara beltà, che ogn’altra eccede,
e nel valor e ne l’imperio erede.

58Ei del bel viso, e de l’aurate chiome
ritratti avrà, tuo vivo esempio, i fregi,
e in fare i regni e le provincie dome
vedrai com’esso il tuo valor paregi.
Sarà dolce l’udir di padre il nome,
sarà dolce il guidarlo a fatti egregi:
e amorosa dolcezza avrai ben spesso
allor che in lui vagheggerai te stesso.

59Ma che parlo, infelice? e infingo e serbo
i dolori de l’alma atroci e rei,
e ti scorgo, ahi dolor fiero ed acerbo,
spreggiar la cortesia de i detti miei?
Tu pur col guardo in contrastar superbo
par che ingrato minacci e prigion sei,
e ad ubidir sì grati imperi a volo
basterebbe, crudel, tal nome solo.

60Sei mio prigione, e mio prigion sarai
se fossi in cielo o tra gli abissi ascoso.
Fuggi, iniquo guerrier, opra se sai
l’alto poter, onde ne vai fastoso.
In un’atra prigion sempre starai
privo d’honor a te medesmo odioso,
bramerai de le stelle e del sovrano
pianeta il lume eterno e sempre in vano.

61Or tu vedi il tuo stato: il bene, e ’l male
tu ben conosci, e miri il tutto a pieno,
e qual ti reca il tuo destin fatale
somma grandezza o vil miseria in seno.
Puoi con imperio a niun monarca eguale
viver in stato placido e sereno,
o star in ima aspra caverna absorto
a le glorie, a le gioie oscuro e morto».

62Così costei parlava, e mezzo i detti
d’infiammati sospir quell’aria empìa,
e nel volto gentil pur vari affetti
nel suo vario parlar dolce scopria.
Come in vaga eloquenza Amor saetti,
ben dentro l’alma il bel garzon sentia,
ma a le dolci quadrella e velenose
la severa ragion lo scudo oppose.

63Scudo nel quale è rintuzzato e cede
il più pungente adamantino strale:
e al nobil cor, ch’ogni fortezza eccede
il pregar langue e ’l minacciar non vale.
Nulla de la prigione ove si vede,
del fallace imperar nulla gli cale;
spreggia i sozzi diletti ed è al sembiante
de le sfere al girar polo costante.

64Le risponde il guerrier: «Se tu protesti,
donna, con folle amor furore insano,
prigione ho il corpo, e se pur vuoi che resti
l’alma prigione ancor t’affliggi in vano.
Sol cortese mi guidi a santi gesti
co ’l benigno suo lume il Ciel sovrano;
esser chiaro ne l’opre, esser oscuro,
esser mesto, esser lieto io nulla curo.

65Ah ben lungi da me vadan per Dio
le finte gioie e i fragili diletti,
che guidan l’alma al precipizio rio
con l’empia scorta de’ fugaci affetti;
né creder che fallace e van desio
o d’Imperio o d’onore il cor m’alletti,
ch’io per darle a Giesù le terre acquisto,
ed è solo onor mio l’onor di Cristo.

66Ma se tu m’ami, ed è il tuo amor sincero,
il mio piacer e ’l mio contento brama,
amo, donna, il tuo amore, e l’amor vero
sol è pago di sé s’altri il riama.
Torna in Babel, né vogli render nero
il bel candor de la tua casta fama,
perche la gloria del pudico onore
è di donna real pregio maggiore».

67Cosi diss’egli, e in lui la donna altiera
torve in tanto fermò le luci irate,
e sospirosa e baldanzosa e fiera
interrotte parole indi ha formate:
«Ben t’esposer ne l’aspra erma riviera
là ne l’Artico mar l’onde gelate:
tartaro iniquo, e ben in te si scopre
de l’alpestre tua patria alpestri l’opre.

68De la bellezza mia già sì gradita
esser pregiossi ogni monarca amante,
ed or sarà ch’un temerario scita
averla vilipesa unqua si vante?».
Disse, e raggirò torva e infellonita,
quasi folgore acceso, il fier sembiante,
e d’atri incendi e spaventose larve
colmò l’albergo, e in lor s’avvolse e sparve.

Un Angelo soccorre Alone e appresta una nave per tornare a Babele (69-80)

69Sgorgò recando un tenebroso velo
dal fumante Cocito orror di morte,
ma saldo stassi, e non ha tema o gielo
ne l’intrepido petto il guerrier forte.
De’ sensi suoi, cosi concesse il Cielo,
furon in Lete le potenze absorte,
e col grave sopor che in lui s’infuse
cadé l’inclito Alone e i lumi chiuse.

70Ma poi si desta, e nove cose ammira
dove attonito il guardo intorno volta.
Sparve il ricco giardino, e muto ei mira
che in ogni oggetto la sembianza è tolta.
E dovunque la vista intorno gira
tra un’isola si vede erma ed incolta,
ma non sa se sia scoglio, isola o monte,
sì sublime ed alpestre erge la fronte.

71E intorno intorno a la sassosa rupe,
c’ha di baratro immenso orrida sponda,
tutta de l’Ocean vien che trarupe
inondando vèr quel rapida l’onda.
Rimbomba entro le sue stridenti e cupe
viscere la voragine profonda,
alto via più che non d’Egitto il fiume,
ch’assordar gli abitanti ha per costume.

72Ed invèr la sonante altiera meta
corre l’onda così veloce e ratta
che non sa se da stella o da pianeta
per occulta cagion sia spinta o tratta.
Solo in un loco riverente e cheta
siede l’onda marina immobil fatta,
ove d’alberi e vele adorna e grave
stassi al lito legata eccelsa nave.

73Qua s’indrizza il guerriero, ed arrivato
Scorge vago garzon, che in guardia siede,
grave ne gli atti, e nel sembiante amato
in dolcezza e vaghezza ogn’altro eccede.
Sparso in lucide fila il crin aurato
su la placida fronte errar si vede;
ridon gravi le luci, e tien accolto
di bellezze un compendio il nobil volto.

74E in vederlo venir con lieto aspetto
a lui sen viene il bel nochiero e dice:
«O dal mondo ammirato al Ciel diletto
de’ campion di Giesù degna fenice,
tu che l’alma di zel, di forza il petto
armato porti, o cavalier felice,
svanir gl’incanti, ove a te grata e fida,
poiché al Ciel confidasti, il Ciel fu guida.

75Or c’hai vinto l’Inferno, a la nemica
città n’andrai di mille colpe ria.
Per tua difesa e per tua scorta amica
il Rettor de le stelle a te m’invia:
Nulla è il periglio e lieve è la fatica,
ma ben lunga sarà l’immensa via:
quanti e quanti da noi pria che s’arrive
mari e regni sian scorsi e seni e rive!

76Perche sian noi là dove esala e fiata
brine pien di furor Borea nevoso,
dove, presa nel ciel via disusata
il sol fa di sei mesi un di noioso,
e d’altri tanti poi notte gelata
reca girando in altro clima ascoso,
e perch’è sempre a l’orizzonte intorno
notte oscura non fa né lieto giorno.

77E questi che a gli abissi a scender vanno
umor de l’ocean veloci e pronti,
del sovrano Motor gl’imperi fanno,
che lor fece natura aperti e conti.
Corrono questi al gran tartaro ond’hanno
l’alta origine loro e fiumi, e fonti,
onde con giro e leggi eterne e rare,
ne fiumi cessan mai, né s’empie il mare.

78Entra in questo mio legno, e in pochi giorni
sotto l’alta Babel fia che ti porti.
Strano sentier farai; farò che torni
teco lo stuol de’ tuoi guerrier più forti».
Così parla, e per quelli aspri soggiorni
vedeansi in tanto i cavalier risorti
quasi da un gran letargo, e desti omai
godean de la ragione i grati rai.

79L’un l’altro mira, e con arcate ciglia
da lo sguardo di quel questo dipende;
tacciono, e da l’altrui gran meraviglia
meraviglia maggior ciascuno prende.
Notano il loco, e in van contezza piglia
alcun di sé mentre al passato attende,
ma guidati dal Ciel tutti ad un segno
ratti ne van là dove è il duce e ’l legno.

80E di stupore e di vergogna oppresso
volgono a pena al gran campione il viso,
e i lor falli d’amor pensano, ed esso
con gentil maestà mosse ad un riso.
Ma del sommo Monarca il santo messo
diede a costor de i gran successi avviso,
e de lo stato loro, e a pien del tutto
fu con breve parlar ciascuno instrutto.

81Fermo lo sguardo, attonito il pensiero
al suo volto, al suo dir ciascuno intese:
e lieto e persuaso ogni guerriero
col suo gran duce a l’alto legno ascese.
Su la poppa il celeste messaggero
assiso del camin la guida prese.
Gonfiano i tesi lini aure seconde,
vola il legno nel mar, mormoran l’onde.

Canto VI

ultimo agg. 2 Maggio 2015 9:40

ARGOMENTO
Varca il Duce co’ suoi l’onde lontane.

Viaggio in nave fino a Babele (1-32,4)

1E già da tergo de gli estrani incanti
l’inacessibil monte era sparito,
e scorrendo miràr, passando innanti,
de la gelata Groelanda il lito.
Opposto a lei di pargoletti erranti
scorsero in schiera un numero infinito.
Sembran fanciulli e pure il veglio volto
han di barba senile intorno avvolto.

2Reggean come destrieri in foggia nova
de le lor capre in sella assisi il freno.
L’arco stringeano e per ferir a prova,
carche di dardi le faretre avieno.
Così scherati van dove de l’uova
de gli augelli nemichi il lido è pieno:
ma stan le grue, per non aver offesa,
i lor parti innocenti a la difesa.

3E s’urtavano al fin con vago assalto
e la turba volante e la Pigmea,
e pien di ancisi e di sanguigno smalto
per la gemina stragge il pian si fea.
Opra la grue gli artigli, il rostro e ’l salto
e la pietra inalzata in giù movea,
ma l’audace pigmeo porge al suo strale
vèr l’alato nemico il moto e l’ale.

4Rise il Duce a tal vista e, gli occhi intenti,
meraviglie maggior vider vicine.
Monte ei mirò che d’aspri geli algenti
sostien nevoso ed agghiacciato il crine,
e nutre vibra fuor fiamme cocenti,
de le falde sassose in su ’l confine.
Mirabil mostro, che in sublime loco
pose l’acqua natura e sotto il foco.

5Fonte quivi non lunge a un colle sopra
scaturir si vedea fumante umore:
calda è quell’acqua e ben talor s’adopra,
ché del ghiaccio natio tempra il rigore:
L’acqua, chi ’l crederia? del foco ha l’opra
e ’l più freddo elemento esala ardore.
Così tempre distorte asconde e serra
a gl’influssi del ciel l’obliqua terra.

6Tra quest’Isola e quella aprir si vede
un angusto sentier di mar gelato,
ma, venendo quel pin, si scioglie e cede
ogni aspro gel de la sant’aura al fiato.
Stan quiete l’onde e de l’instabil sede
il girar voracissimo è temprato,
e già vicini a Magaster son scorsi,
fertil terren di calamita e d’orsi.

7Quivi entra il legno in un immenso mare,
che d’isole infinite il grembo ha pieno.
Stanno in schiere diverse e di dispare
e figura e grandezza esser parieno.
Grande su l’occidente Islanda appare,
ove de gli antri nel temprato seno
fuggir l’inverno a gli abitanti è stile,
che gli antichi nomar ultima Tile.

8Appresso accolta in mar, cielo inclemente
ed ha eterno rigor l’aspra Frislanda.
Ben feconda è di pesci e a varia gente
le sue merci de l’acque intorno manda.
Podalida è d’appresso e a l’oriente
le Fare e lungi non appar Scetlanda,
e la Firmarchia e la Norvegia lunge
l’infinito Ocean cela e disgiunge.

9L’Orcade poscia a l’oriente ha scorte,
l’Ebride passa e de l’Ibernia il lito;
fertile è d’erbe e popol vago e forte
accoglie e grato ha de le sfere il sito:
Lago v’è qui dove non giunge morte,
se pure il ver d’antica fama è udito,
e un antro usa mostrar con gran prodiggi
de la sacra giustizia alti prestiggi.

10Dietro a questo terreno in parte ascosa,
L’Anglia su l’occidente appar coperta,
e de gli erranti cavalier famosa
la Cornovaglia in mar sola è scoperta.
L’isolette Sorlinghe alquanto erbosa
mostran qui la lor chioma alpestre ed erta,
e su l’orto nel fin giace di costa
la Bertagna de’ franchi a l’Anglia opposta.

11Lungi sen va, né di Brieste il porto,
né le Galliche piagge il legno tocca,
né mirar può come ondeggiante e torto
Ligeri fluttuando al mar trabocca,
come da l’Ocean Carente è absorto,
come Garonna a l’onde false sbocca,
e come i Franchi ciascun lido intorno
di città torreggianti han fatto adorno.

12Il capo entro le nubi e l’oceano
l’alta Pirene e l’aspra Asturia asconde.
Siegue Galizia, ove il gran duce ispano
le genti ad onorar vengono altronde,
ove sono concetti al fiato estrano
i veloci corsier d’aure feconde.
Qui Finisterre e poi Baiona è apparsa,
di minute Isolette intorno sparsa.

13Poi Viana e Possenda a dietro lassa,
ove su ’l mar la Lusitania siede,
e dove Deuro mormorando passa
e quinci Porto e quindi Ovar si vede.
Del Mondego a le sponde indi trapassa,
Boarco e Pedernera indi succede.
Berlinga poscia in mezzo al mar si posa,
e nel capo Ciscais Bela famosa.

14Poscia di nome e di ricchezza altiero
sgorga il Tago nel mar l’onde correnti.
Lisbona ha qui ne l’ocean l’impero,
madre d’eroi di vera gloria ardenti.
Vantansi aver per genitor primiero
il grand’Ulisse e mostran ben le genti
in girar, in varcar l’ondoso regno
di quel saggio guerrier l’arte e l’ingegno.

15Passa il legno Albuferia e poi rimira
Cenzimbra e ’l sacro promontorio innante,
che scorge il mar là d’onde Africo spira
del sostegno del ciel superbo Atlante.
D’Ercole a manca il termine si mira
con le mete prescritte al navigante,
con le mete, c’ha poi rotte e spreggiate
con l’audace valor la nova etate.

16I regni, ove imperar Bocco e Siface
scorrendo in tanto a discoprir si viene:.
D’elefanti e leon terra ferace,
colma di mostri e di diserte arene.
Dopo Sala e Tanger, Madera giace,
ch’opposto il capo a la gran Fessa tiene,
e di bei frutti e d’alte biade abbonda,
che l’atlantico mar bagna e circonda.

17Non lungi è il suol, dove diè forza spesso
l’antichissima madre al figlio Anteo,
ma ne i campi de l’aria alzato e oppresso
da le braccie d’Alcide al fin cadeo.
Isola poi si vede eguale appresso
per le fiamme e le nevi al giogo etneo.
Le Canarie son qui, che Fortunate
Isole già chiamò la prisca etate.

18Sono opposte a Marocco e cosi grato
spiega a queste i suoi raggi il ciel clemente
ch’ivi l’alme de i giusti in un beato
viver gia collocò l’antica gente.
Doppo Sala, ed Argin lungi è mirato
l’ampio diserto de la Libia ardente,
dove d’Ercole il drago al fiero aspetto
ingoiando la terra il mar fu detto.

19Lungi tra l’ocean mal si vedea
la schiera de l’Esperidi rinchiusa,
ove in sasso cangiar gli altri solea
col sembiante fatal l’empia Medusa.
De le Garze a l’incontro Africa avea
la spiaggia in sirti e scogli aspra e confusa;
v’è Tongambuto e de’ suoi rivi altero
par che contra Nettuno accampi il Nero.

20Sembra di fiumi un stuol, vario si stende,
e per vario sentier s’aggira ed erra,
ed inonda qual Nilo e fertil rende
de gli Etiopi l’arenosa terra.
L’ampia Guinea nel suo confin s’estende,
che pregiati metalli asconde e serra,
ove rendere Apollo ha per costume
atro e nero ogni aspetto al troppo lume.

21Melli v’è qui di ricche merci altiera,
ma di selve confuse ombrosa e spessa.
E Mapan su l’accesa aspra riviera,
e ’l capo de le palme indi s’appressa.
Isola sotto l’Equator stes’era
detta di san Tomasso e incontro ad essa
giace l’altra del Prence e intorno estenso
v’è di regni diversi un golfo immenso.

22Indi è il capo di Siera e poscia viene,
terminando Guinea, l’ondoso Zare,
che colmo di Tritoni e di Sirene,
a la vasta larghezza agguaglia il mare.
D’oro abbondante e d’infiammate arene
il gran regno di Congo appresso appare,
di Camboa quivi è il porto e Zebilmonte
nubiloso a le stelle oppon la fronte.

23Tra l’adusto terreno, aspro e petroso
diserto si vedea scorrendo innante,
dove percote l’ocean ondoso
d’Arca superbo le sassose piante.
Lungi presso a l’arene appar ascoso
Comisa lago e giunge al mar sonante
Dangora fiume, u’ il capo è de la speme,
che l’errante nocchiero e brama e teme,

24perche qui con estrano alto rimbombo
ogni refugio, ogni riposo è spento;
s’alza l’acqua a le stelle e poscia a piombo
apre il varco agli abissi in un momento.
Sopra il lido spumante orribil rombo
fa di varie region soffiando il vento,
e l’aria e ’l mare eterno orror confonde,
con perpetuo pugnar di venti e d’onde.

25Passa il legno securo e a terra mira
minacciar, fatto veglio, il fiume Infante:
e tra l’Orto e la Borea il corso gira,
e le Remore lascia in vèr Levante,
là dove Aereo predator si mira
sollevar con gli artigli alto elefante
(strana forza) e poi scorge il Nago dare
ampio tributo di sue linfe al mare.

26Presso i rigidi monti è il rio del Lago,
indi Madagescar è in vèr gli Eoi:
isola è questa e mostra aver l’imago
di novo mondo a gli ampi giri suoi.
Gravida d’oro, ond’ogni petto è vago,
Cefala è appresso e Mezambiche è poi,
e diverse isolette indi apparieno
d’ampie vene d’argento ingombre il seno.

27Sta l’altiera Quiloa presso a Tabiva,
di ricchezze ripiena e d’arme e gente.
L’abbondante Melinda in su la riva
par che lieta vagheggi il sol nascente.
A la gran Madagasso indi s’arriva
d’elefanti, corsieri e d’or potente,
e d’Aromata il promontorio è innante,
onde pallido fugge il navigante.

28L’Isola Zocotera al Rosso mare
con alpestre terren sul varco è posta,
e Caria lungi mezzo l’onde appare:
ne l’arabica riva incontro opposta.
Ricca di piante ed odorate e rare,
e d’un placido april l’aria composta
giace l’Arabia, ove l’augel si pasce
ch’unico in se vivendo e more e nasce.

29Resta dietro Materca, e poi si mira
di ben mille Isolette un capo avvolto,
ed a queste vicina appar Mazira,
Resalgalti dopo lungi è non molto.
Ad angusto sentier quivi s’aggira
il legno, e al sen de’ Persi il corso ha volto.
Moscheto è a manca e a destra appar Calara,
che con stretto sentier l’onda separa.

30Gonga, Laron, Alochestan è intorno,
dove l’isola Ormus circondan l’onde.
Quivi le conche in placido soggiorno
stansi di rare perle il sen feconde,
Mentre, che aperte a l’apparir del giorno
il bel seme d’ambrosia il ciel l’infonde,
e ben prodotto il nobil parto pare
con gradita union di cielo e mare.

31Ne l’arabica riva è un stuol disperso
d’isole, e incontro Vendican si vede.
Oltre và il legno e al fin del grembo Perso
ne l’Arabia diserta Azichia siede.
Scorrer mirasi Eufrate al lido avverso,
ov’ha la sua spumante argentea sede.
Febo fra tanto a l’ocean s’ascose,
e fine al giorno ed al camin s’impose.

32Perché per un contrario sentiero,
del rio Mesopotan varcando l’onde,
giunser dove Babelle il capo altiero
de le gran moli entro le nubi asconde.
Calansi allor le vele e ’l gran nocchieroL’Angelo racconta delle origini e della potenza della magia di Bessana (57,6)
appressa il legno a le sinistre sponde,
ove di bianchi e vaghi marmi eretto,
inalzar si vedea non umil tetto.

33Quel poi cosi ragiona: «In questo lito,
duce sovran, co’ tuoi guerrier starai,
ove albergo più fido e più gradito,
che nel palaggio di Bessana avrai,
fin che su l’Ocean sarà apparito
il primo albor de i matutini rai,
perché dopo vedrai lungi non molto
il fedel campo, ove sarai raccolto».

34Scende il Duce dal legno e lui seguiro
il nocchier santo e de gli eroi la schiera.
Entraro al vago albergo e poi saliro
per adorne ampie scale in sala altiera.
Splendea di faci, e ben ornata in giro
si vedea di pitture, e in mezzo v’era
di bianchi lini in vaga guisa estensa
con dolcissimi cibi altiera mensa.

35Ciò, che la terra e ciò che il mar produce
e ciò, ch’arte sa far, quivi si vede,
e ciò che fa con la feconda luce
il bel raggio del sol, ch’ogn’arte eccede.
Quivi con gli altri eroi l’invitto Duce
s’asside e ’l santo messo in ricca sede,
e servia pronto a la gran mensa intorno
di paggi un stuol, di ricche vesti adorno.

36Ma poiché al fin co’ grati cibi foro
le lor brame native e paghe e spente,
e ravvivar l’usata forza loro
del fragil corpo la virtù cadente,
il sacro messagier del santo coro,
colmo d’alti pensier l’eccelsa mente,
grato al duce maggior l’aspetto volse,
poi con saggio parlar la lingua sciolse.

37Diss’egli: «O tu che come il braccio e ’l petto
mostri in sì molle età l’alma costante,
e pugnato hai sin or con caldo affetto
con l’impudica ed ostinata amante,
s’ella con l’armi del suo dolce aspetto
mosse assalto crudele al senso errante,
tu raffrenando gli appetiti hai resa
la ragion vincitrice in ogni impresa.

38E ben per questo hai tu gloria maggiore,
sendo più grave di tal guerra il pondo,
che di mille duelli aver l’onore
e superar con schiere armate il mondo.
Quello è gran capitan che con valore
vince l’insidie d’un parlar giocondo,
e quel sol dir si può monarca vero
che su i propri desiri ottien l’impero.

39E ben si duol, ch’è superata e vinta
dal tuo sommo poter l’empia Bessana,
che t’assalì con dolci preghi spinta
d’amoroso furor l’alma profana.
Fur vani i dolci incanti, ed or s’è accinta
a guerre e a morti, e vuol provare insana,
ardendo contra te d’ira mortale,
s’a la forza de l’alma è il corpo eguale.

40Arme essa appresta ed incantate squadre,
l’amoroso desir volto in furore;
ma da l’alto apparecchia il sommo Padre
la milizia celeste in tuo favore.
E se pria l’apparenze e orrende ed adre
vinse, spregiando il tuo sovran valore,
or l’empie schiere dal tuo braccio vinte
per non sorger mai più cadranno estinte.

41E voi guerrier, ch’a la famosa impresa
il valoroso capitan seguiste,
e ne la rete a vostri danni tesa
d’alma e di corpo prigioner veniste,
or che la prisca libertà v’è resa
non lasciate il sentier che pria smarriste,
però che il Cielo il tutto scopre e mira,
ma non sempre con voi benigno gira.

42E con vani desir non confondete
de la mente tranquilla il bel sereno.
Resti Bessana in sempiterna Lete,
che v’ingombrò di sozze voglie il seno.
Chi sia Bessana voi cristian sapete
con vostro alto disnor, ma non a pieno,
e de gli inganni e de gl’incanti suoi,
e l’origo e ’l progresso è ignoto a voi.

43Costei, bella di corpo, empia di core
il famoso Alderan ebbe già zio,
il famoso Alderan, del cui valore
mai non avrà la prisca etade oblio,
che togliere ad Apollo il suo splendore
parve, e farlo al girar pigro e restio.
Sfidò le stelle e l’aria e ’l ciel commosse,
tutto ad un tempo e la gran terra scosse.

44La sua morte previde, ed egli, ch’era
temerario e superbo oltre misura,
e si credea con la sua mente altiera
esser fatto Signor de la natura,
sen dolse, e pensò scaltro ogni maniera
per evitar vostra natia sventura.
Ma che pro se con morte ostar non vale,
perché ha termine al fin possa mortale?

45Risorse al fin, perche disnore avea
l’empio che il mondo il suo morir sapesse,
procurar con un’arte, ahi troppo rea,
come quest’onta traviar potesse.
E perché degna ed atta ei la vedea,
questa nepote al fier disegno elesse
ond’egli un dì cinto di mostri e larve
in camera romita a quella apparve.

46Potentissime note ei susurrando,
gli occhi girava orribilmente accensi,
stretto e ignudo tenea la destra il brando
e ne i fianchi egli avea duo veltri immensi.
S’atterrì la donzella e paventando
tremò confusa e in lei smarirsi i sensi,
ma l’affida il gran mago e i timor suoi
acquieta alquanto e le ragiona poi:

47- Figlia morir conviemmi, è giunta omai
l’ora che stabilì Parca inclemente.
Morrò, ma tu diletta indi sarai
fido sostegno a l’onor mio cadente.
Tu cara mia, tu mia fedel, ch’avrai
l’eredità del mio valor potente,
e godo sol che poi ch’io sarò morto,
nel tuo bel corpo sembrerò risorto.

48Or ecco il ferro, immergilo al mio petto,
e tal chiara virtù Bessana vuoi,
e ’l viso tuo nel mio canuto aspetto
al tuo voler trasmuterai dopoi,
e di mia veglia età l’empio difetto
s’adempirà co’ bei verd’anni tuoi -.
Così ragiona, e poscia il gran disegno
distingue e piega il pargoletto ingegno.

49E l’ammonisce ancor, che non adopre
incanto alcun col suo femineo volto,
e che il manifestar di sì grand’opre
resti mai sempre in cieco oblio sepolto,
ché s’avverrà giamai che ciò si scopre,
essa viver dopoi non potrà molto.
Indi un libro le dona e a parte a parte
l’espon del saper suo la possa e l’arte.

50Ma la crudel, benché fanciulla ancora,
come a grandezza tal chiamar s’udio
non aspettò che terminasse allora
l’ultime note il suo dolente zio,
che strinse il ferro e senza più dimora
dispietata e superba il cor gli aprio.
Cade Alderano a piè de l’empia e langue,
e sparge e versa in un lo spirto e ’l sangue.

51Corrono allora e adopran ratti i cani
sopra il corpo infelice ingordo il dente,
e ’l divorano a un punto a brani, a brani,
e per l’aria dapoi fuggon repente.
Ma la donzella disusati e strani
spirti e virtù deste nel petto sente:
vede sorto nell’alma alto valore
e s’ammira, di sé fatta maggiore.

52Così, se fu molle fanciulla innanti,
or sa convocar l’ombre orrende ed adre,
e sa guidar di cieche larve erranti,
fatta Duce infernal, falangi e squadre.
Fa con l’aspetto d’Alderan gl’incanti,
poi per Bessana si palesa al padre,
e crede ognun, di tal contezza privo,
che il gran mago già morto ancor sia vivo.

53E la bellezza e ’l gran saper profondo
hanno a gara in costei possa e valore;
e l’onora e l’ammira il cieco mondo
con desir, con vaghezza e con stupore.
Mortal non è che del suo giogo il pondo
non senta, or con violenza or con amore,
mentre l’altiera con suo doppio vanto
adopra or la bellezza, ed or l’incanto.

54Ed or l’assedio di Babel vedendo,
volle che tregua il genitor facesse,
ed ella esser ostaggio, a lui fingendo
di quel suo finto zio strane promesse.
Venn’ella al campo e come poi ridendo
ingannevoli lacci orditi avesse
testimonio verace è il vostro core,
ch’arse indegna beltà d’impuro ardore.

55Sapete ancor, che voi più degni amanti
l’ultima sera a se chiamò cortese.
Stolti correste a lei, né alcun innanti
il venir del rivale ebbe palese.
Ivi, per opra degli usati incanti,
con catene maggior vi avvolse e prese,
e per l’aria con voi tolse il sentiero
a quel freddo del mondo aspro emisfero.

56Poi per lo forte Alon d’amor insano
avendo il cor tra duri lacci avvinto,
il condusse in quel loco ignoto e strano,
col fallace pugnar del guerrier finto.
Or pietoso v’addita il ciel sovrano,
rotto di quell’incanti il laberinto,
la strada de l’onor segnata in pria
e de la grazia la smarrita via».

57Così parlava e con le viste intente
stavan quelli al suo dir muti e ammirati,
mentre con l’ale de la vaga mente
a l’empirea magione erano alzati,
del gran messo divin col guardo ardente
di santissimo amor tutti infiammati.
Ma le luci tenendo in lui più fisseL’Angelo svela la propria identità, poi scompare (57,7-64)
sciolse la lingua il sommo duce e disse:

58«Spirto divin ch’al nostro immondo seno
desti puri desiri e santi ardori,
e conoscenza e penitenza a pieno
porgi de i vani giovanili errori,
deh prega il Ciel che largamente sieno
sparsi in noi di la su gli alti favori,
però che il Ciel benignamente suole
porger l’usata aita a chi la vuole.

59Ma se basso pregar cotanto vale,
il nome e cl grado tuo saper desio,
c’hai mezzo de l’esercito immortale
de gli alati guerrieri intorno a Dio.
O pur alma sei tu, che da la frale
mortal soma disciolta al ciel salio?
Dillo, che drizzerem noi più divoti
al tuo nome, al tuo nume altari e voti».

60Così parlava, e cl santo messaggiero
volse intorno a color più vago il viso,
e fatto un sol più luminoso e vero,
folgorò vagamente a l’improviso.
Del celeste sembiante al raggio altiero
cade ciascun intorno a lui conquiso,
e s’ingombrò quell’ampio albergo adorno
di mille raggi e mille fiamme intorno.

61Intanto con celeste alta armonia
questo parlar tra lo splendor s’intese:
«Son Raffael, ch’al giovane Tobia
fui guida un tempo per estran paese,
ed or per lunga e disusata via
volse che a voi sia scorta il Ciel cortese»,
disse, e in quel punto raddoppiare apparve
il suo lume, il suo raggio, e tacque e sparve.

62E nel suo dipartir strada splendente
tempestata lasciò d’odore e lume,
come legno nel mar lascia sovente
l’onde partite e le canute spume.
Con voci pie la valorosa gente
stassi umile e divota oltre il costume,
e fugito colui quasi baleno,
i suoi vestiggi riverisce almeno.

63Con dimesso parlare umil preghiera
e d’accenti interrotti udiansi intanto
sin dentro il cor la valorosa schiera,
avvampando d’ardor celeste e santo.
Ma perché l’atra notte ognor più nera
steso avea già per tutto algente il manto
volean col sonno, in pro del corpo stanco,
porger pace a le cure o tregua al manco.

64Scorrono allor per quel pomposo tetto
a varie stanze e varie sale intorno,
e si vedea per ogni albergo un letto
di mille fregi e mille pompe adorno.
Quivi a le lasse membra alto ricetto
volse dare ciascun, fin che ritorno
ne l’indico ocean facci l’aurora,
che l’erbette inargenta e i monti indora.

Canto VII

ultimo agg. 3 Maggio 2015 13:19

ARGOMENTO
Nota in sogno il guerrier Roma e Babelle.

Alone viene portato in Cielo da Raffaele in sogno (1-20,4)

1Già la notte gelata inver Ponente
il suo carro stellato omai volgea,
e perle di ruggiada in Oriente
l’alma stella d’Amor sorta spargea.
Mormorava per tutto aura ridente,
che tra fronde e tra fior l’ale scotea:
ed erravan de l’alba a l’ore brevi,
gli altrui sensi legando i sogni lievi.

2E dolce quiete gli animai prendieno,
o s’ascondan tra rami, o in tana oscura.
e su l’Eufrate i cavalieri avieno
sommersa in Lete ogni noiosa cura,
ma del grande intelletto entro il sereno
da le larve de i sensi e sciolta e pura,
gravida di pensier, diverse forme
l’alma in essi figura e mai non dorme.

3Come forman talor nubi volanti,
ch’or si meschian tra l’aria or van disperse,
strane figure ed orridi sembianti,
che son guasti da poi da l’aure avverse,
cosi ne l’alma le fantasme erranti
apparenze tra lor varie e diverse
fingean, per le gran cose intese e viste,
di piacer, di desir confuse e miste.

4Ma il capitan, che verso il cielo alzava
di sue grazie bramosa ognor la mente,
in cui l’eterno Sole alto vibrava,
quasi in puro cristal raggio splendente,
mentre in quel dolce sogno oppresso stava
l’alta gloria celeste avea presente:
e ’l sopor e la luce altiera ed alma
eran vari diletti al corpo e a l’alma.

5Ma voi, che per antica innata usanza
aggirate le sfere, eterne menti,
e de le stelle in sempiterna danza
i bei moti regete, or presti or lenti,
s’audace il mio pensier se stesso avanza,
ergete or voi le sue virtù languenti,
onde prendendo verso il Ciel la strada,
Dedalo non s’impenni, Icaro cada.

6Dormiva, e in sogno il capitan videa
in uno ameno loco esser traslato,
ove sotto il suo piè lieto ridea
con bei fiori di stelle immenso prato.
S’aggirava scherzando e far parea
dilettosa armonia nettareo fiato,
e spargea l’aer chiaro oltre il costume,
quasi puro cristal, candido lume.

7Ma più vago splendor lungi si vede,
e più rara armonia formar si sente,
dove superbo un nobil tempio siede,
di chiarissima luce intorno ardente,
che in vaghezza, in grandezza e in arte eccede
il caduco pensar d’umana mente.
Strano è l’ordigno e son ben vili innanti
a l’eccelsa materia oro e diamanti.

8Statue d’alto valor vedeansi fuori,
obelisci superbi, archi trionfali,
ove pendean di verdeggianti allori
corone innumerabili e immortali.
E in leggiadra armonia lumi e colori
si confodean, diversamente eguali,
e vagamente la pomposa mole
tramutata parea tutta in un sole.

9Sole ch’alletta sì, ma non offende
cupido sguardo che il vagheggia e mira.
Stupido il duce il vago loco attende,
e ’l canto osserva e lo splendore ammira,
e vèr dove il bel tempio alto risplende
desioso e veloce il passo gira.
Giunse e ne la più ricca ornata porta
rimirò la sua diva antica scorta.

10Rimirò Raffael, che in Paradiso
risplendea con sembiante assai più vago,
e con più lume, lampeggiando un riso,
fea di santi diletti ogni cor pago.
Era al nobil candor del santo viso
la chiar’alba ridente oscura imago:
ed a le gote ed a le luci belle
eran vili sembianze aurore e stelle.

11De le bell’ale sue l’aurate piume
parean di color mille un ciel dipinto,
pare a l’augel c’ha di portar costume
l’occhiuto capo del custode estinto,
o pare a l’arco che il reflesso lume
del gran Pianeta entro le nubi ha finto.
E con leggiadri e tremoli splendori
fanno un misto gentil lume e colori.

12Ma la pompa celeste orna e non toglie
de lo spirto divin l’imago antica,
e vedendo il guerrier lieto l’accoglie
con grati detti e con sembianza amica.
«Guerrier (dicea), se l’incantate soglie
e del gelido mar l’onda nemica
meco varcasti, or più felice e fida
per l’eterna magion ti sarò guida.

13Né creder che sei tu nel cieco e frale
d’elementi incostanti instabil mondo,
ché poggiasti nel Ciel, dove non sale
alma cui de la carne aggrava il pondo.
Questo è il tempio d’Iddio, stuolo immortale
l’onora qui d’umane colpe mondo,
e de l’eterno Sole a i raggi ardenti
tengon, aquile invitte, i lumi intenti.

14E accampa in questo ciel del sommo nume
l’esercito invisibile ed alato,
ove par ch’ogni spirto arda ed allume
di santissima fiamma, amante amato».
Così diceva, ed ammirando il lume
e ’l celeste concento e ’l tempio ornato,
e l’angelico odore e ’l santo viso
stavasi Alon con guardo immoto e fiso.

15Sfavillando di poi di santo amore
la celeste sua guida entro il conduce.
«Entra (gli dice), se del gran Motore
vuoi la gloria mirare, invitto duce,
or che l’alta bontà ti diè valore,
ch’abbagliato non resti a tanta luce».
Entrò quello e stupì con mirar tanti
vari lumi, alte pompe e sacri canti.

16E ’l tetto e ’l suol con pregi opposti e pari
vibran scambievolmente aurei folgori,
e mandan mezzo a lor con fregi rari
trasparenti colonne, almi splendori.
Fumano qui sovra ben mille altari,
de l’Arabia più degni, incliti odori,
e in mille cori replicar s’udia,
con celesti concenti, alta armonia.

17Ma là dove ogni lume e pregio siede,
in un loco più raro e più riposto,
con pompa stan, ch’ogni intelletto eccede,
duo grandi altari un contro a l’altr’opposto,
e mezzo a questi un’altro altar si vede
con maggior lume e più vaghezza posto,
e d’arte e di ricchezza e di lavoro
ciò ch’è sparso per mille, unito è in loro.

18Ma come in ogni altar sempre si mira
di divota pittura eccelsa imago;
così sol qui per ogni altar s’ammira
pomposo speglio, luminoso e vago.
Qua giunser questi, e mentre il duce aggira
l’occhio per tutto curioso e vago;
il gran duce divin le luci fisse
a quelli tre più degni altari e disse:

19«In sì bel tempio ed in cotanti altari,
ove tanti son sparsi e lumi e fregi,
con armonia celeste ed honor vari
del sovrano Motor lodansi i pregi.
Ma in questi tre, che son più degni e rari
e di splendori e d’ornamenti egregi,
lodan gli spirti più felici e santi
de l’eterno Monarca i più gran vanti.

20L’un di giustizia e l’altro di clemenza
sono trofei de la bontà superna:
e in quel di mezzo è l’incorrotta Essenza
de la verità stabile ed eterna.
Ma guata omai questi gran spegli e senzaAlone ammira tre altari istoriati con storie di re ingiusti e Papi gloriosi (20,5-112)
più dir, fia che da te ben si discerna
ciò che mai non sarà, che a pien distingua
col caduco suo dir creata lingua».

21Così diss’egli, e i sacri detti allora
comprese il duce e l’ubbidì repente,
e nel vetro fisò, dove s’onora
la giustizia del ciel, l’occhio e la mente.
Intento Alone a contemplar dimora
un gran pian, ch’ivi appar verde e ridente,
ove cittade altiera oltre il costume
divisa rimirò da un ampio fiume.

22O come oscura e minacciosa e nera,
quasi Dite novella, era a l’aspetto,
e con voci di sfinge e di chimera
urli mandava ogni sua torre e tetto!
Alte sorgon le mura e in mezzo v’era
portentoso ed immenso albero eretto;
ampie ha le foglie e a la Città la luce
del sol invola e cieca notte adduce.

23La gran selva d’Ardenna unqua non fece
a tal pianta infernale alberi eguali,
ove sol si vedean, d’augelli in vece,
abitare ed errar spirti infernali;
e foco e fumo di solforea pece
vomitavan d’intorno e battean l’ali:
e tra suoi rami con orrendo strido
si vedean gli empi mostri accolti in nido.

24Ivi con tetra e viperina fronte
Aletto iniqua a coltivarlo stava,
e d’Averno e di Stigge e d’Acheronte
le fetid’onde intorno a quel versava;
e con le mani, al male oprar sol pronte
il suo sozzo terren sovente arava,
ed attendeva ognor, che al ciel sovrano
poggi l’orrida pianta e sempre in vano.

25Ivi frutti non già, ma stansi fiere
con sembiante infernal genti feroci.
Tengon scettri e corone oscure e nere
torv’il ciglio, aspr’il volto, il guardo atroci
Con muto minacciar vibrano altiere,
sol intese da l’occhio, orride voci,
mentre ravvolgon con ingiurie ed onte
verso il Cielo inimico empia la fronte.

26Per la pianta infernal, che al ciel sorgea,
alto stupore il sommo Duce accolse:
e a la guida immortal, che seco avea
curioso lo sguardo indi rivolse.
Quella, che aperto il suo desir vedea,
la sacra lingua in questi detti sciolse:
«Il gran fiume che miri è l’alto Eufrate,
e quella di Nembrot l’empia cittate.

27Questa è Babel d’ambizione umana
antico esempio e simulacro altiero,
che con culto infernal tenta profana
reger la terra e dominar sul vero.
Sovra i monti non sol, non solo insana
tenta pur sovra l’aria erger l’impero;
ma con le moli sue, quasi con braccia,
a le stelle s’estende e ’l Ciel minaccia.

28E minaccia, ed ardisce e par Briareo,
che il regno de le stelle assalir tente.
Ma se vinta e percossa ancor cadeo,
con l’honor de le torri, ella sovente,
poi sorse contro il ver, qual novo Anteo,
o qual d’empie cervici idra nascente,
o qual mar che se rotto a un scoglio cede,
indi più gonfio ad assalirlo riede.

29E cadendo e sorgendo ancor non vinta
da la possa del ciel vuol, che si scerna.
Ma ne la pugna disegual, distinta
via più risplende la bontà superna,
onde vuol Dio che in questo altar sia finta,
quasi trofeo de la giustizia eterna.
Ma se mirar gli empi misfatti vuoi,
nota l’orrida pianta e i frutti suoi.

30I frutti sono i suoi gran re, che fieri
chiuser de l’alma al divo Sole i lumi,
ed orgogliosi e contra il vero altieri
erser tempi ed altari a finti numi,
e di sangue formaro empi guerrieri,
del buon popol di Dio torrenti e fiumi.
Anzi un tentò con voglie audaci e felle
poggiar al Cielo ed ìrritar le stelle.

31Questi Nembrotte fu, che stolte genti
per fabricar superba torre accolse:
e quasi occupator de gli elementi
contra la sfera a guerreggiar si volse.
Ma Iddio, con variar gli usati accenti,
lo stolto uman pensier deluse e sciolse
ed esse errando in ogni clima estrano
sparser lingue diverse e culto insano.

32Onde qui con ragion siede il primiero,
pien d’orgoglio e furor, frutto si grande:
dove saldo via più l’albero altiero
co i suoi gran rami si dilatta e spande.
Nino v’è poi, che de i Caldei l’impero
ornò di vincitrici alte ghirlande,
ed idol novo e novo culto ha finto
sacrifici porgendo al padre estinto.

33Dal sembiante viril vedi, che spira
alto desio di dominar costui,
né meno gonfia d’alterezza e d’ira
la gran moglie orgogliosa è presso a lui.
D’acciar si copre e ’l mondo ancor l’ammira
perché finse altamente il sesso altrui,
e lasciva ed invitta il vasto impero
di regni accrebbe e di misfatti altiero.

34Semiramide ha nome e se in valore
ben superò del gran consorte i vanti,
ancor andò ne l’impudico ardore
ad ogni belva, ad ogni sesso innanti.
Successori a l’impero ed a l’errore
nota presso a costei Regi cotanti,
e intorno a lor tartarea puzza, ed ombra
l’aria e ’l cielo e la terra infetta e ingombra.

35L’ultimo è quel, che de le giuste stelle
irritò contra sé l’influsso irato,
mentre sozzo ei vivea tra le donzelle
di molli vesti indegnamente ornato.
Ben armò l’infelice il braccio imbelle,
da i suoi rubelli a guerreggiar destato:
ma tra pira mortal, poich’altri il vinse,
i suoi tesori e se medesmo estinse.

36Cosi questi cessàr, ma d’altri inesti
mill’empi frutti germogliar fra poco.
Sennecherib e Merodac son questi
Fulassar, Salmanzar, Evil, Beloco,
barbari al nome e più barbari a’ gesti,
che la Siria ingombràr di sangue e foco:
e per tutto infettar di stragge ebrea
la Samaria dolente e la Giudea.

37Or mira quel, che più spietato e fiero
mostra il sembiante e minaccioso il volto,
e quasi nuvol portentoso e nero,
alto folgor di sdegno ha in petto accolto.
Guerreggiando costui l’ingiusto impero
con l’altrui gran ruine accrebbe molto;
arse Sion e del suo cener feo
de l’inique vittorie empio trofeo.

38Nota l’ultimo frutto, in cui si mira
sembiante di uom di mille colpe rio,
da cui mossa dal ciel la nobil ira
volse al fin dar a tanti errori il fio,
perché, mentr’ei vino e lascivia spira,
altro onor non curando ed altro Iddio,
pose i bei vasi in uso vile ed empio,
che tolse fuor del sommo Nume al tempio.

39E quei vasi, ove offriro al Ciel sovrano
i gran servi d’Iddio pietosi odori;
or che in mensa adoprolli il re profano
ministri fur di scelerati errori.
Quando ecco appar prodigiosa mano,
ch’atterrì mille aspetti e mille cori,
e in caratter fatal lasciò descritto
contra l’empio signor l’orrido editto.

40Cade allor, vinto dal Persian valore,
l’iniquo Re con la Città superba,
che de l’alte sue torri il vano onore
indi oppresso mirò d’arena e d’erba.
Varie leggi soffrì, vario signore,
molti e molti anni in servitute acerba:
finché di mitre scelerate adorna,
contra il Ciel orgogliosa erse le corna.

41E questo avvenne allor che legge vana
diede Macone a Saracina gente:
onde ingombrò religion profana
la Numidia, l’Egitto e l’Oriente,
ch’una fede fondò la setta insana,
contra il vero orgogliosa e miscredente,
de’ successori di Macone infido
in questo d’ogni errore albergo, nido.

42Califfa ognun si chiama, e quasi altiero
nume a scorno del Ciel l’Asia l’onora,
e come in Roma il successor di Piero
de l’iniqua città l’empio l’adora.
Nel culto del rettor celeste e vero
esser vuol Belzebucco emolo ancora,
e con finti profeti e sacerdoti
brama, a gara del Ciel, preghere e voti.

43Mira quel ramo, ove l’annose braccia
l’infernal pianta in ver le stelle estende,
ove adornan color l’altiera faccia
d’orride mitre e di ritorte bende.
Ciascun col fier sembiante il Ciel minaccia
e ciascun biastemando il Ciel offende,
il Ciel, che vista un’empietà cotanta,
di fosco velo i lumi eterni ammanta.

44E notte qui di sempiterno errore
il suo lume negando Apollo adduce.
Ma poiché quivi adopra il cieco orrore
ciò che altrove fa il sol con l’aurea luce,
questa pianta infernal sempre maggiore
al ciel s’estende e frutti ognor produce,
e radice ognor fa salda e profonda
sin dentro Stigge ove Acheronte inonda.

45Che Lucifero altier, là giù cadendo,
ivi de la superbia il seme ei pose.
Indi poco dopoi l’albero orrendo
pien di frutti d’Averno al mondo espose.
Mira guerrier come sen va serpendo
per le caverne de la terra ascose,
e con torto girar penetra dove
le ciech’onde Acheronte aggira e move.

46Mira, guerrier, perche celar non puote
la terra col suo denso opaco velo
a i lumi tuoi le cose, che son note
giù ne gli abissi apertamente al cielo».
Fisa allor il guerrier le luci immote,
e, qual di forte acciar partico telo,
corse lo sguardo, ed arrivò sin dentro
de l’opaca region tartareo centro.

47E tra le nubi e tra l’orror discerne
del palaggio di Dite ogn’atra loggia,
e come per l’immense ampie caverne
l’alta radice la gran pianta appoggia;
come soffron la giù miserie eterne
l’alme dolenti in disusata foggia,
dove Lete e Caron forman erranti
con perpetuo girar perpetui pianti.

48Nota il tutto il guerrier, stupido ammira
gli orridi alberghi e la tartarea gente.
Vede che s’ange di furore e d’ira
con la turba infernal Pluto dolente.
Ma la guida del Ciel, che lieta gira
il sembiante ver lui grato e ridente,
gli dice: «O valoroso Duce, or guata
come per l’opre tue Dite è turbata.

49Ché tu sei quel da la cui forte mano
rotta cadrà la scelerata pianta,
con cui d’aver commossa al ciel sovrano
guerra e gara Acheronte empio si vanta.
Col tuo valor di quel Califfa insano
fia la superbia rintuzzata e franta.
Cadrà disfatta ed arderà Babelle,
vittima offerta a l’oltraggiate stelle.

50L’altrui frodi e le forze in un momento
cadranno, e tremerà l’empio pagano,
che, qual novo Perillo, in suo tormento
rivoltato vedrà lo sforzo insano».
Così diceva e stupido ed intento
godea ne l’alma il cavalier sovrano,
ed osservava de l’altare i pregi,
lo speglio, il lume e gli ornamenti egregi.

51Ma, contemplato il tutto, il guardo e ’l piede
de la clemenza a l’altro altar drizzaro:
ove speglio simil seder si vede
ma più de l’uso luminoso e chiaro.
Vaga ed ampia città, ch’ogn’altra eccede
d’artificio real dentro miraro:
u’ si vedean d’aureo splendore accense
ricche statue, alti tempi e moli immense.

52Vibran sette gran colli immenso lume,
ove l’alta Città si posa e fonda
e quasi tanti altari al sommo nume,
fan d’eccelso splendor vista gioconda.
Scorre pur mezzo a lei pomposo un fiume,
carco d’auree corone ogni sua sponda:
e con un suono armonioso e lento
tremolo move e trasparente argento.

53Mostra di verdi allori alte ghirlande
de l’invitta cittade ogni soggiorno.
e in mezzo, vèr le stelle, altiero e grande
inalzar si rimira albero adorno,
che l’auree foglie e i vaghi rami spande,
ombra recando sempre grata intorno,
e forman sovra quel canti beati,
quasi musici augei, gli spirti alati.

54E d’alati ministri eletto coro
de la pianta immortal cura prendeano,
e compartiti i vari uffici loro
leggiadramente intorno a quella aveano.
Altri intorno volgean gli aratri d’oro:
altri d’umor celeste acqua spargeano.
Stringean le spade in sua difesa gli altri
nel pugnar, nel ferir più lievi e scaltri.

55Ivi in vece di frutti antica gente
cingon di ricche mitre il crin sacrato.
e sul tergo ha ciascun vago e splendente
nobil ammanto e d’auree gemme ornato.
S’aggira e i rami suoi move sovente
d’aura santa immortal spirto odorato.
Sovra gli ride e senza nube e velo
versa in quel le sue grazie aperto il cielo.

56Voltossi il duce al sacro messo allora:
«Sembiante d’uom, che sì gran vista ammiri … »,
ma quasi stella anzi apparir l’Aurora,
girò quello i begli occhi in dolci giri
poi disse: «E il gran trofeo dove s’onora
la clemenza immortal, questo, che miri,
e in questo luminoso altar fu posto
ne l’insegne e nel loco al’altro opposto.

57Quella che in questo vetro appar descritta
la reina del mondo è l’alta Roma
la forte Roma, a la cui possa invitta
l’alto scettro del mondo è lieve soma.
Pianse sotto il suo giogo Africa afflitta,
e fu l’Asia e l’Europa oppressa e doma:
e corse audace oltre l’oblique vie
del gran pianeta che distingue il die.

58Ma, se con l’Ocean il vasto impero
ella già terminò ne l’altra etate,
or la potenza del suo scettro altiero
varca il confin de le region stellate.
Era prima il suo giogo aspro e severo,
or s’apprendon da lei leggi beate:
il mare, i regni e le corporee salme
ress’ella un tempo, or signoreggia l’alme.

59E s’ebber prima trionfali onori
in lei Cesari invitti e chiari Augusti,
e a i freddi Belgi marziali ardori
e apportò fredda tema a i Mauri adusti;
or con dolce imperare i successori
di Piero gran monarchi e sacri e giusti,
han con gloria maggior, colmi di zelo
fatta la pace entro la terra e ’l cielo.

60Sol ognor si sostien guerra mortale
incontro al senso, a cui dà forza Averno:
però s’inalza ognor pompa trionfale
del vinto senso e del beffato Inferno.
Questo è de i sacri eroi l’arbor vitale,
anzi scala, onde uom poggia al ciel superno,
onde i messi del Ciel discendon spesso,
come a Giacob fu di mirar concesso.

61Sì che d’una sol via d’un spirto puro
vengon i voti, onde le grazie vanno.
Mira la pianta, ove gli eroi che furo
col nativo sembiante assisi stanno,
e quelli ancor che al secolo futuro,
come piace qua su, là giù verranno».
Cosi quel dice e l’altro i fregi accolti
ammira e l’ordin vago e i sacri volti.

62Ripiglia quel: «Se di ciascun, che miri
la virtù voless’io dir con parole;
prima saria che mille volte giri
col suo gran carro in Oriente il sole.
Annoverarsi i risplendenti giri
potriansi pria de la celeste mole,
o de l’ercinia le confuse piante,
o l’arene ove al mar s’inalza Atlante.

63Pur io ti mostrerò fra tanti e tanti
alcun, per appagare il tuo desio,
di quei che in sollevar furon costanti
de la Chiesa l’onor, più cari a Dio,
e alcun che di pietà de i primi vanti
avrà nel secol più malvaggio e rio.
Ma ciascun ch’io ti addito osserva attento».
Quel segue e l’altro gira il volto intento.

64«Là presso il tronco e il venerabil Piero,
che prima feo de la gran sede acquisto
Nota il volto magnanimo e severo
in cui l’ardire a la pietate è misto.
Felicissimo in ver, ché fu primiero
per la bontà gran successor di Cristo.
ed ebbe col maestro un egual sorte
ne l’officio, ne l’opre e ne la morte.

65Lino e Cleto son quei dopo costui,
indi modesto il successor Clemente,
che a quei sian dati i primi offici sui,
vago di lor virtù, lieto consente.
Questi provàr sotto il furore altrui
per la fé di Giesù morte dolente,
e due corone al nobil capo uniro
e del regno lor sacro e del martiro.

66De l’imperio cristian monarchi altieri
mira dopo costor reggi cotanti,
ch’al fine ornar sotto tormenti fieri
di porpora sanguigna i reggi ammanti.
Sveller tal pianta i Cesari severi
e ne la fede e nel pensier erranti
stolti tentar, ma crebbe più con queste
acque del sangue lor l’arbor celeste.

67Ma l’acerbo penare al fin dispiacque
de i suoi fedeli al gran Motor divino,
onde rinascer feo ne le sant’acque
del buon Silvestro il saggio Costantino,
che, poi che in Roma stabilir gli piacque
e formar il più sacro alto domino,
trasportò d’Oriente al varco angusto
la cesarea sua sede e ’l trono augusto.

68Mira Gregorio ne l’orar potente,
c’ha di somma pietà sovrano onore,
Gregorio, che mirò Roma dolente,
padre in un punto e medico e pastore.
Leone è quel, che trasportò in ponente
l’imperio, e in premio il diede al gran valore
di Carlo il Franco per aver difesa
L’Italia afflitta e la romana Chiesa.

69L’altro Gregorio è là dal forte Ottone
difeso da l’altrui furore insano,
onde eleger gli Augusti al suo campione
grato concesse e al popolo Alemano.
Mira, che di pietà pungente sprone
ha nel guardo celeste il saggio Urbano,
che vèr Gerusalem co i detti suoi
spinse il forte Goffredo e gli altri eroi.

70Mira colà de la virtù costante
Alessandro, nel mondo illustre esempio.
O quanti affanni egli sofferse, o quante
risse con Federico altiero ed empio!
Pianse l’Italia allor mesta e tremante
de l’alte città sue l’amaro scempio;
ma se dianzi ei sembrò drago furore,
fatto agnel poi chinassi al gran Pastore.

71Urbano ultimo è quel, che viene assiso
del vecchio Piero a le sacrate sedi.
Vedilo afflitto il corpo, esangue il viso,
travagliato dal crudo empio Manfredi.
Ma ben tosto sarà, che cada anciso
l’infelice tiranno e gli altri eredi,
e dei regni usurpati ingiustamente
prenderà la corona estrana gente.

72Siegue dopoi costui ne la vitale
pianta schiera di gente al mondo ignote,
e spargon sovra lor vampa immortale
le splendenti del cielo eterne rote.
e ’l debil senso, che caduche ha l’ale
mirarlo entro quei raggi a pien non puote,
perche il futuro rimirar espresso
a voi ciechi mortai non è concesso.

73Ma poiché per voler del sommo Nume
la tua mente è portata in questi chiostri,
come spesso ei rapir ha per costume
dal senso fral da le fantasme e mostri;
ben converrà, che mezzo a un tanto lume,
poiché tratto qua sei, t’additi e mostri
de gli eroi più vicini alcun più degno
che arriverà de i sommi onori al segno.

74Mira il senese Pio, cui nel gran core
darà d’alta bontà vecchiezza audace.
O quanto ei spargerà voci e sudore,
per unir l’Occidente in lega e in pace!
Ringiovanito dal celeste ardore
correrà pronto incontro al fiero trace,
né opporrassi nel corso a l’alma forte
nel camin cominciato altro che morte.

75Lungi è il nono Leon con fronte grata,
che allor, che poggiarà di Pietro al seggio,
del secol vano la virtù fugata
richiamerà con core invitto e reggio,
Ivi non lungi il terzo Paolo or guata,
de la religion campione egreggio,
che del mesto suo gregge al gran periglio
accorto adunerà sacro consiglio».

76Così diceva e ’l cavaliero intanto
uom più lungi vedea nel santo coro,
in cui splendeva in un ceruleo ammanto,
fatto un mar di ricami, aureo lavoro.
Un vago mar, che ripercosso e franto
fea gran spuma d’argento in scogli d’oro,
e si scorgean per quell’ondosi regni
mille gravi di fiamme eccelsi legni.

77Separate dal suolo errar nuotando
diresti in mezzo al mar terre e cittati.
Così carchi d’eroi corrono urtando,
quai volanti castelli i pini armati.
Par che splendan le fiamme e van volando
da diverse region globbi infiammati,
e confondonsi intorno in varie sorti
fumo, straggi, ruine e sangue e morti.

78Ma la stragge confusa orna e non priva
de l’ammanto divin l’aureo ornamento,
anzi la vaga mischia a se rapiva
de l’invitto guerrier lo sguardo intento,
onde disse a colui: «S’a tanto arriva
de l’umano desir l’alto ardimento,
dimmi chi è quel che mostra adorne e inteste
cosi strane pitture a l’aurea veste.

79E spiegami onde avien che tiene accolto
sì bel conflitto e sì confuse risse».
Tace, e ’l messo divino a lui rivolto
con un riso gentil le luci fisse,
e lampeggiò del suo leggiadro volto
vaga e santa allegrezza e così disse:
«Questo è il sacrato eroe, ch’esser si scopre
Pio nel nome immortale e pio nel’opre.

80Questo è il gran Pio che, in un sagace e umano,
sarà d’ogni virtù celeste esempio:
e che l’onori il popolo cristiano
quasi nume sovrano in sacro tempio.
L’Italo invitto e ‘l valoroso Ispano
unirà questi incontro al popol’empio,
per opporsi al furor del Turco ingiusto
Ch’avrà tolto a Bizanzio il trono augusto.

81S’armeran saggi e adunerai costoro,
numero immenso di guerrieri e legni,
col Turco iniquo e col fugace Moro
a sfogar altamente i giusti sdegni.
Vinceran l’empia armata e i duci loro,
Empiran d’alta stragge i salsi regni.
L’aspro fato schivar pochi potranno
per dar l’aspra novella al fier tiranno.

82Ma se il Veneto invitto e ’l forte Ibero
gesti quivi faran d’alta memoria;
e se quivi otterrà d’Austria un guerriero
de l’illustre conflitto eccelsa gloria:
questo Monarca del sacrato impero
avrà il vanto maggior di tal vittoria,
ond’or di tal ammanto il Ciel gli feo
qua ne l’eterne idee ricco trofeo.

83Gregorio è poi, che da le dotte scole
farà osservar in pro de i sacri riti
i torti giri del camin del sole,
per volger d’anni ancor non definiti.
Grave i gesti il sembiante e le parole
onde paventan cori più arditi
poi Sisto avrà d’ogni virtute il pregio,
de l’onor di Giesù guerriero egregio.

84Mira lungi non molto il gran Clemente
de la fé che combatte almo campione,
che real trono in su l’eccelsa mente
darà saggio e pietoso a la ragione.
Di pietà, di valor fiamma potente
vibra col guardo il successor Leone,
ma un punto acceso del suo santo zelo
rapirà la bell’alma avaro il Cielo.

85Mira che dopo a lui gran successore
fia Paolo il quinto nel sacrato impero,
che d’inalzar industre avrà l’onore
l’eccelso tempio e in un la fé di Piero.
Indi è Gregorio, il cui benigno core
di zelo avamperà pietoso e vero;
decimo quinto al nome, a l’onor primo,
abbasserà l’altiero, ergerà l’imo.

86Avrà costui d’ogni virtude il vanto,
di saper fia gran fonte, anzi ampio mare,
e ’l farà degno del sovrano ammanto
l’alto consiglio e l’opre eccelse e rare».
Così parlava e ’l cavaliero intanto
con gioia e meraviglia ivi a mirare
stava con occhi cupidi, ed intenti
ora gli eroi passati ora i presenti.

87Arboscelli pomposi anco per tutto
vedeansi intorno a la sacrata pianta:
onde d’un grato bosco ivi costrutto
vaga ombreggiar parea la città santa.
Leggiadramente ogni suo nobil frutto
gran porpora real orna ed ammanta,
e i sacri spirti ed in quel lato e in questo
fanno di lor a la gran pianta inesto.

88Ciò mira il duce, onde il parlar riprende
il messo del sovrano alto Motore:
«Questi gli alberi sono onde si prende
il frutto ad adornar l’arbor maggiore.
Di saper questi ancor forse t’accende
onorato desire il nobil core,
ma l’ora è tarda e ’l Ciel, ch’avido brama
le sue vendette, al campo omai ti chiama.

89Onde or io non t’addito i gran Farnesi
i saggi Borromei, gli Ori, gli Ursini,
e gli Estensi e i Gonzaghi e i Colonnesi,
i Montalti, Caraffi e Aldobrandini,
e i Lodovisi e i Medici e i Borghesi,
a i quali il mondo fia, ch’umil s’inchini,
e gli altri, che nel più misero ed empio
secol fian di virtù sovrano esempio.

90Pur tra selva gentil di tali e tanti
drizza ad un più remoto i lumi tui,
che sembrerà tra i gran purpurei ammanti
vago fior, nobil frutto a fregi sui.
D’aver un tanto eroe fia che si vanti
a ragion quell’età, perche fia in lui
ciò che raccor nel vostro fragil velo
può di raro e gentil natura e ’l Cielo.

91Maurizio ha il nome, alta e famosa prole
d’un che al par fia d’ogn’altro invitto Carlo,
che tra gli alpini monti un novo sole
di valor, di saper sarà a mirarlo.
I nomi lor non come gli altri suole
del tempo roderà l’invido tarlo,
ma in un co’ gran fratelli e gli avi illustri
spreggeran gli anni e con l’etati i lustri.

92A Carlo unita un dì la figlia altiera
del gran re d’Occidente, il quale a freno
avrà ben mille regni, illustre schiera
di gran figli esporrà dal nobil seno.
E benché tutti al par d’invitta e vera
e d’eroica virtù ritratti sieno,
pur questo adorno del purpureo ammanto:
avrà di sacro honor più raro il vanto.

93Saprà, notando, già passati eventi,
accorto anteveder l’opre future.
Saprà a le giuste ed a l’inique genti
dar alti premi e pene or lievi or dure.
Saprà temprar d’egri desiri ardenti
l’aspre fantasme e le noiose cure.
E intrepido saprà col petto forte
i perigli incontrar, schernir la morte.

94Accoglierà nel giovanetto core
Saggio voler di senettù sagace:
e ben potrà col gemino valore
or prudente mostrarsi ed ora audace.
Fuggirà l’ire e gli odi e più in onore
de la certa vittoria avrà la pace.
Chi sa s’un dì per far felice il mondo,
a lui darassi de la Chiesa il pondo?

95Forse allor si vedrian cristiani eroi
tentar amiche leghe e guerre sante,
colmi di fide squadre i campi eoi
e di legni saria l’onda spumante.
Ma tra gli oscuri e densi veli suoi
ciò tiene avvolto il fato, e mal bastante
è a contemplar cosi di lungi il vero
sia quelunque creato occhio cerviero».

96Così dice e ’l guerrier le luci intente
ne la sacra città fisse tenea:
e di quell’altra età ne la gran mente
i chiari gesti emolator volgea.
Disse poi Raffael: «Via più splendente
è l’altar, che sta in mezzo e l’alme bea.
Ben veggio, Alon, che tu veder le vuoi,
se saran pur bastanti i lumi tuoi»,

97disse, e vago di cose e nove e care
vèr là drizzossi il cavalier bramoso.
Pompe il loco non ha superbe e rare,
ma del lume nativo è sol fastoso;
è di cristallo il luminoso altare
e d’incerto splendor sta dentro ascoso.
Sovra non sa se face o speglio o fiamma
vi sia che i sensi alletta e l’alme infiamma.

98Poco mancò, che la divina luce
del guerrier gli occhi vaghi a se rapisse,
ma in quel momento il suo celeste Duce
pronto il prevenne e rafrenollo e disse:
«Al divo oggetto, che là su riluce
tener tu non potrai le luci fisse.
Breve è il confin de la vostra alma audace,
e di lume infinito è mal capace.

99Ma il guardo inchina e i lumi appressa e gira
vèr le vaghezze contro l’altar splendente,
e quivi a voglia tua contempla e mira
l’uscite cose da la man potente.
Dentro i cieli vedrai, che intorno aggira
alto poter d’infaticabil mente.
onde al girar de i lumi erranti e torti,
come piace qua su varian le sorti».

100Così diss’egli, e l’altro là dov’era
quel altar trasparente il guardo ha fiso,
e de le stelle la pomposa sfera
subito ebb’ei di rimirare aviso,
e tanti globbi in non confusa schera,
c’hanno il moto e ’l motor vario e diviso
e vagar variamente in mezzo a questi
i contrari pianeti or tardi, or presti.

101E la sfera, che quasi egra e languente
obliqua e torta vacillar si mira,
e quell’altra maggior, che d’Oriente
seco l’altre minori avvolge e tira:
E tutte in uno, o siano preste o lente,
per contrario sentier veloce aggira:
e quella che dal vario moto uscia
mezzo gli astri rotanti alta armonia.

102Come per obliar le lunghe e algenti
notti s’apre talor pomposa scena,
che mostra or vari canti or varie genti,
or pitture or facelle ond’è ripiena,
così il guerriero udì mille concenti
dolci più, che di Progne o di Sirena,
e forme e lumi e danze, or tarde or preste
in quella alta di Dio scena celeste.

103Intento stava a le gran cose volto
di stupor l’alto duce ingombro e pieno,
e raggirava or quinci or quindi il volto,
ma veder non potea l’umil terreno.
Diss’egli al fine a Raffael rivolto:
«Ov’è la terra, che nel vasto seno
tanti regni e città nutre e circonda?
e l’immenso ocean ch’intorno inonda?».

104Così gli disse, e con ridente aspetto
l’Angel del cavaliero i detti accolse,
e de l’alma delusa il vano affetto
con accorto parlar correger volse:
«Quel fallace desir, che con diletto
(diss’ei) sovente in duri lacci avvolse
di dominar la terra e l’oceano
voi superbi mortali, oh quanto è vano!

105L’ampia terra, c’ha in sé regni cotanti
appo l’alma del cielo immensa mole,
picciola è più de gli atomi volanti,
che col caldo suo raggio inalza il Sole.
Ben cieco è l’uom che co i pensier erranti
solo a i regni di quella aspirar suole,
né mira il Ciel, che più superbi e degni
scettri gli addita e non caduchi regni.

106Onde, se son la terra e l’oceano
piccioli tanto e sì lontan da noi,
meraviglia non è se tenti in vano
ch’ella oggetto esser possa a i lumi tuoi».
Così parlava e ’l cavalier sovrano
stava muto ed intento a i detti suoi.
e mirava ogni stella a parte a parte,
e l’austero Saturno e ’l crudo Marte.

107E ’l grato Giove e Venere ridente
col dolce raggio acquietator di risse,
E ’l sol, che allor parea che l’Oriente
co i chiari raggi ad illustrar venisse.
Ma non ben pago ancor l’occhio e la mente
si volse a l’altro il cavaliero e disse:
«Ben vago è quel, ch’à me si mostra e spiega
ma l’oggetto più raro a me si nega.

108Ma se voglia mortal tant’è potente,
ciò ch’è sovra l’altar mirar desio:
né mi curo abbagliar gli occhi e la mente
ne l’ardor di qua su sovrano e pio».
Replica quel: «Sì bel desire ardente
degno è di tua virtù, ma che poss’io
se son l’umana vista e l’intelletto
non ben atte potenze a tanto oggetto?.

109Quivi è il trono d’Iddio, che il suo sembiante
spiega a campo immortal di eterni spirti;
e d’alme elette ad un drappel trionfante
c’ha corona meglior, che allori e mirti.
Ma quando fia che il sempiterno amante
a grado avrà tra queste schiere unirti,
inonderà, quasi di grazia un fiume,
ne la sciolt’alma tua di gloria un lume.

110L’infinito Motore allor espresso
di quest’ampia e per lui picciola mole,
mirar ed affissar ti sia concesso,
fatto d’aquila il guardo, al sommo Sole.
Al sommo Sol, che al vostro sole istesso
compartir il suo lume e i raggi suole,
come illustra col raggio e rende belle
esso le fisse e le vaganti stelle».

111Tace, ma in tanto con un dolce ardore
alletta il cavalier la santa luce.
Tien chino il volto, ma desio maggiore
il divieto divino a l’alma adduce.
«Sia de la vista mia spento il vigore,
immortal Raffael (ripiglia il Duce),
che ben pago sarò, se questo sguardo
si vituperi audace e non codardo».

112Così diss’egli e da le luci sante
mosse l’altro al suo dir dolce un sorriso,
quand’ei fisò, quasi farfalla errante,
a gli alti rai del sommo lume il viso.
Ogni senso svanì, stanco e tremante
cade il suo sguardo attonito e conquiso:
e a gli occhi, che inalzarsi unqua non ponno,
vien tra ’l sonno verace un finto sonno.

Bessana pensa a nuovi modi per vendicarsi (113-116)

113Ma, dal doppio dormire è al fin destato,
andando in fuga il sonno falso e ’l vero,
e mira in tanto omai cresciuto e nato
il giorno, ed ingombrar nostro emisfero.
Sorg’egli, e de le usate vesti è ornato,
ed accoglie, ed aduna ogni guerriero,
e lungi mira il campo suo congiunto
sotto Babel, dove d’andare è in punto.

114Mira e parli veder Babelle altiera
tra le ceneri e ’l sangue arsa e stillante,
ed alte imprese ed alte palme spera
d’onorate fatiche il cor bramante.
L’orgoglioso furor l’alma guerriera
desia provar de la nemica amante,
perche, se vinse le lusinghe e i vezzi,
gli orridi sdegni a superar s’avezzi.

115Ma la maga crudel, visto che fea
al fine al campo de’ cristian ritorno
quell’invitto guerrier che preso avea
e trasportato oltre il camin del giorno,
ne l’adirato sen la rabbia rea
l’affligge e l’ange di vergogna e scorno,
ed avvampa altamente entro il suo core
con incendio comune odio, ed amore.

116E volendo sfogar l’ardor insano
de l’odio e vendicar l’amor negletto,
e conosciuto che il guerrier sovrano
a i diletti d’amor di ghiaccio ha il petto,
e visto ne l’amore esser già vano
sforzo infernal da stolti carmi astretto,
voltò, per appagar l’anima accesa,
l’orgoglioso disegno a nova impresa.

Canto VIII

ultimo agg. 3 Maggio 2015 13:25

ARGOMENTO
S’arma la molle e feminile etade.

Bessana allestisce un esercito di maghe fingendosi suo zio Alderano (1-48)

1De l’adusta Etiopia entro il confine
vèr l’Antartico mare un monte sorge,
che in sostener le stelle a lui vicine,
spesso al libico Atlante aiuto porge.
Cinto d’inacessibili ruine,
ad ogni altezza sovrastar si scorge;
sotto ha le nubi e ’l suo seren non turba
la confusa de’ venti orrida turba.

2Qui de l’arte maestra alto portento
tempio superbo in su la cima siede,
tempio che di vaghezza e d’ornamento
e di raro edificio ogn’altro eccede;
e con gran fasto sovra cento e cento
gran marmoree colonne alzar si vede.
D’archi è pomposo e son di cedro eletto
l’adorne travi e dan sostegno al tetto.

3Di statue e di piramidi eminenti,
e d’ampie loggie ed alte scale è adorno,
e l’eccelse sue cupule splendenti
mandan bei lampi a l’apparir del giorno.
Nobili alberghi qui di varie genti
son fabricati al ricco tempio intorno.
Alderano fondollo, ed Alderano
è de la stolta gente idol profano.

4Turba che ciecamente il pensier frale
ne l’arti di Cocìto immerso tiene,
a questo d’empietà tempio infernale
come a sacra magion concorre e viene;
ed al finto Alderan, che d’immortale
la fallace credenza in lor mantiene,
voti porgon ognor con empio zelo
e sacrifici, onde s’irrita il cielo.

5Donne son tutte e se tant’anni e tanti
del verace Alderan ministre furo,
poscia in Bessana a i finti altrui sembianti
porser preghi infelici e culto impuro.
Esse, allor che stendendo i neri ammanti
rende l’orrida notte il mondo oscuro,
per diverse region vagan portate
sovra draghi volanti e belve alate.

6Varcan de i nembi il gelido soggiorno,
poggian di Cinzia a l’argentata sfera,
e van veloci trascorrendo intorno
or per l’inda contrada, or per l’ibera,
or dove apporta co’ bei raggi il giorno
il pianeta del dì, che a noi fa sera.
Spian l’altrui voglie e l’opre e tra le culle
son avezze a rapir varie fanciulle.

7E da gli aspetti de l’erranti stelle
gli eventi di costor notando in parte,
avezzan molte ne l’orrende e felle
empie dottrine de la magic’arte;
ed in molte adattando il sesso imbelle
al faticoso e greve onor di Marte,
lor fan spesso cangiar in nobil uso
ne la lancia e nel brando e l’ago e ’l fuso.

8Ma il gran colle scosceso il dì la fronte
carco ha di nubi, indi la notte avvampa.
Contra il nemico ciel e fiamme ed onte
commove, e gran comete in aria stampa:
Infelice colui che presso al monte,
sia pur sorte od error, misero inciampa,
ché con danno mortal prova sovente
com’esso, emolo al Ciel, folgori avvente.

9Timido e incerto ogni abitante intorno
a quell’alta del mondo eccelsa mole,
pur come de gli dèi sacro soggiorno
l’onora, ed appressarsi unqua non vuole.
Sol quando reca ad altre genti il giorno
ne l’ispano ocean cadendo il sole,
qua suol venir sovra un volante drago
il mauro Saladin, guerriero e mago.

10Forte così, che no mai ferro strinse,
che il nemico non vide umil tremante,
e dotto sì che in arte maga vinse
il batro Zoroastro e ’l mauro Atlante.
Reggea costui quell’Isole, che cinse
presso a Marocco l’ocean sonante,
ma sovente qua vien e al falso ed empio
nume s’inchina, ed offre voti al tempio.

11Ivi la disciplina aspra di Marte
a le donne rapite egli dimostra:
come si volga o in questa o in quella parte
la lancia e ’l brando in fier duello o in giostra;
come un destrier s’affreni, e con qual’arte
ogni squadra si schieri o in pugna o in mostra.
Così l’insegna e, ’l suo valor sovrano,
ammirando, onorò spesso Alderano.

12Ché di tante sue maghe e sue guerriere
sì servì variamente in mille imprese,
le vicine provincie e le straniere
or aita provando ed ora offese.
Bessana poi, che le sembianze vere
de l’iniquo suo zio fingendo prese,
cose ben fatto avria d’alto stupore,
ma la trattenne co i suoi lacci Amore.

13Ma s’amor la legò, sdegno la sciolse,
fatta nemica, ond’era in prima amante.
Anzi in più fieri nodi allor l’avvolse
Amor, che di furor prese il sembiante.
E perche franger dispettosa volse
il santo cor del cavalier costante,
variamente adoprò con gemin’arte.
prima l’arme di Amor, poscia di Marte.

14Ond’ora al tempio suo ratta s’invia,
fiera il cor, cieca l’alma, il guardo accesa
sovra un carro volante e giunge, e pria
del superbo Alderan la faccia ha presa,
e a un empio tron, che a lui la gente ria
eresse un tempo in ricco altare è ascesa,
e di concava nube intorno è involta,
e non vista da gli altri e vede e ascolta.

15Ma da l’opaco sen del basso mondo
nera la notte e gelida sorgea,
e in mezzo del suo corso, orror profondo
più de l’uso per tutto ognor stendea,
quando tra l’ombre dense al tempio immondo
de l’iniquo Alderan la gente rea
iva ad offrir, com’era suo costume,
sacrifici profani ad empio nume.

16Quivi il fier Saladino anco si vede,
di ricche vesti alteramente adorno,
assiso in alta ed onorata sede
con tante maghe e tante streghe intorno:
Qui mille e mille luminose tede
luce fan ne la notte emola al giorno,
e risonan tra lor voci infinite
di stolte note e sol d’Averno udite.

17Come in notte talor strider si sente
schiera di upupe e di palustri rane,
come rugge il Leon, fischia il serpente,
tra l’aspre grotte e le solinghe tane,
così s’udia la scelerata gente
sciogliere in vario suon note profane,
quando il finto Alderan la nube scosse,
ond’era involto, e a gli occhi lor mostrosse.

18Grave ha il sembiante e di splendor celeste
il viso e ’l corpo suo sparso riluce,
con quelli raggi, onde talor si veste
fatto un Angel d’Averno, Angel di luce.
Di bei piropi la pomposa veste
folgora intorno e meraviglia adduce,
e in vaga e strana guisa al volgo ignote
variamente ha cosperse e forme e note.

19E la gran barba e ’l crin canuto e folto
al curvo petto e al tergo annoso scende,
e di crespe senili ingombro il volto
rigido il mostrò e riverente il rende:
Tiene in barbara pompa il capo avvolto
di lunghe tele e di ritorte bende.
Gran verga ha in man, onde la pazza gente
più che al folgor del ciel trema sovente.

20Tacquero al suo apparir le turbe stolte,
vinte di strano e riverente affetto,
e mute e immote esse restaro, involte
il viso di pallor, di tema il petto.
Ma quel finto Alderan girò tre volte
tacito e grave il venerando aspetto;
poi narrando alte offese ed alte risse,
sciolse il parlar da lunga istoria e disse:

21«O mia più saggia e cara gente ch’io,
non senza preveder d’alto intelletto,
da le larve ed error del volgo rio
tra tanti ho gia per separare eletto,
ben voi fidi attendete al culto mio
in questa alta region con puro affetto,
ond’io verso favori e voi devoti
ognor m’offrite e sacrifici e voti.

22E con ragion la sua più fida gente
favorisce ed esalta il giusto nume,
come punir con la gran man potente
i popoli rubelli ha per costume.
Ben l’empio popol de la Scizia algente,
che me schernire e ’l gran Macon presume
vedrà che colpi il Cielo aventa e tira
con tarda sì ma irreparabil ira.

23Sapete ben di questa gente in parte
il famoso nel mondo almo valore,
anzi per mio voler nel dubio Marte
mille volte v’armaste in suo favore.
Or da lungi io dirovvi a parte a parte
ogni suo gesto, anzi ogni suo disnore,
anzi ogn’alta empietà, non dianzi udita,
che le stelle inasprisce e ’l Cielo irrita.

24Quell’estremo confin, ch’è vèr Levante,
resse di Scizia il valoroso Uncano,
Uncan, ch’ebbe dal Caucaso a l’Atlante
il primo vanto di valor sovrano.
Timido al suo poter giacea tremante
L’Oriente e l’antartico oceano,
quinci imperò tra gli Etiopi e quindi
col suo scettro affrenò gli Sciti e gl’indi,

25che sotto il pondo del suo giogo altiero
miserabil traean dolente vita,
ubidendo infelici al popol nero,
da la cui legge è la ragion bandita,
quand’io, che a sdegno avea sì crudo impero,
risolsi dare al maggior uopo aita,
e destando alti sdegni e nobil ire
porsi a popol più stolto armi ed ardire.

26Tartaro è il popol detto, in cui gia spenti
eran d’armi e di lettre il nome e l’uso;
popol sol atto a pascolar gli armenti
né a comandar, ma ad obedir sol uso.
De lo scitico mar tra l’onde algenti
e ’l gran monte Belgian vivea rinchiuso,
e misero soffrì tanti e tanti anni
de’ luoghi alpestri e del servir gli affanni.

27Questi io già dal servir e da l’armento
tolsi, e feci trattar elmo e lorica,
gente stolta ed ingrata, ahi ch’or mi pento,
sol per averla incontro a me nemica:
Di valor natural, d’alto ardimento
uom tra questi vivea d’etate antica
avezzo entro la più rustica plebe
sol a mover aratri e fender glebe.

28Posi in costui de la mia possa il brando
e diedi a lui di tanta impresa il pondo,
per liberarli e per errar domando,
quasi Alessandro e qual Sisostre il mondo.
Tranquilla notte a questo elessi e quando
silenzio si godea grato e profondo,
il sembiante pres’io d’alto guerriero
candido l’armi e candido il destriero,

29e gli apparvi e gli dissi: – A te m’invia
de l’alte sfere il Regnator sovrano,
or che pietoso liberar desia
la tartara nazion dal giogo estrano.
Te scelse a tanta impresa, e tal balia
darà benigno a la tua invitta mano
che sarà del tuo impero e del tuo grido
l’ampio e vasto Oriente angusto nido -.

30Così dissi e disparvi e raggi ardenti
d’onor, di gloria gl’inspirai nel petto.
Ma poiché il giorno apparve, a le sue genti
Cangio narrò ciò che da me fu detto.
Ma perche da le turbe miscredenti
con stolto riso fu il suo dir negletto,
a i più degni di quelli apparvi ancora,
ne la notte seguente anzi l’Aurora.

31E con volto più fier – Duce e signore
l’invito Cangio a voi sarà (lor dissi),
e l’eterno voler del gran Motore
egli farà de’ lumi erranti e fissi -.
Tacqui e repente ogn’altra voglia fuore
da lor partì, poiché tal voce udissi.
Vien il mattin e con concorde brama
suo monarca e signor ciascuno il chiama.

32E con povere pompe e rozzi onori,
steso un feltro nel suolo, un tron gli alzaro
e legando al suo imperio e l’alme e i cori
fede perpetua al duce lor giuraro.
Spade, lancie, elmi, usberghi e corridori
pronti di varie parti indi apprestaro;
anzi di ferri allor copia infinita
feci anch’io ritrovar per lor aita.

33E di guidar e d’ordinar le schiere
a Cangio diedi, e a’ sommi duci l’arte.
di schivar li perigli e di sapere
gli esiti incerti del dubbioso Marte.
Ardon già di pugnar l’anime fiere,
già la pace e ‘l servir posto è in disparte.
Gridasi – A l’arme -, e chi fu vile e stolto
a le guerre, a i trionfi, a i premi è volto.

34Ma Cangio, pria che qualche impresa tenti,
per conoscer il cor de i duci sui,
volle che i primigeniti innocenti
uccidesse ciascun innanzi a lui.
Essi allor soggiogaro obedienti
l’amor paterno a i sommi imperi altrui
ed offrìr prontamente, oltre il costume,
sacrificio infelice a crudo nume.

35Ma visto ch’era ognuno a lui sì fido,
l’accorto Cangio a guerreggiar s’accinse
ed ampiamente ogni campagna e lido
d’aspra strage nemica intorno tinse.
E di tante vittorie al chiaro grido
formidabil si feo che in fuga spinse
schiere invitte a un sol guardo e porsi anch’io
nel magior uopo il favor vostro e ’l mio.

36Onde spesso atterrò con poca gente
squadre infinite di guerrieri eletti,
e vittorie i suoi duci ebber sovente
ne i gran perigli a fuga indegna astretti.
S’empì de le sue glorie l’Oriente,
e di trofei per sì grand’opre eretti:
e ben ogni valor greco o romano
presso al tartaro duce è lieve e vano.

37Ma il valoroso Uncan, con suo dolore
cotanti duci suoi vinti mirando,
e che già ne l’imperio e ne l’onore
giva il rubello suo troppo avanzando,
venn’egli, e mostrar volle il suo valore
col gran nemico al paragon del brando.
Ma dal tartaro re con nostra aita,
e del regno fu privo e de la vita.

38Or poi che fu lo scitico Oriente
là del monte Belgian a pien domato,
che voltasse le schiere in vèr Ponente
fu lo scita signor da me avisato,
perché Iddio gran vittorie a la sua gente
e vastissimo impero avrebbe dato,
e guidati gli avria sorte feconda
a le ricchezze onde la Siria abbonda.

39E credendo al mio dir, con figli e mogli
ciascuno in vèr l’occaso oltre camina.
Giungono al fin dove tra sassi e scogli
il gran monte Belgian al mar confina.
Allor che il passo di mostrar lor vogli
pregaron tutti la Bontà divina,
e chinàr nove volte appresso al monte,
con l’esempio del duce al suol la fronte.

40Ecco che quando allor venne a spuntare
l’aurea luce del sol da l’oceano,
videro, oh strana meraviglia, il mare
dal gran monte scosceso esser lontano,
ed ampiamente per passar mostrare
a le genti un sentier facile e piano.
Così d’alta virtude illustri esempi
fatt’ho grato e benigno in pro de gli empi.

41E passando securi a l’altra sponda
posero il tutto in cenere e faville;
e qual torrente, che d’intorno inonda,
guasta, svelle ed atterra alberi e ville,
così con la mia possa a lor seconda
mille schiere atterràr e città mille.
Cangio, al fin sazio e di vittorie e prede,
de la vita il tributo al fato diede.

42Successe a questi Occota il figlio il quale
corse col mio favor vario paese,
e ben mostrosse al suo gran padre eguale
in far eccelse e memorande imprese:
Ma giunta di suoi dì l’ora fatale,
Gino il figlio di lor lo scettro prese:
e vari suoi fratelli anco la terra
spesso turbàr con improvisa guerra.

43Lasso allor che credea del gran Macone
porre in costor il vero culto e ’l mio
che per questa ben degna alta ragione
diedi imperi sì larghi al popol rio.
Poiché Gino morì, l’empio Magone
fu a costui successor, ché gli era zio,
ed esser volle ad onta mia cristiano,
io repugnando e contendendo in vano.

44Però che venne il re d’Armenia e ’l trasse
a la fé di quel Dio ch’Europa adora,
e l’esortò ch’ogni sua possa armasse
contra la Siria, ove Macon s’onora;
onde Gerusalem da noi levasse
dove il Sepolcro di Giesù dimora:
e Babel disolasse, ove si vede
de i successori di Macon la sede.

45E senza star in questa impresa insorse,
diede questi al fratel grand’arme e gente
al crudo Alon, di cui più fier non scorse
o l’età già passata o la presente.
Questi l’India e la Persia ardendo corse
quasi ratta dal ciel fiamma cadente,
fin che giunse a Babel, che cinta or have
de le sue schiere in duro assedio e grave.

46E ben l’alta città distrutta sia
dal temerario ed orgoglioso Scita
s’è la potenza e la virtù natia
dal magnanimo cor vostro bandita:
Ahi disnore e vergogna, ahi ver non sia
che l’iniqua nazion resti impunita,
se salda è pur la vostra possa altiera
come fu sempre, ed io pur son quel ch’era.

47Ma che più parlo? e voi, che più badate?
O de la mia virtù ministre ardenti,
su su veloci e ’l forte braccio armate
de l’armi insuperabili e potenti,
e ’l giustissimo sdegno omai sfogate
contra i nemici e perfidi nocenti;
e si veda ne l’ira il poter vostro
se ne la cortesia dianzi fu mostro.

48Or s’adatti a gli aguati il vostro ingegno
or le spade fatali opri la mano.
Io sarò vostra scorta e col mio sdegno
farà il core ciascun fiero e inumano.
Cada e s’estingua de gli Sciti il regno,
pèra con le sue schiere il fier cristiano,
e mostrino in costor gli irati dèi
de la sacra giustizia alti trofei».

Rassegna delle maghe, guidate da Saladino (49-72,4)

49Così parlava e la ragion più vera
del più grave disdegno in parte ascose,
e de gli Sciti anco a l’istoria intiera
finte novelle a suo voler trapose.
Al parlar di costei la turba fiera
con un confuso alto ulular rispose:
e mostraro ne i gesti e ne la fronte
preparate le man, le voglie pronte.

50Ma la lucida Aurora intanto in cielo,
messaggiera del dì, vaga sorgea:
e de la notte il tenebroso velo
con la destra di rose omai rompea,
quando, eccitata dal fallace zelo,
l’empia turba infernal l’arme prendea,
e s’udia su ’l gran monte alto ribombo
de’ destrieri il nitrir, de l’arme il rombo.

51E variamente si circonda e copre
d’estran arme incantate ogni guerriera,
tratta invitti corsieri, e ’l viso scopre
rigido e vago e la sembianza altiera:
De le guerriere più famose a l’opre
picciola eletta fu ma forte schiera
col voler d’Alderano, e la conduce
il crudo Saladin maestro e duce.

52E già drizzava del suo carro il sole
gli anelanti corsieri al mare ispano.,
quando la squadra sua la maga vuole
veder armata in un spazioso piano.
In loco eccelso, ove egli seder suole
stavasi il finto ed orrido Alderano,
e passando a lui fa, come a divino
nume, ogn’alta guerriera umile inchino.

53Musa, in cui non avvien che mai s’estingua
qualche imago di cosa ancor che assente,
tu detta i carmi a la mia tarda lingua
e tu rischiara la mia fosca mente,
onde col tuo valor narri e distingua
a l’altra età di che paese e gente
fosse raccolto il forte stuol egregio,
ch’ebbe di possa e di bellezza il pregio.

54Del donnesco drappello il duce altiero
Saladin sul destriero innanzi scorre.
Barbara ha l’alma e ’l cor perverso e fiero,
che di mente cortese ogn’atto aborre.
Carco d’arme il gran corpo, alto il cimiero
par di lucido acciar superba torre,
e sostien la più salda eccelsa nave,
appo l’asta di quello, arbor men grave.

55Tardo egli viene in ricca sella assiso,
e par ch’alti pensier ne l’alma cele,
e vibra il crudo ed orgoglioso viso,
minacciando col guardo, assenzio e fiele.
Da l’aspetto viril fugato è il riso,
non entrò mai pietà nel cor crudele,
e stan da la sua destra e dal suo brando
e la temenza e la ragione in bando.

56Ma così duro ed inumano petto
pur al fin penetrò col dardo Amore.
Amor che in dolce e desioso affetto
pur de l’orride tigri accende il core:
Ma quel leggiadro, ed amoroso oggetto
è ne l’alma spietata esca al furore,
come fiere son più tra l’aspre selve
quando avvampan d’amor le crude belve.

57Ama infelice e tra duo mesi a pena
grande è il suo amor non pur crescente o nato
da che mirò per sua perpetua pena
d’una bella guerriera il volto ingrato.
Da quel dì non ancor notte serena,
né chiaro giorno è a gli occhi suoi destato,
però che d’altre stelle e d’altro sole
che da bei lumi altrui lume non vuole.

58L’alterezza de l’alma in lui natia
e l’amor mal gradito a gara danno
stimoli al cor, onde confusa e ria
vita ei ne mena in un perpetuo affanno.
Sdegna pietate e pur pietà desia
mesto ed incerto, e a l’alma accesa fanno,
l’amorose fantasme ognor vicina
l’omicida de l’alme empia Argellina.

59Argellina gentil, che a dietro viene,
del forte re di Tarso invitta figlia,
a la luce e al rigor che in sé mantiene,
al ferro che la copre ella somiglia.
Vien sdegnosetta e baldanzosa e tiene
cruda beltà sotto l’altiere ciglia.
Sdegnò ciascuno e nel suo duro core
tutte spuntò le sue quadrella Amore.

60Picciolo è il corpo suo, ma invitto e fiero
e ad altissime imprese intenta aspira,
e de gli antichi eroi nel cor guerriero
gl’illustri fatti desiando ammira.
Lieve il corso è così, che men leggiero
sovra i campi d’april Zefiro spira,
ed ha sì pronti e sì veloci schermi
che gli armati appo lei sembrano inermi.

61Costei, che non fu tolta in culla, avezzi
ebbe sempre a le guerre i tener’anni,
e sdegnò con superbi alti disprezzi
de l’industria donnesca i pigri affanni.
Non fu nutrice che con molli vezzi
l’alma feroce lusingando inganni:
crebbe e ne l’opre de l’incerto Marte,
mostrò rara la possa e strana l’arte.

62E allor, che Alon con le sue forti squadre
venne de l’Asia a l’onorato acquisto,
ne la guerra il seguì col suo gran padre,
che cinse il ferro per la fé di Cristo:
Monti allora di straggi orride ed adre
fece e ’l Gange inondar di sangue misto,
e di trofei ne i chiari gesti suoi
sparse i monti de l’India e lidi Eoi.

63Ed a Babel co ’l genitor venia,
che seguir sempre il sommo duce volse,
quando Bessana per l’aerea via
permettendolo il ciel, l’avvinse e tolse.
In tal guisa (oh stupor!) la maga ria
d’elmo incantato il nobil capo avvolse,
che di sé non rammenta e sol la tragge
forsennato desir d’umana stragge.

64Duo mesi son che qua fu tratta, dove
con l’armi del feroce altiero viso
rese il gran Saladino in fogge nove
d’amoroso desir vinto e conquiso.
Fece in questo il furor l’eccelse prove
che far non puote il dolce sguardo e ’l riso;
ma convenia che fosse il fiero core
non altro che fierezza esca d’Amore.

65Ma, qual carca dal sonno, ella, ch’è incerta
di sé per così strana alta aventura,
de l’alma accesa in chiari segni aperta
il barbarico ardor vede e nol cura.
Ei ne la via d’amor si greve ed erta
stenta e al folle stentar, cresce l’arsura.
Miser s’affligge e in van contende, e pare
ella rigido scoglio, ei gonfio mare.

66Bella dopo costei vien Berenice,
bionda il crin, dolce il viso, il guardo altiera,
nata là ne l’Arabia felice,
figlia d’Alcon, che in quelle piagge impera.
Ma se in Arabia l’immortal fenice,
narra la fama, sia fallace o vera,
or questa di beltà dal sen fecondo
nova e vera fenice espose al mondo.

67La feroce Rossane indi appariva
che trasportata fu dal terren Perso,
che d’ogn’alta pietà libera e priva
sol ne l’arti d’Averno ha il core immerso.
Leggiadretta vien poscia Irene argiva,
al sembiante vezzosa, ed ha diverso
(cosi vago ha l’aspetto, auree le chiome)
da la Greca famosa appena il nome.

68Vita presso l’Idaspe ebbe Oriana,
che ragion non ascolta e fé non serba.
Ed è Lidia gentil di Sericana,
d’armi pomposa e di beltà superba.
Nutre ne l’alma Sisigambi ircana
contra il sesso viril fierezza acerba,
né un torrente di sangue, ond’ella è vaga,
può far la sete sua contenta e paga.

69Quella che i petti ancide e l’alme bea
è Tersilla gentil del verde Epiro:
l’artiche stelle a la crudel Nicea
sommo valor, sommo furore uniro.
Su l’Eufrate l’intrepida Orontea,
pronta al corso produsse il suolo Assiro.
E Palmira gentil nata in Egitto
con la forza del corpo ha il core invitto.

70Poscia l’ultima appar Vittoria bella
tratta dal Tago a la montagna infida,
Vittoria invitta e di pietà rubella,
schiva d’amor che ne i begli occhi annida.
Vibra fiamme d’amor, sia grata o fella,
fiocca un nembo di grazie o parli o rida:
ed esser vinto da sì gran vittoria
Marte, Venere, Apollo e Amor si gloria.

71Così passava la guerriera gente
c’ha di valor e di bellezza il vanto,
e son invitte in adoprar sovente
or amoroso ed or guerriero incanto.
Su le penne de gli elmi aura ridente
scherzar vedeasi, innamorata intanto,
e parea vago il sol ne l’armi loro
radoppiar percotendo i lampi e l’oro.

72Questa fu la famosa audace schiera
che su l’ermo confin Bessana armava;
e per andar a la Cittade altiera
strani carri volanti indi apprestava.
Ma intanto de l’Eufrate a la rivieraAlone torna al campo e trova tutto in ordine: in sua assenza ha retto il comando un angelo con le sue sembianze (72,5-83)
al suo gran campo il sommo duce andava
in compagnia de’ suoi guerrier più forti,
che furo a lui ne la pregion consorti.

73Presso era già, quando dal vallo fuori
a schiera a schiera il fedel campo uscia,
ed in un di pedoni e corridori
con ordin vago il largo pian s’empia.
E quasi facci al sommo duce onori
tutto il gran campo intorno a lui s’invia.
Fermasi Alon e con lui ferme e immote
le schiere stan né alcun palpebra scote.

74Fermi stan di stupor, ch’eguale e strano
d’un’istessa cagion l’origin tira,
ché de la fida gente il capitano
pur come radoppiato esser si ammira.
Uom che a l’aspetto il cavalier sovrano
rassembra, il campo suo guidar si mira:
il campo suo, che fiso il guardo tiene,
ed al duce presente e a quel che viene.

75Come in sogno talvolta il senso errante
da l’incerte fantasme avvolto vede
di strane forme or questo or quel sembiante
che nel sonno medesmo a pena ei crede,
e come vide in un medesmo istante
la città de gli Augusti antica sede
un doppio Sol, che i suoi bei raggi intorno
spargea per tutto e raddoppiava il giorno,

76cosi duo duci eguali allor notava
ciascuno, e non ardia crederlo intero,
e ’l fine incerto avidamente stava,
fisso il guardo, aspettando ogni guerriero.
Ma il finto, che l’esercito guidava
fissamente guatando il duce vero,
con grati gesti e con ridente volto
vèr l’intrepido Alon il passo ha volto.

77E vicini eran già, quando il bel viso
di real maestà sparse e dipinse,
e di lume, onde avampa il paradiso,
la veste e l’armi in strana foggia cinse.
Lampeggiò ne i begli occhi un santo riso,
e la stella d’amor emolo vinse,
quando lo sguardo sfavillando fisse
al sovrano campione e cosi disse:

78«Or ecco, Alone il tuo gran campo, ch’io
ressi per te mentre tu fosti errante
come dispose il gran voler d’Iddio,
che d’un corpo mi cinse al tuo sembiante,
onde offender nol possa il popol rio
essendo lunge il tuo valor prestante.
Prendi la cura or tu, pugna, e quegl’empi
estingui e l’onorata impressa adempi.

79E voi, che già sotto il mio finto impero
foste de l’arme e de gli onori a bada:
or che a voi fa ritorno il duce vero
pongasi in opra la deposta spada».
Così diss’egli e rapido e leggiero
prese in quel punto verso il ciel la strada;
vèr l’aerea ragion qual lampo o dardo
cinto di luce e dileguosse al guardo.

80A gli accenti, a gli effetti, a lo splendore
onde l’aer per tutto anco riluce:
di confuse fantasme i sensi e ’l core
ingombrate restàr le schiere e ’l Duce.
Stupì dubbia la mente, e lo stupore
riverenza e diletto a l’alma adduce,
e del messo divin sparito omai
spian le cupide viste in aria i rai.

81Ma lo stupor cessando, a l’opre usate
la ragion al suo trono a l’alma rese:
e de l’eccelse meraviglie oprate,
poscia che l’alta historia ognun comprese.
Lieto il gran campo entro sue schiere armate
il duce e ’l suo drappello accolse e prese,
ed altamente i popoli feroci
fecer l’aria sonar d’allegre voci.

82E al ribombar del bellico metallo
risponder per ogn’antro Eco si sente,
e col vario annitrir ogni cavallo
siegue il piacer de la guerriera gente.
Venne il duce co i suoi dentro il gran vallo,
e perché di saper distintamente
quell’insoliti eventi ogn’alma è vaga,
ei narra il tutto e i lor desiri appaga.

83Il campo del suo forte inclito duce
la voce e i getti riconosce allora,
e quel nobil rigor che in lui riluce,
qual sol estivo che dal Gange è fuora.
Brama ciascun che la novella luce
apporti al mondo la seguente aurora,
per mostrar che se già sopita or desta
è la lor possa a tanti regni infesta.

Bessana conduce su carri volanti i rinforzi in città (84-86)

84Ma già il finto Alderan le sue guerriere
trasse per l’aria, ed a Babel le pose,
e con bei detti a le Pagane schiere
la cadente speranza erse e compose.
Di Bessana al re mesto a suo volere
finse rare novelle e strane cose,
e fé così che de l’averse genti
la potenza fatal nulla paventi.

85Né men del campo la cittade altiera
disponse a l’arme e a guerreggiar si accinge.
Arde vedendo la femminea schiera
il valor maschio, né l’invidia infinge.
Guida il tutto Alderan e da lui spera
ciascun, ed alte glorie a pensier finge,
e così certa ogni vittoria tiene
che s’usurpa le palme e le previene.

Canto IX

ultimo agg. 3 Maggio 2015 13:29

ARGOMENTO
Pugnasi con l’Amazzoni novelle.

Alone accetta la proposta di terminare la guerra con una battaglia di campioni (1-13)

1Ma il gran pianeta che rimena il giorno
chiaro in tanto sorgea da l’Indo fuori,
e seminava dal suo carro adorno
nel mondo i raggi, onde nascean gli ardori.
Salutavan vezzosi il suo ritorno
con volar, con garrir gli augei canori,
quando nel vallo dei cristiani appresso
venir de la città si scorge un messo.

2Giunse ed entrar fu fatto e al capitano,
vaghi d’udir novelle, il guidàr molti.
Mentre a la tenda del guerrier soprano
eran per tempo i maggior duci accolti
egli entra e con inchino altiero e umano
onora tutti e poiché in lui rivolti
de i magnanimi eroi vide gli aspetti,
sciolse accorta la lingua in pochi detti,

3«Poiché quiete non vuoi, né d’altra via,
che da l’armi la pace attendi e speri,
e menan vita travagliosa e ria
e la nostra cittade e i tuoi guerrieri,
il mio signor, che a più tranquilla e pia
vita in ogni stagion volge i pensieri,
brama che tutti sian gli odi e le liti
per un breve duello or definiti.

4Onde s’eleggerà schiera più forte
e de la nostra e de la vostra gente
e s’apriran de la città le porte
se il cristiano drappel sarà vincente.
Ma partirai, se per contraria sorte
il nostro fia più nel pugnar potente,
e toglierai senza più sangue e danno
noi di tema in breve ora e te d’affanno».

5Tacque, e ’l duce sovran, cui dianzi a pieno
l’opre future il santo messo espose,
con un sembiante placido e sereno
e magnanimo dir, così rispose,
«Posti in opra tai patti a punto fieno
pur come gli altri il vostro re già pose.
Siegua pur ciò ch’egli ha ne l’alma eletto,
che io nulla curo e ogni disfida accetto.

6Onde il numero, il tempo e l’armi e ’l campo
scieglia e prenda il Califfa a suo volere;
ma non per questo ei già riparo o scampo
de la destra del Cielo a i colpi spere».
Disse e vibrando un luminoso lampo
del magnanimo eroe le luci altiere,
tutti infiammò di marziali ardori
de l’invitte sue schiere e l’alme e i cori.

7Partissi ed a Mustace e ad Alderano
ritornando l’araldo il tutto espose,
e tra ’l popol fedele e tra il pagano,
picciola tregua a suo voler compose,
ond’il Califfa e ’l sommo eroe cristiano
sottoscrisser lor nome in brevi prose
che contenean del gran duello i patti,
che poi giurar e custodir fur fatti,

8che sol per suoi campioni ognuno avesse
di tredici guerrier la schiera eletta,
e vincendo il pagan, non si tenesse
più la cittade in duro assedio astretta,
ma, perdendo il pagan, Babel cedesse
e si dasse al cristian presa e soggetta.
E, vaga di pugnar l’avversa gente,
stabilir la battaglia il dì seguente.

9Così sendo conchiuso, incerta ogni alma
il dì seguente desiosa attende,
e in varia lance o di cipresso o palma
la speranza dubbiosa incerta pende.
Ma di morte o di fama illustre ed alma
vago ciascun tra le cristiane tende
corre ed esser eletto insiste e prega
dal gran duce al duello, ed egli il nega.

10Poi, con accorto avviso, a sé chiamati
dodici fior del campo alti guerrieri,
che posti già ne gli amorosi aguati
al servir inchinar gli animi altieri,
e dopo lunghi errori eran tornati
seco da lochi incogniti e stranieri,
questo d’invitti eroi nobil drappello
scelse il duce sovrano al gran duello.

11«Perché la meta egli medesmo impone
di quei tredici al numero prescritto,
fatto abbiam noi da l’Artica regione
(dicea), scorti dal ciel lungo tragitto,
ed or che noi prendiam degna tenzone
per l’honor di là su dunque è ben dritto,
e la destra di quel ch’unqua non erra
che in camin ci aitò, ci aiti in guerra.

12E se di vani e travagliosi errori
per Bessana narriam ben lunga historia,
e se fugemmo i suoi fallaci amori,
nostro vanto non già ma del Ciel gloria,
de le magiche sue forze e furori
con aita celeste avrem vittoria;
e d’averla spreggiata ognun si vante,
e feroce inimica e folle amante».

13Da l’altra parte entro l’avverse genti
dodici donne e Saladino il fiero
bellici insieme e magici strumenti
han tutti in apprestar volto il pensiero.
Mormora a voglia sua carmi potenti
su l’elmo, su lo scudo e su ’l cimiero
d’ogni donna la maga, e spera in tanto
ogni palma acquistar per via d’incanto.

Le due squadre vanno al campo e si danno battaglia, ma presto lo scontro degenera in scontro campale: i pagani sono vinti e si ritirano (14-81)

14E schernisce e non teme e spreggia, ahi stolta,
ogni valor de la nemica gente,
e l’empia turba in cieche larve involta
applauder folle ed acclamar si sente.
Ma il sol già data aveva intanto volta
col suo lucido carro a l’Occidente,
e fredda omai sorgea la notte oscura,
placido oblio d’ogni noiosa cura.

15Sol quiete il fidel campo e la cittate
tra le tenebre dolci aver non ponno,
e indarno intorno a lor l’ale sue grate
dolce dibatte e lusinghiero il sonno.
Ma sdegna in tanto Saladin l’odiate
piume e fatto di lui signore e donno
aggita il fiero e forsennato core
con un doppio furor Marte ed Amore.

16Pensa talor come in breve ora fia
con Argellina a l’onorata impresa,
ove la possa e la virtù natia
il fior de l’Asia in breve agon palesa.
Pensa come riparo esser potria
a la donzella in qualche ostile offesa,
onde con tal servir quel’alma altiera,
se non pia, divenisse almen non fiera.

17Ma poi sospira, e ’l bel natio valore
sol contempla, di lei timido amante,
come ogni possa, ogni bellezza muore
al suo gran braccio, al suo bel viso innante!
Pensa destar in lei fiamma d’amore
con emolar il suo valor prestante,
e pensa ognor con desiosa cura
far prove estrane a la tenzon futura.

18Ma tra ’l vario pensare, il sonno al fine
oppresso il tiene in breve spazio d’ora,
quando dal sen le ruggiadose brine
vaga scotea la rinascente aurora.
Destasi poscia e mira in su ’l confine
de l’emisfero il sol dal Gange fuora,
e con furor d’ogni tardanza geme,
e fiero e impaziente arme, arme freme.

19Ma nel campo cristian la tromba intanto
e ne l’alta città le genti accoglie,
e al fiero suon del bellicoso canto
destansi a gara le feroci voglie.
Sembrano i cori altrui, per tale e tanto
arringo, esposte a l’aure aride foglie,
mentre per darsi il luogo al gran duello
va quinci e quindi e questo araldo e quello.

20Ma il donnesco drappel da la cittate
col duce Saladino intanto uscia,
e dietro a quel con molte schiere armate
Almacco con tre figli indi seguia.
Con le genti al duello apparecchiate
da l’altra parte il forte Alon venia,
e a dietro a lor, a la battaglia istrutto,
con la scorta d’Aiton, va il campo tutto.

21Giunsero al luogo e come in lieta pace
allor fermosse e questo stuolo e quello,
ed ampiamente mezzo il pian capace
prese il campo a la giostra il fier drapello.
A la torre di Belo il re Mustace
corse per rimirar l’aspro duello,
ma mesto il guardo e pallido l’aspetto,
di dannoso disnor dubbioso il petto.

22Ed in loco remoto anco in disparte
s’ascose il finto ed orrido Alderano:
cosa a dietro non lascia e adopra ogn’arte
col suo saper, col suo furore insano!
Or fa segni nel suolo or su le carte,
or il piede adoprando ed or la mano,
or voci invoca, onde paventa Averno,
e di nubi s’ammanta il ciel superno.

23Di vicina sventura il cor presago
corron le donne a i lor profani tempi,
spargendo van di mesto pianto un lago,
invocando i lor dèi bugiardi ed empi.
Così ne la città le donne e ’l mago
fan di varia stoltezza eguali esempi,
mentre a gara l’onor, la possa e l’ira
a la pugna i più forti altrove tira.

24Vago e leggiadro oggetto era il vedere
de l’Eufrate sonoro appresso al lito,
ove il valor di mille e mille schiere
in un picciol drappel vedeasi unito.
Scintillar si scorgean per le visere
vaghe fiamme d’onor d’un core ardito.
Splendon gli elmi e gli usberghi, e lumi e lampi
mandan l’aria per tutto e par che avampi.

25Ma spettacol facea più vago e altiero
de le donne guerriere il bel sembiante,
e lieto rassembrava ogni destriero
sotto un ciel di beltà felice Atlante.
Tra queste aspro lo sguardo, alto il cimiero,
superbo e minaccioso e non curante
vien Saladino, e più spietato il rende
quel barbarico amor che l’alma accende.

26Ma più bel mai non fece arte o natura
del forte Alon tra quelle schiere e queste.
Alto ha il sembiante e vibra l’armatura
di sovrana virtù raggio celeste.
Candido è il suo destrier, candida e pura
è del vago guerrier la sopraveste,
e sembra al lume, al portamento, al viso
vago e novo campion del Paradiso.

27Risonaron le trombe: allor si è mosso
questo e quello drappello in un istante,
fiero via più che non quando è commosso
contra Borea nevoso Austro tonante.
Geme da i gran corsieri il suol percosso,
stridono i ferri e volan l’aste infrante,
e con incerta e con confusa sorte
libra i colpi d’ognun Fortuna e Morte.

28Pria nel lato sinistro in su l’elmetto
l’aste Guiboga e Saladino urtaro,
ove ciascun di cavalier perfetto
ne l’incontro furioso al par mostraro.
Franser l’aste su gli elmi e sempre eretto
l’indomito lor corpo ambi portaro.
Rotte le lancie ognun il brando afferra
al paragon de la seconda guerra.

29Con Vittoria famosa urtò Tamorre,
e di gran corpo e di gran vanti altiero,
stolto, che quasi ruinosa torre
sotto l’impeto ostil presse il sentiero,
Con la lancia a l’arringo intanto corre
verso Orontea superba Alvano il fiero,
ed urta su ’l cimier la faccia bella
e la fa riversar stordita in sella.

30Allor contra Vittoria il forte, Alvano,
ch’era senza nemico il brando gira.
Ma chi dirà come su ’l largo piano
vario Marte e la sorte esser si mira?
Colpita, o Floridan, da la tua mano
Oriana infelice esangue spira,
e per te gran Macheo le guancie amene
di viole colmò la bella Irene.

31Per Lidia e per Nicea con egual sorte
toccàr mesti il terren Sifante Abaga,
Fosse il valor de la lor destra forte
o l’occulta virtù de l’arte maga.
Per lo varco del viso entrò la morte
a Berenice, e ’l sen di sangue allaga
per man d’Occota, e Arbace e Sisigambi
caddero e in terra il piè fermaro entrambi.

32Con Tersilla feroce urtò Mitrane
su l’arcion sempre saldi e questo e quella:
di costui le percosse imbelli e vane
furo, or che se vedea la faccia bella?
Quali folgor celeste urtò Rossane
con Licomede e lo sbalzò di sella,
ma per man di Teodor cade Palmira,
e tra ’l sangue e la polve e langue e spira.

33Fiero è l’assalto e trema il monte e ’l piano,
al vario urtar de la guerriera gente,
e da mill’antri con rimbombo strano
i lor colpi imitar Eco si sente.
Fece Argellina e ’l sommo eroe cristiano
giostra sì vaga e con tal furia ardente
che muti e immoti il loro incontro e l’arte
osservando ammiràr Bellona e Marte.

34Come tra risonante atra tempesta
il rapid’Austro e l’orrido Aquilone,
immense nubi e questo e quello in resta
gonfi d’orridi tuoni a gara oppone,
e come allor che quella nube e questa
ne i gran campi de l’aria avvien che tuone,
con furia e foco e con rimbombo eguale
urtansi e questo e quel fulmineo strale.

35Corser con tal rimbombo e tal furore
nel fiero assalto i fulmini di guerra
con quella invitta lancia, il cui valore
meta dianzi prefissa unqua non erra.
Trema de l’uno e l’altro corridore
al fiero calpestio l’immobil terra,
ed alta nube di confusa polve
fieri lampi di ferro in aria involve.

36Ruppe la salda lancia in sul cimiero
l’alta donzella del guerrier cristiano,
e s’ingombrò per quello incontro fiero
di mille scheggie e mille tronchi il piano.
Ma diede a la donzella il cavaliero
con la salda sua lancia incontro estrano,
che ruppe il laccio, ove s’annoda al collo
il lucid’elmo e sul terren sbalzollo.

37O fu l’arte del Duce o pur al Cielo
darsi convien di sì bel’opra il vanto,
che volse sciorre il tenebroso velo
a la donzella del fallace incanto,
come su l’alba al matutino gelo
de i dipinti augelletti al dolce canto
sorge da l’indo mar la bella aurora
che il ciel sparge di rose e i monti indora,

38così apparvero allor le chiome aurate
d’Amor dolce tesoro a l’improviso,
così parve fioccar di rose amate
nembo gentil, onde s’adorna il viso,
Su ’l vago aspetto le sembianze irate
care son più che il lampeggiar del riso,
e nel bel volto con mirabil arte
sparse ogni pompa sua Bellona e Marte.

39Ma poi che fu a la donna in giostra tolto
l’elmo che ristringea sì fiero incanto,
ella più non rinchiude il senso involto,
come avea già, di un tenebroso ammanto.
Stupisce, ma pugnar lungi non molto
mira con Saladin Guiboga intanto:
ella il padre conosce a l’arme e ardita
corre contra il pagan per dargli aita.

40Trass’ella il ferro e su l’armata testa
fece piombar l’impetuosa spada,
pur come in procellosa atra tempesta
folgor sovr’alto monte avien che cada.
Dubio questo e quel campo intanto resta.
e ’l gran fine aspettando incerto bada,
e ’l fedel campo la contempla e vede
ma che fosse Argellina anco non crede.

41Ben la conosce il padre e quasi è fatto
per la dolcezza stupido e tremante,
lieto mirando sovragiunta a un tratto
l’amata figlia a sì gran uopo innante.
Con l’elmo rotto di ferire in atto
rivolto s’era il Saracino amante,
ma poiché fiso il fiero sguardo tiene
ne l’amato sembiante, un gel diviene.

42Almacco in tanto il fier pagan, che mira
un così strano ed improviso fatto,
stima con l’opre, che crucioso ammira,
a’ chiari segni violato il patto,
onde co’ suoi tre figli acceso d’ira
move a la pugna le sue schiere a un tratto,
e con rampogne e con parole ardenti
desta a l’assalto le feroci genti,

43Già a un punto s’abbassar lancie e visere,
già dal luogo prescritto ognun si parte.
Ratte non meno le cristiane schiere
movonsi incontro a lor da l’altra parte.
Con alto rimbombar le gente altiere
s’urtan al periglioso agon di Marte.
Và il grido al ciel e cieca nube intorno
s’erge di polve, onde s’invola il giorno.

44A l’incontrar de le feroci squadre
separàrsi Argellina e ’l fiero amante.
Ella congiunta s’è col caro padre,
che già per abbracciarla è corso innante.
Stridono i ferri e manda fiere ed adre
fiamme il fier Saladin, crudo in sembiante;
gli nemici e gli amici urta e respinge,
e sol contra Argellina il ferro stringe.

45Ella col genitor la gente Assira,
benché priva de l’elmo, urta ed assale,
e dove il forte brando intorno gira
ogni schermo, ogni usbergo è vano e frale:
chi freme intorno a lei, chi geme e spira
vinto ed oppresso da la man fatale.
Calca col corridor le schiere erranti
ad onta de gl’altrui fallaci incanti.

46E sotto il suo destrier ha il vago aspetto
Irene bella, al fato ultimo giunta,
Cade Lidia leggiadra il bianco petto
de la spada mortal percossa e punta.
Del molle fianco entro l’avorio eletto
Provò Tersilla la nemica punta
per la man di Guiboga, e spira e langue
e versa e sparge in un la vita e ’l sangue.

47Da l’altra parte Saladin, che innante
la sua amata nemica aver non puote
move, d’atroci straggi il cor bramante,
la sanguigna sua spada in fiere rote.
Altrove Almacco pugna e mai cotante
foglie nel primo autunno Euro non scote
quanti per questi del cristian drappello
cadon tremando in questo lato e quello.

48Ma, s’ancidon costor, non v’è riparo
dove il tartaro Duce il brando gira,
perché gli altri successi al par destaro
nel magnanimo petto amore ed ira.
Monti d’incerta stragge allor s’alzaro,
corser rivi di sangue e mentre ei mira
par che cader facci ei l’avverso stuolo,
basilisco novel, col guardo solo.

49Per la destra famosa illustre morte
han Sisigambi e Berenice estinta,
e, trafitte nel cor con egual sorte,
e Rossane e Nicea fu a morte spinta.
Fu ferita Vittoria e invitta e forte
volea, morendo, anco parer non vinta,
ma mentre contra quello erge la spada
moribonda e tremante avien che cada.

50Baiazet da Meton percosso è in testa,
e per man di Guiboga Orcane muore,
ma del fier Saladin la lancia infesta
sentissi Alvano moribondo al core.
Ma chi dirà come da quella e questa
parte più cresce il marziale ardore?
come aguzzan nel sangue i fieri artigli
del crudo Almacco i dispietati figli?

51Mazeo, figlio maggior, l’asta ad Aratto
nel ventre immerse con tal furia ed ira
ch’indi il ferro stillante essendo tratto
le viscere a l’arcion distende e tira.
Pende il meschin da sella e freddo fatto
l’alma col sangue largamente spira.
Ma intanto il vincitor al gran Frodetto
con la lancia sanguigna aperse il petto.

52Agolante, il secondo, al forte Ardeo
urtossi, e al guardo altier l’asta fissolle:
quello al tergo disteso al pian cadeo,
di sangue e di cervello umido e molle,
Colto al viso Aldebrando ei morir feo,
mentre la spada ei per ferirlo estolle.
Ma Faulo, il terzo figlio, uccise il mosco
Leon, Areto, Adrasto e Dauno e Fosco.

53E con l’esempio suo desta e commove
Almacco il genitor l’irate mani,
e s’inebrian ognora a straggi nove
nel furor ciechi e ne la rabbia insani.
Tre crude furie a le feroci prove
sembran d’Averno e presso a lor son vani
folgori accesi o bellici stromenti,
o foco mosso da secondi venti.

54D’aspra stragge cristiana è il suol funesto
e corre al mar di fedel sangue un rio,
cadon gli eroi più forti e incerto e mesto
fugge da questa parte il popol pio.
Col crudo Saladin pugnava in questo
non lungi Alon e la lor fuga udio,
onde lascia il nemico, e acceso d’ira
vèr la gente che fugge il corso gira.

55E, vista il gran campion oltre ogni stile
di Quinsai la falange in fuga volta,
v’accorre e grida: – Ove dal volgo vile
cacciata fuggi, ahi cieca gente e stolta?
questo è quel ch’io sperai trofeo gentile?
così vuoi tra le tende essere accolta?
Vana certo e mortale è tal fugita,
che per strada d’onor vassi a la vita.

56Qual gran sasso talor, che dal gran dorso
del superbo Apennin scende piombante,
forza non è che gl’impedisca il corso
ma svelle, rompe, atterra alberi e piante;
o qual fiero talor leone od orso
ch’abbia gran cani e cacciator dinnante,
che forte e invitto entro l’avversa gente,
or con l’unghie fa stragge ed or col dente,

57così rapido corse e tal parea
a l’intrepido urtar l’eroe sovrano.
Molle ai gran colpi suoi l’acciar si fea,
e colpo mai non diè che dasse in vano.
A l’assalto crudel la gente rea
tutta voltossi al cavalier cristiano,
e ben di tutti sostener sol basta
ogni lancia, ogni brando, ogn’urto ogni asta.

58Non tempesta sì spessa a l’aer nero,
non si ratti giamai fulmini e lampi
versa in terra talor, quando più fiero
lo sposo di Giunon par d’ira avvampi;
né ingombrando giamai nostro emisfero
di vapor freddo e biancheggiando i campi
fioccò pioggia sì densa e sì frequente
stretta in falde nevose il verno algente.

59Quanti strali e saette e quante e quante
spade contra d’un sol converser tutti!
Ma l’invitto guerrier sen sta constante,
qual gran scoglio sonante incontro i flutti.
Tu pria ti festi, o ricco Argalto, innante
di gustar vago de la pugna i frutti,
credendo, ahi stolto, ne i marziali ardori
aver possa e vigor le pompe e gli ori.

60Ne la Batria costui ricco e famoso
di sangue figlio fu del gran Burgento,
felicissimo in vero e aventuroso
se il desio di pugnar s’avesse spento.
Arme d’aureo lavor sostien pomposo
e spiega l’elmo ornate piume al vento;
riccamato di perle ha il vago arcione,
ingemmata la spada, aureo lo sprone.

61E vanamente altier con l’asta aurata
il forte duce ad incontrar s’è messo.
L’asta troncossi e fugli ancor troncata,
e la testa e la vita a un punto istesso.
Oradin, che tremante il corpo guata,
da un gran fendente al’improviso è oppresso.
Poi con vario colpir ancisi foro
Alieno, Dinastro, Usmano e Poro.

62Parte il ventre a Cambise, e ’l mento e ’l naso
a Teio, e ’l braccio ad Unigasto fende.
Bipartita la fronte ha Radagaso,
sanguinosa la coscia a Iuba pende.
Senza la destra è Muzolon rimaso
mentre la spada inaveduto ei stende.
Sangue vomita Orman, Vargonte è ucciso,
quello al petto percosso e questo al viso.

63Allor con sorte egual confusamente
l’imbelle e ’l forte al gran colpir cadeo,
e de l’ancisa e avviluppata gente
riparo intorno il gran campion si feo.
Non tai colpi mai diè sul ferro ardente
ne l’incude sonante il fabro Etneo,
e la gran spada al danno, al lampo, al suono
ponno a pena agguagliar bombarda o tuono.

64Già ratto fugge e da un sol braccio è vinto
il famoso squadron, che fu sì fiero;
già di rossor, già di pallore è tinto
per vergogna e per tema ogni guerriero.
Voltossi in tanto il fido stuol, sospinto
del suo gran duce al rampognar altiero,
e seguia chi già fugge: in cotal foggia
di fortuna la rota or scende or poggia.

65Tu con tre fieri germi Almacco solo
in quel fatale ed infelice giorno
foste costanti entro il pagano stuolo,
e ’l fortissimo eroe cingeste intorno.
Forte colpillo il suo minor figliuolo
in sul cimier di vaghi fregi adorno,
ma fu in quel punto dal campione irato
per le coste trafitto, al cor piagato.

66Cade tremante il bel garzone anciso
e ’l suo roseo candor pallido langue,
e sol rosseggia in su l’estinto viso
da la sella ei pendendo il proprio sangue.
Fu dal gran colpo in mezzo il cor conquiso
il padre, e non badò nel figlio esangue,
ma si voltò con forsennata fretta
qual bavoso cignale a la vendetta.

67Corre e del sangue altrui la cieca arsura
gli è sprone, ed alza in arrivar la spada,
e al mesto cor, che nel suo mal s’indura
come quel d’altri il suo morire aggrada.
Non con tal furia avien ch’a l’alte mura
il ferrato montone ad urtar vada,
come rapido scese il ferro crudo
de l’invitto campion sul forte scudo.

68Qual feroce leon, che dianzi avea
un gran stuol di mastini in fuga volto,
s’a l’improviso da percossa rea
in su le spalle orribilmente è colto,
desta l’ira mortal che s’estinguea,
e torvo e fiero e contro quel rivolto,
e snello più, che impetuoso strale,
corre sbuffando e l’inimico assale,

69così il cristian, che ne l’altrui fuggire
raffrenava il furor del cor modesto.
Visto de l’inimico il fiero ardire
lo sdegno che giacea repente ha desto,
ed eccitato da le nobil’ire,
alza il ferro di sangue atro e funesto,
che fischiando tra l’aria e sceso a piombo
fa su l’elmo nemico alto rimbombo.

70S’apre l’elmo e a la fronte il ferro entrato
sgorgan su ’l volto sanguinosi rivi.
Langue il mesto pagano ed è fugato
lo spirto al fin de la region de i vivi.
In tanto i figli al forte duce a lato
stupidi stanno ed ogni moto privi,
ché rimasero allor senza soccorso,
quasi piccioli cani preda a l’orso.

71E sdegnando fuggire audace e franco
ciascun d’alta virtù sembianza feo,
ma di punta trafitto il ventre, e ’l fianco
da la destra fatal fu il gran Mazeo.
Per la piaga mortal quel venne manco,
e steso e lasso in su ’l destrier cadeo.
D’atro sangue bruttato è il corpo adorno,
e fugge a gli occhi eternamente il giorno.

72Agolante, il fratel, che allor parea
dubbio s’è tra gli estinti o tra viventi,
fu a l’improviso da la spada rea
colto su ’l capo e bipartito a i denti.
Qui fermossi il gran duce e già vedea
fuggir per tutto le pagane genti,
disdegnando egli oprar l’ira gentile
a dietro gente fuggitiva e vile.

73Ma ben vuol che seguita il vincitore
da le sue genti la vittoria sia.
Incomposta è la fuga, e ’l gran timore
ogni rispetto, ogni vergogna oblia,
Di tronchi membri e di sanguigno umore
e di scempi e d’orror sparsa è la via,
e tra ferri e nitriti avvolti senti
ire, minaccie e gemiti e lamenti.

74Di sangue anco le vie per ogni parte
Guiboga intanto e Argellina han piene,
né più giova al Pagan la possa è l’arte,
né più saldo a la zuffa il piè trattiene.
Solo il fier Saladin del crudo Marte
l’orrido incontro e l’impeto sostiene,
e col gran petto e con l’invitta fronte
sembra a gli urti de i venti immobil monte.

75E de i suoi, che fuggian con freno sciolto,
riparo sol contra i nemici è fatto.
Sgrida irato chi fugge e pur involto
de i suoi medesmi in vèr le mura è tratto.
Fugge e pur ei non mostra il petto e ’l volto
di fugitivo e di ferire in atto,
rivolto ad ora ad ora il brando inalza
contra il turbine ostil che a dietro incalza.

76Entr’egli e ’l Turco stuolo a l’alte mura,
da le fauci di morte il piè traendo,
Ma commisto a i pagan anco procura
il drappel de’ cristiani entrar correndo,
e vedea già vicin con gran paura
Babilonia superba il fin tremendo,
quando improvisamente il varco chiuse
gran ferrea porta e l’inimico escluse.

77Ed in un co i nemici anco di fuore
ben molti ne restar sparsi pagani,
che fur ben picciol esca al gran furore
de gli adirati vincitor cristiani.
Altri mezzo la calca accolto muore,
altri sen và per quei spaziosi piani,
ed altri irato entro l’avverse spade
ancidendo il nemico estinto cade.

78E confusa ivi ancor turba tremante
di molti, che da Aiton eran seguiti,
de l’Eufrate tentar l’onda sonante
a nuoto per varcar gli opposti liti.
Sanguigna s’ingombro l’acqua spumante,
e d’estinti e d’esangui e di feriti
e di genti spiranti e di mal vive
s’empìr gli scogli e le sassose rive.

79Così vince e ritorna a le sue tende
lo stuol cristian da la crudel tenzone.
De gli egri e de gli estinti a gara prende
cura ciascun pur come vuol ragione.
Con Argellina a rallegrar si attende
Guiboga il padre, e ’l valoroso Alone
lieto l’accoglie e mira con diletto
la bellica virtude e ’l vago aspetto.

80E già dal genitor molt’anni pria
a lui promessa fu la donna forte,
e che fosse costei ben convenia
ne la guerra e nel letto a lui consorte,
le caste fiamme, che nel cor nutria
al bel fiato di lei sentì risorte;
e le felici guerre al nobil core
fur ne l’ire di Marte esca d’Amore.

81Egli la possa e la virtù guerriera
in sì bel corpo, in sì verd’anni ammira,
e nel viso gentil l’anima altiera,
e ’l fiero ardor, che dal bel guardo spira,.
Ma a’ diletti di Amor l’alma severa
inchinar ei non vuol se pria non mira
l’eccelse mura di Babel superba
rotte e sepolte entro l’arena e l’erba.

Canto X

ultimo agg. 3 Maggio 2015 13:33

ARGOMENTO
Saladino et Alon giran le spade.

Solimano per gelosia sfida a duello i cristiani, Alone raccoglie l’invito (1-28,6)

1Sorse intanto la notte, e ’l ciel adorno,
spiegò pomposo il suo stellato ammanto,
e aver volea del condottier del giorno
Cinzia su l’Orto ambiziosa il vanto.
Muto era il tutto, né s’udia d’intorno
e di fere e d’augelli o strido o canto,
ed in Lete ogni cura avea sommersa
il fedel campo e la cittade avversa.

2Sol tu quiete non hai, la comun posa,
o Saladino, è sol da te bandita,
mentre accesa d’amor l’alma orgogliosa
cerca ma in vano al cupo incendio aita.
Quella che ad ora ad or fingeasi sposa,
tolta si vide de la gente Scita,
quella che in pro de gl’empi il braccio armando,
volse improviso in loro offesa il brando.

3Quella, ch’ei tanto amò, quella al cui petto
in van destar tentò fiamma d’amore,
mostrando ognor di cavalier perfetto
vivacissimi rai d’alto valore.
Or gli è tronca ogni speme, or gli è disdetto
coglier d’amor e fronde e frutto e fiore.
Or conosce che il duol ch’altri riceve
sol per donna ch’è ingrata è pena lieve.

4Misero pensa, che in potere altrui
dimora, ahi fato rio, la donna amata,
e mentre sparge in van gli sdegni sui
con suo scorno e dolore altri la guata.
Pensa che suol piacer non puote a lui
la sembianza gentil che gli è sì grata,
e ’l foco ond’arde in duo begli occhi amore,
non ben pago è di aver esca un sol core.

5Poi pensa che per fama inteso avea,
che de l’avverse schiere il capitano
in grazia, in gesti ed in beltà vincea,
oltre ogni meta ogni sembiante umano.
Pensa poi l’opre, ch’a la pugna rea
feo de l’inclito eroe l’invitta mano,
e dice: «E di qual mai più gelid’alma
non ha sì bel campion vittoria e palma?

6Ahi nemica beltà, valor nemico,
che sì m’affliggi e ’l cor mi rodi e offendi,
che d’altro ardor, che non è quell’antico,
con fiamme inestinguibili m’accendi.
Mentre arride a’ tuoi gesti il cielo amico,
i bei frutti d’amor raccorre attendi,
che senza aver di guerra ogn’altra brama
a più degni trionfi Amor ti chiama.

7Misero, e sarà ver che da qua innanti
da l’alma e vita mia viva lontano?
ed averla egli sol si pregi e vanti
a mio dispetto un tartaro inumano?
e sarà ver che i miei sospiri e pianti
sian sparsi, ahi lasso, a l’aure, al suolo invano?
e fia ver che provar deggia il mio core
sempre crudel né mai benigno amore?

8Ohimè dolce mio foco, ove ora sei,
ove l’alma sembianza e ’l dolce riso?
u’ son de la mia morte i lumi rei,
che m’han co i dolci rai da me diviso?».
Così s’affligge e in dolorosi omei
sfoga l’interna pena il cor conquiso.
Su le piume noiose incerto e fioco
raggira il corpo e non ha posa o loco.

9O quanto allor ne l’aggitata mente
l’occhiuta Gelosia contempla e mira,
mille voglie e pensier varia repente,
e in formar e in guastar l’alma delira.
Vive fiamme e voraci il petto ardente
quasi accesa fornace esala e spira.
S’ange, freme, dibatte ed urla e pare
sotto scogli sonanti irato mare.

10Poi si pente orgoglioso e si rivolta
con luci bieche e minacciose e grida:
«Così in un punto in pro de gli empi ha volta
l’ingiusta spada? Ahi traditrice infida,
ben è di mente forsennata e stolta!
O sesso feminil, chi in te si fida?
ahi folle è ben chi per voi s’ange, ed, ahi
lasso, che tanto volsi e tanto amai.

11E forse è certo ne le braccia altrui
spendi l’ore notturne, io ben l’aviso,
e ’l velen dolce de i bei membri tui
porgi a gustar, non che la voce e ’l viso.
E forse, ohimè, forse racconti a lui
con indegna alterezza ed empio riso,
de’ miei negletti ed infelici amori
gli scherniti sospiri e i folli ardori».

12Così diss’egli, e s’ingombrò repente
d’un tartareo furor l’alma gelosa,
e spiegar parve da la faccia ardente
l’alta fiamma d’amor, che in seno è ascosa.
Ma mentre egli s’affligge, il carro algente
già a l’Occaso volgea la notte ombrosa,
e porgevan gli augei canori e gai
dolce saluto a i matutini rai.

13Sorto allor da le piume – Arme, arme – grida
di vendette famelico e bramante,
e vince al fiero sguardo, a l’alte strida,
carco d’atre procelle il ciel tonante.
«Proverà, proverà la donna infida
(diss’egli), e ’l suo novello e infido amante
ciò che or or potrà far giunta al valore
disdegno, crudeltà, Marte ed Amore».

14Disse, e chiama l’araldo e l’arme prende,
e altier l’adatta a le gran membra intorno,
e ’l grave brando al forte fianco appende
d’orridi fregi alteramente adorno.
Come nube talor che accesa splende
e infetta l’aria ed avvelena il giorno,
ed arde e co’ suoi rai sanguigni e torti
morbi, incendi minaccia e straggi e morti,

15così fiammeggia e così par che scocchi
da l’aspetto costui lampi funesti.
Al fiero folgorar de gli orridi occhi
spirto non è, che attonito non resti.
Sembra che nera e velenosa fiocchi
fiamma dal viso e in portentosi gesti.
Il corpo raggirando alto e gagliardo,
tuona co i detti e fulmina col guardo.

16E così minaccioso indrizza il passo
il pagan, d’ogni indugio impaziente,
ove in consiglio il re dolente e lasso
mesto dimora entro la mesta gente.
Muto era ognuno e ’l gran Califfa casso
d’ogni speme aspettava il fin dolente
quando il pagan con sguardi aspri e feroci
sciolse altiera la lingua in queste voci:

17«Che pensi, o re? dunque senz’armi a bada
staremo in vita neghittosa e dura?
T’inganni se tu pensi aprirti strada
senz’armi e ritrovar miglior ventura.
Non voglio io già, potendo oprar la spada,
rinchiuso starmi in queste anguste mura.
Ottenga pur questa mia destra forte
o felice vittoria o chiara morte».

18Così diss’egli e con turbato aspetto,
ove in un lampeggiò l’ira e la doglia,
rispose il re: «Se star non puoi ristretto
tra quest’ampia cittade, esci a tua voglia».
A tal parlar entro l’acceso petto
de l’audace pagan l’odio gorgoglia.
Esso parte dal re, cresce la brama
del duellar, e a sé l’araldo chiama.

19«Vanne al campo nemico e al capitano
narra» disse il pagan «che io sol disfido
chi difender vorrà con l’arme in mano
Argellina di fraude infame nido.
Venghi pur l’empia donna io tutti al piano
aspetterò del nostro Eufrate al lido,
e ’l fatto rio de la guerriera indegna
chi difender vorrà, pronto sen vegna».

20Parte da la cittade il messo e viene
al campo, ed è l’entrare a lui concesso,
e come in uso con gli araldi aviene
ne la gran tenda de’ cristiani è ammesso,
ne la gran tenda, ove il gran duce tiene
con suoi duci minor consulta spesso.
Quivi egli innante de l’invitto Alone,
e del fior de gli eroi la sfida espone.

21A quel parlar il capitano, in cui
dal seme di virtù nasceva amore,
e sendo illeso da le spade altrui,
tenea d’ascoso stral ferito il core,
infiammati vèr quello i lumi sui,
punto di gelosia, d’ira e d’onore,
con tremendo sembiante egli rivolse,
indi in questo parlar la lingua sciolse:

22«Benché fra poco il vostro indegno impero
e l’iniqua città torrò dal mondo
con l’aita del Ciel, con cui ben spero,
porre ogni gloria di Macone al fondo,
pur accetto il duello. Il Ciel severo
e de le colpe sue l’orribil pondo,
senza punto adoprarsi o lancia o spada,
gli aprirà ver gl’abissi orrida strada.

23Difensor d’Argellina io sono ed io
dovunque vuol a duellar l’aspetto,
ma ben tosto vedrassi il vostro rio,
dal sagrilego sangue atro ed infetto».
Cosi disse il gran duce e si vestio
il saldo usbergo e l’indorato elmetto;
lo scudo imbraccia e la gran spada cinge
et a salir al corridor s’accinge.

24Ebbe il messo a tornar passi non lenti,
e giunto a Saladino «Armati» grida
«ché il capitan de le nemiche genti
accettò prontamente ogni disfida».
Fur tai detti al pagan dardi potenti
nel petto amante, ove il sospetto annida.
e col mesto pensar più l’ange e cresce;
mont’egli in sella e da Babel se n’esce.

25Sol esce, che non volle in sua difesa
qualche squadra mandar Mustace irato,
e ben fragil vedea per tale impresa
ogni gran campo in suo soccorso armato.
Così del fier pagan l’anima accesa
sen va dove la spinge il cielo e ’l fato;
egli non teme e corre audace e forte,
col sembiante orgoglioso in grembo a morte.

26Da l’altra parte Aitono, in cui riluce
con maturo saper vecchio consiglio,
non vuol ch’indi si parta il sommo Duce
e sparsi senz’uopo al gran periglio,
ed a turbarsi alta cagion l’induce,
onde sorse adirato e grave il ciglio,
ed a lui disse: «Or qual cagion t’ha spinto,
o vincitore, a duellar col vinto?

27Vadan gli altri in tua vece, ognuno a prova
mostri ne’ fieri rischi il suo valore,
che non convien, che il capitan si mova
senza grave cagion dal vallo fuore».
Cosi il saggio dicea, ma venne nuova
che vaga in tanto del guerriero onore,
colma di sdegno la guerriera ardita
incontro al forte Saladino er’ita.

28Volse a questo parlare altiere e torte
l’invitto capitan le ciglia irate,
e pronto ad aitar la donna forte
sen corse, e ’l seguitar le schiere armate,
e dubitando qualche avversa sorte
givano a i lidi de l’ondoso Eufrate.
Ma miran qui, che in questa e in quella parteArgillina, precedendo Alone, si batte con Solimano ed è abbattuta; Alone duella e uccide Solimano (28,7-51)
già s’era giunto al paragon di Marte.

29Corse con gran furor l’alta guerriera
contra l’odiato e forsennato amante,
ma con ira più rigida ed altiera
spins’ei la lancia e ’l corridore innante.
La bassa terra e la sovrana sfera
a quell’orrido urtar parve tremante,
quando diede a la donna incontro acerbo
l’ingelosito Saladin superbo.

30Fece ei, restando la sua lancia intatta,
la sua amata nemica uscir di sella.
Essa cade stordita al suolo e fatta
di viole un giardin la faccia bella.
Sospiroso a tal vista il duce adatta
a la giostra la lancia e non favella,
e sol da la visera orrore e fiamma
versa l’ira e l’amor che il petto infiamma.

31E senz’altro parlar da quella parte
prese il nemico a la gran giostra il piano,
né voglion nel furor del crudo Marte
spender le voci e le minaccie in vano.
Sovra un colle vicin stava in disparte
lungi per rimirar lo stuol cristiano,
e ’l tutto nota su l’eccelse mura
sparso il popol pagan pien di paura.

32Ma tu, guerrier che de gli abissi al fondo
di Dio scacciasti la rubella gente,
e ’l gran dragon d’alta superbia immondo
col brando fosti d’atterrar potente,
tu soccorri al mio dir, tu lieve il pondo
fa de l’impresa, e a la mia tarda mente
i gran gesti rammenta, inalza i carmi
per ispiegar il gran duello e l’armi.

33Ratti turbini opposti, opposti strali
parvero entrambi od aquile volanti,
parvero avversi fulmini mortali
che s’urtasser tra nubi atre e tonanti.
E ben tal era lor prestezza e tali
parvero a i ferri lucidi e sonanti.
Franser l’aste ne gli elmi, e par che stampi
l’aria tra scheggie e tronch’e fiamme e lampi.

34Tremaro dal crudo assalto, a i colpi fieri
gli eroi d’intorno più famosi e conti;
solo immoti restar gli alti cimeri
su quelle due superbe avverse fronti.
Caddero al grave incontro i duo destrieri
ma sorgon presti ed apparecchian pronti
il Mauro audace e ’l cavalier cristiano
a battaglia di piè l’arte e la mano.

35Snello e destro è ciascun, ciascuno accorto
drizza lo scudo, move il brando e ’l piede
e con agile industria or dritto or torto
aggira il braccio, or si sospinge or cede;
or s’abbassa quel ferro, ora risorto
assale a un punto e a l’improviso fiede;
la man l’occhio delude e pronti e presti
fan fraude cenni a cenni e gesti a gesti.

36Oh come in tratti e spaventosi orrori
movesi l’uno e l’altro opposto brando!
Oh come portentosi atri splendori
mostran sovente, in varie foggie errando.
Fischian tra l’aria, e sibili e rumori
forman talora orribilmente urtando,
e par che facci questo brando e quello
per privata cagion pugna e duello.

37Ma s’avanza lo sdegno e ognor sormonta
il cieco ardir e la ragion delira.
Rabbia a rabbia s’aggiunge ed onta ad onta,
che ruine e vendette a l’alme inspira,
e la vendetta a la vendetta è pronta,
e via più ferve e più s’irrita l’ira.
Presta e lieve è la destra e ’l piede è tardo
ed a sangue e ferite intento è il guardo.

38Dansi colpi spietati e ad ora ad ora
via più si stringe la crudel battaglia.
Punge e impiaga ogni spada e fende e fora,
e piastre e membri e vestimenti e maglia.
Non s’arresta ne l’arme e ’l sangue fuora
sempre tragge ogni ferro ovunque assaglia,
e col sangue il sudor si versa e mesce,
e l’arte manca e la contesa cresce.

39Cresce l’orgoglio e crescon le percosse
e più sanguigna è la tenzon mortale.
L’odio ristora le smarrite posse
e dà virtute al corpo esangue e frale.
Spingonsi irati e dansi offese e scosse
con elmi e scudi, e spada oprar non vale.
Al fin lasciano i ferri opran le braccia,
e l’un l’altro nemico irato abbraccia.

40S’urtano audaci e di disdegno ardenti,
stringonsi in fieri e dispietati nodi,
giransi stretti e in variar frequenti,
piegansi in mille e disusati modi.
Crudi son gli intricati avvolgimenti,
ed estremo il valor, strane le frodi;
ed or con gambe ed or con piè la strada
cercan per che il nemico a terra cada.

41Come talor quando i cornuti armenti
la fiorita stagion desta a gli amori,
corron d’amor e di furor ardenti
al fier duello ingelositi i tori,
miran d’intorno timide e dolenti
le tenere giovenche i lor furori,
e i pastorelli contemplando stanno
mesti e dubiosi il fiero incontro e ’l danno,

42cosi la fiera pugna osserva e mira
e la cristiana e la pagana gente,
e con invidia lor virtute ammira
stupida ogn’alma, attonita ogni mente.
Voce non s’ode, guardo non si gira
mute le bocche son, le luci intente,
ma sol tremano i cori, u’ speme e tema
variando la sorte or cresce or scema.

43Pugna mai non mirò con tal fierezza
di qualunque più sorte unqua si noma,
o Troia, che cadeo di tanta altezza
fatta dal valor greco oppressa e doma,
né già a le guerre ed a i trionfi avvezza
scorse mai tal contesa Italia e Roma,
ch’indi al cader del vasto imperio Augusto
fu di stragge e terror teatro angusto.

44Ma dopo vari giri e tante e tante
fiere rivolte ed urti ed onte e scosse,
avvolgendosi un sasso entro le piante,
Saladin col gran corpo il suol percosse,
e come se talor vien che si spiante
torre che in alto colle esposta fosse,
scossa trema la terra a sì gran pondo
e muggion gli antri e ne risona il fondo.

45E ben con tal rimbombo e tal orrore
cade il fier Saladin disteso in terra,
cade il tartaro seco e con ardore
l’assale e offende e a lui si stringe e serra,
e fan con disusato aspro furore
tra la polve e tra ’l sangue orribil guerra.
Ma perché disvantaggio ha in questa pugna
il pagan, salta in piedi e ’l brando impugna.

46Salta il guerriero scita e la cessata
sanguinosa tenzon si rinovella,
e se l’arte e la possa è in lor fugata
la forsennata gelosia duella.
Forma ben ampia e sanguinosa entrata
tra ferro e ferro e questa spada e quella.
Peste e guaste han le membra ed è restato
mezzo il petto anelante a pena il fiato.

47Ma tra ’l vario colpir di pien furore
l’urtò di punta il cavalier cristiano
mezzo il fianco e l’usbergo, e giunse al core
il gran ferro omicida al fier pagano.
Già largamente col vitale umore
esce dal crudo sen l’ardore insano.
Cade e ’l sangue e la vita entro la polve
confonde, e ’l petto moribondo involve.

48E senz’altro parlar dibatte e freme
in orride sembianze e morde il suolo,
e l’affligono al par ne l’ore estreme
disdegno, gelosia, vergogna e duolo.
Tra ciechi abissi, ove ognor s’ange e geme
d’immondi spirti entro confuso stuolo,
ululando fuggì l’anima fiera,
sì feroce nel mondo e sì guerriera.

49Da l’alte mura la rinchiusa gente
alza in voci lugubri allora un strido.
e replicaro il mesto suon dolente,
le cupe valli e de l’Eufrate il lido.
Da l’altra parte il capitan vincente
è portato a le tende in lieto grido;
ove stanca giacea la donna bella
de l’invitto suo core arco e facella.

50Vivi rai di virtù spargendo intorno
dal bel sembiante e dal leggiadro viso,
al campo, che godea del suo ritorno,
rende grate accoglienze e lieto riso.
Non s’egli pur sovra gran carro adorno
di trofei carco in Campidoglio assiso,
vinto l’ampio Oriente e ’l suolo australe
trionfo aver potrebbe a questo eguale.

51Ma il magnanimo eroe ben vuol che sia
in qualche tomba il corpo estinto posto
del suo forte rival, né vuol che stia
indegnamente a gli avoltori esposto.
Così comanda il duce e l’obedia
fido drappel, come da lui fu imposto
Fu sepellito ed ebbe onor non poco,
se si mira l’ufficio, il tempo e il loco.

Canto XI

ultimo agg. 3 Maggio 2015 13:37

ARGOMENTO
S’apron le mura de l’infide genti.

Alone tira con delle bombarde contro le mura e ne distrugge gran parte, ma deve aspettare il giorno dopo per l’assalto a causa del sopraggiungere della notte (1-32)

1Ma poiché chiuso entro le forti mura,
fuori uscir non ardisce alcun pagano,
e nessun, benché fier, più s’assecura
l’ira irritar del vincitor cristiano,
volto a l’assalto ogni suo studio e cura,
per fornir l’alta impresa ha il capitano,
e già per atterrar l’alte pareti
catapulte adunava ed arieti,

2ed alte torri ed orride baliste,
onde avventansi in aria e sassi e strali,
ed altre ed altre variate e miste
moli superbe e machine murali.
Ben prevedono a pien le genti triste
con augurio infelice i certi mali,
ma tra ’l vario timore ancor’avanza
de le salde lor mura alta speranza.

3Ma mentre intento a questo il pensier tiene
co i gran fabri del campo il duce scita,
de gli Armeni il signor allor sen viene,
per dare a lui nel maggior uopo aita.
«Ben hai (diss’egli), or ch’assaltar conviene,
machine eccelse e invitta gente e ardita,
ma senza stragge de i più forti eroi,
l’alte mura atterrar, duce, non puoi.
4Né già vogl’io che in lungo assedio sia
la nemica città per te soggetta;
che ad impresa via più celebre e pia
contra gli empi pagan l’Asia t’aspetta.
Godi però, ché disusata via
d’aver certa vittoria il Ciel t’ha eletta,
c’avrai, per espugnar l’alte difese,
machine mai non viste e meno intese.

5Arme che l’alemanna industre gente
formò per non soffrir guerre sì tarde.
Son gran moli d’acciar, d’arte potente,
concave dentro e dette son bombarde,
ove polve si pon, ch’indi repente
tocca altrove dal fuoco avampa ed arde.
onde palla mortal che fulminando
quasi folgor celeste esce tonando.

6E ben al fiero lampo, a l’alto suono,
a la nube del fumo, al colpo orrendo,
folgore atroce e spaventevol tuono
appellarsi potria, ma è più tremendo.
Tutti i ripari altrui deboli sono
vèr la palla mortal, ch’urta stridendo,
e contra il suo colpir non è securo
qualunque sia più saldo usbergo o muro.

7Tre gran moli di queste a i cenni tuoi
son pronte, perché allor che fosti assente
mandolle ad uso tal l’amica a noi,
che guerreggia in Soria latina gente».
Così disse, e ’l guerriero i detti suoi
accolse, e seco s’inviò repente
dove stan le bombarde in strane guise
sopra tre carri altieramente assise.

8Esso nota i gran bronzi e ’l varco vede,
onde il folgor d’Averno esalar suole.
Stupisce, ma non ben con queste ei crede
ch’atterrar possa ogni più salda mole.
Ma perché il duce, acciò si presti fede,
che fatta sia l’esperienza vuole.
Per adoprar quegli orridi strumenti
vennero i fabri ad obedirlo intenti.

9Non lungi, ove i cristian le tende alzaro,
mura sorgean, che fur gran torre innanti,
che i secoli scherniro e si mostraro
tra le varie ruine ognor costanti.
I fabri incontro a questi allor drizzaro
una de le tre machine tonanti;
di polve e lana e palla è ’l grembo empito,
poi contemplato la distanza e ’l sito.

10Il duce co i suoi fidi intenti stanno,
ed ammiran di questi e l’opre e l’arte,
e le gran palle contemplando vanno,
e la polve onde avampa irato Marte.
I fabri intanto, che il periglio sanno
disser: «Ite, guerrier, lungi in disparte,
ché spesso questa machina infernale
con gli amici medesmi è più mortale».

11Così parlan costor, onde s’invia
lo stuol e ’l duce in un remoto loco,
onde la mole offender lor potria,
per estrano accidente o nulla o poco
Con polve in tanto per angusta via
d’un obliquo forame un desta il foco.
Arde la polve e i conceputi ardori
la fulminea gran bocca esala fuori.

12Parve tutta versar l’atra e fumante
stigea sua fiamma il tenebroso Averno,
quando sgorgò la machina sonante
con la palla stridente il solfo interno.
Non formò tal rimbombo il ciel tonante
sul fin d’aprile e al cominciar del verno,
né quel che co i destrier correnti il tuono
vago d’onor celesti espresse al suono.

13Meraviglie dirò: prima miraro
l’orrido lume de le vampe ardenti
quei ch’eran lungi, e molto poi portaro
al loro udito il gran rimbombo i venti.
Rimbombo tal che i monti allor crollaro,
non che le torri e gli alberi eminenti,
e risonò per ciascun antro e speco,
fatto altiera bombarda, orribil Eco.

14Ma tra ’l suono, la fiamma e ’l fumo intanto
l’acceso globbo al saldo muro è giunto,
che in strana guisa ripercosso e franto
ruinoso cader si vide a un punto.
A l’estrano artificio, a un tale e tanto
effetto ognun d’alto stupor compunto,
nota or l’alte ruine or la bombarda,
ed or come la polve avampi ed arda.

15Ma poiché a pieno egli conosce e scopre
l’alta virtù de la fulminea mole,
provarla a via più degne e nobil opre
contra l’alta Babelle il duce vuole.
Nera in tanto la notte il mondo copre,
onde servasi l’opra al novo sole,
ma tra i pensier de la guerriera spene
poca parte nel duce il sonno ottiene.

16Al fin passa la notte e in ciel ritorno
col cantar de gli augei facea l’aurora,
che vagamente i verdi colli intorno
sparge prima di rose e poi l’indora.
Tra ’l fidel campo a l’apparir del giorno
in tanto tromba s’ode alta e sonora,
ch’alteramente con superbo carme
grida a le forte schiere a l’arme, a l’arme.

17E fece a l’arme, a l’arme alte risposte
de i diletti di Marte il campo ardente.
Sorge e si cinge omai l’arme deposte,
colma d’alto piacer l’invitta gente.
Ma già le tre bombarde eran disposte
dove l’empia città s’erge al Ponente,
dove d’assalto non avea paura
per l’alte insieme e ben fondate mura.

18Vago qui si vedeva e largo piano
dal campo de i cristian lungi non molto,
dove di Marte il fiero ordigno estrano
contra l’eccelse mura era rivolto.
Quivi il fior del suo campo il capitano
volle che stasse in ordinanza accolto,
perché in batter le mura altri non giugna
ad impedir con improvisa pugna.

19Vaga e strana apparenza era il vedere
nova forma di assalto in quella impresa,
e come stan le valorose schiere
de i gran bronzi tonanti a la difesa.
Ma da l’alta Babel le gente fiere
non avean de i cristian l’arte compresa,
ed osservando stan col guardo immoto
del campo ostil ogni andamento e moto.

20E ben de l’alta mole il cor presago,
ne la torre di Belo il re canuto
unito s’era già col finto mago,
e chieder vuol né sa in che uopo aiuto.
D’incerta tema una dolente imago
va tra ’l popol pagan, che mesto e muto
si dispon per le mura e l’arme prende,
e del campo inimico i moti attende.

21Già le machine orrende i fabri accorti
disposti intanto in vèr le mura avieno,
e di palle ministre empie di morti
e di polvere atroce ingombro il seno.
De i più fieri guerrier, l’alme più forti,
che vicini eran quivi anco temieno;
mentre ciascun il fiero suono attende,
ch’assordando l’orecchie i cori offende.

22Ma poiché diede il segno il capitano,
l’atra polve di Marte arde repente.
Per vie distorte e poi con tuono strano
il triplicato rimbombar si sente.
Se congiunti Vesevo, Etna e Vulcano
esalasser dal sen la fiamma ardente
far non potrian un paragon perfetto
de l’orrende bombarde al fiero oggetto.
23Così orribil fu il suon, così mandaro
terribil fiamma e fetida ed oscura,
l’aria ingombràr di fumo ed offuscaro,
l’alma luce del dì serena e pura.
Ma tra le fiamme sibilando urtaro
l’accese palle a le superbe mura,
e mostraro altre rotte, altre cadenti,
non poter sostener gli urti violenti.

24Di novo poscia de gli ordigni usati
sono i fieri strumenti indi ripieni,
e di novo anco poi globbi infiammati
balenando sgorgàr gli ardenti seni.
Allora i merli contra il cielo alzati,
oh superba Babel, più non sostieni,
e si confonde e si dilegua in tanto
con la polve e col fumo, il fumo e ’l vanto.

25D’intorno con le timide e tremanti
viste il tutto scorgean gli empi pagani,
ma cader visti ruinosi e franti
i merli al suon de gli strumenti estrani,
con alte voci ed interotti pianti
alzan mesti e dolenti al ciel le mani.
Ma il Ciel, per non mirar de gli empi il volto
di gran globbi di fumo intorno è avvolto.

26E incerta e mesta la confusa gente
vuol ritrovar e non sa d’onde aita;
mesta ulular per la Città si sente
la turba de le donne egra e smarrita.
Presso le rotte mura il re dolente
con la schiera più forte, or sbigottita
cerca del novo e disusato Marte
ritrovar qualche schermo e non sa l’arte.

27Come s’un pastorel cader d’innante
annosa quercia a l’improviso vede,
atterrata d’un fulmine sonante,
guata l’alto successo e a pena il crede,
così ammira ciascun l’aspro e tonante
bronzo, al cui colpo ogni gran rocca cede,
e l’inimico a l’opre altiere e nove,
par tra nubi disceso in terra Giove.

28Ma venti volte omai s’odono in tanto
raddoppiar le bombarde il suono orrendo,
e s’ode il muro ruinoso e franto
l’alto rimbombo replicar cadendo.
Versan dentro Babel misero pianto
i mesti abitatori, al suol vedendo
cader dal foco saettate e dome
le mura e con le mura il vanto e ’l nome.

29Ma di sdegno infiammato e gonfio d’ira,
a i merli viene il finto empio Alderano,
e forsennato ed orgoglioso ammira
del concavo metal l’ordigno estrano.
Già furor infernal dal guardo ei spira,
già di verga tremenda arma la mano,
con la lingua e col braccio al volgo ignote
e figure formando e gesti e note.

30Che non feo? che non disse? Il ciel commosse
ad alti sdegni ed irritò gli abissi.
Quattro e sei volte la gran verga scosse,
potenti note mormorar udissi.
Ma vane fur le scelerate posse,
per mutar di là suso i pensier fissi,
anzi più forza a i cavi bronzi ha dato,
per l’orrende biastemme il Cielo irato.

31Cadon l’eccelse mura e di Babelle
la perfidia e l’orgoglio anco non cade,
pur tosto fia de l’adirate stelle
esempio di vendetta a l’altra etade.
Ma col vario colpir tra queste e quelle
ruine, apronsi omai varie le strade,
e già contra il valor del braccio forte
son caduchi ripari e torri e porte.

32E già il cristian per le cadute mura,
aperto il passo per entrar s’avria,
ma già la notte più de l’uso oscura
di nero ogni sembianza omai copria,
La ben certa vittoria, ond’è secura,
serba al seguente dì la gente pia.
Un fido stuol de le bombarde prende
la guardia, e tornan gli altri a le lor tende.

Bessana con un incanto scatena la forza degli elementi e aizza il popolo ad una sortita notturna (33-50)

33Lasciò la portentosa alta giornata
l’empio popol pagano immoto e muto,
e rotar contra lor la destra irata
del Ciel vedean senz’altro scampo o aiuto.
Ma più s’affligge de la sorte ingrata,
per l’immenso tesor c’ha, il re canuto,
e l’ama con amor geloso e indegno
via più che non l’onor, la vita e ’l regno.

34E col pensiero irresoluto e mesto
misero sta con pochi amici a bada.
Erra la turba ed in quel lato e in questo,
né de lo scampo suo trovar sa strada.
Ma la maga una verga, un vel funesto,
un libro prese ed una acuta spada,
e poi da la città dolente uscio,
dove il muro cadente il varco aprio.

35Era vaga la notte e ’l ciel mostrava
le stellate sue pompe ad una ad una,
ma la sembianza al fosco suol velava
l’aria presso a la terra algente e bruna.
Su l’Orto in tanto il lume suo spiegava
con l’argentee sue corna omai la luna,
e l’ombre già de la gelata notte
son da’ puri suoi rai disperse e rotte.

36La maga, poiché il sol notturno vide,
che su ’l nostro emisfero il corso ha volto,
riverente l’adora, indi alto stride,
poi tocca il suol col furibondo volto.
Tre volte al campo ed a le mura infide
altretante l’aspetto ebbe rivolto,
poi bada alquanto e poi con la funesta
sua benda orribilmente arma la testa.

37E designando con la verga un giro,
vi si pose e tre volte il suol percosse.
Tai detti poi da l’empia bocca usciro,
che repente adirato il ciel turbosse.
Lasciò la verga e ’l brando ignudo e diro
con entrambi le man stringendo mosse
in fiero cerchio, e gli occhi biechi e torti
spira, furia baccante, e sangue e morti.

38Poi, turbata, si ferma e in questi accenti
scioglier l’immonda lingua indi s’udio:
«O voi che le procelle e i gran portenti
commovete de l’aria, e voi che il rio
d’Acheronte abitate, or or non lenti
venite ad obedire al voler mio,
per la virtù di quell’antico patto
che meco, o spirti, il vostro duce ha fatto.

39Vi mova, invitti spirti, omai pietate
de le genti pagane afflitte e meste,
e non soffrite che sì gran cittate
e vinta insieme e invendicata reste.
Piogge, fulmini, venti omai destate
terremoti, fantasme, ombre e tempeste,
cada il tutto e ruini e resti estinto,
se più non possi, il vincitore e ’l vinto».

40Così diss’ella, e de la più profonda
arte l’empie biastemme al libro ha letto.
Mille volte invocò la Stige immonda,
percotendo la terra ad ogni detto.
Già nubiloso velo il ciel circonda,
già da gli occhi s’invola il chiaro oggetto,
già copre sotto nube oscura e bruna
il candido splendor l’argentea luna.

41E ’l confuso e gran stuol de i fieri venti
sparso tra l’aria omai sibila ed erra.
La natura paventa e gli elementi
s’apparecchian turbati a cruda guerra.
Mille versa dal sen larve e portenti
Cocito, ed ogni mostro omai disserra,
e mille lampi entro la notte oscura,
dan fieri segni a la tenzon futura.
42Ma poiché l’aria vide orrida e bruna,
torna la maga a la città dolente,
e in larga piazza ad alta voce aduna
de l’afflitta Babel la mesta gente,
ché già rimira l’ultima fortuna
de la patria famosa omai presente,
pur come quel che ad or ad or tremando
su la mesta cervice aspetta il brando.

43Né d’involar più la città diletta
spera da l’altrui man la maga ria,
ma di farne aspramente alta vendetta
nel rabioso cor suo brama e desia.
E già per l’alme disperate ha eletta
questa, di sfogar l’odio, orrida via,
cader tra l’inimici e al braccio forte
la vittoria e ’l trionfo esser la morte.

44Onde per eccitar chi teme e pave
del terror de la morte oppresso e vinto,
sen vien fiera ed audace e ’l corpo s’have
d’un estrano splendore adorno e cinto,
e più de l’uso venerando e grave
il veglio aspetto d’Alderan s’ha finto,
ed in mezzo le turbe in suon feroce
sciolse l’orrida lingua in questa voce:

45«Che stupor? che fantasma? e che timore,
gente invitta de l’Asia or sì vi assale?
Ahi che di marte entro il guerrier ardore
il sospirar, l’impallidir non vale.
Sente gli aversi eventi il forte core
e le felicità con petto eguale,
e contra ogn’urto è sempre salda e dritta,
qual gran torre constante, ogni alma invitta.

46Cadrà, se così vuole il Cielo e ’l fato,
per le nemiche man la patria nostra,
ohimè, se da l’infausto dì passato
la cadente ruina il ver dimostra.
Col cor tremante e vèr la patria ingrato
ci asconderemo in sotterranea chiostra?
e sarà ver che la memoria pia
de l’alta patria invendicata stia?

47Su su meco venite, a l’aria nera
cose farem onde avrà invidia il giorno,
e porteremo a quella gente altiera,
ne l’incerta vittoria il certo scorno,
e la memoria de l’invitta schiera
farà de i gran Spartani in noi ritorno,
e ne la morte de la patria cara
olocausti cadrem felici a gara.

48Né quella che tra noi chiamata è morte,
nome sol di temenza al volgo errante,
raffrenare e temprar di un alma forte
l’alta eroica virtù mai fia bastante.
Dunque vedrà l’inevitabil sorte
L’uom con biasmo e disnor, mesto e tremante?
o pur lieto n’andrà di palme pieno
e vendicato ed onorato in seno?

49Che se cadremo noi spiranti ancora
tra i cadaveri nostri altri cadranno;
che se il ferro nemico e fende e fora,
fendere i nostri e perforar sapranno.
Su su già per uscir comoda è l’ora,
mentre per mio voler destando vanno,
per atterrir più le nemiche genti,
formidabil tempesta i fieri venti.

50Manderanno per noi le stelle armate
e terremoti e fulmini e procelle,
e mostrerem che de le posse usate
abbandonata non è ancor Babelle,
Noi morirem, e sian le tombe alzate
de i corpi estinti de le genti felle.
Or quando i fabri industri unqua formaro
tumulo o mausoleo più degno e raro?».

Canto XII

ultimo agg. 3 Maggio 2015 13:41

ARGOMENTO
Cade Babelle entro gl’incendi ardenti.

Gli assediati con l’aiuto della tempesta fanno grande strage di cristiani (1-20)

1Cosi l’empia parlava, e con orrore
girava intorno il suo tartareo aspetto,
avventando saette ad ogni core
d’orgoglioso furore ad ogni detto.
E già di uscir con la gran Maga fuore
ratto ed impaziente ognuno ha eletto,
gridasi «A l’arme» e ’l popol rio che freme
abborrisce lo scampo, odia la speme.

2Corron di qua, di là, chi l’asta prende,
chi l’usbergo si cinge e l’elmo allaccia,
e chi la lancia stringe e ’l brando appende,
chi al destrier sale e chi lo scudo imbraccia,
La disperazion più l’ira accende,
e col proprio morire altri minaccia
e stiman forsennati alta ventura
cadere in un con le paterne mura.

3E preser’anco de la patria amanti
tutte le donne accese fiamme ardenti,
faci di tempra tal, che son costanti
a l’acque, al gelo, a lo spirar de’ venti.
Così da le spelonche atre e fumanti.
a la region de’ miseri viventi,
traggon l’inique Furie il viso immondo,
ardendo i regni e perturbando il mondo.

4Ma, visto il re ne la canuta etate
già vicin de la morte il fiero artiglio,
e del suo scettro e de la sua cittate
l’alta ruina omai, non che il periglio,
tra gran maggion con le ricchezze amate
occultarsi meschin prese consiglio,
ch’a le pene trovar tregua o ristoro
non sa l’anima avara altro che l’oro.

5Ma al Motor de le stelle erranti e fisse
l’empio Pluton, che contrastar desia,
e ’l decreto immortal, che il Ciel prefisse
spera annullar per ogni ordigno e via.
Volle che pronta al suo comando uscisse
la pigrizia col sonno in compagnia,
del riposo figliuoli e de la notte
da l’atro sen de le cimerie grotte.

6Questi al campo cristian vennero e ’l rio
dolce velen sovra ciascun versaro,
e in un tra l’alta quiete un fiero oblio
de l’onor, de le cure anco meschiaro.
Dormon le guardie e dorme il popol pio,
più d’ogni altro trionfo è il dormir caro,
e indegnamente entro l’odiosa pace
il guerriero valor languendo giace.

7E ’l letargo infernal signore e donno,
i lor sensi legando e sovra ognuno
in strana guisa, onde adoprar non ponno
bombarda o tuon, ch’unqua si desti alcuno,
poiché gli avvinse in sì profondo sonno
la stanchezza, l’Inferno e l’aer bruno,
ecco uscir di Babel con faci ardenti
le forsennate e disperate genti.

8Cinte di fosche vesti a l’aer nero
d’abisso uscir parean dal seno interno,
anzi per aitar il popol fiero,
mandò veloce ogni suo mostro Averno.
Spettacol fean e portentoso e altiero
le larve che sgorgàr dal cieco inferno,
sembrando ognuna a l’indistinta imago,
or Chimera or Centauro or Scilla or drago.

9Ma l’empia maga, in cui l’antico amore
d’aspro incendio tartareo esca è nel petto,
corre innanzi rabbiosa e in lei ardore
seco a lato venendo, avviva Aletto.
Faci accese hanno intrambi e qual furore
mostrano a gli occhi ardenti al crudo aspetto,
né si sa, sendo al par orrida e fella,
chi sia Furia di Stige, o questa o quella.

10Taciti vanno e a pena il suon si sente
dei pronti sì ma ben leggieri passi.
Giungono al fin colà dove giacente
la guardia su ’l terren dormendo stassi.
Fur da la maga ria col suo pungente
brando Oringo e Tigran di vita cassi,
che il suol bagnando di sanguigno smalto
fèr dal sonno a la morte orribil salto.

11È fama allor che gli Angeli, che in cura
del suo campo fedel dispose Iddio,
non voller che soffrir sorte sì dura
dovesse indegnamente il popol pio,
onde al suon di quei ferri, a l’aria oscura
il valoroso Oldrico allor sentio.
Grida, desta la guardia e gonfio d’ira
mostra il volto al nemico e ’l ferro gira.

12Alzan allor terribili e sonanti
voci d’orror le disperate genti,
e al vario suon de i ferri scossi e franti
l’ulular, il nitrir mischiarsi senti.
O come strani ed orridi sembianti
mostran le donne con lor faci ardenti,
e i mostri e l’ombre de l’eterno lutto
di terror di spavento empiono il tutto.

13Tuoni orribili in tanto il ciel disserra,
scende in pioggia stridente il gel disciolto,
e Borea altier, che gli alti monti atterra,
batte a’ cristiani orribilmente il volto.
Mischia crudel tra la sanguigna guerra
de gli elementi il gran litigio è avvolto,
e con fulmini ed aste in fogge nove
è congiunto il furor di Marte e Giove.

14Mira con gran stupor lo stuol cristiano
l’aspra tempesta e le notturne faci,
e ammira che del popolo pagano
sian l’afflitte reliquie or tanto audaci.
Ferito entro il pugnar da incerta mano
in tanto, o valoroso Oldrico, giaci.
e sono al cader tuo timidi e stolti
i cristiani tremanti in fuga volti.

15S’odon dietro incalzar con gran furore
il fuggir di costor l’infide genti,
e di questo hanno ancor furia maggiore,
urlando abisso e sibilando i venti.
Tra il fuggir e ’l seguir e ’l cieco orrore
va misto il vincitor mezzo i fuggenti,
e ’l vallo e i padiglioni in varie sorti
empion fiamme, ruine, orrori e morti.

16E fieramente il gran diluvio in tanto
con le tenebre dense ognor crescea,
e dal tartareo e tenebroso ammanto
fiamme ed acque ad un punto il ciel sciogliea.
Tra l’acque e ’l vento, ripercosso e franto
con fiero sibilar l’aer stridea,
e s’accordava con orribil rombo
de le nubi tonanti alto rimbombo.

17E tra l’acque e tra il foco il ciel sembrava
già trarupar de gl’imi abissi al fondo.
Tremante era natura e paventava
che nel Caos primier non torni il mondo.
Era gonfio l’Eufrate e non bastava
tante linfe raccor nel sen profondo,
e mutato in un mar tra spazio breve,
il tributo de i fiumi anco riceve.

18E son già del novello ondoso mare
i gran flutti e le nubi omai confini,
e scossa trema la gran terra e pare
ch’ogni monte ogni colle in giù ruini.
Veggionsi con gran tuono omai cascare
e rocche e colli, non che abeti o pini;
sorgon piene le valli e l’alte fronti
a i gran colpi del ciel chinano i monti.

19Ma se soffiano a gara i fieri venti,
ruine ergendo in quella parte e in questa,
là dove stanno le cristiane genti
l’incantata più ferve aspra tempesta.
Inondan l’acque e tra gli alloggiamenti
cosa intatta ed intera omai non resta,
et in mischia confusa il tutto ingombra
acqua, fulmini, venti, orrore ed ombra.

20Fiero e spietato oggetto era il vedere
contra il campo cristian, ancor giacente,
tutte adunate le tartaree schiere,
l’aspra tempesta e la pagana gente.
Corron fiumi di sangue ed atre e nere
sorgon rote di fumo orribilmente,
mentre il vento, la pioggia e ’l tuon s’accorda
a i barbari ululati e ’l tutto assorda.

Interviene Dio, fulmina Bessana e dirada la tempesta: i pagani sono fugati (21-46)

21Tra diluvio sì fier forse il primiero
così Dio volle il cavalier costante.
Vide l’atra tempesta e atroce e nero
il ciel, che di Cocito avea il sembiante.
Scorse il fallace e feminil pensiero
de la sua maga ed inimica amante.
Sorge, ed a l’aria tempestosa e bruna
i vicini guerrier desta ed aduna.

22E là s’indrizza u’ gli orridi ululati
in disfida del ciel al ciel sen vanno,
ove Bessana e i suoi pagani irati
più contesa o divieto omai non hanno,
ove in mischia sanguigna avviluppati
insieme i vincitori e i vinti stanno,
ove la terra con l’accese tende
al ciel ch’acqua le dona, incendio rende.

23«Su su,» dice il guerrier «su su veloce
corra ciascun a la notturna palma,
pur v’è lume tra l’ombra e nulla noce
se non è come l’altre illustre ed alma».
Questa del capitan sì franca voce
tra il timor de la morte avviva ogni alma,
ed a lui corre ognun, benché s’avventi
sempre l’Inferno ed impedirlo tenti.

24E l’acqua e ’l ghiaccio e ’l terremoto e ’l vento
ritardar i lor passi in un procura,
ed insieme ogni larva, ogni portento
congiurata è lor contra a l’aria oscura.
Ma non per questo il cavalier è lento,
nel cui gran cor non entrò mai paura;
giunge co i suoi là ’ve di stragge e lutto
per le genti pagane è ingombro il tutto.

25Non paventan gl’infidi, anzi più altieri
entro lo stuol più numeroso urtaro,
e sembra a i disperati animi e fieri
più de la dolce vita il morir caro.
Al tremendo incontrar lancie e destrieri
sossopra al suol a mille a mille andaro.
Gemiti orrendi e sanguinosi oltraggi
si confondono avvolti e incendi e straggi.

26Le donne a gara con le faci ardenti,
quasi furie d’Averno ardon le tende,
e con la rabbia de i perversi venti
l’appresa fiamma si dilata e stende;
né la ponno ammorzar l’acque cadenti
de la gran pioggia, ch’à diluvio scende.
non de gli uomini estinti e de’ mal vivi
l’onde sanguigne e i rosseggianti rivi.

27Pugna, e contra il morir non fa difesa
cieca nel sangue l’empia turba infida.
Prodiga è de la vita e corre accesa
ove l’Inferno e ’l rio furor la guida.
Ma la pugna per lei l’abisso ha presa
e l’acqua e l’Austro, onde la gente fida
contra possa e furore e tanta e tale
resiste sì ma contrastar non vale.

28Con gran stridor de le rotanti fionde
sovra il campo cristian piovono i sassi,
e la pugna si mesce e si confonde
atrocemente, e stragge incerta fassi.
I cadaveri estinti e l’acque immonde
ingombrando le vie tardono i passi,
e l’ombra densa, che s’avvolge e mesce,
occultando l’orror, l’orrore accresce.

29Esangue il vivo dal sanguigno estinto
e oppresso è ’l cavalier sotto il cavallo,
e stan sossopra il vincitor e ’l vinto,
e di stragge confusa è pieno il vallo.
S’ode per tutto un fremito indistinto,
saetta qui non scende o sasso in fallo,
e al notturno furor del cieco Marte
l’accortezza e ’l saper sono in disparte.

30Strane son le vendette, orride l’ire
da la notte soccorse e da l’incanto.
Vogliono i forsennati anzi morire,
che dar de la lor fuga a gli altri il vanto.
Desta ed accende il disperato ardire,
eccitandogli ognior, la maga intanto.
e stolta con la lingua immonda e fioca
Stige ed Abisso ed Acheronte invoca.

31Ed odono iterar veloci e preste
da l’empia bocca le biastemme orrende.
Radoppiandosi ognor pioggie e tempeste,
onde l’alta Bontà d’ira s’accende.
Ma il duce de l’esercito Celeste
la cura al fin de la vendetta prende,
e, consentendo il Regnator sovrano,
de l’armi e più potenti armò la mano.

32Tra le stelle sen sta maggion altiera
ov’è riposto ogni divino arnese.
V’è di lancie fatali immensa schiera,
e scudi adamantini e spade accese.
Qua sen venne Michele e la più fiera
e pungente saetta elesse e prese;
de le nubi adunate indi si cinse,
grandi incendi poi mosse e ’l braccio spinse.

33Si fransero, e d’un orrido splendore
l’oscure nubi lampeggiàr d’intorno,
ed apportò l’insolito rumore
tra l’atra notte in fiera guisa il giorno.
S’ingombrò di spavento e di tremore
ogni valle, ogni monte, ogni soggiorno,
quando a l’inevitabili percosse
il guerriero del Ciel la destra mosse.

34Spins’ei la mano e la saetta ardente
tra il gran rimbombo tortuosa uscio.
Ardon le nubi e ’l fulmine stridente
lascia al passar di vivo incendio un rio.
Senza error corse ed improvisamente
la sacrilega lingua allor ferio.
Cade la maga e si distempra e strugge,
la vita e l’alma biastemmando fugge.

35Fugge l’alma a Cocito e ’l corpo frale,
così Iddio consentì, la segue ratto,
che pronta ad opra tal schiera infernale
tra un feretro di fiamme in giù l’ha tratto.
Morta la maga, poiché nulla vale
l’incanto, l’aria si rischiara a un tratto,
cessa la pioggia e lega in un momento
Eolo tra gli antri il piede alato al vento.

36Fuggon le nubi e appar de l’auree stelle
la famiglia splendente e luminosa,
e come tra le donne adorne e belle
suol talvolta apparir leggiadra sposa;
così Cinzia ridente in mezzo a quelle,
quasi notturno sole, appar pomposa,
e intorno intorno il folgurar giocondo
del suo lume di argento allegra il mondo.

37Al fier lampo, al gran tuon, a l’improviso
cessar de l’acque ed acquietar de i venti,
al fuggir de le nebbie, al ciel il viso
stupide rivoltàr l’irate genti.
Ma i circostanti, che il lor mago ucciso
scorser rapir tra vive fiamme ardenti,
pallidi il volto e ’l cor di audacia cassi
volser tremanti in ratta fuga i passi.

38Ed insieme fuggìr gli Angeli stigi
e i terremoti e le sembianze orrende.
Fermo il campo cristiano i gran prestigi
e le strane mutanze immoto attende;
ma il duce, che de i magici prodigi
mai temenza non ebbe, aspro reprende
il dubitar de le sue forti schiere,
rincorandole irato in voci altiere:

39«Ne i perigli di morte,» ei dice «ahi stolti,
senza mai paventar pugnato avete:
ora i nemici in fuga vil son volti
privi d’ogni soccorso e voi temete?
Contra gli empi pagani omai rivolti
son gli sdegni celesti, e non vedete
che con suoi raggi senza nube o velo
la via ci additta a le vittorie il Cielo?».

40Così disse e a seguir l’aversa gente
senza aguati temer corre il primiero,
ed atterra, qual fulmine corrente,
forsennato e tremante il popol fiero.
Altri cade, altri fugge e variamente
è di stragge ingombraro ogni sentiero.
Van sossopra guerrieri, armi e cavalli,
ed al vario rumor muggion le valli.

41Come in notte brumal, quando Aquilone,
monti d’onde inalzando, orribil fiata,
senza aver di nocchiero arte o ragione
scorre mar pien di scogli immensa armata,
tutta freme la salsa ampia regione,
frangonsi i legni a i sassi e l’onda irata,
rotte ravvolge entro il nemico umore
poppe, vele, timoni, alberi e prore,

42così tra ’l campo e le cristiane schiere
va disfatto l’esercito pagano,
e colmo e guasto è da le genti fiere
semivive e languenti il vallo e ’l piano.
Cadono in mezzo lor le faci altiere
onde spinte d’orgoglio armar la mano,
e tra le squadre scelerate ed empie
ciò che lascia il nemico il foco adempie.

43Ma tra questo rimbombo era già desta
l’alba, e chiara sorgea dal Gange fuora,
e di tenere perle alma tempesta
ruggiadosa versava in grembo a Flora.
Fugava gli astri in quella parte e in questa.
con la sferza di rose indi l’aurora,
ed indorava il sol l’altiere fronti
de l’aspra Armenia a i nubilosi monti.

44Del pianeta del dì l’almo splendore
il dolente scoprì misero oggetto,
spaventosa pietade e mesto orrore
de gli estinti recando il vario aspetto,
L’ire notturne e ’l barbaro furore
avean d’incendi e sangue il tutto infetto.
e mostrava inalzati in varia sorte
i trofei del suo sdegno e Marte e Morte.

45Giacean da le lor faci arse ed estinte
le donne audaci in mezzo il campo e ’l vallo
liete se di Imeneo fossero accinte
in quella notte e non di Marte al ballo.
Giacean le schiere vincitrici e vinte,
né tra morti v’è pur breve intervallo,
ma sol vedeasi de l’ancise genti
ergersi monti ed inondar torrenti.

46Non feo cader giamai nevi cotante
il verno algente a la gran madre in seno,
né sparse in su l’auttunno Austro spirante
di tante aride foglie unqua il terreno,
quanti ancisi guerrier e donne quante
semivive ed estinte ivi giacieno.
E per incerte vie van molti errando
già d’ogni aita e d’ogni speme in bando.

I cristiani entrano a Babele ne fanno scempio, cade anche l’ultimo presidio del califfo grazie a un incendio rinforzato da Dio (47-70)

47Siegue il campo, cristian, l’ardenti faci
contra l’empia città molti prendieno,
e i pagani or tremanti e prima audaci
in varie guise innanti a lor cadieno.
Ma seguendo costor l’empie e fugaci
turbe presso a Babel al fin giungieno,
a Babel che già s’apre al campo forte
per le mura cadenti e per le porte.

48Entra il gran campo e la cristiana gente
le strade ingombra e la città circonda,
come sonoro e rapido torrente
che l’argin rompe e a l’improviso inonda.
Ma chi dirà de la città dolente
l’alte miserie, onde infelice abbonda?
e chi giamai potrà furor cotanto
spiegar co i carmi e figurar col canto?

49Come talor avien che in ampio ovile
di famelichi lupi entra un gran stuolo,
fa crudi scempi de la mandra umile,
e di sangue e di stragge ingombra il suolo,
treman gli agnelli a la gran rabbia ostile
intorno cinti di spavento e duolo,
e contra il crudo assalitor feroce
per ischermo non han fuor che la voce,

50così doleasi e così allor parea
ne l’oppressa cittade il popol mesto.
Misero in van tremava, in van piangea
in quel lato or errando ed ora in questo.
Contra Babel di mille colpe rea
lo stendardo di stragge atro e funesto
aveva intanto il capitano irato,
la vendetta del Cielo omai spiegato.

51S’aveva il campo vincitor cristiano
di Babel le contrade omai divise.
Va vincente l’esercito inumano
entro il sangue e le prede in varie guise.
Cadon le turbe in quel furor insano
dal calpestrar e non dal ferro ancise,
e ’l vincitor solo a predare attende
rompe porte e finestre e sale e scende.

52Ogni tempio profan resta spogliato
d’ogni tesor, d’ogni ornamento egregio,
ogni ricco palaggio è saccheggiato,
e sol s’elegge ciò ch’è più di pregio.
Fatto è vile l’argento e calpestrato
ogni serico drappo, ogn’alto fregio,
però che nulla al predator avaro
fuor che l’oro e le gemme è grato e caro.

53Stringe la madre lacera ed esangue
i lagrimosi pargoletti in seno,
e di straggi confuse e d’atro sangue
asperso rosseggiar vedi il terreno.
Chi geme e spira, chi singhiozza e langue
e d’orror di vendetta il tutto è pieno,
e de gli estinti un orrido tributo
da l’Eufrate sanguigno ha il mare avuto.

54Corrono i vecchi pallidi e tremanti,
e le timide vergini smarrite,
versando a gara un ampio mar di pianti,
stolte ne le profane alte meschite.
E corrono anco i lor feroci amanti,
e stendon sovra lor le mani ardite,
e van con l’alma intenta a l’opre sozze
da la guerra pietosa a l’empie nozze.

55Strani sono gli orrendi incerti gridi,
fieri sono gli strepiti e i lamenti,
e fuor ch’ire, ruine ed onte e stridi,
e minaccie e sospiri altro non senti.
Alto rimbomban de l’Eufrate i lidi,
varie le voci son d’egri e languenti,
ma sovra avanza ad ogni suono atroce
il grido altier del predator feroce.

56Qual famelico lupo ogn’un attende
a predar, a rapir per tutto a gara,
e variamente nel predar contende
seco stessa talor la turba avara.
Voce di cortesia qui non s’intende,
ove sol ira e crudeltà s’impara;
la pietate è sbandita e resta solo
il furor, la vendetta, il pianto e ’l duolo.

57Dopo che in preda a i suoi la città diede
Alon s’asside ad un eccelso colle,
però, che porre il valoroso piede
ne l’indegna cittade egli non volle
e mentre ei di Babel la strage vede,
fa di lagrime sante il viso molle,
in contemplar quanto son vani e frali
pompe, fasto ed ardir d’egri mortali.

58Volle il gran capitan, che al suo cospetto
di Babel il Califfa allor venisse,
sol per saper con che costante petto
un tanto male in quell’età soffrisse.
Corse a questo esseguire un stuol eletto
e fe’ tosto ritorno e a lui ridisse,
ch’era presso di Nino il gran castello
ma più forte maggion vedeasi in quello.

59E salda e inacessibile la fanno
d’ogni via d’ogni lato e l’arte e ’l sito,
e di molti guerrier, che intorno stanno
ogni assalto, ogni industria avea schernito.
E inteso avean che il barbaro tiranno
co’ suoi più cari in quello albergo er’ito
ove raccolto era di gemme ed oro
de gli avari Califfi ampio tesoro.

60Risponde il capitan: «Poiché serrato
s’è dentro il suo tesoro, ivi si stia,
ogn’uscio a lui si vieti e s’ha bramato
sempre l’oro, pur l’oro il cibo sia.
Castigate col fuoco in ogni lato
l’empia città di mille colpe ria,
e di Babel pria che il dì terzo rieda,
fuor che il cenere immondo il ciel non veda».

61Così disse il gran duce e ’l foco omai,
sendo fatta la preda era già desto,
e con sanguigni e tenebrosi rai
sorge la fiamma ed in quel lato e in questo.
Radoppia allora i lagrimosi lai
de’ Turchi il popol semivivo e mesto,
e de la patria, che tra ’l foco langue
l’ardor brama ammorzar versando il sangue.

62Disposti ad atterrar l’altiere mura
i gran bronzi di Marte erano in tanto,
ed al colpir de la sonante e dura
palla il muro cadeva aperto e franto.
L’alma luce del dì già fatta è oscura
a la fetida nebbia, al nero ammanto.
Stridon le moli e ruinose e tocche
da l’acceso metal cadon le rocche.

63Portentoso rimbombo, orrido strido
ingombràr tutta la città dolente,
e d’alta voce in ogni rupe e lido
far orrenda risposta Eco si sente,
Abbandonaron gli augeletti il nido
ed ogni fera è da la tana assente;
chiuso sta tra le nubi il cielo e ’l Sole,
e le vendette sue veder non vuole.

64Sovra l’eccelse mura ergeansi altiere
pompe d’arte e natura, alberi e prati
fatti d’antico re sol per godere
de la moglie gentil gli ardori amati.
Vago i bei verdi boschi era il vedere
in mezzo i regni di Giunon fondati,
sotto son gli erti monti e tra le selve
de’ gran campi de l’aria erran le belve.

65Meravigliosa inver, possa reale,
opra strana e stupor di fabri industri,
che sembrava, benché cosa mortale,
non temesse il girar d’anni e di lustri;
ma al colpir de la machina fatale
repente trarupàr l’opere illustri,
tra le cenere e ’l fumo ed ogni loco
inonda e stride e tiranneggia il foco.

66Misti s’odon singhiozzi, stridi e pianti
ne la città de’ successor di Belo,
mentre per l’aria van globbi volanti,
che di fetide nubi empiono il cielo,
e con oscuri e tenebrosi ammanti
recano al dì di mezza notte il velo,
e forma il fumo in giri immensi ed alti
Briarei, Gerioni ed Efialti.

67Non vedi altro, che cenere e faville,
miserabili incendi e negri orrori,
e confundonsi intorno a mille a mille
vampe sanguigne e fetidi splendori.
Tutto ingombrano il ciel fiamme e scintille
ed accendono i campi infetti ardori,
e nel misero fin contra le stelle
Flegetonte novel fatt’è Babelle.

68Ma per l’ultimo mal destasi a un tratto,
e dà forza a l’incendio orribil vento,
contra Babel in strana guisa fatto
da la destra del Ciel fiero strumento.
Rinchiuso stava e di morir in atto,
sol avendo per cibo oro ed argento
co’ suoi mesto il Califfa e geme e langue
lagrimoso l’aspetto e ’l viso esangue.

69E già pien di dolor la fiamma ardente
de l’eccelse finestre aflitto vede,
ed ode il suon de la città dolente,
che d’ogni parte rovinando cede.
Già la vampa e l’ardor vicino sente
e ’l gran furor de l’inimiche tede,
però che omai senza aver più difesa,
ampiamente la fiamma è a torno appresa.

70Ed ecco già, che senza alcun riparo
liquefassi a l’ardor l’argento e l’oro.
Langue appresso la morte e ’l core avaro
più s’affligge del mal del suo tesoro
ma tra il fumo e le fiamme al fin lasciaro,
miseri i sensi i mesti uffici loro.
Soffogato nel caldo empio si strugge
il corpo, e l’alma sospirando fugge.