America

di Agazio Di Somma

Editi nel 1624 a Roma per i tipi di Bartolomeo Zannetti, i due canti dell’America sono passati alla storia della letteratura più per la lettera di prefazione dell’autore che per il loro nucleonarrativo vero e proprio. Nella lettera a Fabrizio Ricci, datata 5 settembre 1623, il ritorno di Marino in Italia veniva salutato come l’apertura di una nuova età dell’oro della cultura pontificia, di cui il napoletano avrebbe dovuto essere l’alfiere grazie al proprio poema, superiore a detta di Di Somma alla Gerusalemme liberata. Questa scomoda affermazione scatenò le prime nubi della tempesta sull’Adone di lì a esplodere, suscitando le rimostranze di Girolamo Preti, il quale, citato in causa come auctoritas nel giudizio sui due poemi, prese le distanze non solo dallo sprovveduto Di Somma ma anche da Marino, a testimonianza di come la fortuna del napoletano stava per mutare radicalmente rispetto alle felici attese del ritorno da Parigi.
Al di là di questo apparato introduttivo, sta un testo che non è indegno di interesse. Nei due canti sopravvissuti (di un’edizione in cinque canti, del 1623 e sempre stampata a Roma, dà nota Belloni, ad indicem: qualora non fosse un errore del compilatore – di questa stampa ampliata non si ha traccia -, si tratterebbe di una preziosa aggiunta), si narra dell’arrivo e dello sbarco di Colombo presso le coste dello Yucatan, e di una prima battaglia con i locali. Nonostante il riconoscimento di Marino il modello che compare in filigrana è quello del poema tassiano, che diventa per Di Somma una miniera da cui ricavare episodi, figure e stilemi. Come molti dei coevi esperimenti di epica americana, era destinato a rimanere incompiuto: di una sua prosecuzione da parte dell’autore, complice forse anche la stroncatura di Tassoni nella sua lettera di prefazione all’Oceano, non si ha notizia.

Bibliografia

Canto I

ultimo agg. 15 Maggio 2015 11:05

Qui manca la proposizione, l’invocazione e la dedicazione

Colombo giunge in vista della terra (1-9)

1Poiché il ligure eroe dopo diverse
aspre tempeste e turbini sonori
per l’ampio sen de l’ocean scoverse
isole varie ne’ suoi vari errori,
le vide e vinse, e a nuovo corso aperse
le fortunate vele, e a nuovi onori
verso là dove a maggior opra il chiama
d’ignoto mondo ambiziosa fama.

2Or quai fortune o quai perigli estima
o pur non doma un animo guerriero?
Ciò ch’egli saggio imaginò da prima,
con l’intrepida mente ode per vero,
che di là da quei mari in stranio clima
giaccia d’occulte terre altro emispero,
e già con l’alma d’alte glorie accesa
oltre s’è spinto a la sovrana impresa.

3Era ne la stagion ch’ogni tempesta
del verno e d’Aquilon vanne in esiglio,
e par ch’il cielo e l’aureo sol si vesta
d’altro lume più candido e vermiglio,
allor che il vago Zefiro si desta,
di Primavera il dilettoso figlio,
e col molle soffiar d’aure serene
navigava il Colombo a vele piene.

4Già de l’isole tutte e d’ogni monte
era sparita l’alta vista, e solo
dove lo stuol cristian volgea la fronte
vedea pelaghi ignoti, ignoto polo,
e stendean più che mai le navi pronte
de le prospere antenne il gonfio volo,
e indarno altri su l’alto arbore assiso
per l’immenso ocean volgeva il viso.

5Erran più notti e dì dove li porta
l’arbitrio del destin, de i venti il fiato,
né conoscon fratanto altra mai scorta
che ʼl drappel de le stelle o ʼl sol rinato,
e già la decima alba era risorta
e imporporava d’Oriente il prato
quando chi stava in su le gabbie scorse
un non so che donde si mise in forse.

6Scorse da lunge un non so che d’ombroso
inalzarsi pian pian non ben distinto,
e poco dopo scerne un gran selvoso
monte di cave nubi il capo cinto.
«Terra, terra!» allor grida in suon gioioso,
d’un splendor d’allegrezza in vista tinto.
«Terra, terra!» in gran tuon di misti accenti
rispondon liete le compagne genti.

7Qual con rauco rumor d’aerei stridi
fuggon le grue la stagion fredda a volo,
e ricovrando a più temprati lidi
passan del mar gli azzurri spazi a stuolo,
con simil suon costor di vari gridi
salutan lunge il peregrino suolo,
e intanto discoprian frondose scene
d’altre montagne e di lor coste amene.

8Questo era il Iucatàn, che lunge appare
e l’alpestre sue selve in alto estolle;
grande omero di terra indentro al mare
sospinge, e scoglio fa più d’un suo colle;
a piè de’ monti in dilettose e care
piagge si spiega un bel paese molle
dove confina in arenose sponde
l’ampio oceano e implacidisce l’onde.

9Sovra l’eccelsa poppa il sommo duce
levossi allor magnanimo et augusto;
tutto di maestà d’oro riluce,
d’arme coperto il nobil capo e ʼl busto,
l’arde lo scudo al sol di bionda luce
dal manco lato, onde hanne il braccio onusto,
e in cotal guisa quelle terre addita
a i suoi guerrieri et a valor l’invita.

Discorso d’incitamento di Colombo, che invita i suoi ad essere intrepidi (10-14)

10«Vedete là ciò che per tante infeste
onde cercato abbiam d’alto oceano,
e per cui già magnanimi esponeste
voi stessi a corso incognito e sì strano?
Quanto ampiamente il sol discopre in queste
sponde preda esser dèe di vostra mano;
tutto vi è da fortuna in premio offerto
di ciò che avete infin ad or sofferto.

11Né vostri acquisti sian stretto confine
di poche erme castella e ville sparse:
son nulla queste region vicine
che qua scorgete a nostra vista alzarse;
mille vaste provincie peregrine,
mille altri regni in là denno celarse,
ben largo campo a gran trionfo altero
or s’apre a coi d’un novo mondo intero.

12Quanto fia co’ suoi posteri ch’invidi
vostre memorie la futura etade,
e indarno agguagli i gloriosi Alcidi
che debellàr già inospite contrade!
Voi per domar sì sconosciuti lidi
apprestate tra voi l’illustri spade;
nulla manca a sì grande opra immortale
fuor che secondi il valor d’arme eguale.

13Fin qui par che a l’ardir vostro è anteposto
il prospero favor di sorti amiche,
l’avanzo de l’impresa è in voi riposto
solo, et in vostre intrepide fatiche.
Ecco qui inanzi a le vostre arme esposto
di terre un mondo a nostra fé nemiche:
da vostre invitte destre or le vittorie,
pendon tutte da voi le vostre glorie».

14Su ʼl fin di queste voci alzato imbraccia
robustamente il terso scudo adorno,
ch’ardente oltre l’usato empié la faccia
del mare e l’aria d’alti lampi intorno.
Le navi intanto proseguian la traccia
volto de l’ampie vele il doppio corno,
e spinte dal vigor d’aure seconde
fendean rauco il bollor rotto de l’onde.

Alcuni indigeni, fuggiti da altre isole, portano notizia dell’arrivo degli europei: il sovrano Attabila si reca dai propri idoli e ne ottiene infausta profezia (15-26)

15Ma già la fama a volo era precorsa
per molto inanzi in quella strania riva,
ché da l’isole vinte ivi ricorsa
era querula gente e fuggitiva;
molti in veggendo soggiogata e scorsa
da’ cristiani ogni lor sponda nativa
s’esposer sovra umil legnetti a l’onde,
disperati, e cercàr refugio altronde.

16E portati da’ venti a sì remote
contrade il tutto avean di voci sparso
che d’altro ciel, da regioni ignote
un popol non mai visto era comparso
che ciò che vuole guerreggiando pote,
che ogni lor lido avea destrutto et arso,
e da lor arme orribili in battaglia
un lampo uscìa che tuona et abbarbaglia.

17A sì fatti rumor tosto un scompiglio
d’Animi per lo regno alto levossi,
e d’or in or un garrulo bisbiglio
fra il mobil volgo di timor destossi,
ma sovra ogni altro al nuovo suo periglio
il lor tiranno Attabila turbossi,
tutto crucioso, a tai novelle ardente
s’empié di cure indomite la mente.

18Però che da l’età vulgato in prima
quivi oracol s’avea tremendo, antico,
che di qua dal gran mar, da ignoto clima
un dì v’andrebbe orrendo stuol nemico
che, vincitor, fia che con l’arme opprima
quanto circonda l’oceano amico.
Egli al primo rumor postosi in forse
ratto al più venerato idol ricorse.

19Non lunge a le maremme immensa rupe
sta d’idolatra religion augusta,
che par ch’a gli occhi altrui si asconda e occupe,
carca intorno di selva atra e vetusta;
ne le viscere sue s’apron più cupe
spelonche ch’umil porta offrono angusta,
et ordinate d’ambo i fianchi, esempio
fan di temuto e sotterraneo tempio.

20In qualunque di lor cavata grotta
anzi ad idol marmoreo è ardente lampa,
onde alquanto ne vien l’ombra interrotta
colorata di viva et aurea vampa;
ma ne l’estrema, ove più notte annotta,
fiamma mai sempre vigilante avvampa:
vegghia immortal del sommo altar, ch’è sacro,
al mostro d’un terribil simulacro.

21Sovra la stabil ara assisa posa
statua di selve ruvida e ferrigna,
che testa inalza di lion vellosa
e le zanne ferine aspro digrigna;
il busto uman, l’avanzo ha setilosa,
con le gambe e co’ piè forma caprigna,
l’avvolgon due dragon di squame alati
che gli squarciano il sen d’entrambo i lati.

22In sì orribil figura il maggior mostro
de l’Erebo facea quivi adorarsi.
Oh istupor d’insensati!, e di fin ostro
non vedean su ʼl mattin l’aurora ornarsi?
non era lor, quasi in gran scena mostro,
d’oro di Paradiso il sol fregiarsi,
onde seco potean far chiara stima
qual fosse di beltà la beltà prima?

23Su l’aspro tergo a la montagna han celle,
sacerdoti del tempio, ispidi maghi,
che spesso del futuro odon novelle
da le risposte de’ demon presaghi
e ʼl predicon da larve allegre o felle
che lor s’offron ne’ sogni erranti e vaghi.
Qui venne il re pagan da timor preso
de gli sparsi rumor mesto e sospeso,

24anzi a l’idol sovran, su ʼl rozzo e bruno
spaso coio d’un irco umil si stese
più notti e più giorni supplice e digiuno,
a i suoi dubbi timor risposta chiese.
Al fin, senza veder fra l’ombre alcuno
che degli accenti il suon formasse, intese
di tai voci intronar la cieca notte
de l’indovine e cavernose grotte:

25«Io veggio, io veggio d’aure enfiate vele,
veggio a’ lidi approdar popol feroce.
Già spuma il pian di sangue, odo querele,
arma, arma tu la gioventù, veloce».
Vacillò tutto il monte al suon crudele
de l’improvisa e spaventosa voce,
e dentro il petto al re pagan gli spirti
si fèr di ghiaccio, e i crini ispidi et irti.

26Allora il piè dal formidabil speco
indietro a sua magione egli rivolse,
e da’ prossimi regni in guerra seco
l’amiche forze a collegar si volse.
Ciò ch’egli udito avea per l’aer cieco
la vulgar fama immantinente sciolse,
e con terror lo spande onde s’aduna
la gente a pro de la comun fortuna.

Attabila raccoglie un esercito e lo schiera sulla spiaggia (27-39,4)

27Poich’ebbe accolte varie turbe insieme
da le provincie sue, da le vicine,
fattosen capo, invèr le piagge estreme
tutte guidò de l’umide marine,
e dove più lo sbarco ostil si teme
assecurò di guardie il lor confine;
ei col corpo maggior de l’altre schiere
or vaga per le verdi erme riviere.

28Seco ha il bruno Idalcan, che nulla legge
stolto conosce, e incontro a morte è audace.
Questi del Darien ne’ monti regge
l’alpestre ville e ʼl basso pian ferace,
e trae da quelli aspri dirupi un gregge
d’ignobil plebe del suo ardir seguace.
Seco in lega congiunto è il forte Usmanno,
del bel regno di Paria il fier tiranno.

29Seco have Oronta, l’inclita guerriera
de le feroci Amazoni regina.
Presso a quella di mar curva riviera
s’alza in più colli un’isola vicina,
che retta e culta è da feminea schiera
per quanto con l’azzurre acque confina:
là sicure vivean queste raccolte,
da l’impero degli uomini disciolte.

30Col maschio stuol or in battaglia unita
Oronta a mille sue compagne è scorta,
ella, che il tergo d’un cinghiale ardita
da l’omer destro attraversato porta,
parte ignuda ne vien, parte guernita
de l’irta pelle c’ha su ʼl lato attorta,
e fa che il teschio su le mamme penda,
sgangherando le zanne in mostra orrenda.

31Azzurra targa ha di marina conca
sotto di cui la man sinistra appiatta;
di nitido osso breve spada adonca,
che fu costa d’un’orca, al fianco adatta,
e de la chioma, che n’ha parte tronca,
barbara piuma di cimier s’ha fatta.
Tra queste squadre apparecchiat’a guerra
per le piagge vagando Attabila erra.

32Ei, che d’un gran corsier regge le briglie,
che sdegnoso si fa d’intorno piazza,
nud’è le braccia e d’ostriche e cocchiglie
sovra il busto s’intesse aspra corazza,
e quelle, altre cerulee, altre vermiglie,
fan vista in un maravigliosa e pazza;
ha di penne diverse in bel miscuglio
su la testa regal nobil cespuglio.

33Il destrier cui sublime ei calca il dorso
coperto ha ʼl tergo a destra banda e a manca
d’un coio di velloso et ispido orso,
che d’oro ha l’ugne di qualunque branca.
Mentr’egli or qua or là rivolge il morso,
né minaccioso di vagar si stanca,
ecco da lunge biancheggiar le tele
su l’alto mar de le cristiane vele.

34Tutti a quel primo aspetto in là fissaro
l’umide ciglia, e mutoli arrestàrsi,
l’uno a l’altro le addita, e intanto alzaro
fremiti a l’aria d’ululati sparsi.
Poiché le grida altissime cessaro,
vari bassi bisbigli in lor destàrsi,
ma col suo impero e col suo cenno acerbo
tosto l’accheta Attabila superbo.

35Egli, rivolto lor «Non vi sgomenti»
dice «la vista di quei strani legni:
son poche ladre, vagabonde genti
ch’erran scacciate da lontani regni.
Or van raminghe, senza patria, a’ venti
esposte, a l’onde, a tutti i casi indegni,
né ritrovando luogo a l’altrui terre
qui e là per il mar portano guerre.

36Voi da erranti ladron che già smarriti
vagan battuti da l’instabil onde
non sarete a guardar con l’arme arditi
questi estremi confin di nostre sponde?
Credete qui per questi curvi liti
vostre patrie veder, vostre feconde
mogli che sparse il crin stringono i figli
e in voi soli han speranza a’ lor perigli?

37Se vostra libertà, se lor salute
quanto a un’alma esser dèe v’è a cura forse,
ogni sforzo qui d’arme, ogni virtute
di magnanimo ardir qui deve opporse».
Ciò le turbe ascoltando intente e mute,
con la fronte ei le voci altrove torse:
«Va’ con tuo stuol tu, Oronta: appo la costa
di quel monte vicin t’appiatta ascosta.

38Teco il forte e magnanimo Idalcane
verrà compagno con sue forze tutte.
Su ʼl lido Usmanno et io le squadre ispane
incontrarem con nostre schiere instrutte;
voi, se cacciarsi oltre le genti istrane
vedrete e superar le piagge asciutte,
fuor d’improviso dal selvoso agguato
fieri uscendo assaliteli da lato.

39Proveran ben se le nostre arme ancora,
se nostre destre di ferir san l’arte».
Così a la pugna i popoli avvalora
e gli uffici di guerra in un comparte.
Ma intanto oltre sen gìan di placida òraAccompagnati da uno stormo di Angeli i cristiani sbarcano, e rompono la prima fila nemica grazie ai cannoni (39,5-49,4)
gravide il curvo sen le vele sparte,
e rotto il mar fremea sotto le navi
di bandiere e d’armati adorne e gravi.

40Narrasi che da’ lidi in denso stuolo
vari alati guerrieri visti allor foro
che fra l’insegne de l’armata a volo
s’aggiravan distinti in più d’un coro,
ch’altri assisi venian su ʼl mobil suolo
di nuvoli d’argento e di biondo oro,
altro col batter de le splendide ali
a le vele accrescean l’aure fatali,

41e che, poiché fur presso al bianco lembo
del mar ondoso e del cercato mondo,
altri l’ancore adunche in mezzo al grembo
del ceruleo ocean gittaro a fondo,
altri formavan tra purpureo nembo
da beata armonia canto giocondo,
e dal bel volto folgorando lampi,
più che da l’arme, n’accendeano i campi.

42Eran questi di Dio spirti celesti
custodia già de’ gloriosi pini;
retti l’avean per tanti scogli infesti
e fra il mugghiar degli impeti marini,
or che salvi da’ negri Austri molesti
l’han condotto a sì ultimi confini,
dolce cantando al ciel dan lodi amiche
e godon lieti de le lor fatiche.

43A sì grande spettacolo s’impetra
ogni pagan d’insolito stupore;
non perciò temerario il re s’arretra
o parte ammorza in sé del suo furore,
anzi con grida e con percosse spetra
i suoi guerrier dal conceputo errore,
e con ordine sciolto in mostra altera
sotto l’insegne li dispiega in schiera.

44Poiché le navi con lor moli inteste
incontro a’ lidi si fermàr dirette,
pronte ad usi maritimi ebber preste
a’ vasti fianchi picciole barchette;
là cominciàr da quelle poppe e queste
frettolose a smontar le genti elette,
e vèr le piagge indi le curve barche
a trarsi oltre, d’armati e d’arme carche.

45Ma il re pagan, che folta turba opposta
sovra le patrie sponde in ordin tiene,
con mille grida e con gran nuvol osta
d’alati strali da l’erbose arene.
Ma via più spaventevole risposta
di lampi e di fragor contra lor viene:
scoppiano in ferrei tuon già le bombarde
e ʼl ciel fra globi d’atre nubi n’arde.

46Non usate a i sì vasti orribil bombi
ne tremàr di terror le rive e l’onde,
e ʼl mar con vicendevoli rimbombi
rintronò da sue viscere profonde,
e n’udìr raggirarsi i rauchi rombi
de l’opposto confin l’ultime sponde.
Attoniti i pagan ratto e smarriti
lascian fuggendo a sciolto corso i liti.

47Quando in prima fra turbini fumanti
e fra miste caligini d’incendi
videro in crudo suon folgoreggianti
da le navi scoccar bombi sì orrendi,
parve lor che di fulmini tonanti
fossero armati i cristian tremendi,
che tratte avesser da’ celesti campi
nubi di tuoni gravide e di lampi.

48Di spavento ciascun turbato e scosso
sparsamente sen fugge a tutto corso.
Attabila medesmo, urtato e smosso
dal diluvio de’ suoi, già volto ha il dorso,
e benché frema d’alto sdegno, ha mosso
fra la turba il cavallo a lento morso.
Ma de’ cristian fra tanto orror di guerra
denso drappello è già approdato a terra.

49Avido di vittorie, i fuggitivi
segue dove il terror sciolti li tragge,
e di troncate membra e d’atri rivi
di sangue rende misere le spiagge.
Ma co’ soccorsi suoi già tempestiviAccorrono le squadre di riserva e Idalcane e Oronte compiono grandi imprese (49,5-55)
da le coste del monte erme e selvagge
con mille tuon di barbari ululati
mosse Oronta, e Idalcan da l’un de’ lati.

50Come a pioggia improvisa impetuose
versa torrente alpin le subite onde,
sonoro e rotto in balze aspre, spumose
trae ruina a le valli ime e profonde,
e fra rive aridissime e sassose
rapido il corso torbido diffonde,
con tal rumore, in cotal guisa pronte
le genti uscìr dal boscareccio monte.

51Il feroce Idalcane a tutti innanzi
venìa gridando: «Ove ne gite, o forti,
a corso sì leggier voi che pur dianzi
dimostravate disprezzar le morti,
a provar l’oste se di più v’avanzi,
o pur forse a chiamar vostre consorti
perché a difesa de le rive amate
giungan poscia che voi l’abbandonate?».

52Tra queste voci a tutto fren si caccia
col gran destriero infra l’ispano stuolo;
stretta ruvida mazza erge a due braccia,
la rota, e abbatte a gl’inimici al suolo.
Ma con pari furor dietro sua traccia
sopravenia la gran guerriera a volo,
e seco in forma d’alto nembo accolte
le schiere lor sovrainondavan folte.

53Queste, per dove altri la strada aperse,
sonanti a’ fianchi de’ cristiani urtaro,
e a un tempo l’altre che fuggian disperse
turbe compagne il volto anco voltaro,
e con audacia intrepida converse
con la squadra europea si razzuffaro.
Attabila a sua voglia or l’asta gira
e di strage l’ardor sbrama de l’ira.

54Frange a Clodio la fronte, e ʼl tutto appresso
di cervella e di sangue immisto spruzza,
quel cade in volto difformato, et esso
volge altrove il destriero a l’asta aguzza.
Di fortuna e di luogo a lui da presso
Oronta l’ire de’ cristian rintuzza,
e fa veder ne l’uso di battaglia
quanto il valor viril vince od agguaglia.

55Costei, rotta la lancia a prima giunta,
la sua ritorta scimitarra strinse.
In Griman, che per l’aria acuta punta
di spada al fianco feminil le spinse,
volse un pronto rovescio, e dove aggiunta
sta l’orecchia a la gota il brando tinse,
lì fendé giù la guancia, onde divisa
pendé sanguigna in miserabil guisa.

Oronta si arresta prima di uccidere un cristiano, Ormeno, il quale in realtà è suo figlio (56-66)

56Scorge non lunge de l’aversa gente
mover mischie confuse un garzon fiero,
che di cerulea giubba in giù cadente
veste adorno e mal cinto il fianco altero;
d’un elmo ispan la testa alza splendente
e pomposa d’un nobile cimiero,
et ignudo le braccia il ferro gira
tutto infiammato di magnanima ira.

57Questi, nato pagan, di fasce involto
fu ne i confin d’un’isoletta esposto;
da erranti pescator poscia raccolto
crebbe i primi anni a ignobil arti posto,
ma, giunto a ferma età, si fu rivolto
il fiero a militar vita disposto:
lasciò le rozze barche e vili nasse
e fra gli alberghi di città si trasse.

58Quivi, benché di sangue incerto, in guerra
del suo forte valor, chiaro divenne,
ma poiché il duce ispan quante il mar serra
isole vincitor con l’arme ottenne,
con gli altri ancor d’ogni domata terra
de l’italiche squadre in forza ei venne,
ma spinto da pensier nobile, ardito
s’è con le genti vincitrici unito.

59Ormeno ha nome, e ʼl ferro in fronte acerba
or tratta a pro del fido stuol di Cristo.
Oronta in lui spinse il destrier superba,
vaga di far de le bell’arme acquisto.
Qual tigre che su ʼl pian frondoso d’erba
di prime corna il bruno toro ha visto,
con gonfie labbia e rapida si scaglia
ove d’ira famelica l’assaglia,

60in tal sembianza impetuosa Oronta
mosse il destrier focoso a salto a salto,
con ciglia minaccevoli l’affronta,
l’urta, il fère e l’abbatte al primo assalto.
Ei d’ignoto terrore a l’urto e a l’onta
del colpo e del corsier parve di smalto,
et ella il cor d’insolita pietade
è tocca allor che giù tremante ei cade.

61Non sanno, ambo in valor di guerra eletti,
onde pietade in lor nasca e paura,
o che l’alme presaghe in ambo i petti
fosser di lor miseria allor futura,
o che in quell’atto non intesi affetti
consapevole in sé destò natura,
e inorridì quando al mortal periglio
vide d’empia tenzon la madre e ʼl figlio.

62Parto già de l’indomita guerriera
fu quel fanciul sì tenero, infelice,
ch’esposto al nudo sen d’erma riviera
giacque per man di barbara nutrice.
Non osò, qual chiedea la lor severa
legge, nel sangue suo la genitrice
macchiar l’arme materne, e nato a pena
esporre il fe’ su la deserta arena.

63Or ella a terra il bel garzon disteso
rimira di pallor languido e bianco,
che in lei con sì dolce atto il guardo inteso
quasi che mercé chieda e venga manco,
lo scorge in un da grave piaga offeso
irrigar sanguinoso il rotto fianco,
e benché ignoto il misero a lei fosse
pur a teneri affetti il cor le mosse.

64Affabil li ragiona: «E qual insano
desio di prede o pur di gloria fue
che ti trasse per mar così lontano
a procacciar l’alte miserie tue?
Visto, infelice, a prova hai da mia mano
quanto vagliono l’arme d’ambedue;
renditi prigioniero, e pon la vita
in salvo almen de la tua età fiorita».

65Così da l’alto suo destriero assisa
placida Oronta parla a lui che giace,
et egli di stupor pur gli occhi affisa
ne la sua vincitrice e immobil tace,
ond’ella, che dal pio sguardo s’avvisa
quanto quel bel silenzio è in lui loquace,
volta ad Arcenta, sua compagna e serva,
dice: «E tu, mia leale, il prendi e ʼl serva».

66Ma intanto come ad or ad or procelle
che sian per l’aria con furor trascorse,
infuriando a mano a man novelle
squadre d’Italia al campo erano accorse,
con lor d’arme un rumor fino a le stelle
et un gran nuvol d’alta polve sorse,
il buon Vespuccio fra le nebbie fosche
folgora il brando e fra sue squadre tosche.

Colombo, sceso a terra, prega Dio che li assista (67-72,2)

67Mentre di questi le guerriere spade
fra il sangue ostile incrudelian nel piano,
ad altre opre più sante e di pietade
s’impiegava rivolto il capitano;
sceso a terra a sì incognite contrade
sovra il lido marin di propria mano
pianta sublime croce e poi l’adora
e così parla ad alta voce et ora:

68«Signor del Ciel, già che scoprir ti piacque
per nostro mezzo sì riposto mondo,
e salvi qui per tanti spazi d’acque
scorgerne d’ocean vasto e profondo,
tu de l’opra l’ardir, ch’in mal già nacque,
seconda qui col tuo favor secondo,
agevola le guerre onde tue glorie
si spandan con le nostre arme e vittorie.

69Non sostener che sia il tuo nume occulto
a quest’altro emisper più lungamente,
ma s’avveri il gran detto, et il tuo culto
si stenda in qual via più remota gente.
Se soffristi già morte, esser sepulto
per dar vita a’ mortali eternamente,
non permetter che sian per quella parte
le tue fatiche e nostre al vento sparte.

70Già non ne spinser qui superbe voglie
d’imperi o ingiurioso amor di prede,
sterpa nembo sì fier, che non germoglie
se dentro l’alma altrui seme sen vede.
Fian de le nostre imprese opime spoglie
sparger fra stranie nazion la fede,
d’ogni nostra tenzon palma felice
il divulgar la morte tua vittrice.

71Ma tu, che di questa oste il buon volere
dal soglio eterno de le stelle scorgi,
tu ne bellici ardor reggi le schiere,
somministra l’ardir, forze lor porgi,
già guerreggian per te, per le tue intere
glorie qui in terra, et a tuo onor la scorgi.
Questa tua croce per trofeo ben degno
noi t’ergerem d’ogni acquistato regno».

72Così diss’egli, e folto popol sciolse
d’allegrezza di pianto un mormorio.
Ma poiché il sommo duce indi si tolseLa vittoria inclina ai cristiani, Ernando per inseguire un nemico si addentra nel bosco, Attabila copre la ritirata dei suoi (72,3-82)
e da ufficio sì tenero e sì pio,
la magnanima fronte al campo volse
e scorgea già presenti i don di Dio:
vede che apertamente a’ suoi vicina
precipitosa la vittoria inchina.

73Da lunge si scorgea di fini acciari
le man splendenti e le sublimi teste
ch’a prova grandinavano del pari
de’ spessi colpi lucide tempeste.
Gli ordini de’ pagani ognor più rari
ne divenian in quelle parti e in queste,
e a piè de’ vincitori a mucchi scossi
cadean sossopra del lor sangue rossi.

74L’ispano Ernando, che lunghe aste acute
di due audaci german contro si vede,
e che già su l’usbergo ha sostenute
due punte, a l’un la lancia in man recide,
a l’altro il nudo sen d’alte ferute
con più percosse micidiali incide;
quei, che riman quasi che inerme, il dorso
già volto ha in fuga a paventoso corso.

75Fugge veloce ove gran bosco ombroso
negreggia a destra man d’elci vicine,
lungo il seguita Ernando entro il frondoso
colle, e fra sterpi e fra selvagge spine,
e dopo molti giri, impetuoso
forte l’incalza, e già già il giunge al fine,
ma quel converso in lamentevol faccia
gli si atterra dinanzi e i piè l’abbraccia.

76«Deh per mercé del tuo gran Dio sovrano
usa» dice «pietà, campione invitto;
se mio fratel da tua robusta mano
ne l’aperta tenzon giacque trafitto,
trovi almeno appo te l’altro germano
quello scampo ch’a piè ti chiede afflitto:
non fia minor di tua virtù la gloria
con la vita del vinto aver vittoria».

77Il cavaliero, se ben nulla intende
il senso de l’altrui barbare note,
de la destra l’ignuda arma sospese
e ʼl mira alquanto con le luci immote.
D’una parte pietà, da l’altra il prende
cauto consiglio in quelle selve ignote:
teme che inganno alcun per la foresta
non gli ordisca il pagan se in vita resta.

78Alza in questo pensier le nobil else
e di punta la spada al sen gli immerse,
e dove il feritor la piaga scelse
un spumoso ruscel di sangue aperse,
che l’erba a piè di quelle piante eccelse
e ʼl riversato corpo in un consperse.
Il vincitor tra gemiti e singulti
fra sterpi il lascia et ispidi virgulti.

79Ma disdegnoso Attabila, che mira
l’alta strage de’ suoi, di furor freme,
le briglie del corsier spumante gira
e or queste squadre urtando, or quelle preme.
De l’altrui sangue la famelica ira
pasce dove più l’oste è stretta insieme,
su gli elmi de’ cristian terribil batte
e con gli urti e co’ colpi al pian l’abbatte.

80Ma non perché pugnando orribil prove
di virtù militar superbo ei faccia
vien ch’a timor de le sue genti giove,
e ritenerle in schiera invan procaccia.
Già disciolte e precipiti van dove
in fuga di terror volta han la faccia,
cedendo a le dense arme, al furor grande
de la calca che urtandole si spande.

81E già di nuovo Attabila respinto
da l’onde di sua gente in fuga sciolta
da’ suoi medesmi è traportato e vinto,
sì che ancor egli al fin la fronte ha volta;
ma d’orror di minacce in vista tinto
s’aggira nel fuggire anco talvolta,
s’arresta audace, e de le fila prime
de l’oste aversa or questo or quel reprime.

82Come irsuto cinghiale a tutto corso
da i can seguito or fugge or si difende,
si ferma, aspra la fronte, orrido il dorso,
spesso, e spumoso fra le zanne frende,
et or contra quello, or contra quel col morso
s’avventa, e poi la fuga anco riprende,
così il pagano or uno or altro fiede
de lo stuol che l’incalza e poi pur cede.

Cala la notte e la battaglia si interrompe, Ernando non ritrova la strada del campo: la sua amata Elvida se ne duole e si prefigge di morire a fianco all’amato (83-96)

83Ma già ne l’Occidente i raggi d’oro
spenti, ogni luce era del dì sparita,
e raccendea di sue fiammelle il coro
con le lievi ombre sue la notte uscita,
e de le rauche trombe un suon canoro
l’oste cristiana a la raccolta invita,
sì che il Colombo da l’aperte piagge
a le concave navi i suoi ritragge.

84Ma poiché Ernando il miserabil busto
lasciò di quel pagan ch’a morte diede,
a far ritorno per un calle angusto
de la selva ritorse indietro il piede.
Nota ogni cespo, ogni ramoso arbusto
per dove in oltre esser trascorso crede,
ma le vie son sì spesse e sì mal note
ch’a pien del tutto rimembrar non puote.

85Per obliquo sentier così s’avvolge
che del vero camin lunge lo guida,
e intanto de la notte il ciel s’involge
et ei trovar la dritta via diffida.
Già mille cure fra si sé rivolge,
or di se stesso, or di sua bella Elvida,
e di quelle vittorie avute dianzi
nulla fuor che dolor par che gli avanzi.

86Ma quando Elvida senza lui ridotte
tutte le squadre de’ cristiani scorse
e distesa pur tutta esser la notte,
trista rimase di se stessa in forse.
Con querele da gemiti interrotte
un molle rio di lagrime le corse
che del bel volto i vaghi fior le sparse,
né sa inquieta e misera che farse.

87Costei di nobil sangue in rive nacque
del gran Tago che il sen parte a Castiglia,
e sovra l’uso al biondo Ernando piacque
col seren del bel viso e de le ciglia,
et ella del suo ardor pur si compiacque
e de’ modi suoi adorni a maraviglia,
onde tosto si accesero in desiri
con vicende di sguardi e di sospiri.

88Festa non mai giungea che il cavaliero
non fesse a lei di sé pomposa mostra,
or di piume vermiglie il capo altero
fregiando, or del color che speme mostra;
talvolta, lei presente, un bel destriero
ei maneggiava in cittadina giostra,
e lieta ella godea per gli occhi sui
di se medesma e del valor di lui.

89Celebri eran omai sì belli ardori
e fortunati altri credeali a pieno,
per vaghezza mille alme e mille cori
soave invidia ne sentiano in seno,
ma non vi è gioia di ben nati amori
che stemprata non sia d’alcun veleno:
quanto i figli d’amor, d’odi più gravi
i padri ardean d’inimistà degli avi.

90Di questo amaro d’importune doglie
degli amanti i pensieri erano sparsi,
ch’aversi sempre a le lor giuste voglie
d’ambe le parti i genitor mostràrsi,
e in bel nodo gentil di sposo e moglie
non permiser fra loro unqua legarsi,
anzi a gli amori lor divieti fèro,
ma nulla valse il lor paterno impero.

91Essi divenner più nel foco ardenti
quanto poscia il premeano entro de’ petti,
ma de l’altrui governo impazienti
fuggiro al fin notturni i patri tetti,
né sperando placar de lor parenti
l’ire nuove e gli antichi odi concetti
montàr del gran Colombo a’ cavi legni
che disciogliea già dagli erculei segni.

92Tanto può vero amor: non parve grave
a lei d’esporsi a l’ocean profondo,
a la fede de’ venti e in fragil nave
cercar raminga un favoloso mondo,
il fremer d’Auatri a lato a lei soave,
e ʼl tempestoso mar le fu giocondo,
sol un’ansia dogliosa il cor le punge
sempre qualora egli da lei va lunge.

93Quante mai volte ei con l’aversa gente
venne a tenzon ne l’isole marine
tante ella di timor ne fu dolente,
angosciosa de l’arme peregrine.
Or che tornar no ʼl vede immantinente
che del dì giunse e de la pugna il fine,
con che ardor di pietà, con che parole,
con che fiumi di lagrime si duole?

94«Dove, misera me, sarà rimasto
infra l’orrore de la strage morto?
Dunque fortuna rea per così vasto
pelago infin a qui salvo l’ha scorto
per condurlo di fere ad esser pasto
l’istesso dì che fosse a lido sorto?
Oh cielo, oh fato, oh mia perversa sorte,
ben sei più cruda tu de la sua morte!

95Questo è il conforto, ohimè, questo è il riposo
che ne la strania terra a me s’appresta?
quanto tranquilla più fra il mare ondoso
e posata vivea ne la tempesta?
Ma s’è pur ver che là nel sanguinoso
piano è caduto et insepolto resta,
non voglia il ciel giamai ch’io di lui priva
più mi sostenga et infelice viva.

96Se in vita io lo seguii per mar cotanto
non fia ch’in morte abbandonar il possa.
Andrò nel campo, e poiché avrò di pianto
quella spoglia onorato e l’umil fossa,
io vuo’ morire, io vuo’ giacergli a canto
sin che con lui marciscano queste ossa,
già che natura non mi dà ch’io vaglia
di vendicarlo fra l’ostil battaglia».

Elvida tenta una sortita notturna ma è sorpresa da una squadra di ladroni indigeni che sta rovistando il campo, ed è rapita (97-102)

97Così parla piangendo, e in umil barca
con un suo fido d’alta poppa scende.
Quella, da’ remi lievemente carca,
vien spinta onde spumoso il mar ne splende,
fra mille sarte e vasti legni varca
e l’agevoli vie liquide fende
fin dove il salso flutto instabil scherza
e con placide scosse i lidi sferza.

98Fatta presso la prora ove a le sponde
congiunti alquanti umidi stassi stanno,
colà quei due poser le piante, e a l’onde
et a’ lidi sonanti il tergo danno.
Per l’opaco seren che li nasconde
de la tacita notte ombrosi vanno,
né in quel silenzio altro che il mar ahi piange,
s’ascolta, e lei, ch’ad ora ad ora piange.

99E già non lunge eran dal mesto campo
ove del dì la cruda pugna fue,
quando fortuna rea molesto inciampo
al notturno camin fe’ di quei due.
Denso drappel de l’inimico campo
scorreva allor le regioni sue
per dispogliar quegli insepolti ispani
e de l’arme e degli abiti cristiani.

100Oldrago, un fier ladrone, erane guida,
uom d’ardimento indomito et atroce,
ch’anzi per selve celebre omicida
di rapine nutria lo stuol feroce.
Egli il primier per quel silenzio grida
da lunge in suon di spaventosa voce
tosto che vede, o di veder gli parve,
gir per l’ombre quei due, quasi due larve.

101Col grido a un tempo s’è già spinto al corso
e ʼl seguita il drappel che l’accompagna.
Quella coppia solinga in fuga il dorso
volge subito allor per la campagna.
Elvida or che farà? dove ricorso
spererà sventurata? Invan si lagna:
il servo rapidissimo e spedito
col favor de la notte è già sparito.

102Ella, già stanca, afflitta et anelante,
isforzandosi indarno affretta il piede,
si volge indietro, e di quei fier tremante
giungerle a tergo il nuvolo si vede,
alza allor un gran strido, e lacrimante
da l’alto ciel quasi soccorso chiede,
ma, giunta e presa, addotta è prigioniera
al vallo ostil de la pagana schiera.

Canto II

ultimo agg. 15 Maggio 2015 11:10

Nottetempo Colombo fa innalzare un accampamento fortificato (1-8)

1Ma il duce ispan non posa e non depone
de l’impresa magnanima la cura;
varie fatiche col pensar dispone,
provido, in sé tutta la notte oscura:
al sovrano ingegnier del campo impone
che mentre la stagion del sonno dura
si fabrichi il gran vallo in forte sito
d’alti ripari di trincere munito.

2Ei prima co ʼl pensier su ʼl lido estrano
ch’osservato già avea, l’opra disegna,
poi, rammentando al suo fedele il piano,
le piagge e i posti imaginati insegna,
e in un che l’accompagni una gran mano
d’animosi guerrieri anco l’assegna,
che li disponga ne le vie nemiche
per fide guardie de l’altrui fatiche.

3Questi va per la notte e impiega a l’opre
le rozze man de’ fabri e guastatori,
e sotto il bruno ciel che li ricopre
alzar ponno sicuri i lor lavori.
Ma pria che giunga il dì che ʼl mondo scopre
il re pagano anch’esso usa i favori
de la notte onde cava il vallo e ʼl forma
con alte fosse e d’ampio cerchio in forma.

4Già de l’alba nascente a i primi raggi
l’ombre notturne divenian più rare,
i lieti augelli da gli opachi faggi
predicevano il dì cantando a gare,
e gli albori del sol vaghi messaggi
ferivan già d’un bel purpureo il mare
quando de l’uno e l’altro campo opposti
comparver gli alti padiglion disposti.

5Come al cader d’un teso vel si mostra
peregrina cittade in regia scena,
e varie imagin d’alte torri in mostra
offre e di sacri tempi adorna e piena,
così d’alzate tende in doppia chiostra
gli alberghi apparver su l’erbosa arena,
e presentàr quasi che in faccia al giorno
più d’un teatro d’improviso adorno.

6Il vallo de’ cristian da un lato ha un monte
la cui costa ne vien cerchiata in parte;
steril campagna li soggiace a fronte
per dove calan l’altre tende sparte,
ma quanto il sito avien ch’a’ piani smonte
più di grossi ripar munito è d’arte;
li rimbomba da tergo e con gran mondo
d’acque l’affida l’ocean profondo.

7A fianco al monte il lido in fuor si sporge
con due braccia di sponde in curva luna,
nel cui mezzo un gran sen di mar si scorge
che in calma rincrespandosi s’aduna.
Verso l’estreme corna altera sorge
doppia rupe di scogli orrida e bruna,
e presso è un’isoletta incontra posta
che guarda il porto, a’ venti e a l’onde opposta.

8Mugge indarno d’intorno il rauco flutto
spezzato in salse spume a i rozzi sassi.
In sì placido d’onde ampio ridutto
l’armata de’ cristian raccolta stassi,
et ondeggiando lievemente il tutto
ingombra, e or par che s’alzi, or che s’abbassi,
e le mobili scafe appo le coste
de’ maggior suoi legni ha già disposte.

Rassegna delle forze cristiane a partire dalla disposizione delle tende (9-36,4)

9Senza indugio frapor le squadre ibere
lascian le poppe e le maritime onde.
Al disbarco, al fervor di tante schiere
ch’occupan pronte le bramate sponde,
freme ampiamente il mar con le riviere
d’un aspro mormorio che si confonde,
e ʼl capitano in compartita foggia
del campo in varie region l’alloggia.

10Di’ tu, Calliope, in che guerriera forma
divise il saggio eroe gli alloggiamenti,
in che sparsi quartieri e con che norma
dispose a terra l’accampate genti,
tu de le schiere tutte a pien m’informa
e m’inspira a narrarle alteri accenti,
onde ne sorga al suon fama immortale
ch’a le postere età dispieghi l’ale.

11Vòta piazza si trova in mezzo al vallo
ch’egual si spiega largamente intorno,
d’alquanti padiglion fregiati a giallo
il suo estremo giron si scorge adorno,
e in disparte da lor breve intervallo
de la tenda maggior s’alza il soggiorno,
ch’in ricca maestà come gran reggia
di guerra sovra tutte altre campeggia.

12Questa piazza in due vie larghe e maestre
di croce in foggia s’attraversa e fende,
l’una sale del monte al fianco alpestre
e prona in giuso al basso pian discende,
l’altra da le maremme al suol campestre
parte per mezzo le sublimi tende,
e tutte in forma di gran linee al fine
del vallo a terminar vanno al confine.

13Qui fermossi il gran duce e a l’aure alzato
del regale stendardo il vel s’espose,
qui per il pian de la gran piazza armato
de le sue guardie il fido stuol si pose,
e qui de la sua tenda a tergo e a lato
la squadra di ventura egli dispose.
Tra questi è il fier Ridolfo, il gran figliastro
del buon conte che scettro ha di Nicastro.

14Vi è il chiaro Aquin, del cui gran sangue e nome
gloria s’accresce e numero a’ celesti,
questi d’alta pietade ardente oh come
sembra ch’in pro di nostra fé s’appresti?
V’è Stanislao, cui sotto bionde chiome
canuto nel mistier d’arme diresti,
sì ne le guerre è scaltro e pro di mano
e non men che guerrier par capitano.

15Tra’ celebri è Vestan, quel sì famoso
che poi per tanti immensi mari a tondo
circondò l’ampia terra e glorioso
figurò nel suo scudo il corso mondo;
Giberto, che col crin sparso e vezzoso
spira ardir e minacce, e Gualdo il biondo,
uom che l’umanità co’ vinti ha pronta
non men che l’ira in chi l’offende e l’onta.

16E ben al suo lione, onde si fregia
nobilmente il suo scudo, egli è simile,
che ʼl magnanimo sdegno usar dispregia
con chi cedendo gli si atterra umile.
V’è Gherardo, che trae da la Norvegia
sua stirpe, onde la stima anco gentile,
folle, ch’egli è quasi ch’ancor vil plebe
in Norvegia non nasca a franger glebe.

Qui mancano quattro stanze nelle quali si dà conto d’alcuni personaggi principali
nel poema

21Son fra scelti guerrier di forze e d’arte
pur conti Uberto il bruno, Ardenio il saggio,
Fernando di Castiglia, Ugo e Lisuarte,
il lusitan d’indomito coraggio,
e duo forti fratei, germi di Marte,
Anselmo il vago e Andronico il selvaggio:
fur questi esposti in fasce in aspre selve
a l’arbitrio del fato e de le belve,

22ma ritrovolli errando in caccia a sorte
il duca d’Alva, onde governo dienne
a un fido vecchio, che ʼn sua regia corte
le prime acerbe età cura ne tenne.
Essi gli odi e l’insidie invide scorte
de’ conservi, magnanimo lor venne
sdegno di cotal vita e in miglior modi
cercàr pompe fra l’arme e chiare lodi.

23Ma chi narrar potria schiera cotanta,
non che i pregi lodar di quello e questo?
Ben de la sparsa fama il suon qui canta
sovra gli altri Cosmondo e ʼl bello Ernesto
ciò che l’età favoleggiando vanta
di Teseo e Peritoo, che l’un fu presto
a seguir l’altro al sotterraneo impero
del cieco mondo: in questi il tutto è vero.

24Ernesto di desio di veder arse
degli Antipodi occulti il basso mondo,
e dal suo caro per non scompagnarse
volle seguirlo il suo fedel Cosmondo,
e abbandonàr concordi a vele sparse
de l’ispano emispero il ciel giocondo.
Di questi avventurieri, in cui confida
ei, che tutti ha in governo, ei stesso è guida.

25A fronte al sommo padiglion regale
Americo alloggiò quel gran toscano
da cui riserba ancor nome immortale
quell’emisper di là da l’oceano,
tanto al bell’Arno per destin fatale
avea concesso il ciel d’onor sovrano
che da un suo figlio a celebre memoria
devean prender i mondi e nome e gloria.

26Questi nel ragionar, ne la sembianza
e negli atti magnanimo e prudente
del maggior capitano in lontananza
sostiene la vece, e prence è de la gente,
ma tien secondo onor ne l’adunanza
de l’oste quando è il sommo eroe presente.
Con questi che de l’arme a pien sa l’arte
saggio il Colombo ogni pensier comparte.

27Dietro a sua militar magion illustre
sparsa in minori padiglion s’accolse
la gente che l’Etruria e ʼl Ren palustre
de l’italico giel tralasciar volse.
Per fame di ricchezze in prima industre
vèr l’ibero ocean le vele sciolse,
ma poi, data a le guerre, alzò gli ingegni
a generoso amor di glorie e regni.

28Da presso al destro lor fianco alloggiaro
l’accorte genti ch’Oderico il grande
guida, e del pian l’amenità lasciaro
che fra il Sarno e ʼl Volturno ampia si spande,
et adunàrsi in cave tende a paro
dal lor confin de le sinistre bande
quei de’ liguri colli, e li conduce
Bartolo il buon fratel del sommo duce.

29Non molto lunge al padiglion sovrano
in due squadre i magnanimi cavalli
ne’ tesi alberghi di battaglia il piano
del gran campo ingombràr per vari calli.
Freme avampando ivi de l’aria il vano
a l’ardor de’ nitriti e de’ metalli,
e i chiomati destrier veggonsi trarsi
per le pendenti briglie erranti e sparsi.

30Son quattrocento i cavalier pregiati
tutti di ferreo usbergo e d’elmo adorni,
parte in Grecia la Magna e al freddo Crati
de le lor prime età menaro i giorni,
e parte ebber da presso a l’onde nati
del biondo Tago i patri lor soggiorni:
a questi è scorta Alonso, a quei Verardo,
l’uno e l’altro et intrepido e gagliardo.

31Per la costa inegual del curvo monte
occupò luogo il già canuto Archida,
uom che più volte guerreggiando a fronte
stè ne la Persia incontro a turba infida.
Qui de le genti sì leggiadre e pronte
che bebber l’onde del Duero è guida,
del Duer che sonoro infra gran balze
si frange d’ogni verde ignude e scalze.

32Quivi ancor prese campo il torvo Armando
d’Almeria il conte, di sì vaste membra
e di petto sì altier che minacciando
ombre por di spavento al ciel rassembra,
quasi che in ogni suo sermon vantando
d’esser ramo sovran narra e rimembra
di quel grande Annibal, di quel gran fiero
terror d’Italia e del Romano Impero.

33Ei capo è de lo stuol bruno in sembiante
che godette del dì l’aure serene
su ʼl fosco Occaso ove l’immenso Atlante
de la mole del ciel gli assi sostiene.
Ne l’umil falda poco indi distante,
ove il monte col piè preme l’arene,
Roderico albergò la plebe amica,
che tratta avea già da Numanzia antica,

34da quella alta Numanzia, un tempo augusta,
che per lunga stagion l’arme latine
respinse invitta, e ne l’età vetusta
fu serva a la gran Roma a pena al fine,
or giace ignota e bassa terra angusta,
povero avanzo d’orride ruine,
tanto più che furor di re tiranni
tacita domar può vecchiezza d’anni.

35Ma in tutto in grembo a l’arida pianura
il perfido Roldan pose sua squadra,
che qual losco è di cor, la guatatura
ha da l’irsute ciglia e torva ed atra.
Di varie nazion l’iniquo ha in cura
commista schiera ingiuriosa e ladra,
parte ne tolse a’ monti di Biscaglia,
parte di quei che domi hanno in battaglia.

36Così disposto il campo e così accolta
erasi al lido ogni cristiana schiera,
e su le tende a l’aure lievi sciolta
ventilando ondeggiava ogni bandiera,
ma poiché l’alba ebbe dal mondo toltaErnando torna al campo e riceve le infelici nuove di Elvida: si cruccia (36,5-49,4)
la caligin de l’ombra umida e nera,
lasciò Ernando la selva in cui rimaso
era ne l’oscurar del rosso Occaso.

37De l’atra notte il gran silenzio cheto
tutto passato avea fra mille cure
or concependo ne l’orror secreto
di quel bosco stranier fredde paure,
or volgendo fra sé mesto, inquieto
forte il tenor di tante sue sventure
che corse avea dal dì ch’al mar crudele
d’Esperia aperse le ventose vele,

38ma rimembrando l’una e l’altra stella
de la sua donna, ogni dolor affrena.
Gli pareva il furor d’ogni procella
per quei bei rai tranquillità serena,
e per lei radolcia di qual più fella
e ria fortuna ogni sofferta pena,
con sì vari pensier vegghia e non posa
quanto è lo spazio de la notte ombrosa.

39Tosto che ʼl dì con immaturi albori
di nova luce in Oriente sorse,
Ernando, che ʼl sentier fra i radi orrori
del matino e de’ rami alquanto scorse,
da i boscarecci ispidi intrighi fuori
ad incontrar l’aurora i passi torse,
ma di più bella aurora, ond’egli è vago,
ha nel pensier l’innamorata imago.

40Pronto e furtivo va per l’aria mista
d’ombre e di rai, né torbida né chiara,
là dove spera ne l’amata vista
conforto aver d’ogni fatica amara,
né il miser sa qual sorte ivi più trista
nuovo stato d’affanni a lui prepara.
Come spesso qua giù gli egri mortali
onde attendono ben raccoglion mali!

41Poi che giunse a le navi e ʼl bel sembiante
non trovò di sua donna e ʼl tutto intese
come ella abbandonando il mar sonante
per sua cagione a l’erme piaggie scese,
e come prigioniera un stuol vagante
di barbari ladron quivi la prese,
ei di furie, di doglie il cor trafitto
freme oltremodo in ascoltando afflitto.

42Qual nomade lion che da perigli
de l’altrui caccie a la scoscesa cova
torna del patrio monte, e i rozzi figli
ne la caverna lor natia non trova,
aspro le gonfie labbia arma gli artigli
e non scorgendo in chi vendette mova
contra le selve alpestri orribil gira
gli occhi, scote le come e mugge d’ira,

43così di duol misto a disdegno acerbo
avampando il guerrier geme feroce,
e poiché alquanto in mesti atti superbo
tacque, prorompe in suon d’amara voce:
«A qual altra sciagura io mi riserbo?
a quali strazi di destino atroce?
O fortunati quei che per man forte
ne la campagna ostil caddero a morte!

44Perché su i monti de la strage anch’io
là non rimasi da tant’arme estinto?
Quanto infelice men del vincer mio
fu il perder di colui che, da me vinto,
giace ne l’erma selva in mezzo al rio
del proprio sangue riversato e tinto:
di che perdita mi è, di che memoria
sempre infausta mi fia quella vittoria!

45Il fato, il mio furor mi trasse al bosco
di quel barbaro vil seguendo il corso,
che se a le navi col primo aer fosco
facea ritorno, ciò non fora occorso.
Ah perché almeno in quell’orror sì losco
poi non fui pasto d’aspra tigre o d’orso?
questi i trofei ne son, queste le spoglie
che ne riporto, i propri danni e doglie?

46Misera Elvida, in che diverso stato
dal tuo natale t’ha fortuna addotta?
Ma più che cruda avversità di fato
a sì dure miserie io t’ho ridotta:
io per cotanti mari a questo lato
t’ho di terre sì inospite condotta,
per me d’Europa tu, di tuoi palagi
lasciasti il cielo e le grandezze e gli agi.

47Or per me ti sei esposta a notte oscura,
a strania region d’oste proterva,
e per me, come volle empia sventura,
di barbari ladron sei fatta serva,
ma non morrai già tal se in me natura
quest’anima angosciosa un dì più serva,
se non m’uccide il duolo, e m’è gradita
per questo sol questa odiosa vita.

48Verrò dovunque sei, le morti, i ferri
audace incontrerò, mi faran strada
a l’indegna prigione ove ti serri
gli urti del petto ancor non che la spada,
e s’è prefisso in Ciel ch’altri m’atterri
a pronta morte intrepido si cada;
vivo me, non fia ver che mai cativa
di catene servili Elvida viva».

49Con queste voci il forsennato ondeggia
e di crucio d’affanni arde e sospira,
e volgendo fra sé quel che far deggia
vari tumulti di pensieri aggira.
Ma da la stigia e sotterranea reggiaIl demone Gibor vede lo stato delle cose e decide di intervenire: va a infestare l’animo di Roldano (49,5-58)
uscendo allor l’empio Gibor rimira
de la terra a sì incogniti confini
giunti d’Europa i fortunati lini.

50Forte ne rugge in sé di doglia acerba,
e l’arse luci stralunò di sdegno.
Questi è spirto d’Inferno e ancor riserba
de l’antica alterigia il petto pregno
di quando emuli a Dio sede superba
ambìr ne lo stellato artico regno,
onde con gli altri fulminati e vinto
cadde d’abisso al baratro sospinto.

51Or per comando di Pluton venìa
fuora a i campi del dì candidi e chiari
per riveder ne l’empia idolatria
de l’antiche maremme i loro altari.
Tra volume di nubi atre sen gìa
sospeso a volo su gli azzurri mari,
e funestava il ciel di notte rea
ove se stesso e ʼl negro orror traea.

52Parve il nembo arrossir di lampi ardenti
e frangersi improviso in crudo tuono
quando i globi degli occhi atri e lucenti
torse, e muggì con spaventevol suono;
poi fremé mormorando in questi accenti:
«Dunque il mondo di Borea è angusto trono
al Rettor de le stelle, e l’oceano
par corta meta al culto suo cristiano?

53E vi è chi di spiegarlo oltre presume
dove sepolto il sol nasce sotterra?
Fin qui di pari col celeste nume
serva tenuta abbiam noi l’ampia terra,
che s’ei de l’Aquilon scettro si assume
e quanto là da i mari lor si serra,
noi pur ritratti in questo altro empispero
retto del mondo australe abbiam l’impero.

54Qui, come là per lui, per noi fumanti
ardon l’are di vittime ripiene,
e chi piegare osò le vele erranti
de’ nostri regni a le riposte arene?
non basta aver scorso i confini avanti
onde a turbar nostre region si viene,
l’isole aver già depredate et arse
che in grembo a l’ocean giaciono sparse?

55Non basta quivi aver tra fiamme orrende
co i nostri tempi gli idoli distrutto?
fin qui, sì lunge, la sua audacia stende
nostre provincie ad infestar ridutto?
e che? l’ardir d’un uom mortal pretende
scacciarne omai da l’universo tutto,
quasi ch’io solo di fiaccar non baste
l’orgoglio altrui d’ambizion sì vaste?

56Farò ben io». Ciò detto, in aria impresso
quel denso nuvol negregiante lassa,
e vèr la terra da quell’aer spesso
su le caliginose ali s’abbassa,
d’Austro in sembianza, ove il cristian si è messo
scende fra l’oste et invisibil passa,
trova il crudo Roldan che mesto e cheto
gran cose aggira torbido, inquieto.

57Costui, d’ambizion tumido e fiero,
de l’italico eroe seguì l’imprese,
ma poi tumulti cittadini altero
tra via più volte fra le squadre accese;
or che con l’arme a nuovo mondo intero
vede le glorie del gran duce stese,
gonfio non meno il cor che l’atre labbia
si rode nel pensier d’invida rabbia.

58Mille risveglia in sé d’odi e paure
cagioni ascoste e nutrimenti d’ira,
e ʼl rio mostro infernal fra le sue cure
de le furie il velen mesce e l’inspira,
e varie di furor larve e figure
dentro la mente fervida raggira,
ond’ei fuor di se stesso et ebro e folle
con tronchi mormorii prorompe e bolle.

Roldano raggiunge la tenda di Orana dove una giovane compagnia si sta intrattenendo in sollazzi, e li incita alla rivolta contro Colombo (59-78,4)

59Ma già prono nel mar tuffava il giorno
Febo, infiammando il curvo ciel di lume,
e la notte sorgea spiegando intorno
l’ombre de l’ampie sue stellate piume,
e folta allegra torma in un soggiorno
si raccogliea, sì come avean costume,
dove traggon le prime ore moleste
rumoreggiando fra notturne feste.

60D’Orana è il padiglion ove si aduna
squadra di fresca gioventute ardita,
costei, cui già rapì morte importuna
il primo amore in su l’età fiorita,
eletto aveasi in mesta gonna e bruna
di menar casta e scompagnata vita,
ma fral donna a natura invan contrasta,
e incontra amore a lungo andar chi basta?

61Dapoi che di Liguria il gran campione
in pugna le marine isole prese
di Cuba al verde pian la rea stagione
trasse aspettando il più benigno mese,
essa, ch’indi è natia, d’un bel garzone
di Madrid vagheggiata allor s’accese;
da così peregrino e nobil loco
la destinava Amore il suo bel foco.

62Ei di lanugin molle adombra a pena
le bianche gote, e Ansaldo altrui l’appella,
robusto, da’ begli occhi ardir balena
e da la fronte minacciosa e bella,
ma vibra non so che luce serena
fra l’ardire, e ʼl bel crin torce in anella,
e con un fasto suo pien d’alterezza
leggiadro alletta ancor mentre disprezza.

63Ella, se mai le luci umili e chine
solleva, un raggio di beltà lampeggia;
d’un’ambra fosca ha l’intrecciato crine
che non è di biondo oro e d’or biondeggia,
e se il volto non ha di rose e brine
d’un piacevol pallor dolce biancheggia,
sì che ardor vicendevole ambedui
tosto accese, lui d’ella e lei di lui.

64Mentre il campo cristiano ivi fe’ stanza
quanto è del ghiaccio la stagione integra,
ne la magion di lei dolce adunanza
si cominciò di gioventute allegra,
così gli accorti amanti ebber speranza
di ricoprir la mente accesa et egra,
ma in van si cela amor: spesso nel viso
lor refulge dagli occhi o d’un bel riso.

65Poi che la primavera il bel mattino
de l’anno e i giorni più tranquilli aperse,
e domando il lor fremito marino
l’onde più miti e più cerulee fèrse,
e apparecchiarsi a nuovo altro camino
ella d’Europa l’alte vele scerse,
chi può dire in che queruli lamenti
spesso si dolse de’ medesmi venti?

66Prima che del suo ben restar lontana
le patrie rive abbandonar risolse,
e con lui dipartì fra l’oste ispana
quando del lembo da’ suoi lidi sciolse.
Or che arrivato a region sì strana
de le navi europee lo stuol si accolse,
ne la tenda di lei con l’aria nera
Roldan si addusse fra compagna schiera.

67Ei ne la mente d’empie cure involta
ha di vari ardimenti inculti abbozzi,
e pensa, spinto il fier d’audacia stolta,
come col sovran duce emulo cozzi;
poi che vide gran turba ivi raccolta,
così prorompe, gli altri detti mozzi:
«Dopo tanto vagar per tumid’onde
ne siam condotti a sì raminghe sponde?

68Qui che farem, noi che campati a sorte
ne siam da l’arme e da’ marini sdegni?
dobbiamo offrirne a volontaria morte
perch’un nocchiero di Liguria regni?
Quante schiere di noi restino absorte
vi è noto in qua fin da gli erculei segni,
quanti fin ora giacciono insepolti
a lidi ignoti o nel suo sangue involti.

69Queste fur le provincie e furo i vasti
regni ond’han fatto fortunati acquisti,
che scherzo son d’instabil flutto e pasti
di fameliche belve orridi e tristi?
Noi da le pugne ostil, dal mar rimasti
salvi e dal ver con tanto rischio avvisti
dovrem spandere il sangue a nostro danno
per stabilir qui reggia a rio tiranno?

70Ciò ch’è sparso finor ch’al regno ibero
si aggiungan queste region remote,
che si guerreggi qui perché l’impero
si distenda di Cristo in genti ignote
son fole, che né faccia han più di vero
o tanto quanto il volgo ingannar puote
che si conquisti un mondo a re discosto
per spazi immensi d’ocean fraposto.

71E se fosse in altrui pietosa cura
di propagar la fede in stranie terre,
perché non inalzar qui patrie mura,
né consumar l’oste cristiana in guerre?
a chi di voi l’empia sua mente è oscura?
che cerca onde i guerrier di Spagna atterre?
con nostra strage il pio la santa fede
fabricar pensa o la regal sua sede?

72Ne i sommi gradi di battaglia posti
signoreggian d’Italia i suoi più amici,
noi sol de l’armi a i primi rischi esposti
n’andiam, caterve ignobili, infelici,
e s’a le palme et al morir disposti
trionfo riportiam mai de’ nemici
le piaghe, i danni rei de le vittorie
son nostri, e lor gli alti trofei, le glorie.

73O cieli, o corsi mari, o erme rive
immensi testimon de’ nostri torti,
dunque lasciammo noi nostre native
sponde per trarci a rei naufragi e morti?
e in noi, miseri avanzi, altra non vive
speme che di destin più crudi e forti,
né per altra mercé sotto il comando
d’un barbaro traemo i dì pugnando?

74Perché in disparte non ritrarci almeno
da tante omai sofferte aspre fatiche,
e cercar posa in sì stranier terreno
per l’estrema vecchiezza in mura amiche?
Ma noi, quanto la verde età vien meno,
più con l’arme irritiam terre inimiche:
che speriam, folli, al patrio mondo un giorno
per cotanto ocean di far ritorno?

75Non ne sovvien de’ tempestosi orgogli
de’ pelaghi e degl’Austri onde a gran pena
scarse reliquie da gli aversi scogli
abbiam ricovro in mal secura arena?
Ma se nessun di voi v’è che s’invogli
meco d’esiger la devuta pena
da chi n’espose a tanti strazi infido
e che ne trasse dal materno nido,

76chi ne vieta a tirannide sì fiera
sottrarne, torci a sì affannosa vita?
Su su, che ʼl Cielo è ch’a mia lingua impera
e con mie voci a libertà v’invita».
Mentre ei freme, del foco ha di Megera
la superba sembianza inorridita,
e ʼl rio demon ne l’altrui petto interno
semina fiamme di furor d’Inferno.

77Detto ciò, mosse impetuoso e in una
la turba dietro a lui va sparsa e stolta;
come in sublime e curvo sen s’aduna
fiume ch’in sé volubile si volta,
se dopo più d’un volgimento alcuna
onda rompe e ruina in giù disciolta,
al precipizio liquido spumanti
corron lubriche l’altre acque sonanti,

78così poi che si spinse inanzi solo
Roldano minaccevole e veloce
l’adunanza si sciolse a stuolo a stuolo,
mormorando d’un fremito feroce.
Ma in questo Orana d’improviso duoloOrana cerca invano di trattenere Ansaldo (78,5-85)
percossa il cor di quel tumulto atroce
dogliosa in atti e sbigottita in faccia
Ansaldo almeno raffrenar procaccia.

79Nel lembo il prende del pieghevol manto
e «Dove gir vuoi da quei folli scorto»
con gl’occhi dice omai pregni di pianto
«fra l’insane lor mischie ad esser morto?
che manca a te, donde stimar per tanto
deggia da’ tuoi cristian fartesi torto,
giungerti a’ ribellanti e ʼl giusto impero
sdegnar de’ tuoi, del tuo gran duce ibero?

80Se ʼl giogo a me di servitù par lieve
sol ch’io teco venir possa compagna;
perché il dominio a te medesmo è greve
del tuo sovrano condottier di Spagna?
non rimembri ove gir da te si deve?
o in quali spiaggie io senza te rimagna?
misera, a cui preda mi lasci in mano
di quella oste che tu fuggi lontano?

81Qui come io resto a’ tuoi rival per gioco
de l’amor mio, de la tua instabil fede?
e tu senza consiglio o molto o poco
verso le terre ostili hai volto il piede?
che speri? là fra qualche ameno loco
trovar traslata la tua patria sede?
e se pur secondar l’altrui follie
ti cale, a che non aspettar il die?

82Per fuggir me fra tanti rischi d’armi
t’esponi, e di fortuna a notte oscura?
tanto dunque il desio d’abbandonarmi
t’è caro che di te non hai pur cura?
te stesso e ʼl viver tuo più non risparmi,
sì preziosa t’è la mia sventura?».
Così piangea con lacrime sì belle
che n’avean scorno le notturne stelle.

83Ma il fier garzon, cui già per ogni vena
corso è il tosco infernal, breve ripiglia:
«Queste importune lacrime raffrena,
e rischiara, per Dio, le meste ciglia.
Giusto desio di libertà mi mena
a seguir chi magnanimo consiglia,
tu qui riman, né spiaccia apparecchiarti
al servaggio comun già di sottrarti.

84Quando fia che ʼl richieda ora opportuna
vivi lieta; di te fia mio pensiero».
Qui, troncando il suo dir, per l’aria bruna
e disciolto da lei vassen leggiero.
Ella, che preparava omai più d’una
lamentevol risposta al cavaliero,
resta attonita alquanto e indarno al vento
dà sospirosa e trista il van lamento.

85Indarno a sé il richiama, e già la mente
presaga l’è di fortunosi danni.
Or chi narrar potria di lei dolente
quai fur poi le querele e quai gli affanni?
Spesso udivasi il Ciel, che n’è innocente,
accusar ch’a miserie la condanni,
e con voci da lacrime interrotte
lamentarsi con l’ombre de la notte.