L’America

di Raffaello Gualterotti

Di certo vicina all’esperienza epica di Strozzi, l’America di Raffaello Gualterotti fu edita nel 1611, per il solo primo canto (del resto del poema nulla è dato sapere). Già a partire dal titolo, è evidente la continuità con l’esperimento dell’illustre accademico concittadino (confermato dal rapporto biografico tra i due poeti), mentre il testo conferma, sul versante dell’inventio, la prossimità alla linea dell’epica fiorentina stabilita nel circolo di casa Strozzi.
L’indugio narrativo, quasi cronachistico, del primo canto lascia pensare che forse il desiderio del poeta fosse quello di descrivere il periplo compiuto da Vespucci più che una sua improbabile campagna contro i popoli nativi: la precisione nel descrivere le fasi preparatorie del viaggio, il tono da rendiconto storico onnicomprensivo e veritiero, a partire dalla giovinezza del navigatore fino alle prove mature, e lo stile poco curato lasciano pensare che dovesse trattarsi di un testo tutto sommato breve, del genere del poemetto encomiastico. Non una vera e propria epica, dunque, ma uno schema narrativo aperto a una materia contemporanea e parzialmente slegato dalla pressione dei modelli classici.
È interessante la rappresentazione che è data del navigatore fiorentino, detto «contemplator» e «esperto e fido». Non un eroe belligerante, ma un navigatore e un astrologo, come realtà storica vuole vecchio e saggio. Verso la fine del frammento, è il personaggio stesso a definirsi in base al modello omerico («quantunque veglio, io pur novello Ulisse»), a riassumere due connotati fondamentali nell’ottica della meditazione seicentesca sul tema. La senilità sarà un tratto dominante anche nel poema di Bartolomei, così come il modello ulissiaco, a conferma del fatto che una tradizione oceanica disponibile ad accettare la sfida di un nuovo tipo di narrazione non sul modello tassiano ma volta al secondo grande corno dell’epica classica, l’Odissea omerica, esisteva già prima delle rivendicazioni di Tassoni.

Canto I

ultimo agg. 25 Maggio 2015 11:05

Proemio (1-3)

1Io canto il saggio osservator sovrano
di quel di stelle fiammeggiante impero,
Amerigo Vespucci, il gran toscano,
grande e mirabil d’opre e di pensiero,
che varcando l’amplissimo oceano
altri regni conobbe, altro emisfero,
e ʼnvidiator del sole, Ercol secondo,
volgendo aggiunse al mondo un altro mondo.

2Or tu nobil desio che m’ardi il seno
e l’alte imprese a celebrar m’invogli,
perch’altre terre e mari, altro sereno
anch’io riveggia le mie vele sciogli,
che poi di perle ornate, al mar Tirreno
tornin salve da i venti e da li scogli,
e ʼn riva a l’Arno cresca il suono e ʼl vanto
de’ ritrovati lidi e del mio canto.

3Ma già spirano i venti, il mar risuona,
o gran Cosmo, o gran duce, in alto io mando
l’ardire e ʼl vago legno: ergilo e sprona,
e sovra l’onde lo fa gir volando,
per portar gemme a la real corona
vèr l’incognito mondo io vo solcando,
et invece d’Apollo a te devoti
porgo i desiri miei, consagro i voti.

Giovinezza, studi e convinzioni di Vespucci: i suoi continui tentativi di trovare un finanziatore vanno a vuoto (4-25,2)

4De la bella, famosa, alma Fiorenza
prima il grande Amerigo in grembo nacque,
crebbe tra l’arti e tra li studi, e senza
gloria l’umana vita a lui non piacque;
poi cercò per mercar nuova eccellenza,
del più noto Oriente i liti e l’acque,
le piramidi vide e pria la mole
ch’in Rodo i Greci consegraro al sole.

5Ma al toscano coraggioso ingegno
prudente domator de l’onde amare,
in questo e ʼn quel già fortunato regno
nulla meraviglioso o grande appare,
ma trapassando ogni prescritto segno
si finge nuovi mondi in grembo al mare,
né creder può che ʼl gran tesor de l’onde
altra terra non cinga e non circonde.

6Quando lunge talor spinse da l’Orse
verso il Tropico estivo aura soave,
e che ʼl Colombo ei vide e tutta scorse
d’Argo guerriera la stellata nave,
la vaga mente al gran crocier li corse
che scritto e sol per fama ei vedut’have;
s’affisò al gran crocier ch’adorna e segna
l’ignoto pol di sua celeste insegna.

7La nave è d’ampie stelle, e lume spande
sopra ad ogni altra che qua il sol vagheggi
o sotto il Cancro il ciel cinga e ʼnghirlande
o nel Settentrion ruoti e fiammeggi;
simile è ʼl gran crocier, ma sì più grande
ch’ei fa che di sua pompa il ciel grandeggi.
Questo il veglio toscano ognor si sprona
che vive fisso in lui, di lui ragiona.

8E ovunque ei ferma peregrino il piede
con questo dir pungente i cor saetta:
«Rado tesor e fé trova e possiede
quegli a cui di saver molto diletta,
ma deh in voi, spirti chiari, or trovi fede
questo vero dir mio che ʼl Ciel mi detta,
e farete per voi di un mondo acquisto
e mille regni offerirete a Cristo.

9Spieghiam le vele, e lor drizziamo il volo
dietro al cammin del sol: là in mar non lunge
altra terra è nascosta et a quel polo
et a questo si estende e si congiunge.
Avventurosa gente ivi è che solo
amorosa dolcezza invita e punge,
ricca di gemme e d’oro, e ciò non cura
né è questa inprudenza, anzi è ventura.

10Non è ʼl famoso mar de l’aurea China
congiunto a quel de la guerriera Spagna,
che da quello si leva ogni mattina
et in questo ogni sera il sol si bagna:
lunghissime distanze, altra vicina
region s’interpone e li scompagna.
Che gioveria se mar per tutto fora
dal nostro Occaso a donde vien l’aurora?

11E quando io son talora oltre a Siviglia
ferirmi il volto e ʼl respirare io sento
da quel che nuova terra accoglie e figlia
e spinge in qua dolce, odorato vento,
sì che ʼl nido onde vien l’alba vermiglia
di tosto rincontrar prendo ardimento,
e tra la China e noi gente interposta
scoprir ne l’ocean gran tempo ascosta.

12Or chi di gemme e d’oro ingordo ha sete,
chi desia d’acquistar terreno e ʼmpero,
o voi, spirti magnanimi, che avete
sol di gloria ed onor vago ʼl pensiero,
e voi, che a Dio servendo ognor volgete
le luci del desio a’ rai del vero,
là mi seguite dove ʼl Ciel m’invia,
ivi è quanto s’apprezza e si desia».

13Tace egli poi che nel famoso seno
de la nobile Italia un pur non trova
che sol si degni di lodare almeno
opra cotanto in sé stupenda e nuova;
chi ride o tace, e di stupor chi pieno
dice «O raro pensier, ma poi che giova?»,
onde il saggio Amerigo in tai parole
ch’ei si tragge dal cor si lagna e dole:

14«Ahi lasso, a te d’imperi e donna e madre,
o bellissima Italia, or più non cale
di far qual già solevi opre leggiadre
e di fama acquistar ferma immortale?
Per oro vendi, d’ogni vizio padre,
pallido prezzo, tuo splendor reale.
In vano il Ciel mi inspira, in van fatico
e dato al vento in preda è quanto io dico».

15Così ei sempre narra, o pur sol tace
quanto il labbro gli chiude un giusto sdegno.
Ch’un bugiardo lo stima, un troppo audace,
chi dice venda il suo e compri un legno
e del mondo che in mar nascosto giace
da sé trascorra ad acquistarsi il regno,
che quel ch’un non possiede e non intende
nol crede in altro o ʼl biasma o ʼl vilipende.

16Cerca Europa ʼl gran tosco, e terre e mari
cambia, genti e costumi, e sempre scopre
de’ suoi dolci pensier gl’incontri amari
ch’avvelenano il cibo a le bel’opre.
La man superba de’ signori avari
l’alto disegno suo gl’ingombra e copre;
pur di veder per lui non spera indarno
crescer gl’antichi onori il suo bel Arno.

17Scrive ei sovente a imperadori, a regi
che l’aiutino a far l’ampio viaggio;
promette altre provincie e illustri pregi
e di più glorie eterne eterno raggio,
ma frutta ʼl parlar suo sdegni e dispregi,
pur molce il cor del sofferente saggio
ch’una bella promessa e grande e nuova
quantunque vera più men fede trova.

18Vola intorno la Fama anch’ella e dice
come ne i lidi gloriosi e beli
de’ Toschi un’alta mente et inventrice
ardisce di cercar mondi novelli.
Ringhia l’Invidia a’ detti e contradice
e vani chiama questi e finti quelli,
e contra ʼl giusto in terra asconde e preme
de le belle opre lungamente il seme.

19Ma il costante Amerigo a la tempesta
de l’usanza mortale alza la fronte,
e con prudenza vigilante e presta
sospende e sprezza, e indarno urtar fa l’onte,
qual contra a l’onde irate alza la testa
nel cor del mar fondato antico monte,
e vince assai l’invidia e la fierezza
umana il gran toscan mentre la sprezza.

20Sospirando ei sovente al caro amico
Pietro il filosofante i detti sciolse:
«Non è vano né finto il suono antico
che a nuovi mondi i legni Alcide volse,
et altri anco il tentaro; empio nemico
natal, che a me ogni possanza tolse!
Certo ampi regni ha fortunata gente
oltre l’ultima Esperia in Occidente.

21Né con picciola sua vergogna e scorno
il saggio Tolomeo dipinge e scrive
che ora i due cerchi a l’Equinozio intorno
sotto ʼl carro del sole ardon le rive,
e dolce ei vide a’ Nabissini il giorno
e ch’ogni ben mortal vi nasce e vive,
vide ridere i prati e a’ colli e a’ monti
verdeggiar sempre l’odorate fronti,

22sì che non son cocenti, inabitate,
del bello equinoziale ambe le fasce,
ma son temprate e dolci e ricca state
primavera immortal v’alberga e pasce.
Or se ne l’arse zone anzi temprate
quanto più si desia copioso nasce,
perch’ivi al più e ʼl meglio al tutto invano
che vi cuopra crediam l’ampio oceano?

23Sol per util de l’uomo e per diletto
de l’ineffabil sapienza in seno
creò ʼl mondo il sovran santo Architetto
e de l’impero a lui ne porse il freno».
Così disse Amerigo, e così detto
Pietro lasciò di maraviglia pieno,
e questi quel dir suo sovente scrisse
e ne l’anima a molti il pose e fisse.

24Ma più d’ogni altro nel suo cor scolpillo
un di Liguria avventuroso errante,
ch’al tempestoso mare ed al tranquillo
fu seco in guisa intrepido e costante,
ch’a glorioso fine il Ciel sortillo
e in nuove arene gli fermò le piante:
vide incogniti mari e strani liti,
scoprio la ricca Cuba e l’aurea Iti.

25E però che non puote un gentil core
ove non vola e giunge e scopre il vero?
Segue Amerigo intanto i venti e l’òreVespucci prega Dio, il quale concede che il disegno si compia (25,3-34,2)
e se ʼl corpo non può, varca il pensiero,
e con l’ali de l’arte e del valore
cerca al mondo novel girsen primiero,
e sì calda vaghezza il prende e lega
che inchinando devoto Iddio sì prega:

26«O Spirto, o Figlio, o genitor de’ Cieli,
o Padre, o trino, o uno unico e solo,
perché l’alta opra tua più non si celi
vele dammi, e le spiega, ergi lor volo,
trami a l’altro emisfero ond’io riveli
come là di tua croce ornasti il polo,
e non l’ornasti invan di tante e belle
e così grandi e lampeggianti stelle,

27né perché sol nel sale ondoso, orrendo
de’ muti pesci i semi in guardia avesse,
e ʼl mostrasse, spettacolo stupendo,
a chi mirandol sol non l’intendesse.
No no, gran Padre: scintillando, ardendo
di sì begli occhi la tua man l’impresse
per l’alma vagheggiar ch’indi la ʼnviti
ond’ella a te si volga e rimariti.

28Or, fida stella che mi scorgi in queste
aspre procelle mie, Vergine pia
e donna gloriosa e del celeste
amor segno sovrano ave Maria,
eh se gradisti mai preghiere oneste
deh in grado or prendi per mercé la mia
e la porgi al gran Padre, e per me prega,
nulla a te sol, degli Angeli, si niega».

29Così detto si tacque, e ʼn quel sentissi
empier d’un tal calor tutte le vene
che parve che lo alzassi e gli aggrandissi
oltra l’ardir, oltr’al desir la spene,
ch’allor suoi lumi desianti fissi
tenne l’alta Maria nel Sommo Bene,
e d’Amerigo il prego et il desio
offerto riofferse al grande Dio.

30E gli soggiunse: «O grazioso Amore
e sempiterno amante, ormai, omai
inviane agli Indi occulti il tuo splendore
per trarli giù da l’infiniti guai;
che conoscan te padre e creatore
de la terra e del ciel, terra di rai,
e di queste d’intorno accese alate
amiche schiere angeliche beate.

31E intendan che se l’uom tu già creasti
atto a fallire e divenir mortale,
non fu per poco amore, anzi adoprasti
d’infallibile amor fervente strale,
che santa libertà tu gli donasti
non per occasion pronta di male
ma per donarli un maggior dono appresso,
sapendo il suo fallir, darli te stesso».

32Così diss’ella, e riverente tacque,
e gli Angeli addoppiaro il canto e ʼl suono,
e l’umil prego a Dio cotanto piacque
ch’ei dal suo lampeggiò profondo trono,
e dopo ʼl lampo per l’Empireo nacque
maraviglioso ma insensibil tuono,
e ʼnteser questi le beate menti
infusi sì, non pronunziati accenti:

33«Quel mondo s’apra ad Amerigo e ʼl nome
d’Amerigo chiamando in nome prenda,
lavi or l’Indo novel l’aurate chiome
ne l’acque sacre e del mio amor s’accenda,
ch’ivi il mio amor e la mia fé, sì come
pianta gentil in bel giardin, s’apprenda.
Tu Angel Raffael scorgi veloce
a gl’Indi il duce eletto e la mia croce.

34S’aiti il giusto amor, la fama ei volga
che varchi a nuovi regni or l’oceano».
Ciò inteso fu eseguito. Apre e divolgaLa Fama divulga la notizia della scoperta di Colombo e le idee di Vespucci, il re Ferdinando decide di armare una missione e lo chiama a corte (34,3-39)
nuove cose la Fama e va lontano,
a chiunque vela ardita il vento sciolga
degno premio n’appresta e onor sovrano,
c’han già scoperto i desiati regni
de l’altra Esperia i fortunati legni.

35Scoperto è già ʼl sentier, verace è ʼl grido
che giaccion nuovi mondi al mare in seno,
solo s’attende il duce esperto e fido
contemplator de’ rai del bel sereno
che scopra terra ferma e ʼl mare e ʼl lido
descriva e i regni e ʼl gran viaggio appieno,
che col dito ciascun ne le sue carte
tocchi le genti e i riti e lodi l’arte.

36Così suona la Fama, e finge e trova
meraviglie di gloria e di grandezza,
al cui sonoro annunzio alza e rinova
il gran toscan l’antica alta vaghezza,
«Et io son certo eletto a tanta prova»
dice col core in sé pregno d’altezza,
e di novo con l’opra e col desio
loda, ringrazia, inchina e prega Dio.

37E replica sovente: «Il dì pur viene
ch’opre pur frutteran le mie parole;
io calcherò pur le dorate arene
che simil sempre a sé vagheggia il sole,
ove le notti il ciel dolci e serene
e ʼl felice terren gigli e viole,
e scritti in seno i ritrovati lidi
i nomi serberan de’ toschi Alcidi».

38Così dice egli altero, e i detti suoi
la risonante Fama indi ripiglia,
e là sen vola ove gli esperi eroi
il grande Hernando intorno avea ʼn Siviglia,
il vero narra, e l’aggrandisce, e poi
lo ʼngemma di mirabil maraviglia,
ch’a gli stupor verdeggia e cresce il seme
del veghiante desio e de la speme.

39L’ode il gran rege e muove ad alta voce
«Deh vegna il saggio duce, eh che pur vegna,
e col nome di Dio la santa Croce
porti al novello imperio e la mia insegna».
La Fama questo dir prende e veloce
il segnato camino in ciel risegna,
et al saggio toscan narrando spiega
che ʼl magnanimo re l’attende e prega.

Vespucci al re la propria idea geografica, il re acconsente alla missione (40-52)

40Il saggio illustrator de’ toschi regni
a quei detti et al vento apre le vele,
sollecita il viaggio e affretta i legni
e sferza se li fa l’aura fedele.
Varca i cotanto ragionati segni
e fende il sen de l’ocean crudele,
scopre il porto, e la Fama, ancor da lunge
narra al rege: «Ecco ʼl tosco, ecco ei pur giunge».

41Narra la Fama «Ecco ei pur giunge», e corre
e de’ tetti regali or entra or esce,
in cima vola a la ʼnvisibil torre
e sorvolando e sormontando cresce.
Ora ʼl finge un Pelide, ora un Nestorre,
e loda e speme ratto ammonta e mesce.
D’Amerigo la Esperia or sol ragiona,
e d’Amerigo l’aere e ʼl mar risuona.

42Onde al fin giunge, et aspettato e caro
bench’abbia il rege intorno e molti e molti
ch’ambiscano a quel grado e già varcaro
d’Alcide i segni ne l’oblio sepolti,
or mirando il gran tosco il labro amaro
fèr per invidia, e ʼnamarirne i volti;
pur per allor non ferli altra contesa,
tal seco avea celestial difesa.

43Li va con l’arco innanzi un pronto duce,
amor d’ogni valor candido fiume,
quindi per man lo regge e lo conduce
alato perregrin d’aurate piume;
splende il manto di porpora e riluce
il volto altier di maestà, di lume:
questi è ʼl gran Raffael, ch’or per lui queste
selve del mondo invia, nunzio celeste.

44L’Invidia srugginò gli atroci denti
e ʼl petto s’afferrò co’ forti unghioni,
e l’Ira rovinante al cor roventi
de la Superbia conficcò gli sproni.
Così fremendo entro a lor conche
ardenti s’avventàr gli atrocissimi dragoni,
e sotto l’Etne de’ tormenti oppressi
rabbiosamente consumar se stessi.

45Ammirato, Amerigo or s’incammina
libero ov’il gran re sedente scorge,
e giunto al sagro piè si piega e ʼnchina
et al cenno regal lento risorge,
e tace, e ʼntanto a la bontà divina
col cor preghiera umil devoto porge,
e gli sguardi e le voci indi rivolta
al glorioso re ch’intento ascolta.

46«Invitto e sagro re, tra’ cui pensieri
tanti vivon del Ciel lampi e splendori,
che sol mille desii altri emisferi
per ch’ivi il nome di Giesù s’adori,
son l’apparenze de’ mondani imperi
quasi a gelati venti ignudi fiori
senza ʼl santo voler di fare acquisto
del nome altier di cavalier di Cristo,

47che quinci a l’alma ten verrà salute
e gloria al nome tuo ch’eterna viva,
che per ornarsi de la tua virtute
d’ogni futura età ne parli e scriva.
Gli acuti scritti son quadrella acute
da cui de l’armi sue Morte si priva,
l’opre leggiadre un alto stil sostiene
tra le stelle del ciel pompe serene.

48Ora io vengo a inchinarmi a la tua altezza
e lodo il tuo desio e gli mi offrisco
di quella antica tua santa vaghezza
omai condurre a fin l’opera e ʼl risco;
di trovar nuovi mondi oltre l’ampiezza
del gran padre oceano io certo ardisco:
gran tempio è ch’io promisi e mie parole
fatto han molti nocchier rivali al sole.

49E due son le cagioni in ch’io mi fido:
la principale e prima è che tutt’oggi
son abitate dal bollente lido
sino al gelato le campagne e i poggi,
e la terra de l’uomo esser de’ ʼl nido
ove lieto il piè muova e ʼl fianco appoggi
e n’aggia il frutto e in essa e regni e imperi,
e per alzarsi al Ciel s’avanzi e speri.

50Troppo mar fora dal Marocco insino
ove ne l’India oriental lontana
mira de l’alba estrema in sul confino
la Iava inanzi a sé la Trapobana,
e nuova fama col favor divino
far può certificar la mente umana
che dove tanto mar letto si face
terra abitata e grande e ferma ghiace.

51Onde s’io avrò compagni et armi e legni
tosto io, tosto mi parta e tosto arrivi
dove sempre han gli avventurosi regni
di smeraldo le selve e d’auro i rivi,
se la destra del Ciel ne guidi e ʼnsegni
e apra il varco, e i pronti spirti avvivi,
che fido solo in Dio, in Dio che solo
luce e stella a le stelle e polo al polo».

52Allora a lui soggiunge il rege: «Avrai
tosto, o saggio toscan, quanto tu chiedi,
e tal segno col dir già dato n’hai
che per certo si tien ciò che tu credi,
e varati esser den tuoi legni omai
come anzi ʼl tuo venire ordine io diedi,
e di questi miei traggi in compagnia
chi esperto e valoroso or più ʼl desia».

Ferdinando sceglie personalmente gli uomini per la missione e investe Vespucci del comando (53-60,4)

53Tace egli, e dentro al gran palazzo e fuori
la vaga Fama un mormorio difonde,
che ʼl re dà libertà, novelli onori
d’irsi chi ʼl brama ad acquistar tra l’onde;
un dal re cerca, un dal toscan favori,
questi da la reina, altri d’altronde,
e la calca in cercar divien sì folta
ch’in un confuso tempestar si volta.

54Ma da i romor si toglie e si ritira
il magnanimo Hernando, e saggio in questa
pensa a l’etrusco veglio, e cauto mira
e de la nuova impresa il filo appresta,
e dal principio al fin dov’egli aspira
e l’utile e ʼl periglio insieme annesta:
convien che ʼl re del regno al tutto pensi
e li dia d’alma invece e spirto e sensi.

55Or da sé il rege sol tra stuol sì grande
de gli stimati buon sceglie i migliori,
distingue chi eseguisca e chi comande
e comparte per gradi i primi onori.
Questi consegna ad ordinar le bande
per domar meglio i marzial furori,
le schiere elette e i duci a legni agguaglia
e dà l’arbitrio a un sol de la battaglia.

56È questo ultimo duce, e l’apparecchio
tutto de l’alta impresa e del viaggio
vol porre in man de l’animoso vecchio
del bel Arno gentil lucente raggio,
indi a sé ʼl chiama, e dice: «O vivo specchio
d’ogni ardito ardimento insieme e saggio,
per porger forma a la tua impresa or odi
de l’ordinar, de l’esseguir i modi.

57Mio costante Amerigo e saggio, io voglio
che tu de l’ardir tuo, del tuo savere
sia fido esecutore, e come io soglio
or ti faccia inchinar le mie bandiere,
e contra l’armi et il marino orgoglio
faccia raccor le vele, armar le schiere.
Io te ʼn fo duce e de li acquisti sièno
di Dio l’alme, tuo il nome e mio ʼl terreno.

58Io ti darò sei navi et altri sei
di te duci minori, et altrettanti
capitani, i miglior di questi miei,
che sappiano ordinar cavali e fanti,
e perché in prima procurar tu dei
di farti de’ maggiori i cori amanti,
a te fa li chiamar co i nomi propri
e loro il tuo valor con l’arte scopri.

59Di’ pur che tu sapendo il lor valore
haimi pregato ed ottenuto insieme
ch’egli abbiano il tal grado e ʼl tale onore
che di mil’altri onori esser dèe il seme,
ché ama chi l’onora un gentil core
e bel desio d’onor cresce di speme,
e se t’amano i duci e i cavalieri
t’obbidiranno ancor più volentieri».

60L’inchina, lo ringrazia il tosco e parte,
e del nido regale esce contento,
e seco esce la Fama, e i detti e l’arte
e ʼl duce scopre e ne riempie il vento.
Quinci il duce toscan, tratto in disparte,Vespucci investe il Borghese del comando delle truppe e via via assegna gli altri ruoli (60,5-76)
contemprò le speranze e l’ardimento,
e le cose temende e le dubbiose,
e misse in opra quanto il re gl’impose.

61Camillo ei quindi ei si fe’ trar vicino,
de’ gran Borghesi eroi primo fu questi
che pronto al cenno del favor divino
si vestì sempre di pensier celesti,
e spada ardente e scudo adamantino
sempre lampi vibrò prudenti e presti,
et a’ nimici suoi sentir fe’ in terra
e in mar quant’ei potea mastro di guerra,

62a questi l’aer d’un sereno riso
velava il bel rigor, dono de’ Cieli,
a cui disse il gran tosco: «Il lieto viso
più che ʼl mio dir t’annunzi e ti riveli
come per tua bontade e per mio avviso
e per lo tuo valor ch’io mai non celi
il re t’ha fatto general di quanti
con noi verranno cavalieri e fanti».

63«Cara nuova» Camillo in quel soggiunse
«e sovra ogni altra chiesta e desiata,
e lodo il tuo lodar ch’or or mi punse
per che si accresce la virtù lodata,
et a chi merto e grazia in me (sì aggiunse)
ecco il sen pronto, ecco la destra armata:
servirò prima il mio gran rege, e poi
te, saggio essecutor de’ pensier suoi».

64Mentre ei disse così gli sparse intorno
al volto un sole, una vermiglia sfera,
che partorì in bel giorno un più bel giorno
e primavera accrebbe a primavera,
che far debbe a’ mortali anco ritorno
stagion seconda unita a la primiera,
ove un altro Cammillo e divo e santo
arà di Pietro le corone e ʼl manto.

65Dopo un dolce parlar, dopo un soave
silenzio, i due maggior si dipartiro.
Venner poi i duci di ciascuna nave,
fe’ centro il tosco, et essi un mezzo giro,
e loro ei disse ch’ottenuto egli have
per lor quel grado ch’essi un tempo ambiro,
e ben pregò per lor, ma non sì tosto
fu il re pregato che fu a dar disposto.

66Né mai pioggia di perle e di rugiade
scese da ʼl cielo a sollevare i fiori
qual dal suo labro distillando cade
nettar cinto di gioie e di splendori
che scalda e tempra e a l’animose spade
il taglio affila et ingrandisce i cori,
e quasi gemme in oro in quei suoi detti
si vider fiammeggiar questi concetti.

67Alessandro Montalto, il sì cortese
tra i primi fu di grazia e di fortezza,
cui da’ primi anni suoi il core accese
un bel desio d’onor, vago d’altezza.
Questi guidò per le future imprese
la nave che ʼl gran re chiamò Fermezza,
bello e pronto è ʼl guerriero e saggio, ed ella
forte, pronta, e veloce insieme e bella.

68Fu Ottavio il Bandin poscia il secondo
del buon Paolo Antonio altero figlio,
leggiadro, coraggioso e di profondo
saver, d’accorgimento e di consiglio.
La nave Partenòpe al nuovo mondo
il trarrà superando ogni periglio,
né li fu quella egual ch’a i lidi colchi
gìo in mar lasciando biancheggianti solchi.

69Poi l’Arion Pompeo terzo sen venne,
fido e caro a le Muse e caro a Marte,
che la man sempre a la ventura tenne
infra l’aurate chiome al vento sparte.
Questi a le salde et animose antenne
de la nave Reina apre le sarte:
e la nave reina ei de la nave
rege, ond’un regno acquistar certi ei n’have.

70Il quarto è Pietro Aldobrandin, che diede
nome a più stati col felice ingegno,
di cui gli avoli mille addusser prede
d’Asia e di Libia nel paterno regno.
Questi ebbe a cavalcar la nave Fede,
forte, grande, leggiadro e lieve è ʼl legno,
degno d’ire a ʼncontrare e l’onde e i liti
non visti, o poco visti e poi smarriti.

71Fu il duce quinto di pensier divini
Maffeo il Barberini: or lui sol mena
desio di rimirar gli aurei confini
che l’aura fiede sì dolce e serena,
e per ire a li Esperidi giardini
la bella nave Ninfa ei regge e frena;
forte è la nave, alto ʼl desio, sovrano
del desio, de la nave è ʼl capitano.

72L’ultimo fu Luigi, il primo onore
de’ Cappon, che sentì che ʼl re gli avea
dato de l’onde a ʼntepidir l’ardore
col suo prudente ardir la nave Idea.
Poi con l’esca del premio e del valore
il magnanimo tosco a sé traea
sei duci, che guidar cento poi denno
di ferro armati, di prodezza e senno.

73Gli mira e loda, e nel lodar gioisce
lor pronti avviva e un sé tutti li rende,
qual se in gemma talora il sol ferisce
che la terge, la illustra e ʼn guisa accende,
ch’un se stesso vi imprime e vi scolpisce
e ʼn lei con pari fiamme arde e risplende,
come ei pur sempre fa lucenti e belle
le brune gemme Cinzia e l’altre stelle.

74Trarrà seco la nave alta Fermezza
Ruberto l’Ubaldin co’ propri cento,
aggiungerà d’Ottavio a la fortezza
Luigi Guicciardin il suo ardimento,
guiderà con Pompeo rara vaghezza
Pietro il nobile Strozzi a l’onde, a ʼl vento,
il grande, il glorioso Aldobrandini
trarrà Filippo, il saggio, il gran Corsini.

75Il dotto, il pronto, il buon Maffeo or seco
che piace così al re tragge Alduino,
unico figlio di Peralta il cieco,
che dominò Biscaglia al mar vicino,
corsar famoso che tra ʼl popol greco
nota gloria s’accrebbe e tra ʼl latino.
Luigi poscia dove Amor l’invoglia,
Luigi Oricellario il fido accoglia.

76Così ad un ad un i gradi suoi
scoverse il vecchio duce, et indi a questi
disse altamente: «O valorosi eroi,
ciascun se stesso a tanta impresa appresti,
e si elegga ministri; il carco a voi
danne il re perché siate or voi richiesti
e che siate osservati et obbediti,
e dovendo servir siate serviti».

Tutto il corpo di spedizione giunge sulle rive del Beti dove è stata approntata una flotta: il re investe Vespucci del comando (77-89)

77Questa resoluzione esce veloce
con un tal mormorar che mal si scerne,
ma va crescendo poi di voce in voce
per le publiche parti e per l’interne,
qual Borea spira lieve e poi feroce
il suffio trae da l’atre conche inferne,
e chi d’esser rimasto indietro ascolta
per altra strada il suo sperar rivolta.

78Come discende per disfatta neve
superbo fiume da l’alpestre dorso,
se piante e rupi atterra e volve in breve
co ʼl furor proprio a ʼl furor ponsi il morso,
gonfia e trabocca e via sonante e leve
in mille rami dividendo il corso
trascorre i liti e le campagne intorno
et un fiume diventa ogni suo corno,

79chi ʼl primiero perdé cerca il secondo,
chi dal secondo aspira al terzo grado,
altri che da l’orribile profondo
o non vide il furore o ciò fu rado,
sol vol tentar per gire al nuovo mondo
con picciol legno il periglioso guado,
e vita e moglie e figli ei nulla stima
pur ch’ai mondi novelli ei giunga prima.

80Del Beti quindi a la arenosa riva
tutti rivolser gli occhi e vi miraro
ch’un cinto ch’ai gran campi il sen copriva,
di chiusa scena in guisa è di riparo;
cadeva allora aperto e partoriva
di verso terra un tempio altero e chiaro,
di verso il fiume un grande e ricco legno,
opra superba di feroce ingegno.

81Varavansi le nave, e già ne l’onde
del Beti il rostro avea sospinto quasi
assetata di berlo, e con le sponde
ultime gli orli a ʼl fiume avea già rasi.
Caggion nembi di fior, nembi di fronde,
chi porta sagre vesti e puri vasi,
chi orna sagri altari e chi v’accende
faci, e di Dio l’immagini vi appende.

82Devoto e ʼnchino in elevata parte
mostrasi il rege, e ʼntorno ha i suoi più fidi,
che di celeste aita armando l’arte
spera acquistare i desiati lidi,
e quindi siede, e tra le genti sparte
sol mira in quelli in cui virtù s’annidi.
Ne la nave e nel tempio allor devoti
s’incominciaro e sagrifici e voti.

83E ʼn mezzo a l’armonia pura e soave
de le voci ammirabili, divine,
si diede il nome a la varata nave
c’ha cercar d’altro mondo altro confine,
e poi che ʼn divi modi ottenut’have
il degno uficio reverendo fine,
accenna il rege a ʼl veglio tosco, et esso
viene e li si inginocchia umile appresso.

84Allor nacque il silenzio, et egli uccise
insino al picciolissimo bisbiglio,
e rivolse ciascun l’udito e fise
ne ʼl suo gran rege il desioso ciglio.
La Gloria allora sollevossi e rise,
e sparse il ciel d’un balenar vermiglio;
ratto la Gloria allor s’erge su l’ale,
ch’un peregrino ingegno in alto sale.

85Quinci il rege aurea verga al veglio porge,
e dice: «Prendi questa, e ʼn vece nostra
reggi, e ʼl sentiero al quale il Ciel ti scorge
a questi miei co ʼl tuo saver dimostra,
et a noi di là torna, onde pria sorge
l’alba rosata e l’Oriente inostra.
Vedrai, acquisterai più regni: a questi
insegna ad acquistar regni celesti.

86E perché proprio legno or tu non hai
che solo al cenno tuo si volga e serva,
e gli altri guidi, là quel grande avrai
sì che sette saranno in tua conserva,
e certo il bel pensiero io sempre amai
che molto in voi toscani il mondo osserva
d’ornar di glorie il bel nido paterno
perché qui fra’ mortal ne splenda eterno,

87ond’a quel ricco là vaso novello
fei por nome Firenze, onde gioioso
tu ten possa varcare al suon di quello
del mar l’orribil flutto e tempestoso,
e di glorie lo faccia ornato e bello
rimembrando de l’Arno il lido ombroso,
che ornando il legno mio ornerai ancora
quella sì cara a noi tua bella Flora.

88E molti accorti duci e cavalieri
che peso alcun particolar non hanno
dietro al tuo cenno e in mano a’ tuoi voleri
servi e compagni avventurier verranno.
Sanno essi il mio volere, e volentieri
teco nel fosco, io lo so certo, andranno;
tu lor duce sarai, ma possan essi
lor capi far, per onorar se stessi».

89Quinci il gran veglio al re soggiunse e disse:
«Io la tua maestà lodo e ringrazio
di tante grazie e doni, e se comisse
ch’io conducesse i suoi per tanto spazio,
quantunque veglio, io pur novello Ulisse
d’umil servirti mai vedrommi sazio,
servendo intanto e ringraziando Iddio
c’ha finito in tue grazie il mio desio».

Vespucci, assiso affianco al trono di Ferdinando, vede sfilare le sue forze (90-102,4)

90Gli accennò il rege e sorger fello in piede,
né molto lunge se lo assise a canto.
Il costante Amerigo a questo cede
poi ch’umilmente ha contrastato alquanto;
sì vinto, con sua gloria in alto siede,
e passar mira le sue schiere a canto,
ove l’acciaro a ʼl sol con doppia vista
diletto a gli occhi, a ʼl cor speranza acquista.

91Or tu ninfa gentil figlia del sole,
cui ʼl Tebro e l’Arno intorno a’ biondi crini
fan corona di gigli e di viole,
anzi d’illustri perle e di rubini,
perché i bei nomi il tempo or non invole
di quei famosi miei gran perregrini,
scrivili, et arma le veloci antenne
che ti saran lor merti or scudi or penne.

92Quelle del Ubaldin passàr le prime,
degne del duce loro, ei venìa dopo;
sovra stava d’altezza al più sublime
per impresa ne l’elmo avea un piropo.
Il motto, alma del corpo, il senso esprime
così: Sempre non pure al maggior uopo.
Seguiva il gran Montalto, e nel bel volto
del suo valor l’effigie aveasi accolto.

93Arme diverse li scudieri e i paggi
traeanli intorno, e ʼn tutte era dipinto
un sol cadente, e scritto avea tra i raggi
Prima al tornar son ch’al partire accinto.
Il Guicciardini i suoi ardenti e saggi
seguendo l’ordinanza avea sospinto,
dietro venìa vestendo aure dorate
di cangianti color tinte e frangiate.

94Per impresa il cimier l’iride avea
con parole Io spavento e ʼnsieme affido.
Veniva Ottavio quindi, e egli empiea
di gioia e di splendor l’arena e ʼl lido;
a lui ne l’elmo e ne lo scudo ardea
la Fenice nel rogo e nel suo nido,
e ʼntorno tal sentenza era scolpita
in vago cerchio: D’una in altra vita.

95L’altero Strozzi poi l’ardite insegne
spiegava al cielo, e dipingeavi accesa
una facella in mare, e Non la spegne
il motto, e tal pittura non fu intesa.
Pompeo vien poscia, e ʼn sé par che si sdegne
de l’indugiar de la futura impresa;
sua pittura è un levrier fermo in guinzaglio
con motto: Ne la quiete è ʼl mio travaglio.

96Segue Filippo il buon Corsini e i suoi
vestiti parimente ha d’una assisa;
pon ne l’impresa il giogo a lenti buoi,
con motto: Così l’arte il mondo avvisa.
Vien Pietro Aldobrandin, fior de li eroi,
have per segno una pantera uccisa,
con motto: Crudeltade estinta ghiace,
quasi volendo dire: il core ha pace.

97Viene Alduino, e ʼn torno a l’aure spiega
ne l’armi e nel cimier, ne lo stendardo
un cervo che se stesso al laccio lega,
con motto: Duolmi assai che a ciò fui tardo.
Ecco un fior ch’ad un foco alquanto piega,
e dice: Ciò non puote un dolce sguardo;
tal dipinte sue insegne a l’aura spande
Maffeo gentil, per fama altero e grande.

98Vien poi l’Oricellar, e scritto ha in fronte
con lettere di gloria il suo valore;
ha per leggiadra impresa aperto un monte,
e sotto scritto: Esempio è del mio core.
Il Cappon nel cimier mostra una fonte
la qual saetta il sol col suo splendore;
Fussi il fonte il mio seno, in vago adorno
aurato cerchio scritto avea d’intorno.

99Sen vien Camillo quindi et apre al vento
lieve pompa di frange e d’auree piume,
molti ha di paggi e scudieri, e l’ornamento
or copre l’armi, or cresce al sole il lume;
è la divisa sua nero et argento,
l’impresa fra dolci ombre un puro fiume,
Felice in suo viaggio è ʼl motto scritto
di smeraldi, l’onor del verde Egitto.

100S’attergavono a questi ornata schiera
di sessanta destrieri e forti e pronti,
fame e disagi ne l’età primiera
avvezzi a tolerar per aspri monti;
or li face obbedir la man severa
con lievi passi e con altere fronti,
questo è dono del re, che dieci n’have
per ordine assegnati ad ogni nave.

101Seguian poi cento avventurier famosi
in lanciar canne e regger lancie in giostra,
e far co’ vivi lampi e luminosi
de l’acciaro e de l’or superba mostra,
né lascia Apollo i chiari nomi ascosi
ma li discopre altrove e li dimostra,
che s’un nobili imprese e grandi prende
tra i mortali immortal s’inalza e splende.

102Ventiquattro destrieri al tergo a questi
con non men bella vista e ricca sono,
forti, leggiadri, ammaestrati e presti,
del rege a la Firenze illustre dono.
Qui con quei duci suoi divi celestiAl cenno del re, Vespucci parte con il naviglio (102,5-104)
inchinossi Amerigo al regal trono,
e con licenza del suo re partissi
sì ch’a le schiere in quel passare unissi.

103Si ritrasse ciascun indi al suo legno
e cibi, armi e destrier trasservi in fretta,
e partìr ratti come il re fe’ segno,
e gìr non lunge un miglio a un’isoletta.
Torna il rege al palagio e d’ampio regno
nova speme lo pasce e gli diletta,
non è chi non ragioni or del gran saggio
toscano e de l’ardire e del viaggio.

104Se ne ode mormorar tutta Siviglia,
anzi pur l’una e l’altra Esperia, e pare
che le fieda un folgor di maraviglia
e di fede d’imprese altere e chiare,
sì che par ch’apra il labbro, anzi le ciglia
l’uno meravigliando e l’altro mare;
ride la terra e ʼl cielo, ond’esce il seme
di quanto ora i mortali ingombra e preme.