Il Furio Camillo

di Ansaldo Cebà

Edito per Pavoni nel 1623, il Furio Camillo è un poemetto encomiastico sui generis in sei brevi canti. Vi viene narrata, con attenzione spiccata al resoconto storico di Plutarco, la discesa dei Galli e la loro cacciata dopo la conquista delle mura capitoline per mano del condottiero romano.
La fedeltà al rendiconto plutarcheo è notevole, ma l’autore mette mano al testo aggiungendo una serie di particolari utili a cementare l’allegoria politica della propria opera, fondamentalmente antitirannica. Le aggiunte alla Vita di Camillo ispessiscono il discorso politico del testo con lunghe tirate moraleggianti e exempla di pura invenzione. Il testo verte sullo scontro tra ideali repubblicani e tirannici, idealizzato tramite la veste romana ma evidentemente rivolto al presente genovese dell’autore: nell’allegorica scelta tra vizio e virtù, declinata in senso istituzionale nel binomio autarchia-repubblica, la scelta di Camillo dovrebbe essere d’esempio, nelle speranze d’autore, all’aristocrazia genovese «di roba», decisa ad affermare il proprio dominio cittadino a scapito degli statuti democratici.

Bibliografia

Argomento e dedicatoria

ultimo agg. 19 Luglio 2015 14:08

Argomento

Brenno re della Gallia celtica corre il paese della Toscana. I Romani s’oppongono e sono assediati nel Campidoglio. Camillo è chiamato ditattore, e vòta l’Italia de’ barbari.

 

Ansaldo Cebà al duce, governatori e procuratori della Repubblica di Genova

Una prosa vi diedi io, valorosi padri, che parlava delle cose romane perché ve ne valeste nell’amministrar delle genovesi, una poesia v’aggiungo che ragiona delle medesime, perché ve ne serviate nella medesima occasione. L’una e l’altra scrittura credo che non vi dispiaceranno per la materia, e spero che non v’offenderanno per l’artificio, il quale, per quel che dovete farne, so che voi non desiderarete maggiore. Appresso adunque il principio dell’istoria romana, leggete, vi supplico, il poema di Furio Camillo, e Dio vi conceda che con lo stimolo di lui non solamente vi confermiate nello studio di conservar la libertà della nostra repubblica ma, quando ve ne venga l’opportunità, v’adoperiate ancora nell’essercizio d’avanzarla.

Canto I

ultimo agg. 24 Febbraio 2015 16:13

ARGOMENTO
Scende Brenno in Italia e Chiusi assale;
Roma ripara e manda a lui tre messi,
di cui, perché la lingua oprar non vale,
adopran contro a lui la spada anch’essi.
Ei si risente, e tanta strage e tale
fa fuor di Roma e dentro i muri istessi
che la gente dal ferro è spenta e sparsa
e la città dal foco accesa ed arsa.

Proemio (1-5)

1Poi che nel mar de la civil tempesta
frenar non posso altrui l’erranti voglie,
e che la spada in mano e l’elmo in testa
portar per la mia patria a me si toglie,
Musa, tu che per lei vivace e presta
sai come la favella ancor si scioglie,
mostrami un grande infra i romani eroi
ch’io possa dar per duce a i figli suoi.

2Assai di Paolo, assai di Porzio e Bruto
gridan le greche e le latine carte,
i Fabi da la fama han gran tributo,
i Deci ne l’istorie han nobil parte.
Tutti donàr prodigamente aiuto
in varie guise a la città di Marte,
ma per vestir l’usbergo e la lorica
ebbe però ciascun la patria amica.

3Camillo sol, che de la Furia gente
levò sì chiaro in Campidoglio il grido,
per la sua patria ingrata e sconoscente
oppose il petto innamorato e fido,
Camillo sol però ne la mia mente
la Musa impon che prenda albergo e nido,
onde la sua pietà co i nostri carmi
riscaldi ancor fra noi le toghe e l’armi.

4Voi dunque, o cittadin, ch’al suo governo
la mia patria ondeggiando incita e chiama,
e che potreste alzar con pregio eterno
ne le tempeste sue la vostra fama,
s’aver per amor suo la vita a scherno,
s’amar per essa ancor chi vi disama,
se vincer voi per lei tentate in vano
sentite quel che fece un uom pagano.

5Dentro le mura d’Ardea il buon Camillo
si stava, allor, de la sua patria in bando,
che d’un barbaro re l’aureo vessillo
andava intorno al Campidoglio errando,
e con l’alma serena e ’l cor tranquillo
de la sua grave ingiuria il duol frenando,
quanto più Roma in lui peccato avea
tanto più di morir per essa ardea.

Narrazione dell’antefatto: Brenno scende in Italia e assedia Chiusi, che chiede aiuto a Roma (6-18)

6Ma com’in suo favor la destra invitta
s’armò da capo e novi spirti accese
dir non poss’io, se come Roma afflitta
non prendo a dir fu dal valor francese.
Spuntò da l’Alpi, e per via torta e dritta
una gente inondò veloce e scese,
che d’improviso acciar vibrando i lampi
coperse in un balen d’Etruria i campi.

7Dal celtico terren nel suol latino
venne a cercar più spaziosi alberghi,
e de le viti ausonie il nobil vino
vestir le fece ingiuriosi usberghi.
Non calpestò co i piedi il ghiaccio alpino
ma misurollo in vece lor co i terghi,
né fur le membra sue mai stanche o vinte,
né cadder mai le sue speranze estinte.

8Il duce, che la scorse al gran viaggio,
stringea con regia man de’ Galli il freno,
e più ch’avesser gli altri avea coraggio
per levar prede e conquistar terreno;
la legge che ’l guidava era l’oltraggio,
onde non fu giamai contento a pieno.
Brenno chiamossi in su la sedia aurata,
Brinon si disse in fra la gente armata.

9Dal piè de’ monti a l’una e l’altra sponda
del mar che cinge intorno Italia altera
fece costui tremar la terra e l’onda,
dinanzi al tuon de la sua man guerriera,
né spada fu, né fu saetta o fionda,
né surse incontro a lui sì forte schiera
ch’ovunque fulminàr le sue percosse
inferma e lenta a contrastar non fosse.

10Guastò le ville, i borghi e le castella,
arse le biade e depredò gli armenti,
sbigottì con le lance e le coltella,
spaventò con le furie e gli ardimenti.
Scendea l’orribil stuol come procella,
rompean gli atroci piè come tormenti,
correan l’insegne inanzi e gli stendardi,
salian le squadre i muri e i bellevardi.

11Una sola città nel primo assalto
non cadde come l’altre a lor davante,
o ch’ella avesse il sito alpestre ed alto
o ’l difensor più forte e più costante.
Ma non le cinse il cor sì duro smalto
che, stretta poi da tante schiere e tante,
per non sentir de’ Galli anch’ella il morso
non dimandasse a Roma al fin soccorso.

12Chiusi fu questa, onde per strade occulte
chiuso le membra in panni oscuri et adri,
con gravi sensi e con parole inculte
comparve un messaggier dinanzi i Padri:
«Prima che contro a te la Gallia insulte
e cresca i figli tuoi con le tue madri,
provedi, o Roma, a le città vicine,
o temi con l’altrui le tue ruine».

13Tanto bastò per dir chi fosse e donde
e che chiedesse a i senator romani,
perch’essi avean del rimanente altronde
sentiti già gli acerbi casi e strani.
Sciolser però le lingue lor faconde,
giusta ’l desir de’ cittadin toscani,
e per frenar quel re di sangue avaro
tre gravi e gran patrizi a lui mandaro.

14Nacquer costor de la progenie altera
che diè soccorso a la sua patria afflitta
mentre ch’armò per sostener Cremera
di tanti figli suoi la destra invitta.
Tre Fabi fur, che de l’atroce e fiera
gente che tanta gente avea sconfitta,
venuti inanzi al capitan sovrano
così tentàr di raffrenarlo in vano:

15«Che legge, o re, ti fu conforto e guida
perché con nove e temerarie offese
di barbarica gente e d’omicida
inondassi d’Italia il bel paese?
O pur chi ti promette e chi t’affida
che recar possi a fin sì grandi imprese,
mentre tu sai ch’ogni superbia è doma
quando la spada in man si prende Roma?

16La gente che guerreggi è nostr’amica,
il popol che combatti è nostro sangue,
la progenie di Marte a la fatica
de l’arme mai non sbigottisce o langue.
Gitta, Brinon, la spada e la lorica,
pria che tu cada a i colpi nostri esangue,
e ritorcendo in dietro il piè fugace
rimonta l’Alpe e lascia Italia in pace».

17Queste parole il re superbo a pena,
quantunque fosser brevi, udir sofferse,
e con più scarsa e più feroce vena
l’orgoglio del suo petto a i Fabi aperse:
«La legge che mi scorge e che mi mena
è quella che sì giusta a voi s’offerse,
che ’l popol vostro mai non fu satollo
di porre ad ogni gente il giogo al collo.

18Io fo quel che voi fate, e ’l vostro orgoglio
non mi farà depor le scale e l’armi,
sì che, se non fo men di quel che soglio,
voi non veggiate in su quei muri alzarmi.
Guardate pur che contro il Campidoglio
non mi venga talento ancor d’armarmi,
e che, d’altri desir commosso ed ebro,
non vi faccia spumar di sangue il Tebro».

Gli ambasciatori romani, contro il diritto delle genti, assaltano nottetempo il campo di Brenno (19-24)

19Così risponde, e più con gli occhi ancora
che con la lingua il re minaccia e freme,
onde gli ambasciador senza dimora
gli fan sentir quel ch’ei non pensa o teme:
si gittan dentro a Chiusi, e n’escon fuora
quando già ’l sonno i Galli assalta e preme,
e con un stuol di battaglieri eletti
percoton capi e taglian gole e petti.

20S’alza Brinon repente e come pote
le sue squadre girando accende e desta,
e grida: «A l’armi», e spinge e stringe e scote,
e regge ancor senz’armi la tempesta.
Attende il Tosco a forar tempie e gote,
intende il Gallo a metter l’elmo in testa,
e mentre l’un ripara e l’altro assale
non è la pugna o la fortuna eguale.

21Ma come allor che di tranquille e quete
inalza l’onde il mar spumanti e nere,
le prore che ’l fendean superbe e liete
cercan tantosto i porti e le riviere,
così cacciato il sonno e la quiete
e prese l’armi i Galli e le bandiere,
volge repente il piè la squadra tosca
e torna a la città per l’aria fosca.

22Tornar però così nascosto in essa
non sa de’ tre messaggi il più robusto,
che chiaro il volto e la sembianza espressa
non comparisca in lui di Fabio Ambusto;
e col suo testimon la luna istessa
par che, contrariando a l’atto ingiusto,
quasi di palesarlo altrui bramosa
scendesse in terra allor più luminosa.

23Vide Brinon dovunque il piè movea
moltiplicar costui piaghe e percosse,
e che di sangue il suol coperto avea
e l’erbe verdi avea cangiate in rosse.
Un folgore gli parve, e non sapea
donde caduto in capo a lui si fosse,
ma ’l seppe poi, ch’a la città rivolto
si trasse l’elmo e mostrò Fabio il volto.

24Chi ’l seguitò più presso al più lontano
mostrollo a dito, e con turbata voce
gridò: «Quest’è l’ambasciador romano,
che mosse contro a noi la schiera atroce».
Secondàr gli altri poi di mano in mano
fin che l’intese il capitan feroce,
e come di perfidia e tradimento
ne sparse i gridi e le querele al vento.

Brenno manda ambasciatori a Roma, le sue richieste vengono bocciate: i Romani gli mandano contro un esercito (25-35)

25Volea seguir, volea ferir, ma tenne
il gallico furor cotanto a freno
ch’al popolo roman di quel ch’avenne
mandar propose a querelarsi a pieno.
Un messo andò, ch’inanzi i Padri ottenne
sfogar del suo signor l’ira e ’l veleno,
e giusta quel che Brenno a lui prescrisse,
così gridò ferocemente e disse:

26«Le ragion de le genti han violata
gli ambasciador ch’al nostro re mandaste,
e, fatti capitan di gente armata,
han volte contro a noi le spade e l’aste.
La lor persona dunque a lui sia data
se pur con essa ancor voi non peccaste,
o, se scusate i suoi, co i vostri falli,
rendete Roma al regnator de’ Galli».

27Quando rompe talor la nube il tuono
non scorron l’aria mai tanti romori,
quanti furor de l’aspra voce al suono
romoreggiàr nel petto a’ senatori.
I Tribun si levàr da l’aureo trono
e l’ire ch’avean dentro espresser fuori,
e più che mai con fieri volti et adri
furibonde sentenze apriro i Padri.

28Chi dispiegar l’insegne e mover l’aste
volea repente incontro al re superbo,
e chi, le leggi e le ragion posposte,
sfogar nel messaggier lo sdegno acerbo;
altri volean mostrar le lance opposte
perché tremasse il re di Roma al verbo;
e tutti al fin, con novi sensi e strani,
cieca la mente e pronte avean le mani.

29Un fu però che, dopo aver sofferta
de gli altri senator la furia ardente,
non sbigottì, con resistenza aperta,
di contrastar de l’ire al fier torrente.
La lingua avea per lunga usanza esperta,
l’alma di gloria e di virtù lucente,
il nome Muzio, e rinascente e viva
la costanza di Muzio in lui s’apriva.

30«Non fu ragion (diss’ei) che i nostri messi
trattasser l’armi de le lingue in vece,
e quel che non fariano i Galli istessi
a la virtù romana usar non lece.
È ben ragion, cred’io, che si confessi
la colpa e s’armin l’ire in chi la fece,
e che di ferro cinti e di catena
mandiamo i Fabi a dimandar la pena».

31«I Fabi,» allor tutto il senato esclama
«saran d’un barbar’uom trionfo e preda?».
«I Fabi (rispond’ei) non cercan fama
che de’ confin plebei la fama accesa;
s’a lui non van con volontaria brama
senza che voi mandiate o ch’ei richieda,
né senton ciò che sia roman valore
se più che Roma han se medesmi a core.

32Et io, che gli ammonisco e che gl’invito,
non sarei lento a prevenirgli e tardo
s’avessi contro ad ogni legge ardito
vibrar la lancia indegnamente e ’l dardo;
né prender mi parria novo partito
se ne la stirpe mia fisando il guardo
la man che percotendo avesse errato
porgessi ignuda al mio nemico armato».

33Lodò questa sentenza alcun severo,
ma la biasmaro i senator men forti:
più saggio parve in lor chi fu più fero,
più molle chi dannò l’ingiurie e i torti;
tornossi adunque dietro il messaggiero
e minacciar s’udì rovine e morti.
Ma ’l popolo roman senz’intervallo
aggiunse un’altra colpa al primo fallo:

34armò le squadre e per guidarle elesse
quei che per castigar Brinon chiedea,
e i Fabi rivestì de l’armi istesse
onde commiser l’opra iniqua e rea.
Il Senato l’arbitrio a lui rimesse
perché, se ben color lodati avea,
vide però che con la destra armata
la ragion de le genti avean turbata.

35E volse tanto in lui l’amor del dritto
che, non volendo dargli il re feroce,
non consentì però che fosse scritto
ch’avuta al giusto avea contraria voce;
ma pensò che se punto o se trafitto
fosse per tal cagion da lingua atroce,
risposto avria che quel ch’ei non propose
senza guardar ragion la turba impose.

Brenno sbaraglia i Romani sul fiume Allia (36-51)

36Da l’altra parte il re de’ Galli, intesa
la superbia romana e ’l novo oltraggio,
e di giusto furor la mente accesa
per quel ch’avea veduto il suo messaggio,
lascia per vendicarsi ogn’altra impresa
e, rivolgendo a Roma il suo viaggio,
dove l’Allia nel Tebro il nome asconde
ferma le squadre in su l’erbose sponde.

37Quivi l’oste romano anch’ella apparsa
vede repente, ed orgogliosa e fiera
gli sembra assai, ma scompigliata e sparsa,
come chi poco teme e molto spera.
Sente però ch’a gli occhi altrui disparsa
si stringe dietro un poggio occulta schiera,
perché quand’egli oltr’esso avrà sospinto
da tergo almen sia soperchiato e vinto.

38Schernisce l’arte e manda il re, volando,
de le sue genti un valoroso stuolo,
che là s’avventa ov’è l’agguato e quando
men sel credea gli porta angoscia e duolo.
Circonda il colle, e fieri gridi alzando
copre di morti e di feriti il suolo.
Resiste e grida il capitan romano,
ma grida a vòto e si difende in vano.

39Era costui di quella parte eletta
che l’audacia de’ Fabi avea dannata,
quando di biasmo in vece e di vendetta
lode fra i Padri e gloria a lor fu data;
ma se ben la sua voce avea disdetta
dove fu da l’altrui l’ingiuria ornata,
dove si difendea l’ingiuria e ’l torto
non ricusò d’esser ferito e morto.

40«Che fai, Rutilio?» un suo scudier gli grida,
ché ’l vede fars’incontro a cento spade.
«Io fo (risponde) quello a che mi guida
l’amor de la mia patria e la pietade.
Non ha costante il petto o l’alma fida
chi per la patria ingiusta ancor non cade».
Tanto gli dice, e tanto a pena ha detto
che vede a cento ferri aprirsi il petto.

41Al cader di costui percote e taglia
quel che de la sua squadra era rimaso
il duce ch’a tentar quella battaglia
dal barbaro signor fu persuaso.
L’essercito roman di piastra e maglia
s’arma tantosto al discoprir del caso,
e, più che la ragion servendo a l’ira,
le spade impugna e stringe i dardi e tira.

42Non ricusa Brinon, ma più composte
le sue squadre però sospinge e move,
e par che l’una venga e che l’altr’oste
compaia in campo allor con forme nove.
Le schiere de’ Latin son mal disposte,
le barbare nol fur mai meglio altrove,
e par che i Galli allora e che i Romani
cangiasser l’un con l’altro ingegni e mani.

43Combatton gli uni abbandonati e sparsi,
percoton gli altri incatenati e folti.
Non sa ’l Roman ferir né sa pararsi
e ’l Gallo ha le man pronte e i piè disciolti,
ne l’un davanti a l’altro osa fermarsi,
ma mostran quei le spalle e questi i volti,
e forse per punir di Roma il fallo
Roman diventa in quella zuffa il Gallo.

44Correr di sangue orribilmente intanto
comincian l’erbe, e i vincitor feroci
levan superbo ingiurioso canto
nel tempestar de le percosse atroci.
Brinon trionfa e si dà lode vanto
che fa del Tebro insanguinar le foci,
e dove gira ’l piè sgrida e minaccia
e dove rota il ferro uccide e caccia.

45Il popolo di Marte, o fugga o resti,
o ribatta o ripari e ripercota
d’instupidita gente esprime i gesti
e di chi stretto ha ’l cor da forza ignota.
Scorge però tra quei codardi e questi
l’ardente re quel Fabio Ambusto, e nota
che con audacia ingiuriosa e rea
la spada per la lingua usato avea,

46e com’al soperchiar de’ suoi ripari
s’avventa il Po subitamente e bagna
dove sparso di semi eletti e cari
era più lunge il fin de la campagna,
così nel ravvisar fra’ suoi contrari
quel di cui sovra gli altri re si lagna,
quantunque da lui fosse assai distante
gli scorre in men che non balena avante.

47Arresta Fabio il piè; «Cotesto sangue»
minacciando gli grida «a me tu devi:
mal qui per te si sbigottisce e langue,
ne’ campi etruschi a lasciar l’arme avevi».
Era già quasi il roman duce esangue,
e fuggian l’ore sue veloci e lievi,
ma pur si ricordò che disparire
potea far la sua colpa un bel morire.

48«E su i campi d’Etruria e su i Romani
(risponde dunque) io sarò Fabio Ambusto,
e sprezzerò ’l furor de le tue mani
ancor ch’io sia languente e tu robusto.
Trecento del mio sangue eroi sovrani
mi rendon di morir soave il gusto;
fa pur quel che tu sai, ché far non puoi
cader la gloria mia co i colpi tuoi».

49Ciò detto, stringe il ferro, e forza e lena
da le languide membra ancor traendo,
porta al barbaro duce angoscia e pena
e ne la stessa morte appar tremendo.
Il piè col piè gli risospinge e frena,
e mira e sprezza il suo sembiante orrendo,
la spada e ’l braccio a tempestar non cede,
la targa e l’occhio a riparar provede.

50Ma l’avversario suo, con forza estrema,
dove già d’atri tagli ha l’elmo inciso,
quando men par che ne sospetti o tema
gli drizza un colpo e fende il capo e ’l viso.
Trabocca Fabio e non paventa o trema,
ma par ch’insulti a l’uccisor l’ucciso.
Trascorre il re gridando: «E così vada
chi sfiderà Brinon da spada a spada».

51E quinci e quindi a le reliquie sparse
de la gente romana il tergo assalta,
e le vie da scampar le rende scarse,
e del suo sangue il suol dipinge e smalta.
Di quei però ch’al suo furor sottrarse
potèr per via precipitosa ed alta,
altri di Veio i bastion sicuri,
ed altri guadagnar di Roma i muri.

I Galli giugono alle porte di Roma, la trovano deserta e la devastano (52-59)

52Rimase il duce gallo e le sue schiere
sì lente al novo caso e sì stordite
ch’in vece di seguir con le bandiere
ristetter su l’aringo instupidite.
Un sogno parve a lor che le più fiere
genti ch’avesse mai per fama udite
de le galliche sponde al primo lampo
avesser di sgombrar sofferto il campo.

53E pur fu ver, ché ’l campo allor non solo
quasi senza dar colpo abbandonaro,
ma che con nova angoscia e novo duolo
precipitosamente in Roma entraro.
E com’avesser dietro ognor lo stuolo
dinanzi a cui fuggendo il piè voltaro,
più che le porte a la nemica gente
chiuder se stessi a lor rimase in mente.

54La città si commosse e si confuse,
i guerrier sbigottiro al gran periglio,
la plebe contro i Fabi armò l’accuse,
i Padri venner meno a dar consiglio,
le donne per le strade eran diffuse,
i fanciulli nel Foro in iscompiglio,
i vecchi la parola avean perduta,
l’eredità di Marte era scaduta.

55Ma l’oste vincitrice, a cui ripressa
fu da novo stupor la furia atroce,
veduta poi la sua vittoria espressa
rivolse contro a Roma il piè feroce;
ma non sì tosto a la città s’appressa
che le torna a fallir consiglio e voce,
mentre trova le mura in lei deserte,
spariti i difensor, le porte aperte.

56Teme d’agguato il duce e non s’attenta
spinger le squadre in fra le mura ignote,
chiama il consiglio e inanzi a lui presenta
il timor che l’affrena e che ’l percote.
La gioventù feroce e turbolenta
grida che s’entri, e dimorar non pote,
ma ’l più saggio parer vuol che si stia
fin che discopra il ver sagace spia.

57Questi si prende, e va spedito e lieve
chi nota il tutto immantenente e torna,
e ’l terror de’ nemici esprime in breve
e ’l valor de la preda accresce ed orna.
Lieto l’annunzio il capitan riceve,
né più ritien l’insegne o più soggiorna,
ma le piazze di Roma e le contrade
ingombra in un balen di lance e spade.

58Fugge il volgo infelice e si ripara
dove prima s’abbatte e geme e stride,
e la gente più nota e la più chiara
si sgomenta, si turba e si divide.
Scorrono i Galli e l’un de l’altro a gara
percote, ingiuria, oltraggia, arde ed uccide,
e senza guardar tempio o simulacro
copron di sangue il suol profano e ’l sacro.

59Alzan le donne i gridi, e le donzelle
si straccian d’ogni parte il volto e i crini,
e le più gran matrone e le più belle
sazian del vincitor gli amor ferini.
Scorre il barbaro stuol da queste a quelle
e le mostra per scherno a’ cittadini,
e su i rivi del sangue e su i torrenti
sfoga le brame e le lascivie ardenti.

La moglie di Fabio Ambusto trova la morte cercando di uccidere il re gallo (60-76)

60Una però fra le più gran consorti
che propagasser mai di Roma i figli,
scaldar fra l’ignominie e fra le morti
seppe la guancia ed infocarsi i cigli,
e de le voglie sue costanti e forti
seguendo i generosi e bei consigli,
spinse tra i ferri e l’aste il piè leggero
e si piantò dinanzi al re straniero.

61Era costei de l’infelice Ambusto
che fu dal re miseramente ucciso,
sposa infelice, e d’alto affanno e giusto
avea l’alma percossa e ’l cor conquiso.
Nacque di fiero padre e di robusto,
ma le rose de l’alba avea sul viso;
conservò l’alma a gli altri colpi invitta,
ma de l’amor di Fabio era trafitta.

62Onde, poiché di lui l’atroce e dura
novella udì, col crin disciolto e sparso
si gittò fuor de le paterne mura
e fe’ palese il cor ferito ed arso.
E non sì tosto in fra la gente impura
vide da lunge il fiero re comparso
che, sospingendo ad esso i piè veloci,
ferì l’orecchie sue con queste voci:

63«Fa quel che resta, o duca: ucciso in tutto
non hai tu Fabio, ei vive in me gran parte.
Settimia son, che senza ancor dar frutto
consorte fui del gran figliuol di Marte.
Distruggi il ventre mio se vòi distrutto
chi po de la corona un dì privarte:
un figlio ascondo in lui, che se nol doma
la spada tua renderà Fabio a Roma».

64Così perché morir per quella mano
brama costei che morto Fabio avea,
di sposa ch’era a pena al capitano
moglie si finge e gonfia il ventre e leva.
Ed ei, frenando al novo caso e strano
la man che i petti apriva e i tetti ardeva,
da qualunqu’altra cura il cor disciolto
ferma le piante e la rimira in volto.

65Ma non sì tosto in lui percote il lampo
de gli occhi suoi che quella furia estinta,
onde correa ferocemente il campo,
si sente l’alma incatenata e vinta;
né schermo vede a ripararsi o scampo,
né virtù sente a guarentirlo accinta,
né terga oppone al colpo acerbo e crudo,
né spada stringe incontro un volto ignudo.

66Anzi la spada a i piè cader si lassa,
e poco men che seco ancor non cade,
e sprovvedutamente il cor gli passa
lo stral che tempra Amor con la pietade.
La valorosa donna allor s’abbassa,
e benché fra cent’aste e cento spade,
prende il coltel che gli è caduto in terra
e per ferirlo incontro a lui si serra.

67Ma prima che ferirlo, «O Fabio,» esclama
«di questa destra il sacrificio accetta,
che con focosa e con pietosa brama
t’offre la sposa tua per tua vendetta».
Quindi di Marte il nome invoca e chiama
ed alza il braccio e la percossa affretta,
ma colpo che scendea veloce e fiero
ripara il re de’ Galli il suo scudiero.

68E ’l barbaro scudier, dove scoperta
vede la neve a lei de le mammelle,
avventa un dardo, onde la punta esperta
taglia le vene innamorate e belle.
Cade la donna, e da la piaga aperta
versa col sangue ancor fiamme e facelle,
et or di sdegno ardendo et or d’amore
Brinon bestemmia e Fabio appella, e more.

69Ma ’l re, che torna a risentirsi in tanto,
e vede ch’ella è giunta a l’ore estreme,
e sente il feritor che si dà vanto
d’aver distrutto in lei di Fabio il seme,
prorompe prima a le querele e ’l pianto,
s’adira poscia orribilmente e freme,
e da giusto dolor commosso e stretto
passa d’un colpo al suo scudiero il petto.

70L’ucciditor trabocca in su l’uccisa,
e versa il sangue vil sul generoso;
il principe de’ Galli in lei s’affisa,
e gela e trema e tace e sta pensoso.
Non seppe mai che fosse aver divisa
l’alma per saettar d’occhio amoroso,
e sente nondimen ch’un volto essangue
gli turba i sensi e gli confonde il sangue.

71Barbaro fu di patria e di costumi,
né fu pietà giamai che ’l cor gli aprisse,
ma sparse allor però due vivi fiumi
su l’amorose membra e così disse:
«Ben chiusi con un colpo, o donna, i lumi
a chi t’aperse il petto e tel trafisse;
ma perché lume a te dar non potrei
non vedran lume mai quest’occhi miei».

72Ciò dice, e scorre; e quasi ognun che vede
avesse aperta in lei l’atroce piaga,
avampa, assale, oltraggia, offende e fiede
e di confuso sangue il suolo allaga.
Il volgo al suo furor paventa e cede
et ei de l’altrui colpa in lui si paga;
la turba non contende e non contrasta
ed ei satolla in lei la spada e l’asta.

73Fu maraviglia in lui che si spogliasse
del barbaro furor cotanto il petto
che d’un nemico suo la moglie amasse
quando ne vide a pena il primo aspetto;
ma non già fu stupor ch’ei ritornasse
ne la barbarie sua con tal diletto
che de l’amata donna il patrio loco
mettesse a ferro avidamente e foco.

74Il ferro apriva i petti, il foco i muri,
le trombe empiean d’orror la terra e ’l cielo,
i dèi su i propri altar non fur sicuri,
i cor non penetrò pietade o zelo.
Lodava il re color ch’eran più duri,
schernia quei che movean più lento il telo,
rinfacciava a i Roman l’ingiurie e i torti,
spronava i Galli al sangue et a le morti.

75Quindi non fu sentier che non corresse
l’impetuosa gente e furibonda,
né strada calpestò che non facesse
correr di sanguinosa e fervid’onda,
né porta o muro fu che le togliesse
cercar da l’alta parte a la profonda,
né ricercò le case e le ruine
che non crescesse l’onte e le rapine.

76Ma ’l sol, che stimolando i suoi destrieri
precipitava già ne l’Occidente,
consiglia il duce gallo e i suoi guerrieri
a consumar le stragi il dì seguente.
Drizzan le tende i fanti e i cavalieri,
e stendon mense e letti immantenente,
e su i guanciali ond’han vòtato i tempi
lusingan sonni ingiuriosi ed empi.

Canto II

ultimo agg. 24 Febbraio 2015 16:53

ARGOMENTO
Si salva il fior di Roma in Campidoglio,
e due nobili dame e valorose
frenan di due guerrier l’iniquo orgoglio
con due splendidi morti e generose.
Uccide tre grand’alme un gran cordoglio
mentre muovon tra lor liti amorose,
e dove più percote il ferro e doma
s’offre Papirio in sacrificio a Roma.

Vicenda di Lucrezia, che riesce a far morire con sé il soldato che la voleva sforzare (1-19)

1Da l’altra parte i cittadin romani
che da la furia ostil guardò la notte,
pensan salvarsi, e i lor pensier son vani
e le speranze lor confuse e rotte.
Cingean per ogni parte i monti e i piani
le squadre o piene o sceme od interrotte,
e per quei che dormian sotto le tende
prendean le guardie gli altri e le vicende.

2Molti però che del consiglio in vece
la disperazion facea sicuri,
or uno or due fuggendo, or quattro or diece
credean scampar da’ suoi ne gli altrui muri,
ma che non ravvisò, ma che non fece
l’oste nemica ancor fra i lumi oscuri?
A pena avean lasciato il proprio albergo
che si sentian ferir da l’aste il tergo.

3Il fuggir non valea per chi fuggiva,
il restar non facea per chi restava,
ma ’l ferro i petti in ogni parte apriva,
ma l’ira il ferro ad ogni destra armava.
La donna che coprirsi il volto ardiva,
la vergine ch’in ciel le voci alzava,
quasi come d’ingiurie o di ferite
con le vergogne e l’onte eran punite.

4Gran petto a contrastar l’ardenti brame
de’ barbari guerrier ciascuna offerse,
ma comparì però tra l’altre dame
una che gli occhi a maggior gloria aperse.
È ver che fra la tela e fra lo stame
nel tempo addietro il suo valor coperse,
ma quando ne diffuse il primo lampo
una nuova Lucrezia apparve in campo.

5Costei, mentre fuggia dal proprio tetto,
ch’a man a man prendea la fiamma ostile,
non poté far che ’l suo leggiadro aspetto
non accendesse un uom d’amor servile;
un uom che pronto il ferro e fiero il petto
ma non avea già ’l cor tanto virile
che la ragion, che frena e che corregge,
tenesse contro a lui dominio e legge.

6Vede costui che scapigliata e scalza
fugge la bella donna, e le s’avventa.
Ella le voci e le querele inalza,
e d’impetrar mercé s’ingegna e tenta.
Egli la stringe intorno e la rincalza,
perché cedendo al suo voler consenta,
e se non pò col ver, con la menzogna
la minaccia d’infamia e di vergogna.

7«Anzi perché di morte (ella risponde)
non mi minacci tu, non mi punisci?
Perché la spada tua non mi s’asconde
nel cor che contradir tu non patisci?
Non ti coronerà mai degna fronde
per quanto vinci a Roma e quanto ardisci
se fra le tue vittorie e i tuoi trofei
comporran l’onte e i vituperi miei».

8«O lode o biasmo al fin che debban darmi
l’infamie tue (risponde il Gallo) e l’onte
hai tu fra questa gente a seguitarmi
e raffrenar le voci ardite e pronte».
«Non ho, signor (dic’ella), ingegni od armi
onde parar mi possa o starti a fronte,
e se l’avessi ancor non avrei core
di contrapormi a chi m’oppone Amore.

9Ma dentro a queste lance e questi stocchi
non han che far d’amor concordie e paci,
e sotto il testimon di cotant’occhi
non si porian scaldar lusinghe e baci.
Prima però che cada e che trabocchi
l’albergo ond’io rivolsi i piè fugaci,
torniam repente in esso a far soggiorno
fin che faccia l’aurora in ciel ritorno».

10Così fingendo invita, e ’l caldo amante
senza pensar si move, e sol con sola
là si conduce ove la fiamma errante
da l’uno a l’altro muro ascende e vola.
Saglion le scale e mentre ancor distante
l’orribil lampo a gli occhi lor s’invola,
nel fosco sen d’una riposta cella
si chiude col guerrier la damigella.

11Volge la chiave e la nasconde in loco
dove colui non guarda, e fin ch’arrivi
ne le pareti, ove son chiusi, il foco
così raffrena i suoi furor lascivi:
«Rattienti, o cavalier; fugace il gioco,
breve la gioia è de gli amor furtivi
se pria che tranghiottirlo o che gustarla
non si divisa in fra gli amanti e parla.

12Io ti ragionerò di quegli amori
ch’accenderan più dolce il tuo desio,
e tu mi conterai di quegli ardori
ch’infiammeran più vivamente il mio».
Così costei s’infinge e, tutto fuori
di quel che pensa il cieco amante e rio,
fin che la fiamma ancor non comparisce
diverse fila e varie tele ordisce.

13Comincia a dir del cigno ove s’ascose
Giove per riposarsi in grembo a Leda,
segue de l’aurea nube in cui si pose
per far d’un altro amor conquisto e preda;
prolunga le parole insidiose
fin che di raccorciarle il tempo veda,
e ’l barbaro guerrier, che brama et arde,
pasce con vere istorie e con bugiarde.

14Ma quando già feroce e furibondo
sente Vulcan che stride e s’avvicina,
scoprendo la virtù del cor profondo
così la terge al foco e la raffina:
«Una Lucrezia già comparve al mondo
con fronte sì pudica e pellegrina,
che per pagar l’error che non commise
con rigorosa man se stessa uccise,

15un’altra or ne vedrai, che le tue braccia
temendo più che queste fiamme ardenti,
riguarderà tra lor la morte in faccia
e sosterrà ridendo i tuoi tormenti.
Vien dunq’inanzi e ’l nostro collo allaccia,
e sfoga e rendi i tuoi desir contenti.
Che fai, codardo? hai tu per soggiogarmi
dimenticate già le furie e l’armi?».

16Non restò mai sì vinto e sì stordito,
quand’intento a la voce et al sembiante
de la sirena andar pensava al lito
e ruppe fra li scogli il navigante;
così rimase stupido e smarrito
e giacque e tacque il doloroso amante,
quando del ragionar soave e scorto
chiuso si vide entro le fiamme e morto.

17Tanto vigor però racquista e prende
che corre a l’uscio e tenta aprirlo e scote,
ma l’uscio a man a man la fiamma accende
sì che scampar per esso il piè non pote.
Si volge a le fenestre e già comprende
che le riscalda il foco e le percote;
ricerca i muri e si ravvolge e gira
ma trova incendi in ogni parte e mira.

18Esclama al fin: «Che strazio e che vendetta
fai tu, crudel, d’un che ti pregia e t’ama!».
«Io fo (dic’ella) a te quel che mi detta
ch’io faccia a me l’amor de la mia fama».
Ma ’l foco i lampi e le percosse affretta,
e ne le membra lor s’avventa e sbrama;
avampa il Gallo e si tormenta e stride,
arde Lucrezia e non si turba e ride.

19Ma mentr’ancor l’amante il suol non tocca,
divien l’amata in lui tanto cortese
ch’ov’appressar negò la bella bocca,
sospinge il petto e le mammelle accese.
Vibra se stessa orribilmente e scocca
del suo nemico in su le membra offese,
e rinforzando l’un con l’altro ardore
l’atterra e strugge, e con lui cade e more.

Su consiglio di Papirio, i Romani decidono di asserragliarsi in Campidoglio e mandare un esercito di vecchi e infermi a tamponare l’avanzata dei Galli (20-31)

20La morte lor però non fu sì chiusa
che da chi la mirò d’eccelso loco
non fosse tosto in fra i Roman diffusa,
e sparsi i detti e palesato il foco;
né ritrovò costui tanto confusa
la gente o ravvisò vigor sì poco
che ’l novo essempio e ’l caso acerbo e strano
non ritornasse a Roma il cor romano.

21Il sangue di Settimia avea commossa
a non curar del suo la nobil gente,
l’incendio di Lucrezia ebbe gran possa
per rinfrancar gli spirti al rimanente,
e par che l’aria ancor che fu percossa
da l’una e l’altra lingua arditamente
la brama de la gloria ardente e viva
ripercotesse al cor di chi languiva.

22Quindi né di scampar né di ritrarsi
si parla più fra i cittadin bramosi,
e quando rannodati e quando sparsi
assaltan ne le tende i sonnacchiosi.
ma i petti han più di sdegno accesi ed arsi
che fortunati i colpi o poderosi,
mentre per un Roman ch’assale e stringe
un torrente di Galli inonda e cinge.

23Di morir pria che di servir disposti,
seguon per tutto ciò le brami audaci,
e contro a cento e cento ferri opposti
non è tra lor chi volga i piè fugaci.
I petti a le ferite e i tetti esposti
sono a le fiamme rapide e voraci,
e nel furor che Roma opprime e guasta
par che gareggi insieme il foco e l’asta.

24Ma ’l Tribun militar, che ’l primo soglio
nel Senato roman fra gli altri avea,
ristringe i Padri sparsi in Campidoglio
mentre la luna in cielo ancor splendea,
e, condannando il temerario orgoglio
ch’intempestivamente i petti ardea,
per temperar le furie a chi trasanda,
così correndo i Senator dimanda:

25«Arde Roma, o Romani, e noi siam folli
che senza riserbar pensiero o speme
di ristorarle ancor le mura e i colli
esterminiam con essa il nostro seme?
Io non voglio i Roman codardi e molli,
ma vo’ serbarli a le speranze estreme;
dica però ciascun s’a quel ch’io penso
vede per altra via miglior compenso».

26«Che speri più, Sulpicio (ad alta voce
Claudio risponde) o che vaneggi e sogni?
Ripugna il foco ardente e ’l ferro atroce
a quel ch’a pro di Roma indarno agogni;
baciar del re de’ Galli il piè feroce
più sembra a me ragion che ti vergogni
che de la patria a la rovina espressa
volar tra i ferri e traboccar con essa».

27«Ah che sent’io?» soggiunse Attilio allora,
«quella che per dar legge a l’universo
spuntò da i lombi al proprio Marte fuora
vedrà del tutto il seme suo disperso?
Ah non vedrà, se noi sapremo ancora
parar lo scudo incontro al fato avverso,
e se, perch’ella il mondo al fin governi,
noi sosterrem fuggendo obbrobri e scherni».

28«Fuggir» Papirio segue «è contro a l’arte
ch’insegna a’ nostri petti il ciel di Roma,
e star dove comun sì poco è Marte
darà la nostra gente estinta e doma.
Ma non fuggir del tutto e star in parte,
né po di nobil fronde ornar la chioma,
se parte discoperti e parte ascosi
ci mostrerem costanti e generosi.

29Chiudansi dunque a questa rocca in seno
chi tra i Romani è più robusto e forte,
e tenga i Galli il Campidoglio a freno
e speme ancor fra le miserie apporte.
Caccisi chi più grava e chi po meno,
né mova il padre il figlio o la consorte,
ma siam crudeli ancor, perché non manchi
tantosto il cibo a i campion più franchi.

30Da l’altra parte, in sacra veste avvolto,
chi più fra noi s’appressa al giorno estremo,
mostri la fronte a l’inimico e ’l volto,
et a la patria sua l’amor supremo;
levi le mani, e verso il ciel rivolto
(ardisco dir quel che di far non temo)
perché non cada Roma e non s’atterri
presenti ’l petto a le percosse e i ferri».

31Queste parole a pena avea finite
il franco senator, che tutti i Padri
con l’alme insieme e con le lingue unite
seguon con l’opra i suoi pensier leggiadri.
Corre la voce e da la rocca uscite
compaion d’ogni man figliuole e madri,
e dove s’erge il Campidoglio e cinge
de la romana gente il fior si stringe.

Flaminia muore a vedere il padre vestire le armi: muoiono di dolore anche il marito e il padre stesso (32-43)

32Ver’è che seco aver le proprie mogli
ai senator si dona e si concede,
onde fra l’onte e fra i lascivi orgogli
move Flaminia ov’è Metello il piede.
Ma come chi non ruppe in tra gli scogli
e l’onda poscia incontro armar si vede,
così costei, ch’avea fuggito un danno,
non si poté schermir d’un altro affanno.

33Incontra il padre suo, ch’ardente e lieto
a morir per la patria i passi affretta,
e che del buon Papirio il bel decreto
con l’opra più che con la lingua accetta.
Stordisce l’infelice e d’inquieto
dolor si sente l’alma oppressa e stretta,
né sa se col marito a viver vada
o col suo genitor ritorni e cada.

34«Va’, Flaminia (dic’egli) e per ristoro
del bel nome roman sostienti e vivi».
«E com’andrò (risponde) in fra coloro,
padre, che tu con la tua morte avvivi?».
«Ah come poco (dice) al bel tesoro
che la mia morte acquista, o figlia, arrivi!».
«Ahi come nulla, mentre ad esso intendi,
padre (risponde), il mio dolor comprendi!».

35Quindi lo stringe e gli circonda il collo
con le tenere braccia, e piange e prega,
ed ei con rigoroso e nobil crollo
da lei si scioglie e contradice e nega.
«Io vissi, o figlia, assai, già son satollo
e male il corpo a l’alma omai si lega,
tu poco ancor vivesti: or vivi e sia
essempio al viver tuo la morte mia».

36A pena ha detto ciò che sopraggiunge
da l’alto de la rocca il buon Metello,
che scorto in qualche modo avea da lunge
de la figlia e del padre il bel duello.
Questi la donna sua conforta e punge
che scampi da la fiamma e dal coltello,
e le segna col dito un pargoletto
che le chiede la poppa e cerca il petto.

37S’arresta la dolente, e quinci ascolta
il marito che prega, e quindi mira
il genitor, che stringe e si rivolta
da l’uno a l’altro e si tormenta e gira.
Ma tutta finalmente in sé racccolta
sì profondo sospir da l’alma tira
che l’alma col sospir venendo fuore
cade tra ’l padre e tra ’l marito e more.

38Prorompe il vecchio allor: «Che vita omai
donar potrò per sacrificio a Roma
se tolta, figlia mia, la vita m’hai
mentr’hai la tua persona estinta e doma?».
Esclama il senator: «Che far giamai
saprò di quel che più si pregia e noma
se tu, che m’eri ognor consiglio e scorta,
mi giaci inanzi impallidita e morta?».

39Così dicendo in lei s’affisa e pensa,
e ’l padre in essa ancor riguarda e tace;
e questi ha stretto il cor d’angoscia immensa
e quei s’affligge in nova guisa e sface.
Ma l’una e l’altra doglia è tanto intensa
che senza più sperarne o tregua o pace,
sul caro petto ond’è lo spirto uscito
trabocca il morto padre et il marito.

40Si sente il caso in Campidoglio e scende
chi raccoglie le membra oneste e belle,
e da fervida vena il pianto ascende
e cade e rompe in queste guance e quelle.
Un marmo la memoria ancor ne stende
e ne rinfresca altrui queste novelle:
Di tre grand’alme i corpi in sen nascondo,
che senza spada uccise un duol profondo.

41Ma senza sollevar querela o pianto
fra cento venerande e nobil teste,
scende nel Foro il buon Papirio in tanto,
e di porpora e d’or si fregia e veste.
Corron le turbe e nel purpureo manto
ferman le ciglia addolorate e meste,
ei s’asside, tra gli altri il più sovrano,
e tien d’avorio una gran verga in mano.

42Quindi solleva il dito e le parole
il Pontefice scioglie, e forma il voto,
e rigido a mirar più che non suole
de’ magnanimi vecchi il cor fa noto:
«Perché Roma non cada e la sua prole
de le galliche squadre al fier tremuoto,
di questa gente il sangue onesto e chiaro
t’offriam, Pluton, per schermo e per riparo».

43Seconda il voto e la promessa orrenda
con pronto mormorio la schiera eletta,
e ’l vigor di Papirio ognun commenda
e ’l furor di Brinon ciascuno aspetta.
Ma poco a rischiarar l’oscura benda
di quella notte l’alba i passi affretta,
e par ch’a discorprir sì gran ruine
non sappia sollevar da l’onda il crine.

La vestale Servilia si sacrifica ma riesce a portare sul Campidoglio il fuoco sacro (44-69)

44Avria ben ella il suo splendor scoperto
e ricondotto il sol su l’Oriente,
s’inanzi al suo pensier si fosse offerto
il caso che successe immantinente,
il caso che mirarsi a cielo aperto
dovea da numerosa e nobil gente,
e che se ’l sol pensato avesse ancora
avria precorsa in ciel la stessa aurora.

45Una vergine donna, a cui nel volto
pungea la rosa e compariva il giglio,
e che d’ogn’altra cura il cor disciolto
de la benda vestal copriva il ciglio,
per un sentier di Galli armato e folto,
senza temer di scorno o di periglio,
più rinchiuso che po nel seno interno
porta nel Campidoglio il foco eterno.

46S’avanza il capitan di quella squadra
e l’assalta repente e la richiede;
nega la bella vergine leggiadra
e spinge disdegnosa inanzi il piede.
La notte è fosca in quella parte et adra
ma scorge non per tanto il Gallo e vede,
e la fiamma che quivi accende un tetto
gli manda di costei la fiamma al petto.

47Spinge però de la sua gente armata
perché passar inanzi o far ritorno
non possa la donzella assediata
e la costringa seco a far soggiorno.
Quindi la destra incotanente alzata,
tenta girarla al suo bel collo intorno,
e seguendo il desir che ’l cor gli sprona
si scaglia incontro ad essa e s’abbandona.

48Ma non vien mai sì forte o par sì fiera
l’amica de l’augel che canta e desta
quando de’ suoi pulcin l’amata schiera
nemico piè le rompe e le calpesta,
come divenne intrepida e guerriera
dinanzi al cavalier la donna onesta
quand’assalir con furibonda brama
quel fior si vide ond’avea gloria e fama.

49Spira fiamma da gli occhi, e da le braccia
del barbaro guerrier si scote e scioglie,
avampa et arde orribilmente in faccia
e s’accinge e si stringe e si raccoglie.
Il sangue gallo entro le vene agghiaccia,
e sente intepidir l’ardenti voglie.
Prorompe la Romana, e punge e tocca
con l’armi ancor de la purpurea bocca:

50«Abbassa il volto, o temerario, e trema,
non hai tu fronte a la mia fronte eguale.
Servilia son, che di virtù suprema
mi cingo il crin ne la magion vestale.
La verginal bellezza è ’l mio diadema
che per disciormi il tuo furor non vale,
la dea che degna a’ suoi misteri alzarmi
mi fa sicura in fra le squadre e l’armi».

51Il tuon che rompe l’aria e che percote
là dove star si pensa un uom sicuro
non rende tanto a lui le membra immote
quantunque più che lui ferisca il muro,
come di senso intepidite e vote
al fervido guerrier le membra furo
quando col volto acceso e gli occhi ardenti
folgoreggiò costei gli arditi accenti.

52Ella però s’avanza e fra lo stuolo
ch’era con lui rimaso instupidito
con vigoroso piè calpesta il suolo
per gir dove da prima ha stabilito;
ma si risente intanto e corre a volo
dietro la preda il predator schernito,
e con lo stuol che segue e che seconda
la stringe d’ogni parte e la circonda.

53Si volge allor Servilia e ’l foco eterno
che dentro a splendid’urna in sen chiudeva,
prendendo l’arme e le ferite a scherno
con queste franche voci in ciel solleva:
«Accresci in me le forze, o re superno,
e le confondi a questa gente e leva
sì ch’io reprima il suo feroce orgoglio
e scampi con quest’urna in Campidoglio».

54Ciò dice, e freme e se medesma avventa
con nova furia al capitan nel petto,
e più grande e più fiera assai diventa
che possa sofferir terreno aspetto.
Il barbaro si turba e si sgomenta
et a cader dal duro colpo è stretto;
la vergine s’inchina e ’l petto ignudo
s’arma con la sua spada e col suo scudo.

55Ma corron d’ogni parte i masnadieri
che veggon steso il capitan per terra,
e batton con le spade in su i brocchieri
e tentan novi assalti e nova guerra.
Volge la valorosa i piè leggieri,
e para e fiede e si raccoglie e serra,
e per guardar le membra intatte e caste
sostien d’un stuolo inter le spade e l’aste.

56Né fur sì franche già le due reine
ond’una diè soccorsi al re troiano
e l’altra rinforzò l’armi latine
per cui già Turno avea lo stocco in mano
come costei, senz’elmo ancor sul crine,
ma senza fulminar la spada invano
là dove tanta furia in lei discende
ripara e copre, e fora insieme e fende.

57Si leva in tanto il fiero duce e grida:
«Una femina dunque un campo abbatte?
E sotto la mia scorta e la mia guida
così si pugna, o Galli, e si combatte?
Che braccio è quello ove costei si fida?
che man che l’armi a me di mano ha tratte?
che spirto incontro al mio valor congiura?
che legge cangia il corso a la natura?

58Ritragga il piè ciascun, di scudo e spada
s’armi da capo a me la destra e ’l braccio,
e prova, o donna tu, se più t’aggrada
del capitan Piron la fiamma o ’l ghiaccio».
S’apre lo stuol repente e si dirada,
ei rompe del timor la rete e ’l laccio
e va col ferro altrui, veloce e forte,
per riportar dal suo vergogna e morte.

59Si turba la sua squadra e si scompiglia,
né sa ciò che si dica o che si faccia;
instupidisce i cor la meraviglia
e ’l ferro ne le man la tema agghiaccia.
Miran la guancia candida e vermiglia
e ’l volto che lusinga e che minaccia,
e de la spada al tuon, de gli occhi al lampo
sembran veder la dea de l’arme in campo.

60Non son però sì lenti e sì storditi
che lascin franco a la guerriera il passo
sì ch’ov’ella drizzava i piè spediti
possa salir del Campidoglio il sasso,
ma con ferventi e con pungenti inviti
l’un desta a l’altro il cor sopito e lasso,
e rattenendo il corso a la donzella
le son co i gridi intorno e le coltella.

61Ed un col taglio in essa, e con la punta
un altro in lei s’avventa e s’abbandona,
e questi d’una parte assale e spunta
e quei d’un’altra inferocisce e tona;
ma quando pensan tutti averla giunta
intatta a tutti appar la sua persona,
né san comprender l’arte occulta e rara
ond’ella spiega e fugge e copre e para.

62San ben sentir de le ferite atroci
ch’apre la spada sua gli estremi affanni,
e san veder de le sue man feroci
nel sangue lor le violenze e i danni.
Levan contr’essa in van l’ardite voci,
tentano indarno i militari inganni,
ed ella fra cent’aste e cento stocchi
vince col fil del ferro e i rai de gli occhi.

63Non è chi di mirarla ardisca in volto,
non è chi d’assalirla omai s’attenti,
e chi fu più de gli altri audace e stolto
votò le vene insieme e gli ardimenti.
Trema lo stuol che fu sì fiero e folto,
gelan le lingue e le parole ardenti,
e resta sul terren di sangue infuso
chi ferito, chi morto e chi confuso.

64Spinge la vincitrice a l’alta rocca
fra le galliche stragi il piede allora,
ma le vene da lunge al fin le tocca
chi da presso l’avea fallite ognora:
un barbaro sì dritto un stral discocca
che le penetra il manco lato e fora,
e ’l bianco lin che la circonda e stringe
col minio del suo sangue adorna e tinge.

65Sente la donna intorno al cor lo strale,
ma rigando però la polve e l’erba
salta sul colle, agonizzando sale,
che ’l Senato roman ripara e serba.
Quivi de la sua piaga aspra e mortale
consola in arrivar l’angoscia acerba
e, bench’omai con occhi oscuri et adri,
così favella a pena inanzi i Padri:

66«Per conservar quest’urna a me commessa
fra le ruine onde la patria cade
mirai nel volto ancor la morte istessa
e contrastai con una a cento spade.
È ver che m’ha questa saetta oppressa
e tronco il fil de la mia verde etade,
ma non mi cingo il crin d’ignobil palma
mentre vi rendo insieme e l’urna e l’alma».

67Queste voci da i labbri e da la piaga
prorompe tutto a la donzella il sangue,
e più che tosto fosse mai leggiadra e vaga
de l’estremo color si tinge e langue.
La sua ferita il cor de’ Padri impiaga,
il suo pallor fa l’altrui guancia essangue,
e lo spirto che sparge a l’aure erranti
scioglie le lingue a le querele e i pianti.

68Ma ben ch’afflitto oltre misura e mesto
frena il Tribun de’ circostanti i gridi:
«Non è, Romani, il nostro pianto onesto
né suonano ben fra noi lamenti e stridi.
È ben ragion che questa donna e questo
miracol di virtù ne regga e guidi,
sì ch’al tentar de le speranze estreme
facciam con lei le meraviglie insieme».

69Così propone, e Lentulo e Marcello
e Fulvio e Flavio e ciascun altro approva,
ed è chiusa la donna in un avello
che la memoria sua desta e rinova.
Ver è che d’arte in esso e di scarpello
non fu chi far potesse allor gran prova,
ma prova fu che non sostenne agguaglio
del nome di Servilia il solo intaglio.

Canto III

ultimo agg. 25 Febbraio 2015 11:51

ARGOMENTO
Cade Papirio e la sua schiera eletta;
assalta Brenno il Campidoglio e cede;
discende Fabio ove pietà gli detta
e va sicuro in fra i nemici e riede.
Si sparge il Gallo ove la fame affretta,
Camillo accorre e lo sconfigge e fiede.
Tentan Cedizio e Gondro il gran Romano,
ma colui vince e costui tenta in vano.

Brenno sbaraglia l’esercito di vecchi Romani, tenta un assalto ma viene respinto e cinge il Campidoglio d’assedio (1-25)

1Ma ruppe l’alba al fin l’ombroso velo
che chiuse il sen di quella notte orrenda,
e, quasi mal suo grado aprisse il cielo,
s’avolse il crin di dolorosa benda.
Scoprì però quel che la fiamma e ’l telo
distrutto avean ne la città tremenda,
che dal più nobil grado e più supremo
era caduta al precipizio estremo.

2Surge il gallico duce e d’ogni parte
scorrendo va con la sua gente armata,
e del nemico a le reliquie sparte
o l’alma è tolta o la catena è data.
Perduta è nel Roman la forza e l’arte
onde solea guardar la patria amata,
o se talor resiste e se contrasta
ha troppo disegual la squadra e l’asta.

3Ma giunge al fin Brinon là dove affiso
fra cento senator canuti e fieri
stava Papirio, e col seren del viso
scherniva il tuon de l’arme e de’ guerrieri.
S’arresta il Gallo e mira intento e fiso
la nova maestà de’ vecchi alteri,
pensa però fra se medesmo e crede
vedergli alzar per riverirlo in piede.

4Stan saldi i generosi e non fan motto,
né gli spaventa il re con tutta l’oste,
ond’egli è quasi a giudicar condotto
veder di tanti dèi le facce opposte.
Il pianto de la plebe era dirotto,
l’alterezze de’ Padri eran deposte,
ed han costor sì vigoroso il core
ch’inanzi a lor par vinto il vincitore.

5Non son però sì stupide e confuse
le genti ch’avea seco il re de’ Galli
che Rodoan non sgridi e non accuse
le dimore del sangue e gl’intervalli:
«Vedrò ben io se son cotanto escluse
le colpe di costor da gli altrui falli,
che per quel che peccàr di Roma i messi
non debban sostener la pena anch’essi».

6Così s’avanza, et a Papirio tocca,
per modo di schernirlo, il crin canuto,
ma ’l vecchio gli sospinge entro la bocca
del baston che tenea l’avorio acuto.
Il barbaro supin sul suol trabocca,
ma surge repentin dond’è caduto,
e tratto il ferro incontinente e stretto
al franco senator trafigge il petto.

7Segue l’essempio suo l’atroce schiera
ch’al celtico signor cingeva i fianchi,
e con vendetta obbrobriosa e fiera
sparge di sangue i crin canuti e bianchi.
Non leva il vecchio stuol voce o preghiera
onde gli spirti suoi non paian franchi,
ma con virtù che non vacilla o langue
offre le vene a le percosse e ’l sangue.

8Chi con la testa in fiera guisa aperta,
chi con la gola orribilmente offesa
fa del suo sangue a la sua patria offerta,
dona le membra sue per Roma accesa.
Ed evvi alcun che de la morte incerta
non sostenendo l’alma aver sospesa,
la piaga che men presta il cor gli offende
con rigorosa man si squarcia e fende.

9Stupisce il re de’ Galli a la costanza
de’ vigorosi vecchi, e par che senta
scemarsi in lui l’orgoglio e la baldanza
e divenir la man più pigra e lenta;
ritien però la brama e la speranza
di veder Roma sterminata e spenta,
e per tentar le vie da disertarla
così ne l’oste sua propone e parla:

10«Assai col vostro ferro e la mia spada,
valorosi guerrier, per noi s’è fatto,
non è magion ch’in Roma omai non cada,
né sangue od uom che vi rimanga intatto,
ma fin che non si spianti e non si rada
quel muro ove di lei s’è il fior ritratto,
non sembra a me ch’io possa assicurarmi
che Roma a danni nostri ancor non s’armi.

11Stringiamo dunque a quella rocca intorno
le nostre squadre, e con feroci assalti
battiam, senza cessar, la notte e ’l giorno
fin che si salga entro le mura e salti.
Fulminar, divampar vergogna e scorno
portar d’Italia a i cor superbi ed alti
non po fermar le basi al nostro soglio
se non prendiam con Roma il Campidoglio».

12Come qualor d’orribil onda e grande
rompe Amfitrite il fiero corso al lito,
le spume che cadendo asperge e spande
percoton mormorando altrui l’udito,
così le destre e le sinistre bande,
onde lo stuol de’ Galli era partito,
seguìr con mormorio concorde e fiero
le voci che proruppe il re guerriero.

13E l’insegne repente e gli stendardi
piantan del Campidoglio a le radici,
et appoggian le scale a i bellovardi
e s’avanzan co i piè su le pendici.
Piovon da i difensor quadrelli e dardi
e i difensor son grandi e son patrici,
e ’l Tribun de’ patrici i petti affida
e del Tribun l’amor di Roma è guida.

14«Coraggio (esclama) o generosi, e senno,
non è già tanto Roma in su l’occaso
che contra l’armi et il furor di Brenno
non veggia qualche schermo in noi rimaso.
Corra ciascun de la mia destra al cenno,
contrastiam tutti a la fortuna e ’l caso,
e la città che per morir non nacque
conduciam salva in tra le fiamme e l’acque».

15Ciò detto scorre, e d’arme e di ripari
dove fa più mestier provede e copre,
e de la lingua a i sensi arditi e chiari
congiunge de la man l’imprese e l’opre.
Batte Brinon con fieri ordigni e vari
dove men forte il muro a lui si scopre,
ma quando pensa vinta aver la prova
stesa la gente in sul terren si trova.

16Cangia consiglio, e scudo aggiunge a scudo,
e stringe tergo a tergo a’ suoi guerrieri,
e con assalto impetuoso e crudo
gli spinge de la rocca a i gioghi alteri.
Finge Sulpicio e lascia un luogo ignudo
perché l’assalitor v’intenda e speri,
ma come già col pugno il merlo afferra
surge improvviso e ’l ripercote in terra.

17E con le faci e le palanche e i sassi
e con le spade e le zagaglie e l’aste
le testudini rompe e frena i passi
e copre il suol d’orride stragi e vaste.
Altri gli spirti han ricreduti e lassi,
altri le teste han fracassate e guaste;
molti son pigri a vendicar l’offesa,
tutti son pronti abbandonar l’impresa.

18Seconda il duce ove al gente inchina
e le machine toglie e l’arme arresta,
ma con più certa speme a la ruina
del Campidoglio orribil cerchio appresta.
Gira le squadre intorno e s’avvicina
e s’allontana in quella parte o questa
se vicino o lontan ne l’alto muro
po steccar il nemico e star sicuro.

19Quindi sì forte assediati e stretti
sono i Roman che penetrar soccorso
non po tra lor donde sicuri i petti
tengan di non provar de’ Galli il morso.
Si forman de la fame i fieri aspetti
né san dove contr’essa aver ricorso,
ma contr’ogni disastro et ogni pena
san ben come serbar costanza e lena.

20Da l’altra parte il re nemico ascende
dove non è chi regga o chi resista,
e col furor de le sue man tremende
vari trofei su gli altri colli acquista.
Il sangue d’ogni parte allaga e scende,
la polve d’ogni man di sangue è mista,
il foco in ogni tetto avampa e bolle,
la plebe in ogni lato il pianto estolle.

21Ma di tante ferite e tante morti
si sazia al fin la fiera gente e stanca,
e, ne l’onda falerna i labbri assorti,
colorisce la faccia e ’l cor rinfranca.
Lacia la man le violenze e i torti,
riposan l’armi e scema l’ira e manca,
e gli assalti notturni e i matutini
son le lascivie e le vivande e i vini.

22Non stringe però men l’assedio in tanto
de le barbare squadre il duce altero,
e minaccia da lunge angoscia e pianto
se non cede la rocca al regio impero.
«E tu chi sei, ch’aspiri a sì gran vanto?»
grida de i senator lo stuolo intero,
«Non sai che fin che viva un sol Romano
tu cingi e stringi il Campidoglio in vano?».

23«Io son colui (ripose il re feroce)
c’ho presa et arsa Roma in un momento,
e che pareggerò con piaga atroce
cotesta rocca ancor col pavimento».
Quindi raggira il corridor veloce
e volge il guardo in ogni parte intento,
et ond’aver po cibo e vettovaglia
rompe le strade a l’avversario e taglia.

24Ma non po già vietar che fra i maggiori
onde splendesse mai la Fabia gente,
un Fabio allor non comparisse fuori
più che pensar si possa alteramente,
e che fra le minacce e fra i terrori
d’un’oste sì spietata e sì potente
passar de la pietà col solo invito
sul poggio Quirinal non fosse ardito.

25Quivi sacrificar per vecchia usanza
devea quel dì de la sua stirpe alcuno,
ond’ei fra tanti armati ebbe baldanza
di presentarsi e disarmato et uno.
Stupiro i Galli a la sua gran costanza,
stordì mirando il suo vigor ciascuno.
La meraviglia i colpi in aria tenne
ed egli andò sicuramente e venne.

Brenno invia truppe a procurare vettovaglia, queste si spingono fino ad Ardea (26-28)

26Ma mentre Brenno assediando aspetta
che si disperi il Campidoglio e renda,
e la sua gente a ricercar costretta
dove per pascolar rapisca e prenda,
il soverchio desir di far vendetta
ond’ella suscitò la fiamma orrenda
fe’ che dove giungendo il foco afflisse
ogni biada, ogni cibo ancor perisse.

27Una parte però de l’oste immensa
scorre predando a le campagne intorno,
e, quasi nube ingiuriosa e densa,
tempesta piaghe e piove angoscia e scorno:
col ferro intende a proveder la mensa,
con le percosse a procacciar soggiorno,
con le facelle ad assalir gli alberghi,
con le rapine a caricare i terghi.

28E discorrendo in questa parte e quella
presso le mura d’Ardea arriva al fine,
dov’al furor de la civil procella
eletto avea Camillo il suo confine.
Sbigottisce la plebe a la novella
e paventa gl’incendi e le ruine,
onde sentito ha già che vinta e doma
dal re de’ Galli è la città di Roma.

Camillo organizza una sortita notturna e sbaraglia il drappello dei Galli (29-44)

29Corre però da’ cittadin più saggi
nel caso instante a dimandar consiglio,
ma questi anch’essi han de la mente i raggi
confusi al suon di così gran periglio.
Freme Camillo a rimembrar gli oltraggi
onde porta Brinon superbo il ciglio,
e vago d’impugnar la spada ultrice
così propon fra gli ardeati e dice:

30«Che tema, o cittadin, vi turba e move,
quando più saldo aver dovreste il petto?
Contro i Roman, se nol sapete, ha Giove
lo stuol de’ Galli a castigargli eletto;
essi con furie inusitate e nove
fur quei che trasgredìr nel suo cospetto
quando color che per messaggi andaro
contro il celtico re le destre armaro.

31Voi de la colpa lor non foste a parte,
et io, benché roman, ne fui lontano,
onde la rabbia et il furor di Marte
ne sbigottisce e ne spaventa in vano.
Congreghiam pur le nostre genti sparte
e prendiam l’arme arditamente in mano,
che mentre i petti abbiam sinceri e giusti
avrem le braccia e i colpi ancor robusti.

32La gente che temiamo assai maggiori
spiega le membra e leva in ciel le teste,
che non ha saldi i petti o fermi i cori
per contrastar de l’armi a le tempeste.
Il vino e ’l sonno estingue i suoi furori
e stende i corpi in quelle parti e queste:
usciam pur là dov’ella scorre e guasta,
e vedrem se preval la tazza a l’asta».

33Riprendon gli Ardeati a le parole
de l’inclito guerrier coraggio e lena,
e di far ciò che stabilisce e vuole
consenton tutti a viva voce e piena.
«Voglio (dic’ei) ch’al tramontar del sole
quando men chiara è l’aria e men serena
la gente più robusta e più sicura
si stringa nel confin di queste mura,

34e che quando da me fia dato il segno,
mi segua a mostrar fronte a quel nemico
che con vergogna e vituperio indegno
ha turbato d’Italia il lume antico.
Questa destra, credete, e quest’ingegno
scenderan con l’opra a quel che dico,
e s’egli interverrà ch’io sogni ed erri
offrirò queste vene a i vostri ferri».

35Così dicendo ad esseguir s’accinge
quel che gli ha posto il suo coraggio in mente,
e chiama ed arma e persuade e stringe
un valoroso stuol d’eletta gente;
e quando già del velo il sol si cinge
ch’asconde la sua chioma in Occidente,
move con esso, e gira e scende e poggia.
e giunge là dove ’l nemico alloggia.

36Quivi non è guerrier che vegghi o guardi
che non sian tese insidie a gli steccati,
ma son fitte nel suol le lance e i dardi
e stravolti su l’erbe i disarmati.
Caggion le ciglia all’oscurar de’ guardi,
spuman le bocche al raddoppiar de’ fiati,
e ’l cibo che soverchia e ’l vin ch’offende
atterra i corpi in varie guise e stende.

37«Di gente addormentata dunque abbiamo»
dice Camillo «a tagliar vene e petti?
Et io, che pur Romano ancor mi chiamo,
troncherò membra in su le coltri e i letti?
Ah non sia ver; le voci e i gridi alziamo,
perché ’l nemico i nostri colpi aspetti,
e si ripari il Gallo e si difenda
perché più chiaro il valor nostro intenda».

38Levan le trombe a questa voce il suono
che i ferri al sangue et a le piaghe invita,
ma come rompe insieme il lampo e ’l tuono
fischian le spade ov’han la tromba udita.
Resta Camillo e dà la vita in dono
a la turba che trova ancor sopita,
ma tra color che vede in piè risorti
pavimenta il terren di stragi e morti.

39La sua gente però chi giace e dorme
con repentin furor percote e taglia,
e contra le sue leggi e le sue norme
di sangue ha sete e non di piastra o maglia,
né guarda il battaglier l’usate forme
ma confonde il macel con la battaglia,
e pur che rompa i petti e sparga il sangue
sostien di soverchiar chi dorme e langue.

40Novo spettacol fu, stracciate e tronche
compaion sul terren membra infinite,
e recise le braccia e le man monche
e son mozze le teste e son partite.
Empion di caldo sangue orride conche
le piaghe d’ogni parte e le ferite,
e i gridi di chi taglia e di chi more
batton la terra e ’l ciel con vario orrore.

41Altri senza saper da chi né come
passa dal breve sonno al sempiterno,
ed altri al por de l’elmo in su le chiome
si sente profondar nel lago averno.
Molti riprende il capitan per nome
e chiama e danna i dèi del ciel superno,
ma vien Camillo e d’una punta il tocca
che ’l fa morir con la bestemmia in bocca.

42Colui che gli occhi aprì, vibrar davanti
si vide l’asta assai più tosto e ’l telo
ch’a discoprir le region stellanti
potesse sollevar la fronte in cielo,
e chi con le parole e co i sembianti
vincer tentò de la paura il gelo,
di sprovveduto sangue asperso e tinto,
cadde trafitto in su la polve e vinto.

43Le teste aprian l’orror de le cervella,
le bocche scaturian di sangue e vino,
le piaghe scoprian l’ossa e le coltella
spargean di varia strage il suol latino;
né surse prima in ciel l’ardente stella
ch’annunzia col suo raggio il sol vicino
che la rapace turba e vinolenta
non fosse tutta sterminata e spenta.

44E se pur d’essa in fuga alcun si mise
diè ne le torme appresso e ne’ cavalli,
ch’in varie parti il capitan divise
per troncar tutti a la salute i calli.
Quindi rimaser poi le vie precise
da levar le prede al regnator de’ Galli,
e fe’ Camillo al comparir del giorno
con la sua gente a la città ritorno.

Brenno tenta tramite messi di raggiungere un accordo con Camillo: gli offre la corona di Roma in cambio di una tregua; al contempo giunge un’ambasciata dei Romani che gli offre il comando dell’esercito (45-63)

45Ma l’orgoglioso re, che presa ed arsa
con sì veloce man già Roma avea,
e la cenere sua divisa e sparsa
con sì felice piede allor premea,
non così tosto inanzi a lui comparsa
sentì de’ suoi la strage acerba e rea
che contro a l’armi sue trovar contrasto
gl’incominciò scemar la furia e ’l fasto.

46E ’l valor di Camillo e l’opre intese,
onde per la sua patria in campo uscendo
avea recate a fin sì grandi imprese
che ’l suo nome e ’l suo grido era stupendo,
e i contrasti d’Italia e le difese
contro i barbari gioghi al fin temendo
pensò con modo inusitato e strano
trionfar de i Roman per un Romano.

47Chiama però fra i suoi baron più saggi
un che la lingua avea spedita e sciolta,
e che sapea domar con quegli oltraggi
ond’ella i cor sossopra aggira e volta.
De le genti straniere e de’ linguaggi
tenea costui varia scienza e molta,
il suo nome era Gondro e i suoi maggiori
portàr sovente in Gallia i primi onori.

48Gli scopre il re ciò c’ha pensato e ’l manda
perché Camillo a disarmarsi inviti,
ed ei senza curar cibo o bevanda
move repente ad Ardea i piè spediti,
per essequir quel che Brinon comanda;
le voci ha pronte ed ha gli spirti arditi,
giunge a le mura e quivi al tempo istesso
ritrova il giunto ancora un altro messo.

49Cedizio era costui, ch’a la sconfitta
onde cadde il roman del Tebro in riva
de’ rimasi guerrier la squadra afflitta
salva condusse in fra i Veienti e viva.
Quivi, s’alto dolor l’alma trafitta,
de le barbare spade i fischi udiva,
e senza più poter contr’essi armarsi
sentia le fiamme a Roma in cielo alzarsi.

50Ma come la novella a lui pervenne
di quel che contro i Galli osò Camillo,
ardito anch’egli a contrastar divenne
e dispiegar contr’essi il suo vessillo.
«Di ciò (diss’egli a’ suoi) che n’intervenne
sul fiume, onde di sdegno ardo e sfavillo,
venuto è ’l dì, se ’l mio pensier non sogna,
che ci possiam sottrar da la vergogna.

51Camillo, il più gran duce e ’l più sovrano
che da che Roma nacque in campo uscisse,
ha preso l’arme arditamente in mano
e stringe chi ne strinse e ne sconfisse.
A noi mancava solo un capitano
che le speranze nostre invigorisse,
il cielo, ecco, nel mostra: andiam repente
et armiam noi di guida e lui di gente».

52Piacque l’invito a gli altri e la proposta,
ma mover campo e dispiegar bandiera
non parve a lor però se prima esposta
la mente loro al capitan non era.
Temean che male in esso ancor disposta
fosse contro i Roman la mente altera,
che dispettose voci in lui vibrando
l’avean cacciato ingratamente in bando.

53Voller però che disarmato e solo
Cedizio in Ardea a supplicarlo andasse,
e de l’essilio suo vergogna e duolo
ne la romana plebe a lui mostrasse,
e che d’armargli un valoroso stuolo
sopra la fede sua l’assicurasse,
ond’ei con nova e fortunata guerra
mettesse Italia in cielo e Gallia in terra.

54Cedizio adunque fu quel ch’era giunto
ad Ardea allor che Gondro ancor vi giunse,
onde salendo in un medesmo punto
l’un de l’altro messaggio il piè raggiunse.
Trovàr quel grande in nobil trono assunto
cui Roma afflisse indegnamente e punse,
fra cittadin togati e fra guerrieri
parlando, essercitar sovrani imperi.

55Saluta il messo gallo e si palesa,
riverisce il Romano e non fa motto,
sta con la mente il circostante attesa
chi l’un o e l’altro quivi abbia condotto.
Freme Camillo, a cui la propria offesa
non ha l’amor sì torto e sì corrotto
che nel veder chi la sua patria offende
non senta il duol ch’a la vendetta accende.

56Si tempra nondimeno et al messaggio
del barbaro signor che dica impone,
ed ei comincia: «O Furio, il tuo coraggio
t’ha fatto amico al mio signor Brinone.
Non prese egli in Italia il gran viaggio
perché ’l pungesse ingiurioso sprone,
ma perché nel terren ch’a gli altri avanza
cercasse al popol suo rifugio e stanza.

57Né contra a Roma armò la fiamma e ’l foco
perch’invido velen gli aprisse il petto,
ma per punir color ch’a farsi gioco
di lui punirgli i Fabi avean disdetto.
E perché la vendetta in parte loco
ha dato a l’ira ond’ei fu punto e stretto,
e perché l’ira in lui tu non movesti
vuol che se resta Roma a te sol resti.

58Ma chiede a te però che del Senato
che fu sì pronto a fargli ingiuria e torto,
l’arbitrio pienamente a lui sia dato
o vivo il voglia od abbattuto e morto.
Pensa, Camillo, al fin come trattato
fosti ancor tu dal fiero editto e torto,
e per vendetta del tuo essilio indegno
prendi dal nostro re di Roma il regno».

59Non po tenersi il messaggier romano
che non prorompa ratto e non risponda:
«Il nome regio a Roma è troppo strano,
è strano in lei chi ’l brama e chi ’l seconda.
Oppon, Camillo, il tuo valor sovrano
perché costui si parta e si confonda,
e contro il regno ond’ei si stringe e serra,
stringi la spada e ’l re de’ Galli atterra.

60La squadra che raccolta entro le mura
del Veiente vicin si salva e scampa
sotto la tua condotta oltre misura
di liberar la patria arde et avampa.
Sa che la legge in te de la natura
la libertà sì salda imprime e stampa,
che per altro desir che punga e ferva
tu non puoi veder Roma oppressa e serva.

61Ella mi manda a te perch’io ti chiami
contro il barbaro re campione e guida,
e perché rompa Italia i suoi legami
col fil de la tua spada ardente e fida.
Consenti, o generoso, e se tu brami
levar quel suon che sparge i nomi e grida,
la man c’hai già per altra gente armata
non disarmar per la tua patria ingrata».

62Così parlando e l’uno e l’altro messo
drizzan l’orecchio a la risposta attento,
e l’uno e l’altro in quella guisa espresso
manifestan co i guardi il mal talento
che fan due cani a la vivanda appresso
che sta per dispensar lo scalco intento,
mentre dubbiando a chi di lor ne tocchi
si saettan fra lor col ceffo e gli occhi.

63E ’l barbaro ripiglia: «Or che corona
avrà per te, Camillo, ancorché renda
con gl’impeti di Marte e di Bellona
la tua gente che trema al fin tremenda?».
«Sarà (dice ’l Roman) sì gran persona
che chi si cinge il crin di regia benda
sotto ’l valor de la sua man suprema
abbasserà lo scettro e ’l diadema».

Camillo accetta la proposta romana, ma pretende di essere investito dal Senato del ruolo di imperator (64-71)

64Ma ’l buon Camillo, a cui del re straniero
non avea tocca l’alma il dolce invito,
e ch’oltre a quel ch’arrivi uman pensiero
del vivo amor di Roma era ferito,
«Proposto a noi,» risponde «o messaggiero,
in nome del tuo duca hai gran partito,
ma son troppo fra sé diverse e strane
le barbare corone e le romane.

65Corona di chi nasce in grembo a Roma
è lo scacciar da lei corone e scettri,
e giudicar de l’alma indegna soma
le vesti regie e i preziosi elettri.
Con questi diademi ornar la chioma
sogliam sovente, e dar materia a i plettri,
e numeriam color fra i re più degni
che fan più guerra a le corone e i regni.

66Così vo’ che tu dica a chi ti manda
che contro a lui son d’esseguir disposto,
e che se Roma mia talor trasanda
non mi fa men Roman né men composto.
Le teste del Senato, ond’ei dimanda
che sia l’arbitrio a la sua furia esposto,
risponder gli potrai che guarderemo
per fulminar di lui l’editto estremo».

67Così l’uno accommiata, e la richiesta
de l’altro ambasciador Camillo intende:
«La mia spada sarà veloce e presta
per contrastar chi la mia patria offende,
né la tua voce a la pietà mi desta,
che sol per se medesma il cor m’accende.
Farò non quel che debbo a chi m’offese
ma quel che son tenuto al mio paese.

68Ver è ch’imperador non vo’ chiamarmi,
d’essercito roman se dal Senato
non sento prima imperador crearmi
che scenda con le squadre in campo armato.
Non dan le leggi nostre arbitrio d’armi
a chi non è per esse a lor chiamato:
dispongan prima i Padri et i Quiriti
che noi secondaremo i vostri inviti».

69«Le leggi, o Furio (il messaggier ripiglia)
aver poteano a Roma imperio e loco
quando chi regge in essa e chi consiglia
non si mirava intorno il ferro e ’l foco;
ma sian pur ferme ognor: gran meraviglia
sarebbe a me quel ch’a te sembra un gioco,
ch’ove sì stretto il Campidoglio è cinto
potesse un messo a i Padri esser sospinto».

70«Fin che son vivi i Padri e ferme e vive
le leggi son (Camillo dice) ognora,
né mancherà chi ’n Campidoglio arrive
se resta in noi romano spirto ancora.
Stringi le sparse genti e fuggitive,
né ti turbi l’indugio o la dimora,
ché la fame ch’affligge i Galli in tanto
ne darà poi di lor più certo il vanto».

71Ubidisce Cedizio e fa ritorno
dove lasciò bramando i suoi guerrieri,
e sparge voci e manda messi intorno
e stringe duci e fanti e cavalieri;
pensa la notte e non riposa il giorno
fin che non vede il fin de’ suoi pensieri,
e cinge spade e porge lance e dardi,
e raccomanda insegne e dà stendardi.

Canto IV

ultimo agg. 25 Febbraio 2015 12:50

ARGOMENTO
Manda Satan chi di Camillo affreni
l’ardor, perché non porti a Roma aita,
e la fame e la peste i suoi veleni
contro i Romani e contro i Galli incita.
Due fratelli, de l’odio ingombri e pieni,
ch’ad aprir piaghe e sparger sangue invita,
in vece di ferir chi stabiliro
l’un a l’altro le vene e i petti apriro.

Satana convoca un concilio per impedire i piani dei Romani (1-6)

1Era il cerchio di Roma amato e caro
al superno Rettor che ’l Ciel governa,
sì come dove eletto avea riparo
per la sua fé con providenza eterna;
era però lo stesso cerchio amaro
al capitan de la milizia inferna,
perch’adorar con più verace zelo
temea doversi in esso il dio del Cielo.

2Onde, sentendo il gran Camillo armarsi
per sottrar Roma a le ruine estreme,
raccoglie i suoi ministri erranti e sparsi
per contrastar quel che paventa e teme.
Vengon costor co i volti accesi ed arsi
e col dente che morde e ’l cor che freme,
leva la coda e scote oltre la nuca
e scioglie l’ali a la parola il duca:

3«Una volta tentai seder nel soglio
di quel ch’onnipotente il mondo appella,
ma ’l suo perverso e dispettoso orgoglio
contrastò la mia brama ardente e bella.
Or tenta riparar che ’l Campidoglio
non trabocchi de’ Galli a la procella,
ma se gl’ingegni in voi saran vivaci
non sarà rocca mai de’ suoi seguaci.

4Voli però tra voi chi pronta ha l’arte
di distornar consigli e cangiar voglie,
e torca il piè di Furio in altra parte
che per soccorrer Roma omai si scioglie.
Porti Brinon de la città di Marte
l’estreme inanzi e le supreme spoglie,
che mover squadra o dispiegar vessillo
possa per guarentirla il gran Camillo».

5Così comanda, e Torvellin, che torte
a poggia ed orza avea già molte vele,
«Se vuoi (dice), o Satan, che tocchi in sorte
l’onor di quest’impresa al tuo fedele,
de l’oste di Camillo a la consorte
porrò sì dolce in su le labbra il mele
che l’alma del roman convinta e doma
si scorderà per lei se stessa e Roma».

6«Tocchi (Satan risponde) a te lontano
Furio tener da la città perduta
fin ch’abbia Brenno il Campidoglio in mano
e vegga tutta Roma in lui caduta.
Ma scorra ciascun altro il monte e ’l piano
e dove trattar arme intende e fiuta
e con gli urli e co i mostri e co i portenti
de le squadre romane il corso allenti».

Il demone Torvellin aumenta la passione di Fulvia per Camillo (7-24)

7Ciò dice, e Torvellin del carco imposto
gongola tutto, e fischia e ringhia e salta,
e senza indugio ad esseguir disposto
da le stigie caverne il volo essalta;
né dietro ad esso a secondar men tosto
è l’altro stuol, che spaventando assalta,
e per accender fiamma e spegner foco
stan tutti attenti a coglier tempo e loco.

8Avea Camillo in Ardea un oste antico
che ne le case sue l’accolse allora
che con rigido sdegno e con nemico
chi men dovea di Roma il cacciò fuora;
questi, come padrone e com’amico
l’invitò prima e ’l tenne poscia ognora;
Sergio avea nome e per antica gente
e per moderne lodi era lucente.

9È ver però che tra le faci e i lumi
che ’l facean più d’ogn’altro illustre e chiaro,
de la giovane Fulvia i bei costumi
eran nome per lui famoso e raro.
Questa, de l’oro in fra le vene e i fiumi,
che le stelle benigne a lui donaro,
donàrgli ancor, perché con degni eredi
la sua stirpe gentil tenesse in piedi.

10Ella, per far de i cor soave acquisto
scopria sì bianco il volto e sì vermiglio
ch’inanzi a lei perduto avrebbe il misto
onde si stringe in un la rosa e ’l giglio,
d’amorose dolcezze avea provisto
per tirar l’alme a la sua rete il ciglio,
e di candide perle e di cinabri
per pascer gli occhi avea guerniti i labri.

11Ma troppo più che con le perle e gli ostri
feria la bocca sua con l’eloquenza,
che se fosse comparsa ancor su i rostri
di Roma avria passata ogni eccellenza;
né distendea men valorosi inchiostri
per prender l’alme ancor con violenza,
né percotea men vigorosa cetra
per ritornar di carne i cor di pietra.

12Ma quel ch’eccelso a maraviglia e grande
rendea fra tante doti a Fulvia il core
era che, per l’eccelse imprese e venerande
virtù, del buon Camillo ardea d’amore
E pascer sì grand’uom le sue vivande
e i tetti suoi coprir sì gran signore,
più che i lumi del volto o de l’ingegno
tenea de’ suoi tesor gran lume e degno.

13Né pace avea giamai se nol vedea,
né potea riposar se non l’udiva,
e s’altro che ’l suo nome in mente avea
com’a suo proprio oggetto a lui fuggiva.
Languia senza saper ciò che voleva,
volea senza cercar perché languiva,
vedeva, udia, pensava a suo talento
e non avea mai tutto il cor contento.

14Erano i suoi desir pudici e casti,
né contro a quel ch’a nobil cor disdice
avea bisogno armarsi a gran contrasti
per conservarsi monda e vincitrice.
Ma i suoi piacer però turbati e guasti
e la sua sorte iniqua ed infelice
a lei pareva, allor che l’era tolto
d’udir Camillo e di mirarlo in volto.

15Onde quando sentì ch’avea fermato
di dar soccorso a la sua patria afflitta,
sentì di nova tema il cor gelato,
e di pungente duol l’alma trafitta.
Ahi come meglio, Fulvia, avresti amato
se la virtù di Furio in te descritta
tenuto in lei t’avesse il cor sì fiso
ch’avessi men di lui bramato il viso!

16Non po soffrir la tempestosa amante
ch’a la partenza il suo signor s’appreste,
e che di stargli ovunque vada avante
non possa ritrovar cagioni oneste.
Sa che susciterà col suo sembiante
ne l’avversario stuol sì gran tempeste
che volterà Brinon repente il tergo
ed ei cangerà d’Ardea a Roma albergo.

17Fomenta Torvellin, ch’intorno ad essa
raggirando andava, il suo sospetto,
e bocca a bocca immantenente appressa
e le diffonde il suo velen nel petto,
e fa ch’ella rivolge in fra se stessa
come vivrà senza l’amato aspetto,
e le stampa nel cor profondo e fiso
che non vedrà mai più Camillo in viso.

18Questo pensier di sì pungente dardo
penetra l’alma a l’infelice e passa
che dov’entrar non po straniero sguardo
cader sul pavimento al fin si lassa;
e con lo spirto or frettoloso or tardo
e con la voce or vigorosa or bassa
del fiero amor che la riscalda e gela
così seco si sfoga e si querela:

19- Misera, che tumulto è quel ch’io sento
quando men l’aspettava il cor turbarmi?
E che martirio, lassa, e che tormento,
Amor, vegg’io che tu cominci a darmi?
Dov’è de la mia Musa il bel concento,
dove fuggita è l’eloquenza e i carmi?
Ah ch’io non posso più quel che potei
perché mi lascia il sol de gli occhi miei.

20Camillo è ’l sol che luminosa e chiara
mi facea l’alma sì co i raggi suoi,
che tra la gente era gradita e cara
e gloriosa fra i più degni eroi.
Ma tu, Camillo, ancor di pioggia amara
mentre t’accingi a dipartir da noi
rompi da gli occhi miei sì viva fonte
che non è lume in me che non tramonte.

21Che farò senza te che legge e norma
mi davi a l’opre avventurose e belle?
Che dirò senza te ch’essempio e forma
m’eri per sollevarmi in fra le stelle?
De le femine vili entro la torma
m’asconderò co i lumi e le facelle,
che non mi sarei mai veduta intorno
se la tua luce a me non facea giorno.

22Luce de gli occhi miei, chi mi contrasta
che dov’andar ti veggo anch’io non vada,
e non maneggi anch’io lo scudo e l’asta
e non mi cinga anch’io di ferro e spada?
Son donna, è ver, ma son pudica e casta,
ma non ho cor che sbigottisca e cada,
ma sento sì costanti i miei pensieri
che comparir non temo in fra i guerrieri -.

23Ciò detto tace, e loda insieme e danna
e si sommerge in un pensier profondo;
ma poi ripiglia e se medesma inganna
e fa più seren volto e più giocondo:
– Perché la mente mia tanto s’affanna?
perché di sì gran pianto il petto inondo?
Ancorché sia Camillo in sul partire
nol posso a la partenza intepidire?

24Sì, posso e sì, farò, se non mia manca
de la facondia mia l’usata vena,
che bench’afflitta a sì gran colpo e stanca
ha di parlar nova materia e piena.
E la mia faccia impallidita e bianca
e la mia grave intolerabil pena
quantunque avesse ancor di marmo il core
faran di me pietoso il mio signore -.

Fulvia invita Camillo a convito con lo scopo di sedurlo (25-32)

25Non era Sergio in Ardea allor che fece
la bella donna sua questo pensiero,
ond’ella quasi del marito in vece
così ragiona un dì col suo straniero:
«Tu te ne vai, Camillo, e non mi lece
dar nel tuo dipartir l’ufficio intero,
ch’io so ch’esseguirebbe il mio consorte
se di trovarsi in Ardea avesse sorte.

26Per quel che Sergio dunque avria supplito,
tu questo almen da me benigno accetta,
ch’io ti possa onorar con un convito
prima che con le squadre in via ti metta.
In solitario loco ed in romito
ho per condurti una magione eletta,
che benché tu con noi sia stato ognora
io so però che non vedesti ancora.

27Là, quando tempo fia, chi ti conduca
manderò, se nol vieti, e se ’l consenti
farai che quell’albergo ancor riluca
de lo splendor che spargi e che presenti.
Et io mi pregierò che ’l più gran duca,
ché fosse mai tra le romane genti
per tutte le mie case umili e basse
girar tal volta il piè non disdegnasse».

28Rende Camillo a la cortese offerta
quanto più po corsi grazie e grandi,
e dice: «O donna, il mio valor non merta
cotesti onor, ch’in me tu spargi e spandi,
ma generosa è ben la tua proferta
mentre donando a me par che dimandi.
Et io riputerò per gloria immensa
il seder teco ovunqu’imponghi a mensa».

29Così Furio da Fulvia allor si parte,
ma così franco già non si mantiene
che, benché bolla in lui l’ardor di Marte,
non senta un altro foco entro le vene.
De l’amorosa donna a parte a parte
notate avea già l’armi e le catene,
ma con gli schermi e le ragioni ardite
l’avea costantemente ognor fuggite.

30Mentre però chiamar da solo a sola
si sente in chiuso e solitario albergo,
teme che ’l suo bel volto e la parola
non rompa a la ragion qualunque usbergo.
Ode ’l rigor de la pudica scola
che dar gl’insegna al gran periglio il tergo,
ma non sa con che volto e con che piede
fuggir l’invito ove la donna il chiede.

31- Andrò (dic’ei fra se medesmo al fine)
dov’ella d’invitarmi ha già disposto,
e i lacci mirerò del suo bel crine
e mi vedrò de gli occhi il dardo opposto;
ma de la patria mia l’alte ruine
terranno in esse il mio pensier riposto,
e contr’ogni desir fallace e vano
mostrerò che son franco e son Romano -.

32Così conchiude, e come e quando armarsi
contro il barbaro re divisa in tanto,
e de i tetti di Roma accesi ed arsi
rinfresca la memoria ognor col pianto.
Brama la destra e l’asta insanguinarsi
più che non fece Achille in riva al Xanto,
e fin che non si vede i Galli intorno
geme la notte e si lamenta il giorno.

I Romani sono alle prese con la peste: domina l’individualismo nel campo (33-43)

33Ma ’l fervido Brinon, che dal suo messo
la risposta di Furio intesa avea,
e fuor de la sua speme udito espresso
che vestir l’arme incontro a lui volea,
con gli occhi in terra e col pensiero oppresso
da troppo più timor che non solea
veder comincia incontro a’ suoi desiri
voltarsi al fin de la fortuna i giri.

34E ’l capitan che contro a lui s’accinge
gli percote la mente e gli commove,
e la fame che già l’assedia e stringe
frena de l’oste sua l’audaci prove.
Ma la peste crudel ch’intorno il cinge
fa che desia di ritrovarsi altrove,
e fra sì gravi angustie e gran perigli
non sa quel che si faccia o si consigli.

35Fra i corpi morti e fra le membra incise
eran le tende sue confuse e sparse,
e su i carboni e su la polve assise
de le pareti incenerite ed arse,
onde ’l vapor che quindi in ciel si mise
di sì fiero velen l’aria cosparse,
ch’oppresso il cor da pestilente salma
la gente avea l’aura, e rendea l’alma.

36E ’l sito ove giacean, palustre e basso,
e la stagion più calda e più fervente,
non ricreava il corpo afflitto e lasso,
né dava refrigerio al cor languente.
Quindi cadean le turbe a ciascun passo,
né virtù per levarle era possente,
ed era in men che da l’Occaso a l’Orto
il corpo che cadea caduto e morto.

37Di chi languia ne l’oste e chi moriva
s’ebbe pietà da gli altri in prima e cura,
ma la pietà divenne allor men viva
che passò la miseria ogni misura;
né più gl’infermi corpi alcun serviva,
né dava a i morti alcun più sepoltura,
e senza accompagnar querele o pianti
ciascun sentia languir gli agonizzanti.

38Colui che più vivace e colorito
comparve poco inanzi in campo armato,
col viso orribilmente impallidito
cader tantosto in terra era mirato,
e quei che più veloce e più spedito
fuggì dond’altri in terra era cascato,
sentendo poco dopo anch’ei languirsi
come fuggito avea vedea fuggirsi.

39D’inestinguibil fiamma e furiosa
ardean le vene a questa gente e quella,
e putrida materia e velenosa
s’ergea su l’anguinaie e le ditella.
Il capo avea la doglia impetuosa,
la lingua venia meno a la favella,
il volto ardea di formidabil foco,
la mente abbandonava il proprio loco.

40Ma non fu l’aria già cotanto infetta
che non restasse ancor riparo e schermo,
onde chi guardia usò sagace e stretta
de la febbre mortal non cadde infermo.
Quindi ciascun che speme avea concetta
di trionfar di lei, costante e fermo,
per non provar de la sua fiamma il morso,
negava a i propri amici ancor soccorso.

41Amico era di Gondro un cavaliero
che conducea fra i Galli eletto stuolo,
ma steso non per tanto in sul sentiero
soffrì lasciarlo abbandonato e solo;
«Pietà» chiedea l’infermo, e ’l condottiero
chiudea le nari e trapassava a volo.
«Amico i’ t’era pur» colui seguia,
e questi: «Amica è più la vita mia».

42Levava l’uno in ciel le voci estreme,
e l’altro, a i gridi suoi non dando orecchio,
e del sepolcro e le l’essequie estreme
negogli ancor la pompa e l’apparecchio.
O de la stolta e de l’errante speme
de’ miseri mortali essempio e specchio!
Vive de l’amicizia il nome antico
ma raro è quel che sia verace amico.

43Rigida fu la sferza e furibonda
che de’ Galli feria le teste altere
e, come su la messe aurata e bionda
la falce suol, rompea le squadre intere.
L’angoscia de le turbe era profonda,
i voti numerosi e le preghiere,
e quel che non facean per altro zelo
la tema rivolgea le fronti in cielo.

I Romani sono attanagliati dalla fame: nonostante questo si sacrificano l’uno per la salute dell’altro (44-57,4)

44Ma se dal fiero dardo e pestilente
le barbare falangi eran percosse,
dal difetto del cibo atrocemente
le romane reliquie eran commosse;
e le squallide membra e macilente
e l’alme afflitte oltre misura e scosse
facean che de la fame e del digiuno
più che del ferro omai temea ciascuno.

45Con rigida misura e giusto peso
la vivanda egualmente era divisa,
né dignità guardata o nome atteso,
né data mai più colma o più recisa.
Né nobil fu che si tenesse offeso
per gir col volgo in una stessa guisa,
né fu plebeo che ne la fame atroce
levasse mai sediziosa voce.

46Fu ben Regillo, a cui spuntava a pena
da la splendida guancia i primi fiori,
che del suo genitor l’estrema pena
sofferse medicar con novi amori.
Tolta la fame al padre avea la lena
ed era presso l’alma a venir fuori,
quando con generoso alto consiglio
si fece incontro a rattenerla il figlio.

47Il figlio, che di fame anch’ei moriva,
e ch’avea sol per sostentarsi un pane,
al padre, che già tutto impallidiva,
l’offrì, con voci inusitate e strane:
«Prendi (gli disse), o padre, e mantien viva
la tua virtù per le ragion romane,
né guardar se m’uccido o se m’offendo
mentre che vita a te per vita rendo».

48Solleva gli occhi al suo figliuolo in viso
l’abbandonato padre e moribondo,
e poiché l’ha mirato intento e fiso
prorompe a dir con un sospir profondo:
«Perché da la mia man tu fossi ucciso
io non ti presentai, Regillo, al mondo;
guarda la vita, o se di darla intendi
sol per la patria tua la dona e spendi».

49«La patria (dice il figlio) ha te per padre,
e senza il nome tuo riman pupilla».
«La patria (il genitor risponde) è madre
che più del tuo che del mi’ amor sfavilla».
«Chi moverà (l’un dice) a noi le squadre
perché ritorni Roma ancor tranquilla?».
«Chi vibrerà (risponde l’altro) i dardi
perch’abbatta la Gallia i suoi stendardi?».

50Quindi l’un porge il pane, e piange e prega,
e l’altro il risospinge et il rifiuta.
Il figlio di mangiar ricusa e nega,
il padre non si move e non si muta.
Ma l’alma omai de l’un si scioglie e slega
e la lingua de l’altro è fredda e muta,
e la fame che stringe e ’l duol che preme
uccide il padre et il figliuolo insieme.

51Stordiscon gli altri al miserabil caso
e sceman le speranze e gli ardimenti,
ma ’l Tribun ch’a guidarli era rimaso
scioglie le voci e le parole ardenti:
«Costor, se nol sentite, han persuaso
a chi più ne la gloria ha gli occhi intenti
ch’esser non po giamai tormento o morte
per cui vacilli un uom costante e forte.

52La fame a lor la carità non tolse
che deve il figlio al padre e ’l padre al figlio,
ma morir prima e l’uno e l’altro volse
che cangiar mente o variar consiglio.
Quella virtù però ch’in lor s’accolse
in noi si stringa a così gran periglio,
e più che ’l ferro o che ’l nemico orgoglio
vinca la fame i Padri e ’l Campidoglio».

53Così dic’egli, e ripigliando aggiunge
che più la peste assai percote i Galli
che la fame i Roman non preme e punge,
e pien di morta gente addita i calli,
e, quasi antivedendo, al fin soggiunge
che saran brevi i giorni e gl’intervalli,
onde, quantunque omai caduta e morta,
vedran le genti Roma in piè risorta.

54Rinforzan queste voci i petti infermi
de’ miseri Romani, e tutti a prova
prometton contro i Galli offese e schermi
e mostra in volto ognun costanza nova.
Ma benché tutti saldi e tutti fermi
di vincer resistendo al fin si prova,
la fame che si stende e che s’avanza
ribatte in lor la forza e la baldanza.

55Il volto sembra in essi incenerito,
le membra son cadenti e macerate,
il ciglio è fieramente inorridito,
le braccia in nova guisa abbandonate;
il cibo per nodrirgli è sminuito,
la brame di mangiar son raddoppiate,
il dente corre a le lambrusche acerbe,
li morso vola a le radici e l’erbe.

56Sta non per tanto in piè la nobil rocca,
che per Roma facea la forza estrema,
e se ben morto in essa alcun trabocca,
l’ardir però ne gli altri e ’l cor non scema.
L’arcier languisce e mette in su la cocca
lo stral donde ’l nemico agghiacci e tema;
toglie la fame omai l’aspetto umano
e tutti han l’arme indosso e l’aste in mano.

57O che non po ne’ generosi petti
l’amor ch’a sostentar la patria accende!
Ma che non move ancor la voce e i detti
di chi ne le miserie il cor non rende!
Brenno rincuora e suoi e tenta un assalto, che viene respinto(57,5-66)
Non teme il re de’ Galli a i fieri aspetti
onde le squadre sue la peste offende,
ma gira fra le stragi e fra le morti,
ma doppia ’l suon de’ preghi e de’ conforti.

58«La peste cesserà (dic’egli) al fine,
e rimarrà di noi la maggior parte;
mirate pur se con le sue rapine
le nostre forze ha dissipate e sparte.
A le prede lontane e le vicine
la nostra gente, gente ognor comparte,
e per un che fra noi la peste atterri
compaion cento man con cento ferri.

59Noi ritroviam di cibo e di vivanda
qualche soccorso in qualche parte almeno,
et al nemico, ove si sparge e spanda,
per ricercarne ogni sentier vien meno.
Quindi lo stende orribil fame e manda
senza che ’l percotiamo in sul terreno,
et un che cada in essi o che vacille
è più ch’in noi non sarian cento o mille».

60Così Brinon de la sua gente afflitta
conforta le miserie e ’l mal solleva,
e le percosse e i morsi ond’è trafitta
quanto più po dal cor le toglie e leva.
E così l’una e l’altra gente invitta
cade in un tempo stesso e si rileva,
né langue l’una a la fatica impresa
né s’abbandona l’altra a la difesa.

61Anzi s’avanza il Gallo un dì cotanto
che ’l Campidoglio orribilmente assalta,
e con veloce e temerario vanto
su la scoscesa pietra ardisce e salta;
e tanto stringe e s’affatica tanto
che quasi il capo in su le mura essalta,
e già si ferma in su le piante ardite
e già la spada impugna a le ferite.

62Corron tantosto e mostran faccia a faccia
co i ferri e l’aste i difensor romani,
ma posson poco a i colpi alzar le braccia
e senza forza i lor desir son vani.
lo sdegno accende il cor, la fame agghiaccia
le membra, e trema il ferro infra le mani,
e par che poco sforzo e breve guerra
bisogni omai per traboccarli in terra.

63Ma caso avien che forse a creder duro
sarà, bench’apparisse espresso e chiaro:
i barbari ch’avean salito il muro
la peste infetti avea di tosco amaro,
ma com’a suon di tromba o di tamburo
al primo ardor febbril si concitaro,
e la furia che gli arse e gli distorse
portogli ancor sul Campidoglio e scorse.

64Quando però su le sue mura apparsi
pensan rotar le braccia e le coltella,
cessa la rabbia, e vacillanti e scarsi
muovono i passi a l’alta impresa e bella,
e ’l viso in lor comincia a tramutarsi,
e venir men la voce e la favella,
e i membri a diventar pesanti e tardi
e gli occhi ad ammorzar faville e guardi.

65Stupiscono i Roman, ch’avean creduto
vedergli incontro a lor feroci e forti,
et a la guancia et al color perduto
gli trovan quasi abbandonati e morti.
E tace il Gallo ed il Romano è muto,
e l’uno e l’altro ha le medesme sorti,
e la peste e la fame a due nemici
lega le mani a le percosse ultrici.

66Stringe la peste al fin più che la fame,
e i Galli, che la rupe avean salita,
pagan l’ardenti e le pungenti brame
col prezzo de lo spirto e de la vita.
Teme Brinon che contro il suo reame
senta la peste oltre misura ardita,
ma tien però rinchiuso il suo timore
e mostra, quanto po, costanza e core.

Il romano Spurio offre la testa di Camillo in cambio del trono di Roma: Brenno accetta (67-75)

67Il cor però, che finge, e la costanza
ritorna nel suo petto ancor verace,
mentre risorge in esso una speranza
ch’al suo desir si piega e si conface:
un dì, che chiuso in solitaria stanza
sopra i perigli suoi ripensa e tace,
per via segreta il suo portier Diclide
gli mena inanzi un uom che mai non vide.

68Torva la fronte e spaventosi e fieri
ha costui gli occhi e scolorito il volto,
rabbuffata la chioma, i capei neri,
rozza la toga e ’l vestimento incolto;
ma di feroci brame e gran pensieri
mostra però palesi segni in volto,
e con ruvida voce e viso acerbo
così favella inanzi al re superbo:

69«Roman son io, tra le più grandi e degne
da la famiglia Cassia in luce uscito.
Spiegàr gli antichi miei sì chiare insegne
ch’aver ne po la Gallia il grido udito.
Roman però chiamarsi ch’io mi sdegne
e ch’abbia in odio il ciel che m’ha nodrito,
un fulmine che Roma iniqua e ria
percosse già ne la progenie mia.

70Spurio fu quegli, a cui la vita e ’l nome
soffrì di fulminar la patria ingrata,
quand’ei con nobil fronda in su le chiome
l’avea splendidamente in ciel levata.
Spurio son io, che bench’afflitte e dome
senta le forze a la vendetta armata,
non ebbi altrove mai la voglia intenta
ch’a veder Roma sterminata e spenta.

71Ond’or che veggio te, di quel ch’i’ bramo
per onesta cagion bramoso ancora,
vengo da te perch’amendue facciamo
quel che lieve a ciascun per sé non fora.
Camillo, solo il bel pensier, ch’abbiamo,
è troppo forte a contrastarne ognora:
Camillo dunque in breve spazio e corto
io ti prometto dar ferito e morto.

72Tu stringerai l’assedio, e quel che resta
de la città di Roma in Campidoglio
poich’abbattuta udrà la nobil testa
onde nodriva il suo perverso orgoglio,
vedrai venir da quella parte e questa
ad inchinarsi al tuo superbo soglio,
e potrai romper fibre e votar vene
e stringer ceppi e circondar catene.

73Io non dimando a te che tu mi doni,
di quel che resterà, dominio intero;
vo’ ben ch’a sostener le tue ragioni
mi lasci a Roma almen con regio impero.
E vo’ che fra le prede e fra i prigioni
che pervenirti in man confido e spero
la stirpe di quegli empi a me tu renda
ch’ucciser l’avol mio con morte orrenda».

74Sente il barbaro re con maraviglia
ciò che ’l fiero roman promette e chiede,
ma pensa però poco o si consiglia
e tutto quel c’ha detto approva e crede.
«Ben mostri germogliar da gran famiglia
e d’esser d’alti e di gran spirti erede;
va’ pur felice, e se Camillo uccidi
Italia e Roma meco a par dividi».

75Così risponde Brenno, e vuol che vada
col traditor patrizio un suo fedele,
perché s’avien che l’uno uccida e cada
l’altro ritorni e ’l fatto a lui rivele.
S’arma l’empio roman di scudo e spada
per porre in opra il suo pensier crudele,
e Roma lascia e ’l Campidoglio a tergo
e là si drizza ov’ha Camillo albergo.

Tito, fratello di Spurio, offre a Camillo la testa di Brenno (76-82)

76Ma mentre ch’a l’impresa iniqua e rea
costui s’affretta avidamente e move
un suo german, che varia mente avea,
tenta contro a Brinon diverse prove.
Tito s’appella e d’altre fiamme ardea
che ’l suo fratello, e fu nodrito altrove;
colui d’esser tiranno avea talento,
costui di viver franco era contento.

77Ne le scole d’Atene avea cresciuti
de l’aurea libertà gli amor nativi,
e d’Aristogiton gli ardor bevuti
e gli spirti d’Armodio ardenti e vivi.
Stringea la gente in fra i Valeri e i Bruti
e questi sol credea di Roma i divi,
abborria l’empio e ’l temerario ingegno
per cui l’antico suo bramava il regno.

78E questa nel suo cor fu gran cagione
che, per lavar la macchia onde difforme
comparve il sangue suo lunga stagione,
tentò seguir di Muzio i passi e l’orme.
Quindi, come dal greco il piè ripone
su l’italico suol non posa o dorme,
ma si conduce là dove la fama
Camillo dittator previene e chiama.

79E ’l bel desir che contro al re nemico
a pro de la sua patria avea concetto,
per toglier l’ombra e ’l vituperio antico
così palesa inanzi al suo cospetto:
«Non ha Roma di me più grande amico,
benché ’l mio nome offenda al primo aspetto,
e se nol credi ascolta, o dittatore,
se rassomiglio il mio progenitore.

80A me dà ’l cor, fra le corazze e l’aste
ond’è cinto Brinon, volar repente,
e senza ch’ei ripugni o che contraste
gittarlo morto a terra incontinente.
Né che sian tronche a me le membra o guaste
intepidir mi po la brama ardente,
manda pur meco un uom che ti rapporte
s’io so morir per Roma e so dar morte».

81Stupisce al gran coraggio il buon Camillo,
e l’abbraccia e l’onora e gli risponde:
«Impresse Spurio Cassio un reo sigillo
ne l’opre onde le lodi avea feconde,
ma tu, seguendo, o Tito, altro vessillo
cerchi le glorie tue, ben veggio, altronde;
va’ pur dove de’ Galli il re s’attenda
e ’l biasmo altrui con la tua lode emenda.

82Io non son dittator chiamato ancora,
ma, benché ’l fossi, e s’avverrà che ’l sia,
cotesta tua virtù ch’Italia onora
invidiata mai da me non fia.
Viva pur Roma e si confonda e mora
chi la ferì con piaga iniqua e ria,
e la sua libertà da la tua mano
prenda il Senato e ’l popolo romano».

I due fratelli si incontrano per la strada, e si uccidono a vicenda (83-94)

83Così gli dice, e manda ancor con esso
chi tornar possa a raccontargli il fatto.
Tito si parte, e volge in fra se stesso
come possa esseguir veloce e ratto;
ma mentre inanzi va, passarsi appresso
tutto feroce e tutto atroce in atto
vede ’l fratel, ch’a l’alta impresa e rea
velocemente in piede anch’ei movea.

84S’arresta Tito e ’l chiama, e Spurio in dietro
si volge, e l’un de l’altro il collo abbraccia,
ma serba questi il volto acerbo e tetro,
ed ha colui serena ognor la faccia.
«Che grazia (dice Tito), o Giove, impetro,
che mentre de la morte io vado in traccia
prima che ’l cor mi passi empio coltello
vegga la guancia almen del mio fratello?».

85«Ma chi ti mena a volontaria morte?«
Spurio dimanda. «Il necessario amore
(risponde Tito) onde l’iniqua sorte
di Roma mia m’intenerisce il core:
vo per uccider Brenno, e franco e forte
mi sento il petto a riportarne onore.
ma sì felice colpo e sì stupendo
so ch’io non posso dar se non cadendo».

86«Tu per uccider Brenno dunque vai,»
ripiglia Spurio, e grida e vien facondo,
«e per amor di Roma accender mai
potesti in te desir sì furibondo?
Che cagion, che ragion mi porti ed hai
onde levar per lei ti vuoi dal mondo?
Roma dunque non fu che con sì fiera
piaga atterrò la tua progenie altera?».

87«Roma non fu (risponde Tito e freme)
che de la stirpe mia la luce offese,
ma fu colui che con superba speme
a soggiogarla iniquamente intese.
Io non posso negar che dal suo seme
non sian queste mie membra ancor discese,
ma ben vogl’io veracemente aprirti
ch’io nodrì sempre a lui contrari spirti».

88«Tu dunque (Spurio dice) il più famoso
condannar puoi che ’l nostro sangue avesse?
E ’l puoi stimar men giusto o men pietoso
perch’a speranze regie il capo ergesse?
Ah, che traligni e mi fai star dubbioso
se per fratel ti chiami e ti confesse,
e se chi t’ha concetto e partorito
sia stata ognor fedele al tuo marito?».

89«Io son, come sei tu, del cassio sangue,
ma l’alma (dice Tito) ho ben nemica
di chi per la sua patria agghiaccia e langue,
e per se stesso avampa e s’affatica».
«Tu chiudi (segue Spurio) il cor d’un angue
se t’è la stirpe tua sì poco amica,
ma port’io ben gran fregio in su la chioma
che vo per subissar Camillo e Roma».

90«Che dici (Tito esclama), o scelerato?
Tu vuoi Camillo morto e Roma estinta?».
«Sì voglio (Spurio grida), o sciagurato,
c’hai la famiglia mia macchiata e tinta».
«E ’l ferro tingerò nel tuo costato»
soggiunge Tito, e già la spada ha spinta;
«E ’l fianco t’aprirò con questa punta»
risponde Spurio, e già la pelle ha giunta.

91I primi colpi in parte andàr fallaci
ma i secondi furor le vene apriro,
e le cupide punte e pertinaci
del sangue de’ fratelli intepidiro.
L’ire crescean più calde e più vivaci,
davan le piaghe ognor più gran martiro,
le membra in varie parti eran ferite,
le guance in fiera guisa impallidite.

92Ma grida Tito al fin: «Del tuo rubello
io t’offro, o Roma, il sangue» e ripercote;
e ponta Spurio anch’egli il fier coltello,
ed offre a Cassio il cor del suo nepote.
Così trafigge l’un l’altro fratello
e stendon sul terren le membra immote,
ma cade Spurio iniquo e traditore
e Tito grande e glorioso more.

93Sente Brinon tantosto il caso atroce
e prende d’una parte alcun conforto
che spenta in Tito è la virtù feroce
ond’ei vicino è stato ad esser morto,
ma troppo ancor però gli pesa e noce
vedersi tronco il calle iniquo e torto
per cui con fiero colpo ed improviso
sperava di sentir Camillo ucciso.

94Camillo anch’egli il novo caso intende
né gode già la morte aver fuggita,
né doglia nel suo cor riceve o prende
che tolta al re stranier non sia la vita,
ma ben fuor di misura il cor gli offende,
ma gli apre ben nel cor mortal ferita,
ma porta mesto e lagrimoso il ciglio
ch’abbia perduto Roma un sì gran figlio.

Canto V

ultimo agg. 25 Febbraio 2015 13:06

ARGOMENTO
Perché sia dittator Camillo eletto
Cominio sale il Campidoglio e scende,
e poi che dittator Camillo è detto
a ragunar le squadre e l’armi intende;
ma Fulvia gli lusinga il cor nel petto
ed ei fallace il suo pensier le rende,
ond’ella stretta il cor d’atroce pena,
per man di lui s’uccide e s’avvelena.

Cedizio supera gli sbarramenti dei Galli, raggiunge il Campidoglio e ottiene l’investitura di Camillo (1-17)

1Cedizio in tanto a rannodar le genti
che da la rotta d’Allia andàr disperse
raddoppiava, girando, i passi ardenti
e ne traea da region diverse.
Eran gravi i suoi detti ed eloquenti
e di soave mel le voci asperse,
e dispiegavan ognor novi stendardi
e cingea nove spade e novi dardi.

2Quindi d’ardita gente e numerosa
raccolte in varie parti elette schiere,
dove Furio non dorme e non riposa
conduce l’oste in Ardea e le bandiere,
e dell’inclito duce a la famosa
guida rassegna il fante e ’l cavaliere,
e chi fra lor la mente ha più confusa
così davanti a lui difende e scusa:

3«Questi guerrier ch’inanzi a te condotti
si son per la mia man da vari calli,
è ver che vinto appresso il Tebro e rotti
fur da al calca e dal furor de’ Galli,
ma i duci poco esperti e poco dotti
mostraro a lor fallir co i propri falli,
ond’or c’han per te scorta e capitano
prometton salda fronte e cor romano».

4«Tu supplisti, Cedizio, e presta e pronta
(risponde Furio) hai molta gente armata,
ma se nel Campidoglio alcun non monta
non sarà mai da la mia man guidata.
Benché sostenga ogni miseria ed onta
la maestà de’ Padri assediata,
ella però ne l’infortunio estremo
convien che chiami il Dittator supremo».

5«Giusto sei tu (Cedizio allor ripiglia),
Furio Camillo, e ’l nostro ardor correggi,
ma non saria però gran meraviglia
per salvar Roma il trasgredir le leggi».
«Pensa, Cedizio, meglio, e mi consiglia
(risponde Furio) sì che non vaneggi,
fin c’ha la legge a Roma imperio e loco
io non temo de’ Galli il ferro e ’l foco».

6Si leva a questi detti un cavaliero
ch’avea più che la stirpe il cor sublime,
e che di valoroso e gran guerriero
portato avea già lodi in fra le prime;
Cominio era il suo nome e ’l suo pensiero
non invaghìa l’amor che ’l volgo opprime,
e quel che la pietà nel cor gli scrisse
così propose inanzi a Furio e disse:

7«Tu sarai capitan se, come soglio,
sarò felice in quel che tento ed oso.
A me dà ’l cor salir nel Campidoglio
per solitaria parte e calle ascoso.
Ho piè da superar qualunque scoglio
più rapido s’inalzi e più pensoso;
sarò davanti i Padri e dal Senato
farò che dittator sarai chiamato».

8Loda Camillo il generoso e stringe,
che quanto affrettar po s’affretti e vada.
Ei si spoglia l’usbergo e si discinge
l’elmo tantosto e l’onorata spada,
ed entro ad una selva il piè sospinge
dove non manda il suol legume o biada
ma con gli abeti e con le querce e i pini
chiude ruvidamente i suoi confini.

9Quivi con presta e con tagliente scure
un suvero percote, e taglia e sega
la scorza, che notando altrui sicure
rende le membra ove la gente annega.
E di funi l’intreccia erranti e dure
e se la stringe intorno a i fianchi e lega,
e di costanza armato e di coraggio
prende volando a Roma il suo viaggio.

10Giunge sul Tebro e si dispoglia e volge
le vesti al capo et a la fronte intorno,
e si gitta ne l’acque e le travolge,
e rompe e passa in sul finir del giorno.
E dove men s’aggira e si rivolge
e men teme il nemico oltraggio e scorno,
senza sospender corde o levar scale
su la rupe Tarpea s’aggrappa e sale.

11Una man prende il sasso, un piè s’appoggia
e l’altro s’erge et a la man succede,
ed alternando a la medesma foggia
fa l’altra mano appresso e l’altro piede.
E tanto al fin s’avanza e tanto poggia
che ’l muro estremo omai col capo eccede;
corre la guardia ed egli il passo arresta,
e ’l nome e ’l volto suo le manifesta.

12Quindi dinanzi a i Senatori afflitti
dal rigor de la fame il piè conduce,
e dice: «Vengo a voi, Padri coscritti,
per chieder guida a liberarvi e duce.
L’avanzo de’ Roman che fur sconfitti
brama che ’l nome suo ritorni in luce,
e per portarvi cibo e dar vivanda
Camillo a voi per dittator dimanda».

13Miran l’un l’altro i Senatori e prende
gran maraviglia a ciascun d’essi il core,
come de’ Galli in fra le squadre orrende
salito sia l’audace ambasciatore.
Ei tutto narra, e nel Senato accende
verso la sua virtù sì caldo amore
che la lingua ciascun discioglie e snoda
e quanto po lodar ciascuno loda.

14E ’l Tribun militar propone appresso
ciò ch’a lui far del dittator convenga.
Pensano i Padri e quel che chiede il messo
dispongon che da lui tantosto ottenga.
«Camillo adunque il Campidoglio oppresso
dic’egli – a liberar s’affretti e venga.
Io ch’ubidir i Padri intendo e bramo
supremo Dittator di Roma il chiamo».

15Così dice Sulpicio, e ’l rimanente
che si trovò nel Campidoglio allora
col Tribuno e co i padri unitamente
de l’imperio sovran Camillo onora;
e parte ancor di quella stessa gente
che dal terren di Roma il cacciò fuora,
più che la furia a discacciar veloce
ebbe spedita a richiamar la voce.

16Si parte adunque il messaggiero e torna
per la medesma via ch’a venir tenne,
e nol ritien la tema e nol distorna
l’orror ch’avea già vinto allor che venne.
Smuccia col piè del sasso e non soggiorna
e varca il fiume e mette a i piè le penne,
e prima i muri d’Ardea appressa e tocca
ch’altri salito il creda il su la rocca.

17Ma ’l suo salir però tanto segreto
non fu che da la falda ov’egli ascese
passando un giorno un barbaro inquieto,
ch’avea bramoso il cor di nove imprese,
oltre l’usato modo e consueto
non vegga il terren mosso e l’erbe offese,
e da le parti basse a le sovrane
impresso il suol de le vestigie umane.

18Ond’ei comprende assai palese e chiaro
che quindi asceso è ne la rocca alcuno,
per provederla d’arte e di riparo
contro il rigor del ferro e del digiuno.
E pensa ancor fra sé ch’ove poggiaro
i piè romani a l’aer cieco e bruno,
con tutto che aspri ed erti calli,
possan condursi ancora i piè de’ Galli.

I Galli trovano la via usata da Cedizio e cercano di assaltare nottetempo il Campidoglio: sono smascherati dalle papere, che col loro rumore svegliano i difensori (18-29)

19Torna però verso la regia tenda
e ciò che vide al capitan ridice,
e mostra come là si saglia e scenda
e come stia la rupe e la pendice;
e, dove sia chi di seguirlo intenda
nel fosco d’una notte, afferma e dice
che la schiera de’ Padri oppressa e vinta,
presa la rocca e darà Roma estinta.

20Loda il barbaro re l’impresa audace
e «Poscia che ’l nemico a noi dimostra
come rendiamo il suo sperar fallace
facciam (soggiunge) e noi la parte nostra.
Egli n’ha messa inanzi una gran face
per far del valor nostro intera mostra,
miriamo in essa e con la sua dottrina
portiamo a noi vittoria, a lui ruina».

21Così dicendo al coraggioso Ergondo,
che gli ha scoperto a la salita il passo,
sceglie color ne popol suo fecondo
c’han le membra men gravi e ’l cor men basso.
Mov’ei con questi, e giunge al più profondo
di quella notte ove si leva il sasso,
per cui da vari segni avea compreso
che fosse un uom nel Campidoglio asceso.

22Quivi salendo il primo, a gli altri insegna
come la mano e ’l piè s’appigli ed erga,
e mostra come questo a quel sovegna
col capo a sostentarlo e con le terga.
L’un l’altro incalza e non s’adonta o sdegna
perché ’l piede di polve il crin gli asperga,
e tanto l’un de l’altro il capo estolle
che tutti al fin son giunti in cima al colle.

23Non senza mormorio la gente arriva
del Campidoglio in su le mura estreme,
ma la guardia, che fiso allor dormiva,
fa che senza periglio arriva e freme.
Spinge però con brama ardente e viva
se stesso Ergondo a la sua squadra insieme,
e là dove sguernito il muro apprende
per avventarsi il ferro e ’l piè sospende.

24Ma se dormìr color che la frontiera
dovean guardar de’ muri a lor commessi,
vegghiò per lor di paperi una schiera
e custodì la rocca in vece d’essi.
Questi, sentendo il suon de la guerriera
squadra, levàr sì forti gridi e spessi
ch’a riparar le mura immantenente
fu presto un cavalier con molta gente.

25Uscìa costui de la progenie antica
che diede i Manli a la città di Roma,
e con la spada in campo e la lorica
avea già molta gente oppressa e doma.
Regger sapea con lode a gran fatica
e sostentar con l’arme ogni gran soma;
avea feroce l’alma e ’l cor costante
e le membra d’atleta e di gigante.

26Costui del duce gallo il piede arresta
e d’una fier a punta il cor gli passa;
cade il misero in dietro e con la testa
scende a toccar la rupe estrema e bassa.
Porta ne gli altri Manlio egual tempesta
e scudi rompe ed elmi apre e fracassa,
e tutti al fin tra morti e tra feriti
rimanda al piè del sasso i Galli arditi.

27Il Tribun si risveglia e corre al loco
dov’era corso Manlio al gran periglio;
surgon le guardie ed han nel viso il foco
ch’abbatte per vergogna in terra il ciglio;
freme Sulpicio e breve spazio e poco
ragiona intorno al caso o tien consiglio,
ma fa che chi dormì senz’intervallo
discenda là dond’era asceso il Gallo.

28Quindi si volge a Manlio e la salute
da lui conosce ond’è la rocca in piede,
e loda quasi a par la sua virtute
di chi la vita e ’l nome a Roma diede.
Né le lingue de gli altri a dir son mute,
né son scarse le mani a dar mercede,
né son fredde con lui l’offerte o vane,
né si cura morir per dargli il pane.

29Oh che raggi di gloria a i primi tempi
de la virtù romana il sol non sparse!
Oh con che novi e con che rari essempi
maravigliosa e grande allor comparse!
Crudeli i Padri in se medesmi ed empi,
fiera la plebe oltre misura apparse,
mentre ciascun di fame omai moriva
e ’l proprio pan ciascuno a Manlio offriva.

Camillo riceve l’investitura, predispone l’esercito per la partenza (30-34)

30Ma presente avea Cominio in tanto
il decreto de’ Padri in Ardea, e detto
con che lode Camillo e con che vanto
avean per Dittator di Roma eletto;
ond’ei con generoso e nobil pianto,
palesando l’amor ch’avea nel petto,
«Vedrà (dice) la patria aperto segno
se con l’ingiuria sua mi mosse a sdegno».

31Scende poi ne le squadre e de’ guerrieri
dimanda i nomi e chiede l’arme e mira,
e i fanti riconosce e i cavalieri
e tutta l’oste sua circonda e gira.
Inchinan l’alto duce i condottieri
e ’l nobil Dittator la turba ammira,
ed egli assiso in sedia imperatrice
così le legion riscalda e dice:

32«La patria, o valorosi, in su l’estremo
sotto i barbari ferri è giunta omai,
e la sua gloria e ’l suo splendor supremo
ha smarrita la luce e spenti i rai;
ma noi però le spade e l’aste avemo
per liberarla ancor d’angosce e guai;
risvegliam dunque i nostri ardor nativi,
Roma non po morir se noi siam vivi».

33«E Roma viverà,» da varie voci
sì grida unitamente e si risponde,
«ed avrem le man pronte e i piè veloci
perché tu cinga il crin di nova fronde,
e sprezzerem de’ Galli i colpi atroci
per racquistar l’onor perduto altronde,
e domerem di Brenno il fiero orgoglio
perché sian salvi i Padri e ’l Campidoglio».

34Doge Camillo, e chiama insieme e manda
chi cerchi aiuti ancor girando intorno,
e di carri e d’arnesi e di vivanda
provvegga per viaggio e per soggiorno.
Quindi a i Legati et a i Tribun comanda
che stringan tutta l’oste a certo giorno,
ch’ei pensa dopo i voti e le rassegne
mover le squadre e dispiegar l’insegne.

Prima di partire si reca al convito di Fulvia: lei cerca di sedurlo ma lui la rifiuta, al che la donna si uccide (35-93)

35Ma l’infelice Fulvia, a cui nel core
l’amorosa facella in tanto ardea,
poi c’ha sentito il dì che ’l Dittatore
determinato a la partenza avea,
gli manda un paggio allor che ’l primo albore
da l’estremo Oriente in ciel parea,
e ciò ch’a le i davanti avea promesso
l’invita ad osservar quel giorno istesso.

36Teme Camillo e trema, e pur si mette
per attener quel che promise in via,
e s’arma contro i dardi e le saette
ch’antivedute in qualche parte ha pria.
Volge fra sé le stragi e le vendette
ch’a far per la sua patria il cor l’invia,
e dove sente il suo rigor men fermo
s’appresta a riparar con questo schermo.

37Giunge colà dove romita e sola
s’inalza e stende una gran selva ombrosa,
che nel suo grembo un bel palagio invola
e nel suo giro ha gran famiglia ascosa.
Qualunque augel per essa annida e vola
c’ha più chiara la stirpe e più famosa,
e qualunque animal vi scorre ed erra
ch’avviluppa la rete o ’l cane afferra.

38Quivi sorge la quercia annosa e dura
e si leva l’abete e drizza il faggio,
e ’l pin s’avolge intorno a l’alte mura
e cresce l’olmo in sul terren selvaggio.
Le piante fra le stesse han tal misura
che non fa l’una a l’altra alcun oltraggio,
e benché torte e dritte e folte e rare
spunta ciascuna in ogni parte e pare.

39Con esse da man dritta e da man manca
un bel sentier si stende e si dilata,
che con soverchio affanno il piè non stanca
per giunger del palagio in su l’entrata.
Quivi raro la nevi i rami imbianca
o di frondi la terra è seminata,
ma ’l furor d’Aquilon languisce e perde
e l’onor de le piante è sempre verde.

40Tra queste vien Camillo a l’aurea porta
del ricco albergo, e su per l’ampie scale,
dietro a colui che gli mandò per scorta
la bella donna, il piè sospende e sale.
Ma poco inanzi va che Fulvia, accorta
del suo venir, star salda omai non vale,
e benché troppo fosse ancor lontano
si move incontro al Dittator romano.

41Egli s’affretta e le compar davanti
prima che giunga a i primi gradi e scenda,
ella comincia a variar sembianti
prima che ’l volto o la parola intenda.
Serva Camillo i suoi pensier costanti,
discioglie Fulvia a’ suoi desir la benda;
saluta l’uno et ha al lingua audace,
s’inchina l’altra e si confonde e tace.

42E vengono amendue dove dipinta
splendida sala a mirar gli occhi invita,
e poco men che soperchiata e vinta
è la natura in lei da l’arte ardita.
Quivi de le tre dee la rissa è finta
che con la faccia ardente e colorita
il giudice, che pensa e non favella,
stringon che dia voce a la più bella.

43A l’atto de la man par che prometta
la lingua di Giunon tesori immensi,
e Pallade la gloria e la vendetta
contro gli stuoli impetuosi e densi.
Venere ride, e dolcemente alletta
con le delizie onde son vaghi i sensi,
e tutto ciò ch’a tutte il petto ingombra
manifesta un pennel col lume e l’ombra.

44Tien gli occhi il Dittator ne le figure
e commenda l’ingegno e loda l’arte,
ma da mirar l’istorie e le pitture
co’ suoi vivi color la donna il parte.
Tenea le voglie sue costanti e dure
il buon Camillo in tra i confin di Marte,
ma non poté mirar con gran rigore
ne’ begli occhi di Fulvia impresso Amore.

45Amor ne gli occhi avea la sventurata
e su le guance apria la rosa e ’l latte,
e l’amorosa chioma era dorata,
e le labbra di porpora avea fatte,
e la bocca parea di perle ornata,
e la gola coprian le nevi intatte,
e par che colto a tutte l’altre il tergo
avesser solo in lei le Grazie albergo.

46Le trecce con le perle eran confuse
nel modo cha mirarle è più gradito;
le membra ne le vesti eran rinchiuse
che l’oro con la seta han meglio ordito;
le gemme su le falde eran diffuse
dove più bella è l’apparenza e ’l sito,
ma non avea già tanti fregi o tali
ch’aprisser lumi al suo bel viso eguali.

47Così leggiadra adunque e così vaga
rimpetto al capitan Fulvia s’asside,
e gli occhi di mirarlo in prima appaga
e de la lingua poscia il nodo incide.
Ver è che, quasi del suo mal presaga,
sospira più che non favella o ride,
e con voce interrotta e con tremante
mostra c’ha ’l cor ferito e l’alma amante.

48Se n’avvede Camillo e s’apparecchia
a sostener gran guerra e gran battaglia.
Ella per l’occhio insieme e per l’orecchia
mill’amorosi dardi avventa e scaglia.
S’inganna l’infelice e non si specchia
per veder quel ch’amando in lei prevaglia;
la virtù che non mira amar si crede,
et ama quel che sente e quel che vede.

49Prende cagion dal pastorel troiano
che figurato l’arte avea sul muro,
e di lui chiede al capitan romano
s’ebbe l’ingegno a giudicar maturo.
«L’ebbe fallace oltre misura e vano»
risponde il Dittator costante e duro,
«mentre per conquistar prede amorose
sdegnò Tritonia e Citerea prepose».

50«E non è (dice Fulvia – una gran dea
quella che tanti amor ne’ petti accende?».
«E non è (segue Furio – iniqua e rea
quella che con gli amor tant’alme offende?».
«Ma come offeso è quei da Citerea
che per amore amor commuta e rende?».
«Ma come chi seconda i suoi motivi
non macchia l’alma al fin d’amor lascivi?».

51Così ripiglia Fulvia e le risponde
con fermo viso il capitan severo,
ond’ella si vergogna e si confonde
né discoprir s’attenta il suo pensiero.
Prende però nove cagioni altronde
per ammollirgli in parte il cor guerriero,
e distillando il mel de le parole
gli mette ancor davanti Alcide e Iole.

52Ode Camillo alcuna volta e dice,
ma sente ancora assai sovente e tace,
e da l’insidiosa invitatrice
rivolge in altra parte il cor fugace.
Ella, che ’l primo ardir poco felice
vede al destar de l’amorosa face,
tanto però non si sgomenta o teme
che perda del secondo ancor la speme.

53Ed ecco in fronte a la superba sala
aprirsi un’alta e spaziosa porta,
che senza scender grado o salir scala
d’improviso giardin la vista apporta.
L’odor che d’esso in ogni parte essala
assalisce le nari e ’l cor conforta,
e lo scalco che trincia e che dispensa
dice che fuma il cibo in su la mensa.

54Si leva Fulvia e ’l valoroso duce,
tra l’erbe verdi e tra i purpurei fiori,
sotto una tenda a mano a man conduce
c’ha la testa di mirti e ’l piè d’allori.
Quivi penetra il sol con la sua luce
ma sta lontan co i rigorosi ardori,
né stride in essa il vento acerbo e grave,
ma soffia l’aura dolce e la soave.

55Intorno al padiglion di varie frondi
compar vestita or una or altra pianta,
che di nobili frutti e di fecondi
aggrava insieme i rami e ’l suolo ammanta.
I primi son maturi et i secondi
acerbi, e tutti in sì gran copia e tanta
che più d’un calle aperto a lor si lassa
perché ne goda alcun che vede e passa.

56Quinci spunta la rosa e la viola
e quindi s’apre il gelsomino e ’l giglio,
e copre il bel terren di varia stola
l’azzurro, il giallo, il bianco e ’l fior vermiglio.
L’augel di ramo in ramo ascende e vola
e forma in varie voci il suo bisbiglio;
ed ei col canto ed il terren col fiore
empion soavemente il ciel d’amore.

57Corre a piè de la tenda un fresco rivo
che mantien molle ognor l’erbetta e verde,
ed ha nel sen sì chiaro argento e vivo
ch’ogni cristallo a lui s’inchina e perde.
La fronda che languisce al sole estivo
col suo licor si drizza e si rinverde,
e l’acqua che dal ciel s’inalza e cresce
non fa ch’asconda mai la ghiaia o ’l pesce.

58Ma dentro al padiglion, d’elette e care
vivande oppressa orrevolmente e carca,
una splendida mensa a gli occhi appare,
che con novo stupor le ciglia inarca.
Quivi l’aria, la terra, il fiume e ’l mare
quant’ha di pellegrin depone e scarca,
e la biada più degna il pane abbonda
***

59Siede Camillo ove la donna impone
ed ella ove risponde il viso al viso,
l’un distende la man nel cibo e pone
e l’altra ha l’occhio in lui rivolto e fiso.
«Che fai (dice Camillo) e che cagione
sì nova hai tu di rimirarmi in viso?
Che cibo il volto mio presenta e spande,
che cangi con le sue le tue vivande?».

60«Un cibo ritrov’io sì dolce e caro
(risponde Fulvia) a rimirarti in volto,
ch’ogn’altro inanzi a lui mi sembra amaro,
e da la stessa ambrosia ho ’l cor distolto.
È ver che gli occhi miei ti rimiraro
già molte volte avidamente il volto,
ma troppo è pellegrino e troppo novo
quel che da sola a solo in te ritrovo».

61Ciò detto, il viso abbassa e di più viva
porpora vergognando il copre e tinge,
e la brama e la fiamma onde bolliva
qualche stilla da gli occhi ancor le spinge.
Sente il duce roman ch’ella languiva
d’amor per lui, ma di sentir s’infinge,
e s’arma a contrastar più che non suole,
e cangia e varia i detti e le parole.

62La misera si strugge e si dispera
che quel che scopre il Dittator non senta,
ed ei, con fronte rigida e severa,
di più scoprir la frena e la sgomenta.
L’alma però non ha sì forte o fiera
contra lo stral ch’ella piangendo avventa,
che, se nol punge amor co i rai de gli occhi,
con le lagrime almen pietà nol tocchi.

63Con queta adunque, ancor che saldo e grave
si mostri ognor ne le sembianze e gli atti,
per modo più che po dolce e soave
loda gli onor ch’a lui la donna ha fatti,
e vuol che d’ogni peso il cor sì grave
e più lieta con lui ragioni e tratti,
e mangi anch’ella e scherzi e rida e canti
e sommerga nel vin le doglie e i pianti.

64Stende la dita Fulvia al cibo allora,
e gli occhi, quanto po, compone al riso,
e le stille del pianto asciuga ancora
e finge d’ogni cura il cor diviso,
e di musica turba e di sonora
fa che percota il ciel canto improviso,
e tenta se po far con l’armonia
l’alma del Dittator più dolce e pia.

65Ma poi che l’uno e l’altra il cibo han preso
che temperato ardor tantosto appaga,
«Sgravato ho (dice Fulvia) in parte il peso
che mi rende talor di pianger vaga.
Ho mangiato, ho bevuto et ho difeso
che comparisca il duol che ’l cor m’impiaga,
resta che tocchi anch’io le corde alquanto
e col cibo e col vin congiunga il canto».

66Così dicendo una dorata cetra
prend’ella ancor soavemente in mano,
e col suon che più dolce il cor penetra
tocca l’orecchie al Dittator romano:
«Ben ebbe l’alma, o capitan, di pietra
e fuor d’ogni misura il cor villano
chi tanto iniquamente in te peccando
ti strinse andar de la tua patria in bando.

67Non era questa già la grazia e ’l merto
che la città di Roma a te dovea,
quando sconfitti il Dittator Tuderto
con la tua sola spada i Volsci avea,
né quel che poi da te fatto e sofferto
in tant’altre battaglie ancor sapea
contra virtù sì grande e sì pregiata
la dovea far sì cruda e sì spietata.

68Ma quando rammentar d’ogn’altra impresa
potuta non si fosse, a la veiente
città, da la tua man distrutta e presa,
potea pur fissa almen tener la mente.
E potea rimembrar che la contesa
ove perdé tant’anni e tanta gente,
tu sol con l’armi e l’arti tue divine
recata avevi in un momento a fine.

69È ver che per sì chiara e sì gran prova
scegliesti al carro tuo quattro destrieri
che soverchiata avrian la neve a prova
quando biancheggia più su i colli alteri,
ma se nel trionfar con forma nova
parver celesti a Roma i tuoi pensieri,
sì nova fu la tua vittoria e strana
che non chiedea splendor di pompa e umana.

70Chiedea ben ella, o capitan famoso,
che poiché fu da lei sì mal gradita
tu contrastando il re vittorioso
non le tornassi a dar riparo e vita,
né ti stringea la legge, onde pietoso
la patria il cittadin col sangue aita,
perché la patria tua fu sì maligna
che diventò di madre a te madrigna».

71«Ah che dicesti, Fulvia! Ancor che dura
la patria fosse a me (prorompe il duce)
la legge a sollevarla e la natura
mi stringe espressamente e mi conduce,
né comparrebbe mai ne la futura
gente del nome mio memoria o luce
se da cieco furor guidato e scorto
renduto avessi torto a lei per torto».

72«Ma torto rendi a me» né po tenersi
l’ardente donna allor che non esclami,
«c’ho gli occhi per tu’ amor di pianto aspersi
e tu partir da me t’affretti e brami.
Ma tu non vuoi sentir quel ch’io soffersi
poiché mi strinser l’alma i tuoi legami,
e per chi ti cacciò con tal rigore
tu lasci chi per te languisce e more.

73Io moro, o Dittator, se tu ti parti,
e del tuo caro cibo il cor mi privi,
né posso mantener, senza mirarti,
gli spirti che dan vita in me più vivi.
Io moro, imperador, per troppo amarti,
e tu mi sdegni, lassa, e tu mi schivi.
Io bramo, o duca, averti ognor davante
e tu mi togli il tuo gentil sembiante.

74La faccia che tu mostri è ’l mio tesoro,
e senza lei son misera e mendica;
la lingua che disciogli è ’l mio ristoro,
e senza lei respiro a gran fatica;
il nume che presenti è quel ch’adoro,
che vuoi che più ti scopra e più ti dica?
Se tu ti parti la mia vita è corta,
se tu mi lasci io son distrutta e morta».

75Appresso queste voci un gran torrente
versa da gli occhi amaramente in seno,
e di pallida nube e di dolente
copre de la sua guancia il bel sereno.
Sta saldo il Dittator, ma sì potente
non è però che non sospiri almeno,
e che, s’indura i rigorosi affetti,
non ammollisca almen la voce e i detti.

76«Non son sì fiero, Fulvia o sì spietato
ch’al tuo dolor non mi tormenti e doglia,
né petto avrò giamai cotanto ingrato
che non debba far mia de la tua voglia.
È ver che m’ha la patria mia chiamato
perché di servitù la scampi e toglia,
ma se m’ha nel tuo petto Amor scolpito
tu non potrai pensar ch’io sia partito.

77Attienti, o donna, a l’amorosa imago
che de la guancia mia ti resta impressa,
e rendi il tuo desir contento e pago
mirando in lei la mia sembianza espressa.
Io so che non hai cor bramoso e vago
di gioia men pudica e men concessa,
pasci però, dovunq’io vada e stia,
la mente tua con la memoria mia.

78Sarò con l’oste incontanente a Roma
e tenterò col senno e con la spada
che, superata al fin la Gallia e doma,
sotto la desta mia trabocchi e cada;
e s’avverrà però che con la chioma
cinta di lauro in Campidoglio vada,
io stimerò trionfo assai maggiore
l’averti del mi’ amor ferito il core».

79«Ma tu me l’hai ferito, o duca, in guisa
(ripiglia Fulvia allor) che s’allontani
da me la faccia tua, d’avermi uccisa
potrai contar fra i pregi tuoi sovrani.
Cotesta guancia tua, nol nego, incisa
m’ha ne la mente Amor con le sue mani,
ma ’l morto viso, lassa, è quel motivo
che mi fa desïar più forte il vivo».

80«Il vivo aver non puoi, ché troppo stringe
(risponde il Dittator) chi seco il tira».
«Ma posso ben morir se non mi cinge
l’aria (dic’ella) onde ’l mio cor respira».
«La pietà del tuo mal mi muove e spinge
(segue Camillo) e mi travolge e gira.
Ma mentre Fulvia punge e Roma assale
la pietà de la patria al fin prevale».

81«Prevaglia adunque, e m’abbandona e lassa
(dice la donna), e corri e vola e vinci;
ma se la mia miseria il cor ti passa
provedi a me pria ch’a morir cominci.
Io sento l’alma mia sì vinta e lassa
mentr’ella mi tragitta or quindi or quinci
che se la tua pietà non mi rinfranca
la luce m’abbandona e ’l piè mi manca.

82Un licor mi donò de le più chiuse
virtù de l’erbe un segretario esperto,
di cui per entro il vin due stille infuse
al cor ferito è gran rimedio e certo.
Ver è però che per cagioni astruse
convien che sia da quella mano offerto
onde colui che ne ricerca aita
ha ricevuto il colpo e la ferita.

83Se dunque mi vuoi viva, andar per esso
or mi consenti, acciò mel porghi e doni,
tu ch’a periglio e precipizio espresso
la vita mia col tuo partir mi poni».
«Va’ (dice Furio), e poich’a me concesso
non è sanarti il cor con le ragioni,
son presto a darti ancora i sughi e l’erbe
onde la vita a te si guardi e serbe».

84Si leva Fulvia, e va repente e viene
con un’ampolla; il Dittator la prende
e versa e mesce il vin come conviene
e la man con la coppa a lei distende.
Essa la vòta, e manda entro le vene
le stille onde sanarla il duca intende,
ma ’l bicchier da le labbra a pena ha tolto
ch’improviso pallor le copre il volto.

85E le treman le membra insieme e piega
e cade il capo or d’una or d’altra parte,
e le funeste insegne al fin dispiega
onde l’alma dal cor si scioglie e parte.
Se n’accorge Camillo e grida e prega
che gli dia di scamparla il modo e l’arte,
e la misera ch’ama e more insieme
risponde a lui queste parole estreme:

86«L’arte già di scamparmi io ti mostrai,
e perché la stimasti iniqua e torta
t’ho data l’arte ancora onde vedrai
cadermi a’ piedi tuoi gelata e morta.
Qualch’opra tua, per gloria mia, bramai
che fosse in me raffigurata e scorta,
e poiché chiesi a te la vita in vano
la morte volli almen da la tua mano.

87L’albergo che ti diedi, illustre e chiara,
non potea tanto in fra la gente alzarmi,
quanto maravigliosa al mondo e rara
la morte che mi dai potrà mostrarmi.
Va’ pur felice, e s’una dolce e cara
mercé nel caso estremo ancor vuoi farmi,
una lagrima almen cortese e pia
consoli al tuo partir la morte mia».

88Ma chiede l’infelice e s’abbandona
nel tempo stesso, e cade in terra estinta,
né si sente stillar su la persona
la pioggia del roman per gli occhi spinta.
Altra mercede il Dittator le dona
che’ella non s’era imaginata o finta:
una lagrima chiese, ed ei repente
le ne satolla il sen con un torrente.

89Né fu sì larga già né sì dogliosa
la fronte che l’arcier da gli occhi sparse,
quando la moglie in un cespuglio ascosa
morta da lui per una fiera apparse,
come grande fu l’onda et angosciosa
che su la guancia al Dittator comparse,
quando in sì nova e miserabil guisa
s’avvide aver la bella donna uccisa.

90«Ah Camillo (proruppe) è questo il vanto
che ritornando a Roma al fin tu porti?
Ucciso hai Fulvia, onde la voce e ’l canto
avria potuto dar la vita a i morti.
Morto hai colei che ti pregiò cotanto
ch’annoverar poté fra le sue sorti,
poiché ti vide volti a Roma i passi
che tu con la tua man l’avvelenassi.

91Fu grande, o generosa, e fu sovrana
la stima che di me facesti ognora,
fu rigorosa oltre misura e strana
la pena che per me prendesti ancora.
So che disdice a la virtù romana
il mandar pianto mai per gli occhi fuora,
ma fin che non mi sia lo spirto tolto
avrò sempre per te bagnato il volto».

92Così si duol Camillo e si lamenta,
ma provede però che ’l corpo estinto
si seppelisca insieme e non si senta
la cagion vera ond’a morir fu spinto.
Infinito è ’l dolor che lo tormenta,
gravi le pene ond’è sommerso e vinto,
ma fra le pene e fra l’angosce estreme
la servitù di Roma il punge e preme.

93Torna però dove s’aduna e stringe
sotto gl’imperi suoi la gente armata,
ma mentre intorno a lei s’aggira e spinge
gli sta dinanzi ognor l’avvelenata.
Oh che non persuade e non costringe
la pietà de la patria ancor ch’ingrata!
Per Roma uccise Fulvia il Dittatore,
e di sudar per Roma ha spirto e core.

Canto VI

ultimo agg. 25 Febbraio 2015 14:03

ARGOMENTO
Uscir di Roma Brenno al fin dispone,
d’una gran soma d’oro oppresso e carco.
Rassegna Furio l’oste a la tenzone
e trova duro a tragittarla il varco;
ma pur s’avanza e giunge, e di Brinone
reprime il fiero ed orgoglioso incarco,
e con la destra sua felice e forte
sconfigge i Galli e mette il duce a morte.

I Romani decidono di pagare Brenno perché interrompa l’assedio (1-14)

1Or mentre d’Ardea in su le porte ardea
il furor de le squadre e de’ soldati,
la fame a Roma in su l’estremo avea
i Romani et i Galli omai recati;
e questi, a la sua furia atroce e rea
i pertinaci orgogli avean piegati,
e quei, quantunque ognor saldi e costanti,
già si vedean però la morte avanti.

2Fu non di men fra lor tanto coraggio
che ’l pan ch’a lor falliva altrui gittaro,
e per significar ch’avean vantaggio
sul capo de’ nemici il traboccaro.
Quindi parlò di pace alcun più saggio,
e ’l suo parlar fu sì gradito e caro
che i Galli incontanente et i Romani
mandàr per divisarla i capitani.

3Scende Sulpicio, il militar Tribuno,
che fra i Padri di Roma ha ’l primo loco,
e se ben macerato è dal digiuno
vibra da gli occhi in generoso foco.
Incontro a lui, con fiero volto e bruno,
s’avanza il re de’ Galli a poco a poco,
e com’han da vicin fermato il piede
il re dimanda al senator che chiede.

4«Io chieggo (rispond’ei) che tu ti parta
da la città di Roma». «Ed io son presto
(dice Brinon), ma vo’ che tu comparta
tant’oro a me quanto mi sembra onesto».
«Cotanta gente adunque hai spenta e sparta
(segue ’l Tribun) né stai contento a questo?».
«Io sarei (dice il fiero re) contento
se tutto il nome vostro avessi spento».

5«Cotesta brama già non empierai
(Sulpicio disdegnando allor risponde),
ma l’oro che tu vuoi da Roma avrai,
perch’ella i suoi tesor ricerca altronde».
Quindi ne chiede il re più peso assai
ch’egli non sa come trovargli o donde,
ma, tutto che con pena e con cordoglio,
promette darlo e torna in Campidoglio.

6Quivi chiamando i Padri a lor propone
ciò che col re de’ Galli ha stabilito,
e chiede da che tempio o che magione
possa il promesso peso esser supplito.
Altri mostra le statue e le corone
onde ’l tempio di Giove era guernito,
ed altri, a cui sì fiero ardir non piace,
e non sa che recar, sospira e tace.

7Ma le nobili dame e generose
che si trovàr nel Campidoglio allora,
non così tosto udìr ciò che propose
Sulpicio che tra lor parlaro ancora,
e di belle matrone e valorose
una squadra s’armò senza dimora,
ch’ove mancava a i Padri ogni ricorso
entrò subitamente a dar soccorso.

8E come scintillar l’onda marina
fa Cinzia allor che più lucente e bella
su i campi d’Amfitrite i raggi inchina
e caccia l’ombra in questa parte e quella,
così la schiera eletta e pellegrina
di cui sembra ogni volto una facella,
la nube ch’al Senato i lumi adombra
con sproveduti rai dissolve e sgombra.

9Priscilla, che di stirpe antica e chiara
tien sovra l’altre dame i primi onori,
e che con la beltà suprema e rara
ferisce più che ciascun’altra i cori,
«Non è,» comincia «o Padri, a noi sì cara
la pompa che traiam di gemme e d’ori
che più per adornar la nostra faccia
la libertà di Roma a noi non piaccia.

10Per questa fulminar con l’asta in mano,
poiché non si concede al nostro sesso,
perché si parta il re superbo e strano
noi suppliam l’or ch’avete a lui promesso.
Viva ’l Senato e ’l popolo romano
e torni ’n piede il nostro imperio oppresso,
e sol che franche sian le nostre genti
gittin le dame i fregi e gli ornamenti».

11Così costei dicendo un gran monile,
ond’avea cinto orrevolmente il collo,
pur come fosse un basso arnese vile
scote a piè del Tribun con nobil crollo.
Secondan l’altre il suo pensier virile
perché sia Roma franca e ’l re satollo,
e quasi rotta fosse un’aurea vena
di splendido torrente il suol balena.

12L’una prima che l’altra offrir s’ingegna
quel che rapisce a se medesma e toglie,
e la più nobil sempre e la più degna
più prodiga a donar la man discioglie.
Non è tra lor chi si riserbi e tegna,
non è chi non si privi e non si spoglie,
ed ha ciascuna d’esse il cor sì grande
che le gemme con l’or confonde e spande.

13Il Senato stupisce, e grazie e lodi
a la schiera gentil raddoppia e rende,
e tra l’altre mercedi e gli altri modi
onde bramoso ad onorarla intende,
vuol che si pianga a la sua morte e lodi
qualunque dama o fra pudiche bende
la propria casa, o ne’ comun perigli
la patria avanzerà co’ suoi consigli.

14Quindi Sulpicio a la misura e ’l peso
riduce l’or da le matrone offerto,
che, benché prima avesse al re conteso,
pur di prometter poscia avea sofferto,
e, di nobile fiamma in volto acceso,
«Noi riceviam (dic’egli) oltraggio aperto,
ma forse non andran lunghi intervalli
che pagheran per l’oro il sangue i Galli».

Camillo inanimisce i suoi uomini, punisce con la pena capitale un soldato che si offriva di combattere per dargli la corona (15-23)

15Da l’altra parte una campagna immensa
sceglie Camillo, e in alta sede assiso
ordina l’aste e i gradi in lei dispensa
e tutti chiama e tutti guarda in viso.
A chi promette premio e ricompensa
et a chi rasserena il cor col riso;
sostenta la virtù che cade o langue,
e riscalda l’età c’ha freddo il sangue.

16Passa dinanzi a lui la squadra afflitta
che combattendo al fiume d’Allia intorno
fu dal barbaro re sparsa e sconfitta
né stette a l’un né resse a l’altro corno.
La fronte per vergogna in terra ha fitta
e par ch’odi la luce e fugga il giorno,
ma mostra ben quant’è bramosa e pronta
tòrsi dal voto il vituperio e l’onta.

17«Coraggio (dice il Dittator), commune
ben sappian noi che ne le zuffe è Marte,
e che de i capitan l’arti importune
han nel turbar de l’osti ancor gran parte.
Son diverse le sorti e le fortune
quando del guerreggiar diversa è l’arte,
e l’arte onde Camillo in voi si noma
non fe’, cred’io, giamai vergogna a Roma».

18«Né noi (risponde unitamente e grida
tutto lo stuol) vergogna a te faremo,
e mentre che sarai la nostra guida
combatterem fin al sospiro estremo».
«Et io la spada mia tagliente e fida
per farti a Roma imperador supremo
rivolgerò (prorompe un capitano)
contro ’l Senato e ’l popolo romano».

19Trema Camillo al suon di questa voce
e vuol che sia la prima e la sezzaia,
e chiama e cita il capitan feroce
e fa spedir le verghe e la mannaia.
Stordisce il reo che la sentenza atroce
sente quasi intonar pria che compaia,
stringe Camillo e rimprocciando il fallo
«Sei tu Roman (gli dice), Elvezio o Gallo?».

20«Son più Roman (risponde il delinquente)
che quei che te di Roma allor cacciaro,
che tu più generoso e più fervente
rendevi il nome lor famoso e chiaro».
«E se la plebe o i Padri ingiustamente
(segue Camillo) incontro a me s’armaro,
ti par però giusta vendetta o pia
ch’io m’armi a soggiogar la patria mia?

21Non fu romana già questa parola,
e tu, che la dicesti, in fra Romani
non vo’ che possi aprir dottrina e scola
ond’altri chiami a Roma i re sovrani;
che tra noi regga una persona sola
son pensier troppo novi e troppo strani,
e che viva colui che gli ebbe in core
non saria spirto mai da dittatore».

22Ciò detto accenna, e ’l manigoldo afferra
l’infelice nel collo e spada e scudo
gli strappa, e l’elmo e la corazza in terra
gli gitta, e disarmato il mostra e nudo;
e prima con le verghe in lui si sferra
e batte e straccia infellonito e crudo,
e poscia con la scure un più robusto
colpo solleva e toglie il capo al busto.

23Rigida parve al primo aspetto e dura
del misero guerrier la pena atroce,
ma la ragion prevalse a la natura
e tutti la lodàr con piena voce.
«Io mi reco, o soldati, a gran sciagura
(disse Camillo) il diventar feroce,
ma quand’odo parlar di regio impero
non posso esser roman se non son fiero».

Passa in rassegna l’oste (24-36)

24Succede in tanto a la rassegna il Tosco
che, benché da i Roman confuso e vinto,
ha però raddolcito in parte il tosco
mentr’egli ancor da i Galli intorno è cinto.
De’ più gran cerri ha dispogliato il bosco
e ponderose lance in ciel sospinto,
e per coprir di ferro il petto e ’l crine
ha stancate l’incudi e le fucine.

25Dispiega poscia a l’aria una bandiera
che finge i muri e le magion troiane,
col cor superbo e con la fronte altera
l’audace stuol de le reliquie albane,
e veste e porta l’arme a la maniera
che le portò più degne e più sovrane
il fior di Troia allor ch’al Xanto in riva
discese a contrastar la furia argiva.

26Da le ceneri d’Ilio ancor rimaso
vivo si gonfia oltre misura e vanta,
né d’Alba il duro e doloroso occaso
gli ha la superbia ancor confusa o franta.
Risiede là dove ’l tragitta il caso
e nove mura ognor solleva e spianta,
amor con Roma mai nol lega o giunge,
ma ’l periglio comun per essa il punge.

27Appresso a lui, feroce e spaventosa,
s’avanza de’ Sabin la gente eletta,
che benché ridondante e numerosa
sta però folta a maraviglia e stretta.
Tien molta forza in poco spazio ascosa
e quasi un corpo sol la vista alletta;
orso o leon ch’ad assalir s’accinge
con tanto orror non si raccoglie e stringe.

28Questo costume, onde le schiere orrende
l’orgoglioso Sabin condensa e lega,
da l’antico spartan conserva e prende
che de la gente sua per tronco allega.
Con questo rompe in fiera guisa e fende
le squadre opposte, e non vacilla o piega,
se ben sì forte ognor non le percosse
che tributario a Roma anch’ei non fosse.

29Segue del Lazio poi confusa e mista,
ma però scelta ancor, molt’altra gente,
e vigoroso ognun si scopre in vista
e ciascun sembra a la battaglia ardente.
Ma lode sopra tutti e grazia acquista
lo stuol che comparisce ultimamente,
e che volando anch’ei per lunghi calli
vien per soccorrer Roma incontro i Galli.

30I volti di costor riarsi e neri
mostran che ’l sol gli tocca e le tempeste,
e ’l maneggiar de l’aste e de’ brocchieri
che l’arti militari han pronte e preste.
Non splendon d’auree penne i lor cimieri,
né fascia l’armi lor purpurea veste,
ma quel ch’in essi appar lucente e chiaro
è de le nude piastre il solo acciaro.

31Giunge la squadra ove s’inalza e siede
il capitan, ch’elegge e che rifiuta,
e colui che la guida arresta il piede,
e riverente il Dittator saluta.
Piega Camillo anch’egli il capo e chiede
dond’è la nova gente a lui venuta,
e quei, che troppo più le man faconde
che la lingua non ha, così risponde:

32«Beltram mi domand’io, le rupi alpestre
del ligustico suol son le nutrici,
che col suo cibo e col suo pan silvestre
fomentan l’arti mie guerreggiatrici.
Armate la mia patria ha queste destre
per seguir te contro i comun nemici;
la libertà che l’Alpi nostre onora,
fa che libera Roma amiamo ancora».

33Così dic’egli, e stupefatto e preso
de la virtù di quella gente incolta,
risponde il Dittator: «Con Roma impreso
a gareggiar Liguria ha i questa volta;
magnanimo desir t’ha il petto acceso,
gloriosa bandiera in cielo hai sciolta,
e se ’l mio sangue a Roma avrà mai luogo
tu non porterai mai sul collo il giogo».

34Quindi provede e sì gran loco assegna
al ligustico stuol fra l’altre genti,
che Troilo il duce alban s’adira e sdegna
e Licurgo il sabin digrigna i denti;
e la mostra si turba e la rassegna
e si sciolgon le lingue e gli ardimenti,
e si sfodran le spade e le coltella,
e s’avventano i dardi e le quadrella.

35Ma Camillo si leva e gira un guardo
con tanta maestà repente intorno
che ripone ciascun la spada e ’l dardo
e tutti fan nel luogo suo ritorno.
«Io non prepongo mai schiera o stendardo
che possa far (dic’egli) ingiuria o scorno;
sian pur le spade a fulminar sublimi
ch’elle dan sole i luoghi estremi o i primi».

36Così dicendo a la rassegna il fine
col terminar del dì Camillo impone,
e fra genti romane e peregrine
con venti mila usberghi andar dispone.
Manda però ch’al comparir del crine
che l’alba in ciel porporeggiando espone,
s’altro nol move a variar sentenza,
sia tutta l’oste pronta a la partenza.

I demoni infernali tentano di disturbare l’avanzata ma falliscono (37-54)

37Ma quei ch’a distornar la bella impresa
mandati avea Satan da i laghi stigi,
ancorch’avesser Fulvia indarno accesa
e suscitate in van furie e litigi,
non lascian però l’arti a la contesa
né segnan Dite ancor de’ lor vestigi,
ma batton tuttavia per l’aria i vanni
e tentan nove frodi e novi inganni.

38Onde, quando comparsa in Oriente
l’alba, Camillo al dipartir s’accinge,
con diversi prodigi orribilmente
la famiglia infernal l’assedia e stringe.
Ei desta a i sacrifici il foco ardente
et ella versa in lui la pioggia e spinge,
ei provede co i tetti e co i ripari
ed essa toglie l’ostia in su gli altari.

39Teme la turba e grida alcun che Giove
il soccorso di Roma a lui contrasta,
ma ’l Dittator però non si commove
né si spoglia l’usbergo o gitta l’asta.
«Il ciel (dic’egli) incontro a me non piove
né l’ostia turba i miei consigli o guasta:
felice augurio intendo a me che sia,
ch’io vo’ per liberar la patria mia».

40E de le trombe insieme e de’ tamburi
comanda che si levi in aria il suono,
e lascia Ardea arditamente i muri
e sprezza e sdegna il tristo augurio e ’l buono.
Ma si ravvolge il ciel di veli oscuri
e comparisce il lampo e rompe il tuono,
e tempestar da folte nubi e tetre
comincian d’ogni man macigni e pietre.

41L’essercito si turba e si scompiglia
né sa ritrovar schermo o veder scampo,
e dovunque si volge ha su le ciglia
da rotta nube or uno or altro lampo;
e comunque s’aiuta o si consiglia
il tuon percote in ogni parte il campo,
e se sale e se scende e se dimora
l’orribil pioggia ha su le tempie ognora.

42«Che farem (dice il condottiero albano)
contra il ciel che ne sgrida e ne minaccia?».
«Andrem (risponde il capitan romano)
contro il re che d’Italia omai ne caccia».
«Noi fatichiamo (il sabin dice) in vano
se non ne mira la fortuna in faccia»;
e «La fortuna (il Dittator risponde)
con la virtù si vince e si confonde».

43Così procede al suo viaggio e cessa
la fiera pioggia, e si raccheta il cielo,
ma comparisce tosto in vece d’essa
novo prodigio onde s’arriccia il pelo.
In tre parti del ciel la luna istessa
rompe de l’aria il tenebroso velo,
e di tre lune il portentoso argento
empie d’orror le turbe e di spavento.

44Ride Camillo e «De la dea triforme
(dice) non è straniera usanza o nova
se triplicar nel ciel le stesse forme,
mentre s’asconde il sol, si studia e prova».
Riprende cor ciascun, ma vista enorme
lo spavento ne’ petti ancor rinova,
mentre co i feri e con le lance opposte
discende contro a lor per l’aria un oste,

45e quinci brandir l’aste i cavalieri
e quindi raggirar le spade i fanti,
e questi alzar sul capo i lor brocchieri
e quei precipitar col ferro avanti.
Gli aspetti lor son minacciosi e fieri,
le membra di colossi e di giganti,
le braccia per ferir robuste e salde,
le lingue per gridar feroci e calde.

46«Che fai, Camillo? (allor la plebe esclama)
Vorrai tu dunque indizio aver più certo?
Non vedi omai che perché ’l Ciel non brama
che t’armi, d’arme tutto appar coperto?».
«Anzi vegg’io ch’a l’arme il Ciel mi chiama
(risponde il Dittator) con segno aperto,
mentre de l’aria ancor per entro i campi
presenta a gli occhi miei de l’arme i lampi.

47Venite meco pur, che le percosse
che sembra minacciar l’aereo stuolo
non son per arrestar le nostre mosse,
né per vòtarne il sangue in questo suolo.
Lasciate che Pluton con le sue posse
sollevi contro a noi tartareo volo,
che per confonder lui con le sue squadre
il dio de le battaglie è nostro padre».

48Con questi detti tocca il suo cavallo,
più che non fece pria, d’acuti sproni,
e tengon dietro a lui senz’intervallo
le torme de gli equestri e de’ pedoni.
Ma Torvellin, che compariti in fallo
vede ne l’aria i campi e gli squadroni,
con la guancia di Fulvia e col sembiante
si rappresenta al Dittator davante.

49Ricopre il volto suo con quel pallore
che ne’ più duri cor pietà ritrova,
e bagna il suo pallor con quell’umore
che non po scaturir che non commova.
Riscalda gli occhi suoi con quell’ardore
che per ferir trapassa ogn’altra prova,
apre la bocca impallidita e bella
e ’l Dittator con queste voci appella:

50«Ah Camillo, Camillo, a Roma il piede
affrettar puoi tu dunque in questa guisa
senza pagar a Fulvia altra mercede
che di tua propria man averla uccisa?
L’albergo che pietosa ella ti diede
l’alma ch’ell’ebbe teco ognor divisa
non richiedean che d’Ardea in sul terreno
tu le sacrificassi un’ostia almeno?

51Deh torna, generoso, al proprio loco
dove ti caddi a i piè trafitta e morta,
e questo spirto errante almen col foco
di qualche sacrificio ivi conforta.
O, se le voci mie tu prendi a gioco,
va’ pur, crudel, là dove il piè ti porta,
ma sappi ancor però ch’ovunque andrai
la faccia mia dinanzi a gli occhi avrai».

52Tutti gli altri prodigi il duce invitto
con vigoroso cor sofferti avea,
ma la voce di Fulvia e ’l viso afflitto
fu sopra a quel che tolerar potea,
onde, da fiero e gran dolor trafitto,
le membra a pena in sul destrier reggea,
e volea pur mostrar quel che sentiva
e la parola in bocca a lui moriva.

53Ma con pietà più salda e più verace
la patria al suo dover l’invita al fine,
e se colei s’affligge e si disface
gridan di Roma i danni e le ruine,
ond’ei risponde: «O donna, a Dio non piace
ch’io più riponga il piè nel tuo confine,
ma per l’ostia ch’offerta in lui t’avrei
t’offrirò l’acque ognor de gli occhi miei».

54Ciò dice, e sprona, e contro l’armi e l’arti
de la schiera infernal s’aita e scampa;
ond’ella al fin, ché tesi indarno e sparti
ritrova i lacci suoi, di rabbia avampa,
e gira in cento lati e cento parti
e morti e furie, e fiamme informa e stampa.
Ma tutto forma e tutto stampa in vano
e passa e vince il Dittator romano.

Camillo giunge a tempo per interrompere gli accordi con Brenno, e entra nelle mura del Campidoglio (55-64)

55Sulpicio in tanto e l’onorata schiera
che tenean chiusa i Galli in Campidoglio,
scendon colà dove con fronte altiera
solleva il fier Brinon purpureo soglio.
Pende davanti ad esso una stadera
che cresce a lui superbia, a lor cordoglio,
e dentro ad esso è caricato un peso
ch’avanza que c’han patteggiando inteso.

56Se n’accorge Sulpicio e la bilancia
grida che non ha ’l peso a l’oro uguale.
Si sdegna Brenno ed entro ancor vi lancia
la spada, e l’ira a la ragion prevale.
Chiede il Tribun, col foco in su la guancia,
«Che legge hai tu per tanta ingiuria o quale?».
«La legge (il re risponde) e la ragione
che tutte le miserie a i vinti impone».

57Ardon di giusto e generoso sdegno
al barbaro pensier di Roma i figli,
né posson tolerar l’oltraggio indegno,
e rinovan proposte e fan consigli.
Non ha la furia e l’ira in lor ritegno,
e gridan che si rompa e si scompigli,
e se fra tanti alcun reprime e frena
o che si caccia o che si sente a pena.

58Cresce l’orgoglio al re nemico in tanto,
e minaccia al Tribun rovine estreme,
ei gli rammenta il sacro patto e santo
protesta, invoca e maledice e freme.
Ma poich’avuta ha la vittoria e ’l vanto
di tante larve e tanti mostri insieme,
giunge Camillo ove con volto acerbo
grida il tribuno e stride il re superbo.

59Come cessa la rabbia e la tempesta
che l’onda fra le nubi alzata aveva
quando, contrario a quel che l’avea desta,
il vento aquilonar si scioglie e leva,
così la furia e l’ira ancor s’arresta
che nel Gallo e ’l Roman sì forte ardeva,
quando cinto di stuol feroce e folto
percote in lor del gran Camillo il volto.

60Gela il sangue a Brinon, che sì gran duce
fra se medesmo sempre avea temuto;
sembra a’ Romani al fin veder la luce
per racquistar l’onor ch’avean perduto.
Il Dittator comanda a chi conduce
che si ritorni l’or dond’è venuto,
s’avventan cento braccia e l’oro è preso,
ed abbattuta è la bilancia e ’l peso.

61Il barbaro si scote e si lamenta
che ’l Dittator roman gli rompe i patti;
ed ei la fronte increspa e gli rammenta
che senza il Dittator non fur ben fatti.
E con voce che punge e che spaventa,
«Io legherò ben (dice) altri contratti,
e Roma mia, se non vaneggio ed erro,
vedrò se scampa l’oro o salva il ferro».

62Non po frenarsi tanto il re feroce
che, rivolgendo a’ suoi repente il ciglio,
non mova cento man senz’altra voce
a l’armi temerarie a dar di piglio.
E sfodra anch’egli il suo coltello atroce,
e sprezza l’altrui danno e ’l suo periglio;
ma sì grand’uom però si vide a fronte
che frena l’ire impetuose e pronte.

63E stringe l’oste e con pensier più saggio
mentre ch’a poco a poco il ciel s’imbruna,
si move là con essa a far passaggio
dov’ella stia più sana e men digiuna.
Guida felicemente il suo viaggio
la guancia che palesa in ciel la luna,
e pria che l’aureo raggio il sol raccenda
sovra i campi Gabin le schiere attenda.

64Riman Camillo a Roma e sente e vede
da le lingue de’ Padri in cielo alzarsi,
e germe e sangue e valoroso erede
de lo stesso Quirin da lor chiamarsi.
«La vostra lode il nostro merto eccede
(interromp’egli) incontro a Roma armarsi,
po tuttavia la barbara procella
se noi posiam gli usberghi e le coltella».

La mattina si dispongono gli eserciti: arringhe dei capitani (65-72)

65Sì dice, e prima ancor ch’in Oriente
cominci a lampeggiar la nova aurora,
s’avanza e spinge là con la sua gente
dove ’l nemico ha preso a far dimora.
E punge e giunge a lui così repente
che non s’è riparato intorno ancora;
stupisce il re, ma non stordisce o langue,
né manca in esso il cor se gela il sangue.

66Stringe Camillo et a la pugna il chiama
bench’abbia assai men forze e men guerrieri;
ei non ricusa, e portar pensa e brama
de l’italico fior trïonfi interi,
e l’infamia di Roma e la sua fama
gli volge intorno al cor sì gran pensieri
che, benché l’avversario ammiri e tema,
si move incontro a lui con forza estrema.

67L’arte però con che dispone e spiega
le punte in mezzo e i fianchi a la battaglia,
non è quella che stringe un duce e lega
che più cauto ripari e forte assaglia.
Ben s’aggira per l’oste e punge e prega
che del gallico onor le pesi e caglia,
e de’ guerrier men pronti e men feroci
percote e sprona il cor con queste voci:

68«Che temi, o nobil gente e valorosa,
che vinta già sul Tebro hai Roma e sparsa,
e che con fiera strage e dolorosa
l’hai ne le sedie sue distrutta ed arsa?
Di tre cotanti almen più numerosa
ti veggo in campo incontro a lei comparsa,
e sembra che tu tema e che paventi,
e par che mova i piè dubbiosi e lenti.

69Non fa bisogno a noi d’ingegno o d’arte
per ordinar battaglie o mover schiere,
il numero ne basta, e siamo in parte
ch’ei più che dentro a Roma ha da valere.
Coraggio, o Galli, e s’abbattute e sparte
voi non vedete or or quelle bandiere
non ricus’io che fra i più grandi e scelti
chiamate in vece vostra un re de’ Celti».

70Da l’altra parte il Dittator sagace
dispon le squadre sue con altra cura,
e con l’arti romane il petto audace
de’ suoi conferma e la costanza indura.
Accoppia col più lento il più vivace
e giunge l’alma vil con la sicura,
acciò che chi non tien la legge a freno
tenga l’essempio e la vergogna almeno.

71Il destro corno assegna al duce albano
e dà ’l sinistro al capitan sabino,
ei tien fra questo e quel lo stuol mezzano
e servo ha ’l fior del bel terren latino.
Il ligure Beltram con la sua mano
impon che non si mova e stia vicino,
ma ch’ove soperchiar ritrovi i Galli
percota in lor co i fanti e co i cavalli.

72Quindi a ben far con vive voci invita
e con la lingua aguzza il ferro e l’asta:
«La guerra, o valorosi, ancor finita
non è, ma gran periglio ancor sovrasta.
Veduto avete Roma incenerita,
vedrete Italia ancor distrutta e guasta
se da le vostre spade oppressa e vinta
non cade qui tutta la Gallia estinta».

Si viene a battaglia: Camillo uccide Brenno, i Galli sono rotti (73-87)

73Si leva appresso a questi detti in cielo
il romor de le trombe e de’ tamburi.
Copre la guancia il regnator di Delo
che preveduti ha già gli orror futuri.
Move Camillo e lancia il primo telo,
entra Brinon con colpi acerbi e duri,
e più che mai feroci e dispietate
prorompon d’ogni man le schiere armate.

74S’apron nel cominciar profonde piaghe
e caggion quinci e quindi orgogli e teste,
e l’armi di ferir bramose e vaghe
copron tantosto il suol d’orribil veste.
Non son contente l’aste e non son paghe
che rompan su i brocchier le lor tempeste,
ma si satollan solo i lor dispetti
se passan co i brocchier le gole e i petti.

75Contr’un Latin però tre Galli uniti
son ne la mischia impetuosa e fiera,
onde ’l cader de’ morti e de’ feriti
non torna egual ne l’una e l’altra schiera.
Ma ’l franco Dittator con novi inviti
mostra di pareggiar la forma intera,
mentre Terondo, Arondo e Fereclide
con tre fendenti in tre momenti uccide.

76Eran costor fra i capitan più degni
che ’l re stranier ne le sue squadre avesse,
onde con nove furie e novi sdegni
corron le spade là veloci e spesse.
Mostra Camillo a manifesti segni
che Roma in lui stupendo duce elesse,
e ripara e percote e rompe e gira,
e braccia e gambe e teste a piè si mira.

77Brinon da l’altra man co i più feroci
che stan dinanzi a lui col ferro in mano,
distendon sul terren con piaghe atroci
chi salvar tenta il Dittator romano,
e ferman di Marcello i piè veloci
e frenan la pietà del buon Sillano,
e d’Aulo e d’Appio e d’Arrio e di Popito
gittan tre morti in terra et un ferito.

78Ma ’l ligure Beltram, che tempo e luogo
vede di sublimarsi in fra i Latini,
«Io moio (grida allor) se non mi sfogo
contro chi vuol far servi i cittadini,
e veggo a Roma già sul collo il giogo
s’avien che ’l Dittator la testa inchini
e temo che nol vinca il gran soperchio
se noi non gli rompiam de’ Galli il cerchio».

79Ciò dice, e quanto po rannoda e stringe
la squadra che conduce, e fiero e forte
contra color s’avventa e si sospinge
che tenta di condur Camillo a morte;
e ’l ferro ne’ lor petti asconde e tinge,
ed apre a l’alme lor purpuree porte,
e rompe e passa e giunge ove tremendo
sostien l’egregio duce un stuolo orrendo.

80S’arresta allor la furia e si dilegua
ch’avea contra Camillo i Galli accesi,
ma l’ira non ha già riposo o tregua
ond’ei con l’asta a disertar gli ha presi.
Per lei tantosto il disegual s’adegua
e batte un ferro sol su cento arnesi,
e come fra i Troian comparve Achille
fra i Galli il Dittator compar per mille.

81L’Alban dinanzi a lui divien più fiero,
torna il Sabin più forte e più possente,
fa meraviglie il ligure guerriero,
cresce ’l valor di tutta l’alta gente.
Inonda il suol d’orrido sangue e nero,
impedisce la strage il piè corrente,
e i membri tronchi e le ferite acerbe
fecondan d’ogni man le glebe e l’erbe.

82Brinon fa ciò che po, riprende e grida:
«Ah che vegg’io! Sì poca gente
avete, o Galli, e sarà mai che rida
di voi Camillo e i danni miei racconte?».
Quindi s’avanza, e freme e preme e sfida,
e manda varia plebea ad Acheronte,
ma fra la plebe ove la spada immerge
col sangue di Ceson la polve asperge.

83Vede Camillo, e corre alla vendetta,
e l’omicida a la battaglia appella,
Brinon l’invito arditamente accetta
e rota il ferro in questa parte e quella,
ma ’l Dittator le piaghe e i colpi affretta
a le vene, a le fibre, a le cervella,
e rompe scudo ed elmo e piastra e maglia
e giunge e punge e passa e squarcia e taglia.

84Sente Brinon da la nemica spada
la gola, il capo e ’l petto insanguinarsi,;
ode ’l Roman che dice: «E così vada,
chiunque ardisce incontro a Roma armarsi»;
vede che morto omai convien che cada,
né trova schermo o scampo onde salvarsi,
e pur tanto coraggio ancor gli resta
che ’l Dittator con novi colpi infesta.

85Ma mentre tuttavia percote e more,
«Assai (Camillo esclama), o generoso,
hai palesato in campo il tuo valore;
Roma ti vince, acqueta il cor bramoso».
«Roma non m’avria vinto, o Dittatore,
se tu stavi (dic’egli) in Ardea ascoso.
Ma cedo e cado almen col cor tranquillo
poi che moio per man del gran Camillo».

86Così dicendo in su la polve immonda
trabocca il duce, e da le piaghe un fiume
per tanti rivi incontanente inonda
che versa insieme l’alma e perde il lume.
Il pianto al Dittator su gli occhi abonda,
che dar nobil guerriero ha per costume,
quando ’l nemico, ancor che cada in campo,
mostra la sua virtù con qualche lampo.

87Ma non sì tosto è ’l re de’ Galli ucciso
che l’oste de’ Latin seconda e caccia,
e fa voltar de l’avversaria il viso
e coppe e nuche e terghi offende e straccia;
ed è sparso ed è vinto ed è conquiso
e non resta di lui vestigio o faccia
lo stuol ch’avea con temeraria offesa
disonorata Italia e Roma accesa.

Ingresso di Camillo a Roma e rifiuto di ogni onore personale (88-95)

88Raccoglie il Dittator le squadre e loda
secondo il merto e ricompensa e dona,
e le tempie e le chiome a quei non froda
che meritata avea più gran corona.
Ma del ligure duce al collo annoda
un monil che l’invidia accende e sprona,
e dice: «A te, Beltram, rend’io l’onore
d’aver salva la vita al Dittatore».

89Quindi si move, e con le spoglie e l’armi
del barbaro nemico a Roma arriva,
e sente celebrar con vari carmi
la virtù del suo petto ardente e viva,
e di trionfi e di memorie e marmi
s’avvede che l’invidia ancor nol priva,
e padre de la patria e gloria e fama
ode che tutta Roma il grida e chiama.

90S’abbassa il generoso e si deprime
e le statue e gli onor ricusa e sdegna,
e dice: «Assai son grande e son sublime
s’io vivo dove solo un uom non regna,
né riportate ho queste spoglie opime
perché più chiaro il nome a me divegna,
ma perch’estinto in tutto il regio orgoglio
divenga franca Roma e ’l Campidoglio.

91Il mio trionfo parve a voi superbo
quando tornai da la città veiente,
e pur questa ch’or tengo e che riserbo
è con quella d’allor la stessa mente.
Per trionfar sostenni essilio acerbo,
ancor ch’io fossi puro ed innocente,
e per non trionfar farò che sia
più manifesta a voi la virtù mia».

92Non senza sospirar la plebe e i Padri
del nobil Dittator le voci udiro,
e con più degni fregi e più leggiadri
la pompa del trionfo insuperbiro.
E quelle stesse dame e quelle madri
che l’oro a liberar la patria offriro,
per far più grande il suo trionfo e chiaro
tututte a prova ancor gliele recaro.

93Resse più che poté costante e forte
il buon Camillo al glorioso invito,
e dimandò di Roma in fra le porte
col proprio arnese entrar che n’era uscito;
ma poiché mille e mille lingue in lui ritorte
gli mostràr contra il popol tutto unito,
«Trionferò (diss’ei) ma saran neri,
poiché v’offeser, bianchi i miei destrieri.

94Sarà ben sempre candida e tenace
la fé che debbo a la mia patria amata,
e l’amor mio più saldo e più vivace
che l’ira sua fervente o dispietata;
né sì giusta cagion né sì verace
mi terrà mai d’addimandarla ingrata,
che col desir ch’in nobil cor non langue
non spenda per su’amor la vita e ’l sangue».

95Così conchiude, e le purpuree vesti
e le perle e le gemme e l’or rifiuta,
e d’esse in vece ei suoi famosi gesti
sul carro trionfal dispiega e muta.
Gli abiti fur civili e fur modesti,
la pompa negligente e disparuta,
ma quei ch’entrò col lauro in su la chioma
il più gran cittadin che fosse a Roma.